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06 giugno – Vivere senza padroni tra autogestione e conflitto

2014 06 04 manif vivere senza padroni copyVenerdì 6 giugno
ore 21
Corso Palermo 46

Introduce la discussione Stefano Boni, docente di Antropologia culturale e politica all’Università di Modena e Reggio, autore di “Culture e poteri“, e “Vivere senza padroni. Antropologia della sovversione quotidiana“. Quest’ultimo libro è copyleft e può essere scaricato qui.

Vivere ai tempi della crisi è un gioco pericoloso che nessuno sceglie volontariamente, tuttavia offre delle possibilità di sviluppo a pratiche di autonomia dall’istituito, che le politiche di welfare parevano aver mandato definitivamente in soffitta. Il welfare, strumento principe di ammortizzazione del conflitto sociale, rende più tranquillo e sicuro il cammino, ma incatena con lacci robusti chi ne beneficia

La crisi, la perdita irreversibile di un ampio sistema di garanzie e tutele, la fine dello scambio socialdemocratico tra sicurezza e conflitto, ci offre prospettive inesperite. E, qua e là, paiono aprirsi anche altre possibilità.
Possibilità per costruire nel conflitto, possibilità per fare dell’esodo il punto di forza per l’estendersi di lotte che non vogliono negoziare i propri obiettivi con l’istituito.
La possibilità di riprenderci le nostre vite, sperimentando i modi per garantir(ci) salute, energia, cura degli anziani e dei bambini fuori e contro il recinto statuale. La scommessa è tentare percorsi di autonomia che ci sottraggano al ricatto delle regole dalla governance transnazionale, alla continua evocazione dell’apocalisse che abbatte chi non segue i diktat della politica nell’epoca del liberismo trionfante, della finanza anomica, della logica del fare per il fare, perché chi fa mette in moto l’economia, fa girare i soldi, “crea” ricchezza.
Questa logica “crea” solo rovine: l’emblema sono i cumuli di immondizia che ci avvelenano e uccidono, l’enorme fiera dell’usa e getta, dello spreco programmato.
Qualche volta le lotte territoriali hanno aperto lievi tracce di un percorso diverso, perché nei momenti apicali hanno consentito la ri-creazione di uno spazio pubblico strappato alla delega democratica. L’emergere di un immaginario che allude all’incompatibilità tra capitalismo e salute, tra capitalismo e domani, offrendo spazi all’emergere di un immaginario, che mette all’ordine del giorno, come necessità di sopravvivenza, la rottura dell’ordine della merce, l’esaurirsi dell’adesione alla logica perversa del consumo in cambio di servizi sociali.

In questo arazzo la cui trama è tracciata di vola in volta, altri fili si intrecciano nelle lotte contro gli sfratti e per l’occupazione di spazi abbandonati. Lotte che spesso non si limitano a (cercare di) sottrarre alcuni beni al controllo del mercato, ma negano legittimità alla nozione stessa di proprietà privata, diventando sovversivi.
La crisi è offre un’occasione di conflitto che è sempre più difficile riassorbire all’interno delle relazioni sociali esistenti. Non solo.
Attraversare la crisi è una straordinaria opportunità per costruire circuiti di autonomia autogestionaria.
La strategia di riscossione di Equitalia crea insolventi. I tagli ai servizi sociali generano forme di gestione di salute e istruzione autogestiti. L’aumento dell’intossicazione dei cibi da supermercato da vita a nuovi circuiti di produzione e circolazione alimentare. Grandi opere e inquinamento portano a un pensare critico, che sfocia in un agire che non ammette mediazioni. L’inedia della politica istituzionale lascia spazio all’azione diretta. Il delirio normativo produce illegalità.
Piccole crepe del sistema si stanno aprendo: è importante che non siano occupate da partiti e rigurgiti fascisti.



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