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No Tav. Verso l’11 aprile: una primavera resistente

Meno catene per Tobia, Mambo, Jacopo
In questa settimana si sono allentate le catene per alcuni dei No Tav arrestati il 26 gennaio per la resistenza allo sgombero della Maddalena.
A Jacopo, che si trova ai domiciliari, è stato permesso di comunicare con l’esterno, Mambo e Gabriele sono passati dalla galera alla prigione casalinga.
Tobia, reduce da una settimana di ricovero in ospedale dopo la fine dello sciopero della fame, sta meglio. Il giudice gli ha ulteriormente ridotto le misure restrittive: da venerdì ha l’obbligo di dimora a Torino con coprifuoco serale e notturno. Sabato mattina è passato al presidio contro la crisi in corso Vercelli, lunedì è tornato a lavorare.
Sono ancora in carcere sette No Tav: Juan, Maurizio, Marcelo, Niccolò, Luca, Giorgio, Alessio.
Sabato pomeriggio i compagni di Giorgio, rinchiuso in semi-isolamento a Saluzzo, hanno organizzato un presidio al carcere. Di fronte alle altre carceri i presidi solidali si erano svolti contemporaneamente l’11 febbraio.

Abbiamo intervistato Tobia sul suo “27 giugno”, sulla giornata di resistenza allo sgombero della Maddalena, per la quale è stato arrestato il 26 gennaio.

Ascolta la sua testimonianza

Giornata nei campi di Luca
Domenica 25 marzo l’appuntamento è al Cels, la frazione di Exilles dove vive e lavora Luca Abbà, il contadino folgorato su un traliccio durante lo sgombero della baita Clarea.
Luca, poco a poco, si sta riprendendo ma ci vorranno lunghi mesi e tante altre sofferenze per curare le gravissime ustioni che gli hanno inciso le carni.
Un folto gruppo di No Tav armato di rastrelli e altri attrezzi da lavoro pulisce i castagneti di Luca e a fa altri lavori, che oggi lui non può fare. Un segno di solidarietà concreta, che è anche la misura della irrimediabile diversità del movimento No Tav, del suo saper fondere solidarietà e resistenza, autogestione e conflitto.
Nel pomeriggio, dopo un pranzo condiviso, canti e balli si scende al cancello della centrale a Chiomonte. Alcuni si avviano per il sentiero, altri restano al ponte e fanno battiture e slogan. I primi riescono ad arrivare al curvone che conduce alla Maddalena prima di essere intercettati dalle truppe in assetto antisommossa e tornare indietro. Per i secondi, dopo un avvio sonnacchioso, arrivano due blindati e un lince. Vengono salutati con slogan e nuove battiture.

Ascolta l’intervista di Danilo di Exilles sulla giornata

Verso l’11 aprile
Il 27 febbraio, il giorno dello sgombero della Baita Clarea e del gravissimo incidente a Luca, le truppe dello Stato hanno occupato un altro pezzo di terra, l’hanno cintato con reti, jersey, filo spinato. Dopo dieci mesi, senza preoccuparsi di fare le procedure per l’occupazione “temporanea” hanno fatto l’ultimo passo, la presa dei terreni, dove scavare per il tunnel geognostico.
Mercoledì 11 aprile vogliono che l’occupazione diventi legale. Quel giorno hanno convocato i proprietari per la procedura di occupazione “temporanea” dei terreni. Potranno entrare nel fortino solo uno alla volta, scortati dalla polizia: se qualcuno non si presenta procederanno comunque. L’importante è dare una patina di legalità all’imposizione violenta di una grande opera inutile. Da quel giorno le ditte potranno cominciare davvero i lavori.
I No Tav non mancheranno certo all’appuntamento, i sindacati di base daranno copertura convocando sciopero sia nel privato che nel pubblico, per consentire a tutti, anche a chi lavora, di partecipare. L’appuntamento sarà al fortino, ma i No Tav hanno imparato la lezione: la macchina dell’occupazione militare può essere messa in panne, scegliendo di volta in volta dove e quando agire.
Uscire dal catino della Clarea, dalla trappola allestita dallo Stato, che vuole nascondere la militarizzazione del territorio e la resistenza dei No Tav, mette in difficoltà un avversario che usa armi da guerra e poi intesse elegie alla non violenza.
La lotta popolare ha trovato il proprio ritmo, con azioni cui possono partecipare tutti.
Il movimento No Tav ha lanciato una settimana di lotta, facendo appello perché in ogni città ci siano iniziative l’11 aprile e i giorni successivi.
Dopo la caduta di Luca in ogni angolo d’Italia ci sono state manifestazioni, blocchi, presidi, occupazioni. Per il governo Monti non è stato un momento facile: le migliaia di uomini e donne in armi inviati in Val Susa servivano a poco, se ovunque si moltiplicavano le azioni di resistenza.
La lotta No Tav è divenuta un affare nazionale, perché l’opposizione al supertreno è lotta contro lo sperpero di denaro pubblico, spinta alla partecipazione diretta, rifiuto della delega in bianco, della logica della merce, del profitto ad ogni costo, della violenza di Stato come strumento di regolazione dei conflitti.

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Torino. Anarchici a giudizio per furto… per aver staccato manifesti fascisti!

Cosa fareste se vedeste un po’ di fascisti affiggere manifesti sulla marcia su Roma? Naturale che i manifesti finiscano in terra.
Il fascista Lonero accusa quattro anarchici di “furto” per aver strappato i manifesti del suo partito inneggianti alla marcia. Una follia? Non per il solerte PM Rinaudo che ha deciso il rinvio a giudizio. Si va in aula il 28 maggio.

I fatti.
Era la vigilia del 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma. Nel pomeriggio c’era stato un presidio No Tav in piazza Castello, in serata una riunione No Tav nella sede del centro di documentazione “Sereno Regis” in via Garibaldi 13.
All’uscita dalla riunione alcuni compagni si dirigono alle auto per andare a casa, quando all’improvviso una macchina con a bordo quattro uomini entra sgommando a grande velocità in via Garibaldi, una via pedonale del centro. Ne scendono quattro uomini che affiggono manifesti de “La Destra” inneggianti alla marcia su Roma. I manifesti vengono strappati e i compagni riprendono la via di casa.
I fascisti non gradiscono, inseguono gli anarchici che si fermano ad aspettarli. I fascisti, tra cui il segretario cittadino e capogruppo in comune Giuseppe Lonero, si lamentano, invocano la democrazia e si vantano di non aver infastidito il presidio No Tav del pomeriggio.
Gli anarchici dichiarano il proprio antifascismo e se ne vanno.
Il giorno dopo Lonero diffonde un comunicato nel quale dichiara che lui e i suoi camerati sarebbero stati “aggrediti da un gruppetto di No Tav che aveva appena finito di manifestare in piazza Castello. Personaggi, in evidente stato di ubriachezza o probabilmente sotto effetto di sostanze stupefacenti, che hanno continuato ad insultarci e hanno staccato ripetutamente i nostri manifesti”.
Non pago degli insulti a mezzo stampa Lonero si è precipitato dalla Digos ed ha sporto denuncia per… furto! Una porcheria che non stupisce da parte di un fascista.
Come non stupisce che uno come il PM Rinaudo, specializzato nella caccia all’anarchico, già titolare di numerose inchieste contro i libertari torinesi, abbia colto la palla al balzo per formulare l’ennesima accusa. Nel mirino quattro anarchici torinesi, tre dei quali, aderenti alla nostra Federazione.
Un’accusa insensata che tuttavia fa gioco per criminalizzare gli anarchici, i No Tav e chiunque si batta contro un sistema politico e sociale fondato sulla gerarchia e l’oppressione.
Non sarà quest’ennesimo attacco della Procura torinese a tapparci la bocca. Anzi!

Federazione Anarchica Torinese –FAI
Corso Palermo 46 – riunioni ogni giovedì alle 21 (questa settimana la riunione della FAT è anticipata a martedì) – 338 6594361 – fai_to@inrete.it

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Torino. La crisi? La paghino i padroni!

Sabato 24 marzo
Ore 10/13 in corso Vercelli angolo via Elvo
in Barriera di Milano a Torino
Presidio contro la crisi

La crisi morde forte nelle nostre periferie. Nei quartieri dove arrivare a fine mese non è mai stato facile, tanti non ce la fanno a pagare il fitto e il mutuo, rischiando di finire in strada. A Torino si moltiplicano gli sfratti, mentre ci sono 150.000 appartamenti vuoti.
Tra l’IMU, la nuova tassa sulla casa, i fitti alle stelle, i mutui capestro la casa è sempre più un’emergenza sociale. Da molti anni a Torino non si fanno case popolari, poco fruttuose per la potente lobby del cemento e del tondino, che, si è arricchita con le speculazioni di Spina Due e Spina. E presto tre potrebbe essere ai blocchi di partenza un nuovo blocco di cemento e affari tra lo scalo Vanchiglia e la Barriera di Milano.
Però anche a Torino, tra resistenza agli sfratti e occupazioni abitative, sta crescendo la lotta per la casa.
Il governo dice che non ci sono soldi. Mente. I soldi per le guerre, per le armi, per le grandi opere inutili li trovano sempre. Da anni aumenta la spesa bellica e si moltiplicano i tagli per ospedali, trasporti locali, scuole.
La nuova linea tra Torino e Lyon che cercano di imporre con la forza, occupando militarmente il territorio, è un affare da 22 miliardi di euro. Un centimetro di Tav costa 1.200 euro, come lo stipendio di un operaio.
Non vogliono spendere per migliorare le nostre vite, perché preferiscono investire in telecamere e polizia. Sui tram della linea 4, che attraversa da nord a sud la città, collegando Barriera a Mirafiori hanno messo le guardie private, obbligando chi non ha soldi per il biglietto ad andare a piedi.
Stanno varando una riforma del lavoro che renderà le nostre vite ancora più difficili e precarie. I padroni potranno licenziare come e quando vorranno.
Alzi la testa, lotti per il salario, la sicurezza sul lavoro, contro il dispotismo di capi e caporali? Di te non c’è più bisogno, vai via!
Si torna indietro e ci dicono che stiamo andando avanti.
L’aumento dell’età pensionabile nega una vecchiaia serena agli anziani e taglia altre prospettive per i giovani, che, tra calcolo contributivo e precarietà a vita, prenderanno una mancia come pensione.
Da anni il lavoro è diventato una roulette russa: i lavori precari, malpagati, pericolosi, in nero sono diventati la regola per tutti.
Napolitano esorta i sindacati a “far prevalere l’interesse generale su qualsiasi interesse e calcolo particolare”. Per interesse generale Napolitano, Monti e tutta l’allegra compagnia di affaristi e banchieri, intendono quello dei padroni, per interesse particolare, quello di chi viene sfruttato ogni giorno da un padrone.
Chi si fa ricco con il lavoro altrui non guarda in faccia nessuno. Chi governa racconta la favola che sfruttati e sfruttatori stanno sulla stessa barca e elargisce continui regali ai padroni.
I padroni si sentono forti e passano all’incasso di quel che resta di garanzie, libertà, salario. Un macello che gronda sangue.
Monti vuole la fine delle lotta di classe, con la resa senza condizioni dei lavoratori. I sindacati di Stato sono sul punto di accontentarlo. I lavoratori, strangolati dalla crisi, dall’aumento di tariffe e dalla riduzione di salari e garanzie saranno disponibili a fare altrettanto?
C’è chi non ci sta, chi si ribella ad un destino già scritto, chi vuole riprendersi il futuro.
Sono i No Tav, che da Torino alla Valsusa, resistono all’occupazione militare, allo sperpero di risorse pubbliche, alla devastazione dell’ambiente. Sono i ragazzi tunisini che bruciano le frontiere, sono i prigionieri dei CIE che sfondano le porte e scavalcano i muri. Sono gli sfrattati che non si rassegnano alla strada ed occupano le case vuote. Sono gli studenti che scendono in piazza perché hanno imparato a loro spese che nulla è garantito se non dalla lotta. Sono i lavoratori che stanchi di piegare la testa vogliono riprendersi un po’ della loro vita.
Cambiare la rotta è possibile. Con l’azione diretta, costruendo spazi politici non statali, moltiplicando le esperienze di autogestione, abbandonando l’illusione elettorale, perché destra e sinistra in questi anni si sono divise su tutto ma non su quello che conta. Hanno attuato lo stesso programma: farci pagare la crisi dei padroni finanziando le imprese e tagliando i servizi.
Facciamola finita con chi ci dice di abbassare sempre la testa, di tirare a campare, di rassegnarsi. Che se ne vadano tutti!
Un mondo di liberi ed eguali è possibile. Tocca a noi costruirlo.

Per info e contatti:
Federazione Anarchica Torino
Corso Palermo 46 – ogni giovedì dalle 21
338 6594361 fai_to@inrete.it

 

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Stato di polizia. Solidarietà agli antirazzisti e ai No tav colpiti dalla repressione

Negli ultimi vent’anni il disciplinamento dei lavoratori immigrati è stata ed è tuttora una delle grandi scommesse dei governi e dei padroni, che puntano sulla guerra tra poveri per spezzare il fronte della guerra di classe.
Nel nostro paese è stata costruita una legislazione speciale per gli immigrati, persone che, sebbene vivano in questo paese, devono sottostare a regole che ne limitano fortemente la libertà.
Chi si oppone alle politiche e alle leggi discriminatorie e oppressive nei confronti degli immigrati entra nel mirino della magistratura.
Il prossimo 13 aprile si aprirà il processo contro una quarantina di antirazzisti torinesi, tra cui tre aderenti alla FAI torinese. Un megaprocesso che la Procura torinese vuole ad ogni costo, nonostante l’impalcatura giuridica su cui si fondava non abbia retto. Nel marzo del 2010 scattarono le manette per sei antirazzisti incarcerati con l’accusa di “associazione a delinquere”. L’etichetta associativa venne apposta dai PM Padalino e Pedrotta sull’Assemblea antirazzista di Torino, che per circa un anno – dal maggio del 2008 al maggio del 2009 – fu il fulcro da cui si dipanarono numerose iniziative di informazione e lotta.
L’associazione a delinquere – secondo i PM – era finalizzata a compiere reati come la violenza privata, l’imbrattamento, il disturbo della quiete.
Manifestazioni, presidi, occupazioni simboliche, striscioni, scritte, azioni di protesta divenivano tasselli di un disegno criminoso elaborato “all’interno del movimento anarchico”.
Il reato associativo cadde e gli antirazzisti vennero scarcerati. Nonostante ciò la megainchiesta è andata avanti mettendo insieme vari episodi, non tutti riconducibili all’humus politico dell’assemblea antirazzista, all’evidente scopo di ridurre a questioni di ordine pubblico l’attività politica e sociale di quegli anni. Attività che, sia pure di minoranza, contribuirono a tenere accesi i riflettori ed a sostenere le lotte dentro i CIE, contro lo sfruttamento del lavoro migrante, contro la militarizzazione delle periferie.
La Questura torinese – sconfitta più volte nel tentativo di costruire impalcature associative intorno alle lotte sociali e, in particolare, agli anarchici – negli ultimi anni ha moltiplicato i procedimenti contro l’opposizione politica e sociale nel capoluogo subalpino.
Banali scritte sui muri, contestazioni pubbliche, manifestazioni spontanee, persino i manifesti finiscono sui tavoli della Procura che imbastisce processi su processi. La recente condanna a tre mesi a due anarchici della FAI torinese per il contenuto di un manifesto antileghista la dice lunga sulla scelta della Procura di trattare le lotte sociali in termini di ordine pubblico. Nel manifesto era scritto: “25 aprile. Resistenza. Ieri camicie nere… oggi camicie verdi / Ieri squadracce… oggi ronde / Ieri leggi razziali… oggi leggi razziste / Ieri ebrei e rom… oggi immigrati e rom / Oggi il fascismo ha il volto della Lega / Bossi, Maroni, Borghezio… / a piazzale Loreto c’è ancora tanto posto!”.
Secondo il tribunale di Torino che ha emesso la sentenza quel manifesto era una minaccia.
Questa sentenza è ben più che una minaccia alla libertà di dire, scrivere e diffondere la propria opinione.
La vicenda dei No Tav privati della libertà, per la partecipazione alla resistenza allo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, nonostante le accuse siano del tutto banali, la dice lunga sulla volontà di stroncare con la repressione un movimento che non riescono a sconfiggere né con le armi della politica né con la politica delle armi.

La Procura Torinese – sotto la guida del Democratico Caselli – è uno dei tasselli di un’operazione disciplinare in grande stile che il governo bipartisan guidato da Mario Monti, sta facendo nel Piemonte occidentale.
Torino e le sue valli sono il laboratorio nel quale sperimentare le politiche di repressione e controllo sociale per gli anni a venire.
La presenza di un ampio e variegato movimento anarchico, il moltiplicarsi delle iniziative di lotta che mettono insieme resistenza e autogestione, radicalità e radicamento sono una sfida che lo Stato non può permettersi di perdere.
Il governo risponde alle lotte sociali con la militarizzazione dei territori, la Procura con carcere e processi.
Non a caso il Democratico Fassino e il leghista Cota, divisi su tutto, specie sulla spartizione delle risorse pubbliche, vanno a braccetto nel sostenere le operazioni repressive della Procura.
Non è più tempo di compromessi socialdemocratici: non ci sono le risorse e, soprattutto, c’è la chiara volontà di spezzare la resistenza degli anarchici, degli antirazzisti e dei No Tav, perché altrimenti il tappo sulla pentola a pressione rischia di saltare in tutto il paese.
Il governo prepara nuove leggi per meglio imbrigliare chi lotta e, in particolare, gli anarchici. Le proposte sul tappeto sono tante: dal fermo di polizia, all’arresto in differita, dalla ri-penalizzazione dei blocchi di strade e ferrovie sino ad un nuovo reato associativo, scritto apposta per gli anarchici. Qualcuna forse andrà in porto altre no. Ma sin da ora basta la torsione delle leggi attuali per aprire processi e spalancare le porte del carcere.

Per impedire che le lotte sociali siano ridotte a questioni di ordine pubblico, occorre che le lotte crescano e si diffondano in tutto il paese, coinvolgendo in prima persona sempre più persone, sino ad obbligare il governo e la magistratura a fare dietrofront.
Ma non solo. Serve una campagna ampia, forte, di sostegno ai compagni vittime della repressione.
La Commissione di Corrispondenza della FAI esprime la propria solidarietà ai No Tav in carcere e agli antirazzisti torinesi sotto processo per l’assemblea antirazzista.

La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana
cdc@federazioneanarchica.org
tel. 3333275690

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Domenica No Tav tra Susa e Torino. La solidarietà dei lavoratori del teatro Regio


 

 

 

 

 

 

 

Susa 18 marzo. Giornata di lotta, autogestione, riconsegna alla città di spazi abbandonati.
Nonostante la pioggia tanti No Tav hanno partecipato al corteo con tanto di banda, che, dopo aver attraversato le vie cittadine, si è recato alla Colombaia, vecchia costruzione militare abbandonata al degrado da molti anni e l’hanno occupata.
Per una giornata il luogo, che domina dall’alto la città di Susa, è tornato a vivere con concerti e cibo condiviso. Gli imbianchini di movimento hanno anche fatto una grande scritta “No Tav”, ben visibile dalla città.
Guarda le foto.
Nel pomeriggio giro in Clarea a fianco di reti e filo spinato e approdo alla baracca di lamierino rimasta fuori dal recinto degli occupanti.

Torino. In serata diverse centinaia di persone si sono raccolte in piazza Castello, dove era atteso Monti per lo spettacolo verdiano di chiusura dei festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
La conclusione delle kermesse patriottica è stata degna dell’incipit. Allora le truppe dello Stato italiano repressero nel sangue la rivolta delle popolazioni meridionali, che avevano visto tradita ogni speranza di libertà e giustizia. Oggi le truppe dello Stato italiano occupano militarmente la Maddalena di Chiomonte e blindano Torino per tenere lontani i No Tav, che si oppongono alla devastazione del territorio e allo sperpero di risorse.
Piazza Castello è stata spezzata in due da un imponente schieramento di polizia e carabinieri, che hanno transennato la piazza all’altezza di Palazzo Madama, impedendo a tutti di raggiungere il teatro Regio.
Turi Vaccaro ha provato a eludere l’apparato di polizia ma è stato fermato dalla polizia. Un grande striscione con la scritta “Monti basta TAVanate” è stato appeso in piazza.

I No Tav si sono comunque fatti sentire tra cori, battiture e fischietti, spostandosi di continuo da un lato all’altro della piazza.

I lavoratori del Teatro Regio hanno distribuito un volantino dal titolo “Io non ho paura (dei No Tav)”.
Vale la pena riportarne alcuni stralci: “Siamo un gruppo di lavoratori del Teatro Regio, dove si tiene il concerto di chiusura delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia. Era previsto che il concerto fosse gratuito e aperto alla cittadinanza.
È stato invece riservato ad un pubblico selezionato, perché le note tensioni con il movimento No Tav (che evidentemente scuote nervi e coscienze) hanno causato una ulteriore stretta dei già rigidi protocolli di sicurezza per le alte cariche istituzionali.
Esprimiamo tutto il nostro dissenso per una scelta che costringe a blindare e militarizzare un luogo di lavoro e di divulgazione culturale. I motivi che scatenerebbero quest’emergenza riguardano la lotta di una popolazione per la difesa del proprio territorio, che in questi anni ha coinvolto strati sempre più ampi della società civile e del mondo del lavoro e trova simpatizzanti attivi anche tra noi. Non ci sentiamo né minacciati né in emergenza, se non per l’atteggiamento e le reazioni delle istituzioni, che a nostro parere portano unicamente ad alimentare tensioni e paure fuori controllo e vanno nella direzione di un’indiscriminata repressione delle istanze sociali e popolari ”

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No Tav. Barricata sull’autostrada

Bussoleno, 17 marzo. L’appuntamento è in piazza del mercato intorno alle 16. Sin dall’assemblea di lunedì la scelta era chiara: continuare a mettere i bastoni tra le ruote alle truppe di occupazione. Gettare sabbia di un ben oliato meccanismo, che ha fatto dell’autostrada la strada maestra per uomini e mezzi.
Un’azione veloce, veloce. Si salta sulla A32 poco prima dello svincolo di Chianocco: legna e quel che c’è a fare la barricata. Poi si va.
Per un’ora l’autostrada viene chiusa in direzione ovest e per quasi due resta bloccata verso est.
Nonostante il mostruoso apparato militare che controlla questo lembo di Piemonte occidentale, i No Tav, anche oggi, hanno gettato una manciata di sabbia nell’ingranaggio.
Uscire dal catino della Clarea, dalla trappola allestita dallo Stato, per rendere invisibile la militarizzazione e la resistenza dei No Tav, dimostra di essere la leva più efficace, per mettere in difficoltà un avversario che pesta, gasa, picchia, umilia e poi intesse elegie alla non violenza.
La lotta popolare sta trovando il proprio ritmo, con azioni facili, cui possono partecipare tutti.
Giorno dopo giorno si moltiplicano le iniziative.

Domani mattina – ore 9 – appuntamento a Susa per una giornata di informazione, condivisione, autogestione del territorio, riappropriazione di spazi.
Nel pomeriggio appuntamento per famiglie: giro in Clarea, dove nuovi cancelli e barriere rendono tangibile l’occupazione e la devastazione del territorio.

Passo dopo passo sino all’11 aprile, quando lo Stato, che il 27 febbraio ha già preso con la forza i terreni intorno alla baita, spedirà i suoi funzionari per rendere legale l’occupazione “temporanea”. I proprietari, scortati dalla polizia, potranno entrare solo uno alla volta. Così l’occupazione di fatto diverrà de iure e i lavori potranno cominciare davvero.
Per quella settimana il movimento No Tav sta preparando numerose iniziative di lotta e farà appello perché ovunque in Italia ci si metta di traverso.
Se lo Stato crede di poter ridurre le ragioni dei No Tav ad una questione di ordine pubblico, occorre scompaginare le carte e moltiplicare le resistenze.
Lo Stato occupa la Maddalena, i No Tav occupano dappertutto.

Rassegna stampa
L’articolo di Repubblica
Quotidiano.net

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Tav. Treni ad Assorbimento Vorace

 

Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha commissionato una ricerca previsionale su “Il futuro dell’energia. Uno scenario per il 2020”.
Di seguito i risultati della ricerca.

La rete dei trasporti urbani su gomma e su rotaia verrà potenziata, come alternativa al trasporto individuale, con il risultato di ottenere economie energetiche. Un maggiore ricorso al trasporto ferroviario sarà determinato dallo sviluppo di una rete ferroviaria più moderna e veloce.
Il Treno ad Alta Velocità non darà un contributo al risparmio energetico poiché, mentre consentirà lo spostamento più veloce di un limitato numero di utenti, lascerà però indietro un servizio meno funzionale per gli utenti della rete intercity e regionale. Ciò, quindi, determinerà una ricaduta in termini di più frequente scelta della mobilità individuale a mezzo di autovettura.
Il saldo energetico derivante dalla diffusione del Treno ad Alta Velocità resterà negativo anche nel lungo termine poiché esso – oltre alle ingentissime spese energetiche (viadotti, gallerie, rete elettrica) per la costruzione della rete – consumerà quantità di elettricità notevolmente superiori alle altre tipologie di treno. La strategia che promuove i treni ad alta velocità resterà invariata, nonostante il loro elevato consumo di energia.

Il futuro dell’energia, uno scenario per il 2020, settembre 2011

L’indagine, curata dalla S3.Studium, ha visto il coinvolgimento di: Maria Berrini (Presidente dell’Istituto Ambiente Italia); Marco Cattaneo (Direttore responsabile di “Le Scienze”); Leonardo Maugeri (Presidente di Polimeri Europa S.p.A.); Roberto Moneta (Segreteria tecnica Dipartimento Energia del Ministero dello sviluppo Economico); Massimo Nicolazzi (Chief Executive Officer di Centrex Europe Energy & Gas AG); Giorgio Osti (Professore dell’Università di Trieste); Clara Poletti (Direttore dello IEFE – Università Bocconi); Sergio Ulgiati (Professore dell’Università Parthenope di Napoli); Maurizio Urbani (libero professionista, esperto di ambiente ed energia). La ricerca previsionale è stata diretta da Stefano Palumbo e si è avvalsa della collaborazione di Ruben Criscuolo e Camilla Monda.

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37 anni ben vissuti. Buon compleanno Luca!

Oggi Luca Abbà compie 37 anni. 37 anni vissuti con coraggio, voglia di lottare, rischiando in prima persona e non delegando a nessuno. Vissuti con gioia pur sapendo che i sentieri della libertà sono spesso in salita. Una salita che nelle ultime settimane è stata molto erta. Ma per quanto il percorso sia difficile per una persona degna non c’è altra vita che valga la pena vivere.  

Buon compleanno Luca!

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Fine dello sciopero della fame. Tobia ha ottenuto un pezzettino di libertà

Dopo 13 giorni Tobia ha interrotto lo sciopero della fame. Da oggi torna e mangiare, perché da oggi può nuovamente scrivere lettere e mail, telefonare, ricevere visite. Non potrà però andare a lavorare. La sua lotta – anche grazie all’ampio sostegno ricevuto – ha pagato.
Questa sera lo abbiamo riabbracciato, bevuto insieme un dito di vino e parlato delle tante cose capitate dal 26 gennaio quando Ada, la sua compagna, chiamò per avvertire che gli uomini dello Stato se lo stavano portando via.
Un fiume di parole, il racconto di un pezzetto di vita separata nei corpi, ma unita nel comune sentire una lotta che cresce giorno dopo giorno.

Di seguito la prima lettera di Tobia.

 Ho ricevuto nel pomeriggio, da parte del mio avvocato, la comunicazione che il giudice ha revocato il “divieto di comunicare con qualsiasi mezzo”, emesso nei miei confronti dal giorno della concessione – da parte del tribunale del riesame – della detenzione domiciliare – il 13 febbraio – e mantenuto sino ad oggi. L’altra mia richiesta, di poter recarmi al lavoro presso l’Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea, è stata negata.
Pur amareggiato per il fatto che non venga riconosciuto il mio diritto a guadagnarmi il pane, reputo la conquista del diritto a comunicare, imposizione che non aveva ragioni dal punto di vista delle esigenze cautelari, un passo avanti verso il ridimensionamento dell’inchiesta contro il movimento No Tav, che ogni giorno di più si rivela per quello che è: un’odiosa macchinazione repressiva ad uso meramente politico e mediatico.
Pertanto dichiaro di aver sospeso da stasera lo sciopero della fame iniziato il giorno il 3 marzo.
Ringrazio tutti coloro che mi hanno sostenuto in questa battaglia.
A sarà dura!

Tobia Imperato

Torino, 15 marzo 2012

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La parabola di Chianocco

Il video girato sull’autostrada occupata dai No Tav da Manolo Luppichini di Fratelli di Tav. Era il 29 febbraio, l’autostrada era occupata da tre giorni. La polizia caricò con idranti, lacrimogeni e manganelli sin dentro il paese.

 

La parabola di Chianocco da fratelli di TAV su Vimeo.

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Val Susa. Il deserto e le sbarre

Per anni i nostri passi hanno segnato lievi i sentieri della Val Clarea, della strada delle Gorge, lì dove la Valle si stringe, il fiume scorre tra pareti strette e la presenza umana si presenta nelle vigne che salgono su pendii ripidi ed assolati. L’autostrada è il primo segno tangibile di un mondo che corre veloce per far girare le cose, secondo logiche segnate dal ritmo del denaro, un ritmo forsennato che ingoia se stesso, che non ha futuro, perché vive dell’eterno presente della transazione che in un istante sposta miliardi, incurante delle vite straziate di tanta parte del pianeta.
Qui siamo dei privilegiati e lo sappiamo bene, sappiamo che le briciole della grande torta bastano a farci campare decentemente. Ma i nostri passi non sono in difesa di privilegi, ma perché una vita decorosa non sia più un privilegio ma una possibilità offerta a tutti. Qui e in tutti i remoti altrove di questa terra.
Nell’ultimo anno i nostri passi si sono moltiplicati, confusi, spesso affrettati. La strada delle Gorge, l’imbocco della Val Clarea sono divenute terreno di guerra. Una guerra moderna. Le truppe che avanzano, devastano picchiano e gasano i civili. I civili, specie quelli che osano resistere, etichettati come delinquenti. Ancora non hanno detto che tutti, anche i bambini, siamo terroristi. In Afganistan lo fanno da dieci anni, qui stanno ancora attrezzando l’apparato propagandistico. Per ora si limitano ad additare anarchici e antagonisti. Con l’eccezione di Mario Virano, l’architetto con il doppio ruolo di Commissario Straordinario per la Torino Lyon e presidente dell’Osservatorio tecnico sul Tav, che ha dichiarato che gli estremisti non sono infiltrati, ma vengono invitati dai valsusini. Anche lui, non diversamente da chi ama contrapporre i valligiani buoni e sciocchi agli specialisti della guerriglia venuti da fuori, chiude gli occhi di fronte alla verità. La verità banale che il movimento No Tav è ampio, trasversale, plurale ma unito dalla capacità di discutere e decidere insieme i propri obiettivi.
In Clarea, dal 27 giugno dello scorso anno, abbiamo visto crescere il deserto: alberi tagliati e recinzioni, filo spinato e asfalto, blindati e cingolati.

Sono trascorse due lunghe settimane dal 27 febbraio, quando sono usciti dalle reti per prendersi tutto, compresa la baita No Tav. Per poco non si sono presi anche la vita di Luca, folgorato dall’alta tensione, mentre un agente rocciatore/rambo lo inseguiva sul traliccio che sta davanti alla Baita.
Luca poco a poco migliora, è stato operato per cercare di rimuovere i tessuti del braccio necrotizzati dalla corrente, ma forse sarà necessaria un’altra operazione. Domenica 11 marzo una piccola folla di compagni e amici si è radunata davanti al CTO per un presidio silenzioso che gli facesse sentire la nostra vicinanza.
La baita invece è stata ingabbiata dalle reti e dai jersey. Intorno il deserto ha fatto altri passi avanti: gli alberi sono venuti giù, il terreno è stato spianato. Il traliccio sul quale era salito Luca e, dopo di lui, Turi, ha una corona di filo spinato a lamelle, quello che taglia la carne come decine di rasoi affilati.
La vecchina di gommapiuma è stata impiccata ad uno dei jersey che stringono la baita.
Uno sfregio. Vogliono umiliarci, riescono solo a farci più forti.
Questa settimana le azioni sono proseguite tutti i giorni, anche se il ritmo è stato più lento.

Lunedì 5 marzo. Bussoleno, ore 18,30: il vento della Val Susa ghiaccia tutti ma non raffredda la voglia di lottare. Dopo una breve assemblea si decide di fare una capatina in autostrada: si torna allo svincolo di Vernetto, sgomberato con la violenza mercoledì scorso e chiuso dalla polizia senza alcun motivo apparente. O, forse, un motivo c’è: punire, chiudendo l’uscita autostradale – in questo tratto gratuita – la gente di Bussoleno e di Chianocco. Qui i No Tav sono tanti, quelli in prima fila nella lotta come quelli che hanno aperto le porte delle case e dei cortili a chi fuggiva dalle cariche.
Si blocca l’autostrada per un’oretta. Poi si va.

Martedì 6 marzo. Assemblea popolare al Polivalente di Bussoleno. Poche parole, molte proposte operative: una 24 ore di lettura delle 150 ragioni No Tav ai cancelli che serrano strada dell’Avanà a Chiomonte, spezzone No Tav al corteo delle donne di sabato 10 a Torino, presidi alle carceri dove sono rinchiusi gli attivisti arrestati il 26 gennaio, nuovi blocchi dell’autostrada e delle ferrovie, azioni di disturbo agli alberghi che ospitano le truppe di occupazione.

Mercoledì 7 marzo. Per 24 ore a Chiomonte alcune decine di No Tav si alternano nella lettura delle 150 ragioni della lotta.

Giovedì 8 marzo. Un presidio di donne No Tav a Susa si trasforma in corteo e si dirige al Comune. Per strada interseca la sindaco Gemma Amprino, schierata sul fronte Si Tav, e la “invitano” ad un dibattito in Municipio. Lì, dopo la discussione, le offrono un mazzo di lacrimogeni dipinti di giallo, l’unico fiore che cresce in abbondanza in questo primo scorcio di primavera valsusina.

Sabato 10 marzo. In piazza Castello le femministe della Casa delle donne, legate a filo doppio all’amministrazione di centro sinistra della città, disertano l’appuntamento. Le donne No Tav con il loro striscione “partigiane della Val Susa” sono la maggioranza delle circa 400 persone che lentamente percorrono via Roma per raggiungere la Stazione di Porta Nuova blindata dalla polizia.
Niente mimose ma grandi mazzi di prezzemolo, per evocare il passato che sta tornando, con lo spettro reale degli aborti clandestini. In Piemonte presto nei consultori ci saranno i volontari del movimento per la vita, mentre Cota promette soldi a chi non abortisce.
Le donne No Tav, ricordando le sentenze che definiscono “lieve” lo stupro di gruppo, scandiscono lo slogan “la violenza sulle donne cosa vuoi che sia, in Val Susa la fa la polizia”.

Domenica 11 marzo. È il giorno dei presidi davanti ad alcune delle carceri dove sono rinchiusi i No Tav. In Piemonte si fanno presidi alle Vallette di Torino, dove sono rinchiusi Alessio e Jack, a Ivrea, dove è imprigionato Luca. Ad Alessandria il presidio si fa in centro città, dove già il giorno precedente si era svolto un presidio contro il terzo valico ed in solidarietà a Tobia.
Poi tutti convergono al CTO dove è ricoverato Luca Abbà.

Sullo sfondo resta la questione dello sciopero generale, approvato per acclamazione in ben due assemblee, si incaglia nelle maglie dei giochi istituzionali. La Cominità Montana prende tempo, alcuni attivisti temono il confronto con il 2005, la Coldiretti ha deciso di sedersi al tavolo delle trattative, i commercianti della Ascom si sono defilati da tempo. Così la decisione definitiva slitta in avanti.

Mentre scriviamo è in corso un incontro tra Regione, Provincia, Comune di Torino e sindaci No Tav, cui in extremis è stato invitato anche il presidente della Comunità Montana, Sandro Plano.

Comune, Provincia e Regione mettono sul piatto un po’ di soldi di compensazioni, in cambio della non belligeranza delle amministrazioni. Vogliono rompere il pur fragile asse tra il Movimento e la maggioranza dei sindaci. Plano ha dichiarato che il consenso non si compra, ma si è detto disponibile a discutere, il suo predecessore Ferrentino, diversamente dagli altri non chiede di interrompere i lavori, ma ripropone il suo F.A.R.E., ossia il progetto di realizzare a gradi la Torino Lyon, partendo da Torino. Ma, con buona pace del sindaco di S. Antonino, gli interessi sono tutti sul tunnel e sul suo Tav “a rate” da tempo il governo ha tirato la riga blu. Solo se il conflitto crescesse al punto di consigliare una tregua, il vecchio venditore di fumo potrebbe tornare utile.

Al di là dei giochi istituzionali la partita vera si gioca altrove. Il governo pare pronto ad andare avanti ad ogni costo, i No Tav sono decisi a resistere. Due settimane fa i No Tav – per la prima volta in 10 mesi – hanno messo in difficoltà il governo. La lotta si è estesa a tutta Italia, saldandosi con le tante resistenze del nostro paese. Scegliendo di giorno in giorno i luoghi e i modi dell’agire, decidendo da se come e dove inceppare il meccanismo dell’occupazione militare, hanno posto un bel po’ di bastoni tra le ruote di un apparato poliziesco imponente. Nonostante l’ancor più imponente apparato propagandistico, alcune crepe nell’informazione irreggimentata si sono aperte.
§Un’intera classe politica gioca in Val Susa la propria capacità di controllare con la forza un territorio, senza perdere troppo consenso. Se vengono sconfitti qui, tutto potrebbe diventare più difficile nel resto d’Italia. Lo sanno loro, lo sappiamo noi.

Maria Matteo (quest’articolo uscirà sul prossimo numero, il 10, del settimanale Umanità Nova)
Per ripercorrere le tappe di queste due lunghe settimane leggi i due articoli precedenti.

“La Val Susa paura non ne ha”, uscito sul numero 8, e “No Tav. Cronache resistenti. Quelli che non mollano”, uscito sul numero 9.

Ascolta l’approfondimento di Anarres sulla lotta No Tav, trasmesso domenica 11 a radio blackout

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Tobia al decimo giorno di sciopero della fame

Lunedì 12 marzo 2012. Tobia Imperato è in sciopero della fame da ormai 10 giorni. Arrestato il 26 gennaio per aver partecipato alla resistenza allo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, dopo un paio di settimane di carcere, prima a Torino, poi, per punizione, a Cuneo, si trova ai domiciliari. Il giudice gli ha imposto di non comunicare con l’esterno in nessun modo: niente telefonate, niente visite, niente lettere, niente mail. Non gli hanno concesso di uscire per andare a lavorare e, solo dopo ripetute richieste, ha potuto vedere sua madre, sua sorella e la nipotina di cinque anni.
Imposizioni odiose che rendono i suoi domiciliari quasi peggiori del carcere, dove poteva scrivere e ricevere visite.
Se decidesse di disobbedire, magari scrivendo una lettera, sarebbe considerato evaso e per lui si riaprirebbero le porte dalla prigione.
Chi lo costringe a scegliere tra il silenzio e il carcere sarà obbligato a sentire la risacca profonda della sua protesta.
Solo dopo una settimana dall’inizio dello sciopero gli hanno concesso di vedere un medico. Tobia ha perso 9 chili, è un po’ affaticato, ma deciso a non mollare.
Alcuni amici e compagni hanno promosso un’azione di sostegno alla sua lotta di libertà.
Diamo voce a Tobia!
L’invito a scrivergli per sostenerlo e offrirgli la nostra voce come megafono è stato accolto da molti.
Sono arrivate tantissime lettere, alle quali, siamo certi che appena potrà risponderà.
I fili della lotta e della resistenza No Tav si allacciano con la vicenda di Tobia e con quella di tanti altri compagni e compagne, che sono stati arrestati, denunciati, cacciati con il foglio vi via.
La campagna “diamo voce a Tobia” continua.
Scrivete ad anarres@inventati.org e fate girare le vostre lettere.

Sulle sue condizioni di salute ascoltate il suo medico nell’intervista rilasciata ieri a radio Blackout

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Economia di carta e politica di guerra. Incontro con Salvo Vaccaro

La finanziarizzazione dell’economia sta modificando la natura stessa del capitalismo e dello Stato.
Se il ciclo degli scambi comincia e finisce con i soldi, le vite di sette miliardi di esseri umani diventano irrilevanti in un gioco il cui governo è altrove rispetto agli stessi Stati nazionali.
Agli Stati viene progressivamente sottratto il potere di controllo dei processi economici, ma mantengono e rafforzano quello militare.

- Quale spazio per un esodo conflittuale dalla roulette russa che stritola vite umane con la rapidità di una transazione finanziaria on line?

- Tra teocrazia finanziaria e governance mondiale: quali prospettive ci sono per i movimenti di opposizione sociale?

- La politica si riduce alle pratiche disciplinari degli Stati o restano spazi per percorsi di autogoverno territoriale e sperimentazione sociale, che ri-diano forza concreta alle idee di libertà, uguaglianza, solidarietà?

- Movimenti come i No Tav alludono ad una possibilità: coniugare felicemente l’attenzione etica globale con la riterritorializzazione del conflitto e la spinta all’autogoverno.

Ne parliamo con Salvo Vaccaro
Venerdì 16 marzo ore 21
in corso Palermo 46

Salvo Vaccaro insegna Filosofia politica all’Università  di Palermo, è attivo da oltre 30 anni nel movimento anarchico e libertario di lingua italiana. I suoi ultimi libri sono ”Pensare altrimenti. Anarchismo e filosofia radicale nel XX secolo” (eleuthera, Milano 2011) e “L’onda araba. I documenti delle rivolte” (Mimesis, Milano, 2012).

Ascolta l’intervista di Salvo Vaccaro a radio Blackout

per info:
Federazione Anarchica Torinese – FAI
corso Palermo 46 – ogni giovedì dalle 21
fai_to@inrete.it – 338 6594361

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La valle è mia

Guarda lo speciale di “servizio pubblico” dedicato allo sgombero della Baita Clarea, alla caduta di Luca sul traliccio, alla settimana di rivolta e resistenza che ne è seguita.

 

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No Tav. Una ribellione contagiosa

Dieci giorni indimenticabili. Dieci giorni che hanno dato una spinta all’opposizione sociale nel nostro paese. In questi dieci giorni la scintilla partita dalla Val Susa ha infiammato le piazze della penisola, un contagio immediato, capillare, incontenibile, che sta mettendo in difficoltà l’esecutivo guidato da Mario Monti.
Il governo, forte dell’appoggio bipartisan di buona parte dell’arco parlamentare, nei suoi primi cento giorni ha goduto di una sorta di benedizione nazionale. Destra e sinistra hanno provato a vendere l’illusione che i tecnici prestati alla politica potessero curarne i mali. Nei fatti sono stati bravi nel mostrare un’asettica capacità di fare, e in fretta, quello che Fondo Monetario, Banca Centrale Europea pretendono dai paesi dell’Unione schiacciati dalla crisi: eliminazione di ogni forma di tutela, disciplinamento forzato dei lavoratori, svendita dei beni comuni.
La precarietà del lavoro, già sancita dalle leggi Treu e Biagi, nei piani di Monti deve divenire l’unico orizzonte possibile e desiderabile da tutti.
La retorica contro la noia del posto fisso, della vita tutta quanta nella stessa città, dei legami con i propri cari come catena da spezzare sta accompagnando il percorso verso la demolizione del poco che resta. L’attacco alla tutela contro i licenziamenti politici, alla cassa integrazione, il lavoro interinale che esce dall’eccezione per divenire la norma sono alcuni dei tasselli del puzzle di Monti.
Nonostante la Grecia rivelasse, come uno specchio orientato nel prossimo futuro, l’inevitabile esito delle politiche del governo, le lotte sono state deboli, parcellizzate, incapaci di catalizzare il consenso popolare.
L’imponente manifestazione del 25 febbraio in Val Susa è stato il primo segnale – forte e chiaro – di un’inversione di tendenza. Nonostante una campagna mediatica martellante, nonostante le dichiarazioni del capo della polizia Manganelli, che descriveva il movimento No Tav come nido di terroristi pronti a uccidere, decine di migliaia di persone si sono riconosciute in un movimento capace di rappresentare chi vuole case, ospedali, scuole, treni per i pendolari e non è più disponibile a pagare la crisi dei padroni.
Non è più solo una questione di ambiente: oggi più che in passato è diventata la sfida di chi si batte per l’interesse generale contro l’arroganza di chi vuole imporre con la forza un’opera inutile, dannosa, costosissima.
La partita sulla linea ad alta velocità tra Torino e Lyon è arrivata ad un punto cruciale. È in ballo un intero sistema, un sistema elaborato e oliato per anni, per garantire agli amici degli amici di destra e sinistra, un bottino sicuro e legale.
Le linee ad alta velocità costruite nel nostro paese sono state l’ossatura del dopo tangentopoli: un sistema raffinato e semplice per dribblare tutti gli ostacoli legali. Siti di interesse strategico, leggi obiettivo, general contractor sono stati alcuni degli strumenti adottati per cementare un sistema sicuro di drenaggio di denaro pubblico a fini privatissimi. Un sistema che funziona perché va bene a tutti, per tutti c’è una fetta di torta.
Un sistema che nessuno può permettersi di far saltare. Un sistema che il movimento contro la Torino Lyon ha reso trasparente, mostrandone i meccanismi, aprendo crepe, costruendo una resistenza popolare alla quale guardano in tanti.
La strategia del governo è chiarissima: celare le ragioni della lotta No Tav, declinando nella categoria dell’ordine pubblico un movimento che non riescono a piegare né con le buone né con le cattive.

In risposta alla manifestazione del 25 febbraio il governo ha deciso di allargare il cantiere/fortino della Maddalena. Millecinquecento uomini in armi – la forza dello Stato nel suo volto più vero, quello della repressione violenta – sono stati dispiegati nel catino della Clarea.

Luca Abbà, un compagno da sempre in prima linea nella lotta, si arrampica su un traliccio dell’alta tensione per rallentare i lavori. Con criminale determinazione gli uomini dello Stato lo inseguono obbligandolo a salire pericolosamente vicino ai fili. Viene folgorato e cade. Resterà per tre quarti d’ora a terra in attesa di soccorsi, mentre le ruspe continuano il loro lavoro.
Manganelli aveva dichiarato che gli anarchici cercavano il morto, per un pelo gli uomini di Manganelli non hanno ucciso Luca, anarchico e No Tav.
La risposta in Val Susa e in tutta Italia è stata forte, immediata, corale.
Per un’intera settimana ci sono state manifestazioni, blocchi di strade ed autostrade, cortei spontanei. La bandiera con il treno crociato è divenuta la bandiera di un paese che resiste, alza la testa, vuole cambiare radicalmente la rotta. I partiti dell’esile opposizione istituzionale di sinistra, che si illudevano di cavalcare la protesta, trasformandola in voti e poltrone, sono rimasti ai margini di una lotta agita in prima persona da gente che non vuole più affidare ad altri il proprio futuro.
Gente disponibile a rischiare la vita e la libertà, gente che ha ben compreso che solo l’azione diretta, senza deleghe e senza tutele, può inceppare il meccanismo.
Il governo ha risposto con violenza e arroganza. Le truppe di Cancellieri hanno spaccato braccia e gambe, hanno gasato e caricato, si sono scatenate nel rastrellare la gente nelle case e nei bar.
Dopo una settimana di blocchi in Val Susa e ovunque in Italia, il governo ha deciso di andare avanti. Costi quel che costi. La litania è quella consueta: il collegamento con l’Europa, la piccola Italia schiacciata dietro le Alpi, il treno che in quattro ore ti conduce a Parigi, il Tav che porta lavoro, i manifestanti sempre violenti. Il primo ministro rivendica la propria autonomia dai governi precedenti, ma si limita a fare quello che gli altri non erano riusciti a realizzare fino in fondo: gli interessi dei padroni e dei banchieri.
L’idea di sviluppo di Monti si basa sulla distruzione delle risorse e sulla devastazione dei territori: l’unica cosa che conta è far girare le merci, far girare i soldi, fare grandi opere utili solo alla lobby che sostiene e finanzia un’intera classe politica.
Dalla Val Susa viene un segnale forte e chiaro: noi non ci stiamo. Non ci stiamo più: il mondo che vogliamo per i nostri figli è fatto di solidarietà, di cooperazione, di uguaglianza.
Il governo ha paura, ha paura dell’infezione valsusina, ha paura che l’anomalia No Tav divenga una mutazione genetica durevole e diffusa. Per questo occorre disciplinare, costi quel che costi, chi oggi parla con la voce di tutti coloro che, nel nostro paese, si battono contro un’idea di sviluppo che mira al profitto di pochi contro la vita e la libertà di tutti.
Un movimento radicato e insieme radicale, capace di autogovernarsi, resistere, mantenendo salda negli anni la propria sfida.
Monti e Cancellieri puntano il dito sugli anarchici, preparano nuove misure repressive. Si torna a parlare di fermo di polizia, di arresti in differita, dell’inasprimento delle pene per reati come l’insulto a pubblico ufficiale, i blocchi di strade e ferrovie, sino ad un nuovo tipo di associazione illegale che consenta di imprigionare gli anarchici.
Quello che Monti e il suo governo non capiscono è che gli anarchici sono parte riconosciuta del movimento No Tav da lunghi anni, che i tentativi di dividere e spaccare non hanno mai funzionato, perché chi lotta e si confronta in modo diretto, giorno dopo giorno, anno dopo anno, ha costruito saldi rapporti di fiducia e mutuo appoggio.
Quello che Monti non comprende – o forse lo comprende sin troppo bene – è che gli anarchici sono una minoranza, ma le idee di libertà, partecipazione, uguaglianza, sperimentazione sociale, la pratica dell’azione diretta, della cooperazione, dell’autogestione si stanno diffondendo tra i tanti che hanno compreso che questo non è il migliore dei mondi possibili.

La commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana esprime la propria solidarietà a Luca e ai suoi cari, auspicando che possa presto tornare alla lotta.
Esprime la propria solidarietà ed il proprio appoggio ai compagni e alle compagne arrestate per la resistenza No Tav, che, anche in carcere, continuano a lottare per la libertà e sono puniti con l’isolamento.
Si stringe a Tobia, rinchiuso tra le mura di casa con il divieto di scrivere lettere e fare telefonate, Tobia che non accetta che gli tappino la bocca ed è in sciopero della fame.

Sarà sempre più dura. Per chi sfrutta ed opprime, per chi pesta e umilia. Tra blocchi e barricate cresce la voglia di resistere, di cambiare di senso al presente, di consegnare un altro futuro a chi verrà dopo di noi.

La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana
cdc@federazioneanarchica.org

tel. 3333275690

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Turi sul traliccio, Tobia in sciopero della fame, No Tav sull’autostrada

Domenica 4 marzo. Il ritrovo è a Giaglione tra il campo sportivo e il prato dove sta sorgendo il presidio No Tav. Una bella giornata, con tanta gente, tanti bambini.
Prima la polenta poi si va verso la Clarea. Questa volta il blocco di polizia è al bivio con il sentiero alto. Qui alcuni simbolicamente tagliano un po’ di filo spinato.
Turi, il pacifista già protagonista quest’estate di un’azione di protesta di 50 ore appollaiato su un albero, riesce ad intrufolarsi oltre le reti e sale sul traliccio sul quale era stato folgorato Luca.

Questa volta la polizia fa le cose ammodo: fa togliere corrente, chiama i vigili del fuoco e si guarda bene dall’intervenire.
Turi parla e suona il flauto. Nonostante la pioggia resta su tutta la notte e la mattinata successiva. Poi decide di scendere.

Lunedì 5 marzo. Tobia,
uno degli arrestati per la resistenza No Tav allo sgombero della Maddalena, è ormai al terzo giorno di sciopero della fame. In carcere aveva già perso cinque dei suoi 89 chili, in tre giorni di digiuno ne ha persi altri quattro. Il giudice gli impone il divieto di comunicare all’esterno in qualsiasi modo: non può scrivere lettere o mail, non può telefonare.
Un’imposizione odiosa che rende i suoi domiciliari quasi peggiori della prigione, dove poteva scrivere e ricevere visite.
Chi lo costringe a scegliere tra il silenzio e il carcere sarà obbligato a sentire la risacca profonda della sua protesta.
Ha fatto richiesta di poter essere visitato da un medico ma sinora il giudice non ha risposto.
Alcuni amici e compagni hanno pensato di proporre a tutti un’azione di sostegno alla sua lotta di libertà.
Diamo voce a Tobia!
Tutti sono invitati a scrivergli, inviando ovunque copia della lettera.
Potete scrivere ad anarres@inventati.org. Tutte le lettere gli saranno inoltrate

Bussoleno ore 18,30. Il vento della Val Susa ghiaccia tutti ma non raffredda la voglia di lottare. Dopo una breve assemblea per fare il punto si decide di fare una capatina in autostrada: si torna allo svincolo di Vernetto, sgomberato con la violenza mercoledì scorso e chiuso dalla polizia senza alcun motivo apparente. O, forse, un motivo c’è: punire, chiudendo l’uscita autostradale – in questo tratto gratuita – la gente di Bussoleno e di Chianocco. Qui i No Tav sono tanti, quelli in prima fila nella lotta come quelli che hanno aperto le porte delle case e dei cortili a chi fuggiva dalle cariche.
Si blocca l’autostrada per un’oretta. Poi si va. Ma domani è un altro giorno di lotta.

Martedì 6 marzo appuntamento alle 18 in piazza del mercato a Bussoleno

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No Tav. Autostrada gratis: liberato il casello

Sabato 3 marzo. L’appuntamento è nella piazza del mercato di Bussoleno, che, poco a poco, si riempie. Una breve assemblea e poi via. Un corteo di auto raggiunge il casello di Avigliana Ovest della A32: i manifestanti si riversano sull’autostrada. Questa volta niente blocchi. I passaggi vengono aperti, due striscioni sono srotolati di fronte agli automobilisti un po’ stupiti: “No Tav con l’alta valle. Oggi si passa gratis” e “Oggi paga Monti”.
Auto e bus esitano ma poi passano veloci, qualcuno saluta e ringrazia. Un regalo ai visitatori della Val Susa, l’ennesima beffa all’apparato poliziesco che ha militarizzato il territorio.
Questa volta ci pensa la polizia a chiudere la A32, prima in entrata e poi in uscita. A questo punto, con calma, i No Tav lasciano l’autostrada.
In contemporanea un corteo gira per Bussoleno, raggiunge lo svincolo di ingresso alla A 32 in località Vernetto, chiuso da ormai una settimana. Qui lo scorso mercoledì la polizia aveva picchiato, gasato e caricato i No Tav che, da tre giorni, presidiavano l’autostrada. Dopo lo sgombero le rampe d’accesso all’autostrada sono state chiuse con jersey. Oggi pomeriggio i No Tav hanno liberato l’accesso alle rampe.
Una giornata contro la crisi e il governo che ce la sta facendo pagare.
Oggi sulla A32 ha pagato Monti.

Appuntamento per domani a Giaglione alle ore 12 per polentata. Alle 14 si parte per un giro in Clarea.

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Il governo ha paura e minaccia. La resistenza No Tav non si arresta

Sabato 3 marzo. Ieri, dopo una settimana di blocchi No Tav in Valsusa e ovunque in Italia, Monti ha convocato d’urgenza una riunione sul Tav. Il governo ha deciso di andare avanti. Costi quel che costi. La litania è quella consueta: il collegamento con l’Europa, la piccola Italia schiacciata dietro le Alpi, il treno che in quattro ore ti porta a Parigi, i tecnici che hanno lavorato ad una mediazione, il Tav che porta lavoro, i manifestanti sempre violenti. Nessuna fantasia, nessun guizzo di ingegno nelle parole di un Primo ministro che rivendica la propria autonomia dai governi precedenti, ma si limita a fare quello che gli altri non erano riusciti a fare fino in fondo: gli interessi dei padroni, dei banchieri, del Fondo Monetario e della Bce.
I No Tav – con la infinita pazienza che deriva da tanti anni di lotta alle menzogne – ricordano una verità banale, banale. La Torino Lyon c’è già a funziona molto meno di quanto potrebbe, a Lione e Parigi ci si va, un paio di volte nella vita, a fare una vacanza. Invece a lavorare o a studiare ci andiamo tutti i giorni. I tagli alle ferrovie destinate al trasporto dei lavoratori e degli studenti hanno trasformato i treni dei pendolari in trasporti bestiame sempre in ritardo, sempre più affollati, scomodi, con i gabinetti rotti e i sedili sfasciati. In quanto al lavoro, basterebbe un’occhiata veloce ai dati sul dissesto idrogeologico per capire che l’unica grande opera che serve è la tutela del territorio; basta pensare ai nostri ospedali e alle nostre scuole per capire che lì ci sarebbe il lavoro se ci fosse la volontà politica di stare dalla parte della gente e non da quella di chi si fa ricco sfruttando il lavoro altrui.
L’idea di sviluppo di quelli come Monti si basa sulla distruzione delle risorse e sulla devastazione dei territori: l’unica cosa che conta è far girare le merci, far girare i soldi, fare grandi opere utili solo alla lobby che sostiene di finanzia un’intera classe politica.
Dalla Val Susa viene un segnale forte e chiaro: noi non ci stiamo. Non ci stiamo più: il mondo che vogliamo per i nostri figli è fatto di solidarietà, di cooperazione, di uguaglianza.
Il governo ha paura
, ha paura dell’infezione valsusina, ha paura che l’anomalia No Tav divenga una mutazione genetica durevole e diffusa. Per questo occorre disciplinare, costi quel che costi, il chi oggi parla la voce di tutti coloro che, nel nostro paese, si battono contro un’idea di sviluppo che mira al profitto di pochi contro la vita e la libertà di tutti.

Ore 21 Polivalente di Bussoleno. È la folla delle grandi occasioni: la grande sala – stipata all’inverosimile – non basta a contenere la folla di No Tav.
Su Sky Tg24 un c’è un sunto dell’assemblea.

L’assemblea è lunga, partecipata, appassionata. I racconti delle violenze della polizia – le gambe rotte e le teste sfasciate, i lacrimogeni nelle case e quelli che aprono le porte per salvarti dalla furia degli uomini dello Stato – si intrecciano con le idee, le proposte, i progetti.
Sullo sgombero dell’autostrada e le cariche di mercoledì scorso vale la pena guardare questo video su youtube.
Arrivano buone notizie sulla salute di Luca: lentamente migliora. Ieri lo hanno operato per ridurre le conseguenze della folgorazione sui muscoli e la spalla destra.
Federico, il No Tav arrestato mercoledì sera durante le cariche, è ai domiciliari con la possibilità di uscire per lavorare.
A Tobia invece la magistratura ha negato sia l’uscita per andare al lavoro, sia di poter comunicare con l’esterno. Tobia ha deciso che la misura è colma ed è entrato in sciopero della fame.
L’indicazione uscita dall’assemblea è chiara. Non mollare, andare avanti, incuranti delle minacce di Monti, consapevoli che la forza delle nostre ragioni è va ben oltre alle ragioni della forza. Entro fine mese – probabilmente il 23 marzo – si farà lo sciopero generale. Ogni giorno ci saranno iniziative per mettere i bastoni tra le ruote alle truppe di occupazione.

Questi i prossimi appuntamenti:
sabato 3 marzo – appuntamento di lotta a Bussoleno – ore16 in piazza del mercato
domenica 4 marzo – giro in Clarea con polentata – cui sono invitati tutti quanti. Si mangia alle 12, si parte alle 14
ogni giorno alle 18 – incontro di lotta in piazza del mercato a Bussoleno

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No Tav. Ancora sull’autostrada

Giovedì 1 marzo. L’appuntamento è in piazza del mercato a Bussoleno. Lungo la A32 scorazzano lunghe colonne carabinieri e poliziotti, blindati e defender. Lo svincolo di Chianocco, in località Vernetto, è ancora chiuso e presidiato da ingenti forze.
A Bussoleno – in un angolo della piazza – ci raduniamo per un’assemblea molto partecipata. La decisione è veloce veloce, si torna a bloccare.
Nonostante la gente abbia ancora addosso i segni delle manganellate la voglia di riscossa immediata è forte.
Un corteo imbocca la statale in direzione Torino, poi si ferma. A migliaia attraversano il pratone alle spalle della A32. Le recinzioni non sono un problema. Presto i No Tav invadono la prima corsia e, dopo poco, anche la seconda è occupata. All’ingresso della galleria di Prapontin una barricata improvvisata prende fuoco.
La polizia c’è ma non si muove. Una carica nel mezzo del paese potrebbe essere un boccone troppo grosso anche per loro
In contemporanea altri No Tav salgono verso l’alta valle: l’autostrada è chiusa da una barricata anche allo svincolo di Venaus.
Da tutta Italia arrivano le notizie dei blocchi, delle manifestazioni, che inceppano strade, autostrade, ferrovie. A Torino un corteo paralizza il traffico del centro per ore e si conclude sui binari di Porta Nuova.
In tarda serata i blocchi si sciolgono. Nonostante un apparato repressivo impressionante, siamo riusciti a fargliela in barba, bloccando l’autostrada in ben due punti per diverse ore.
La scelta del’occupazione dell’autostrada, delle iniziative che improvvisano il luogo e il tempo, per la prima volta da diversi mesi, sta davvero mettendo in difficoltà un governo convinto che i No Tav si sarebbero lasciati serrare nel catino militarizzato della Maddalena.
Giorno dopo giorno il movimento cresce.
Questa mattina è arrivata la buona notizia che Luca è fuori pericolo di vita: i medici hanno sciolto la prognosi.

L’appuntamento per oggi è alle 21 al Polivalente di Bussoleno.
Un’assemblea popolare per fare il punto. E già di parla di sciopero generale.

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No Tav. Una lunga giornata di resistenza, tra botte, gas, insulti

Giovedì 1 marzo, ore 3,46. Si è appena conclusa una lunga giornata di resistenza. Una di quelle che resteranno impresse nella memoria.
Per oltre quattro ore i No Tav hanno resistito sull’autostrada e sulle rampe di accesso. Seduti in terra, tra slogan e canti. Il più gettonato, pressati dai poliziotti in tenuta ninja, è stato “Vamos alla playa”.
Poi la polizia porta via di peso, uno ad uno, i No Tav seduti sul’autostrada.
Guarda il video

Anche i giornalisti vengono allontanati con modi un po’ bruschi dalla polizia. Guarda il video.

Il dispiegamento di polizia era impressionante, le luci blu dei blindati rompevano la notte.
Il fronteggiamento è andato avanti per ore e ore. Intorno alle nove di sera era tutto un brulicare di bandiere e persone.
Poi hanno piazzato gli idranti, calato le visiere, indossato le maschere antigas. Hanno bagnato e picchiato e ancora picchiato. Si sono accaniti su tutti con determinata ferocia. Poi hanno sparato i gas: la notte si è fatta densa di fumo bianco, acre, velenoso. Hanno sospinto la gente giù dalla rampa, sino al bivio con la statale 25. Una marea di uomini blu.
Guarda il video

Ascolta l’intervista a Lorenzo a radio Blackout – scarica il file

ascolta l’intervista – indiretta dal pronto soccorso – ad Alberto Perino - scarica il file

Non paghi hanno sparato i lacrimogeni nella case della frazione Vernetto: in una di quelle case c’era un anziano che si stava spegnendo. Come vere truppe di occupazione hanno proceduto sin dentro il paese, dando la caccia a chi cercava rifugio. Tante case e tanti cortili si sono aperti ad ospitare la gente. Diversi No Tav sono stati rastrellati lungo il percorso, malmenati e caricati a forza su un furgone. In sei verranno poi condotti in questura a Torino.
Alcuni No Tav avevano trovato rifugio in un bar ristorante lungo la strada: una ventina di uomini dell’antisommossa spaccano a calci e manganellate la vetrata di ingresso ed irrompono urlando con il volto mascherato da passamontagna. Sbattono la gente contro il muro, la tirano fuori dal bagno, mentre una bambina scoppia a piangere.
Guarda il video dell’irruzione

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Le auto lungo il percorso vengono danneggiate a colpi di manganello, le gomme vengono tagliate.
Intorno alle 10,30 alla rotonda che immette sull’autostrada la polizia carica ancora un ultimo gruppo che si stava radunando in zona.
Bussoleno sembra un paese in guerra. È un paese in guerra.
Intorno alle 11 i resistenti No Tav si ritrovano al Polivalente, la sala che ha ospitato tante assemblee popolari, quelle della rabbia e quelle della festa, quelle della riflessione pacata e quelle del tempo che si accelera.
Tanti zoppicano, si massaggiano un braccio, un’anca, la testa. Parecchi sono fradici dopo la doccia fredda al peperoncino sparata dagli idranti montati sui blindo della polizia.
Si intrecciano i racconti, si contano i feriti, si mettono insieme i frammenti di una serata di guerra.
Si discute sul da farsi.
Non ci sono dubbi: domani si torna a mettersi di mezzo. Le botte, la caccia all’uomo, gli insulti – vecchia ubriacona ad un’anziana compagna da sempre in primissima fila – il veleno bianco del gas non ci fermano. Anzi!
Dall’assemblea parte un appello all’Italia, perché domani – ormai da lunghe ore è già oggi – in ogni dove ci siano blocchi, azioni, iniziative.

Ascolta la registrazione dell’assemblea in diretta da radio Blackout

L’appuntamento oggi è per le 18 a Bussoleno.

La Valsusa paura non ne ha.

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