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Socialmente pericolosi

La procura di Torino ha chiesto l’applicazione della sorveglianza speciale e il divieto di dimora nella loro città per cinque torinesi. Jack, Eddi, Davide, Jacopo e Paolo hanno fatto la scelta di andare in Siria. Quattro di loro si sono uniti alle unità di difesa del popolo e alle unità di difesa delle donne, uno è stato ad Afrin per raccontare l’assedio, la resistenza, lo sfollamento dopo l’attacco e l’invasione turca della regione, che, con le altre della Siria del nord, dal 19 luglio 2012, sperimentavano relazioni politiche e sociali più eque, libere, femministe ed ecologiste.

In questo primo scorcio del 2019 una minaccia terribile incombe sull’intero Rojava: dopo il ritiro delle truppe statunitensi, l’esercito turco potrebbe sferrare il proprio attacco all’intera regione, per cancellare l’esperienza della rivoluzione democratica e riaprire le porte al Califfato, ormai quasi sconfitto dopo anni di una guerra durissima, nella quale sono morti tanti uomini e donne. Alcuni di loro venivano da molto lontano. Di inizio gennaio la notizia che, nella battaglia di Deir Zor è morto Giovanni, che era partito da Bergamo per combattere l’Isis.
L’Isis che, a cavallo tra la Siria e l’Iraq, aveva costruito uno stato confessionale, dove torture, stupri ed esecuzioni erano mostrate al mondo in segno di forza e di sfida, è stata quasi sconfitta grazie alle unità di autodifesa del Rojava. L’Isis, che in Europa e nel mondo, ha compiuto centinaia di massacri, oggi è in grave difficoltà grazie a chi ha rischiato e perso la vita per bloccare il fascismo islamico, viene usata come pretesto per serrare sempre più le frontiere ai migranti in viaggio.
Chi ha combattuto l’Isis e difeso l’esperienza del confederalismo democratico in Rojava e nelle altre zone liberate della Siria e dell’Iraq, viene considerato “socialmente pericoloso” dalla Procura di Torino.
Un paradosso solo apparente.
L’Isis è un problema quando qualcuno spara, si fa esplodere, assale con un camion gente per le strade, le piazze, gli stadi, i bar, i locali d’Europa. Tutto cambia ad altre latitudini, dove a morire sono altri, specie se pretendono di sovvertire l’ordine politico, sociale, culturale dei paesi in cui vivono. Sono lontani e “pericolosi”, per il rischio di contagio in un’area del mondo, dove la bilancia delle alleanze si misura sulle possibilità di controllo di risorse, vie di comunicazione, delle varie potenze imperiali che si contendono il pianeta. In quest’ottica spesso i vari fondamentalismi islamici sono stati alleati preziosi, che tuttavia, giocando in proprio, talora si sono trasformati in nemici assoluti.
In quest’area il perno del Grande Gioco è la Turchia, membro della NATO, con recenti buoni rapporti con la Russia, che a sua volta ha obiettivi imperialisti nell’area, che la guerra in Siria e l’insurrezione sanguinosamente repressa nelle regioni curdofone interne aveva momentaneamente messo in difficoltà.
Il forte appoggio dato all’Isis è stato un boomerang per la democratura di Erdogan, che tuttavia oggi, dopo la pacificazione violenta delle tante forme di opposizione interna, gli accordi con l’Europa per il blocco dei profughi siriani, l’intesa con la Russia, che ha permesso l’occupazione del cantone curdofono di Afrin, si prepara a chiudere i conti con il Rojava.

Chi ha combattuto o ha realizzato reportage dalla Siria è un testimone prezioso di una vicenda, che trova ben poco spazio sui media nostrani. Cinque voci che raccontano della sperimentazione politica e sociale, dell’autodifesa popolare, se verrà imposta la sorveglianza speciale, verranno obbligate al silenzio.

La Procura di Torino, che non può accusare di alcun reato penale i cinque attivisti torinesi, utilizza gli strumenti che la cassetta degli arresti del codice mette a loro disposizione. Elaborati in epoca fascista per mettere fuori gioco l’opposizione politica e sociale nel nostro paese, non sono mai stati cancellati dall’ordinamento. Anzi. Sono stati più volte riconfermati e, dal 2011, ne è stata estesa l’applicazione. A lungo dimenticati in fondo al cassetto, vengono rispolverati ed utilizzati sempre più di frequente per colpire i compagni e le compagne che non possono essere privati della libertà con accuse previste dal codice penale. E dire che il libro della giustizia non manca certo di leggi che colpiscono in modo duro chi lotta, anche utilizzando strumenti banali. Il recente pacchetto sicurezza approvato il 28 dicembre in parlamento prevede lunghe detenzioni per chi occupa una casa vuota o fa un blocco stradale.

La sorveglianza speciale e il divieto di dimora si inseriscono a pieno titolo in quello che il giurista tedesco Jacobs definì “diritto penale del nemico”. Siamo di fronte ad un binario parallelo e separato del diritto penale. I due binari, sul piano dei diritti, esibiscono due livelli di garanzia diversa, perché si rivolgono a due categorie differenti di soggetti: il primo vale per il cittadino ordinario, il secondo invece è uno dispositivo che si può usare contro chi, di volta in volta, viene identificato come nemico all’interno di una data società.

Nel caso della sorveglianza speciale il nocciolo normativo su cui si incardina la possibilità di limitare drasticamente la libertà personale è la nozione di pericolosità sociale. Una nozione vischiosa, inafferrabile, che rimanda a quello che sei e non a quello che fai. Uno scivolamento secco al di fuori del diritto liberale, che prevede un processo con alcune garanzie per la difesa, e, soprattutto si incardina su norme che prevedono comportamenti devianti, non una generica “pericolosità”. Sebbene le leggi dello stato italiano sanzionino comportamenti che ineriscono direttamente la condizione sociale o la dimensione della lotta politica e siano quindi ben lontane da una qualsivoglia asettica neutralità, le misure come la sorveglianza speciale rimandano direttamente ad uno stato di polizia. Le questure, raccolgono i dati, disegnano i profili, forniscono ai Pubblici ministeri i dossier sui quali vengono costruite le richieste di sorveglianza speciale, e sulla cui base il giudice decide se rappresentano un pericolo per la società.
Chi ne è colpito viene messo in condizione di non nuocere all’assetto sociale e politico del paese con la propria attività, che, in quanto tale, lo Stato non può sanzionare.
Un paradosso per i liberali, la banale conferma che le democrazie tollerano il dissenso solo quando si limita ad essere cortesemente ineffettuale, per gli anarchici.

La sorveglianza speciale unita al divieto di dimora può essere comminata sino a dieci anni e, anche nelle forme meno afflittive, rappresenta una limitazione seria della propria libertà e rende impossibile la partecipazione non solo alle lotte, ma persino ad assemblee e riunioni. Comporta il coprifuoco dalle 22 alle 7 ed impone precise regole di comportamento. A chi vi viene sottoposto vengono tolti la patente e il passaporto. Non si possono fare lavori autonomi che comportino l’iscrizione ad un albo, si può solo lavorare sotto padrone, purché non pregiudicato. Chi viola i divieti viene sottoposto a procedimento penale.

Negli ultimi anni questa misura di prevenzione delle lotte viene applicata sempre più di frequente, per reprimere con strumenti veloci ed efficaci, chi negli anni ha partecipato attivamente ai movimenti sociali. I vari governi, al di là dei diversi orizzonti politici e culturali, sono unanimi nella scelta di erodere le tutele e le libertà ed affinano gli strumenti disciplinari, per provare ad inceppare ogni possibile insorgenza sociale.

Diventare davvero pericolosi per questo assetto politico e sociale sempre più ingiusto ed oppressivo è l’impegno di chiunque lotti per una società di liber* ed eguali.

Libertà per Davide, Eddi, Jacopo, Jack, Paolo!

Contro il fascismo islamico e la repressione democratica!

Sabato 19 gennaio
parteciperemo al corteo contro la sorveglianza speciale e in solidarietà a chi si batte contro l’Isis
ore 14 da piazza Carlo Felice – Porta Nuova Torino

Federazione Anarchica Torinese – FAI
Riunioni ogni giovedì dalle 21 in corso Palermo 46

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Contro la (sacra) famiglia. Liber*

Piazza San Carlo, il salotto buono di Torino, è attraversata da una folla densa, intenta al passeggio che intervalla gli acquisti. Manca pochissimo a Natale. In piazza campeggiano da un lato l’albero luminescente, dall’altro il “Calendario dell’Avvento” di Luzzati, una sorta di presepe. Tutto pagato dal comune e dalle solite banche sponsor.
Quest’anno a sorpresa c’erano anche le anarcofemministe, che, al suono di canzoni anticlericali e femministe, hanno aperto uno striscione con la scritta “Contro la (sacra) famiglia. Libere e liberi!”.
Alcuni passanti erano indignati, altri curiosi, altri ancora hanno apprezzato l’iniziativa.
La polizia, che presidia il centro storico, non si è accorta di nulla.
Una piccola rottura dell’ordine simbolico e materiale, che il governo della città e quello del paese, impongono in occasione delle feste cattoliche di fine anno.
Di seguito il volantino distribuito in piazza.
“Libertà, uguaglianza, solidarietà. La modernità si costituisce intorno a questi tre principi, che spezzano la gerarchia che modellava l’ordine formale del mondo, basato su un potere assoluto, perché sancito da dio. Ci raccontano che su questi principi si sia costituita una società dove la sovranità passa dal re al popolo, nascondendo il loro lato oscuro, un’ombra lunga fatta di esclusione, discriminazione, violenza.
Tanta parte dell’umanità non ha potuto stare sotto il loro ombrello. Poveri, donne, omosessuali, bambini erano/sono rimasti fuori. La loro universalità, formalmente neutra, è modellata sul maschio adulto, benestante, eterosessuale. Il resto è margine. Chi non era ed è pienamente umano, ossia pienamente “uomo”, non può certo aspirare alla libertà.
Una libertà soggetta a norma, regolata, imbrigliata. La cultura dominante ne determina le possibilità, le leggi dello Stato ne fissano limiti e condizioni. Per chi ne è escluso si tratta di privilegi, per chi vi è incasellato diviene una gabbia normativa.
Il matrimonio è stato a lungo un legame sancito dallo Stato e dalla Chiesa che fissava la diseguaglianza e l’asservimento delle donne, sottomesse al marito alla cui tutela venivano affidate. Eterne minorenni, e per sempre inadeguate ed incapaci, passavano dalla potestà paterna a quella maritale.
Le lotte che hanno segnato le tante vie della libertà femminile hanno in buona parte cancellato quella servitù, ma non sono riuscite ad intaccare il nucleo sociale ed etico su cui si fondano: la famiglia.
La famiglia è la fortezza intorno alla quale si pretende di ri-fondare un ordine politico e sociale gerarchico ed escludente.
A sinistra come a destra il dibattito non è sulla famiglia ma solo su “quale” famiglia. Chi la vorrebbe estesa alle coppie omosessuali, chi la vuole modellata sulla “sacra” famiglia.
Lo Stato, non per caso, nega diritti e tutele alle persone che scelgono di non sposarsi, di non piegarsi alla legalizzazione dei sentimenti, delle passioni, della tenerezza, di rifiutare l’imposizione di un modello rigido di relazione, costruita sulla coppia e sui loro figli. Una relazione che, in quanto tale, diviene socialmente riconoscibile.
Oggi un governo clerico-fascista prova a ri-modellare le nostre vite cercando di impedire la libera scelta di avere o non avere figli, creando inoltre serie difficoltà a chi vuole divorziare.
Il vice premier leghista, lo stesso che con il collega pentastellato Toninelli ha condannato a morte tante bambine e bambini nel Mediterraneo, vuole un mondo di mamme e di papà, di italianissime famiglie armate di presepi che rappresentano un mondo pastorale fatto di statuette di plastica, montagne di carta e laghi di stagnola. La vita vera è fatta di gente che non arriva a fine mese, di persone private dei documenti e gettate in strada, di uomini donne e bambini sgomberati e denunciati.
La (sacra) famiglia di preti e governanti mira a costringere le donne ad adeguarsi ad un ruolo di cura, sostitutivo dei servizi negati e cancellati negli anni.
Ma non hanno fatto i conti con le tante donne, che non ci stanno a recitare il canovaccio scritto per loro da preti e fascisti. Tante donne che, in questi ultimi decenni, hanno imparato a cogliere le radici soggettive ed oggettive della dominazione per reciderle inventando nuovi percorsi.
Percorsi possibili solo fuori e contro il reticolo normativo stabilito dallo Stato e dalla religione.
La libertà di ciascun* di noi si realizza nella relazione con altre persone libere, fuori da ogni ruolo imposto o costrizione fisica o morale. In casa, per strada, al lavoro.
Se la normalizzazione delle nostre identità erranti è il prezzo per accedere ad alcuni diritti che si ottengono solo con il matrimonio, un legame sancito e regolato da Stato e Chiesa, allora questo prezzo non siamo dispost* a pagarlo.
Vogliamo attraversare le nostre vite con la leggerezza di chi si scioglie da vincoli e lacci.
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. La solidarietà ed il mutuo appoggio si possono praticare attraverso relazioni libere, plurali, egualitarie.
Una scommessa che spezza l’ordine. Morale, sociale, economico.

Wild C.A.T. – Collettivo Anarcofemminista Torino”

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Di madamin, ciamponie e altre amenità

Dire è fare. L’agire comunicativo è intrinsecamente politico. Persino quando incontriamo nostra madre e le diciamo “ciao mamma” raccontiamo di noi e della cultura in cui siamo immersi, narriamo una relazione particolare, specifica, potente. Se, salutandola, le dicessimo “ciao Renata” muteremmo di segno alla relazione. Per la maggior parte delle persone agiremmo per sottrazione, elidendo con quel banale saluto la relazione con lei. Negandola come “mamma” la insulteremmo. Così penserebbero i più. Solo l’esplicitazione conflittuale dell’aspirazione a relazioni diverse potrebbe mutare di segno al nostro “ciao Renata”, trasformandolo in allusione ad un diverso ordine del mondo.

Torniamo, ad una settimana dal grande corteo No Tav dell’8 dicembre e a oltre un mese dal presidio Si Tav del 10 novembre, alle “7 madamine”.
I fatti sono arcinoti: sette esponenti della borghesia torinese hanno assunto mediaticamente il compito di promotrici della manifestazione, non senza qualche malumore tra politici e imprenditori vari, in prima fila il fanatico del Tav Mino Giachino.

Madamin è l’espressione coniata dai media per designarle. Apparentemente un epiteto benevolo, che riassume le caratteristiche di pacatezza, gentilezza e bon ton tipiche della borghesia subalpina. O, meglio, delle donne della borghesia subalpina. In realtà, un modo per rinchiuderle in uno stereotipo femminile.

Il piemontese è una lingua sessista. Come tante altre, d’altro canto.

Quando ci si rivolge ad un uomo, se ha cessato di essere un ragazzo, lo si chiama “monsù”. Per le donne esiste una gamma più ampia. Una ragazza non sposata è una “tota”, una donna sposata ma ancora giovane è una “madamin”, una donna sposata di una “certa” età è una “madama”. Infine una donna non sposata e non più giovane è un “toton”. Toton è al maschile ed ha chiaro sapore dispregiativo. Nessuno lo direbbe in faccia alla diretta interessata, se non volesse intenzionalmente ferirla. É più pesante dell’italiano “zitella”, perché una donna non sposata è automaticamente privata del proprio sesso. Se non ti sposi è segno che non vuoi o non puoi essere donna. Un disvalore.

In questo mondo di tote, madame e toton, madamin è un’espressione positiva per chiunque accetti il brodo culturale dal quale proviene, altrimenti è un’espressione sessista. Gentilmente, impalpabilmente sessista. Le simpatiche vetrine di un mondo fatto di imprenditori (in maggioranza) e imprenditrici (in minoranza), Confindustria, Confcommercio, sindacati edili, etc. Nulla di diverso dalle ragazze belle e ben vestite che vi accolgono nei negozi e nei bar del centro, per rendere più appetibile la merce esposta, di cui loro sono l’appendice simbolica, il segno che quello è il marchio giusto, il prodotto che ti significa meglio. Sul terreno di classe la distanza è infinita: le commesse devono lavorare gratis per ottenere e mantenere il lavoro, perché vestirsi, truccarsi, acconciarsi in modo adeguato alle esigenze del padrone richiede tempo e soldi. Le sette borghesi no, però in questa occasione si sono prestate (o sono state usate?) per lo stesso scopo: dare un’immagine positiva, coprire un palcoscenico su cui operavano ben noti esponenti della politica e del padronato nostrani. Non solo. Sono state fondamentali per oscurare il carattere trasversalmente politico di una piazza Si Tav che raccoglieva partiti di governo e di opposizione. Con la Lega, al governo a Roma, c’erano i partiti del centro destra che sono all’opposizione a Roma come a Torino e mirano con la Lega a vincere le prossime regionali in Piemonte, e ovviamente c’era il PD, che si stava giocando le ultime carte per rinnovare la propria alleanza con le associazioni padronali, sperando di non perdere troppo male in primavera.

Sin qui niente che possa turbare gli animi. Purtroppo il movimento No Tav, attaccato dalle sette donne Si Tav in modo violento, non ha saputo reagire in modo del tutto adeguato.
Ho pensato a lungo prima di scriverne, aspettando che da qualche settore femminista vicino/interno al movimento emergesse una voce critica. Oggi scrivo a bocce ferme, augurandomi che la passionalità del confronto si sia sopita e possa esservi spazio per un ragionare di più ampio respiro.

Il 17 novembre, all’assemblea dei movimenti contro le grandi opere che si è tenuta a Venaus, il sindaco di Caprie ha definito le sette donne Si Tav “ciampornie”1, il presidente di Pro Natura “oche”. La seconda espressione non merita chiose, il contenuto sessista è esplicito. “Ciampornie” merita qualche parola in più, perché non è facile tradurla in italiano. Si tratta di un epiteto indirizzato quasi esclusivamente alle donne ed indica persone chiassose, ciarliere, volgari e, in senso lato, di facili costumi, perché le donne per bene, le “madamin”, non alzano i toni, non gridano in pubblico. Quando assumono ruoli pubblici le madamin devono farlo con discrezione. La “ciampornia” è l’opposto della “madamin”. Il sindaco di Caprie e con lui i tanti altr* che hanno usato quest’espressione capovolgono la prospettiva, negano che le “madamin” siano “vere” “madamin” usando un’espressione altrettanto sessista. Il brodo culturale è il medesimo. L’uso di questi termini è stato seguito da risatine, applausi e ammiccamenti compiaciuti. In strada e sui social l’espressione “ciampornie” è stata accompagnata dall’aggettivo “fruste”. “Frusta” in piemontese, si usa per definire le cose usurate dall’eccessivo utilizzo, logorate e quindi vecchie e inutilizzabili. Unito a “ciampornia” offre una connotazione ancora più pesante al sostantivo.

L’8 dicembre alcune donne No Tav sono scese in piazza con cappelli, magliette e cartelli con la scritta “meglio montagnine che madamine”, una risposta alle accuse di naiveté fatte dalle sette donne Si Tav ai No Tav. Accusate di essere contro il progresso, montanare rinchiuse in una dimensione pastorale, custodi del proprio giardino, hanno risposto assumendo a positivo il termine “montagnine”.
Entra in ballo la classica opposizione tra la città e la campagna, tra i saperi tecnocratici e quelli legati alla terra, tra velocità e lentezza, tra profitto e benessere. Entra in pista anche lo scontro su quale sia l’interesse generale del Piemonte e del Paese.
“L’interesse generale” è nozione in se pericolosamente scivolosa, perché pretende ad una verità valida per tutti, evitando così di assumere uno sguardo esplicitamente di parte. Quella No Tav è una narrazione partigiana, ma non è né nimby, né naif, perché si nutre dell’esperienza e delle relazioni di una comunità che nasce localmente ma assume presto una connotazione più ampia, divenendo una comunità di lotta. Una comunità consapevole che la partita sull’ambiente rappresenta oggi una sfida all’ordine capitalista, alla logica del profitto, dell’utilizzo senza freni di risorse preziose ed esauribili.
Una prospettiva che da anni è andata oltre le montagne, dilagando in pianura ed in città. Accettare la contrapposizione tra cittadine borghesi “madamine” e montanare No Tav “montagnine” è un espediente comunicativo efficace nell’immediato, ma di corto respiro.
La Si Tav Giovanna Giordano Peretti in un’intervista invitava i No Tav ad occuparsi di pecore e mucche. Una dichiarazione che si inserisce a pieno nella rappresentazione falsa che i Si Tav danno del movimento No Tav e di chi ne fa parte.
Le Fomne No Tav, un aggregato al femminile che da anni attraversa il movimento, hanno risposto dal palco dell’8 dicembre rivendicando alcuni tratti positivi delle donne No Tav, caratterizzate da senso pratico e capacità derivate dall’economia domestica. Le fomne No Tav hanno riproposto un femminismo essenzialista, che capovolge la dimensione patriarcale senza smontarla.

Oltre i generi, de-generi, sperimentando percorsi di soggettivazione che vadano oltre le identità imposte è la scommessa di un femminismo che attraversa i movimenti di opposizione sociale e che scommette sulla possibilità spezzare un immaginario che non riesce a pieno ad emanciparsi da logiche sessiste e/o differenzialiste.
Non sarà facile: questa piccola storia di “madamin”, “ciampornie”, “montagnine” ce lo racconta.

Maria Matteo

1 Non so se il modo corretto di scrivere la parola sia “ciampornie” o “ciamporgne”. Sui dizionari le ho trovate entrambe e la mia conoscenza del piemontese è solo orale.

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Lucia Perez, uccisa due volte

Il 5 dicembre in Argentina le donne hanno scioperato, una giornata di indignazione e lotta di fronte ad un terribile femminicidio coperto dalla magistratura, con una sentenza che lo nega.

Nello stesso giorno abbiamo fatto punto info e volantinaggio a Palazzo Nuovo, dove è stato appeso uno striscione.
Di seguito il volantino distribuito:

Siamo le ancelle
ci hai condannate
ci hai ammazzate

nell’aria appese
lo spasmo ai piedi
non era giusto

la lancia avevi
e la parola
al tuo comando

nell’aria appese
ci hai condannate
ci hai ammazzate

(estratto di Filastrocca – Il canto di Penelope – M.Atwood)

Lucia Perez è stata una donna argentina. Nel 2016, quando aveva 16 anni, è stata drogata, violentata, torturata e uccisa da tre uomini. La notizia di questi giorni è che i responsabili delle sue sofferenze e della sua morte terribile sono stati condannati per questioni relative alla vendita di droga e nulla altro.

La violenza estrema è la punta dell’iceberg. Le coltellate, il fuoco, la stretta feroce che serra la gola, i pugni, il colpo di pistola troncano la vita, annientano il nemico. Annientare è far diventare nulla chi prima era qualcuno. C’è chi lo fa con freddezza, chi con rabbia, chi persino con paura, ma il fine resta lo stesso: imporre se stessi sino alle estreme conseguenze.
Questo è il senso di ogni omicidio.
Quando sotto i colpi cade una donna, il senso muta. Il termine femminicidio descrive l’uccisione di una donna in quanto donna. L’uccisione di una donna in quanto donna ha un significato intrinsecamente politico. Per paradosso il femminicidio è un atto politico, proprio perché ne viene nascosta, dissimulata, negata la politicità.
I femminicidi avvengono ad ogni latitudine, in Argentina come in Italia, e ovunque la libertà delle donne, i nostri corpi liberi sfidano il patriarcato.
Tanta parte della violenza maschile sulle donne è una reazione all’autonomia acquisita in decenni di lotte.

Sui corpi delle donne si giocano continue battaglie di civiltà. Sia che le si voglia “tutelare”, sia che le si voglia “asservire” la logica di fondo è la stessa. Resta al “tuo” posto. Torna al “tuo” posto. Penso io a te, penso io a proteggerti, a punirti, a disciplinarti.

Non è sopportabile, senza tormento e quindi rivolta, che la coercizione e la uccisione di un essere libero e pieno di sentimenti e idee possa accadere e – quando ancora accada – sia così ritenuto e raccontato.
Ancora più forte è la nostra ribellione quando la libertà e l’indipendenza di una donna siano costrette, violate e annullate da uomini, all’interno di queste dinamiche ordinarie e dispari che sono la quotidianità della nostra storia, anche contemporanea.

La violenza di genere è intrisecamente politica. Non solo per i numeri impressionanti ma, soprattutto, per i mille dispositivi messi in campo, per nascondere, privare di senso, sminuire la portata sistemica dell’attacco.
Alle nostre latitudini ammettere la natura intrinsecamente politica dei femminicidi e, in genere, della violenza maschile sulle donne, aprirebbe una crepa difficilmente colmabile, perché renderebbe visibile una guerra non dichiarata ma brutale. Per questo motivo l’uccisione di una donna in quanto donna viene considerato un fatto privato. Un fatto che assurge a visibilità pubblica solo nelle pagine di “nera” dei quotidiani.
Femminicidi, torture e stupri diventano pubblici quando sono agiti in strada, fuori dagli spazi domestici, familiari o di relazione, quando i profili di chi uccide e violenta si prestano ad alimentare il discorso securitario, favorendo un aumento della militarizzazione, la crescita della canea razzista, nuove e più dure leggi.
Lo sguardo patriarcale si impone nelle istituzioni, che negano il carattere sistemico della violenza di genere. Sentenze come quella pronunciata a Mar del Plata contro i responsabili della morte di Lucia Perez non ci stupiscono, perché sono purtroppo frequenti. In Argentina come in Italia.

Viviamo in un’epoca ancora segnata dalla cultura dello stupro, dove è necessario considerare la via dell’autodifesa delle donne. La strada della libertà femminile non è stata percorsa invano. Le donne hanno acquisito autonomia e capacità di autodifesa. Il moltiplicarsi delle reti solidali, del mutuo soccorso dimostra la crescente capacità di lottare contro il sessismo e contro lo Stato che protegge i violenti, stupratori ed assassini.

La violenza, che sia privata o di stato, sui corpi e sui pensieri e sentimenti di chiunque – ma oggi e qui parliamo specificamente di quella sulle donne – è il risultato di una paralizzante e opprimente mentalità moralistica e autoritaria, che ci crea consuetudine al possesso e quindi all’addomesticamento e monopolio sessuale.

In questo contesto e importante sottolineare l’importanza dell’azione diretta in quanto la nostra difesa non può e non deve essere delegata all’uomo, alla famiglia o alle istituzioni.

Abbiamo vitalità e capacità sufficienti a rivoltarci contro questo imprigionamento dei nostri corpi, pensieri e sentimenti
Abbiamo spirito, generosità e forza sufficienti a realizzare un mondo di esseri liberi, indipendenti e felici.

Qualunque cosa in meno è troppo poco.

Wild C.A.T. – Collettivo Anarcofemminista Torino

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Torino. Una piazza borghese. E le sue paure

La piazza Si Tav del 10 novembre a Torino, a saperla osservare, ci racconta della persistenza del mito del progresso e della velocità. Il motore dello sviluppo, del benessere e del saldo ancoraggio al treno del primo mondo.
La piazza Si Tav, piazza borghese, per bene, torinese, che si alimenta del ricordo di Cavour e del canale di Suez, sogna un Piemonte che non c’è più. E non tornerà.
È una piazza la cui principale novità è il suo stesso esserci, la scelta di scendere in campo e di rendere visibile un aggregato sociale, che usualmente è restio a farlo.
Il paragone con la marcia dei 40.000 colletti bianchi della Fiat al termine dell’ultimo braccio di ferro tra la classe operaia torinese e i padroni della città appare tuttavia del tutto incongruo. In questi ultimi 40 anni tanta acqua è passata sotto i ponti della città dei tre fiumi.
I colletti bianchi difendevano, pagati e spinti dal padrone, una posizione di piccolo privilegio che ritenevano inattaccabile. Pochi anni dopo i fatti dimostrarono quanto grande fosse stato il loro errore. I protagonisti di quella marcia e i loro figli, colletti bianchi per via ereditaria, vennero licenziati, quando il padrone decise che non servivano più.
Ma. L’errore più grande lo commisero gli operai in lotta da trentacinque giorni davanti ai cancelli della Fiat. Credettero al sindacato, che già aveva pronto l’accordo che barattava ventimila licenziati con sessantamila cassaintegrati. La grande epopea dei lavoratori della città-fabbrica non finì per la marcia degli impiegati Fiat, ma per la resa ad un sindacato che stava cambiando pelle, avendo già mutato anima negli anni del compromesso socialdemocratico.
Se in quei giorni fosse partito un appello a tornare in piazza, la marcia dei “40.000” sarebbe scomparsa nel nulla e nessuno la ricorderebbe.
Quella vicenda si incise a sangue nella memoria collettiva, perché spianò la strada alla vendetta padronale, che fu implacabile.
Torino si è trasformata radicalmente. La città della Fiat, pensata e costruita come città fabbrica, ha lasciato il posto alla città immaginata tra il Politecnico, la stessa Fiat, le Banche e il partito Democratico. Città di servizi, turismo e grandi eventi. Gli antichi borghi operai, luogo di crescente marginalità sociale, sono costantemente sospesi tra riqualificazioni escludenti e il parco giochi per carabinieri, militari e poliziotti.
Evocare la marcia dei “40.000” è un abile artificio retorico per proclamare la vittoria prima di aver vinto.
Questa volta però, alla faccia del governo pentastellato della città, che si è affrettato ad aprire un’interlocuzione con i Si Tav, il movimento No Tav non ha esitato e ha lanciato un corteo per l’8 dicembre che, partendo da piazza Statuto, quella della rivolta del 1962 contro la UIL, si concluderà in piazza Castello, nello stesso luogo dei Si Tav.
La partita è quindi ancora apertissima.
Ed è meno banale di quanto sembri, perché ci racconta della città com’è ora, non di quella del tempo andato.
La borghesia scende garbatamente in piazza per rimettere a posto le cose, per fare ordine, per spiegare alla sindaca Appendino chi comanda in città.
La piazza Si Tav del 10 novembre è la piazza dei padroni. Basta dare un’occhiata all’elenco delle associazioni promotrici per rendersene conto. Si va dalle associazioni padronali a quelle del commercio per arrivare alle organizzazioni sindacali degli edili di CGIL, CISL e UIL, che questa volta non hanno problemi a stare nella stessa piazza dei padroni. Non devono più fingere.
«Noi stiamo perdendo le energie migliori della nostra società: le famiglie li hanno educati, le scuole formati e noi diamo ciò che abbiamo creato, i nostri giovani, all’estero. Voglio dedicare questa piazza a Pininfarina e Marchionne che si sono battuti per la Tav». Diceva uno degli speaker dal camion/palco. E giù applausi a Marchionne e, non guasta mai, anche alle forze dell’ordine.
Chi c’era, come il professor Semi, anche solo per dare un’occhiata, ha descritto così piazza Castello del 10 novembre: “Il garbo, la gentilezza, le maniere civili, sono state le parole d’ordine di questa riemersione della borghesia torinese dalla propria proverbiale riservatezza e aristocratico distacco. Oggi in piazza erano visibili diversi gruppi sociali che la compongono e, per contrasto, si vedeva ancora meglio chi non c’era.
Iniziamo dai presenti. Signori e signore perbene, dall’età media attorno ai Cinquanta, ogni tanto con i figli grandi e più spesso con amici e colleghi. Si sono rivisti in massa i Barbour, e le signore avevano dei cappotti da boutique, talvolta arancioni come da richiesta delle organizzatrici della matinée. Si tratta di una stima ‘ad occhio’, ma se erano molti anche gli anziani ben vestiti, mancavano quasi completamente i 20-30enni. Le classi sociali visibili non erano molte, c’era sicuramente diversa borghesia professionale, e un po’ di ceto medio tradizionale, commercianti e artigiani. Ad occhio non erano tantissime le partite IVA ai minimi, non c’erano operai, sicuramente il livello di istruzione medio in piazza era molto elevato e per nulla rappresentativo della città. Si è detto delle fasce mediane assenti e dei giovani in generale, ma quello che saltava all’occhio fin da subito era la totale assenza di popolazione straniera, sia povera che ricca. La folla oggi riunita era molto torinese, anche se i richiami al Piemonte, all’Italia e all’Europa sono stati tanti. Una massa bianca, matura se non anziana, benestante, istruita e gioiosa ha occupato per circa due ore la principale piazza della città.”
La borghesia torinese è scesa in piazza per dare un segnale all’amministrazione locale e al governo giallo verde. Puntano sul PD, ma potrebbero senza troppi problemi appoggiare un governo di centro destra.

Nonostante il Bon Ton e i bei modi esibiti è una piazza a suo modo patetica, perché Cavour e Suez sono roba di due secoli fa e non bastano più a nutrire l’illusione del progresso che consegna doni e sicurezza all’imprenditoria operosa e ai suoi intellettuali, professionisti, professori, giornalisti.
Il treno che buca le Alpi, come a suo tempo lo stesso Tunnel del Frejus, ai cui costruttori è stato dedicato un monumento in piazza Statuto, sventa la paura del piccolo Piemonte schiacciato contro le montagne, isolato dai traffici, emarginato da Milano, la cugina meneghina, che ha retto molto meglio l’impatto della terza e della quarta rivoluzione industriale. É un feticcio, non un treno. Certo ci sono gli affari delle lobby del cemento e del tondino, delle banche, degli edili, ma la sostanza che ha portato in piazza commercianti e imprenditori, assieme alla borghesia delle professioni è la forza simbolica acquisita da quel treno.
Lo scontro sarà quindi senza esclusione di colpi, perché, sottile, ben nascosto, ma evidente appare il motore di quella piazza: la paura. Gli orfani della città Fiat oggi si aggrappano al treno ad alta velocità. Poco importa che non serva a nulla. Però può rendere bene a chi la fa. E tanto basta: di doman non c’è certezza.
La città vetrina ha scongiurato gli orrori della Rust Belt statunitense, riciclando per Olimpiadi e grandi eventi, gli enormi capannoni vuoti dell’era dell’industria trionfante. Centri commerciali e mega padiglioni espositivi con intorno nuovi quartieri ed infrastrutture per raggiungerli sono stati la ricetta del post Fiat. Ma non bastano. Non possono bastare.
Sullo sfondo, ben nota ai borghesi torinesi c’è Flint, la città dove il futuro è già presente. A Flint nacque la General Motors: oggi interi quartieri sono abbandonati. Imponenti macerie industriali ne segnano il panorama, tra povertà, mafie e ghetti urbani. La gente beve acqua avvelenata, le truppe vi svolgono esercitazioni “antiterrorismo”. È il Michigan ma potrebbe essere lo specchio di Torino, delle sue periferie, dove le macerie sono quelle sociali.
Un baratro in cui tanti hanno paura di scivolare. E la paura genera mostri.
Lo sanno bene quelli delle periferie, che hanno abbandonato il PD e hanno votato, anche se a votare non sono più tanti come un tempo, per le Cinque Stelle. Sono quelli dei blocchi dei forconi del 2013. Niente Bon Ton: blocchi, tricolori, appelli ad un governo militare, caciara. Sembrava la gente del dopo stadio, tifosi con le bandiere e le trombette, fuori controllo anche dalla destra che provava a cavalcarli e da post autonomi e anarchici situazionisti, che puntavano al caos sistemico. In comune con i borghesi del 10 novembre l’amore per i poliziotti, applauditi e vezzeggiati da entrambe le piazze.
Tornati nei ranghi dopo tre giornate, perché la rivoluzione la volevano in un giorno e in un giorno è difficile farla, anche se credi di avere il vento in poppa e ti muove la tenera auroralità di chi crede all’iconografia della rivolta. Oggi pare vogliano tornare in piazza “contro l’Europa e non contro il governo”, sperando di spuntarla sulla odiatissima direttiva Bolkenstein e altre tasse. Forse in gilet giallo, alla francese.
Anni luce tra queste due piazze. Senza dubbio. Spinte però entrambe dalla paura del futuro che non c’è più. Paura e rabbia mescolate per le promesse non mantenute per il figlio laureato dell’operaio, che non ha né lavoro né prospettive, ma tanto risentimento.
L’amministrazione Appendino è figlia anche di quella piazza. Ma non solo, perché la vittoria di Appendino, due anni fa, fu possibile solo grazie all’appoggio delle destre subalpine. Parte delle quali sono oggi uno degli assi del governo pentastellato.
Quest’alchimia un po’ bastarda ma non troppo spiega le giravolte della giunta Appendino, che potrebbero portarla ad un’impasse difficile da superare.
D’altra parte, alla fetta di elettorato forcone dei 5 Stelle, fatto di mercandini, partite IVA, giovani precari bianchi e rancorosi, non importa nulla del Tav, ma sono a loro volta soggiogati dalla retorica della difesa dei confini, dell’illusione protezionista, in bilico tra il liberismo estremo dei no tax e la richiesta di tutela statale. Un bel groviglio.

In questo groviglio parte del movimento No Tav si è infilata mani e piedi, schierandosi in modo esplicito con i 5 Stelle, nonostante oggi in tanti comincino ad accorgersi che l’opposizione al Tav è più una palla al piede che un obiettivo per i 5 Stelle. In questi anni la lotta No Tav si è saldata in modo tanto forte con la critica delle relazioni politiche e sociali dominanti, da renderla incompatibile con il capitalismo e le sue regole feroci.
I No Tav sono corpi estranei allo scontro di potere in atto, gli unici, con numeri e consenso ampi, che pur nella diversità di approcci e prospettive, non sono mossi dalla paura ma dalla consapevolezza che il futuro dipende da ciascuno di noi. L’idea stessa di sviluppo si sgretola sotto le picconate di una critica che sarebbe sbagliato credere pauperista o ingenua, perché si nutre della comprensione dell’urgenza di tante piccole opere utili alla vita e alla salute di tutti, dell’urgenza di rallentare la curva del riscaldamento globale, dell’importanza di scommettere sulla capacità di autogoverno reale dei territori. E sulla consapevolezza che ribellarsi e vincere è possibile.

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In nome del padre. Lo Stato etico di Salvini e Di Maio

Diritti civili, buoni sentimenti, Costituzione Repubblicana, Europa sono alcuni degli ingredienti della salsa con cui le sinistre post governative e quelle orfane di governo provano a rifarsi la faccia e riconquistare i consensi perduti tra i governi Monti, Renzi e Gentiloni.
Un impasto che difficilmente reggerà la cottura dei prossimi mesi ed anni. Privo di lievito si sgonfierà.
Vent’anni di berlusconismo sono passati invano. La sicumera di una sinistra convinta della propria superiorità intellettuale e morale è tale da sottovalutare gli avversari di oggi non meno di quelli di ieri.
L’esibita volgarità di Matteo Salvini, la cialtroneria di Luigi Di Maio, l’intollerabile burattino Conte nutrono le illusioni di rivalsa degli orfani di potere, incapaci di cogliere a pieno la pervasività del populismo gialloverde.
Intendiamoci. É probabile che il “popolo” di queste sinistre sparse e zoppicanti esprima un’indignazione autentica per le politiche feroci contro i poveri, i senza casa, i senza reddito, la gente in viaggio attraverso le frontiere. Sin troppo facile sarebbe chiedersi quanta di quest’indignazione restasse sotto traccia quando Minniti lanciava la caccia ai migranti e il divieto di soccorso in mare.
Se sono pochi i dubbi sulla natura strumentale del riposizionamento della dirigenza del Partito Democratico e dei pianeti nati dopo il suo big bang, resta tuttavia la possibilità che anche queste piazze moderate possano cogliere la lieve distanza pratica tra il governo Gentiloni e l’attuale diarchia Salvini Di Maio, liberando energie per l’allargarsi di un conflitto sociale oggi ai minimi storici.
Non solo. Oggi scontiamo l’ambiguità di settori diversi e concorrenti della sinistra extraistituzionale, che restringono ulteriormente gli spazi di lotta, azione diretta e sottrazione conflittuale dall’istituito.
I post autonomi puntano sul caos sistemico ma mantengono aperto il credito al Movimento 5 Stelle, “ostaggio” della cattivissima Lega.
Settori sindacali e politici con simpatie rosso brune non disdegnano il populismo antieuropeista del governo, mantenendo un atteggiamento ambiguo.

La situazione non è facile e potrebbe peggiorare.
Inutile negare che il consenso all’estrema destra populista è sempre più forte, perché riesce a catalizzare un malcontento sociale diffuso.
Quasi quarant’anni di attacchi riusciti alle condizioni di vita di chi deve vivere di lavoro sono tanti.
Trent’anni fa si stava meglio di oggi. C’è stato un tempo, che sta svanendo nella memoria, che le scuole erano gratuite, non c’erano ticket per medicine, esami e visite mediche, gli affitti erano bassi, poche persone vivevano in strada, si andava in pensione dopo 35 anni di lavoro, si lavorava meno per salari più alti.
Non era merito dei governi o dei padroni che si arricchiscono sfruttando il lavoro altrui. Tutto quello che i poveri di questo paese hanno ottenuto era frutto di lotte durissime condotte insieme nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole.
I lavoratori e le lavoratrici, chi stava in fabbrica e chi era in casa, si sono battuti per riprendersi parte di quello che ci viene rubato da chi è ricco e vorrebbe esserlo di più. Per i padroni la nostra fatica quotidiana è solo un costo da abbattere, da eliminare.
C’è stato un tempo in cui i lavoratori e le lavoratrici hanno fatto paura ai governi e agli imprenditori, che temevano per le loro poltrone e per i loro profitti, avevano timore che le lotte mutassero di segno, che si finisse con l’attaccare il diritto alla proprietà privata e la legittimità dello Stato.
In trent’anni si sono ripresi tutto.
Salute, istruzione, trasporti sono un lusso, i salari sono diminuiti, le ore di lavoro aumentate, tanta gente finisce in strada perché non può pagare l’affitto. Il lavoro, quando c’è, è sempre più pericoloso, precario, malpagato. I giovani campano di lavoretti, gli anziani non possono andare in pensione.
É stato un processo lungo, che ha disarticolato le condizioni materiali e simboliche, che davano forza alle lotte degli sfruttati.
La quarta rivoluzione industriale, come le precedenti, ha l’obiettivo di ridurre la spesa per i salari, ma anche, e non secondariamente, lo scopo di esercitare un controllo capillare, continuo, individualizzato su chi lavora. I chip sottopelle, i braccialetti dei facchini e magazzinieri Amazon, sono l’ultima puntata di un reality cominciato con la polverizzazione territoriale delle unità produttive, con l’eliminazione della proprietà diretta dei luoghi e dei mezzi di produzione, con la frantumazione fisica e normativa delle grandi aggregazioni industriali o di servizio. Dalla Fiat alle Ferrovie spezzatini societari, esternalizzazioni, appalti e subappalti sono stati il cemento materiale con cui sono stati divisi ed isolati i lavoratori. I governi hanno fornito il quadro normativo che ha liberato le mani di imprenditori e manager. In questi anni è stato ri-legalizzato il caporalato, con la nascita di una miriade di agenzie di intermediazione, sono stati cancellati diritti e tutele, rendendo sempre più ricattabili e precarie le vite degli sfruttati.
Non solo. Si è spezzato un immaginario per cui l’accesso a servizi e beni fondamentali e la riduzione della sperequazione normativa e salariale non è più parte delle libertà sociali ma premio per chi merita.
Tutti contro tutti per un mondo peggiore.
Oggi il populismo fascista, leghista, pentastellato da Casa Pound a Fratelli d’Italia, dal M5Stelle alla Lega riesce a farsi interprete della generazione nata o diventata precaria, che vive senza garanzie né futuro, che si costituisce come comunità escludente ed aspira a protezioni e tutele statali.
Reddito di cittadinanza, aumento delle pensioni minime, possibilità di pensione anticipata, esclusione degli immigrati dalle misure destinate agli italiani: su questi temi Lega e 5Stelle hanno preso voti e si sono alleati tra loro per assicurarsi il governo.
Il “governo del cambiamento” difficilmente realizzerà il proprio programma teorico, tuttavia anche un parziale successo potrebbe garantirne se non la durata, la possibilità di costruire nuove alleanze sulle medesime pietre miliari.
Giocano bene. Sono al governo, hanno occupato tutte le poltrone pesanti, quelle che garantiscono il potere reale, ma si comportano come cavalieri alle crociate in terra straniera, assediati dai barbari, dai “poteri forti”, incarnati dalla potenza impalpabile della grande finanza.
Il governo Lega – 5 Stelle ha promesso di ridurre l’età della pensione e di dare un reddito ai più poveri.
Tanta retorica nasconde una truffa e un inganno. Chi andrà in pensione prima dei 67 anni avrà un assegno mensile ridotto, perché il sistema di calcolo della pensione resterà il medesimo.
La scelta sarà tra un reddito molto basso e il lavoro sino alla morte. Gli anziani licenziati per far posto a giovani precari a metà del loro stipendio non avranno nessuna scelta.
Il reddito di cittadinanza si articola intorno ad alcuni cardini: controllo sui consumi, premi a chi si dimostra virtuoso, lavoro coatto.
Il nuovo coordinamento tra le banche dati di Inps, centri per l’impiego, comuni e centri di formazione, sarà realizzato dall’ex numero due di Amazon, Diego Piacentini, oggi commissario straordinario per l’attuazione dell’agenda digitale. Chi viene da Amazon sa bene come costruire una gabbia di controllo elettronica.
Il “reddito di cittadinanza” verrà erogato attraverso un bancomat o una “app” con borsellino elettronico sui quali sarà accreditata la cifra risultato della differenza tra il tetto di 780 euro e i limiti patrimoniali e reddituali stabiliti dall’Isee. A testa toccherà circa metà del massimale e sarà scalata in base agli acquisti effettuati in circuiti predefiniti dal governo.
Lungo queste coordinate verrà attuato il governo digitale di 3,6 milioni italiani “poveri”, ma sani e in età di lavoro. Almeno 1,6 milioni di stranieri residenti, anch’essi censiti tra i “poveri assoluti”, saranno esclusi da questa misura.
La sorveglianza sarà finalizzata al controllo morale del “povero” il quale dovrà lavorare otto ore gratis per lo Stato, accettare una proposta di lavoro su tre dai centri per l’impiego, partecipare a corsi di formazione o reinserimento professionale per dimostrare la propria “disponibilità” ad “attivarsi” per un periodo che potrebbe arrivare anche fino ai tre anni.
Un percorso premio-punitivo: se il “cittadino” rispetterà le ingiunzioni, potrà eseguire gli acquisti con la sua carta di credito; se non lo farà riceverà un punteggio negativo. La cittadinanza diventa una patente a punti. Il cittadino sarà valutato in base a una scala di reputazione e sincronizzato con l’importo accreditato in maniera digitale. In questo modo ci sarà un costante controllo della “moralità” dei poveri, della loro condizione lavorativa e sociale, della disponibilità ad obbedire al governo, che impone un “patto” di buona condotta ai senza reddito. I riottosi verranno esclusi e criminalizzati.
Il reddito di cittadinanza saranno quattro soldi per chi dimostra di “meritarli”. Nessuna “liberazione dalla povertà”, ma un sistema di ispezione capillare degli esclusi, di chi non lavora e non lavorerà mai, se non in nero, precariamente, in modo informale.
Le misure sociali annunciate dal governo riprendono, rafforzandola, la logica del reddito di inclusione targato PD: i poveri non sono “innocenti”, ma responsabili della propria condizione, che sono tenuti ad espiare.
Chi ha la sfortuna di essere nato altrove non avrà nemmeno l’elemosina destinata agli altri.
Lo Stato Etico ci tratta da minorenni, decide chi è degno e chi no. Non solo. I diktat sono chiari: “la proprietà privata è sacra” e va difesa con le armi e il reddito di schiavitù. Il fondamento della società è la famiglia “naturale”, dove le donne sono obbligate a fare gratis il lavoro di cura di figli, anziani, disabili per sopperire ai servizi che non ci sono.
Aumentano le spese per le armi e le missioni di guerra all’estero, nel Mediterraneo e nelle nostre strade, dove per tenere buoni i poveri ci sono sempre più militari e poliziotti.
Il pacchetto sicurezza, oltre a colpire gli immigrati, investe duramente chi lotta.
Chi occupa una casa per dare un tetto a se e ai propri figli rischia lunghe pene detentive. I lavoratori che fanno un blocco stradale per obbligare chi li sfrutta e deruba ogni giorno a cedere più soldi, più libertà, meno ore di lavoro, meno controlli elettronici non avranno una semplice multa ma la detenzione sino a quattro anni.
Un incubo totalitario.

La sconfitta della povertà è un artificio retorico che va smontato, ma è importante anche riconoscere nella sua precipua semantica il salto di paradigma che il governo giallo verde rappresenta, sia sul piano politico che culturale. Non serve il richiamo all’antifascismo, in un paese dove il fascismo storico è stato sdoganato da un pezzo. Per battere la diarchia di governo, per spezzarne la seduzione sociale è necessario mostrare la trama sottesa al populismo.
Una trama che ha il proprio fulcro nella famiglia come nucleo etico, una società “di mamme e di papà”, “non siamo un partito, siamo una famiglia” ha tuonato Salvini quest’estate a Pontida.
Il capo della nuova Lega, che mescola sincreticamente elementi neo pagani e cattolicesimo, facendo leva sul “buonsenso”, che trasforma la filosofia da bar sport in filosofia tout court, sottraendola al mugugno ed elevandola ad arte del buon governo. Il governo mira al disciplinamento della società, che viene messa sotto costante ricatto: tramontata la stagione dei diritti, è il tempo della carità benevolente, del bastone, del padre e padrone, della mamma nutrice e casalinga, del controllo globale.
Siamo alla Vandea. Dio, patria, famiglia. Tutto torna. Nel 1994 la giovane leghista Irene Pivetti diventa presidente della Camera. Esibisce con orgoglio un gioiello con la croce di Vandea e dichiara che le navi dei migranti vanno affondate. Pochi giorni dopo la nave albanese Kater i Rades, viene speronata dal pattugliatore della Marina Militare Italiana Sibilla. Fu una strage. Un incidente, sentenziò un governo che non osava rivendicare. Oggi i migranti annegano e il governo plaude.
Per fermarli non basta un generico e logoro richiamo all’opposta triade rivoluzionaria libertà, fratellanza, uguaglianza.
Quest’assieme assiologico è oggi assimilato alla ferocia liberista, alla fine delle tutele, alla vita precaria.
Questo governo offre a chi si sottomette alla legge del padre l’illusione che vi sia un riparo nella tempesta.

Visti i tempi l’unico realismo è quello dell’utopia che gira il tavolo e propone, praticandolo sin da ora, un altro gioco.

(articolo uscito sul numero di novembre di Arivista)

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Sciopero generale. Prima gli sfruttati

E’ andata bene. Il corteo che ha percorso il centro di Torino ha raccolto oltre millecinquecento persone.

Non era una scommessa facile. Gli attivisti dei gruppi politici e delle organizzazioni sindacali che hanno costruito lo sciopero e la manifestazione del 26 ottobre ne erano consapevoli. Abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo spinti dall’urgenza di riattraversare il territorio cittadino con una manifestazione che mettesse al centro le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici, che, nonostante i tempi bui, si battono nei posti di lavoro, per le strade e i quartieri. Lavoratori e lavoratrici che sanno che nulla viene regalato, che si ottengono risultati mettendo in difficoltà i padroni e i governi, facendo loro del male, costruendo un fronte ampio, in cui si intersecano le lotte per il salario e la diminuzione d’orario con quelle ambientali, antimilitariste, antirazziste, di opposizione alla stretta securitaria.
Nei settimane precedenti assemblee, presidi, volantinaggi, hanno preparato lo sciopero in città.
Due sere prima sono stati appesi striscioni firmati FAI di sostegno allo sciopero all’INPS, Unione Industriale, Elpe, Cgil, Microtecnica, luoghi simbolo dello sfruttamento e delle lotte in corso. All’INPS, in corso Giulio Cesare, è stato appeso lo striscione “Né con Fornero né con Salvini! 26 ottobre sciopero generale!”. All’Elpe di via Tollegno, agenzia interinale, una delle centrali del lavoro in affitto, precario e senza tutele, è stato appeso lo striscione “No ai nuovi caporali! 26 ottobre sciopero generale!”. All’Unione Industriali è stato appeso lo striscione “Padroni… la pacchia è finita! 26 ottobre sciopero generale!”. Alla sede della CGIL in via Pedrotti è stato appeso lo striscione “Contro i burocrati, per l’autorganizzazione dei lavoratori. 26 ottobre sciopero generale!”. Alla Microtecnica di piazza Graf è stato appeso lo striscione “Chiudere le fabbriche di morte. 26 ottobre sciopero generale!”

Il corteo è stato aperto da due striscioni unitari “Non ci sono governi amici” e “prima gli sfruttati”. Significativa la presenza della CUB, che è stata l’asse portante dello spezzone sindacale. Abbiamo fatto tappa in luoghi simbolici dello sfruttamento e delle lotte in corso, blindati e resi quasi inaccessibili da una Questura, determinata ad impedire le voci critiche verso il governo della città, della regione e del paese.
Il corteo è partito dai giardini di piazza Carlo Felice di fronte alla stazione di Porta Nuova dove la polizia è intervenuta per impedire ad alcuni compagni della Federazione Anarchica di chiudere simbolicamente gli ingressi con filo bianco e rosso cui era stato appeso il cartello “Le frontiere uccidono”, ma i compagni sono riusciti comunque a srotolare diversi metri di filo in barba ai poliziotti, mentre l’azione veniva raccontata ai passanti, spesso ignari che un luogo di passaggio come la stazione sia divenuto vera frontiera per i tanti migranti in viaggio verso la Francia. Il giorno precedente un giovane africano senza documenti si era lanciato dal treno per sfuggire ai controlli, spezzandosi l’osso del collo. L’ultima delle vittime delle frontiere che attraversano la nostra città.
Poi siamo passati nei pressi di Confcommercio, dove hanno preso parola i lavoratori degli ipermercati, obbligati dalla legge e da accordi sottoscritti dai sindacati di stato alle domeniche lavorative senza straordinario pagato, che sanno bene che qualche chiusura domenicale in più modificherà ben poco la loro condizione.
Poi il corteo si è dipanato verso il MIUR, dove hanno preso la parola le maestre diplomate in lotta per il posto di lavoro, molte delle quali avevano ceduto alle lusinghe pentastellate, e si sono ritrovate con un pugno di mosche, obbligate a passare dalle forche caudine di un nuovo concorso. Il loro striscione aveva la scritta “Maestre di lotta”.
Nei pressi della sede del consiglio regionale è intervenuto un lavoratore delle residenze psichiatriche, che la nuova legge regionale ha trasformato in piccoli manicomi. Una lavoratrice delle case di riposo per anziani ha raccontato con rabbia le condizioni di lavoro da catena di montaggio, che umiliano chi lavora, privando di dignità le persone costrette dalla povertà in luoghi dove conta solo spendere il meno possibile.
L’accesso alla piazza del Comune, che ormai da mesi è concessa solo al PD, era chiuso da poliziotti in assetto antisommossa. Sono intervenuti i lavoratori dei nidi e delle materne comunali, in lotta contro i continui tagli alla spesa, che penalizzano sia i bimbi che chi ci lavora in condizioni sempre più pesanti.
I compagni della Federazione Anarchica hanno aperto uno striscione con la scritta “Morti in mare: Salvini e Toninelli assassini” di fronte alla polizia, per ricordare le responsabilità del governo nella guerra ai poveri che si consuma ogni giorno nel Mediterraneo e sul confine francese.
Lo spezzone rosso e nero, aperto dallo striscione “Contro stato e padroni. Azione diretta” è stato molto vivace e partecipato.
Il corteo si è concluso davanti alla sede della Regione in piazza Castello, dove era stata allestita una merenda No Tav, e ci sono stati gli interventi di chiusura.
Forte la consapevolezza di essere riusciti a costruire una giornata importante per la ripresa del conflitto sociale, su una strada sempre più in salita.
Sin qui la cronaca.
Val la pena tentare di tracciare il quadro in cui si inserisce questo sciopero d’autunno di un sindacalismo di base indebolito dalla scelta di alcune organizzazioni di firmare gli accordi sulla rappresentanza del gennaio 2014. Questi sindacati non hanno indetto sciopero: l’USB è arrivata ad promuovere assemblee sindacali a scuola lo stesso giorno, dopo aver organizzato un corteo la settimana precedente che strizzava l’occhio al governo, avendo come obiettivo le nazionalizzazioni.

Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti, mentre le periferie sono in bilico tra riqualificazioni escludenti e un parco giochi per carabinieri, alpini e poliziotti.
Sfruttamento, lavori precari e pericolosi, leggi razziste, militari per le strade, guerra sono i tasselli del puzzle che disegna il nostro vivere.
La gente delle periferie sente in bocca il sapore agre di una vita sempre più precaria.
Oggi governano Torino i populisti, razzisti e giustizialisti a 5 Stelle, che si congratulano con la polizia che reprime i No Tav e arresta gli anarchici.
La questura ha moltiplicato retate e controlli, per cacciare i senza carte e senza tetto, per fare pulizia etnica e sociale.

La situazione non è facile e potrebbe peggiorare.
Il consenso all’estrema destra populista è sempre più forte, perché riesce a catalizzare un malcontento sociale diffuso.
Quasi quarant’anni di attacchi riusciti alle condizioni di vita di chi deve vivere di lavoro sono tanti.
Trent’anni fa si stava meglio di oggi. C’è stato un tempo, che sta svanendo nella memoria, che le scuole erano gratuite, non c’erano ticket per medicine, esami e visite mediche, gli affitti erano bassi, poche persone vivevano in strada, si andava in pensione dopo 35 anni di lavoro, si lavorava meno per salari più alti.
Non era merito dei governi o dei padroni che si arricchiscono sfruttando il lavoro altrui. Tutto quello che i poveri di questo paese hanno ottenuto era frutto di lotte durissime condotte insieme nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole.
I lavoratori e le lavoratrici, chi stava in fabbrica e chi era in casa, si sono battuti per riprendersi parte di quello che ci viene rubato da chi è ricco e vorrebbe esserlo di più. Per i padroni la nostra fatica quotidiana è solo un costo da abbattere, da eliminare.
C’è stato un tempo in cui i lavoratori e le lavoratrici hanno fatto paura ai governi e agli imprenditori, che temevano per le loro poltrone e per i loro profitti, avevano timore che le lotte mutassero di segno, che si finisse con l’attaccare il diritto alla proprietà privata e la legittimità dello Stato.
In trent’anni si sono ripresi tutto.
Salute, istruzione, trasporti sono un lusso, i salari sono diminuiti, le ore di lavoro aumentate, tanta gente finisce in strada perché non può pagare l’affitto. Il lavoro, quando c’è, è sempre più pericoloso, precario, malpagato. I giovani campano di lavoretti, gli anziani non possono andare in pensione.
É stato un processo lungo, che ha disarticolato le condizioni materiali e simboliche, che davano forza alle lotte degli sfruttati.
La quarta rivoluzione industriale, come le precedenti, mira a ridurre il costo del lavoro e a realizzare un controllo capillare, continuo, individualizzato su chi lavora. I chip sottopelle, i braccialetti dei facchini e magazzinieri Amazon, sono l’ultima frontiera della lunga reazione padronale alle lotte degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Tutto è cominciato con lo sbriciolamento territoriale delle unità produttive, con l’abbandono della proprietà diretta dei luoghi e dei mezzi di produzione a favore di forme “leggere”, con la frantumazione fisica e normativa delle grandi aggregazioni industriali o di servizio. Spezzatini societari, esternalizzazioni, appalti e subappalti sono stati lo strumento usato per dividere ed isolare i lavoratori. I governi hanno offerto il quadro normativo che ha liberato le mani di imprenditori e manager. In questi anni è stata sdoganata l’intermediazione di manodopera con una miriade di agenzie interinali. Diritti e tutele acquisiti con le lotte, venendo meno la forza degli sfruttati, sono stati cancellati. Le leggi, anche quelle di tutela, sono solo il precipitato normativo del rapporto di forza tra classi e gruppi sociali. Se i padroni segnano punti nella guerra di classe, le vite degli sfruttati diventano sempre più ricattabili e precarie.
Non solo. Si è spezzato un immaginario. Il liberismo trionfante si è imposto anche nella rappresentazione di chi deve lavorare per vivere. L’accesso a servizi e beni fondamentali e la riduzione della sperequazione normativa e salariale non è più un obiettivo collettivo ma premio per chi lo merita.

Oggi il populismo leghista e pentastellato è l’orizzonte culturale di tanta parte della generazione nata o diventata precaria, che vive senza garanzie né futuro, ed aspira a protezioni e tutele statali.
Reddito di cittadinanza, aumento delle pensioni minime, pensione anticipata, esclusione degli immigrati dalle misure destinate agli italiani: su questi temi Lega e 5Stelle hanno fatto le loro fortune elettorali.

Questi provvedimenti sono una truffa o una mera elemosina. I poveri devono sottostare a regole che li infantilizzano e li tengono sotto costante ricatto. Il governo usa il bastone e qualche carotina per prevenire le insorgenze sociali. La reazione alla ferocia neoliberista si esprime nel sogno di comunità nazionali chiuse ed escludenti, dove la cesura di classe cede il passo alla divisione tra cittadini e stranieri, tra il buon capitale produttivo e la finanza anomica e mondialista.
In Italia, ben diversamente da un secolo fa, il fascismo non nasce dalla paura della rivoluzione, ma dal timore che un processo di globalizzazione feroce possa schiacciare anche i poveri dei paesi ricchi. Il cemento dei populisti è la paura: difficilmente il governo giallo verde potrà fugare i timori di una condizione che nel concreto non riuscirà neppure ad alleviare.
Non solo. Qua e là si aprono crepe. La consapevolezza che il sovranismo non è la ricetta che pone al riparo dalla tempesta liberista riapre spazi per le lotte e la progettazione rivoluzionaria.
Questo sciopero è stato un tassello piccolo ma importante. Durante i volantinaggi nei mercati e le assemblee che lo hanno preparato è emersa una crescente indignazione verso le politiche del nuovo governo, segnali piccoli ma importanti di un venticello che allude alla possibilità di un mutare dei tempi.
La strada è in salita ma il sentiero che talora si perde nel bosco, qua e là si allarga lasciando intravedere radure e panorami più ampi.

E’ andata bene. Il corteo che ha percorso il centro di Torino ha raccolto oltre millecinquecento persone.

Non era una scommessa facile. Gli attivisti dei gruppi politici e delle organizzazioni sindacali che hanno costruito lo sciopero e la manifestazione del 26 ottobre ne erano consapevoli. Abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo spinti dall’urgenza di riattraversare il territorio cittadino con una manifestazione che mettesse al centro le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici, che, nonostante i tempi bui, si battono nei posti di lavoro, per le strade e i quartieri. Lavoratori e lavoratrici che sanno che nulla viene regalato, che si ottengono risultati mettendo in difficoltà i padroni e i governi, facendo loro del male, costruendo un fronte ampio, in cui si intersecano le lotte per il salario e la diminuzione d’orario con quelle ambientali, antimilitariste, antirazziste, di opposizione alla stretta securitaria.
Nei settimane precedenti assemblee, presidi, volantinaggi, hanno preparato lo sciopero in città.
Due sere prima sono stati appesi striscioni firmati FAI di sostegno allo sciopero all’INPS, Unione Industriale, Elpe, Cgil, Microtecnica, luoghi simbolo dello sfruttamento e delle lotte in corso. All’INPS, in corso Giulio Cesare, è stato appeso lo striscione “Né con Fornero né con Salvini! 26 ottobre sciopero generale!”. All’Elpe di via Tollegno, agenzia interinale, una delle centrali del lavoro in affitto, precario e senza tutele, è stato appeso lo striscione “No ai nuovi caporali! 26 ottobre sciopero generale!”. All’Unione Industriali è stato appeso lo striscione “Padroni… la pacchia è finita! 26 ottobre sciopero generale!”. Alla sede della CGIL in via Pedrotti è stato appeso lo striscione “Contro i burocrati, per l’autorganizzazione dei lavoratori. 26 ottobre sciopero generale!”. Alla Microtecnica di piazza Graf è stato appeso lo striscione “Chiudere le fabbriche di morte. 26 ottobre sciopero generale!”

Il corteo è stato aperto da due striscioni unitari “Non ci sono governi amici” e “prima gli sfruttati”. Significativa la presenza della CUB, che è stata l’asse portante dello spezzone sindacale. Abbiamo fatto tappa in luoghi simbolici dello sfruttamento e delle lotte in corso, blindati e resi quasi inaccessibili da una Questura, determinata ad impedire le voci critiche verso il governo della città, della regione e del paese.
Il corteo è partito dai giardini di piazza Carlo Felice di fronte alla stazione di Porta Nuova dove la polizia è intervenuta per impedire ad alcuni compagni della Federazione Anarchica di chiudere simbolicamente gli ingressi con filo bianco e rosso cui era stato appeso il cartello “Le frontiere uccidono”, ma i compagni sono riusciti comunque a srotolare diversi metri di filo in barba ai poliziotti, mentre l’azione veniva raccontata ai passanti, spesso ignari che un luogo di passaggio come la stazione sia divenuto vera frontiera per i tanti migranti in viaggio verso la Francia. Il giorno precedente un giovane africano senza documenti si era lanciato dal treno per sfuggire ai controlli, spezzandosi l’osso del collo. L’ultima delle vittime delle frontiere che attraversano la nostra città.
Poi siamo passati nei pressi di Confcommercio, dove hanno preso parola i lavoratori degli ipermercati, obbligati dalla legge e da accordi sottoscritti dai sindacati di stato alle domeniche lavorative senza straordinario pagato, che sanno bene che qualche chiusura domenicale in più modificherà ben poco la loro condizione.
Poi il corteo si è dipanato verso il MIUR, dove hanno preso la parola le maestre diplomate in lotta per il posto di lavoro, molte delle quali avevano ceduto alle lusinghe pentastellate, e si sono ritrovate con un pugno di mosche, obbligate a passare dalle forche caudine di un nuovo concorso. Il loro striscione aveva la scritta “Maestre di lotta”.
Nei pressi della sede del consiglio regionale è intervenuto un lavoratore delle residenze psichiatriche, che la nuova legge regionale ha trasformato in piccoli manicomi. Una lavoratrice delle case di riposo per anziani ha raccontato con rabbia le condizioni di lavoro da catena di montaggio, che umiliano chi lavora, privando di dignità le persone costrette dalla povertà in luoghi dove conta solo spendere il meno possibile.
L’accesso alla piazza del Comune, che ormai da mesi è concessa solo al PD, era chiuso da poliziotti in assetto antisommossa. Sono intervenuti i lavoratori dei nidi e delle materne comunali, in lotta contro i continui tagli alla spesa, che penalizzano sia i bimbi che chi ci lavora in condizioni sempre più pesanti.
I compagni della Federazione Anarchica hanno aperto uno striscione con la scritta “Morti in mare: Salvini e Toninelli assassini” di fronte alla polizia, per ricordare le responsabilità del governo nella guerra ai poveri che si consuma ogni giorno nel Mediterraneo e sul confine francese.
Lo spezzone rosso e nero, aperto dallo striscione “Contro stato e padroni. Azione diretta” è stato molto vivace e partecipato.
Il corteo si è concluso davanti alla sede della Regione in piazza Castello, dove era stata allestita una merenda No Tav, e ci sono stati gli interventi di chiusura.
Forte la consapevolezza di essere riusciti a costruire una giornata importante per la ripresa del conflitto sociale, su una strada sempre più in salita.
Sin qui la cronaca.
Val la pena tentare di tracciare il quadro in cui si inserisce questo sciopero d’autunno di un sindacalismo di base indebolito dalla scelta di alcune organizzazioni di firmare gli accordi sulla rappresentanza del gennaio 2014. Questi sindacati non hanno indetto sciopero: l’USB è arrivata ad promuovere assemblee sindacali a scuola lo stesso giorno, dopo aver organizzato un corteo la settimana precedente che strizzava l’occhio al governo, avendo come obiettivo le nazionalizzazioni.

Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti, mentre le periferie sono in bilico tra riqualificazioni escludenti e un parco giochi per carabinieri, alpini e poliziotti.
Sfruttamento, lavori precari e pericolosi, leggi razziste, militari per le strade, guerra sono i tasselli del puzzle che disegna il nostro vivere.
La gente delle periferie sente in bocca il sapore agre di una vita sempre più precaria.
Oggi governano Torino i populisti, razzisti e giustizialisti a 5 Stelle, che si congratulano con la polizia che reprime i No Tav e arresta gli anarchici.
La questura ha moltiplicato retate e controlli, per cacciare i senza carte e senza tetto, per fare pulizia etnica e sociale.

La situazione non è facile e potrebbe peggiorare.
Il consenso all’estrema destra populista è sempre più forte, perché riesce a catalizzare un malcontento sociale diffuso.
Quasi quarant’anni di attacchi riusciti alle condizioni di vita di chi deve vivere di lavoro sono tanti.
Trent’anni fa si stava meglio di oggi. C’è stato un tempo, che sta svanendo nella memoria, che le scuole erano gratuite, non c’erano ticket per medicine, esami e visite mediche, gli affitti erano bassi, poche persone vivevano in strada, si andava in pensione dopo 35 anni di lavoro, si lavorava meno per salari più alti.
Non era merito dei governi o dei padroni che si arricchiscono sfruttando il lavoro altrui. Tutto quello che i poveri di questo paese hanno ottenuto era frutto di lotte durissime condotte insieme nei luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle scuole.
I lavoratori e le lavoratrici, chi stava in fabbrica e chi era in casa, si sono battuti per riprendersi parte di quello che ci viene rubato da chi è ricco e vorrebbe esserlo di più. Per i padroni la nostra fatica quotidiana è solo un costo da abbattere, da eliminare.
C’è stato un tempo in cui i lavoratori e le lavoratrici hanno fatto paura ai governi e agli imprenditori, che temevano per le loro poltrone e per i loro profitti, avevano timore che le lotte mutassero di segno, che si finisse con l’attaccare il diritto alla proprietà privata e la legittimità dello Stato.
In trent’anni si sono ripresi tutto.
Salute, istruzione, trasporti sono un lusso, i salari sono diminuiti, le ore di lavoro aumentate, tanta gente finisce in strada perché non può pagare l’affitto. Il lavoro, quando c’è, è sempre più pericoloso, precario, malpagato. I giovani campano di lavoretti, gli anziani non possono andare in pensione.
É stato un processo lungo, che ha disarticolato le condizioni materiali e simboliche, che davano forza alle lotte degli sfruttati.
La quarta rivoluzione industriale, come le precedenti, mira a ridurre il costo del lavoro e a realizzare un controllo capillare, continuo, individualizzato su chi lavora. I chip sottopelle, i braccialetti dei facchini e magazzinieri Amazon, sono l’ultima frontiera della lunga reazione padronale alle lotte degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Tutto è cominciato con lo sbriciolamento territoriale delle unità produttive, con l’abbandono della proprietà diretta dei luoghi e dei mezzi di produzione a favore di forme “leggere”, con la frantumazione fisica e normativa delle grandi aggregazioni industriali o di servizio. Spezzatini societari, esternalizzazioni, appalti e subappalti sono stati lo strumento usato per dividere ed isolare i lavoratori. I governi hanno offerto il quadro normativo che ha liberato le mani di imprenditori e manager. In questi anni è stata sdoganata l’intermediazione di manodopera con una miriade di agenzie interinali. Diritti e tutele acquisiti con le lotte, venendo meno la forza degli sfruttati, sono stati cancellati. Le leggi, anche quelle di tutela, sono solo il precipitato normativo del rapporto di forza tra classi e gruppi sociali. Se i padroni segnano punti nella guerra di classe, le vite degli sfruttati diventano sempre più ricattabili e precarie.
Non solo. Si è spezzato un immaginario. Il liberismo trionfante si è imposto anche nella rappresentazione di chi deve lavorare per vivere. L’accesso a servizi e beni fondamentali e la riduzione della sperequazione normativa e salariale non è più un obiettivo collettivo ma premio per chi lo merita.

Oggi il populismo leghista e pentastellato è l’orizzonte culturale di tanta parte della generazione nata o diventata precaria, che vive senza garanzie né futuro, ed aspira a protezioni e tutele statali.
Reddito di cittadinanza, aumento delle pensioni minime, pensione anticipata, esclusione degli immigrati dalle misure destinate agli italiani: su questi temi Lega e 5Stelle hanno fatto le loro fortune elettorali.

Questi provvedimenti sono una truffa o una mera elemosina. I poveri devono sottostare a regole che li infantilizzano e li tengono sotto costante ricatto. Il governo usa il bastone e qualche carotina per prevenire le insorgenze sociali. La reazione alla ferocia neoliberista si esprime nel sogno di comunità nazionali chiuse ed escludenti, dove la cesura di classe cede il passo alla divisione tra cittadini e stranieri, tra il buon capitale produttivo e la finanza anomica e mondialista.
In Italia, ben diversamente da un secolo fa, il fascismo non nasce dalla paura della rivoluzione, ma dal timore che un processo di globalizzazione feroce possa schiacciare anche i poveri dei paesi ricchi. Il cemento dei populisti è la paura: difficilmente il governo giallo verde potrà fugare i timori di una condizione che nel concreto non riuscirà neppure ad alleviare.
Non solo. Qua e là si aprono crepe. La consapevolezza che il sovranismo non è la ricetta che pone al riparo dalla tempesta liberista riapre spazi per le lotte e la progettazione rivoluzionaria.
Questo sciopero è stato un tassello piccolo ma importante. Durante i volantinaggi nei mercati e le assemblee che lo hanno preparato è emersa una crescente indignazione verso le politiche del nuovo governo, segnali piccoli ma importanti di un venticello che allude alla possibilità di un mutare dei tempi.
La strada è in salita ma il sentiero che talora si perde nel bosco, qua e là si allarga lasciando intravedere radure e panorami più ampi.

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Sciopero. Striscioni all’INPS, Unione Industriali, Elpe, Cgil, Microtecnica

Questa notte sono apparsi striscioni in sostegno allo sciopero generale del 26 ottobre.

All’ingresso dell’INPS, in corso Giulio Cesare, è stato appeso lo striscione “Né con Fornero né con Salvini! 26 ottobre sciopero generale”.
Un segnale forte e chiaro alla Lega che ha promesso di cancellare la legge Fornero, ma in realtà, nella migliore delle ipotesi, chi andrà in pensione prima dei 67 anni o dei 43 anni e 10 mesi di lavoro, avrà una pensione molto bassa, dopo aver lavorato per tutta la vita.
Potremo scegliere tra smettere di lavorare e fare la fame o continuare a lavorare finché non moriamo. Nella sostanza la stessa truffa del governo Gentiloni.
Il “governo del cambiamento” fa in modo che tutto cambi, perché tutto resti come prima.

All’Elpe di via Tollegno, agenzia interinale, una delle centrali del lavoro in affitto, precario e senza tutele, è stato appeso lo striscione “No ai nuovi caporali! 26 ottobre sciopero generale!”. I caporali fanno il lavoro sporco, i padroni ringraziano.
Il lavoro, quando c’è, è sempre più pericoloso, precario, malpagato.
Il “governo del cambiamento” promette lavoro e reddito ma offre precarietà, elemosina e ricatti.
Il numero dei poveri aumenta. Per tenerli buoni il governo Gentiloni ha inventato il reddito di inclusione, il governo Salvini – Di Maio il reddito di cittadinanza. Quattro soldi chi li “merita”, accettando di lavorare gratis, di prendere qualsiasi lavoro anche a 100 chilometri da casa, di spenderli con una tessera a punti dove e come decide il governo.
Il “governo del cambiamento” fa in modo che tutto cambi, perché tutto resti come prima.

All’Unione Industriali è stato appeso lo striscione “Padroni… la pacchia è finita! 26 ottobre sciopero generale!”.
Chi si fa ricco con il lavoro altrui non guarda in faccia nessuno. I padroni conducono una guerra di classe senza esclusione di colpi.
Per anni i governi ci hanno raccontato la favola che sfruttati e sfruttatori sono sulla stessa barca e hanno elargito continui regali ai padroni. La lista dei morti sul lavoro si allunga, i salari sono sempre più bassi, licenziare è più facile.
Il governo Salvini Di Maio ha deciso che le fabbriche nocive come l’Ilva continueranno ad ammazzare, i palazzinari a versare cemento, la lobby dei costruttori a fare affari con le grandi opere inutili.
Il “governo del cambiamento” fa in modo che tutto cambi, perché tutto resti come prima.

Alla sede della CGIL in via Pedrotti è stato appeso lo striscione “Contro i burocrati, per l’autorganizzazione dei lavoratori. 26 ottobre sciopero generale!”.
Cigl, Cisl e Uil, veri sindacati di Stato, firmano contratti indecenti, frenano le lotte, pur di mantenere i propri burocrati e i propri privilegi. Nel 2014 hanno ispirato e sottoscritto un accordo sulla rappresentanza, che ne priva tutti quelli che non accettano di firmare riduzioni di diritti e salari.
Oggi sono a caccia di nuovi interlocutori nei palazzi del potere.
Il “governo del cambiamento” fa in modo che tutto cambi, perché tutto resti come prima.

Alla Microtecnica di piazza Graf è stato appeso lo striscione “Chiudere le fabbriche di morte. 26 ottobre sciopero generale!”. Non conosce crisi il business delle armi, prodotte e vendute da aziende italiane per le guerre di ogni dove.
Il governo aumenta le spese militari, finanzia le missioni militari all’estero, stanzia denaro per moltiplicare poliziotti e soldati nelle nostre periferie, nei CPR e alle frontiere.
Il “governo del cambiamento” fa in modo che tutto cambi, perché tutto resti come prima.

I padroni vogliono la fine delle lotta di classe, la resa senza condizioni dei lavoratori.
Un mondo senza padroni, senza eserciti, senza governi è possibile. Dipende da noi renderlo vero, dipende da noi fare nuovamente paura ai padroni. Non bisogna aspettarsi nulla dai governi, solo autorganizzandoci e lottando potremo vivere meglio.

Cambiare la rotta è possibile. Con l’azione diretta, costruendo spazi politici non statali, moltiplicando le esperienze di autogestione, costruendo reti sociali che sappiano inceppare la macchina e rendano più efficaci gli scioperi e le lotte territoriali.
Un mondo senza sfruttati né sfruttatori, senza servi né padroni, un mondo di liberi ed eguali è possibile.
Tocca a noi costruirlo.

Venerdì 26 ottobre sciopero generale!
Corteo a Torino da piazza Carlo Felice alle ore 9,30

Federazione Anarchica Torinese
fai_torino@autistici.org

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Il seme dell’odio

Hannah Arendt, osservatrice al processo ad Eichmann, il “contabile dello sterminio”, che si atteggiava a grigio burocrate, scrisse di “banalità del male”. Probabilmente, al di là delle polemiche che suscitò all’epoca la sua rappresentazione di uno dei responsabili dello sterminio di milioni di persone, Arendt non poteva sospettare la fortuna che avrebbe avuto nei decenni successivi la sua amara constatazione su quanto conformista, insignificante, convenzionale, incolore fosse il male.
Oggi sappiamo che Eichmann era ben più che un mero “contabile”, bravo nel rendere più veloci, semplici, efficaci le modalità con le quali a ritmi da catena di montaggio, si raccoglievano, selezionavano, spogliavano, uccidevano e bruciavano i corpi di milioni di persone eliminate come polli allevati in batteria. Con la stessa, quieta, indifferenza. Resta il fatto che tanti furono gli esecutori materiali dello sterminio, come tanti vi collaborarono mettendo a frutto le proprie competenze tecniche, giuridiche, mediche, amministrative. Chi non collaborò attivamente sapeva ed approvava. La grandissima parte di queste persone non era né sadica né incline alla violenza.
Tanta cinematografia statunitense degli anni successivi ha confezionato un’immagine della dittatura nazista deformata dalle esigenze di propaganda del momento. La Germania Ovest era un’alleata preziosa durante la guerra fredda con l’Unione Sovietica. Il cinema costruì la narrazione, falsa ma potente, di una Germania schiacciata dal tallone dell’elite hitleriana e dalle SS, dove il popolo e l’esercito erano ignari ostaggi di una macchina feroce.
Sappiamo che non è così. Sappiamo che la “soluzione finale” era narrata nei cinegiornali, sappiamo che la deportazione e l’uccisione degli ebrei europei era approvata e plaudita, sappiamo che tutto venne codificato in un solido apparato legislativo.
Sappiamo che il Terzo Reich godeva dell’appoggio di un’ampia maggioranza della popolazione, perché era quel che era. Punto.
Altrimenti non vi sarebbe stata Auschwitz.
I 12 anni di nazismo venivano ridotti ad una parentesi di follia. Irripetibile.
Nel 1963 Arendt, nello specchio di Eichmann vide riflessa la normalità dello sterminio. Una banale procedura. Così banale che potrebbe ripetersi.
Non allo stesso modo, ma con la stessa ineluttabile semplicità. Semplice come la vita di ogni giorno, come la quotidianità che si nutre di ripetizioni, di piccoli rituali, di procedure consolidate.
Capita di chiedersi se non rischiamo di trovarci presto di fronte al bivio nel quale si separano complici e vittime, perché il tempo delle nuance, delle sfumature, delle gradazioni di grigio sta finendo.
Siamo abituati a pensare che il male sia estraneo alla vita quotidiana, estraneo alla normalità. Siamo convinti che il male non sia mai incolore. Persino quando lo è fingiamo che non lo sia, fingiamo che rappresenti l’eccezione, mai la regola.
La guerra, che pure è divenuta una costante di questi nostri anni, con truppe italiane che combattono su tanti fronti, viene raccontata come “male necessario”, o finanche come “male minore”. L’articolarsi della narrazione bellica intorno ad ossimori come la guerra umanitaria o edulcorazioni come l’operazione di polizia internazionale dimostra la volontà di nascondere la verità sui massacri delle truppe italiane.
Tutti sanno che la polizia picchia e tortura in modo ben più sistematico di quanto non rivelino vicende che solo la tenacia dei parenti delle vittime rende noti. Finché può lo Stato e le sue guardie armate negano l’evidenza, negano che Cucchi, Uva, Aldrovandi e tanti altri siano stati massacrati intenzionalmente. Negano perché temono lo sdegno che certi delitti potrebbero suscitare.
Negano e nascondono perché sono convinti di non avere il sostegno di una maggioranza significativa.
Sino ad oggi. Un giorno di questi potrebbe accadere che smettano di coprire con un tappeto il sangue per rivendicare la violenza sistematica di polizia, carabinieri, militari.
L’attuale ministro dell’interno, Matteo Salvini, ha approvato l’operato delle forze dell’ordine nel caso di Stefano Cucchi. Se il ministro di polizia sostiene che le botte a Cucchi sono giustificate, non sono ancora cambiate le leggi, ma potrebbero essersi modificati i rapporti di forza. Salvini ritiene di avere l’appoggio popolare: numerosi indizi inducono a ritenere che le sue convinzioni non siano prive di fondamento.
Questa lunga estate sembra scivolare via senza troppi contraccolpi, ma il sottile senso di inquietudine che attraversa le piazze dove, sin troppo timidamente, qualcuno prova a mettersi di mezzo, allude alla delicatezza del momento. La lunga storia della guerra ai migranti è come una pietra che rimbalzi a lungo quieta lungo un declivio, facendosi quasi frana, senza tuttavia mai correre all’impazzata. Pare che quest’estate di colpo il pendio sia divenuto più scosceso e la corsa stia accelerando. Non è questione di numeri ma di sostanza.
Le statistiche disegnano grafici inequivocabili: dallo scorso anno gli sbarchi sono nettamente diminuiti. Nell’estate del 2017 il governo Gentiloni inaugurò la stagione di lotta alle ONG impegnate in operazioni di serch and rescue nel Mediterraneo e strinse accordi con le milizie di Zawija e Sabratha, affinché bloccassero il traffico di migranti sotto il loro controllo.
Quest’anno il terreno era già stato sgomberato e reso disponibile a nuove operazioni di guerra non dichiarata. Il nuovo ministro ha solo completato l’opera, inserendo un tassello che né il suo predecessore Minniti, né, a suo tempo il suo camerata Maroni avevano osato portare sino in fondo.
Lo scontro esplicito con l’Europa è il perno su cui ha girato l’operato di Salvini e del ministro dei trasporti, il pentastellato Toninelli.
Impedire lo sbarco di centinaia di persone ripescate in mare da un’unità della Marina Militare Italiana va al di là della guerra alle ONG, criminalizzate come complici dei trafficanti. Negli ultimi mesi di governo già Minniti aveva chiuso i porti ad alcune ONG e, quando diede il via libera agli sbarchi, scattarono inchieste, blocchi delle imbarcazioni, accuse gravissime agli equipaggi.
Nel 2011, dopo un lunghissimo braccio di ferro con l’Europa, un altro ministro dell’Interno leghista, Roberto Maroni, si arrese e, in una sola notte, fece trasportare da Lampedusa alla Sicilia e, di lì, nei campi tenda settemila profughi della guerra per la Libia.
L’attuale governo è in sostanziale continuità con quelli precedenti di centro-sinistra e di centro-destra o siamo di fronte ad una frattura, ad una novità radicale, ad un salto di qualità?
Il dilemma, sebbene appaia autentico, nel dibattito politico estivo assume il sapore agre dell’interrogativo retorico. Rappresentare il governo Salvini-Di Maio nel segno della discontinuità radicale sui temi dell’immigrazione è operazione utile sia a destra che a sinistra del quadro istituzionale. Salvini, in continua campagna promozionale, vuole dimostrare di essere riuscito dove tutti gli altri hanno miseramente fallito, la disastrata opposizione Dem spera di rifarsi il trucco con l’antifascismo e l’antirazzismo.
Entrambi hanno ben poca lana da tessere, muovendosi sul terreno della propaganda.
Per i nazionalsocialisti non sarebbe stato facile promuovere lo sterminio degli ebrei se sin dai tempi della Seconda Internazionale i socialdemocratici non avessero soffiato sul fuoco dell’antisemitismo, equiparando l’ebreo al capitalista. Il che non implica negare la frattura ed l’imponente salto di qualità nazista.

La legislazione sull’immigrazione nel nostro paese ha delineato una rottura dell’ordine liberale, configurandosi come “diritto penale del nemico”, secondo la definizione coniata dal giurista tedesco Jacobs nel 1985, e articolandosi in termini che definirei di “diritto amministrativo del nemico”. Il mancato accesso ai diritti di cittadinanza finisce con il declinarsi in negazione dei diritti umani.
I governi di centro-sinistra, pur avendo inaugurato questa stagione nel lontano 1998 con la legge Turco-Napolitano che istituì la detenzione amministrativa nel nostro paese, provano a mantenere intatta la patina umanitaria. Una patina sottile. Tragicamente ridicola, ma simbolicamente importante. Per quanto abnormi siano la detenzione e la deportazione, per quanto sia criminale la blindatura delle frontiere, che uccidono chi prova ad attraversarle, per quanto evidenti siano le responsabilità di tutti i governi, le cerimonie del cordoglio mettono in scena la finzione che le stragi siano “disgrazie”, “incidenti” da imputare al mare o ai trafficanti.
Il nuovo governo ha annunciato un pacchetto sicurezza, che, pur annunciando un prolungamento della detenzione amministrativa non rappresenta una significativa rottura con il recente passato.
La novità è altrove. La sottile patina umanitaria, etichettata come “buonismo” è stata stracciata. La gente in viaggio viene etichettata come criminale, portatrice di malattie, pericolosa. Nemica.
Tutti. Sempre. Uomini, donne, bambini. Quest’estate non abbiamo assistito alla messa in scena del lutto istituzionale. Le barche affondate mentre le ONG assistevano impotenti, l’incriminazione di chi si è ribellato al ritorno in Libia sono state ragione di orgoglio.
Salvini è indagato per sequestro di persona, mancata assistenza perché non si è neppure preoccupato di adeguare le norme alle pratiche da lui imposte. Può così, pur essendo al potere, giocare il ruolo del perseguitato. Un gioco che i suoi alleati a cinque stelle hanno fatto con abilità e profitto per anni. Lungo questo declivio il ruzzolar di pietre può divenire frana. Il governo del cambiamento potrebbe chiedere ed ottenere più potere per assolvere il mandato di proteggere la comunità – gli italiani dimentichi del Po e dei riti celti – dal moloch della finanza, dall’immigrazione che mira a spezzare e cancellare l’identità, dalla libertà che nega il nucleo etico familiare.
Tra il 9 e il 12 dicembre del 2013 a Torino migliaia di persone si riversarono in strada imbracciando tricolori, decise a bloccare tutto perché deluse dal cambiamento che non arrivava, spaventate per il futuro che non c’era più. Bloccarono le strade e abbracciarono i poliziotti. Sui loro volantini si auspicava un governo militare, una dittatura. Finì presto. Tutti, delusi tornarono a casa, i media affondarono nel ridicolo quell’avventura e nessuno ci pensò più.
Oggi quella gente ha trovato la propria rappresentanza, un governo che ha promesso di realizzarne il programma.
Mentre scrivo le agenzie hanno appena battuto la notizia di un profugo sedicenne aggredito e ferito a Raffadali. Chi lo ha colpito gli ha gridato “vattene a casa tua”. È l’ultima di tante vicende tutte uguali.
Provate ad immaginare. Un uomo dal balcone vede una donna rom con una neonata in braccio, entra in casa, prende il fucile a pallini e spara alla bambina.
Un altro tizio vede un lavoratore sull’impalcatura. Prende il fucile e lo ferisce. L’operaio è di origine africana. Il ministro dell’Interno si mostra comprensivo con i fucilieri della ringhiera.
Impossibile? È successo quest’estate nel Belpaese. Ci sono case dove il rancore cova da tanto tempo, distillandosi goccia a goccia, corrodendo ogni senso di legame umano. Il seme dell’odio sta producendo i suoi frutti avvelenati.
Nessuno dica che non sapeva, nessuno dica che non aveva capito.

Quest’articolo è uscito sull’ultimo numero di Arivista

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L’altro Pride. Contro frontiere e decoro

Giugno è il mese del Pride. La giornata dell’orgoglio delle persone omosessuali, transessuali, queer, bisex, intersex nasce dopo la rivolta di 49 anni fa a a New York. Stanch* di violenze, irrisioni, soprusi della polizia quelli dello
Stonewall alzarono la testa e attaccarono la polizia. Il primo Pride fu un riot.

A Torino il Pride è un’imponente sfilata attraversata da decine di
migliaia di persone. Ma Stonewall è lontana, lontanissima da Torino.

Il Pride anno dopo anno è diventato un ibrido tra un carnevale, una passerella istituzionale e uno evento commerciale.
C’è sempre meno spazio per le voci critiche, per un approccio intersezionale, per chi vuole che libertà e diritti siano per tutti, anche per gli esclusi dal grande banchetto, per i migranti, i poveri, i rom, i senza casa.
Lo slogan di quest’anno era “Nessun dorma”, una maniera
appena accennata di alludere alle componenti omofobe, maschiliste, transfobiche del governo giallo-verde. Senza esagerare, senza permettersi critiche al governo della città e a quello della Regione. In punta di piedi, per non
disturbare troppo.
Non poteva essere altrimenti, perché le istituzioni erano in testa al corteo.
La sfilata del 16 giugno è stata organizzata dal Coordinamento Torino Pride con il patrocinio di Comune di Torino, Regione Piemonte, Consiglio regionale del Piemonte, Torino Metropolitana, Provincia di Cuneo, Provincia di Novara. Tra gli sponsor la Coop, la Gtt, Il corpo di polizia municipale della città di Torino.

La sfilata, cui ogni carro entrava solo pagando, è stata tenuta sotto controllo dalla polizia di Stato e dal servizio d’ordine di due compagnie private, i City Angels, noti per la pulizia etnica a San Salvario e l’Hydra Service, i picchiatori prezzolati al servizio del PD, tristemente noti per i loro interventi muscolari contro ogni forma di opposizione sociale. Noi li ricordiamo per il camion dello spezzone anarchico e antimilitarista spaccato il primo maggio 2011, ma i loro bastoni si sono esibiti in molte altre occasioni.

Quest’anno al Torino Pride gli attivist* di “Nessun* Norma!”, il Pride contro frontiere e decoro del 28 giugno hanno distribuito volantini, che sono immediatamente entrati nel mirino della polizia, che li ha circondati pretendendo di sequestrarli, per le immagini satiriche
stampate sul retro. Immagini considerate offensive, perché non è lecito burlare ministri e sindaci. Specie se si tratta di Salvini, Fontana e Appendino. Diverse compagn* sono state identificate e minacciate dalla digos. Alla fine gli uomini e le donne della polizia politica si sono accontentat* di sequestrare solo una parte del materiale.

Ma non è finita lì. Più tardi è stato aperto uno striscione in via Po ed acceso qualche fumogeno per attirare l’attenzione. Sullo striscione campeggiava la scritta “Il Pride è rivolta. Contro frontiere, decoro, istituzionalizzazione. Nessun Norma” Lo striscione è stato due volte rimosso dal servizio d’ordine del Pride. Un fumogeno è stato lanciato addosso alle persone.

La repressione al Pride istituzionale ha dato una bella spruzzata di pepe a chi stava organizzando il corteo indecoroso del 28 giugno.

In maggio individui e gruppi diversi, che si erano intrecciati nelle lotte contro le frontiere, gli sgomberi, la repressione hanno cominciato ad incontrarsi per costruire un altro Pride. Una scommessa che ha visto accanto Ah Squeerto e Studenti Indipendenti, Manituana e Federazione Anarchica, Breacktheborder e l’infoshock del Gabrio.
Una scommessa difficile, che si è dovuta scontrare con l’indifferenza e l’ostilità di chi, anche nei movimenti di opposizione sociale, nonostante tutto, preferiva affacciarsi al Pride istituzionale. Non Una di Meno, rete “transfemminista ed intersezionale”, avrebbe potuto
portare un contributo importante all’iniziativa, invece si è divisa senza raggiungere una sintesi, ma, nei fatti partecipando attivamente, sia pure in tono minore, solo al Pride istituzionale dove sono stati distribuiti volantini, fatti interventi e portate a spasso le matrioske.
Una brutta scivolata della Rete torinese, preoccupante in un clima politico e culturale sempre più difficile.

Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti, mentre le periferie sono in bilico tra riqualificazioni escludenti e un parco giochi per carabinieri, alpini e poliziotti.
E non può che andare peggio. Se Appendino riuscirà ad aggiudicarsi il carrozzone olimpico del 2026, il restyling della città costerà caro a chi non corrisponde ai criteri di decoro urbano.
Sfruttamento, lavori precari e pericolosi, morti in mare, leggi razziste, militari per le strade, guerra sono i tasselli del puzzle che disegna il nostro vivere.
La gente delle periferie sente in bocca il sapore agre di una vita sempre più precaria, cedendo alle tentazioni populiste e nazionaliste, rischiando di scivolare sul declivio della guerra tra poveri.

Il governo della città è stato per decenni nelle mani del Partito Democratico.
Da due anni governano i Cinque Stelle. La nuova sindaca è apprezzata dalle banche e dai padroni.
Bisognava che tutto cambiasse perché ogni cosa restasse come prima. Appendino fa la guerra ai rom, sguinzaglia i vigili urbani a caccia di mendicanti, lavavetri, spacciatori di accendini, senza casa.

Chi aveva creduto alla retorica della democrazia penta stellata sta scoprendo che per i poveri non è cambiato nulla. I posti occupati che non hanno accettato la normalizzazione a Cinque Stelle sono stati sgomberati. La baraccopoli rom di corso Tazzoli è stata demolita per la “sicurezza” degli abitanti gettati in strada.
La retorica della “cittadinanza” partecipativa sceglie chi includere e chi escludere, nel gioco feroce delle poltrone, del potere, delle alleanze.
Appendino prepara la vetrina olimpica, cementifica la città, si congratula con la polizia che arresta gli anarchici… sfila in testa al Pride e benedice le famiglie arcobaleno.

Il 28 giugno l’altro Pride ha attraversato il centro cittadino, nonostante il nuovo questore avesse imposto divieti di sapore squisitamente politico. Piazza Palazzo di città, dove ha sede il comune, è stata chiusa e blindata da Digos e poliziotti in assetto antisommossa. Un blocco risibile di fronte alla folla queer che li fronteggiava, irrideva, mimava. Il segno che i timori per “l’ordine pubblico” erano solo paura di corpi ed identità erranti indisponibili a farsi rinchiudere in una gabbia dorata, dove il prezzo della “libertà” è l’accettazione delle linee di cesura che attraversano il nostro spazio sociale.
Cartelli con le “coppie di fatto” danno il segno di una critica intollerabile per la questura e la prefettura, la lunga mano del governo sui territori.
Chiara Appendino e Lorenzo Fontana, la sindaca gay friendly ed il ministro della famiglia omofobo e maschilista. Merkel ed Erdogan, Di Maio e Salvini, le coppie oscene del teatro politico.

Il corteo, cresciuto lungo il percorso, ha sostato in piazza Castello, percorso via Po e via Accademia tra musica, balli, corpi liberi e interventi. In corso Vittorio è dilagato su tutti e quattro i viali sino
alla blindatissima stazione di Porta Nuova, vera frontiera invisibile nel cuore di Torino. Ogni giorno, da mesi, i binari da dove partono i treni diretti in Val Susa sono sorvegliati da pattuglie interforze di poliziotti e militari, che selezionano i passeggeri. Se sei nero, anche se hai un documento in tasca ed un biglietto, ti rimandano indietro. La frontiera con la Francia erige i suoi muri nel cuore di Torino.
Le frontiere sono linee su una mappa. Sottili righe scure fatte di nulla che uomini armati in divisa rendono vere.
Le frontiere dividono e uccidono.
Nel Mediterraneo e in montagna. Nei ghetti dei raccoglitori di frutta e pomodori, nei cantieri dove la sicurezza è un lusso.
Nei tanti interventi durante il corteo abbiamo ricordato Blessing e Mamadou, uccisi dalle frontiere chiuse al Montgenevre, Soumaila Sacko ammazzato dalla lupara al servizio dei padroni.
Le frontiere sono in mezzo a noi. Sono le leggi sul decoro che cacciano i poveri dai luoghi pubblici, sono le leggi sulla proprietà che negano una casa a chi non ce l’ha.
Sono le frontiere tra i sessi, che piegano i corpi e le soggettività erranti alle regole della famiglia, nucleo “etico” che ingabbia le relazioni, fissa i ruoli, nega la possibilità di percorsi individuali fuori dal reticolo patriarcale, statale, religioso.
Il corteo si è concluso con una festa al Valentino benefit per il rifugio autogestito Chez Jesus di Claviere.

Libertà, uguaglianza, solidarietà. I tre principi che costituiscono la modernità, rompendo la gerarchia che modellava l’ordine formale del mondo, hanno il loro lato oscuro, un’ombra lunga fatta di esclusione, discriminazione, violenza.
Questi principi tengono saldamente fuori tanta parte dell’umanità. Poveri, donne, omosessuali, transessuali, bambini, stranieri erano/sono esclusi dall’accesso a questi diritti. La loro universalità, formalmente neutra, è modellata sul maschio adulto, benestante, bianco, eterosessuale. Il resto è margine. Chi non è pienamente umano non può essere “cittadino”, soggetto di diritto.
Chi non è pienamente umano non può aspirare alle libertà degli uomini.
Una libertà regolata, imbrigliata, incasellata. La cultura dominante ne determina le possibilità, le leggi dello Stato ne fissano limiti e condizioni. Per chi ne è escluso si tratta di privilegi, per chi vi è inscritto diviene una gabbia normativa.
Come il matrimonio. Un legame sancito dallo Stato (e dalla chiesa) che fissava la diseguaglianza e l’asservimento delle donne, sottomesse al marito alla cui tutela venivano affidate. Eterne minorenni passavano dalla potestà paterna a quella maritale.
Le lotte che hanno segnato le tante vie della libertà femminile hanno in parte cancellato quella servitù. Ma ne hanno pagato il prezzo. Il prezzo dell’emancipazione femminile è l’adeguamento all’universale, che resta saldamente maschile, bianco, benestante ed eterosessuale.
Lo spazio della sperimentazione, della messa in gioco dei percorsi identitari, tanto radicati nella cultura da sembrare «naturali», tende ad estinguersi, polverizzato dalle cazzutissime donne in divisa, dalle manager in carriera, dal femminismo della differenza che inventa le gerarchie femminili per favorire manovre di lobbing. Tutto deve diventare “normale”, vendibile, controllabile.
Le differenze tra le persone non sono iscritte nella natura o nella cultura, ma offrono una possibilità, la possibilità che ha sempre chi si libera: cogliere le radici soggettive ed oggettive della dominazione per reciderle inventando nuovi percorsi.
Percorsi possibili solo fuori e contro il reticolo normativo stabilito dallo Stato, che, non per caso, nega diritti e tutele alle persone che scelgono di non sposarsi.
La strada del movimento lgbtqi è stata ed è ancora in netta salita. Fascisti e preti continuano le loro crociate per escludere dall’umanità una sua parte. Le discriminazioni, la violenza statale e culturale sono molto forti.
Chi vorrebbe le stesse possibilità degli eterosessuali – adozioni, pensione di reversibilità, diritto alla cura del partner – deve adeguarsi ad un modello rigido di relazione costruita sulla coppia e sui loro figli, alla legalizzazione dei sentimenti, delle passioni, della tenerezza.
Chi sceglie di starne fuori, di fare altre strade, non può avere questi privilegi anche se eterosessuale.
La normalizzazione delle nostre identità erranti è il prezzo per accedere ad alcune libertà che si ottengono solo con il matrimonio, un legame sancito e regolato dallo Stato. È un prezzo che tanti non sono dispost* a pagare.
Abbiamo attraversato la città con la leggerezza di chi si scioglie da vincoli e lacci. Con la stessa leggerezza attraversiamo le nostre vite.
Senza frontiere, che separino i sommersi dai salvati, i cittadini e gli stranieri.
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. La solidarietà ed il mutuo appoggio si possono praticare attraverso relazioni libere, plurali, egualitarie.
Una scommessa che spezza l’ordine. Morale, sociale, economico.

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Aquarius. La stretta finale sulle ONG

La nave Aquarius della ONG SOS Mediterranee con a bordo 629 naufraghi provenienti dalla Libia, dopo due giorni di stallo in acque internazionali, trasborderà parte dei migranti su unità militari italiane, per dirigersi verso il porto spagnolo di Valencia.

Sembrava un’operazione come tante altre. L’Aquarius si è mossa in base alle indicazioni ricevute dal coordinamento della guardia costiera di Roma. Dopo aver salvato i passeggeri di due gommoni, uno già affondato, l’altro in grave difficoltà, ha accolto a bordo altre persone ripescate da unità della marina italiana.
In un primo tempo la guardia costiera aveva indicato Messina come approdo sicuro. L’Aquarius era in viaggio verso quel porto, quando è arrivato lo stop del governo.

La chiusura dei porti italiani è stata decisa dal responsabile della guardia costiera, il ministro dei trasporti e infrastrutture, Danilo Toninelli.
La situazione di stallo seguita alla mossa di Toninelli e Salvini si è sbloccata grazie alla decisione presa dal nuovo governo spagnolo, guidato dal socialista Sanchez.

La partita apertasi lo scorso anno con l’attacco del ministro dell’Interno Minniti alle ONG, che ha portato al sequestro di navi e all’incriminazione dei membri dell’equipaggio, da Jugend Rettet a Proactiva Open Arms, è tutt’altro che chiusa. I porti sono interdetti solo alle ONG. La nave della marina militare Diciotti, con a bordo 800 persone, approderà nelle prossime ore a Catania.

Salvini aveva disertato la riunione dei ministri degli Interni dell’Unione Europea, che la scorsa settimana si sono riuniti per discutere la bozza di riforma del regolamento di Dublino voluta soprattutto da Francia, Germania e paesi nordici ma fortemente contrastata dai paesi dell’est del cosiddetto gruppo di Visegrad, capeggiato dall’Ungheria di Orban.
Salvini, che si è detto molto vicino alle posizioni di chiusura totale delle frontiere caldeggiata e praticata dal gruppo di Visegrad, sulla riforma del regolamento di Dublino è su posizioni opposte. In perfetta continuità con il governo Gentiloni, che, con toni diversi, ma uguale sostanza, aveva contestato la bozza di riforma, perché lascia intatto il principio dell’accoglienza nel primo paese di approdo. Solo dopo 8 anni, se ha ottenuto lo status di rifugiat*, chi è arrivato in uno dei paesi della sponda sud dell’Europa, potrebbe spostarsi in uno degli altri paesi europei.

Il governo Conte sa bene che la partita europea ha tempi lunghi e possibilità limitate, preferisce quindi sferrare l’attacco finale alle ONG che operano nel Mediterraneo. Un colpo ad effetto per accontentare il proprio elettorato. Una partita nella quale oggi Salvini sostiene di aver segnato un punto, fingendo di aver obbligato un altro paese europeo ad aprire i propri porti. Un gioco che probabilmente durerà poco.
Innegabile l’abilità con cui il governo ha condotto l’operazione: grande durezza verbale, ma estrema prudenza.
Il richiamo alla solidarietà europea mette a nudo uno dei nodi irrisolti dal 2011. Allora Maroni giocò la carta del ricatto, concentrando migliaia di profughi della guerra per la Libia a Lampedusa in condizioni terribili in un clima di tensione crescente, ma dovette arrendersi di fronte ai secchi dinieghi dell’UE.
In una notte settemila profughi furono imbarcati e trasferiti in campi tende colabrodo, da dove si riversarono verso le frontiere, che, per un po’ furono molto permeabili.
I tentativi di instaurare un principio di solidarietà di fronte all’esodo dalla Siria devastata dalla guerra civile, si infransero contro i muri che sorsero sempre più fitti, in un’Europa dove rispuntarono i confini.
Oggi il debole tentativo di riforma del trattato di Dublino si infrange contro quei muri.

Ora Salvini prova a giocare di anticipo convocando a Roma una conferenza sulla Libia, cui ha invitato la Francia, la Tunisia, Al Sarraj, “presidente libico” con limitato controllo sulla Tripolitania e Haftar, il militare vicino ad Egitto e Russia, padrone della Cirenaica.
Lo scopo dell’incontro, che precederebbe di pochi giorni il vertice europeo su Dublino 3, è chiudere la rotta libica, pagando per il servizio. A fine mese il ministro dell’Interno volerebbe in Libia per distribuire le mazzette necessarie ad oliare chi controlla le rotte dei migranti, scafisti e gestori dei lager.
Salvini ricalca le orme del suo predecessore, che si recò in Libia a pochi giorni dal proprio insediamento, promise navi, addestratori e soldi ad Al Sarraj. In agosto pagò direttamente le milizie che controllano il traffico degli esseri umani.

Secondo indiscrezioni pubblicate da El Pais ma non confermate dalla Commissione, il governo italiano avrebbe intenzione di bloccare il finanziamento di 3 miliardi di euro che l’Unione europea si è impegnata a destinare alla Turchia, con l’accordo con Ankara del 2016, per fermare l’arrivo dei migranti sulle coste europee. Il governo italiano intenderebbe chiedere che la somma venga destinata alla Libia. Una megatangente per i predoni che controllano l’ex colonia italiana.
Una mossa ardita, ma abile, anche se si esaurisse nell’effetto annuncio, perché potrebbe dar fiato alle pulsioni antieuropeiste, che attraversano il DNA di questo governo.

Sullo sfondo, invisibili, restano 629 uomini, donne e bambini della Aquarius diretti a Valencia. E i tanti altri che si giocano la vita sui sentieri montani, nelle gallerie ferroviarie, in mare e nel deserto, tra mercanti d’uomini e scafisti in abito da ministro. Come Salvini e Toninelli, che per propaganda, li usano come pedine di una scacchiera.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Riccardo Gatti dell’ONG Proactiva Open Arms.

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2 giugno a Torino. Lo sberleffo degli antimilitaristi

Tanto tuonò che non piovve. Doveva essere il 2 giugno della riscossa democratica contro la coalizione giallo-verde. I pentastellati avevano chiesto la destituzione di Mattarella per alto tradimento, il PD aveva fatto una chiamata alle armi a favore del presidente della Repubblica.
Poi i giochi si sono chiusi con un compromesso. Il professor Savona non è andato al Tesoro, ma si è preso una poltrona da Ministro è tutto è rientrato nei binari.
Evitato l’economista blasonato ma antieuro all’economia, Mattarella ha dato il via al governo. Il presidente del consiglio con i titoli taroccati e la sua allegra banda di razzisti, omofobi, misogini hanno avuto la benedizione del presidente, che ha firmato senza batter ciglio.

A Torino, il 2 giugno, il presidente Dem della Regione, Chiamparino, e la sindaca a 5 Stelle della città, si sono trovati fianco a fianco alla cerimonia militarista di piazza Castello.
Nel capoluogo subalpino, come in tutt’Italia la Repubblica ha celebrato se stessa con esibizioni militari, parate e commemorazioni.
Lo Stato ha il monopolio legale della violenza. Guerre, stupri, occupazioni di terre, bombardamenti, torture, l’intero campionario degli orrori umani, se fatto da uomini e donne in divisa, diventa legittimo, necessario, opportuno, eroico.
Le divise da parata, le bandiere, le medaglie non sono solo retaggio di un passato più retorico e magniloquente del nostro presente da supermercato, ma la rappresentazione sempre attuale che lo Stato da di se stesso.
La democrazia reale, strumento duttile di ricambio delle elite, non può fare a meno della forza militare e poliziesca, modulandone l’impiego in base ai rapporti di forza che attraversano la società.
Da qualche anno la funzione di polizia e quella militare si intrecciano e si intersecano sempre più. Gli interventi bellici oltre confine e sui confini sono diventati operazioni di polizia, mentre è diventato “normale” l’impiego dei militari con funzioni di ordine pubblico: la distanza tra guerra interna e guerra esterna è assottigliata.

Le guerre che si combattono altrove, sebbene vedano soldati italiani in prima fila, non suscitano indignazione. Forse neppure attenzione: sono diventate “normali”. Necessarie.
La guerra interna contro migranti, oppositori politici e sociali è più tangibile e gode di ampi consensi. Gli imprenditori politici della paura sono riusciti a piazzare bene il proprio prodotto, fornendo un nemico “interno” da combattere. L’estraneo, l’intruso, il mangiapane a tradimento.

I tempi sono grami, inutile nasconderselo. Una buona ragione per darsi da fare, nella consapevolezza che il vento può cambiare solo se si da una mano a remare per intercettare la brezza che segna la fine della bonaccia.

Il 2 giugno anche gli antimilitaristi sono scesi in piazza, per contrastare le cerimonia armata per la festa delle Repubblica.
La polizia ha chiuso l’ingresso di piazza Castello, blindandolo con camionette, furgoni e uomini dell’antisommossa.
Il presidio convocato all’angolo con la piazza si è dovuto spostare una decina di metri più indietro. Lì è stato montato un binario e una mostra, che racconta di controlli etnici alla stazione di Porta Nuova, per impedire la partenza dei migranti diretti in alta val Susa e, di lì, in Francia.
Numerosi interventi, musica e volantinaggio per circa un’ora, finché, aperto lo striscione dell’assemblea antimilitarista “contro tutti gli eserciti, per un mondo senza frontiere” ci si è mossi verso la polizia, che dopo qualche minuto si è ritirata. Il piccolo corteo ha guadagnato piazza Castello, dove si era appena conclusa la cerimonia militarista.

La gente in piazza ha ascoltato e plaudito gli interventi finali della manifestazione. Un segnale che qua e là il vento soffia nella direzione giusta.

Nella notte ignoti antimilitaristi hanno appeso uno striscione “militari assassini” al monumento ai bersaglieri in corso Galileo Ferraris e ai sei bersaglieri di ferro hanno messo sul capo mutandine colorate.
Una beffa per smontare la retorica militarista, per “fare la festa” alla Repubblica. Un passante ci ha inviato alcune foto che volentieri pubblichiamo.

Di seguito il volantino che l’assemblea antimilitarista ha distribuito in piazza nel pomeriggio.

“L’Italia è in guerra. A pochi passi dalle nostre case si producono e si testano le armi impiegate nelle guerre di ogni dove.

Le usano le truppe italiane nelle missioni di “pace” all’estero, le vendono le industrie italiane ai paesi in guerra. Queste armi hanno ucciso milioni di persone, distrutto città e villaggi, avvelenato irrimediabilmente interi territori.

L’Italia è in guerra. Ma il silenzio è assordante.
La retorica sulla sicurezza alimenta l’identificazione del nemico con il povero, mira a spezzare la solidarietà tra gli oppressi, perché non si alleino contro chi li opprime.

Chi promuove guerre in nome dell’umanità paga il governo libico e quello turco perché i profughi vengano respinti e deportati.

Ogni giorno dalla stazione di Torino partono treni diretti in alta Val Susa. Polizia e militari selezionano le persone in base al colore della pelle.
In Piemonte i migranti prendono le rotte alpine al confine con la Francia.
Il confine è una linea sottile sulle mappe. Tra boschi e valichi, tra le acque del Mare di Mezzo, non ci sono frontiere: solo uomini in armi che le rendono vere.
Le frontiere tra i sommersi e i salvati sono ovunque, ben oltre i confini di Stato e le dogane.
Ogni strada è una frontiera, da attraversare con circospezione. I senza carte ogni giorno rischiano di incappare in una pattuglia, di essere rinchiusi nel CPR o deportati a migliaia di chilometri di distanza.
Pochi giorni fa una giovane donna per sfuggire ai gendarmi è scappata da sola, di notte nei boschi. L’hanno trovata morta nella Durance. Il corpo di un migrante sconosciuto è riaffiorato nella neve,

I militari che vedete a Porta Nuova e al confine sono gli stessi che fanno la guerra in Afganistan, Iraq, Libia…
Anche qui fanno la guerra. La guerra ai poveri, la guerra a chi fugge dalle bombe e dall’occupazione militare.
Guerra interna e guerra esterna sono due facce della stessa medaglia. Oggi i militari fanno la guerra ai poveri senza documenti, domani faranno la guerra a tutti.

Il silenzio è assordante. Il pensiero sulla sicurezza – lo stesso a destra come a sinistra – sembra aver paralizzato l’opposizione alla guerra, al militarismo, alla solidarietà a chi fugge persecuzioni e bombe.

In Val Susa, nel brianzonese e a Torino c’è chi ha deciso di non stare a guardare la gente che crepa, i ragazzi cui amputano i piedi perché non hanno le scarpe adatte, che si perdono nella neve, che dormono in strada.
Mettersi in mezzo è possibile. Dipende da ciascuno di noi.”

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No Tav. Il bivio

Abbiamo fatto tanta strada insieme. Siamo stati saldi anche nei momenti più duri, quando era difficile trovare la bussola. Che fosse su un sentiero invaso dai lacrimogeni, in un’aula di tribunale o in certe assemblee dove era difficile costruire un percorso comune.
Mai però il bivio è stato tanto arduo come ora.

Lega e 5 Stelle stanno stipulando il loro contratto di governo. Tra i punti concordati ci sarebbe il riesame del progetto per la Torino Lyon. La sospensione dei lavori in due giorni è sparita dal programma. Chi sa? Forse il preludio ad una tregua di fatto con l’apertura dei soliti tavoli.
Chi ha invitato i No Tav alla delega e al voto utile potrà sostenere di aver avuto ragione. Anche se non tutte le grandi opere saranno cancellate: una per tutte il Terzo Valico.
Tutto bene? La favola avrà un lieto fine?
Difficile dirlo ora. Resta il fatto che il prezzo da pagare sarà altissimo, ben più alto delle montagne non scavate o dei soldi non spesi.
La guerra nel Mediterraneo e lungo le frontiere contro profughi e migranti diverrà sempre più feroce, costruiranno altre prigioni per i senza documenti, estendendo la detenzione amministrativa a un anno mezzo. Annunciano stanziamenti imponenti per i rimpatri di massa, sgomberi delle baraccopoli rom, messa sotto sorveglianza dei gruppi sociali “inferiori”. Chi occupa una casa, anche se ha i documenti, verrà privato del permesso ed espulso.
Aumenteranno le spese militari ed assumeranno altri poliziotti. Costruiranno nuove carceri per far posto ad un maggiore numero di detenuti. Cancelleranno ogni forma di pena alternativa al carcere.

Sarà il governo della polizia, della galera, della guerra ai poveri, dei morti in mare e sulle rotte di montagna. Credevamo di aver toccato il fondo con gli accordi con le milizie libiche, i respingimenti, i barconi che affondano, le navi soccorso sequestrate, le leggi sul decoro urbano e l’elisione dei diritti dei richiedenti asilo. Non era così: il peggio deve ancora venire.

Il Movimento No Tav in questi anni ha rappresentato un punto di riferimento per chi si batteva contro le grandi opere inutili e dannose. Ma non solo. La lotta contro il treno super veloce è stata anche lotta contro la logica feroce del capitalismo, dello sfruttamento delle risorse e degli esseri umani. Ormai da tanto la nostra non è più una mera storia di treni. È la storia di uomini e donne che hanno assaporato il piacere dell’azione diretta, della politica come luogo di confronto e scelta fuori da ambiti gerarchici, radicata tra le persone. Un’aria di libertà. Di solidarietà con gli immigrati, con gli oppressi, con le fabbriche in lotta, con gli sfrattati, gli antifascisti.

Le derive elettoraliste ci sono sempre state, come anche la capacità di capire e correggere gli errori, nella consapevolezza che solo il movimento popolare, solo i nostri corpi, solo le nostre barricate potevano fermare l’opera e dare, insieme, una bella botta ad un immaginario sociale dove tutto è merce.
La pratica della delega nega la storia di chi ha bloccato per decenni il Tav con l’azione diretta, quando un’intera valle è divenuta ingovernabile.

I No Tav sono fortemente radicati nel locale ma non hanno mai guardato nel proprio cortile. Anzi!

Oggi, il sostegno a formazioni politiche che, pur dichiarandosi No Tav, si caratterizzano per posizioni razziste, xenofobe e giustizialiste, rischia di condurre ad un amaro tramonto.
Il bivio è chiaro. Ridursi ad una logica nimby, salviamo la valle e che il Mediterraneo continui ad inghiottire migliaia e migliaia di migranti, oppure restare ancorati alla propria storia, rompendo con l’abbraccio mortale con le 5 Stelle.

Siamo convinti che nel movimento esistano robusti anticorpi capaci di fermare questa pericolosa deriva.

In tanti in questi mesi hanno creato e rinforzato reti solidali con i migranti in viaggio attraverso le nostre montagne. Le frontiere sono linee fatte di nulla, segni sulle carte, che solo uomini in armi rendono veri. I No Tav si sono battuti, perché la valle non diventasse un mero corridoio per le merci, ma divenisse spazio per relazioni sociali diverse.

Pochi giorni fa Blessing, una ragazza che attraversava il confine, è morta mentre correva lontano dai gendarmi.

Siamo ad un bivio. Prendiamo la strada giusta. Ciascuno di noi, in fondo, sa qual è.

Domani – sabato 19 maggio – spezzone rosso e nero alla marcia No Tav da Rosta ad Avigliana. Ore 14 stazione di Rosta

Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46 – riunioni, aperte agli interessati, ogni giovedì alle 21

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25 aprile. Il filo rosso e nero

Da tanti anni ci ritroviamo vicino alla spalletta di un ponte su un canale che non c’è più. Lì è caduto combattendo l’anarchico Ilio Baroni.
Non è mero esercizio di memoria, ma occasione per intrecciare i fili delle lotte, perché il testimone lasciato da chi non c’è più, è ora nelle nostre mani.
Un compagno racconta ed intreccia. Si volantina alla gente che passa, che ha volti e storie diverse ma la stessa condizione di sfruttamento e oppressione.
Parliamo di Eleonora, che tre giorni prima era partita dalla Barriera per andare a Monginevro, dove le frontiere sono chiuse per chi non ha le carte in regola. Dopo la marcia che ha bucato la frontiera è stata arrestata a Briancon con Theo e Bastien, due compagni svizzeri.
Poi si brinda e si va.
Ai giardini (ir)reali dove gli squatter torinesi hanno il loro appuntamento del 25 aprile, apriamo un gazebo che si trasforma in binario, stazione di Porta Nuova, un filo che sbarra il passaggio
 e una mostra che racconta delle frontiere invisibili che attraversano la città, i controlli mirati,la pulizia etnica. Un’iniziativa dell’assemblea antimilitarista. Pochi giorni prima, il 18 aprile, con la rete Breacktheborder, eravamo entrati in stazione in barba alla polizia. Ai binari da dove partono i treni diretti in alta valle Susa, fili rossi e bianchi e cartelli con la scritta “frontiera”erano stati tirati per aiutarci a raccontare con megafoni e volantini, le storie di chi viene fermato e bloccato perché nato dalla parte sbagliata del mondo.
I fili rossi e neri della memoria si intrecciano ogni giorno nelle nostre lotte.

Di seguito i volantini distribuiti durante la commemorazione e ai giardini.

25 aprile. Oggi come ieri. Contro lo stato e i padroni
Ilio Baroni, operaio toscano emigrato a Torino negli anni venti, era comandante della VII brigata Sap delle Ferriere.
Le Sap, Squadre di Azione Patriottica sabotavano la produzione, diffondevano clandestinamente volantini antifascisti e si preparavano all’insurrezione. Ilio, nome di battaglia ”il Moro”, è protagonista di azioni di guerriglia.
Il 25 aprile a Torino la città è paralizzata dallo sciopero generale, scoppia l’insurrezione, la città diventa a breve un campo di battaglia.
Baroni e i suoi attaccano la stazione Dora e si guadagnano un successo. Giunge una richiesta d’aiuto dalla Grandi Motori. Il Moro non esita ad aiutare i compagni nel mezzo di una battaglia furiosa, e cade sotto il fuoco. È il 26 aprile.
Ilio Baroni non potrà vedere il momento per cui ha lottato duramente tutta la vita…

Ma il fascismo non è morto il 25 aprile del 1945…
Tra sfruttamento, lavori precari e pericolosi, morti in mare, leggi razziste, militari per le strade, guerra, la democrazia somiglia sempre più al fascismo.
Anche quest’anno il 25 aprile ci incontriamo alla lapide di Ilio Baroni. La pietra che lo ricorda è nel centro del quartiere operaio di Barriera di Milano, all’angolo tra corso Giulio e corso Novara.
Oggi rimane solo un pezzo di muro con la pietra, il nome, la foto scolorita.
Sino ad una trentina di anni fa quel muro era la spalletta di un ponte su un piccolo canale.
Era una zona di fabbriche ed un borgo di operai. Operai combattivi, gli stessi dell’insurrezione contro la guerra e il carovita del 1917, quelli dell’occupazione delle fabbriche, della resistenza al fascismo, gli anarchici che durante gli anni più bui della dittatura mantennero in piedi un gruppo clandestino, la gente degli scioperi del marzo ’43.
Oggi sono quasi del tutto scomparsi anche i ruderi di quelle fabbriche. Delle ferriere, dove lavorava Baroni, restano solo gli imponenti travoni di acciaio in mezzo ad un improbabile parco urbano tra ipermercati e multisale.
Il cuore del quartiere è cambiato. La Barriera aveva resistito agli anni dell’immigrazione dal sud, facendosi teatro di lotte grandi tra fabbrica, scuola, quartiere, eludendo il rischio della guerra tra poveri e del razzismo per costruire una stagione di lotte, che ormai trascolora nella memoria dei tanti la cui vita ne è stata attraversata.
Oggi vivere qui è più difficile che in passato: non è solo questione dei soldi che mancano e del lavoro che non c’è, e, se c’è è sempre più nero, pericoloso, precario. C’è un disagio diffuso che non sempre si fa percorso di lotta, ci sono fascisti, leghisti e comitati spontanei, che soffiano sul fuoco cercando di alimentare la guerra tra poveri, puntando il dito contro i tanti immigrati africani, magrebini, cinesi, rumeni, peruviani che ci abitano.
Il governo della città è stato per decenni nelle mani degli eredi di Togliatti, il comunista che ha graziato i fascisti, i repubblichini torturatori ed assassini. Fascisti meno pericolosi per la nuova repubblica degli anarchici seppelliti in galera per aver combattuto il fascismo prima e dopo le date ufficiali della resistenza. Togliatti e i suoi hanno imbalsamato la Resistenza, rinchiudendola in una teca avvolta nel tricolore.

Oggi governano Torino i populisti, razzisti e giustizialisti a 5Stelle, che si congratulano con la polizia che reprime i No Tav e arresta gli anarchici.
Il nuovo questore ha moltiplicato retate e controlli, per cacciare i senza carte e senza tetto. I giardini intitolati alla sadica Teresa di Calcutta – quella che negava l’anestesia a chi veniva operato nei suoi ospedali – sono stati riempiti di telecamere: i poveri devono cercare altri posti per passare la notte.

Lo scorso giugno la paura ha fatto migliaia di feriti e ucciso una donna in piazza San Carlo, durante la proiezione di una partita. Nessuno sparò, nessuno lanciò l’auto contro la folla, nessuno fece esplodere una bomba. Non accadde nulla, ma la paura uccide, il panico uccide. La paura è stata creata a tavolino da decenni di propaganda fascista, leghista e democratica.
Dieci mesi dopo quella notte di giugno, dal cappello dei prestigiatori della Procura torinese sono saltati fuori i capri espiatori, quelli “giusti”, quelli perfetti per il ruolo che devono recitare: due ragazzi stranieri, che avrebbero usato dello spray al pepe per mettere le mani su qualche portafoglio.
Loro sarebbero i responsabili della grande paura di piazza San Carlo. Tutto torna e il cerchio si chiude.
Un fatto da nulla, che certo non sarebbe bastato a scatenare il terrore, viene usato per non ammettere che i veri responsabili siedono in parlamento, nelle redazioni di tanti giornali, tv e radio. Sono loro gli imprenditori politici della paura. In loro difesa è scesa in campo una squadra di agguerritissimi PM, perché la paura è il cemento con cui si costruiscono muri, prigioni, guerre.

Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti, mentre le periferie sono in bilico tra riqualificazioni escludenti e un parco giochi per carabinieri, alpini e poliziotti.

Da qualche anno il vento timidamente sta cambiando anche se per ora è solo una brezza lieve.
Noi, ogni 25 aprile ci ritroviamo alla lapide: si parla, si brinda, si chiacchiera con chi passa. Non è solo una commemorazione. E’ la scelta tenace per i tanti di noi che in questo quartiere sono nati e continuano a vivere, di alimentare il venticello che segnala il mutare dei tempi.
Annodiamo i fili della memoria di ieri con le lotte di oggi.
Le lotte che vedono in prima fila altri partigiani, quelli che si battono contro l’occupazione militare in Val Susa, chi si mette di mezzo contro sfratti e deportazioni, contro il razzismo e il fascismo.
Oggi come allora i partigiani sono trattati da banditi, terroristi, delinquenti. Oggi come allora la gente delle periferie comincia a capire da che parte stare.
I partigiani di Barriera in quel lontano aprile hanno combattuto perché volevano un mondo libero, senza schiavitù salariata.
Il loro sogno continua ogni giorno nella lotta per una società di liberi ed eguali. Senza Stato né padroni.
Federazione Anarchica Torinese

Guerra e frontiere a Porta Nuova
Ogni giorno dalla stazione di Torino partono treni diretti in alta Val Susa. Ci salgono centinaia di persone che viaggiano per seguire i fili della propria vita. Qualcuno prosegue per la Francia per turismo o per lavoro.
Ma non tutti arrivano: alcuni non riescono neppure a partire. Vengono controllati da polizia e militari al binario o direttamente sul treno. Non importa che abbiano il biglietto, non importa che vogliano, come tutti, scegliere il posto dove vivere. Uomini e donne in divisa bloccano chi non ha le carte in regola.
Le stazioni, da luogo di scambio, di movimento, di passaggio diventano barriere escludenti, dove le persone sono selezionate in base al colore della pelle.
Un biglietto che costa pochi euro per noi tutti, diventa una tangente da 300 euro, per pochi consigli e poco più elargiti dai passeur alla gente che prova a bucare il confine.

Le frontiere chiuse dell’Europa uccidono uomini, donne e bambini che fuggono guerre, miseria, persecuzioni e dittature.
Capita ogni giorno. Nel silenzio e nell’indifferenza dei più.
Si muore in mare, nel deserto, nelle gallerie ferroviarie, sui valichi alpini.
Chi arriva Italia e vuole proseguire il proprio viaggio finisce intrappolato da gabbie fisiche e normative.
I trattati europei impongono di fare richiesta d’asilo nel paese d’arrivo. L’Italia è il primo approdo per tanta gente, la cui meta è più a nord.
In Piemonte i migranti provano a passare a piedi usando le rotte alpine al confine con la Francia.
Quelli che riescono a passare possono essere respinti più e più volte. I gendarmi riportano le persone al di là del confine.
Il confine è una linea sottile sulle mappe. Tra boschi e valichi, tra le acque del Mare di Mezzo, non ci sono frontiere: solo uomini in armi che le rendono vere.
Le frontiere tra i sommersi e i salvati sono ovunque, ben oltre i confini di Stato e le dogane.
Le frontiere sono quasi invisibili per chi ha la fortuna di possedere un documento, di essere bianco, di avere la cittadinanza. Per gli altri, per i senza carte, ad ogni passo si nasconde un’insidia, ogni giorno si rischia di incappare in un controllo, di essere rinchiusi nel CPR o deportati a migliaia di chilometri di distanza.

I militari per le strade affiancano polizia e carabinieri. Per i senza carte ogni banale controllo può trasformarsi in un tragico gioco dell’oca, quando i dadi ci riportano al punto di partenza
Ma ugualmente ogni giorno qualcuno cerca di muoversi per costruirsi un futuro.
Ogni strada è una frontiera, da attraversare con circospezione.

I militari che vedete a Porta Nuova sono gli stessi che fanno la guerra in Afganistan, Iraq, Libia, Niger.
Anche qui fanno la guerra. La guerra ai poveri, la guerra a chi fugge dalle bombe e dall’occupazione militare.
Guerra interna e guerra esterna sono due facce della stessa medaglia. Oggi usano i militari per fare la guerra ai poveri senza documenti, domani faranno la guerra a tutti.

Da qualche mese in Val Susa, nel brianzonese e a Torino c’è chi ha deciso di non stare a guardare la gente che crepa, i ragazzi cui amputano i piedi perché non hanno le scarpe adatte, che si perdono nella neve, che dormono in strada.
Mettersi in mezzo è possibile. Dipende da ciascuno di noi.

Il 25 aprile si ricorda l’insurrezione contro il fascismo. Il fascismo è stato colonialismo, leggi razziali, guerra e dittatura. Oggi abbiamo guerre per il controllo di risorse e territori, leggi razziste, prigioni amministrative, sempre meno spazi di libertà.

Oggi il fascismo ha il volto della democrazia.

Assemblea antimilitarista

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Occupazione, sgombero e manganellate. I rider torinesi di Deliveroo in trasferta a Milano

Deliveroo è una multinazionale delle consegne rapide. Si avvale della “collaborazione” di lavoratori non dipendenti, liberi professionisti, che non hanno diritto all’indennità da infortunio, alle ferie, alla mutua, alla previdenza. Nessuna copertura. La compensazione di tale vuoto di tutele sarebbe la libertà di lavorare quanto e quando si vuole.
O no? Sino a poco tempo fa i fattorini dichiaravano la propria disponibilità a lavorare per la settimana, la app che ne governa l’attività confermava o meno i turni richiesti. C’era una paga oraria minima e poi un tot a consegna. Per guadagnare qualcosa era necessario essere molto disponibili per molte ore.
Ora Deliveroo alza il tiro, mira a tenere al guinzaglio i fattorini, lasciando a terra i meno disponibili e flessibili.
La nuova app, già introdotta in vari altri paesi europei, prevede una selezione dei fattorini in base alla loro disponibilità a lavorare, specie nei fine settimana, quando le richieste di consegna aumentano.
Non solo. Deliveroo mira ad introdurre il cottimo. Se non pedali, anche se hai passato ore ad aspettare, non guadagni nulla. Se non pedali in fretta il tuo guadagno sarà risibile.
Non c’è bisogno della frusta: o ti disciplini da solo o non guadagni niente.
Vi ricordate “Samarcanda”? La ballata di Vecchioni dove il protagonista lancia il suo cavallo in una corsa folle, per scoprire che la morte da cui fuggiva lo aspettava all’arrivo?
Lavorare a cottimo è una corsa folle verso Samarcanda.
Secondo una recente indagine Istat la produttività del lavoro e la redditività del capitale hanno avuto una significativa crescita nel 2017.
Queste cifre, tradotte dai numeri ai fatti, ci descrivono la crescita dello sfruttamento dei lavoratori, che lavorano sempre più per sempre meno.
Nulla di nuovo sotto il sole. L’unica novità è la spersonalizzazione del rapporto padrone/lavoratore favorita dalla tecnologia utilizzata. Gli algoritmi che governano le vite dei fattorini sono pensati per rispondere alle esigenze di chi si arricchisce sul lavoro altrui.

Il 20 marzo i rider torinesi hanno deciso di scioperare. Ritrovo nella Casa dei Rider in attesa degli ordini di consegna. Man mano che gli ordini arrivano vengono rifiutati, sino alla paralisi del servizio. Da tempo è stata abolita la possibilità di darsi disponibili anche fuori turno, che consentiva chi non era in servizio di unirsi allo sciopero.

Il giorno dopo i rider si danno appuntamento allo sportello rider: unico momento in cui i fattorini possono incontrare fisicamente responsabili dell’azienda, ormai organizzata in modo totalmente virtuale: firma dei contratti, organizzazione del lavoro e ogni altra comunicazione avvengono on line.
La responsabile rifiuta l’incontro, poi promette di telefonare ai capi a Milano. Poi chiama un taxi e, con gli altri due impiegati si dilegua, chiudendo lo sportello per l’intera giornata.

Di qui la decisione di andare a stanarli nella loro sede centrale a Milano, che sabato scorso è stata occupata e poi sgomberata con la forza.

Nel pomeriggio di venerdì 13 aprile, in occasione dello sportello riders milanese, una ventina tra ciclofattorini e solidali hanno occupato gli uffici di Deliveroo Italia per pretendere delle risposte alle proprie richieste.
I lavoratori si sono presentati con una lettera di rivendicazioni. Matteo Sarzana, il general manager della multinazionale, arriva protetto dalle guardie private. Sarzana, visibilmente nervoso, si attacca alla retorica della precarietà della sua posizione. Siamo tutti sulla stessa barca: chi al timone, chi a remare, chi a sparare su chi non va lesto, chi a contare i soldi guadagnati.
É subito chiaro che Sarzana non molla un centimetro. Chi non china il capo e pedala in silenzio per pochi soldi, è libero di licenziarsi. O, meglio, di rescindere il contratto di collaborazione.
Le chiacchiere di Sarzana servono solo a prendere tempo, il tempo necessario all’arrivo della polizia, che lo “scorta” fuori dall’edificio. La Digos entra e cerca di identificare i lavoratori, che stavano provando ad aprire un tavolo di trattativa.
Di fronte al rifiuto, la polizia politica minaccia di far arrivare l’antisommossa, che poco dopo arriva e si schiera all’esterno, dove accorrono anche alcuni solidali.
In questo caos, i dispatcher, che sovrintendono gli ordini dei fattorini, continuano a pigiare i tasti del loro PC come se nulla fosse.
I guardioni spingono, fanno battute sessiste, provocano. La tensione si alza sia dentro che fuori: guardie private e poliziotti picchiano e manganellano rider e solidali
Un ragazzo viene lievemente ferito alla testa durante gli scontri.
Poi si parte per un breve corteino in zona.

Il giorno dopo la dirigenza della multinazionale emette un comunicato volto ad isolare e criminalizzare i lavoratori in lotta, additati come rivoluzionari di professione, pochi arruffapopoli invisi agli altri lavoratori fidelizzati. Le lotte di questi mesi, gli scioperi con blocco totale delle consegne, dimostrano che Deliveroo gioca la carta della delegittimazione dei lavoratori più attivi nelle lotte, nella speranza di riuscire a spezzare il fronte dei ciclofattorini.
La lotta continua.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Stefano, uno dei rider in lotta

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