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Lo specchio rotto. Il Primo Maggio a Torino

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Il Primo Maggio all’ombra della Mole è una giornata di lotta e di festa che coinvolge decine di migliaia di persone. Un enorme contenitore, che raccoglie tante anime, spesso molto diverse, talora esplicitamente contrapposte. La piazza del Primo Maggio torinese è lo specchio delle tensioni politiche e sociali che attraversano la città.

Uno specchio che quest’anno non è riuscito a riflettere un’immagine unica. Uno specchio spezzato in due in modo netto.
La distanza, già grande, tra gonfaloni, sindaci, sindacati di Stato, partito Democratico e l’altra piazza, quella di chi occupa le case vuote, si oppone al Tav, alla precarietà, alla servitù del lavoro, alla devastazione delle risorse, alla diseguaglianza per legge, quest’anno si è fatta enorme.

Come già lo scorso anno Fassino ha fatto il corteo tra gente che fischiava, protestava, esibiva cartelli. Gruppi organizzati che non hanno partecipato al corteo, ma soprattutto tante persone senza bandiera lì per gridare la propria incommensurabile distanza dall’apparato istituzionale.
Durante il comizio Fassino è stato fischiato da più parti, nonostante anarchici ed antagonisti fossero ancora ben lontani da piazza San Carlo.
Continua l’odissea dei Democratici. Lo scorso anno non erano riusciti ad entrare in piazza, perché gli anarchici si misero di traverso, obbligandoli a deviare. Quest’anno gli è stato impedito di sfilare, come da tradizione, in coda con gli altri partiti, dietro antagonisti ed anarchici.
I loro nerboruti difensori, il servizio d’ordine della Idra che pesta, bastona e usa spray al pepe senza troppi scrupoli, avevano annunciato già il giorno prima la loro diserzione perché contrari all’accordo con il PDL.
Senza picchiatori, il PD, accerchiato da una piazza ostile, ha dovuto farsi sorreggere dalla celere in assetto antisommossa, infilandosi in fretta in coda alle altre forze istituzionali. Oltre le prime file di contestatori, c’era un’intera piazza che premeva perché se ne andassero.

Dice bene il nuovo presidente del consiglio dei ministri, Enrico Letta, quando sostiene che il vero nemico del governo sono i tanti, ormai la maggioranza nel paese, che hanno scelto di non votare.
La nascita dell’esecutivo guidato da Enrico Letta è l’ultima tappa di un lungo processo di ridefinizione dei partiti istituzionali intorno a blocchi di interessi, che, alla bisogna, possono trovare spazio per una convergenza.
L’affermarsi di una democrazia autoritaria è il necessario corollario delle politiche di demolizione di ogni forma di tutela sociale attuate con disinvoltura dai governi centro sinistra come da quelli di centro destra. Se i meccanismi violenti della governance mondiale impongono di radere al suolo ogni copertura economica e normativa per chi lavora, la parola passa al manganello, alla polizia, alla magistratura. Se la guerra è l’orizzonte normale per le truppe dei mercenari tricolori presenti in armi in Afganistan come in Val Susa, la repressione verso chi si ribella non può che incrudirsi.
Gli esiti delle recenti elezioni hanno dimostrato la plasticità di una classe politica che ha saputo uscire dall’impasse dei numeri, mettendo nell’angolo le opposizioni.

Il Primo Maggio, distanti anche fisicamente dallo spezzone istituzionale, i movimenti di opposizione sociale hanno dato voce e visibilità a chi non è più disponibile a pagare perché i cento uomini più ricchi del mondo divengano sempre più ricchi mentre i tre quarti del pianeta sopravvivono a stento.
Tra i quattro e i cinquecento compagni e compagne hanno partecipato allo spezzone rosso e nero aperto dallo striscione “Né stato né padroni. Azione diretta”.
Il segnale che oggi i percorsi di autogestione e la pratica dell’azione diretta sono condivisi da sempre più persone, in un percorso collettivo che trova alimento nell’anarchismo sociale e, insieme, contribuisce a moltiplicarne nella pratica gli orizzonti.

La crisi morde sempre più forte, specie nelle nostre periferie, dove sono le pratiche di autogestione, riappropriazione e solidarietà a porre un argine alla guerra contro i poveri che i governi di centro sinistra e quelli di centro destra hanno promosso negli ultimi vent’anni.
Le esperienze più interessanti di questi anni sono quelle che hanno saputo coniugare autogestione e conflitto, individuando nell’esodo conflittuale un modo per costruire lottando e lottare costruendo. In una tensione che non si allenta ogni TAZ, ogni zona liberata, è una base per incursioni all’esterno. Parimenti ogni momento di conflitto riesce ad oltrepassare la mera dimensione resistenziale quando si innesta in pratiche di riappropriazione diretta di spazi politici e sociali.
La crisi della politica di Palazzo ci offre una possibilità inedita di sperimentazione sociale su vasta scala di un autogoverno territoriale che si emancipi dai percorsi istituzionali.

Un buon Primo Maggio. Un Primo Maggio di solidarietà e lotta.

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