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		<title>Politica e antipolitica. Tra ambiguità semantica e gioco delle poltrone</title>
		<link>http://anarresinfo.noblogs.org/2012/05/16/lalba-di-un-lungo-tramonto/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 10:18:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una riflessione su politica e antipolitica in un articolo uscito sul numero di maggio di Arivista

Il tema dell’antipolitica attraversa il dibattito pubblico, specie in occasione delle tornate elettorali.
Il termine, che sia assunto con orgoglio o utilizzato con disprezzo, gode delle medesime ambiguità di quello di cui è la negazione.
Si parla di antipolitica sia che si segnali la disaffezione dei cittadini verso la cosa pubblica, sia quando si indica il distacco progressivo dal sistema dei partiti. 
Se la politica è il luogo della polis, l’antipolitica diviene indice di qualunquismo, egoismo, esperire di soluzioni individuali alle questioni sociali. 
Se la politica è weberianamente l’ambito della conquista e del mantenimento del potere e dell’esercizio legittimo delle forza, l’antipolitica può essere il luogo dove la polis reclama il suo spazio contro il dominio. 
Il mescolarsi dei significati è indice della natura squisitamente politica dell’invettiva contro l’antipolitica. Ma non solo. È anche il segno di complessi intrecci semantici che rimandano ad una prassi in cui la spinta alla polis come luogo della partecipazione si esprime e si comprime in modalità populiste che ne ridimensionano la portata . Negli ultimissimi anni l’invettiva contro i partiti – corrotti, corruttibili, irriformabili, casta – la spinta alla “pulizia”, alla riforma democratica, si è spesso incarnata in movimenti segnati dall’emergere di leadership carismatiche che di fatto riproducono le modalità di intercettazione del consenso tipiche della seconda repubblica.
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		<title>12 maggio Pisa. Corteo contro la repressione in ricordo di Franco Serantini</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 08:49:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
				<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
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		<category><![CDATA[repressione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 7 maggio del 1972 moriva in carcere, dopo tre giorni di agonia, l’anarchico Franco Serantini.
40 anni dopo gli anarchici toscani hanno indetto per il 12 maggio un corteo a Pisa.
Leggi qui l’appello per la manifestazione e ascolta un altro approfondimento sulla terribile normalità degli omicidi di Stato.

Anarres ne ha parlato con Tiziano Antonelli.
L’appuntamento è per le15 in piazza S. Antonio a Pisa. Il corteo si concluderà in piazza “Serantini”, già piazza S. Silvestro.

]]></description>
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		<title>Il sogno nelle mani. La Torino dell’occupazione delle fabbriche</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 22:20:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
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		<category><![CDATA[torino]]></category>
		<category><![CDATA[lo sciopero del 1917]]></category>
		<category><![CDATA[maurizio garino]]></category>
		<category><![CDATA[occupazione delle fabbriche]]></category>

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		<description><![CDATA[Martedì 8 Maggio
ore 21
in corso Palermo 46
Marco Revelli, autore dell'intervista da cui è tratto il libro, presenta
IL SOGNO NELLE MANI
Torino 1909-1922. Passioni e lotte rivoluzionarie nei ricordi di Maurizio Garino
a cura di Tobia Imperato e Guido Barroero



La memoria di Maurizio Garino, uno dei protagonisti della stagione di lotte rivoluzionarie che portarono all'occupazione delle fabbriche, si è salvata grazie alla lunga intervista realizzata nel 1975 da Marco Revelli. Questa memoria non investe solo la figura del protagonista ma abbraccia tutto un periodo di grandi passioni e speranze per l'emancipazione dei lavoratori. Garino, anarchico e dirigente FIOM, ci svela un mondo effervescente fatto di quartieri popolari, fabbriche, piccole officine, Circoli operai e dalla Camera del Lavoro che costituiva il centro di questo universo.
Un'altra Torino, quella del Consigli di Fabbrica: rivoluzionaria, anarchica, socialista, anticapitalista, antimilitarista, anticlericale, operaia. Sono raccontati i due principali momenti insurrezionali: i moti contro la guerra dell'agosto 1917 e l'occupazione delle fabbriche dell'estate 1920.

In un'intervista a radio Blackout Marco Revelli anticipa alcuni dei temi e dei nodi problematici di quest'epoca cruciale per Torino e per l'Italia.

]]></description>
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		<title>La cacciata del PD dalla piazza del Primo Maggio. Video</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 23:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
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		<category><![CDATA[primo maggio]]></category>
		<category><![CDATA[video]]></category>

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		<description><![CDATA[Video sulla contestazione al PD, cui viene impedito di entrare in piazza S. Carlo, al grido di "Il Primo Maggio è dei lavoratori: Fassino, PD fuori dai coglioni!

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		<title>Torino. Primo Maggio di lotta. Il PD non entra in piazza S. Carlo</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 00:35:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il corteo del Primo Maggio quest’anno è stato segnato da molteplici contestazioni al governo della città ed ai sindacati di Stato.
Vivere a Torino è sempre più difficile: disoccupazione, precarietà, licenziamenti, sfratti, chiusura di ospedali, scuole, asili danno il ritmo di un vivere segnato dall’incertezza per il futuro, da lavori sempre precari, spesso pericolosi, non di rado inutili, dalla scomparsa di tutele conquistate negli anni con le lotte.
La Torino che non ci sta, con le sue tante anime, si è ritrovata nella piazza del Primo Maggio, per dichiarare forte e chiara la propria indisponibilità a vivere questo presente e ad accettare di lasciare ai propri figli un domani peggiore. 
La testa del corteo fa i primi passi in via Po, quando un gruppo di studenti contesta il sindaco Fassino. Parte una breve carica di polizia e quattro studenti vengono fermati. Verranno rilasciati alcune ore dopo, con, per tre di loro, una denuncia a piede libero.
Fassino fa il corteo tra due ali di polizia ma questo non impedisce a tanta gente di fischiare e gridare slogan da sotto i portici di via Po e via Roma. 
In piazza Castello nuova tappa nella via crucis del sindaco, atteso da un folto gruppo di No Tav, sindacati di base, gente comune che fischia e grida slogan. 
A Fassino non va meglio dal palco di Piazza S. Carlo, una piazza S. Carlo surreale, piena di poliziotti. Precari, senza pensione, le maestre dei nidi che il comune vuol liquidare e privatizzare fischiano sonoramente durante il suo intervento.
Ma la giornata non è ancora finita. Lo spezzone aperto dagli autonomi non entra in piazza S. Carlo, devia verso il comune, dove un paio di ragazzi salgono la balconata per affiggervi uno striscione. La polizia carica ancora poi si ritira e lo spezzone, recuperati i due sul balcone, si allontana.
Lo spezzone rosso e nero, aperto dallo striscione “Né Stato né padroni. Azione diretta”, dopo aver aggirato il servizio d’ordine del PD, composto dai soliti picchiatori prezzolati, che lo scorso anno avevano aggredito gli anarchici, danneggiandone il furgone, sfila per via Po, piazza Castello e via Roma. Chiude lo spezzone, dove le bandiere anarchiche si mescolano a quelle dei No Tav, lo striscione dei compagni del comitato autogestito contro il Terzo Valico. 
Numerosi interventi scandiscono il percorso dello spezzone, più volte applaudito lungo il percorso dai tanti torinesi ai lati del corteo. 
Lo spezzone del PD, che sfila in coda, non riesce ad entrare in piazza, perché viene duramente contestato. I picchiatori del PD si schierano, spruzzano spray al peperoncino in faccia ai tanti che intendono impedire al partito degli affari, della guerra e dei padroni di entrare nella piazza del Primo Maggio. Riescono a portarsi via una bandiera rossa e nera ma è un ben misero trofeo, perché alla fine sono obbligati a retrocedere da una piccola folla che man mano si ingrossa. 
I carabinieri in assetto antisommossa arrivano di corsa ma ormai è tardi. Quest’anno, per la prima volta, quelli del PD non entrano nella piazza dove si conclude il corteo del Primo Maggio. 
Un Primo Maggio di lotta. Una giornata importante per l’estendersi a macchia d’olio della protesta popolare, una giornata in cui tanti, spontaneamente, hanno espresso il loro rigetto verso un sistema politico e sociale che semina miseria e finalmente raccoglie un po’ della rabbia che ha seminato tra chi fatica a vivere all’ombra della Mole. 
Un segnale del vento che cambia? Un auspicio e un impegno per tutti noi. 
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		<title>Primo Maggio. Favole, pietre e ciliegie</title>
		<link>http://anarresinfo.noblogs.org/2012/04/27/primo-maggio-favole-pietre-e-ciliegie/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 10:48:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Primo Maggio 2012
Appuntamento in piazza Vittorio 
alle ore 9
distro libri e stampa 
spezzone rosso e nero al corteo
poi... dalle 13
Pranzo e festa del Primo Maggio in corso Palermo 46.
Benefit antirazzisti, antifascisti, no tav sotto processo





prenotatevi! fai_to@inrete.it - 338 6594361


Primo Maggio 2012
Appuntamento in piazza Vittorio 
alle ore 9
distro libri e stampa 
spezzone rosso e nero al corteo
poi... dalle 13
Pranzo e festa del Primo Maggio in corso Palermo 46.

Benefit antirazzisti, antifascisti, no tav sotto 

processo





prenotatevi! fai_to@inrete.it - 338 6594361






]]></description>
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		<title>Torino 25 aprile 2012. La resistenza continua</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 01:23:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
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		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Mercoledì 25 aprile ore 15 presidio alla lapide al partigiano anarchico Ilio Baroni in corso Giulio Cesare angolo corso Novara dove Ilio è morto combattendo i nazifascisti Ricordo, deposizione di fiori, musica – banchetti informativi antifascisti e antirazzisti – volantinaggio in quartiere – bicchierata in ricordo delle tante vittime del fascismo di ieri e di [...]]]></description>
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		<title>Le guerre per l’acqua</title>
		<link>http://anarresinfo.noblogs.org/2012/04/22/le-guerre-per-lacqua/</link>
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		<pubDate>Sun, 22 Apr 2012 16:07:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il controllo delle risorse idriche, l’oro blu, è una delle poste in gioco nelle lotte egemoniche del prossimo futuro. Anzi è già storia del nostro presente. Intorno a nodi geopolitici quali le alture del Golan o le sorgenti del Nilo ci sono conflitti che vanno avanti da decenni.
L’acqua – diversamente dal petrolio – potrebbe bastare alle necessità di tutti i sette miliardi di abitanti del pianeta. Non è vero che scarseggi, ma è vero che è mal distribuita, spesso sprecata e soprattutto privatizzata.

La svolta si è avuta nel 2000, quando al II forum dell’acqua svoltosi all’Aja dal 17 al 22 marzo, venne stabilito che l’acqua non era un diritto umano – in quanto tale inalienabile – ma un bisogno umano, quindi smerciabile e privatizzabile.
Un recente rapporto del «National Intelligence Estimate» reso pubblico a Washington dal Dipartimento di Stato ha lanciato l’allarme sulle future minacce alla sicurezza globale.
Secondo l’amministrazione Obama presto la situazione diverrà esplosiva, scatenando vere “water wars”.

Anarres ne ha parlato con Salvo Vaccaro, esperto di questioni geopolitiche e docente all’Università di Palermo. ]]></description>
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		<title>Tassa sulla casa. Anche in tre rate, anche all&#8217;estero</title>
		<link>http://anarresinfo.noblogs.org/2012/04/18/tassa-sulla-casa-anche-in-tre-rate-anche-allestero/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 14:57:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
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		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[chi lucra sugli immigrati?]]></category>
		<category><![CDATA[tasse]]></category>

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		<description><![CDATA[La tassa sulla casa si potrà pagare anche in tre rate. Quanto pagheremo lo sapremo - forse - a fine anno. E' certo però che l'IMU non è la vecchia ICI: per una casa anche modesta si pagheranno cifre intorno ai mille euro. Un mese di stipendio, o, per chi ce l'ha, la tredicesima.
I grandi costruttori invece non pagheranno neanche un soldo per gli immobili finiti ma vuoti.
Sull'equità della misura basti pensare che gli anziani negli ospizi pagano l'IMU, mentre le fondazioni bancarie sono esenti.
Una delle novità più interessanti è la tassazione delle case all'estero. Una tassa difficile da esigere ma che potrebbe diventare un ulteriore balzello per gli immigrati, che nel loro paese di origine hanno una casa o la ereditano dai parenti.
Insomma una nuova tassa per i lavoratori immigrati, cui è negato l'accesso a tanti servizi importanti, ma, come mucche da mungere, devono piegarsi a sempre nuovi balzelli.

Ascolta l'intervista all'economista Francesco Carlizza

<a href="http://radioblackout.org/wp-content/uploads/2012/04/Francesco-Garlizza-su-IMU-18-04.mp3">Scarica l'audio</a>

Sull'IMU a Torino ascolta anche l'intervista a Renato Strumia]]></description>
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		<title>Il cerchio magico si è davvero spezzato?</title>
		<link>http://anarresinfo.noblogs.org/2012/04/17/il-cerchio-magico-si-e-davvero-spezzato/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 13:28:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
				<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Inform/Azioni]]></category>
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		<category><![CDATA[cerchio magico]]></category>
		<category><![CDATA[lega nord]]></category>

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		<description><![CDATA[Vi pare una domanda oziosa di fronte agli scandali che stanno travolgendo la dirigenza leghista? Per non dire delle robuste scope che l'amico/nemico Bobo Maroni usa con innegabile entusiasmo?
Non tanto. L’analisi della costituzione simbolica del leghismo, che, nel leader massimo vede incarnate tutte le virtù della Padania, disegna una relazione di carattere carismatico forte, che contiene e giustifica anche ruberie e malaffare.
Il piccolo Frankenstein politico costruito dal ragazzo di Gemonio, una sapiente miscela di invenzione/tradizione/tradimento di una nazione in salsa populista e razzista, comporta la necessaria investitura regale del capo e dei suoi discendenti.
In virtù di tale investitura la famiglia reale padana attinge alle casse del partito. Il partito non è altro dal suo inventore: creatore e creatura coincidono.
Sarà interessante nelle prossime settimane capire se e in che modo l’epopea leghista sopravvivrà. Ma c’è il fondato timore che il piccolo Frankestein leghista sia duro a morire.

Ne abbiamo discusso con Pietro Stara: [audio:http://radioblackout.org/wp-content/uploads/2012/04/2012-0415-pietro-stara-lega-nord-.mp3&#124;titles=2012 0415 pietro stara lega nord]

scarica l’audio

Sulla parabola della Lega Nord ascolta anche l'intervista a Dario Padovan
]]></description>
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		</item>
		<item>
		<title>La strage delle memoria. Paolo Finzi su piazza Fontana e l’assassinio di Pinelli</title>
		<link>http://anarresinfo.noblogs.org/2012/04/17/la-strage-delle-memoria-paolo-finzi-su-piazza-fontana-e-lassassinio-di-pinelli/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 12:18:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inform/Azioni]]></category>
		<category><![CDATA[l'informazione di anarres]]></category>
		<category><![CDATA[anarchici]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[revisionismo]]></category>
		<category><![CDATA[strage di stato]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel dicembre del 1969 Paolo aveva appena compiuto diciottanni. 
Dopo la strage alla banca dell’Agricoltura – 17 morti e 88 feriti - fu tra le centinaia di anarchici condotti in questura per l’interrogatorio.
Lui tornò alla sua casa, Pino Pinelli no.

Venerdì 20 aprile ore 21
in corso Palermo 46
Incontro con Paolo Finzi

Prima dell’incontro verrà proiettato il breve film di Elio Petri 
“Tre ipotesi sulla morte di Pinelli” 
con Gian Maria Volonté, Giancarlo Dettori, Renzo Montagnani.

Testimone e protagonista di quegli anni, Paolo ci racconterà una storia che ha lasciato un segno indelebile nella sua vita. 

Ascolta la chiacchierata con Paolo a radio Blackout 
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		<title>Processo agli antirazzisti torinesi primo atto</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 21:52:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
				<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Inform/Azioni]]></category>
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		<category><![CDATA[processo]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è svolta oggi l’udienza preliminare del processo agli antirazzisti torinesi. 
Erano presenti solo sette imputati, di cui uno detenuto per antifascismo e un’altra ai domiciliari per la lotta No Tav.
Si sono costituiti parte civile i curatori fallimentari del ristorante il Cambio, il capo dei comitati spontanei razzisti Carlo Verra e la consigliera di circoscrizione del PDL Patrizia Alessi.
Gli avvocati della difesa hanno presentato alcune eccezioni di natura procedurale per mancata notifica, l’accoglimento delle quali ha portato al rinvio al 24 maggio dell’udienza.
Il mega processo che mette insieme alcuni episodi di lotta antirazzista – ma non solo – è stato spezzato in due. 
In questa prima tranche sono state messe insieme alcune tra le tante manifestazioni, proteste, azioni, contestazioni che hanno – almeno in parte – attraversato il percorso dell’assemblea antirazzista torinese. Altre iniziative, dello stesso tenore e dello stesso ambito, saranno oggetto di altri procedimenti. Chiaro l’intento di prendere due piccioni con una fava giuridica.
Da un lato proporre, pur senza riproporla formalmente, la chiave associativa negata dalla cassazione, dall’altro investire gli stessi antirazzisti di una miriade di procedimenti separati, negando loro almeno il beneficio della continuità, derivante dell’accorpamento.
Si vuole ad ogni costo ottenere condanne per togliere di mezzo compagni e compagne che in questi anni hanno lottato contro le leggi razziste del nostro paese e in solidarietà ai senza carte rinchiusi nei CIE, agli immigrati/schiavi. 
Non a caso il regista dell’intera operazione è il PM Padalino, noto per le sue simpatie leghiste e per proposte di stampo teneramente nazista come il rilievo delle impronte ai bambini e alle bambine rom. 

L’urgenza politica e morale della lotta antirazzista va al di là della repressione che colpisce chi ha tentato di mettere sabbia nel meccanismo feroce che stritola le vite degli immigrati per tenerli sotto costante ricatto. 
In questi anni è stata costruita una legislazione speciale per gli immigrati, un corpus di leggi che stabilisce che viaggiare è un reato, cercare un futuro migliore un’ambizione criminale. 
Di fronte alle nuove leggi razziali ribellarsi e sostenere chi si ribella è un dovere. Ineludibile. 
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		<title>11A. Blocchi, presidi e marce in Val Susa</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 11:10:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
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		<category><![CDATA[no tav]]></category>
		<category><![CDATA[A11]]></category>
		<category><![CDATA[blocco autostrada]]></category>

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		<description><![CDATA[Bussoleno, ore 12,46, autostrada A32. Sin dalle 10 del mattino è partito un blocco della A32 a Bussoleno all’imbocco della galleria del Prapuntin. Per primi sono partiti i ragazzi delle superiori, poi si sono uniti tanti altri. Barricate chiudono l’accesso alla galleria nei due sensi di marcia.

La giornata di lotta ha avuto un anticipo con la fiaccolata da Giaglione alla zona occupata in Clarea. Nonostante l’abbondante nevicata alcune centinaia di No Tav hanno raggiunto le reti, cantando “bella ciao” e scandendo slogan.
Nelle prime ore del mattino un corteo di qualche centinaio di persone è partito da Giaglione ed è tornato alle reti. Nonostante la zona rossa proclamata dalla Prefettura, la polizia non sorvegliava i jersey prima del sottopassaggio dell’autostrada ed è stato facile per i manifestanti raggiungere la zona percorrendo la strada delle gorge.

A Chiomonte altre centinaia di No Tav si sono dati appuntamento al cancello che blocca l’accesso alla strada dell’Avanà. Battiture, slogan, the caldo e la consapevolezza che la giornata sarà ancora molto lunga.

Aggiornamenti ore 13,29, Clarea. Qualche metro di rete tagliata, una manifestante incatenata alla rete. La polizia sta chiudendo dai due lati i manifestanti. Situazione molto tesa. L'unica via d'uscita è verso la montagna.

Aggiornamenti ore 14. La situazione è più tranquilla la polizia si è accontentata di riprendere il totale controllo dell'area senza caricare i manifestanti.

Aggiornamenti ore 15. Parte il blocco della statale 24 a Bussoleno, dove già passano i tir fatti uscire dall'autostrada bloccata al Prapuntin. Un blocco a intermittenza: dieci minuti si apre, dieci minuti si chiude. 
L'altra statale viene lasciata aperta per consentire ai compagni che man mano scendono dalla Clarea di raggiungere la zona. I blocchi vanno avanti per circa tre ore.

Aggiornamento ore 18. Sull'autostrada si fa il punto della situazione e si decide di moltiplicare le iniziative per mettere sabbia nella macchina dell'occupazione militare. La notte sarà lunga.

Giovedì 12 viene fissato un appuntamento alle 18 a Giaglione per assemblea, passeggiata in paese contro la decisione del sindaco di dichiarare abusivo il presidio sorto di fronte al campo sportivo del paese.
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		<title>11 aprile. Primavera di resistenza</title>
		<link>http://anarresinfo.noblogs.org/2012/04/10/11-aprile-primavera-di-resistenza/</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 15:17:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inform/Azioni]]></category>
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		<category><![CDATA[no tav]]></category>
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		<category><![CDATA[resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[L’11 aprile è il giorno degli espropri. L’ultimo atto prima dell’avvio dei lavori per il tunnel geognostico della Maddalena. 11 mesi dopo il primo attacco, le truppe di occupazione hanno concluso la recinzione dei terreni. 
Sono stati mesi di resistenza pressoché quotidiana, mesi nei quali abbiamo cercato di mettere i bastoni tra le ruote ad una macchina militare costruita con cura e intelligenza per disciplinarci, dividerci, spaventarci. Non ci sono riusciti e ogni volta ne provano una nuova per spezzare un movimento di irriducibili rompiscatole, gente che non si fa dividere, gente che non molla né si spaventa, gente che da il "cattivo" esempio un po' a tutti. 

Domani in tutta Italia vi saranno iniziative di lotta a sostegno dei No Tav ma, soprattutto, a sostegno di un’idea di relazioni politiche e sociali diversa da quella in cui siamo forzati a vivere, dove libertà, uguaglianza, solidarietà siano impegni e obiettivi comuni non parole con cui celebrare la retorica di una democrazia fatta di guerra, sfruttamento, oppressione. 
La lotta No Tav è divenuta punto di riferimento per le tante resistenze del nostro paese. Una lotta popolare, dove i processi decisionali provano a costruirsi dal basso, tramite il metodo del consenso, nel confronto diretto nelle assemblee e nei comitati locali. Non sempre ci si riesce, perché l’abitudine alla delega, la forza delle gerarchie che segnano una società autoritaria, sono difficili da sconfiggere. Ma, con pazienza e con fatica, ci proviamo, perché sappiamo che la posta in gioco è molto alta. La possibilità di immaginare costruendolo e di costruire immaginandolo un futuro che dia senso al nostro presente. 

Ieri al merendin di pasquetta in Clarea, assediati da imponenti recinzioni, uomini in armi e mezzi militari dappertutto, alcuni di noi si domandavano quanta strada avessimo fatto in tanti anni, quanti chilometri avessimo macinato, quante iniziative costruito, quante parole spese per tessere la tela robusta della quale è fatto questo nostro movimento. Una tela che è forte anche della capacità costante di re-inventarci spazi e prospettive, di sorprendere i nostri avversari, di allargare nel contempo il consenso popolare intorno alle nostre iniziative.
Ieri c’era chi mangiava, chi arrostiva il cibo sulla brace, chi cantava e chi discuteva.
C’era anche chi saliva alle vasche e di lì alla Maddalena occupata. La scena è desolante: un deserto circondato da muri e reti, coronate di filo spinato. Una enorme ferita. Il 27 giugno, il 16 e il 24 agosto e infine il 27 febbraio si sono presi tutto. Dall’alto si vedono bene le recinzioni concentriche che segnano i progressi degli occupanti. 
Ormai da mesi, sin da metà settembre, il movimento si interroga sulle prospettive di lotta, che certo non sono più quelle del 2005. Oggi il governo ha affinato i mezzi, sapendo calibrare propaganda e violenza. 
Nel 2005 i check point di polizia che impedivano l’accesso al paese di Mompantero rendevano visibile l’occupazione militare in tutto il suo portato materiale e simbolico, oggi il check point sulla strada dell’Avanà chiude una strada di vigne, senza case, persone, affetti divisi. 
Il catino della Clarea è perfetto per una guerra tra eserciti, molto meno per una lotta popolare, che ha i suoi ritmi, fatti di partecipazione diretta di tutti, anziani, ragazzini e malati compresi. 
L’8 dicembre con 14 ore di occupazione popolare dell’autostrada, poi in modo più netto con i blocchi prolungati di fine febbraio il movimento ha ri-trovato il suo ritmo, una lotta capace di mettere nuovamente in difficoltà l’avversario. Un avversario che non guarda in faccia nessuno, che pesta, gasa e rompe ossa in ogni dove ma indubbiamente preferisce farlo in una zona appartata e remota come la Clarea piuttosto che nel cuore della valle, a due passi dalle case. 
Quando i lacrimogeni centrano i cortili delle abitazioni, quando la guerra attraversa il tuo paese, quando la democrazia reale si mostra senza infingimenti né belletti, la resistenza si rinforza, la gente esce dal lavoro e va alla barricata, il tempo della libertà prende il sopravvento su una quotidianità scandita dal ritmo della merce. 

C’è chi si affeziona ai luoghi. Fa bene, perché i luoghi vivono grazie a chi li ama. Vedere la Clarea ridotta a polvere e filo spinato fa male a tutti. 
Ma non è lì che si gioca la partita. Il governo lo ha capito tanto bene che ha deciso di far partire l’iter di approvazione di nuove leggi che sanzionino pesantemente i blocchi stradali e ferroviari. Se non gli dessimo fastidio, se volessero tenerci lontani da quelle dannate reti, perché fare una legge per tenerci invece lontani dall’autostrada?
Con la grande manifestazione del 25 febbraio e con i blocchi della settimana successiva abbiamo rotto l’accerchiamento mediatico con il quale hanno giustificato repressione ed arresti.
La scommessa per i prossimi giorni e mesi – l’11 è solo una tappa – è di creare le condizioni perché le truppe siano costrette al ritiro.
Occorre inceppare la macchina dell’occupazione, intralciarla con pazienza giorno dopo giorno, rendendo visibile la gestione militare del territorio. In quest’angolo di nord ovest la situazione può divenire ingovernabile, specie se riusciremo ad unire le resistenze non in un cartello politico ma nella pratica del mutuo appoggio e della solidarietà concreta.

Scegliamo noi i luoghi della resistenza. 
Se ci riusciremo, se ogni paese, ogni strada diventerà per loro un problema, saranno costretti ad andarsene da Clarea come se ne andarono da Venaus. 
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		<title>No Tav. Assemblea popolare: cronache, riflessioni, proposte</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2012 00:54:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
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		<category><![CDATA[no tav]]></category>
		<category><![CDATA[assemblea]]></category>

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		<description><![CDATA[Martedì 3 aprile. Folla delle grandi occasioni al Polivalente di Bussoleno. Sul piatto la discussione sull’11 aprile, il giorno in cui l’occupazione di fatto dei terreni di Clarea diventerà legale, perché verranno fatte le procedure per l’occupazione “temporanea”. Un atto formale ma importante, poiché indispensabile all’avvio dei lavori.
L’assemblea si apre con la lettura di una lettera di Luca Abbà, accolta da un fragoroso applauso.
Unanime è la solidarietà ai No Tav ancora in carcere, alcuni dei quali in condizioni di semi isolamento.
Poi si discute del da farsi. Già nei giorni precedenti era girato un appello a tutti i No Tav sparsi per la penisola, perché l’11 attuassero azioni di sostegno alla lotta in Val di Susa.
Il canovaccio da cui si dipana la discussione è comune: mettere i bastoni tra le ruote alle truppe di occupazione. Resta sullo sfondo la questione del terreno di lotta da privilegiare. Le reti del fortino o le azioni per rallentare, inceppare, mettere in difficoltà i movimenti degli occupanti e delle ditte incaricate?
La questione, come ormai da lunghi mesi, resta aperta.
La tensione che attraversa un po’ tutti è la stessa: cercare di essere efficaci, non rassegnarsi ad un ruolo testimoniale, come accaduto ad altri movimenti, che hanno infine subito l’inizio dei lavori, senza riuscire a contrastare la macchina militare che li sostiene.
Nei fatti, fatti più pesanti di qualsiasi retorica assembleare, è innegabile che a dicembre (sull'autostrada) e nella settimana tra il 27 febbraio e i primi di marzo (sempre a fare blocchi) per la prima volta siamo riusciti a mettere in difficoltà l'avversario, a rompere l'accerchiamento mediatico sino ad indurre Regione e Provincia a cercare un confronto istituzionale sulle compensazioni. Se cercano di comperarti vuol dire che le tue azioni sono salite di valore.
Siccome sono criminali ma non stupidi, quelli del governo sanno che la nostra libertà non ha prezzo. Il governo lo ha capito tanto bene che ha deciso di far partire l’iter di approvazione di nuove leggi che sanzionino pesantemente i blocchi stradali e ferroviari. Una legge scritta per tenerci lontani dall’autostrada.
Non siamo più nel 2005: lo scopo principale non è la torta di 22 miliardi di euro, ma il disciplinamento di un movimento di irriducibili rompiscatole, gente che non si fa dividere, gente che non molla né si spaventa, gente che da il "cattivo" esempio un po' a tutti.
Occorre allargare il fronte di una resistenza, che, anche a bassa intensità, metta i bastoni tra le ruote alle truppe di occupazione: solo così possiamo cominciare a gettare le basi perché poco a poco la situazione divenga per loro ingovernabile.
Andare in Clarea, monitorare quello che accade, può essere utile, ma la partita si gioca altrove.
Non si tratta di lasciare loro Clarea, ma di creare le condizioni per potersela riprendere. Se riusciamo a rendergli la vita difficile un po’ dappertutto prima o poi se ne andranno.

Sull’assemblea di Bussoleno ascolta l’intervista a Blackout di Alberto Perino

il programma per la settimana dell'11A: 

Lunedì 9 aprile pasquetta in Clarea con passeggiata e merenda

Martedì 10 assemblea No Tav a Giaglione ore 20

Mercoledì 11 dall’alba doppio appuntamento contro l’occupazione “temporanea” dei terreni per fare il tunnel :
- al campo sportivo di Giaglione
- ai cancelli della Centrale a Chiomonte (lì verranno fatti entrare i proprietari dei terreni)

Nel pomeriggio appuntamento alle 17 al presidio internazionale di Susa per inceppare la macchina dell’occupazione militare. Si comincia con un’assemblea e poi si va.

Mercoledì 11/domenica 15 settimana di lotta No Tav ovunque
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		</item>
		<item>
		<title>La strage delle memoria</title>
		<link>http://anarresinfo.noblogs.org/2012/04/06/la-strage-delle-memoria/</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 17:38:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
				<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Inform/Azioni]]></category>
		<category><![CDATA[l'informazione di anarres]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[Pinelli]]></category>
		<category><![CDATA[strage di stato]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato 7 aprile
via Po 16 a Torino
punto informativo
i 17 morti di piazza Fontana, l’assassinio di Pinelli nel “film/romanzo” di Giordana, o del revisionismo in salsa PD

Venerdì 20 aprile ore 21
in corso Palermo 46
Incontro con Paolo Finzi

Nel dicembre del 1969 Paolo aveva meno di diciottanni. 
Dopo la strage alla banca dell’Agricoltura fu tra le centinaia di anarchici condotti in questura per l’interrogatorio.
Lui tornò alla sua casa, Pino Pinelli no.
Testimone e protagonista di quegli anni, Paolo ci racconterà una storia che ha lasciato un segno indelebile nella sua vita. 

Prima dell’incontro verrà proiettato il breve film di Elio Petri 
“Tre ipotesi sulla morte di Pinelli” 
con Gian Maria Volonté, Giancarlo Dettori, Renzo Montagnani.

Torniamo indietro. A quel dannato 15 dicembre del 1969, il giorno che Giuseppe Pinelli venne ammazzato nella questura di Milano, nella stanza del commissario della “squadra politica” Luigi Calabresi.
Tre giorni prima una bomba di Stato aveva fatto strage di 17 persone nella banca dell’agricoltura di piazza Fontana. Immediatamente era scattata la caccia all’anarchico: decine e decine di compagni erano stati fermati e portati in questura e sottoposti a martellanti interrogatori. Giuseppe Pinelli, partigiano, ferroviere, sindacalista libertario, attivo nella lotta alla repressione, era uno dei tanti.
Uno dei tanti che in quegli anni riempivano le piazze per farla finita con lo sfruttamento e l’oppressione.

Il copione venne preparato con cura ed eseguito a puntino. Un sistema politico e sociale che aveva imbalsamato la Resistenza, represso la protesta operaia e contadina, stava traballando sotto la pressione delle lotte a scuola e in fabbrica.
La strage di piazza Fontana, la criminalizzazione degli anarchici, l’assassinio di Giuseppe Pinelli furono la risposta dello Stato al movimento del Sessantotto e del Sessantanove.
Solo la forza di quel movimento impedì che il cerchio si chiudesse, che gli anarchici venissero condannati per quella strage, la prima delle tante che insanguinarono l’Italia.
Quelle stragi, maturate nel cuore stesso delle istituzioni “democratiche”, miravano ad imporre una svolta autoritaria, a dittature feroci come quelle di Grecia, Argentina, Cile. Basta con la favola dei “servizi segreti deviati”! Gli stragisti sedevano sui banchi del governo. Uomini dei servizi e poliziotti come Calabresi obbedivano fedelmente alle direttive dello Stato.

Dopo 40 anni lo Stato cerca di assolvere definitivamente se stesso, mettendo sullo stesso piano i carnefici e le vittime. Non è un caso che il protagonista sia Giorgio Napolitano. Napolitano, come il suo collega Violante, che equiparò i partigiani ai fascisti di Salò, riscrive la storia.
Nel 2009 cercò di mettere una pietra tombale sulle vicende di quegli anni invitando alla stessa cerimonia la vedova di Pino e quella del suo assassino. 
Poi è arrivato Cucchiarelli con il suo libro di fantasie spacciate per verità. Da quel libro, Giordana, anche lui arruolato nel partito del Presidente, ha tratto un film che non è che un romanzaccio. 
Al centro la tesi folle che nello stesso giorno nella medesima banca qualcuno avesse piazzato due bombe, una più debole, fatta mettere da settori dello Stato che volevano un irrigidimento della morsa disciplinare sui movimenti, l’altra, cattiva ed assassina, fatta sistemare dalla NATO per provocare il golpe in Italia. Prove? Nessuna! Lo scopo? Chiarissimo! Inventarsi la tesi degli opposti stragismi, uno anarchico, l’altro fascista, entrambi burattini manovrati nel buio di trame oscure. 
Nel romanzo di Giordana ci sono due santi e martiri, che ci lasceranno la pelle ma salveranno lo Stato. Nell’improbabile ruolo, il commissario Luigi Calabresi e l’allora ministro degli esteri Aldo Moro. 
Aldo Moro, tra i protagonisti dell’attacco ai movimenti sociali, che stavano mettendo in seria discussione un assetto sociale fondato sullo sfruttamento, l’autoritarismo, la violenza di Stato, si trasforma in un mistico con la premonizione del martirio, antesignano di quel compromesso storico tra democrazia cristiana e partito comunista, dove oggi il PD, riconosce le proprie radici. Peccato che del suo ruolo di salvatore della democrazia non vi sia alcuna traccia né nei documenti né nelle testimonianze. Una delle tante libertà letterarie di Giordana. 
Calabresi era un noto persecutore di anarchici: fu lui a puntare il dito contro gli anarchici milanesi, sin dai tempi delle bombe del 25 aprile alla Fiera Campionaria di Milano. 
Giuseppe Pinelli, interrogato per tre giorni e tre notti, quando i termini legali del fermo erano ormai scaduti, venne gettato dalla finestra della stanza di Calabresi. Forse era già morto per le botte ricevute, forse morì dopo. Calabresi, Guida, il questore di Milano già a capo del confino di Ventotene, e gli altri poliziotti e carabinieri sostennero che si era ammazzato. 
Lo fecero tanto male, che Gerardo D’ambrosio, allora giovane PM, oggi senatore PD, chiuderà l’inchiesta sostenendo che Pinelli era morto per “un malore attivo”. Tesi edulcorata e ridicola che Giordana riprende nel suo film. 
I giudici “perbene” sono i comprimari nella classifica dei buoni. Peccato che dopo 43 anni dalle aule di tribunale non sia uscito nulla. E nulla poteva uscire, perché lo Stato non condanna se stesso.

Questo film è uno dei tanti tasselli di un revisionismo di “sinistra” che ha tentato di riscrivere quegli anni all’insegna di una pacificazione impossibile, vergognosa, inaccettabile. 
Uno dei tanti modi di liquidare un’intera epoca di lotte e passioni civili, trasformando gli anarchici in macchiette, un po’ sciocchi, utili idioti magari un po’ criminali.
Il grande essente, volutamente rimosso, cancellato, nascosto è il 1969.
Il grande freddo del mese della strage, seguiva l’autunno caldissimo di quell’anno. Di quell’autunno di lotte operaie oggi resta ben poco. L’articolo 18 è l’ultimo frammento rimasto: PD e PDL, uniti contro chi vive di lavoro, lo stanno cancellando. 
Noi, tenaci, ricordiamo: se in Italia non ci fu il golpe, se il disegno dei Calabresi, Guida, Rumor non funzionò fu grazie ad un paese, dove le menzogne di Stato avevano le gambe corte, fu grazie ai movimenti sociali che riempirono le piazze per gridare una verità, allora evidente a tutti. 
“La strage è di Stato, Valpreda è innocente. Pinelli è stato assassinato e Calabresi è uno dei suoi assassini.”
Il destino dei vinti non è solo la sconfitta ma anche l’oblio. Quell’oblio al quale Giordana, Cucchiarelli e il partito del Presidente Napolitano vogliono consegnare quegli anni.
Quella di Giordana è una vera strage della memoria. 
A noi tutti il compito di mantenerla viva. Finché gli sfruttati e gli oppressi di questo paese sapranno ricordare la loro Storia, non saranno ancora sconfitti. Finché gli sfruttati e gli oppressi sapranno alzare la testa, lottare per una società di liberi ed eguali, senza Stati, giudici, poliziotti, la strada sarà ancora aperta. 
Ogni anno, ogni giorno, ogni momento può essere una nuova stagione delle ciliegie. Cogliamole e facciamone dono a chi verrà dopo.

Federazione Anarchica Torinese –FAI
Corso Palermo 46 – riunioni ogni giovedì alle 21 (questa settimana la riunione della FAT è anticipata a martedì) - 338 6594361 – fai_to@inrete.it
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		<item>
		<title>Messaggio di Luca all&#8217;assemblea No Tav</title>
		<link>http://anarresinfo.noblogs.org/2012/04/04/messaggio-di-luca-allassemblea-no-tav/</link>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 23:53:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anarres</dc:creator>
				<category><![CDATA[Inform/Azioni]]></category>
		<category><![CDATA[l'informazione di anarres]]></category>
		<category><![CDATA[no tav]]></category>
		<category><![CDATA[assemblea]]></category>

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		<description><![CDATA[Un saluto a tutti gli attivisti e attiviste No Tav di Val Susa e non solo
Mando questo piccolo contributo per l’assemblea e anche in vista delle prossime mobilitazioni.

Prima però, due parole sul mio stato di salute: sono ancora sdraiato in un letto ma in lento e costante miglioramento. Le ferite si stanno chiudendo e nei prossimi giorni proverò ad alzarmi in piedi.
Negli ultimi giorni una febbre fastidiosa mi ha fatto tribulare non poco.
In ogni caso si prospettano ancora alcune settimane di ospedale e poi fisioterapia per una riabilitazione che si annuncia abbastanza lunga.

So che siamo alla vigilia di ulteriori momenti importanti per il Movimento, io riesco a seguire a distanza gli accadimenti ma anche questa volta non potrò essere li fisicamente. Consideratemi comunque moralmente presente con il mio spirito e la mia tenacia. Immagino che tutti noi siamo pieni di rabbia per quello che continuiamo a subire da anni, sarebbe importante però che questa rabbia non si sfogasse con gesti di violenza gratuita ma che venisse trasformata in una lucida determinazione al fine di aver una maggiore efficacia nell’azione sul campo.
Stiamo tutti crescendo in questi mesi e credo che l’esperienza accumulata da ognuno di noi sia un fondamentale bagaglio da mettere a frutto nei momenti importanti.
Io credo che ce la faremo a fermare quest’opera ma il traguardo è tutt’altro che vicino, per cui già a partire dalla prossima settimana chiedo a tutti di dare il massimo. La fortuna spesso ci ha accompagnato (anche nel mio caso), e credo che sarà ancora per un po’ nostra alleata.

Forza coraggio e gioia a tutti. Ora e sempre No Tav!

2 aprile 2012 
da un letto di ospedale, Luca Abbà

ps. autorizzo a pubblicare questo comunicato su siti e liste di Movimento ma diffido (con poche speranze però) i mass media di farne oggetto di speculazione.
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		<title>11 aprile. Appello dal movimento No Tav. Diffondere la Resistenza</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2012 14:31:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questo appello è rivolto a tutti gli uomini e donne che, in questi lunghi mesi di occupazione militare, in questi mesi di lotta e resistenza NoTav, si sono schierati al nostro fianco in ogni dove d’Italia. 

Grazie a voi è stato chiaro a chi ha cuore e intelligenza che la lotta dei No Tav di quest’angolo di Piemonte è la lotta di tutti coloro che si battono contro lo sperpero di denaro pubblico a fini privatissimi, contro la devastazione del territorio, contro la definitiva trasformazione in merce delle nostre vite e delle nostre relazioni sociali.

Difendere la propria terra e la propria vita è difendere il futuro nostro e di tutti. Il futuro dei giovani condannati alla precarietà a vita, degli anziani cui è negata una vecchiaia dignitosa, di tutti quelli che pensano che il bene comune non è il profitto di pochi ma una migliore qualità della vita per ciascun uomo, donna, bambino e bambina. Qui e ovunque.
In ogni ospedale che chiude, in ogni scuola che va a pezzi, in ogni piccola stazione abbandonata, in ogni famiglia che perde la casa, in ogni fabbrica dove Monti regala ai padroni la libertà di licenziare chi lotta, ci sono le nostre ragioni.

Dopo la terribile giornata del 27 febbraio, quando uno di noi ha rischiato di morire per aver tentato di intralciare l’allargamento del fortino della Maddalena, il moltiplicarsi dei cortei, dei blocchi di strade, autostrade, porti e ferrovie, in decine e decine di grandi e piccole città italiane ci ha dato forza nella nostra resistenza sull’autostrada. 
In quell’occasione abbiamo capito che, nonostante le migliaia di uomini in armi, il governo e tutti i partiti Si Tav erano in difficoltà. Si sono aperte delle falle nella propaganda di criminalizzazione, si sono aperte possibilità di lotta accessibili a tutti ovunque.

Il 27 febbraio non si sono limitati a mettere a repentaglio la vita di uno dei noi, hanno occupato un altro pezzo di terra, l’hanno cintata con reti, jersey, filo spinato.

Il prossimo mercoledì 11 aprile vogliono che l’occupazione diventi legale. 
Quel giorno hanno convocato i proprietari per la procedura di occupazione “temporanea” dei terreni. Potranno entrare nel fortino fortificato come in guerra solo uno alla volta: se qualcuno non si presenta procederanno comunque. L’importante è dare una patina di legalità all’imposizione violenta di una grande opera inutile. Da quel giorno le ditte potranno cominciare davvero i lavori.

I No Tav anche questa volta ci saranno. Saremo lì e saremo ovunque sia possibile inceppare la macchina dell’occupazione militare.

Facciamo appello perché quel giorno e per tutta la settimana, che promoviamo come settimana di lotta popolare No Tav, ci diate appoggio. Abbiamo bisogno che la rete di solidarietà spontanea che ci ha sostenuto in febbraio, diventi ancora più fitta e più forte.

Non vi chiediamo di venire qui, anche se tutti sono come sempre benvenuti, vi chiediamo di lottare nelle vostre città e paesi.
Vi chiediamo di diffondere la resistenza.

Movimento No Tav
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		<title>Milano. Serata No Tav, No Repressione. Intervista a Eugenio Losco</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Mar 2012 17:50:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Domani a Milano ci sarà una serata NO-RAV, No Repressione ad Alta Velocità.

Ospiti gli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini ed alcuni esponenti del movimento contro la Torino Lyon. Abbiamo raggiunto telefonicamente l’avvocato Losco e abbiamo discusso con lui del tema della serata: i nuovi scenari repressivi contro le lotte politiche e sociali.

Radio Blackout ha intervistato Eugenio Losco. 
Ascolta qui l’intervista
 
Giovedì 29 marzo
NO R.A.V. – Repressione ad Alta Velocità
Incontro a Milano con gli avvocati Losco e Straini – difensori dei No Tav milanesi arrestati – ed alcuni esponenti del movimento No Tav.

Per fare il punto sugli arresti del 26 gennaio e ragionare sulle strategie repressive di governo (daspo, arresto in differita, fermo di polizia, nuovo reato associativo) e magistratura (torsione delle leggi attuali per bloccare l’opposizione politica e sociale).
Ore 21 alla FAI milanese in viale Monza 255
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		<title>Poligono di Quirra. Il punto su una strage di Stato dopo l’inquisizione di generali ed esperti</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 13:58:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’inchiesta sulla strage che da molti anni colpisce le popolazioni che vivono nella zona del Poligono di Quirra è giunta ad una prima conclusione. Nel registro degli indagati sono finiti in venti: gli ex comandanti del poligono sperimentale di Perdasdefogu e del distaccamento di Capo San Lorenzo, ma anche i responsabili sanitari del comando militare, alcuni professori universitari e i membri di un commissione nominata dal Ministero della Difesa che avrebbero dovuto studiare gli effetti della contaminazione dell’uranio.
Nell’elenco dei primi venti indagati è finito anche il sindaco di Perdasdefogu, uno dei paesi su cui ricade la gigantesca base militare sarda. Walter Mura, insieme al medico competente del poligono, è accusato di aver ostacolato l’inchiesta sul disastro.
Nelle ossa di dodici cadaveri riesumati per ordine del magistrato ci sono tracce del micidiale torio. Le persone stroncate dal nemico radioattivo potrebbero essere non meno di centosessanta. 
La diffusione dei tumori e delle leucemie tra gli abitanti della zona dimostrano come le sostanze tossiche e radioattive abbiano contaminato il suolo, le falde acquifere che alimentano diversi paesi e persino l'atmosfera. Gli effetti, oltre alla morte di militari e dei pastori che hanno allevato le loro greggi dentro il poligono, sono dimostrati dalla nascita di bambini e agnelli malformati. Ora c’è la prova, quella che non hanno mai riscontrato le commissioni nominate per far luce su una strage contro la quale si battevano da anni ambientalisti e antimilitaristi. 

Secondo Francesco, attivista antimilitarista di Villaputzu, l’inchiesta sarebbe stata aperta per bloccare una possibile insorgenza popolare, ridare fiducia nelle stesse istituzioni che per decenni hanno coperto la strage, perché gli affari potessero andare avanti.
Purtroppo in molti casi le stesse vittime diventano complici. I pastori, che, quando non ci sono esercitazioni, pascolano le pecore nella vastissima area del poligono, non hanno purtroppo interesse a far rilevare che i loro animali vivono in un territorio pesantemente inquinato. 
La stessa proposta di riconversione dal militare al civile del Poligono non modificherebbe la situazione, poiché le ditte private che già oggi sperimentano a Quirra, producono danni equivalenti se non superiori a quelli dei militari. Solo la chiusura definitiva del Poligono aprirebbe qualche prospettiva per la salute delle persone e per un diverso futuro del territorio ogliastrino. 

Di seguito una scheda sul poligono del Salto di Quirra.
È la base militare sperimentale più grande d'Europa, costruita intorno al 1954 ed estesa su circa13.500 ettari a terra, con una ulteriore superficie che si estende a mare fino a superare l'intera superficie dell'isola di Sardegna (quasi 29 mila Kmq).
In quanto base militare viene utilizzata dall'esercito italiano e da eserciti stranieri (NATO, ma non solo) per esercitazioni e addestramento. 
In quanto sito di sperimentazione, la base è attrezzata ed utilizzata per la prova di prototipi di armamenti e come mercato dimostrativo dove i produttori di armi possono esporre ai potenziali acquirenti il funzionamento e l’efficacia dei dispositivi proposti. Questa funzione rende il PISQ molto particolare: esistono al mondo solo altri tre poligoni che possono essere noleggiati da eserciti stranieri e industrie private. Il costo medio è di circa 50 mila euro l'ora.
Le attrezzature del Poligono sono usate anche per il test di tecnologie militari applicate ad usi civili (se ha senso tale distinzione): si tratta di esperimenti pericolosi ed esplodenti, come quelli sulla tenuta degli oleodotti o sui motori dei razzi per satelliti, che richiedono le stesse strutture usate per la prova di armamenti. Attualmente sono questi gli usi con le ricadute più pesanti in termini di inquinamento.

che cosa comporta il PISQ 
Il Sarrabus-Gerrei è una delle zone a minor densità abitativa in Europa, ma non per questo nel 1954 ci si sarebbe privati del territorio oggi occupato dal Poligono; quelle aree avevano una loro vocazione alla viticoltura ed all’allevamento e, verosimilmente, se oggi non ci fosse la base, si sarebbero sviluppati anche altri settori: turismo, pesca, agrumeti, serricoltura, ortalizie, apicoltura, ecc...
La base è nata da esigenze estranee a quelle delle popolazioni ed ha trasformato il rapporto con il territorio creando delle condizioni che oggi vengono percepite come uno stato di fatto immutabile:

•     sottrazione di sovranità: le popolazioni subiscono decisioni prese completamente al di fuori del proprio controllo, estranee ai propri interessi, senza avere alcuna voce in capitolo, anzi spesso volutamente disinformate dalle autorità;
•     cristallizzazione economica (se non arretramento): la popolazione complessiva attorno al PISQ, è diminuita tra il 1971 ed il 2009 di 4.580 unità ovvero del 12% (dati ISTAT). Una realtà demografica cui fa riscontro il reddito medio per abitante che per il 2008 è di appena 6.857,00 €, contro una media italiana di 18.900,00 
•     distruzione del patrimonio archeologico e naturalistico: vale per tutti il caso del complesso carsico di S’Ingutidroxa, denunciato all’opinione pubblica da realtà autonome che operano nel territorio contro il poligono militare;
•     inquinamento dell'intera area tanto da causare modificazioni genetiche negli organismi vegetali ed animali e diffusione di alcune patologie (aumento dei malati di diabete fino al 300%, disturbi alla tiroide, ecc...), linfomi e cancri di vario genere, aborti e malformazioni negli animali e nell’uomo.

Il territorio e le popolazioni che "ospitano" il PISQ appaiono essere le prime vittime del Poligono e ne subiscono le conseguenze immediate, ma deve essere ben presente che gli ordigni sviluppati all’interno della base trovano utilizzo nei teatri di guerra di tutto il mondo come nuovi e più efficaci sistemi di distruzione e morte. 
La nocività del Poligono si estende ben oltre i confini dell’isola ed è difficile giustificare l’esistenza di una tale struttura nei termini dei posti di lavoro che sarebbe in grado di garantire, senza considerare che - oltre ai costi sanitari, sociali, economici e politici che pagano le popolazioni locali - i frutti del “lavoro” svolto nel Poligono ricadono sui morti e sui profughi nelle guerre dell’Africa e del Medioriente e sono un mezzo per il mantenimento di oppressione e sottosviluppo.
Tutto ciò è potuto accadere anche perché le stesse genti che subiscono la presenza della base militare hanno permesso questa situazione. 
I motivi di ciò sono, tutto sommato, spiegabili:
•     fiducia verso istituzioni statali, a cui si affida lo sviluppo del territorio, la creazione di opportunità economiche, la tutela della salute ed il rispetto delle leggi;
•     penetrazione dell’economia militare, per cui tutti hanno un parente, un amico, un vicino a qualche titolo coinvolto nell’attività bellica; pertanto una presa di posizione contraria al poligono comporta una frattura nella comunità e questo è forse il principale motivo per cui il territorio esprime una opposizione debole e disorganizzata, pronta a delegare a terzi (partiti, stampa, magistratura, ecc.) l’onere di una lotta di cui nessuno sembra volersi veramente fare carico;
•     sentimento di isolamento e di debolezza nei confronti di interessi che appaiono essere troppo più grandi rispetto a quelli delle popolazioni locali;
•     fondo di fatalismo e di cinismo, per cui si spera sempre che quanto succede agli altri non succeda a noi e si cerca di vivere la propria vita senza porsi troppi problemi.

Se oggi va maturando la consapevolezza della necessità di riappropriarsi del territorio e chiudere la struttura del Poligono, è evidente che è necessario superare la passività ed intraprendere un percorso di lotta. 

situazione attuale 
L’esistenza di una situazione sanitaria anomala è stata oggetto negli anni di molte denunce e ricerche. Oggi non è più necessario dimostrare l’esistenza o la consistenza della “sindrome di Quirra”, così come ci sono chiare evidenze di quelle che ne potrebbero essere le cause, tutte riconducibili alle attività del Poligono.
Fin dai primi anni ’80 tra le specie viventi (flora e fauna, inclusi gli umani) si son verificate molteplici anomalie che per gli abitanti della zona sono fatti noti: morìa ed aborti in bestie ed esseri umani, malformazioni nei feti e nei nati vivi, fino al caso di Escalaplano dove, a cavallo del 1988, su 25 nuovi nati, 14 risultarono affetti da malformazioni più o meno gravi. 
Nel 2001 un oncologo ed un medico di base di Villaputzu denunciavano una anomala quantità di tumori emolinfatici. 
Nel 2004 l’Istituto Superiore di Sanità raccomandava indagini epidemiologiche settoriali nell’intorno del Poligono. 
Nel 2006 lo screening sullo stato di salute della Regione Sardegna riscontrava percentuali di malattie paragonabili a quelle delle zone industriali. 
Nel 2008 il Comitato Scientifico di Base, organismo indipendente, agendo su incarico di associazioni locali attive nella lotta contro il PISQ, pubblicava uno studio in cui denunciava l’inquinamento elettromagnetico prodotto dalle apparecchiature in uso al Poligono. 
Nel 2009 lo stesso Comitato Scientifico di Base denunciava una percentuale abnorme di leucemie tra i lavoratori ed i residenti nell’intorno della base e tra i lavoratori civili del Poligono. 
È di oggi, infine, la denuncia dei veterinari della zona, che riscontra, tra gli allevatori operanti nella zona del Poligono, una percentuale di malati di leucemie pari al 65% dei residenti, oltre a dati inquietanti relativi allo stato di salute del bestiame.
Nei primi anni del 2000 ci si è concentrati sull’uranio impoverito, che potrebbe essere una con-causa, ma è stato dimostrato non essere il principale responsabile della situazione. Nonostante ciò sia noto da allora, ancora si svolgono inutili e costose indagini per la ricerca di agenti radioattivi non significativi, e ciò non può che destare allarme. 
E’ poi appena il caso di ricordare il tentativo di depistaggio che attribuiva la diffusione di leucemie alle vecchie miniere di arsenico, che è pure un agente patogeno, ma per tutt’altro tipo di tumori, peraltro poco presenti nel territorio. Tuttavia ancora c’è chi sostiene questa tesi!
Gli studi indipendenti e quelli svolti dalle diverse commissioni hanno invece evidenziato la presenza di nanoparticelle di metalli pesanti, generate negli impatti, nelle esplosioni e nelle combustioni dei propellenti usati dai missili; la presenza di inquinanti chimici (idrazina, tungsteno, ecc.) utilizzati nei combustibili dei missili e in alcuni dispositivi militari; la presenza di intensissimi campi elettromagnetici dovuti ai radar di controllo, segnalazione ed inseguimento, oltre ai dispositivi di guerra elettronica utilizzati e sperimentati nelle esercitazioni

responsabili e responsabilità
I responsabili diretti di quanto sta accadendo al territorio ed alle popolazioni attorno al Poligono Interforze del Salto di Quirra sono i governi, i militari e le industrie di armi e munizionamenti. Costoro hanno voluto il Poligono, lo hanno realizzato ed usato sulla base esclusiva dei propri interessi economici, politici, strategici, lucrando sulla vita e la salute delle popolazioni, senza metterle al corrente né dei rischi, né di eventuali misure protettive, negando, tacendo e falsificando anche di fronte all'evidenza. Le istituzioni politiche hanno agito in continuità con gli interessi militari ed industriali, senza mai ricredersi sulle scelte operate in passato e reiterando (ancora oggi) l'intoccabilità del Poligono e delle sue attività. 
Per non aver svolto il proprio ruolo di controllo e tutela sono responsabili: le istituzioni regionali e provinciali che si sono alternate dal 1954 fino ad oggi; i sindaci e le amministrazioni comunali, in particolare quelli di Perdasdefogu, Escalaplano e Villaputzu; le ASL competenti e l’ARPAS. Enti che avrebbero dovuto prevenire, controllare ed impedire lo scempio e che invece hanno sempre negato l'evidenza. Enti che insistono tutt'ora nel richiedere non solo il mantenimento della base militare ma finanche l'intensificazione delle sue attività. 
Per aver taciuto i rischi ed occultato informazioni allarmanti sono responsabili: tutte le imprese - pubbliche e private - che collaborano con il PISQ e che avrebbero potuto divulgare notizie relative alla pericolosità delle attività svolte nel Poligono; i sindacati, che - per tutelare pochi posti di lavoro (dai quali andrebbero sottratti quei pastori, agricoltori, pescatori, impiegati in attività civili, decimati dalla pandemia militarista) - difendono l'esproprio di un territorio vastissimo, accreditando il mestiere di militare come un “lavoro come gli altri”. Si trovano così vittime della contraddizione di tutelare la busta paga piuttosto che la persona. 
Una responsabilità nell'occultamento della verità e nel mantenimento della "pace sociale" deve essere attribuita anche alle istituzioni della chiesa cattolica che hanno mediato e diffuso l’ignoranza su quanto avveniva nella base. Vale su tutto la dichiarazione di mons. Mani, arcivescovo di Cagliari e generale di corpo d'armata, in quanto ex-capellano militare, che assicura personalmente «che nelle basi in Sardegna non viene utilizzato uranio impoverito». 

una prima conclusione
Nessuno dei responsabili dell’accaduto vuole in realtà porre fine alle malattie, all’impoverimento economico, alla distruzione dell’ambiente che hanno imposto per oltre mezzo secolo alle comunità locali, ne' sarà disposto a permettere un controllo sulle attività belliche, che - in verità - non sarebbero neanche possibili se non fossero occultate dal segreto militare. E’ evidente, quindi, che non ci può essere incontro tra gli interessi di chi guadagna dalle attività del Poligono e di quanti vi perdono la vita, come singoli, come comunità e come vittime della guerra.

Attendersi che l'intera popolazione si sollevi all'unisono e pretenda la chiusura del PISQ è una prospettiva irreale, sia perché parte della popolazione stessa è portatrice di interesse, sia perché l’atteggiamento prevalente è di indifferenza e cinismo. È’ necessario partire da questa realtà ed effettuare una scelta di campo: chi vuole mantenere il Poligono già lo manifesta; chi ne vorrebbe la chiusura deve prendere coscienza di questa divergenza di interessi. Non solo: l'esperienza di oltre mezzo secolo e le posizioni espresse quotidianamente dai responsabili mostrano che non si può fare affidamento su istituzioni che - a tutti i livelli - hanno dato copertura ai militari. 

Delegare e, dunque, affidare la vita, la salute, il territorio in cui viviamo in mani altrui, senza poter esercitare alcun controllo, è il meccanismo che ha portato alla condizione attuale. È necessaria, pertanto, una mobilitazione di base, in prima persona, in autonomia dalle organizzazioni istituzionali e tale da poter agire in modo diretto ed organizzato. 
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