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Saluggia. Scorie, acqua e soldi

Il deposito nazionale per le scorie nucleari, destinato ad accogliere la pesante eredità dell’avventura nucleare italiana, non è stato costruito. Non è stato neppure scelto il posto dove farlo. Di tanto in tanto circolano rumores infondati su questa o quella località.

L’ultimo tentativo reale venne fatto a Scanzano Ionico, dove una cava salina era stata indicata come bara ideale per l’immondizia nucleare.

Il posto sembrava perfetto. Un sindaco fascista con un trascorso di tangenti per gestione di traffici di rifiuti speciali, un piccolo paese della Basilicata, la promessa di cascata di soldi per compensare il rischio. Come è finita oggi lo ricordano in pochi. Una rivolta popolare scuote il paese: statali e ferrovia sono bloccate dalla gente di Scanzano per due settimane, il sindaco deve barricarsi in casa, la polizia deve fare dietrofront.
La mobilità dell’intera Basilicata va in tilt. Il governo cede e ritira il progetto.

Le scorie restano dove sono. In Piemonte. Tra Trino Vercellese, Bosco Marengo e, soprattutto, Saluggia, è concentrato il 73% delle scorie italiane.

Il deposito nazionale delle scorie italiane è, nei fatti, a Saluggia. Il posto peggiore per i rischi idrogeologici, perché Saluggia è al centro di un triangolo, tracciato dalla Dora Baltea e due canali. Sotto passano le falde acquifere che alimentano l’acquedotto del Monferrato.
Qualche anno fa l’alluvione mise a rischio di inquinamento l’intera area e, in almeno un’occasione, è stata dimostrata la radioattività della falda superficiale.
Tra pochi anni sarà completato il Cemex, una bara di cemento, che dovrebbe rendere più sicuro il sito “temporaneo”. Quello “definitivo” venne deciso con una legge del 2003, dopo l’annuncio del 1999. Sono passati 17 anni e nulla è successo. Persino la Carta dei siti papabili, in teoria pronta da due anni,non è mai stata resa nota. Evidentemente si temono ripercussioni nelle urne.

Una domanda sorge spontanea. Perché Saluggia e gli altri paesi soggetti a servitù nucleari non insorgono? Perché non si muove quasi nulla?
La risposta è semplice ed ha parecchi zeri. 15 milioni di euro all’anno per le compensazioni.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Lorenzo Bianco, attivista antinuclearista.

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Grillo chiama, Minniti risponde

“Sono annegate circa 100 persone, per lo più donne e bambini, in quattro diversi naufragi nel Canale di Sicilia. Non in un altro tempo e in un altro mondo, ma una settimana fa, il giorno di Natale, davanti alle nostre coste. La notizia è apparsa nelle pagine interne dei quotidiani ed è subito svanita, cancellata da articoli sui cenoni festivi, sulle star recentemente defunte e sulle nuove tensioni tra Usa e Russia. D’altronde, si stima che nel solo 2016 siano morti in mare 5000 migranti. E quindi, cento più o cento meno…
E così in questi anni, giorno dopo giorno, ci siamo abituati a questa strage invisibile, di cui non sono responsabili terroristi o nemici dell’umanità, e che quindi appare una fatalità da attribuire a vaghe astrazioni (è la crisi globale, signora mia). In cambio, però, i cittadini di Goro insorgono se una decina di donne e bambini, scampati ai naufragi, vengono assegnati al loro villaggio, sommerso dalla nebbia. E se un Amri, freddato a Sesto San Giovanni, era stato nelle nostre galere, ecco che Grillo – sì, quello che scavalca a destra Salvini ed è così amato a sinistra – esige un giro di vite contro i clandestini, espulsioni immediate e il potenziamento delle forze dell’ordine.
Se Grillo chiama, Minniti risponde. Questa specie di commissario Montalbano dall’aria feroce, che è stato al governo con chiunque (D’Alema, Amato, Prodi e oggi Gentiloni), a suo tempo grande amico di Cossiga e auto-promosso esperto di sicurezza e intelligence, ha deciso di intervenire a gamba tesa sulla questione migranti. E quindi, apprendiamo oggi dalla stampa, retate a più non posso di feroci lavavetri, venditori di fiori e lavapiatti abusivi, espulsioni in massa e Centri di Identificazione ed Espulsione in ogni regione. Non solo: il tarantolato Minniti si appresta a volare in Africa per stipulare nuovi patti con i paesi di provenienza dei migranti, un po’ recalcitranti a riprendersi i loro figli emigrati.
Così, mentre gli italiani residenti in Inghilterra si apprestano a far causa al governo May che li vuole espellere, noi tentiamo di ricacciare in Africa quelli che hanno traversato deserti e mari per sopravvivere in Europa. Ma riuscirà Minniti nella sua coraggiosa impresa? Non credo proprio. Quanto costeranno i voli per rimandare in Egitto, Libia, Tunisia e Nigeria. non solo i cittadini di questi stati, ma tutti gli altri, afghani, etiopi, siriani, centro-africani? E basteranno quattro soldi, elargiti da Gentiloni-Minniti, per convincere detti stati a prendersi, cioè a internare, tutti quelli che vogliamo cacciare noi e che non sono cittadini loro?
La riposta è sempre no. Dove hanno fallito Amato, Prodi, Berlusconi e Renzi, non riuscirà Minniti. Tuttavia avremo migliaia di internati in più nei Cie, nuovi sbarchi, nuovi giri di vite, tensioni con la Ue e la solita solfa di Grillo e Salvini che incitano i cittadini a protestare. Così il buon senso svanisce tra ipocrisia, urla forcaiole e giri di vite, mentre in mezzo al Mediterraneo la gente continua ad annegare.”

In questo suo scritto, Alessandro Dal Lago butta sul piatto la tounee di Minniti in Africa trattare la restituzione di un po’ di esseri umani in eccesso, la violenta invettiva xenofoba di Grillo, i morti che non contano nel grande sudario azzurro del Mare di Mezzo.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Alessandro Dal Lago

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Aiutiamoli a casa loro. Immaginario post (neo) coloniale della dipendenza africana

L’immaginario dominante sull’Africa raffigura un continente povero e bisognoso d’aiuto. Una falsità costruita sulle narrazioni coloniali e post coloniali.

Vi proponiamo uno scritto di Karim Metref, originariamente uscito su “Divagazioni”. Metref, blogger, insegnante di origine kabila, da molti anni vive a Torino.

Qui potete leggere la prima parte.

Qui la seconda. 

Qui puoi ascoltare la lettura commentata proposta nella puntata di Anarres del 23 dicembre 2016

Riso amaro per l’Africa

Il 5 dicembre 1992, sulla spiaggia di Mogadiscio, l’allora ministro francese della salute, Bernard Kouchner, si fa riprendere dalle telecamere delle Tv di mezzo mondo mentre scende da una nave di aiuti umanitari con un sacco di riso sulle spalle.

La nave, secondo lo stato e i media francesi, contiene riso raccolto dai bambini francesi. In effetti, nelle scuole dell’esagono, durante le settimane precedenti lo sbarco, era stata organizzata una campagna intitolata “Riso per la Somalia”. I bambini francesi sono arrivati, tutti, a scuola con uno o due chili di riso da mandare ai bambini somali. Ma sembra che il riso che arriva alle popolazioni affamate del corno d’Africa non è nei pacchi da un chilo che si vendono nei supermercati. È contenuto nei soliti sacchi da 25 chili degli aiuti alimentari. In ogni caso, lo stato francese non aveva bisogno dell’aiuto dei bambini per riempire un paio di navi di aiuti alimentari. Aveva solo bisogno di fare una mega operazione di propaganda per mascherare un intervento militare in un intervento umanitario. Era l’inizio del concetto di “guerre umanitarie”.

Quella operazione propagandistica ma anche la figura stessa di Bernard Kouchner sono in vari modi simbolici dell’evoluzione dell’immagine dell’Africa nel linguaggio politico e mediatico occidentale Post(neo)coloniale. Medico di formazione, Kouchner è il fondatore di Medici Senza Frontiere e di Médecins du monde, due grosse strutture umanitarie francesi. Viene quindi dalla cooperazione umanitaria per approdare in politica e diventare uno dei principali paladini del “diritto-dovere di ingerenza”. Nozione che ha portato alla quasi totalità degli interventi militari dei paesi della Nato dalla fine della guerra fredda a Oggi.

Poveri loro

Dal dopo indipendenza dei paesi africani si è lavorato a lungo sull’immaginario occidentale (e anche africano) sull’idea che l’Occidente, in particolare, i paesi ricchi, in generale (cioè compresi paesi come le petromonarchie arabe, il Giappone, la corea del Sud…) aiutano l’Africa con miliardi di Dollari ogni anno. A questo immaginario di Africa mendicante, voragine di aiuti esteri e che nonostante il generoso aiuto di tutti va sempre peggio, hanno lavorato gli stati, l’Onu, il sistema bancario, i media e anche le agenzie di solidarietà internazionale.

Per 60 anni ci hanno bombardato di parole e immagini di una Africa che vive a carico del mondo. L’immagine del bambino africano rachitico invade gli schermi del mondo. Invece del lupo cattivo, è il bambino del Biafra che diventa lo spauracchio di chi non vuole finire la sua zuppa: mangia altrimenti diventi come lui.

Partono le grandi operazioni di “solidarietà”, i lanci di cibo dagli elicotteri, le distribuzioni dai camion. Partono i grandi concerti di musica. I giovani vanno ai concerti live a Londra, Parigi e Los Angeles. Si divertono un sacco e sono pure convinti di aver fatto del bene all’Africa.

L’immagine dell’Africa affamata nutre ogni tipo discorso:

– quello pietistico dei missionari: sono i nostri fratelli deboli, hanno fame, aiutateci ad aiutarli.

– Quello delle Ong: Sono esseri umani come noi, non ce la fanno da soli, aiutateci ad aiutarli,

– Quello della cooperazione di stato: sono degli stati che non sono in grado di svilupparsi da soli, useremo soldi pubblici per aiutarli,

– Quello dell’ONU: alcuni stati membri non ce la fanno da soli, la banca mondiale, gli stati più ricchi li devono aiutare a svilupparsi,

– Quello del Fondo monetario e della Banca Mondiale: gli stati poveri hanno bisogno dei prestiti e dell’assistenza nostra per trovare una via verso lo sviluppo,

– Quello delle multinazionali: siamo in Africa perché non è in grado da sola di sfruttare le sue ricchezze,

– Infine con gli esodi, anche negli ambienti di estrema destra xenofoba cresce il discorso di chi dice: non devono venire qui da noi, aiutiamoli a casa loro.

Tutti vogliono aiutare l’Africa. L’unica che sembra non voler aiutarsi è l’Africa stessa.

La realtà che viene esclusa dalla narrazione post (neo) coloniale è il fatto che i flussi economici (legali e/o sommersi) dall’Africa verso il resto del mondo sono infinitamente superiori a quelli dei così detti aiuti. Non è l’Africa ad essere in debito con il mondo è il mondo che è in debito con l’Africa.
Continued…

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Merry crisis and happy new fear

La strage nel Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” di Trapani non smette di parlarci, a distanza di diciassette anni, con la potenza evocativa di un fatto brutale che si proietta, ancora oggi, sulla cronaca di ogni giorno.
Dopo tutti questi anni, lo scenario globale è drasticamente peggiorato. I flussi migratori sono aumentati, e davvero non potrebbe essere altrimenti.
Dalla polverizzazione del Medioriente, dove le potenze straniere muovono le loro pedine a tutela di inconfessabili interessi, passando per il martoriato continente africano, è facile constatare che la guerra è ormai una condizione permanente in cui sono costretti a vivere milioni di persone.
Le politiche degli stati e delle élites che gestiscono potere e risorse economiche sono orientate alla sistematica destabilizzazione di aree sempre più vaste del pianeta. Guerra e terrorismo globale sono gli strumenti, complementari e speculari, per l’approvvigionamento delle risorse e delle fonti energetiche, per il controllo dei territori, per la produzione di armamenti, per la conquista di nuovi mercati, per la manipolazione del consenso, per la costruzione di campagne elettorali.
È da tutto questo che donne e uomini continuano a scappare, anche a costo della vita. È a causa di tutto questo che si continua a morire di immigrazione.
Chi scappa dai bombardamenti o dai coltelli dello Stato islamico, chi fugge dalla povertà e dall’assenza di prospettive, trova – quando è fortunato – muri e filo spinato, botte e umiliazioni, schedature e discriminazioni, sfruttamento e intimidazioni. Chi non è abbastanza fortunato, semplicemente crepa: in fondo al mare, dentro un tir, sotto a un treno.
Tutto questo si ripete ancora, da almeno diciassette anni, da quando Trapani finì sui giornali di tutta Italia per l’incendio di una casa di riposo adibita a centro di detenzione per immigrati.
Oggi una capillare opera di propaganda istituzionale, agita su più livelli – dal nazionale al locale – vorrebbe addirittura contrabbandare un presunto “modello-Trapani” come buon esempio di efficienza e accoglienza sulla base del funzionamento dell’Hotspot di Milo. Certo, tutto va a meraviglia: gli immigrati che sbarcano al Ronciglio (e che non si trovano in una bara adagiata sul molo), vengono fotosegnalati e smistati verso il destino che solerti funzionari stabiliscono per loro. Questo è il modello di accoglienza di un’Europa che, continuando a produrre clandestinità, non concepisce corridoi umanitari e canali sicuri che consentano alle persone (siano essi migranti economici o profughi di guerra) di non intraprendere viaggi allucinanti nella speranza di essere intercettati da un mercantile o da una nave militare.
Nel 2017, intanto, l’Italia dei voucher e del precariato, delle grandi opere e delle mazzette, della mafia e della corruzione, spenderà per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno): tutti soldi sottratti all’occupazione, alla sanità, all’istruzione, al risanamento del territorio, a una più equa distribuzione delle risorse. Alla faccia della crisi.
Ma le priorità, in tutto il mondo, sono ben altre: chiusura delle frontiere e militarizzazione della società in nome della paura, del sospetto, della guerra al terrorismo.
La loro guerra e il loro terrorismo. I morti e le macerie sono soltanto nostri.

Coordinamento per la Pace – Trapani

ricordando Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim e tutte le vittime dei confini, delle guerre e del terrore, in ogni angolo del pianeta

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Nell’Italia dei voucher

I dati forniti dall’INPS sono secchi ed impietosi. Calano le assunzioni a tempo indeterminato, c’è stata un impennata nell’utilizzo dei vaucher.

Molti ancora non sanno di che si tratti, anche se il meccanismo è da decenni lo stesso: una maniera legale per avere al proprio servizio lavoratori formalmente autonomi in realtà dipendenti precari e senza alcun diritto.
Un collaboratore esterno non necessario licenziarlo: basta comunicare che le sue prestazioni non erano più richieste. Prima dei vaucher c’erano i co.co.co e i co.co.pro. Il “pro” sta per progetto. Se il progetto è finto, ed era sempre finto, il lavoratore poteva impugnare il contratto precario e chiedere l’assunzione. Una vera rogna per i poveri datori di lavoro, impegnati a mantenere intatti i propri profitti in tempi di crisi.
I voucher introdotti con il job act sono la risposta alla angosce degli imprenditori. Formalmente, va da se, sono tutt’altro. Sarebbero un modo per evitare il lavoro in nero, “normale”, quando si assume un lavoratore per una collaborazione breve e occasionale. Il voucher prevede che una parte dei soldi finisca all’INPS. Inutile dire che chi fa un lavoretto continua a farlo in nero: tutti preferiscono incassare tutto e subito, senza gettare nulla nel calderone dell’INPS.

I voucher vengono utilizzati in maniera crescente per pagare i precari, travestiti da lavoratori autonomi.

Lo stesso ministro del lavoro, di fronte ai dati diffusi dall’INPS, ha dichiarato che il “job act è una buona legge”, ma può essere corretta se la pratica evidenzia che qualcosa non funziona.

Chi credesse che Poletti abbia un sussulto di interesse per la condizione precaria si ricreda subito. Presto la Consulta si pronuncerà sull’ammissibilità del referendum sul job act: se dovesse passare potrebbe convenire al governo Gentiloni fare qualche ritocchino alla legge piuttosto che affrontare il verdetto delle urne.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Stefano Capello.

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Sala. In equilibrio sulla Piastra

Il primo dicembre la sede di di Expo di via Meravigli è stata perquisita dal Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Milano. L’iniziativa degli investigatori rientra nell’inchiesta sull’assegnazione dei lavori sulla piastra dei servizi (ovvero la serie di lavori preparatori alla costruzione dei padiglioni) su cui indaga la procura generale di Milano. L’asta era stata vinta dalla società Mantovani con un ribasso del 42 per cento su una base d’asta di 272 milioni di euro.

L’inchiesta, una delle più importanti tra quelle relative a Expo, sembrava destinata a chiudersi con un’archiviazione. Ma il Gip Andrea Ghinetti si era opposto alla richiesta della Procura e il fascicolo per corruzione e turbativa d’asta (la gara più rilevante da 149 milioni di euro), era stato tolto ai pm dalla procura generale che l’aveva avocata a sé affidandola al pg Felice Isnardi che successivamente ha chiesto la proroga delle indagini, che altrimenti sarebbero scadute di lì a breve.

Cinque gli indagati nell’inchiesta: gli ex manager Antonio Acerbo e Angelo Paris, l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita e gli imprenditori Ottaviano ed Erasmo Cinque.
Dagli atti richiesta di prolungamento dell’inchiesta è saltato fuori il nome del sindaco di Milano Beppe Sala, all’epoca direttore generale e commissario straordinario per Expo.
Sala è sotto indagine per la firma retrodatata su un paio di nomine, un fatto in se di poco conto. Infatti, dopo una breve pausa, una sorta di autosospensione virtuale Sala sta per tornare a Palazzo Marino.
L’aspetto interessante di questa vicenda, non è tanto o (sol)tanto nell’inchiesta che tocca anche il sindaco, quanto nel sistema delle grandi manifestazioni, dei mega appalti, dei grandi carrozzoni succhia soldi.

Sala diventa commissario Expo dopo che inchieste e scandali avevano spazzato via la cordata che aveva gestito il carrozzone precedente. Quello che sta accadendo ora era ampiamente prevedibile, perché inscritto nella logica di drenaggio di enormi risorse pubbliche per foraggiare le imprese amiche di questo o di quello. Il tutto in fretta, con budget bassissimi che si gonfieranno dopo. Non c’è interesse per altro che non siano il circo e i biglietti da staccare.

Le inchieste successive sono la normale coda di questo sistema, dove lo stesso avvicendamento delle elite è regolato per via giudiziaria da tangentopoli in poi. Non per caso tutto cominciò proprio a Milano.

Il malaffare e le inchieste che ne sono la coda sono parte della modalità regolativa che si è imposta in questi anni. Le leggi adottate per limitare i rischi e aggirare le norme di tutela della salute, dell’ambiente, della sicurezza sul lavoro, a volte non bastano a coprire la melma dei cantieri, dove dall’ingresso secondario ogni giorno entravano i lavoratori in nero, che costruivano il baraccone di quel circo sgangherato e costosissimo che è stata Expo 2015.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Abo, tra gli animatori del comitato No Expo.

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No Zoo(m). Passeggiata s-catenata contro ogni gabbia

Nel pomeriggio di domenica 18 dicembre a Torino si è svolta un’iniziativa contro la privatizzazione del Parco Michelotti e l’apertura di un nuovo zoo e contro ogni gabbia fisica e mentale. Dalle carceri ai CIE, dalle Rems ai repartini psichiatrici sino alle frontiere che fermano e imprigionano migranti e profughi.
La “passeggiata s-catenata” è partita dalla “gabbia” di fronte alla Biblioteca Geisser, ha attraversato il ponte della Gran Madre per poi giungere in Via Po, dove è stato fatto un presidio informativo con banchetti, musica, e una mostra di opere d’arte sul tema gabbie. Si è tenuta anche un’assemblea aperta con numerosi interventi. Durante la passeggiata sono stati esposti ed appesi striscioni e cartelli con messaggi di protesta e libertà. Distribuiti diversi volantini con uno spottino informativo in loop sull’acquisizione del parco da parte dell’azienda Zoom s.p.a. che si è aggiudicata il bando trentennale dell’area.

La prossima iniziativa è stata fissata per il mese di gennaio.

Ascolta la diretta di radio Blackout con Arianna.

Qui puoi leggere il volantino distribuito dalla Federazione Anarchica Torinese

Qui qualche foto della giornata 

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Roma. Gli abiti nuovi della giunta Raggi

Lunedì scorso è avvenuto l’incontro al Campidoglio per la ridefinizione della giunta romana. Il meeting ha decretato la nomina di Luca Bergamo, ex PD, come nuovo vicesindaco della giunta comunale a 5 Stelle. L’attuale assessore alla Cultura del Campidoglio ha preso il posto del dimissionario, Daniele Frongia, che ha mantenuto le deleghe alle Politiche giovanili e allo Sport. Passo indietro invece per Massimo Colomban, imprenditore trevigiano vicino a Casaleggio, e assessore alle Partecipate della giunta pentastellata di Roma, già candidato perdente del centro-destra in Veneto. Pinuccia Montanari, già nella giunta di Del Rio a Reggio Emilia, è la nuova assessora alla Sostenibilità Ambientale. Prenderà il posto di Paola Muraro, sotto indagine per reati ambientali e responsabile di aver restituito smalto al re delle discariche Manlio Cerroni, che da lei ricevette la nomina a consulente tecnico di parte dalla Gesenu, società commissariata per mafia.

Nel frattempo, dopo l’arresto del fidato dirigente Raffaele Marra, proveniente dagli ambienti del neo-fascismo e di fatto responsabile delle dimissioni di Carla Rainieri (ex-capo di gabinetto), la sindaca Virginia Raggi ha dichiarato ai giornalisti che se dovesse mai arrivarle un avviso di garanzia per la firma degli atti compiuti da Marra (compresa la nomina di uno dei fratelli di Marra a capo del Dipartimento Turismo), valuterà il da farsi, prima di allora non intende pensarci affatto.

Di tutto questo e molto altro l’info di Blackout parlato con Francesco, che ci ha restituito un quadro generale della situazione nella Roma Capitale.

Ascolta la diretta

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Posta aerea. Presidio contro Mistral Air

mistral-00C’erano due robusti digos piazzati di fronte all’ufficio postale di corso Giulio Cesare, prima della strettoia che immette a Porta Palazzo, il più grande mercato all’aperto d’Europa. Poco più in là il Balon, il posto degli stracci, oggi sempre più in bilico tra “riqualificazione” all’insegna del vintage e dell’usato per ricchi e mercato dove i poveri possono rimediare qualcosa di utile a poco.
In quest’angolo vivono molti immigrati degli ultimi anni, magrebini, africani, cinesi, rom rumeni e tanti altri. Sono soprattutto loro ad entrare ed uscire dall’ufficio postale. Chi ritira un pacco, che spedisce una raccomandata, chi ritira qualche soldo.
Nonostante la Digos e quelli del commissariato di zona provino a tenerci lontani, non ci riescono. La gente si ferma, prende il volantino, legge i cartelli, guarda lo striscione dove campeggia la scritta “stop deportazioni”.

Sui cartelli si racconta una storia che pochi sanno, quella di una compagnia aerea, la Mistral Air, che deporta profughi e migranti per conto del ministero dell’Interno.

Di seguito il volantino distribuito davanti all’ufficio postale lo scorso sabato.

mistral-01Mistral Air, la compagnia aerea di Poste Italiane, non trasporta lettere, pacchi e cartoline… ma deporta rifugiati e migranti in paesi dove non vogliono tornare.
Fuggono guerre, miseria, persecuzioni, dittature. C’è chi non vuole sottostare ad un matrimonio forzato e chi non intende fare il soldato. C’è anche chi, semplicemente, vuole andare in Europa, perché desidera un’altra vita.
Tutti si trovano di fronte frontiere chiuse, filo spinato, polizia ed esercito.

A migliaia muoiono durante il viaggio. Annegati in mare, soffocati nei tir, travolti da un treno in una galleria ferroviaria. Ammazzati, tutti, dagli Stati, dalle frontiere, dalle leggi che impediscono a chi nasce in un paese povero di viaggiare liberamente.
Li chiamano clandestini, perché non hanno le carte in regola, perché non hanno il permesso di soggiorno. Pochi sanno che è quasi impossibile emigrare legalmente in Italia.

La legge stabilisce che puoi avere il permesso di soggiorno solo se hai un lavoro, una casa, se hai imparato bene l’italiano. Vieta però di entrare in Italia per cercare un’occupazione. Se vuoi entrare ed avere le carte in regola, devi avere in tasca il contratto di lamistral-02voro. Un racconto di fantapolitica? No l’Italia di oggi.
Ovviamente nessuno assume qualcuno senza averlo visto prima, nessuno prende un operaio tunisino che parla solo arabo, nessuno da lavoro ad una badante ucraina che non si è mai mossa dal suo paese.

L’operaio tunisino, la badante ucraina, il muratore nigeriano, l’idraulico moldavo entrano tutti clandestinamente nel nostro paese, tutti lavorano in nero. Tutti sperano che il padrone, prima o poi, li regolarizzi, facendo un finto contratto nel loro paese.
Chi ce la fa ad avere il contratto e, quindi, il permesso, se perde il lavoro, dopo poco perde anche il permesso e torna clandestino.

I clandestini, uomini e donne, rischiano la reclusione in un CIE, rischiano di essere espulsi. Magari con un charter della Mistral Air, la compagnia area di Poste Italiane.

In questi anni di guerre feroci moltissimi uomini, donne e bambini hanno perso tutto: casa, lavoro, la possibilità stessa di sopravvivere.

mistral-03I profughi di guerre, cui spesso l’Italia ha partecipato con bombardieri, droni, truppe ed elicotteri da combattimento, cercano di raggiungere l’Europa del nord, per tentare di riprendere il filo delle loro vite interrotte, spezzate, violate.

Trovano di fronte a loro muri sempre più alti, centri di accoglienza dove ONG, associazioni, cooperative sono ben pagate per cercare di sopire con minestre e coperte il desiderio di continuare un viaggio interrotto dalla polizia italiana.

Molti non ci stanno e provano a passare le frontiere. Da un paio d’estati molti migranti si organizzano con antirazzisti e solidali per sfuggire ai trafficanti e ai controlli lungo le frontiere. È successo a Chiasso, è successo a Ventimiglia, dove quest’estate la parola è passata ai manganelli, ai gas, alle botte. Allo Stato.
Molti uomini e donne in viaggio sono stati rastrellati e caricati su un volo diretto al Sud. Come nel gioco dell’oca: se perdi torni alla casella di partenza.

Il voli dei deportati avevano spesso il colore giallo e azzurro della Mistral Air.

mistral-05Chi vive a Torino spesso ha una storia di emigrazione alle spalle. Tanti hanno sentito le storie di mistral-04emigrazione di padri e madri, fatte di discriminazione e razzismo.
Discriminazione e razzismo sconfitti dalla lotta comune per la casa, il salario i trasporti.

Oggi chi comanda e chi si fa ricco sulle nostre vite vorrebbe che facessimo la guerra ad altri poveracci, ai profughi e agli immigrati, ai clandestini. Noi sappiamo però che chi comanda e chi sfrutta vuole la guerra tra poveri per poter meglio sfruttare, per poter meglio comandare.

Non diventiamo complici dei padroni e del governanti.

Gli esseri umani non sono pacchi postali.

Diciamolo forte a Poste Italiane!

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Lotta agli sfratti. Il riesame cancella gli arresti

liberituttiTorino, venerdì 16 dicembre. Nelle prime ore del pomeriggio è arrivata la notizia che il giudice del Riesame ha cancellato tutte le misure imposte dalla GIP Loretta Bianco su richiesta del PM Andrea Padalino a 13 attivisti nella lotta contro gli sfratti.
L’operazione era scattata lo scorso 29 novembre, quando quattro compagni sono stati arrestati e condotti in carcere, mentre ad altri nove è stato notificato il divieto di dimora in città.
Nel mirino un picchetto anti sfratto dello scorso 2 maggio in via Baltea, in Barriera di Milano, per il quale è stata formulata l’accusa di violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale
In queste settimane la Gip aveva concesso i domiciliari ai quattro arrestati, ma solo tre di loro erano passati dalle Vallette alla propria casa trasformata in prigione.
I compagni e le compagne banditi da Torino, avevano deciso di violare le misure imposte dal tribunale.
Venerdì 9 dicembre un corteo aveva attraversato le strade del quartiere dai giardinetti di via Montanaro sino a corso Brescia, per ribadire la volontà di disobbedire ai divieti e continuare a partecipare alle lotte.

Tre giorni dopo, martedì 6 dicembre, nelle prime ore dell’alba la polizia ha fatto irruzione all’Asilo Occupato di via Alessandria, alla casa di corso Giulio Cesare e in varie abitazioni private, per arrestare otto dei nove banditi disobbedienti. Quattro compagni sono stati arrestati e condotti in carcere, due alle Vallette, due invece non sono incappati nelle maglie della repressione.
All’Asilo la polizia è intervenuta in forze bloccando le strade e buttando giù le porte. Alcuni occupanti sono saliti sul tetto e ci sono rimasti sino alla conclusione dell’operazione repressiva.

Giovedì 15 dicembre al tribunale di Torino si è svolta l’udienza del riesame per tutti e 13 i compagni. Di fronte al tribunale c’è stato un presidio di solidarietà, che ha poi dato vita ad un breve corteo intorno al tribunale, passato di fronte all’ufficio degli ufficiali giudiziari, la mano della magistratura nell’esecuzione degli sfratti e nella denuncia di chi vi si oppone.
Il PM Padalino ha descritto le personalità politiche degli imputati, mirando a metterne in luce la pericolosità sociale, piuttosto descrivere l’episodio per il quale sono sotto accusa.
Una vera esibizione del diritto penale del nemico, dove chi sei conta più di quel che fai.

Gli è andata male. Il Riesame ha cancellato tutte le misure contro i 13 compagn*.

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Il referendum dei poveri e dei disoccupati

marciaNulla sarà più come prima:‭ ‬il referendum istituzionale ha visto un’ampia partecipazione popolare ed i‭ “‬NO‭” ‬hanno vinto.‭ ‬Aurore radiose attendono le legioni di votanti che,‭ ‬matita copiativa alla mano,‭ ‬hanno modificato radicalmente la situazione in Italia.‭ ‬Il blocco frigorenzaicomassonico è stato sconfitto.‭ ‬I superstiti renziani risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.‭ ‬Tutto il potere è andato al CNEL che ha decretato la fine della povertà e della disoccupazione in Italia.

Si sa,‭ ‬i sogni muoiono all’alba.‭ ‬E all’alba del‭ ‬6‭ ‬dicembre sono arrivati i dati ISTAT sulla povertà in Italia.‭ ‬Il‭ ‬28.7%‭ ‬delle famiglie italiane‭ (‬17,5‭ ‬milioni di persone‭) ‬è povera o in condizioni di grave indigenza.‭ ‬Più della metà delle coppie con tre o più figli minori è povera.‭ ‬Lo è quasi la metà delle persone che vivono nel Sud Italia.‭ ‬In Europa siamo tra quelli messi peggio.‭ ‬Alcune zone del Sud Italia sono quelle che hanno,‭ ‬percentualmente,‭ ‬più poveri d’Europa.‭

Aumenta il numero dei‭ ‬working poor:‭ ‬quelli che sono poveri nonostante lavorino regolarmente con un contratto di lavoro.‭ ‬Ormai si tratta di quasi un lavoratore su‭ ‬4‭ (‬23.5%‭)‬.‭

Negli ultimi‭ ‬5‭ ‬anni è anche aumentata la differenza di reddito tra chi ha molto e chi ha poco.‭ ‬La differenza di reddito tra il‭ ‬20%‭ ‬più povero‭ (‬che possiede il‭ ‬7.7%‭ ‬del reddito complessivo‭) ‬e il‭ ‬20%‭ ‬più ricco‭ (‬che ha quasi il‭ ‬40%‭ ‬del reddito complessivo‭) ‬è aumentata ulteriormente.‭ ‬Se invece del reddito‭ (‬che è quello che uno guadagna ogni anno‭)‬,‭ ‬guardiamo al patrimonio‭ (‬che è quello che uno possiede‭) ‬la situazione è ancora peggiore:‭ ‬le‭ ‬10‭ ‬famiglie più ricche in Italia possiedono quanto il‭ ‬40%‭ ‬dei residenti‭ (‬italiani e stranieri‭) ‬più poveri.

Qualche milione di poveri ha dovuto rinunciare alle cure ed alle spese sanitarie e la mortalità é aumentata del‭ ‬9.1%‭ (‬sono morte‭ ‬54.000‭ ‬persone in più rispetto all’anno precedente‭)‬.‭ ‬Le aspettative di vita,‭ ‬in Italia,‭ ‬sono diminuite per la prima volta da‭ ‬150‭ ‬anni‭ (‬da quando vengono misurate‭)‬.‭ ‬Intanto però‭ ‬le persone che hanno più di‭ ‬30‭ ‬milioni di euro nelle proprie disponibilità finanziarie sono aumentate del‭ ‬7.8%.

Ma che ci frega dei poveri e dei malati,‭ ‬abbiamo passato gli ultimi mesi a parlare del referendum e passeremo i prossimi a parlare della legge elettorale.‭ ‬Queste sono le cose che contano.‭ ‬Del resto chiunque sia stato al governo non ha fatto altro che peggiorare le condizioni di vita e lavoro,‭ ‬quindi è meglio cianciare di come votare piuttosto che di come cambiare veramente le cose.

Poi però,‭ ‬mentre erano tutti impegnati a celebrare la vittoria,‭ ‬ottenuta peraltro con una buona partecipazione popolare,‭ ‬nessuno si è accorto che parecchi poveri non sono andati a votare e se ne sono fregati di un referendum che non sposta di una virgola la loro condizione di sfruttati.

C’è una correlazione diretta tra il numero degli astenuti al referendum costituzionale ed il tasso di povertà:‭ ‬le regioni con più poveri sono quelle che hanno votato di meno.‭ ‬Nel Sud e nelle Isole,‭ ‬dove il‭ ‬55%‭ ‬delle persone non riesce a sostenere una spesa imprevista di‭ ‬800‭ ‬euro‭ (‬uno degli indicatori di disagio sociale‭)‬,‭ ‬ha votato meno del‭ ‬60%‭ ‬degli aventi diritto.‭ ‬Nelle regioni con meno poveri è avvenuto l’inverso:‭ ‬più gente è andata a votare.

Allo stesso modo è andata per il numero di disoccupati.‭ ‬La provincia italiana con più disoccupati‭ (‬Crotone con il‭ ‬31,4%‭ ‬della popolazione disoccupata‭) ‬è quella che ha votato meno‭ (‬47.8%‭ ‬di votanti‭)‬.‭ ‬Vicenza,‭ ‬che è la città dove c’è stata la maggiore affluenza‭ (‬78,5%‭ ‬di votanti‭) ‬è la penultima per disoccupazione‭ (‬4,7%‭)‬.‭ ‬Tranne pochissime eccezioni,‭ ‬l’elenco delle province italiane ordinate per numero di disoccupati e ordinate per numero di astenuti sono sovrapponibili.

In queste ore,‭ ‬tanti stanno accreditandosi i voti referendari.‭ ‬Ci sono Renzi,‭ ‬Grillo e Salvini‭ (‬ed uno stuolo di mosche cocchiere‭) ‬che sostengono che i‭ “‬SI‭” ‬e i‭ “‬NO‭”‬,‭ ‬siano adesioni al loro disegno politico‭ (‬che consiste,‭ ‬al di fuori dei fronzoli,‭ ‬nell‭’ ‬andare al potere e mangiare più dei loro predecessori‭)‬.‭

Assistiamo anche a un tentativo di rivendicazione di taluni che hanno partecipato al teatrino elettorale con l’ossimoro del‭ “‬NO sociale‭”‬:‭ ‬un voto può essere sociale quanto un’accelerazione può essere rallentata.‭ ‬La vacuità del loro disegno di trasformazione attraverso il referendum fa il paio con la totale inconsistenza del risultato una volta ottenuta questa inutile vittoria.

Non c’è niente da fare,‭ ‬gli anarchici sono diversi.‭ ‬Non credo ci sia uno di noi che sostenga che chi non è andato a votare sia necessariamente anarchico.‭ ‬Noi non siamo andati a votare con le nostre motivazioni,‭ ‬altri con le loro.‭ ‬E non necessariamente coincidono.‭ ‬Ci limitiamo a registrare che,‭ ‬nelle aree dove è maggiore il disagio sociale,‭ ‬è maggiore l’astensione da questa inutile sceneggiata.‭

A differenza di tutti quelli che si sono battuti per il‭ “‬SI‭” ‬o per il‭ “‬NO‭”‬,‭ ‬affermando che votando in un modo o nell’altro sarebbe cambiato tutto,‭ ‬noi astensionisti abbiamo detto fin dall’inizio che,‭ ‬chiunque avesse vinto,‭ ‬non sarebbe cambiato nulla.

Incuranti della tempestiva smentita da parte dei fatti,‭ ‬delle roboanti promesse elettorali,‭ ‬gli attori del teatrino della politica stanno affrettandosi a rimettere in scena la pantomina della legge elettorale.‭ ‬Che si parli di come eleggere questo o quello,‭ ‬piuttosto che di disoccupazione,‭ ‬povertà,‭ ‬salario,‭ ‬abitazioni,‭ ‬istruzione,‭ ‬sanità.‭ ‬Tutte cose delle quali non hanno nessuna voglia di occuparsi,‭ ‬se non per peggiorarne le già catastrofiche condizioni.‭

La maggior parte delle persone è andata a votare al referendum illudendosi di cambiare qualcosa.‭ ‬Noi siamo stati gli unici a dire che non sarebbe cambiato nulla.‭ ‬I fatti ci hanno dato ragione.‭ ‬Aver dimostrato lungimiranza e coerenza non serve però a cambiare la situazione.‭ ‬E‭’ ‬necessario sottrarsi a questo teatrino‭ ‬rilanciando la lotta‭ (‬questa sì‭ “‬sociale‭”) ‬per migliorare le condizioni di vita e lavoro di tutti e tutte.

Fricche in Umanità Nova

Per approfondimenti:

Ascolta la diretta a caldo di Massimo Varengo per l’info di Blackout

Ascolta la chiacchierata con Francesco nella puntata di Anarres del 9 dicembre

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Democrazia criminale. La strage di piazza Fontana

FUNERALI DELL'ANARCHICO GIUSEPPE PINELLI , MORTO NELLA QUESTURA DI MILANO ANNO 1969Il 12 dicembre è stato il 47° anniversario della strage di piazza Fontana. Una bomba esplose nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura il 12 dicembre 1969. Il 1969 fu l’anno in cui lo scontro di classe fu il più intenso e radicale nella storia della Repubblica.
La bomba uccise 17 persone e ne ferì un altro centinaio. Fu il primo atto della “strategia della tensione”, che negli anni successivi insanguinò l’Italia. Si va dalla strage di piazza della Loggia a Brescia, alla quella del treno Italicus, sino al 2 agosto del 1980 quando una bomba devastò la sala d’attesa di seconda classe nella stazione ferroviaria di Bologna.
Dopo la strage di Milano si scatenò una durissima repressione contro gli anarchici, indicati sin dalle prime ore come responsabili: centinaia di compagni furono fermati e trattenuti in questura. Uno di loro, Giuseppe Pinelli, attivo nella lotta alla repressione, venne fermato la sera del 12 dicembre. Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre, dopo 3 giorni di estenuanti interrogatori, Pinelli precipitò dal quarto piano della questura di Milano. La polizia liquidò la faccenda come suicidio, per coprire l’assassinio avvenuto tra le mura della Questura milanese, diretta da Marcello Guida, già a capo del Confino sull’isola di Ventotene, durante la dittatura fascista.
Quando, anche attraverso le denunce di alcuni giornalisti non asserviti al potere, vennero a galla le numerose incongruenze della ricostruzione fatta dalla polizia politica milanese, un magistrato democratico e di sinistra come Gerardo D’Ambrosio mise la pietra tombale sulla vicenda inventando la formula atrocemente comica del “malore attivo”.

Sin dalle prime dopo la strage la campagna contro gli anarchici raggiunse toni parossistici. Pietro Valpreda, innocente, ma con un profilo che si prestava bene al ruolo che la questura cercò di fargli recitare nella tragedia di quei giorni, venne subito difeso dal movimento anarchico milanese, che seppe cogliere con estrema lucidità il senso degli eventi e, in una conferenza stampa dichiarò “la strage è di Stato, Valpreda è innocente, Pinelli è stato assassinato”. Queste parole, che il Corriere della Sera definì deliranti, divennero l’asse portante di una campagna che fu fatta propria da ampi settori dell’opposizione politica e sociale. Tre anni dopo Valpreda verrà scarcerato. Le infinite vicende giudiziarie sulla strage finirono in nulla. La verità su quella vicenda, che spezzò per sempre qualsiasi illusione sulla Repubblica nata dalla Resistenza, è patrimonio della memoria che i movimenti continuano tenacemente ad alimentare.
Il golpe fu una possibilità concreta in quegli anni. I neofascisti furono lo strumento dei servizi segreti, gente cui poco importava il prezzo in vite umane, stampato sul cartellino.
Manodopera fascista fu messa a disposizione dei padroni e dei governanti dell’epoca, spaventati dalla primavera degli studenti, dall’autunno degli operai. Fu grazie alla forza di quei movimenti se non calò rapido l’inverno. Restano tuttavia, pesanti come macigni, i 17 morti della banca. Il 18°, il partigiano Pinelli, scaraventato dal quarto piano della Questura, dove era la stanza del commissario Calabresi, è un monito per chi crede nella bontà della democrazia.

L’info di radio Blackout ne ha parlato con Cosimo Scarinzi, all’epoca giovane anarchico milanese, che ha offerto la sua testimonianza e la sua analisi.
Ascolta l’intervista.

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Algeria. Una democrazia imbalsamata

ghardaia-770x375Le agenzie stampa occidentali hanno diffuso la notizia della morte in carcere di un giornalista anglo-algerino, in sciopero della fame da diversi mesi. La versione ufficiale sulla sua morte parla di infezione polmonare. L’organizzazione Reporter senza frontiere ha chiesto l’apertura di un’inchiesta.

La vicenda, presentata come ennesimo caso di repressione della libertà di parola, ha contorni decisamente diversi.

Mohamed Tamalt,il blogger morto in galera a 42 anni, era un attivista islamista radicale. Non è finito nei guai con la magistratura algerina per i suoi articoli, ma per aver pubblicato su facebook violenti attacchi, anche personali, nei confronti di esponenti dell’entourage del presidente Abdelaziz Bouteflika, che probabilmente gliel’hanno giurata. Corrotti e potenti non hanno tollerato critiche feroci rivolte anche ai propri familiari.
Il fratello di Tamalt, l’ultimo a vederlo vivo qualche mese fa, segnalava ferite alla testa del blogger islamista.
È quindi probabile che sia morto per i maltrattamenti subiti in carcere.
Tamalt faceva parte di una formazione, per fortuna ancora minoritaria, che mescola religione e nazionalismo, lontana quindi dalle internazionali islamiste come Al Queda o Isis o la Fratellanza musulmana, ma non meno pericolosa per la libertà di uomini e donne in Algeria.
Un paese dove, vent’anni dopo la guerra civile, nessuno ha pagato per le atrocità commesse sia dall’esercito che dai tagliagole islamici. L’islam radicale è stato sconfitto militarmente, ma è riuscito a modellare il costume specie nelle campagne e nelle regioni più povere. Nelle grandi città l’islamizzazione della società non è riuscita.

Sul piano sociale le conquiste dei lavoratori algerini sono state fatte a pezzi negli ultimi vent’anni.

La situazione politica è in stallo. Il presidente Bouteflika, pur malato ed anziano, si appresta a correre per il suo quarto mandato. La politica istituzionale algerina sembra mummificata come il presidente, debole ma inamovibile, perché il suo clan e il blocco di potere a lui collegato non riesce ad esprimere una personalità altrettanto carismatica.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Karim Metref, blogger, insegnante di origine kabila.

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Governo. Vecchi e nuovi democristiani

magico-realismo-illusioni-con-la-pittura-15Il nuovo governo si è presentato questa mattina alla Camera dei deputati, per chiedere la fiducia. La squadra capitanata da Gentiloni, è di 18 ministri, 12 dei quali già presenti nel governo Renzi.

Sebbene molti considerino il nuovo governo un clone di quello precedente, qualche indizio suggerisce che Gentiloni smorzerà le punte più aguzze della politica renziana. Nel suo discorso il primo ministro ha posto l’accento sulla questione meridionale e sulle difficoltà che il governo dovrà rappresentare. Una narrazione che, pur inserita nel tessuto ordito dal suo predecessore, se ne distacca per stile e toni.

Gentiloni ha chiarito che il suo non è un governo di scopo, né di transizione: il nuovo primo ministro intende governare finché avrà la fiducia.

Contro questa prospettiva si muovono forze ed interessi diversi. Da un lato la Lega e il Movimento 5 stelle, che oggi sono saliti sull’Aventino, dall’altro lo stesso Renzi, che scalpita per elezioni a giugno, dopo l’approvazione di una nuova legge elettorale.

Va da se che con l’Italicum, doppio turno e premio al partito di maggioranza, potrebbe facilmente riprodursi lo schema già visto alle comunali di Roma e Torino, e, prima di Parma e Livorno: il M5S che vince al ballottaggio con il PD, grazie all’appoggio di tutti (o quasi) gli altri partiti.

In questo momento il PD e probabilmente Forza Italia puntano ad una legge elettorale proporzionale, che favorisca le alleanze, mettendo nell’angolo il M5S.

Oggi,leggendo gli editoriali di Stampa e Corriere, emergeva in modo chiaro che la borghesia italiana punta ad un governo che arrivi a fine legislatura. Sebbene nel tempo il M5S sia riuscito a divenire un interlocutore affidabile per i blocchi di potere della penisola, resta il fatto che offre migliori garanzie l’usato sicuro piuttosto che il nuovo fresco di mercato.
D’altra parte sinora il PD ha saputo garantire politiche economiche e sociali tali da garantire e favorire la perpetuazione dell’ordine costituito, con pochi rischi di conflitto sociale diffuso.

E’ quindi possibile che Gentiloni abbia qualche chance di traghettare la propria compagine governativa sino alla primavera del 2018.

Chi si era illuso che tutto cambiasse dopo il referendum, deve fare i conti con il fatto che è bastato sostituire un cocchiere arrogante ad avventato con uno più pacato e prudente, per rimettere in viaggio la carrozza.

Chi invece si indigna perché Mattarella non ha sciolto le Camere ed indetto nuove elezioni, evidentemente conosce poco la Costituzione che ha difeso come ultimo baluardo di libertà.

Nella Costituzione non è prevista l’elezione diretta del governo e l’incarico di formarne uno spetta, in primis, al partito di maggioranza relativa, che in questo caso è il PD.

Va da se, invece, che il governo Gentiloni dovrà fare i conti sullo slittamento di senso assunto dal referendum costituzionale, dopo la scelta, decisamente avventata di Matteo Renzi di trasformare il si e il no in un giudizio sul suo governo.

Il “licenziamento” di Giannini pare essere un tentativo di recupero del consenso perduto tra i lavoratori della scuola, tradizionalmente bacino di consenso per il PD.

Tutto questo, va da se, è un gioco che vale finché le pur palpabili tensioni sociali ri-troveranno la via della sottrazione conflittuale dall’istituito. Altrimenti, a metà boa degli anni Dieci, rischiamo di realizzare la più triste delle profezie dei Nostradamus della Prima Repubblica e ci toccherà, comunque vada, morire democristiani.

Ascolta la diretta dell’info di blackout con Stefano Capello.

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Corrispondenza dal Rojava

rojavaL’attenzione dei media internazionali è concentrata da mesi sulla battaglia di Aleppo, da qualche giorno si è spostata su Palmira, nuovamente conquistata dall’ISIS.

Grande eco ha avuto l’attentato rivendicato dal TAK (Falconi per la libertà del Kurdistan) ad Istanbul e la dura repressione – 235 arresti – scatenata da Erdogan contro l’HDP, il partito considerato vicino al PKK, da mesi nel mirino della magistratura turca.
La tortura nei confronti degli arrestati è pratica comune che colpisce gli attivisti meno noti come il segretario del partito.

Scarsa è l’attenzione dei media internazionali sulla guerra che l’esercito turco sta combattendo in Rojava contro le esperienze di autogoverno del Rojava. Anche Shengal è minacciata di invasione dalle truppe turche ammassate al confine.

Un compagno torinese, che da diversi mesi si trova in Rojava, ha diffuso un report sulla guerra in corso.
L’informazione di radio Blackout lo ha sentito in diretta martedì 6 dicembre. Ci ha raccontato degli ultimi bombardamenti e della morte di due volontari, che aveva conosciuto direttamente, un comunista tedesco e un anarchico statunitense. Quest’ultimo, Mike Israel, è stato tar i fondatori dell’IWW di Sacramento.

Ascolta la diretta con il compagno.

Di seguito il suo report:
“Il 24 agosto l’esercito turco ha dato il via all’operazione denominata scudo dell’Eufrate, invadendo ufficialmente il territorio siriano. Da quel giorno si sono susseguiti molti attacchi contro il Rojava. Continued…

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