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12 marzo – corteo antimilitarista a Caselle

corteo 12 caselle,jpgCaselle. Manifestazione contro le fabbriche d’armi

Sabato 12 marzo
a Caselle Torinese

ore 15 – piazza Boschiassi

Presidio, banchetti informativi – assemblea di piazza con interventi su fabbriche d’armi, No F35, No Muos, No Basi, No Border, militarizzazione e lotte sociali…

corteo antimilitarista

organizza l’Assemblea Antimilitarista

Di seguito uno dei volantini distribuiti in piazza:

Le industrie belliche costruiscono le armi con le quali si controlla, si bombarda, si uccide in ogni dove. Le università che orientano la ricerca verso il settore bellico sono complici dei massacri.
L’industria bellica italiana fa affari con chiunque. I soldi non puzzano di sangue e il made in Italy va alla grande.
Renzi è appena stato in Nigeria, accompagnato da uno stuolo di imprenditori italiani, primo tra tutti Descalzi, l’AD di ENI, responsabile dell’inquinamento del Delta del Niger, delle malattie e dell’impoverimento delle popolazioni locali, le cui proteste sono represse nel sangue dal governo nigeriano.
l governo italiano e l’UE appoggiano la Turchia, che ha mandato l’esercito per cancellare le esperienze di autogoverno nel Bakur, il Kurdistan turco. In queste settimane è in corso un massacro di cui i principali media italiani non parlano. Il silenzio – oltre ad un bel mucchio di soldi – è il prezzo imposto da Erdogan per blindare le frontiere e chiudere nei campi i profughi di guerra in fuga da Siria, Iraq, Afganistan.
Il governo italiano protesta sommessamente per un giovane ricercatore friulano torturato a morte dalla polizia egiziana, ma fa buoni affari con la feroce dittatura militare che ogni giorno imprigiona, tortura e uccide.

Da decenni l’Italia è in guerra ma la chiama pace.
È una guerra su più fronti, che si coniuga nella neolingua del peacekeeping, dell’intervento umanitario, ma parla il lessico feroce dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione, della difesa degli interessi delle imprese italiane.
La guerra diventa filantropia planetaria, le bombe mezzi di soccorso.
Presto 450 militari italiani andranno in Iraq per difendere gli affari della ditta italiana che farà i lavori alla diga di Mosul.
Militari italiani sono in Libano e in Afganistan
L’Italia è pronta ad un nuovo intervento militare in Libia a sostegno di chi garantisca meglio gli interessi delle ditte italiane e il controllo delle coste.
L’Italia stessa è una portaerei gettata sul Mediterraneo, costellata di aeroporti militari, poligoni, centri di controllo satellitare, postazioni di lancio dei droni.
Le prove generali dei conflitti dei prossimi anni vengono fatte nelle basi sparse per l’Italia. Le stesse basi da cui sono partite le missioni dirette in Libia, Iraq, Afganistan, Serbia, Somalia, Libano…
L’opposizione alle missioni militari, che in altri anni ha riempito le piazze di folle oceaniche, si è lentamente esaurita.
La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni sono maturate esperienza che provano a saldare il rifiuto della guerra con l’opposizione al militarismo: il movimento No F35 a Novara, i no Muos che si battono contro le antenne assassine a Niscemi, gli antimilitaristi sardi che lottano contro poligoni ed esercitazioni. Anche nelle strade delle nostre città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono ricette universali, c’é chi non accetta di vivere da schiavo.

Le immagini dei profughi che premono alle frontiere chiuse dell’Europa, il dibattito sull’accoglienza umanitaria, la retorica su chi muore in mare o in fondo a un tir nascondono una verità cruda ma banale. Le guerre sono combattute con armi costruite a due passi dalle nostre case.
A Torino e Caselle c’è l’Alenia, la sua “missione” è fare aerei militari. Nello stabilimento di Caselle Torinese hanno costruito gli Eurofighter Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe, e gli AMX. Le ali degli F35, della statunitense Loockeed Martin, sono costruite ed assemblati dall’Alenia.
Un business milionario. Un business di morte.

In questi mesi una lieve brezza si è levata. Dalla Sicilia alla Sardegna sono scesi in piazza antimilitaristi decisi a mettersi di mezzo. In Sardegna per ben due volte sono riusciti ad interrompere le esercitazioni della NATO.

Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.
Da anni gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Le questioni sociali sono affrontate come questioni di ordine pubblico.
Hanno applicato nel nostro paese teorie e tattiche sperimentate dalla Somalia all’Afganistan.

Oggi ci vorrebbero tutti arruolati. Disertiamo la guerra! Gettiamo sabbia nel motore del militarismo!

federazione anarchica torinese – fai
corso Palermo 46 – riunioni – aperte agli interessati – ogni giovedì alle 21

www.anarresinfo.noblogs.org



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