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Stati Uniti. Guerra ai neri, guerra di classe

US-POLICE-SHOOTINGS-PROTESTNegli ultimi decenni l’ordinamento liberale statunitense è stato sistematicamente eroso, imponendo meccanismi sempre più ‬restrittivi delle libertà‭ ‬degli individui.‭ ‬È un processo iniziato con la war on drugs che, nei fatti, è‭ ‬war on poors,‭ un ‬paradigma che si sposta su codici culturali maggiormente accettabili la costante del razzismo strutturale. ‬
Se all’epoca delle Jim Crow Laws si era ufficialmente discriminati in quanto neri,‭ ‬o con strumenti differenti in quanto latini o nativi,‭ ‬ora si è ufficialmente discriminati in quanto poveri e potenzialmente pericolosi.‭ ‬A partire dallo stesso periodo c’è stata una costante militarizzazione delle forze di polizia e la crescita smisurata dell’apparato burocratico e giudiziario a livello federale.‭
‬A rendere il piatto più succoso i business della gestione privata dei centri di detenzione di stato e di contea,‭ ‬le agenzie di sicurezza privata e,‭ ‬nell’ultimo decennio,‭ ‬la neoburocrazia semiprivata della sorveglianza telematica. Affari da miliardi di dollari annui.
Dopo l‭’‬11‭ ‬settembre‭ ‬2001‭ ‬c’è stato un ulteriore salto di qualità ‬grazie al corpus di leggi che va sotto il nome di Patriot Act:‭ estensione capillare della sorveglianza,‭ ‬detenzione amministrativa senza limite di tempo,‭ ‬creazione di liste di persone che vengono interdette nella loro libertà‭ ‬di spostamento in base a procedure amministrative su criteri secretati.‭ Alle persone‭ “‬sospette‭” ‬viene vietato l’utilizzo di mezzi aerei per spostamenti in quanto‭ “‬potenzialmente‭” ‬pericolose:‭ ‬i criteri in base a quali si viene iscritti in questa no fly list non sono mai stati rivelati. Un abuso e una rottura di quello che dal punto di vista liberale è riconosciuto come diritto naturale.
Dopo la strage di Orlando in Florida abbiamo assistito ad uno squallido teatrino:‭ ‬parte della componente democratica eletta al senato si è messa in mostra con un bel sit-in di diversi giorni dentro l’edificio del potere legislativo federale per chiedere che venisse calendarizzata la discussione parlamentare su una proposta di legge del Democratic Party che,‭ ‬se approvata,‭ ‬vieterebbe a certe persone l’acquisto e la detenzione di armi,‭ ‬diritto riconosciuto come inviolabile dal secondo emendamento.‭ ‬Queste liste,‭ ‬secondo la proposta dei democratici, dovrebbero riprendere i criteri delle no fly list.‭ ‬In base a liste fatte con criteri segreti e da funzionari amministrativi‭ ‬federali,‭ ‬su non si sa quali segnalazioni,‭ ‬si restringerebbe un’altra libertà ed un diritto costituzionalmente riconosciuto negli Stati Uniti.‭
‬Questa pericolosa proposta di legge ha ottenuto anche l’appoggio di certi settori del Republican Party e si vocifera di un possibile endorsment da parte non solo di Trump,‭ ‬candidato ufficiale del GOP per le presidenziali di novembre,‭ ‬ma addirittura della NRA,‭ ‬la National Rifle Association,‭ ‬l’associazione dei possessori di armi,‭ ‬per lo più ‬della middle e upper class conservatrice bianca.‭
‬Già dagli anni sessanta la NRA si era distinta per l’appoggio a proposte restrittive del secondo emendamento purché queste colpissero settorialmente il movimento di emancipazione dei neri,‭ ‬dei latini e dei nativi americani.‭ ‬Non dobbiamo dimenticare‭ ‬che all’epoca la stragrande maggioranza dei movimenti per l’emancipazione dalla discriminazione razziale,‭ ‬da quelli più radicali come le Black Panther o le organizzazioni armate dei nativi a quelli più pacifici come il movimento del reverendo King,‭ ‬ponevano,‭ ‬pur con diverse sfumature,‭ ‬la questione dell’autodifesa dagli attacchi criminali dei vari gruppi reazionari razzisti,‭ ‬spesso appoggiati dalle strutture locali,‭ ‬e non solo,‭ ‬dell’organizzazione statale.
Di acqua sotto i ponti ne è passata:‭ ‬per quanto non vi siano più quei grandi movimenti di massa e le azioni contro il razzismo strutturale siano divenute meno incisive e più sporadiche,‭ ‬anche se il movimento Black Lives Matter sta innescando una nuova fase di lotte,‭ ‬il conflitto sociale fa sempre paura.‭ ‬Anzi:‭ ‬in una fase di imponente ristrutturazione economica fa ancora più paura.‭ ‬E allora ecco scendere in campo i peggiori attrezzi della repressione:‭ ‬sospensione in base a criteri amministrativi di diritti costituzionali,‭ ‬sorveglianza sempre maggiore nei confronti degli attivisti,‭ ‬repressione preventiva.‭ ‬Il tutto sotto l’egida della war on terror e la spinta emotiva data da episodi di‭ ‬mass shooting,‭ ‬per quando questi,‭ ‬a vedere i dati,‭ ‬siano in calo.
Ovviamente queste proposte vengono presentate come leggi atte a tutelare tutti.‭ ‬Ma colpiranno in maniera molto selettiva coloro che agiscono per un cambiamento radicale della società e coloro che sono strutturalmente oppressi.‭ ‬Se sommiamo queste proposte di legge con la pratica del racial profiling attuato con sempre maggiore intensità dalle forze dell’ordine e con le proposte di estendere il sistema di background checks il quadro è completo.
La propaganda politica utilizza l’emotività e un certo perverso senso comune per imporre un’agenda politica autoritaria che riprodurrà e peggiorerà ‬l’attuale sistema di dominio.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Lorenzo, autore dell’articolo da cui abbiamo liberamente tratto la nostra introduzione alla diretta su Stati Uniti, violenza poliziesca, guerra ai poveri.

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No Tav. Giuliano e Luca restano in carcere: domani presidio al carcere

no-tav-liberi-tuttiIl tribunale del riesame si è pronunciato su 20 dei 21 No Tav cui sono state imposte limitazioni della libertà per la giornata di lotta del 28 giugno 2015. Vengono confermati i domiciliari per Fulvio, Luca e Giuliano. Luca e Giuliano che, per aver rifiutato le restrizioni erano stati arrestati e condotti in carcere, restano alle Vallette. Il 18 giugno verrà pronunciata la sentenza nel processo per evasione che la Procura di Torino ha disposto per la disobbedienza.
Ricordiamo che Giuliano e Luca non sono fuggiti ma hanno rivendicato pubblicamente la loro scelta in assemblee popolari, fiaccolate, feste No Tav
A Gianluca, ora ai domiciliari ma disobbediente ai divieti di comunicazione, e a Silvano la misura è stata convertita in obbligo di firma. Ad alcuni No Tav, cui era stato imposto l’obbligo di firma quotidiano, sono state attenuate le restrizioni, ridotte a due firme alla settimana. Resta latitante Eddi.
Domani il movimento No Tav ha indetto un presidio solidale con Giuliano e Luca al carcere delle Vallette.
Appuntamento alle 18,30 al capolinea del tram 3.

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Queer/Libertine Pride a Torino

Queer RiotAl decimo Torino Pride – un nome che rivela quello che nasconde – i soggetti che manifestano il proprio orgoglio di essere e di esserci, c’è stata una frattura tra il Pride delle istituzioni e delle discoteche e le tante persone che attraversano la propria vita come un’avventura in cui le identità si pronunciano al singolare plurale.
L’assemblea Queer di Torino e le case occupate, in netto dissenso con la narrazione normalizzante sui “diritti”, ha lanciato un proprio appuntamento plurale e dissonante, il “Queer Pride” ed il “Libertine Pride” che hanno raccolto l’eredità dei tanti spezzoni critici che hanno attraversato il Pride.
La rottura di orizzonti fisici e simbolici si è concretizzata in un appuntamento diverso da quello del Pride istituzionale, nell’attraversamento del Pride per un pezzo, nel diverso percorso e conclusione.

Lo spezzone Queer/Libertine si è ritrovato in piazza Arbarello con due carri ed un cazzone squirtante, tanti cartelli densi di irridente critica al mondo in cui siamo forzati a vivere, ma di cui in tanti provano a forzare i limiti e le categorie.

Al passaggio dello spezzone delle istituzioni la neosindaca ha dovuto incassare la prima contestazione dopo il proprio insediamento: tra slogan e battute il pinkwashing della sindaca pentastellata ha mostrato le prime crepe. Contestato anche il suo predecessore Fassino.

Dopo l’ingresso pirata nel Pride ufficiale, in piazza Castello il corteo Queer/Libertine, ha imboccato via Po, trascinando con se tanta gente.

Secca la divaricazione di percorsi e prospettive, che si è rappresentata nella piazza torinese del 9 luglio.
Una piazza in cui lo spirito della rivolta di Stonewell si è fatto sentire forte e chiaro.

Qui puoi leggere il volantino distribuito in piazza dalla Federazione Anarchica Torinese:

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Senza famiglia, senza stato. Liber*

flat_earth2Il Torino Pride, grande contenitore in cui la comunità lgbtq si rappresenta da 10 anni, quest’anno registra la prima frattura.
L’assemblea Queer di Torino, in netto dissenso con la narrazione normalizzante sui “diritti”, ha lanciato un proprio appuntamento il “Queer Pride”, che nei fatti raccoglie l’eredità dei tanti spezzoni critici che hanno attraversato il Pride.
Per capirne di più potete leggere i documenti politici del Torino Pride e il Manifesto Queer Pride Torino 2016.

Di seguito il volantino della Federazione Anarchica Torinese che parteciperà al Queer Pride.

Senza famiglia, senza stato. Liber*
Libertà, uguaglianza, solidarietà. I tre principi che costituiscono la modernità, rompendo con la gerarchia che modellava l’ordine formale del mondo hanno il loro lato oscuro, un’ombra lunga fatta di esclusione, discriminazione, violenza.
Principi cardine che alle origini mantenevano saldamente fuori tanta parte dell’umanità. Poveri, donne, omosessuali, bambini erano esclusi dall’accesso a questi diritti. La loro universalità, formalmente neutra, era modellata sul maschio adulto, benestante, eterosessuale. Il resto era margine. Chi non era pienamente umano non poteva certo aspirare alle libertà degli uomini.
Una libertà soggetta a norma, regolata, imbrigliata, incasellata. La cultura dominante ne determina le possibilità, le leggi dello Stato ne fissano limiti e condizioni. Per chi ne è escluso si tratta di privilegi, per chi vi è incasellato diviene una gabbia normativa.
Il matrimonio è stato a lungo un legame sancito dallo Stato (e dalla chiesa) che fissava la diseguaglianza e l’asservimento delle donne, sottomesse al marito alla cui tutela venivano affidate. Eterne minorenni passavano dalla potestà paterna a quella maritale.
Le lotte che hanno segnato le tante vie della libertà femminile hanno in buona parte cancellato quella servitù. Ma ne hanno pagato il prezzo. Il prezzo dell’emancipazione femminile è stato l’adeguamento all’universale, che resta saldamente maschile ed eterosessuale. Lo scarto, la differenza femminile, in tutta l’ambiguità di un percorso identitario segnato da una schiavitù anche volontaria, finisce frantumata, dispersa, illeggibile, se non nel ri-adeguamento ad un ruolo di cura, sostitutivo dei servizi negati e cancellati negli anni.
Lo spazio della sperimentazione, della messa in gioco dei percorsi identitari, tanto radicati nella cultura, da parere quasi «naturali», tende ad estinguersi, polverizzato dalle tante cazzutissime donne in divisa, dalle manager in carriera, dalle femministe che inventano le gerarchie femminili per favorire operazioni di lobbing.
Lo scarto femminile non è iscritto nella natura ma nemmeno nella cultura, è solo una possibilità, la possibilità che ha sempre chi si libera: cogliere le radici soggettive ed oggettive della dominazione per reciderle inventando nuovi percorsi.
Percorsi possibili solo fuori e contro il reticolo normativo stabilito dallo Stato, che, non per caso, nega diritti e tutele alle persone che scelgono di non sposarsi.
La strada del movimento glbtq è stata ed è ancora in netta salita. Le discriminazioni, la violenza statale e culturale pongono pesanti limiti alle persone glbtq. Facile capire il desiderio di accedere alle stesse possibilità degli eterosessuali: adozioni, pensione di reversibilità, diritto alla cura del partner…
Tutto questo però passa dalle forche caudine del matrimonio, della legalizzazione dei sentimenti, delle passioni, della tenerezza. Dall’imposizione di un modello rigido di relazione, costruita sulla coppia e sui loro figli.
Chi sceglie di starne fuori, di fare altre strade, non può accedere a queste possibilità anche se eterosessuale.
Possibile che la strada della liberazione debba passare dal riconoscimento dello Stato? Non si finisce con lo scambiare la libertà con un pizzico di sicurezza in più?
Ne vale la pena?
Ben vengano per chi li desidera i matrimoni omosessuali: lasciamo a fascisti e preti le loro vergognose crociate per escludere dall’umanità una sua parte.
La lotta per l’accesso ad alcune libertà avrebbe potuto evitare di infilarsi nella cruna dell’ago imposta dallo stato, separando l’accesso a queste libertà dal matrimonio.
Se la normalizzazione delle nostre identità erranti è il prezzo per accedere ad alcuni diritti che si ottengono solo con il matrimonio, un legame sancito e regolato dallo Stato, allora questo prezzo non siamo disposti a pagarlo.
Vogliamo continuare ad attraversare le nostre vite con la leggerezza di chi si scioglie da vincoli e lacci.
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. La solidarietà ed il mutuo appoggio si possono praticare attraverso relazioni libere, plurali, egualitarie.
Una scommessa che spezza l’ordine. Morale, sociale, economico.

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Grecia. Il governo carica, quelli della fabbrica autogestita Vio. Me. resistono e si accampano

Occupy-Resist-Produce-frontIl 12 febbraio del 2013 i lavoratori della azienda di materiali edili Vio.Me di Salonicco, senza stipendio da maggio del 2011, hanno rimesso in moto la loro fabbrica avviando la produzione autogestita di detersivi naturali. Con questo slogan: «Voi non potete, ma noi possiamo».
Dopo una lunga lotta sostenuta da migliaia di persone gli operai hanno deciso di autogestire la fabbrica, scegliendo loro come e cosa produrre.
Quando Vio.Me ha deciso di chiudere l’attività non era affatto sull’orlo della bancarotta, gli operai si sono battuti per i salari arretrati e i posti di lavoro. Poi, a luglio del 2011, il sindacato di fabbrica – nato nel 2006 e indipendente dalla Gsee, la Confederazione generale dei lavoratori greci, e dal Pame, il fronte sindacale di ispirazione comunista – si è trasformato in assemblea e ha votato quasi all’unanimità (97%) l’occupazione dello stabilimento confiscando le macchine e i prodotti.
A quel punto i lavoratori hanno cominciato a immaginare soluzioni alternative. Riciclando i materiali di scarto sono riusciti a raccogliere un po’ di soldi per autofinanziarsi. Hanno creato una cassa di sciopero e hanno anche ricevuto una tantissimi aiuti alimentari.
Quella grande prova di solidarietà contribuì a dare forza di resistere, quando fu chiaro che l’autogestione non sarebbe stata sostenuta né dal governo né dalle amministrazioni locali. Nonostante tutto all’inizio era molto dura perché i 38 lavoratori che avevano dato avvio alla scommessa dell’autogestione non credevano di farcela da soli in una situazione di illegalità.
Il supporto del Comitato locale di solidarietà, composto per lo più da attivisti della sinistra radicale o anarchici, ha dato la spinta ad andare avanti.
In quel periodo i lavoratori decidono di abbandonare la produzione precedente – materiali per l’edilizia – per ragioni economiche ed ecologiche.
I loro detersivi – saponi, ammorbidenti, detergenti per i vetri – costano poco, sono pensati per le famiglie greche al tempo della crisi, e non contengono additivi chimici ma solo componenti naturali. Trasformare un’impresa chimica e inquinante in una fabbrica attenta all’ambiente per quelli della Vio.Me. è stato anche un modo per ripagare un debito alla società.
Il lavoro e la cooperativa sono gestiti collettivamente. Fanno assemblee tutti i giorni e ogni mattina decidono chi fa cosa assegnandosi ciascuno una postazione diversa, a rotazione. Nessuno dà gli ordini e tutti trattano gli altri allo stesso modo, sia a livello di stipendi – purtroppo ancora molto bassi – sia a livello di decisioni.
Hanno stabilito che ogni lavoratore è membro della cooperativa e che ogni membro della cooperativa deve essere un lavoratore, cioè le quote dei membri non possono essere cedute né rivendute. È un modo per garantire la democrazia diretta.
I lavoratori Vio.Me. distribuiscono i loro detersivi nei circuiti di un’economia solidale. La distribuzione è possibile grazie a una rete militante che si è creata subito intorno alla fabbrica autogestita.

Venerdì primo luglio una carovana di lavoratori e solidali è partita da Salonicco alla volta di Atene. Meta il ministero dell’Interno, per ottenere che la fabbrica non venga messa in vendita, oltre all’allacciamento legale di luce ed acqua.
Dopo un primo inconcludente incontro con il ministro del lavoro, lavoratori e solidali hanno deciso di accamparsi di fronte al ministero, sfidando le minacce della polizia, che ha risposto caricando, pestando e gasando. Diversi compagni sono finiti in ospedale, un attivista e un giornalista sono stati fermati dalla polizia, ma rilasciati dopo le pressioni dei compagni.
Poi l’accampamento è stato allestito ed i lavoratori sono decisi a resistere.
Fallita la strategia del bastone, il viceministro è scesa in strada, dichiuarando che noin ci sarebbero stati altri interventi muscolari.
Sul piano delle risposte concrete, il governo guidato da Syriza tradisce anche in questa occasione le promesse elettorali, nascondendo la testa sotto la sabbia, nel chiaro auspicio che i lavoratori si stanchino e mollino l’occupazione della piazza.

L’info di radio Blackout ne ha parlato con Iannis, un compagno di Salonicco che ha partecipato alle giornate di lotta.

Ascolta la diretta

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Tav low cost: il tunnel nel deserto

Tunnel1Se un idraulico per riparare un guasto congiungesse un tubo piccolo ad uno molto più grande, anche il più sprovveduto di noi capirebbe che il tubo si intaserebbe. Se la stessa cosa la fa il ministro dei trasporti Graziano Del Rio i quotidiani parlano di sensibilità ecologica, razionalizzazione dei costi, realizzazione dell’opera in modo graduale, verificando nel tempo le necessità. La tratta italiana dell’opera può essere realizzata utilizzando in buona parte le infrastrutture già esistenti – il tubo piccolo – ma il tunnel di base di 57 chilometri non va toccato, perché nel 2030 il flusso delle merci avrà un’impennata.

Delle due una: o da quel tubo passerà poca acqua e quindi non serve innestarlo in un tubo più grosso oppure serve e quindi occorre mettere tubi grandi in tutto il nostro impianto di casa.
Quello che vale per i tubi dell’acqua, vale a maggior ragione per una nuova linea ad alta velocità e capacità.

Il progetto Tav o vale tutto o non vale niente. Elementare? Non tanto.
Nel complesso risico del Tav, la nuova linea è un affare per chi la realizza ma solo spese e danni ambientali per tutti gli altri. Al ministro interessa salvaguardare gli affari, senza esporsi troppo con le banche per un progetto per il quale i soldi non ci sono. Lo stesso tunnel geognostico è partito grazie al finanziamento europeo di 172 milioni di euro e il tunnel principale dipende dal 40% che l’UE dovrebbe buttare sul piatto.

Quindi niente investimenti a Torino e in Bassa Val Susa, ma via a testa bassa per completare il tunnel geognostico di Chiomonte e far partire il tunnel di base. La tavola del Tav resta imbandita, ma per il momento non si aprono nuove cucine e nuove abbuffate di denaro pubblico, usato per fini privatissimi.

Non solo. Se non cantierizzano in Bassa Valle, se non fanno le nuove gallerie, se non spostano l’autoporto di Susa, se non devastano la frazione San Giuliano a Susa, evitano un ulteriore duro confronto con il movimento No Tav sul terreno dove è nato ed è cresciuto, quello della Bassa Valle.

Nonostante la repressione il movimento No Tav resta la spina nel fianco di una classe politica abituata a finanziarsi con le grandi opere, garantite dalla legge obiettivo, che semplifica controlli e verifiche sull’ambiente, il lavoro, la sostenibilità economica.

Quella del ministro Del Rio è una truffa ben impacchettata ed infiocchettata. La stessa di sempre.

Le relazioni politiche e sociali che il modello Tav prefigura presuppongono la crescita infinita della produzione e del trasporto delle merci. Una follia sul piano ecologico, sociale, politico. La follia della logica del profitto, accentuata dalla smaterializzazione della ricchezza, più che insostenibile, perché banalmente impossibile.

Ascolta la diretta realizzata dall’info di Blackout con Angelo Tartaglia, docente al Politecnico di Torino ed esponente del Controsservatorio Val Susa, che ci ha mostrato, anche su un piano squisitamente tecnico, la trasparenza del gioco di Del Rio

Di seguito l’articolo di Tartaglia, uscito sul Fatto Quotidiano del 4 luglio:

“I maggiori mezzi di comunicazione hanno dato grande rilievo all’intenzione manifestata dal ministro Delrio di modificare il tracciato della tratta italiana della nuova linea Torino-Lione (Nltl), riducendo costi e impatti sul nostro versante. Come sempre ci si è sbizzarriti nelle valutazioni “politiche” senza nemmeno provare a entrare nel merito. Il ministro ha parlato di una “revisione” del progetto, di una riduzione delle gallerie ivi previste, di una maggiore utilizzazione della linea storica e, in conseguenza di ciò, di una riduzione della spesa, da 4,3 a 1,7 miliardi. Con una sorta di gioco di prestigio si cerca così di trasformare in dimostrazione di attenzione alle istanze dei cittadini e ai problemi economici del Paese una scelta che, da un lato, è ineluttabile e, dall’altro, dimostra che la faraonica ipotesi iniziale realizzava in realtà un inutile spreco (in quella tratta come in tutta l’opera).
Continued…

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No Tav. Fuga nella libertà

DSC09571L’ultima operazione repressiva contro i No Tav è scattata martedì scorso. Due arresti, nove persone ai domiciliari, 12 con obbligo di firma quotidiano. Nel mirino la manifestazione popolare del 28 giugno 2015, quando un corteo partito di Exilles, violò i divieti e provò a buttare giù i jersey che chiudevano l’accesso al cancello nei pressi della centrale Iren di Chiomonte.
Al secondo tentativo i jersey vennero giù.

Martedì sera il polivalente di Bussoleno, dove da tempo era prevista un’assemblea popolare, è gremito di solidali, che si stringono ai No Tav colpiti dalla repressione. Quel 28 giugno c’eravamo tutti.
Due No Tav prendono la parola e dicono chiaro che non intendono piegarsi agli ordini della magistratura. Nicoletta annuncia che non andrà a firmare e che non accetterà neppure i domiciliari, perché non vuole che la sua casa si trasformi in prigione.
Poi prende la parola Giuliano del Cels. Lui è evaso dai domiciliari. Sa che verrà arrestato ma ha deciso di non intende cedere.
La loro decisione spinge anche altri alla disobbedienza. Alla fiaccolata che giovedì 23 attraversa il centro di Bussoleno, un altro No Tav, Gianluca, ancora latitante, dichiara che non accetterà i domiciliari a Torino e aspetterà la polizia all’osteria No Tav La Credenza. Anche Eddy è uccel di bosco e invia una lettera al movimento, e dichiara la sua scelta di disobbedire.

Una risposta forte e chiara alla Procura di Torino.

Di seguito la lettera che Giuliano ha letto alla fiaccolata di Bussoleno:
“La misura è colma
Nella volontà di metterci in mezzo alla costruzione del progetto dell’Alta Velocità ci siamo incontrati in tanti.
Iniziare a guardare in modo diverso la terra in cui si vive per capire se le trivelle stanno arrivando.
Alimentare il passaparola, prendere la macchina per riuscire ad accorrere in fretta.
Recuperare del materiale da buttare sulla carreggiata per bloccarla.
Preparare un tè per scaldare la notte tutti insieme.
Prendersi la Maddalena, organizzare collettivamente le giornate e vivere questo spazio rompendo la propria quotidianità.
Non avere paura di difenderlo insieme.
Riscoprire i sentieri e trovare nuove vie per arrivare al cantiere, sperimentare modi diversi per attaccarne le reti.
Stringersi attorno a chi per tutto questo viene punito e non lasciarlo solo.
La lotta qui ha cambiato la vita di molti di noi.
La lotta qui è riuscita a dare molto filo da torcere alla realizzazione dell’opera.
Proprio per questo ci hanno attaccato da più fronti: hanno fatto di un cantiere un fortino, hanno militarizzato la valle, hanno promesso compensazioni e deciso tavoli di trattativa per guadagnarsi gli indecisi; hanno provato a spaventarci con multe, misure cautelari e arresti.
In questo quadro s’inserisce quest’ultima operazione repressiva.
Il 21 giugno la polizia ha bussato alle porte di molti di noi per portare ancora misure cautelari e arresti. In questo momento in cui gli ostacoli fanno faticare la lotta, viene colpita l’ostinazione di 23 persone, qualcuno che in valle ci vive e qualcuno che ha deciso di esserci con costanza.
Se di prima impressione parrebbe che non si siano fatti scrupoli obbligando persino delle signore di settant’anni a presentarsi quotidianamente dai carabinieri e utilizzando misure straordinarie come l’arresto e l’isolamento dopo una perquisizione, in realtà – a ben vedere – c’è la volontà precisa di stroncare la lotta.
Se questa volontà ci è già chiara da tempo, se gli spazi per lottare sono sempre più risicati, se le nostre vite sempre con più facilità sono legate a delle carte di tribunale, è arrivato il momento in cui tutto ciò non si può più accettare.

La misura è colma.

Ecco perché ho deciso di non trasformare la mia casa in prigione, me stesso in carceriere e permettere di essere allontanato dai miei affetti e dalla lotta. Consapevole delle conseguenze di questo gesto e sulla spinta di chi a Torino già ha sperimentato una strada come questa e ha rifiutato le misure cautelari, questa è l’unica scelta che ho sentito di fare.

Una scommessa di chi è stato colpito e di chi in Val di Susa e altrove vorrà vederci un’occasione per rilanciare la nostra forza.

Giuliano,

Cels 23 giugno 2016

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Io, Mustapha e l’uomo delle vigne. A proposito di TSO e altri confini

3014368150_8773904cf7_zCammino per la strada. La gente mi guarda, mi guarda perché io non sono normale. Qualcuno glielo ha detto, ne sono convinto, qualcuno gli ha detto che la scorsa settimana ero legato al letto del reparto dei matti.
Li guardo e loro mi guardano e si ammiccano. Sanno che sono uno di quelli. Sanno che il fiato mi si mozza e non riesco a muovere un passo, perché c’è qualcosa che mi schiaccia. Loro si muovono veloci, io, da dieci minuti sono qui fermo, appoggiato al muro. Aspetto. Prima o poi mi muovo e arrivo dal tabaccaio. Il tabaccaio è a pochi metri ma potrebbero essere mille, perché l’angoscia mi schiaccia come un macigno. Ho paura, ho paura che il sangue che pulsa veloce nelle vene schizzi fuori e mi uccida. Mi tocco il polso, mi tocco la fronte, le farfalle corrono davanti agli occhi. So che è nulla ma ho paura: la vita è cosa fragile e ci vuol poco a spezzarla. Immagino la gente che guarda in mio corpo accasciato a terra. No! No! No! Non voglio che mi guardino in viso, non voglio che mi frughino le tasche, non voglio la loro pietà inutile.
Questo pensiero mi scuote, guadagno il tabaccaio esco con le sigarette, scartoccio il pacchetto e accendo. Una lunga tirata e la testa mi gira e si mischia con il sole impossibile dell’estate in città.

Sotto casa li sento subito: si fanno segno e bisbigliano forte. Anche l’africano è lì, nel crocchio dei vicini. Gli stessi che quando non c’è gli dicono negro e bisbigliano che sua moglie puzza, perché le negre puzzano. Quando ci incrociamo lei si allontana rapida, caracollando sulle ciabatte di plastica dura con il tacco, lucide e celesti. Il sole ci si riflette, luccica insidioso.
Adesso anche lui e la moglie sono con gli altri del condominio: oggi sono più negro di lui. Lo odio.
Sono stati loro. I miei vicini. Hanno chiamato il 118. Dicevano che da casa mia usciva la puzza. Gli hanno detto che ero morto, che non mi vedevano da giorni.
Quando hanno provato a buttare giù la porta sono andato ad aprire. Quelli dell’ambulanza gridavano forte. Forte. Forte. Mi scoppiava la testa, ma il rumore mi ha fatto tornare tra le cose della mia casa vuota.
Ho detto che stavo bene, che andassero via. Ma non ne hanno voluto sapere. L’africano guardava da dietro la porta socchiusa del suo appartamento, che è di fronte al mio. Gli altri erano tutti fuori sulle scale. Stavano zitti e guardavano.
Non ho avuto il tempo di vestirmi bene: ho preso una borsa con poche cose, tutte inutili, ma non lo potevo sapere.
Non sapevo che per le mie proteste mi avrebbero legato e sprofondato in un buio chimico.

Il mio vicino di letto è un uomo vecchio vecchio, che non parla, ma urla, chiama i figli che non ci sono, vorrebbe essere nella sua vigna chi sa dove. Parla sempre di quella vigna e dell’uva e del vino e di un tempo altro, che torna nel suo ricordo straziato. Dicono che non capisca più chi è, né dov’è, ma non credo sia proprio vero. Non è possibile. Un rimpianto così ce l’hai se sai cosa hai perso. Poco importa che non sai quando, dove, chi.

Siamo vicini, vicini, qui in questa camera, dove gli orari sono quelli dei bambini piccoli, quelli di chi non sa e deve essere guidato. Ma siamo lontani: schiacciati nei nostri letti. Le sue urla, il mio silenzio. Desideravo che smettesse. Il tempo si dilatava come uno specchio del luna park. Ho sempre odiato i luna park. La caricatura della vita che non c’é.
Tra me e lui c’è un confine, di parole non dette, di complicità irrealizzate. Eppure la violenza che ci inchioda qui è la stessa.
Sul suo comodino qualcuno ha lasciato un quotidiano. In prima pagina c’è la foto di una spiaggia con tanti uomini e donne coperti da un lenzuolo, uccisi dalla stessa violenza che imprigiona me e il vecchio delle vigne. Se solo smettesse di gridare. Non può. Se smettesse il vuoto se lo mangerebbe. Solo la morte può spegnere le sue urla.

Sto accucciato sul mio letto, lontano dai loro sguardi, spero che si dimentichino di me. Il sangue pulsa rapido nella mia tempia. Veloce, veloce. Tutto intorno è come una palude, nella quale sprofondo.
Suona il campanello. Dallo spioncino vedo la faccia del dirimpettaio, dell’africano, quello che prima bisbigliava con gli altri, mentre passava il matto del sesto piano. Io con il pacchetto gualcito delle sigarette stretto in mano.

Resto muto, non rispondo. Lui suona ancora e ancora e ancora. Professore! Professore! Mi apra professore!
Quella parola “professore” mi si infila in testa come un chiodo appuntito. So che richiesta contiene. Deve fare l’esame d’italiano per avere il permesso. E bussa, bussa, bussa! Come osa bussare? Era lì zitto mentre mi portavano via. Non ha detto una parola. Poteva dire che ero il suo insegnante. Avrebbe potuto ma non l’ha fatto: perché torna adesso? E poi l’esame era l’altra settimana, ormai è fatta.
Professore, sono Mustapha, mi aiuti, mi aiuti. Mi schiaccia sullo spioncino un pezzo di giornale. C’è la foto con i morti sulla spiaggia. Tutti neri, come Mustapha.
Ora sussurra. Mio fratello era lì su quella barca, non sappiamo più niente, ho paura che sia morto. Mi aiuti.
Apro lentamente la porta.
Tante telefonate. Sapete se Ali è lì? Nessuno sa, ai più poco importa di parlare.
Ci vogliono tre giorni. Tre giorni di paura e speranza. Poi scopriamo che il fratello è vivo, chiuso dietro un reticolato.
Mustapha mi guarda. Professore io. Professore io pensavo che stesse male. Lo fermo alzando la mano, scuotendola piano. Non è nulla, non ti preoccupare.
La realtà di un confine che uccide ogni giorno ci ha riavvicinati.
Ripenso al vecchio della vigna, cui non sono stato capace di stringere la mano quando mi hanno dimesso dal repartino dei matti.

Sono tanti i confini che uccidono e imprigionano.
Sono fatti di leggi, uomini armati, psichiatri e siringhe, filo spinato e repartini.
Siamo noi che li teniamo in piedi. La nostra fragilità è il loro cemento. Spesso non ce ne accorgiamo neppure.

Forse oggi mi faccio una doccia e scendo in strada. In fondo il tabaccaio non è così lontano.

(questo breve racconto è stato scritto da Eufe. É una storia inventata, fatta con i frammenti di vite che Eufe ha incrociato)

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No Tav. Arresti, perquisizioni, obblighi di firma

DSC09689Questa mattina tra Torino e la Val Susa è scattata una nuova operazione repressiva nei confronti di 23 No Tav. Due sono stati tradotti in carcere, a nove sono stati imposti gli arresti domiciliari, agli altri l’obbligo di firma.
Nel mirino della magistratura è finita la manifestazione No Tav dello scorso 28 giugno, quando un corteo partito da Exilles provò per due volte a spezzare i blocchi di accesso a via dell’Avanà. La prima volta scendendo verso i cancelli prima del ponte sulla Dora sulla statale 24, senza riuscire e buttare giù i jersey, ma guadagnando lacrimogeni a pioggia. Un secondo tentativo di forzare i blocchi, piazzati prima del ponte della Dora in fondo a via Roma ebbe miglior successo: i jersey vennero abbattuti, ma i carabinieri caricarono e nuovamente vi fu un impiego ancor più massiccio di lacrimogeni.
La campagna elettorale è finita. La neosindaca “No Tav” ha già dichiarato di “non poter far nulla per fermare l’opera”. Appendino, la cui elezione è stata salutata con malcelato entusiasmo in vasti settori di movimento, per il momento non ha neppure annunciato il ritiro dall’osservatorio sul Tav, oggi guidato da Foietta. Forse la sindaca pentastellata lo farà in un secondo tempo. Forse.
Si torna alla normalità.

Di seguito uno stralcio dal resoconto che uscì su Umanità Nova e su Anarres

“Il 28 giugno l’alta Val Susa era vestita con i colori dell’estate. Un lungo serpentone è sceso lungo la statale 24 e, senza esitare ha imboccato la provinciale vietata dirigendosi verso i jersey. Le famiglie con bambini, gli anziani, chi non se la sentiva si è fermato al bivio per la Ramat, ma i più sono scesi, chi in prima fila, chi un poco più in là. Quando i primi manifestanti si sono avvicinati, è partito un fitto lancio di lacrimogeni che hanno reso l’aria irrespirabile per un lungo tratto di strada.

Poi il corteo si è ricompattato ed ha guadagnato il centro di Chiomonte, dove ci siamo rifocillati prima di imboccare via Roma, la strada che dal paese scende verso la Dora. Anche via Roma era vietata, anche qui, dopo il ponte, c’erano i jersey. Una lunga battitura, poi i jersey sono venuti giù tra fuochi d’artificio e slogan: la polizia ha sparato grandi quantità di gas nel bosco per investire i manifestanti anche durante la ritirata. Nel frattempo un gruppetto di No Tav ha guadato la Dora ed ha beffato la polizia violando l’area recintata infilandosi tra le vigne.
Il camion con l’amplificazione è stato fermato e due occupanti trattenuti in questura e denunciati, altri due No Tav sarebbero stati denunciati per resistenza aggravata.

I quotidiani del lunedì si sono scatenati, creando ad arte scenari improbabili di Black Bloc che si sarebbero staccati dal corteo, di divisioni tra buoni e cattivi ed altre logore favole. Chi ha coperto il volto voleva solo difendersi da occhi e telecamere della polizia, non dal nostro sguardo solidale, perché la scelta di violare i divieti e abbattere gli ostacoli era stata fatta da tutti noi in assemblea.

Non abbiamo inceppato la macchina dell’occupazione militare che stringe in una morsa un cantiere lontano chilometri. La nostra è stata un’azione simbolica. Un gesto di orgoglio, la dimostrazione pratica, che non ci siamo arresi né spaventati.
Un vero No Tav Pride.”

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18 giugno. In strada contro muri, frontiere, repressione

DSCN0012Torino. Le nuvole hanno continuato ad addensarsi per l’intera giornata, ma per una volta in questo giugno che sembra novembre, non c’è stato il temporale. La giornata è cominciata al mattino al Balon con un presidio informativo su muri, frontiere, business del trasporto e dell’accoglienza, per proseguire nel pomeriggio con il corteo contro la repressione.

Il corteo, partito da piazza Castello, ha raggiunto Porta Palazzo e si è chiuso in piazza Crispi. Inizialmente era un momento della campagna di rifiuto dei divieti di dimora a Torino, dati a 12 antirazzisti, banditi per uno dei tanti episodi di lotta in città, una secchiata di merda alla Ladisa, la ditta che serve cibo ai vermi ai reclusi del CIE. Il corteo si è trasformato in manifestazione comunicativa contro DSCN0017le tante manovre repressive che investono Torino e le sue valli, perché martedì 14 il tribunale del riesame ha valutato l’insussistenza del reato di violenza privata, derubricando la secchiata di merda alla Ladisa a mero danneggiamento. Il reato di danneggiamento non comporta l’utilizzo di misure cautelari. I 12 banditi sono stati così liberati dal divieto di stare a Torino, al quale si erano pubblicamente ribellati la scorsa settimana, leggendo un comunicato collettivo ai microfoni di radio Blackout e scendendo poi a manifestare in strada.
Per una storia finita bene ce ne sono decine che mostrano la crescente attitudine ad utilizzare il concetto di “pericolosità sociale”, un dispositivo tipico del diritto penale del nemico, che colpisce i ribelli all’ordine costituito, indipendentemente dalla reale consistenza dei reati per cui viene chiesto il rinvio a giudizio. O, peggio, con strumenti come la sorveglianza speciale, la magistratura non si prende neppure l’onere di costruire un’inchiesta su fatti specifici, ma priva dFB_IMG_1466320918112ella libertà sulla base della personalità politica di chi ne viene investito. Per non dire delle centinaia di anni di reclusione inflitti a decine di attivisti a Torino e in Val Susa, spesso senza neppure la concessione della sospensione condizionale della pena.

A Torino la lotta contro la repressione negli ultimi 10 anni è stata patrimonio di minoranze molto attive di compagni, che avevano compreso il declivio vertiginoso sul quale si stava spingendo la Procura, sempre più impegnata ad usare, spesso torcendone il senso, tutti i meccanismi repressivi messi a disposizione dal codice penale.

Tanti altri avevano preferito puntare sulla sola continuità delle lotte, senza impegnare energie in campagne antirepressive specifiche.
Il corteo del 18 giugno ha segnato un allargamento del fronte della lotta contro le manovre repressive di polizia e Procura.

La sfida che ci attende è difficile ma stimolante.
La democrazia nDSCN0003on ammette dissenso reale, se non a parole, questo noi lo sappiamo bene. É tempo che questa consapevolezza si allarghi anche a chi lotta, illudendosi che vi sia spazio per cambiare rotta all’interno del quadro istituzionale. Senza credere che vi siano scorciatoie, magistrati amici o poteri buoni.

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Tutti pazzi per Chiara. L’alleanza forcona che prova a liquidare il PD

Yo-no-voto-590x400-colorIl fronte che appoggia Chiara Appendino al ballottaggio con Piero Fassino per la poltrona di sindaco, va dalla sinistra radicale alla Lega. La santa alleanza dell’antisistema, che si era espressa nella piazze dei forconi in salsa sabauda nella settimana del 9 dicembre del 2014, ora incassa i consensi sotto traccia, timidi timidi, della sinistra istituzionale. All’epoca i post comunisti, ormai extraparlamentari, erano imbarazzati dalle dichiarazioni eversive sul potere ai militari dei blocchi tricolori, che avevano inceppato il traffico cittadino, anche grazie alla notevole compiacenza della polizia, baciata, corteggiata e vezzeggiata dai manifestanti. I blocchi erano agiti da un complesso amalgama di mercatari, tassisti, ex proletari rancorosi, sovversivi in cerca di occasioni, manciate di precari uniti dall’idea di salvare l’Italia. Molti avevano già votato i pentastellati, ma erano delusi perché il parlamento non era stato aperto come una scatoletta di tonno all’arrivo della compagine grillina.

Due anni dopo il fronte di allora si ripropone, con lievi cenni di affratellamento anche dalla sinistra perbene, che gorgheggia come Zerlina “vorrei e non vorrei”, ma in fondo non disdegna di abbeverarsi alla stessa fonte di Rosso e Borghezio.
La lista Torino in comune nel suo complesso non prende posizione e non da indicazioni di voto, ma alcuni suoi pezzi, in modo più o meno esplicito, entrano nel fronte antifassino.
Rifondazione, che si era unita a Sel e Pdci, nella lista guidata dall’ex sindacalista Giorgio Airaudo, in un comunicato del 13 giugno, si dichiara neutrale, ma scrive anche “ben venga tutto ciò che può accrescere le contraddizioni nell’attuale quadro politico dominato dalle politiche austeritarie del governo Renzi oltre che nel blocco di interessi affaristici che governa Torino”. Tradotto dal politichese: Rifondazione ufficialmente non sta con Appendino, però è contro Fassino. A buon intenditor…
Il blog di Sel e quello del PdCI sono congelati a dieci giorni prima della batosta elettorale al primo turno. I sondaggi attribuivano alla compagine di Airaudo il 7%, le urne hanno offerto poco più della metà.
Nei giorni scorsi si vociferava di un incontro Airaudo Appendino nella sede delle Officine Corsare, ala giovanile di Sel, ma poi entrambi hanno smentito.
Quelli di Sel sanno bene che, se vince di nuovo Fassino, probabilmente non godranno degli stessi appoggi per cooperative e imprese amiche di cui hanno potuto beneficiare in passato e sperano che Appendino, se la appoggeranno, possa mettere una buona parola dai posti giusti. Ovviamente le nostre sono solo ipotesi, ma il dubbio che la rottura di Sel non abbia ben disposto Fassino ci pare del tutto ragionevole.

Nei fatti il sistema del doppio turno apre le porte ad un mercato politico, che ovviamente resta prevalentemente sotto traccia.

Appendino non si apparenta con nessuno, ma non respinge al mittente nessuno: pur di sedere sulla poltrona di sindaco prende i voti di tutti, a destra, a sinistra e al centro, si fa benedire dai razzisti e dagli antirazzisti, dai No Tav e dai Si Tav, dagli ecologisti e dagli inquinatori.
Sul Tav, cavallo di Troia con cui i pentastellati sono sbarcati vittoriosi in Val Susa, la posizione della candidata pentastellata è decisamente ambigua: nel programma il Tav non c’è. A parole ha negato di non voler uscire dall’osservatorio sulla Torino Lyon, poi si è corretta è ha dichiarato che avrebbe valutato di uscire, dopo essere entrata. Un’abile imprenditrice, che ha imparato presto le regole della comunicazione politica.
Nelle ultime settimane ha puntato sempre di più sulla sicurezza, con un programma, che è impossibile distinguere da quello di Fassino. Leggere per credere. Qui quello di Appendino, qui quello di Fassino.

Fassino pur avendo undici punti in più della sua avversaria sta dando segni di nervosismo, nonostante l’appoggio ricevuto da Forza Italia. A pochi giorni dal secondo turno viene aperto il sotto passo di piazza Statuto, vengono date le ultime pennellate agli ultimi progetti di arredo urbano che hanno ripulito l’immagine di alcune zone della città, dove, nonostante giardinetti e panchine nuove si continua a vivere male, tra sfratti, militari in strada, telecamere e caccia ai senza documenti.

Il portale infoaut, espressione di alcuni pezzi della post autonomia cittadina, pubblica un editoriale dal titolo chiarissimo “La situazione può diventare eccellente?”. Nell’articolo si fa beffe della sinistra perbene che corteggia timidamente Appendino, dopo il fallimento della propria lista. Infoaut rilancia il proprio sostegno ai pentastellati, come unico segno di rottura con il “partito della nazione”, al di là di una “dirigenza” che sta praticando approdi istituzionali. Poi rilancia verso il referendum costituzionale, come occasione per “scommettere in modo ragionato e organizzato sul caos”, per cercare segni di rottura al di là dei significati simbolici della difesa della Costituzione del ’48.

Negli anni tante volte la sinistra istituzionale (e non istituzionale) ha invocato il realismo per giustificare il voto, l’alleanza tattica, in operazioni in parte banalmente lobbiste, in parte frutto di una narrazione che spinge verso il nemico del tuo nemico, anche quando è attraversato da ambiguità tutt’altro che trascurabili come, nel caso specifico, il giustizialismo, il razzismo, il liberismo di fondo.
Si tratta di operazioni che a volte “rendono” sul breve periodo, ma hanno ben poco fiato su scala più ampia.

Per quanto ci riguarda cerchiamo altrove i segnali di effervescenza sociale. Li troviamo dove si sviluppano le lotte autonome, senza delega, dove si costituisce, anche per breve tempo, una comunità che si riconosce nell’azione comune, nella pratica della decisione condivisa. Diventano realtà concreta nella costruzione di spazi pubblici non statali, nella sottrazione al controllo e alla militarizzazione di spicchi di territorio, nel fare che emancipa dalla soggezione all’istituito.
E’ una strada difficile, ma la sola possibile per chi pensa che il mondo in cui siamo forzati a vivere sia intollerabile. Chiunque governi la nostra città dal prossimo lunedì.

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Omofobia. La strage di Orlando, le religioni, la paura della libertà

La strage di Orlando è probabilmente la più grave mai avvenuta negli Stati Uniti. 59 morti ed altrettanti feriti all’interno di un locale gay sono un bilancio pesante, il prezzo della reazione agli scampoli di libertà che le persone lgbtq si sono prese in lunghi anni di lotte.
Un luogo dove la gente andava a divertirsi era anche punto di riferimento organizzativo per la comunità lgbtq della zona., si trasforma in mattatoio, luogo di paura, affinché nessuno possa più sentirsi al sicuro.

Ma Orlando non è Parigi o Bruxelles, il Pulse non è il Bataclan.

I commenti di queste ore lo dimostrano sin troppo bene. Alla rivendicazione dell’Isis – poco importa se reale o meno – non segue la condanna unanime. Qualche chiesa evangelica ha esaltato il massacro. Le prime pagine dei nostri quotidiani non urlavano con immagini e grandi titoli, ma mostravano un’indignazione decisamente più sobria. Il genere di indignazione che si conviene quando le vittime non sono del tutto degne. Non per tutti.
Il padre dell’assassino parla in un modo ai media statunitensi, in un altro su facebook dove usa il Dari, la lingua dei pashun, per affidare a dio il compito di punire i gay.

I quotidiani hanno riportato, come se fosse un’attenuante, che Omar Mateen era stato turbato dalla vista di due ragazzi che si baciavano.
Già. L’omosessualità resta un orientamento che i più preferirebbero restasse nascosto, velato da sobrietà, senza irrompere nella quotidianità, spezzandone il mai sopito perbenismo.

L’omofobia e la transfobia si alimentano del retaggio delle religioni patriarcali, i cui fasti rinverdiscono da decenni. L’irrompere della diversità che orgogliosamente si mostra, si ribella a leggi, divieti, violenze ha incrinato l’illusione identitaria che segna i corpi e le relazioni, modellandoli, spesso a forza, entro schemi rigidi, ma rassicuranti.

L’intersezione tra omofobia e razzismo produce effetti paradossali, come il Paperone poco compassionevole che si giocherà il prossimo 8 novembre la poltrona di presidente degli Stati Uniti, che difende i gay dagli immigrati che provengono da paesi prevalentemente musulmani. E’ lo stesso uomo che ha più volte fatto dichiarazioni omofobe e sessiste, lo stesso che si è espresso contro gli immigrati messicani, centro e sudamericani, come tanti dei ragazzi ammazzati al Pulse.

La strage di Orlando è in se un fatto atroce, ma semplice: un uomo armato sino ai denti fa irruzione in un locale cercando di ammazzare più omosessuali possibile. Omofobo e islamico, ma avrebbe potuto essere omofobo ed israelita, omofobo e cristiano, omofobo e nazista. L’aggettivo, nella narrazione dei media e nei commenti dei politici assume maggiore importanza del nome cui si riferisce. Un nome che rimette al centro il fatto che l’identità di genere, il suo attraversamento, il suo rimodellarsi su percorsi individuali, come la scelta esplicita di mostrare un orientamento sessuale diverso da quello preteso dall’eteronormatività dominante, resti una grossa pietra di inciampo nell’immaginario sociale prevalente anche nelle nostre società.

La strage di Orlando ci dice molto della violenza reattiva che la libertà lgbtq suscita in chi, in nome di dio o della “natura”, vorrebbe cancellarla.
La narrazione della strage di Orlando ci dice molto di quanto lunga sia la strada che conduce ad una libertà che non ha confini di genere o di orientamento sessuale, perché l’attraversamento, la sperimentazione, la molteplicità di prospettive sono diventate del tutto “normali”.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Maurizio del circolo lgbtq “Maurice” di Torino

La facilità con la quale negli Stati Uniti è possibile acquistare un’arma è uno dei temi che anche questa volta hanno caratterizzato i commenti sulla strage di Orlando, compiuta da una guardia privata che lavorava in una prigione minorile della Florida.
Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Robertino, un compagno che da molti anni si occupa di questi temi.

Il cerchio si chiude. Il giorno dopo la strage è stata diffusa la notizia della probabile bisessualtà di Omar Mateen. Si è trattato dell’ultimo tassello che ha permesso a politici e media di liquidare in fretta una strage, che, non foss’altro che l’ampiezza, avrebbe meritato la stessa attenzione di quelle di Parigi e Bruxelles. L’omosessuale che odia se stesso rivela quanto forte e radicato sia il pregiudizio, invece media e politici possono ridurre tutto a “follia”, squilibrio”, etc, facendo leva sulla trasformazione moderna dell’omosessualità da peccato a malattia.
La psichiatria è uno dei più potenti strumenti con cui si è mantenuto vivo lo stigma contro gli omosessuali. Laica ma efficace come i tribunali dell’inquisizione, la psichiatria è un potente mezzo di repressione e tortura.
Il cerchio si chiude. Tutti tranquilli: Orlando non è Parigi!

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Torino. I banditi non se ne vanno

monelli sulle maniVenerdì 10 giugno, dai microfoni di radio Blackout, diversi anarchici, cui è stato inflitto dal tribunale il divieto di dimora da Torino, per impedire che continuino le lotte in cui sono impegnati, hanno annunciato che disobbediranno. Nessuno di loro se ne andrà da Torino, nonostante il rischio di vedersi rubare un pezzo ancora più consistente di libertà.
Dopo la dichiarazione pubblica i “banditi” da Torino si sono uniti ad un corteo spontaneo, partito da corso Vercelli e conclusosi in via Cigna, dove è in corso la Blackout Fest.
La prossima settimana, sabato 18 giugno, ci sarà un corteo solidale con chi ha scelto di strappare le carte e riprendersi la propria libertà.
Di seguito il testo della loro dichiarazione:

“È a Torino che abbiamo visto portare via uomini e donne perché non avevano un documento. A Torino abbiamo visto la polizia caricare un corteo di operai che avevano osato ribellarsi.
A Torino abbiamo visto le pattuglie dei carabinieri aiutare padroni e banche a sbattere in strada i nostri vicini di casa in ritardo con l’affitto o con il mutuo.
A Torino abbiamo visto interi quartieri trasformarsi secondo le esigenze dei ricchi sulla testa dei più poveri che li abitano.
A Torino e nelle sue valli abbiamo visto la celere bastonare le persone accampate a difesa della terra in cui vivono.
Ma a Torino abbiamo anche visto decine di persone sollevarsi per permettere a un clandestino di scappare a un controllo e centinaia di facchini tener testa a chi li voleva cacciare dai cancelli del CAAT. Qui abbiamo visto intere vie chiuse dai cassonetti per respingere un ufficiale giudiziario e decine di abusivi riprendersi la piazza sotto gli occhi impotenti della polizia. È a Venaus che le stesse persone bastonate hanno rialzato la testa e spazzato via plotoni di celere riconquistando il terreno perduto.
Se è vero che ovunque soprusi e ribellioni sono all’ordine del giorno, è a Torino che noi abbiamo deciso di coltivare un sogno comune.
Puntiamo i piedi, qui vogliamo rimanere, qui vogliamo lottare.
Dodici divieti di dimora a chi in una giornata di ottobre era andato presso la sede di Ladisa, ditta fornitrice dei pasti all’interno del Cie di corso Brunelleschi, a restituirgli un po’ della merda che quotidianamente somministra ai reclusi. Un‘iniziativa all’interno di un percorso di lotta contro il Cie e contro chi lo fa materialmente funzionare.
Sono anni che la Procura ci colpisce incarcerando e allontanando i nostri affetti.
Abbiamo tenuto duro, giorno dopo giorno, affrontando la paura e il dolore che la repressione porta con sé.
Abbiamo portato avanti con fatica le lotte dei compagni allontanati, incarcerati e sorvegliati.
E se in tutti questi anni di lotte a Torino abbiamo affrontato gli attacchi repressivi cercando sempre di spingere un passo più in là i percorsi che si stavano portando avanti, questa volta ci siamo guardati e negli occhi di ognuno abbiamo ritrovato la medesima voglia di non partire.
Questi dodici divieti di dimora sono la goccia che fa traboccare il vaso, non siamo più disposti a razionalizzare la nostra rabbia.
Non accettiamo più di dover salutare compagni e affetti perché costretti ad andarsene
Non accettiamo più che le nostre vite, la nostra quotidianità siano determinate da un pezzo di carta
Non accettiamo più di rinunciare ai progetti che ognuno di noi ha costruito in città e di doverci reinventare altrove.
Restiamo qui, esattamente nel punto in cui le nostre coscienze ci costringono a stare.
Per noi questi divieti di dimora sono carta straccia.
Saremo in una radio libera a trasmettere, davanti alla porta di J. per resistere al suo sfratto, sotto le mura del Cie per sostenere le rivolte dei reclusi, nelle strade per opporci alle deportazioni, ovunque ci andrà di stare.

Le conseguenze le conosciamo, con una certezza quasi matematica tra qualche giorno ci porteranno in carcere.
Precisamente nel punto in cui il Tribunale avrà la forza di metterci.
Nel centro esatto del ciclone che sta stravolgendo le nostre vite.

Consapevoli della nostra scelta, forti della solidarietà che non ci lascerà soli, noi da qui non ce ne andiamo.
Banditi a Torino”

Aggiornamento
Il 14 giugno in tribunale c’è stata l’udienza del riesame sulle misure cautelari, nella quale i 12 antirazzisti hanno ribadito la propria decisione di disobbedire all’obbligo di dimora.
Il giorno successivo è arrivata la sentenza, che annulla tutti i 12 divieti di dimora.

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Sangue, soldi, retorica e buoni affari

Eleonas-rifugiati-Grecia-1-1024x561-1450195893Il paradigma della guerra umanitaria
Negli ultimi 30 anni nel nostro paese si è gradualmente modificato l’immaginario sulla guerra.
Sino alla prima guerra del golfo, la memoria della seconda guerra mondiale, dell’occupazione militare, della fame, della fuga dalle città, dei morti al fronte, nella lotta partigiana o sotto le bombe era molto forte.
La guerra era considerata un male da evitare, un male che poteva distruggere le nostre vite, le nostre città, il nostro futuro. La minaccia dell’olocausto nucleare, il pericolo che una nuova guerra su scala planetaria potesse portare alla distruzione del pianeta aveva contribuito a favorire una potente avversione nei confronti delle avventure belliche.

La retorica nazionalista ha accompagnato, sostenuto e giustificato la guerra di conquista ai confini orientali del regno d’Italia, le violentissime guerre coloniali prima e durante il fascismo, la disastrosa partecipazione dell’Italia al secondo conflitto mondiale a fianco delle potenze dell’Asse.

Dopo la sconfitta, la caduta del fascismo, l’occupazione statunitense dell’Italia, il nazionalismo trionfante si attenua e muta di segno, alimentando il mito degli “italiani brava gente”, un mostro subdolo, che assolve il fascismo e chi l’aveva sostenuto dai crimini di guerra di cui il governo e le truppe italiane si macchiarono in Libia, Somalia, Eritrea, Etiopia, Spagna, Grecia, Albania durante le guerre che si sono succedute dal 1930 al 1945.
Il mito degli “italiani brava gente” è una terribile forma di negazionismo. I massacri, le torture, i campi di concentramento, l’uso di gas sulla popolazione civile sono stati dimenticati. Le responsabilità degli orrori sono state sistematicamente nascoste o attribuite ad altri, il governo tedesco o il regime fascista.
L’Italia è l’unico paese colonialista a non aver mai fatto i conti con la propria storia. Una storia che i più ignorano, coltivando la convinzione che il colonialismo italiano fosse diverso da quello francese, inglese, tedesco, in virtù di una sorta di indole bonaria innata nelle popolazioni della penisola.
Dal dopoguerra il patriottismo viene relegato alla narrazione dell’epopea risorgimentale e alla resistenza, interpretata come lotta di liberazione nazionale dall’occupazione tedesca. I fascisti sono considerati nemici, perché sono alleati con le forze di occupazione tedesche.

Di fatto sino alla partecipazione alla prima guerra del golfo – 1991 – e all’intervento militare in Somalia – 1992-1993 – l’opposizione alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti fuori da una prospettiva di autodifesa era fortissima nel nostro paese. Tanto forte che per giustificare quei due interventi fu necessario varare la nozione di guerra umanitaria.
La guerra umanitaria, in se un ossimoro, una contraddizione difficile da concettualizzare, è divenuta l’asse portante intorno al quale costruire sia l’intervento delle truppe italiane all’estero, sia il successivo business della ricostruzione e dei rifugiati.
Dalla crisi albanese “all’emergenza Nordafrica” associazioni, cooperative e aziende del terzo settore con i giusti santi in parlamento si sono spartite i lucrosi affari, effetto collaterale di ogni guerra umanitaria.
Nel 1991 l’attenzione dei media è fortissima. Il rapido successo della missione di guerra attenua i timori che si erano rapidamente diffusi alla vigilia. L’embargo degli anni successivi contro l’Iraq farà più morti di Desert Storm – Tempesta nel deserto – ma non intaccherà la convinzione che la guerra – narrata come missione di polizia internazionale, fosse giustificata.

L’intervento in Somalia – ex colonia italiana – verrà propagandato come mera missione umanitaria. Per mesi, prima dell’intervento della coalizione guidata dagli Stati Uniti, i media italiani daranno ampio spazio alle immagini di fame e malattia nel paese, dilaniato da “una guerra per bande”.
Le truppe italiane si ritirarono dopo il sanguinoso attacco al checkpoint “Pasta”. 25 anni dopo la Somalia è ancora in guerra, tuttavia il paradigma bellico che venne perfezionato in quell’occasione, non ha mai smesso di essere usato per giustificare occupazioni militari, torture, bombe.
Durante la seconda guerra del Golfo, l’Italia intervenne a guerra ufficialmente finita. “Mission accomplished” dichiarò il presidente statunitense Bush, con involontaria atroce ironia.
Fu nell’ambito dell’operazione “Antica Babilonia”, nata per “contribuire alla rinascita dell’Iraq” che le truppe di occupazione italiane di stanza a Nassirya, spararono ad un’ambulanza con una partoriente e vari familiari a bordo. Nella “battaglia dei ponti” fecero un massacro di popolazione civile.
Nei due mesi di bombardamenti a tappeto in Kosovo e Serbia, gli Amx italiani scaricarono bombe ogni giorno, colpendo fabbriche, ospedali, strade, ferrovie. Eppure la cornice di quell’operazione di guerra fu quella del soccorso alle popolazioni kosovare.

La guerra in casa
Allo scadere dell’ultimatum all’Iraq del 15 gennaio 1991, imponenti manifestazioni attraversarono le principali città italiane. Supermercati , farmacie e benzinai esaurirono le scorte, perché dilagava la paura della guerra. Tanta gente era ancora convinta che la guerra potesse investire direttamente l’Europa, che l’intervento in Iraq potesse portare la guerra nelle nostre case.
Venticinque anni dopo quella prima guerra, dopo svariati altri conflitti, agiti in nome dell’umanità e della giustizia, quel timore è diventato realtà, anche se in forme e modi che nessuno all’epoca avrebbe potuto prevedere. Dalle Twin Tower all’aeroporto di Bruxelles la guerra è arrivata, prima negli Stati Uniti, poi anche in Europa.
La convinzione che la guerra fosse altrove, passo a passo, si sta frantumando. Ma tenace resta l’illusione che sia possibile ricacciarla indietro. Chiudendo le frontiere, cacciando gli immigrati, sigillando i quartieri poveri, mettendo le città in mano ai militari, piazzando telecamere e orecchie elettroniche ovunque.
Le nostre scarne libertà vengono frantumate pezzo a pezzo senza che la maggior parte della gente reagisca. La paura è un’arma potente. Chi governa ne profitta per prendersi più potere, per proclamare lo stato di eccezione permanente, per mettere sotto controllo ogni forma di insorgenza sociale.
Quando tutti sono nel mirino, non c’è né riparo né protezione. Se il nemico è disposto a morire pur di uccidere, prima o poi colpisce di nuovo. Se l’obiettivo è il terrore, lo si raggiunge facilmente.
La narrazione della guerra di civiltà integra le altre, senza sostituirle. Il nemico assoluto, la cui ferocia non è paragonabile a nessun altra, giustifica ogni orrore sia compiuto per combatterlo e sconfiggerlo.
Il nemico stesso, con una chiara operazione di propaganda e proselitismo, esibisce quel vasto campionario di orrori, che, in genere, ad altre latitudini, viene accuratamente nascosto, negato.
Nulla di nuovo nella propaganda di guerra: la democrazia cela e nega i propri orrori o li descrive come eccezioni necessarie.

Sangue, soldi e retorica
Il ruolo di poliziotti globali e di soccorritori solleciti viene peraltro confermato anche nella guerra alla jihad globale. Con modi che rinverdiscono la narrazione coloniale, i nostri governanti giustificano la guerra, sia come strumento preventivo di azioni terroriste, sia come dovere di soccorso a popolazioni “costitutivamente” incapaci di uscire dallo stato di minorità culturale.
La nozione di guerra umanitaria si modifica ed amplia. Strumento di propaganda ed instrumentum regni, perché la gestione delle emergenze umanitarie provocate dalle guerre cui partecipano le forze armate tricolori è anche una grande e lucroso business, nonché uno straordinario laboratorio di controllo dei milioni di persone che crisi, guerre e desiderio di vita nuova spingono a mettersi in viaggio.

Gli specialisti dell’umanitario seguono e spesso accompagnano le truppe in missione all’estero. Non sono (solo) il volto buono da mostrare all’opinione pubblica, ma fanno parte integrante del dispositivo bellico. Non la prosecuzione della guerra con altri mezzi, ma la guerra con tutti i mezzi necessari.
Sul fronte della guerra non dichiarata ma sanguinosissima contro chi si incammina verso l’Europa, la narrazione cambia spesso, a seconda della convenienza del momento, ma gli strumenti di controllo e repressione sono gli stessi, affinati nel tempo dall’esperienza e dalla capacità di mettere in campo le competenze di quel terzo settore che si è fatto le ossa su carceri, CIE, comunità per tossicodipendenti e persone finite nella rete della psichiatria.
L’Italia ha una lunga esperienza bipartisan, con una fitta rete di cooperative, associazioni, enti che si spartiscono la lucrosa torta dell’accoglienza, della deportazione, del controllo dei migranti e profughi di guerra.
La narrazione di questi dispositivi resta sempre sul filo del rasoio, in bilico tra il declivio emozionale dei bimbi annegati e delle mamme incinta, e quello rabbioso della paura.
I giornali pubblicano la foto del neonato affogato, pur sapendo che è vittima delle nostre frontiere chiuse, spremendo commozioni di carta nello spazio di un mattino. Relegata nelle pagine interne la narrazione di rastrellamenti, deportazioni di migranti, fogli di via per chi lotta contro le frontiere.
Nonostante il diverso tono emotivo, la gestione disciplinare e i buoni affari per gli operatori del settore sono sempre gli stessi.
La compagnia aerea di Poste Italiane, la Mistral Air, non trasporta lettere ma deporta i rifugiati e migranti, le società di pullman siciliane non caricano turisti ma uomini, donne e bambini rastrellati nel Mediterraneo dalla Marina Militare italiana e dalle altre imbarcazioni del programma Eunavfor o di Frontex, per trasferirli nelle strutture di ogni genere in cui sono parcheggiate le persone in viaggio, intrappolate in una ragnatela di burocrazia e polizia, difficile da districare. Soccorritori e carcerieri sono le due mani di una stessa macchina, a volte gli stessi svolgono entrambe le funzioni. Spesso le strutture di accoglienza e gli operatori che ci lavorano diventano le camere di compensazione dove provare a sopire con una coperta ed un piatto di minestra la spinta a continuare la strada scelta e percorsa tra mille rischi e difficoltà.
I militari italiani assumono vesti di operatori umanitari, gli operatori umanitari, svolgono spesso funzioni di polizia. Non per caso sulle frontiere chiuse, come nelle zone di guerra dove operano le forze armate tricolori, non c’è spazio per i volontari non allineati, i sovversivi, chi si batte per la libera circolazione e contro guerre e militarismo.

Smontare il dispositivo disciplinare affinato in questi anni di guerra non è facile. Ma urgente. Chi un giorno proverà a scrivere la storia di questi anni, si potrebbe domandare, perché migliaia e migliaia di persone morivano o perdevano la libertà, nel silenzio di tanta gente perbene.
(quest’articolo uscirà sul prossimo numero di Arivista)

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Barricate e vernice rosa al Rog di Lubiana

rog2Lunedì 6 giugno c’è stato il primo tentativo di sgombero di Rog, centro sociale a Lubiana occupato da 10 anni. Rog è molto vicino al più noto Metelkova.
In mattinata occupanti e solidali hanno respinto la ruspa che provava a demolire di una delle palazzine del complesso. La ruspa è stata circondata e non è riuscita più a muoversi: ora è al centro del cortile dipinta di rosa. Se la demolizione, anche parziale, riuscisse, sarebbe il via ufficiale ai lavori per un nuovo edificio che porterebbe pian piano allo sgombero dell’intero centro sociale che ospita tantissime realtà: gallerie d’arte, rampe da skate, collettivi di solidarietà ai rifugiati…
Gli attivisti e solidali – in prima fila i compagni e compagne del gruppo anarchico di Lubiana – sorvegliano le barricate giorno e notte perché
è probabile un nuovo tentativo di entrare entro il 14 giugno, data ultima per l’inizio dei lavori.
Se non venisse rispettata quella scadenza
la ditta che ha avuto in appalto i lavori perderebbe la commessa e il comune di Lubiana dovrebbe far ripartire tutto l’iter burocratico.
Dopo la resistenza di lunedì la ditta incaricata dei lavori e il sindaco sindaco l’8 giugno si sono rivolti al tribunale per richiedere l’intervento della polizia per permettergli di entrare al Rog e iniziare le demolizioni. Ci si aspetta un nuovo attacco, questa volta più deciso.
I media stanno dando grande attenzione alla resistenza del Rog. In un video sulla resistenza alla lotta si vede la security privata della ditta atterrare violentemente un ragazzo.

rogIl Rog ha lanciato un appello ad andare a Lubiana per sostenere la lotta.
Alcuni compagni e compagne hanno risposto da Trieste.
Di seguito la breve testimonianza di uno di loro: “
Un’altra città, una di quelle dove non capisci un acca di che cazzo dicono ma in cui ti senti sempre a casa. Un posto occupato sotto sgombero. Un assemblea in tarda sera coi compagni e compagne con solo la luce di una candela e senza cellulari. Si parla di barricate e resistenza. E poi un paio di giri di perlustrazione e verso le 3 a nanna dentro il sacco a pelo, accanto il casco e il fazzolettone perché stanotte non dovrebbe succedere nulla ma non si sa mai.
Sveglia presto per tornare a casa e a lavoro. Dentro una gran voglia di tornare e una sensazione di vita che solo chi è militante può capire. Rog resiste!”

Qui stralci dell’appello del Rog
Rog, sotto attacco da più di 10 anni contro la gentrificazione e il capitalismo
Artisti, attivisti, filosofi, membri di gruppi e collettivi, siamo riuniti insieme nella fabbrica abbandonata da più di 10 anni.
Il nostro lavoro è basato sull’autonomia, la solidarietà e il mutuo aiuto.
Il Comune di Ljubljana ha deciso di ignorare le iniziative che si svolgono alla fabbrica e di farla finita con la ricchezza di attività il cui obbiettivo è di impedire la gentrificazione del centro città, che verrebbe “riqualificato” per turisti e artisti “riconosciuti”.
Venite di persona proteggiamo insieme il rog!”
La solidarietà è un arma!”

Sulla giornata di lotta di lunedì ascolta la diretta dell’info di Blackout

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