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Il seme dell’odio

Hannah Arendt, osservatrice al processo ad Eichmann, il “contabile dello sterminio”, che si atteggiava a grigio burocrate, scrisse di “banalità del male”. Probabilmente, al di là delle polemiche che suscitò all’epoca la sua rappresentazione di uno dei responsabili dello sterminio di milioni di persone, Arendt non poteva sospettare la fortuna che avrebbe avuto nei decenni successivi la sua amara constatazione su quanto conformista, insignificante, convenzionale, incolore fosse il male.
Oggi sappiamo che Eichmann era ben più che un mero “contabile”, bravo nel rendere più veloci, semplici, efficaci le modalità con le quali a ritmi da catena di montaggio, si raccoglievano, selezionavano, spogliavano, uccidevano e bruciavano i corpi di milioni di persone eliminate come polli allevati in batteria. Con la stessa, quieta, indifferenza. Resta il fatto che tanti furono gli esecutori materiali dello sterminio, come tanti vi collaborarono mettendo a frutto le proprie competenze tecniche, giuridiche, mediche, amministrative. Chi non collaborò attivamente sapeva ed approvava. La grandissima parte di queste persone non era né sadica né incline alla violenza.
Tanta cinematografia statunitense degli anni successivi ha confezionato un’immagine della dittatura nazista deformata dalle esigenze di propaganda del momento. La Germania Ovest era un’alleata preziosa durante la guerra fredda con l’Unione Sovietica. Il cinema costruì la narrazione, falsa ma potente, di una Germania schiacciata dal tallone dell’elite hitleriana e dalle SS, dove il popolo e l’esercito erano ignari ostaggi di una macchina feroce.
Sappiamo che non è così. Sappiamo che la “soluzione finale” era narrata nei cinegiornali, sappiamo che la deportazione e l’uccisione degli ebrei europei era approvata e plaudita, sappiamo che tutto venne codificato in un solido apparato legislativo.
Sappiamo che il Terzo Reich godeva dell’appoggio di un’ampia maggioranza della popolazione, perché era quel che era. Punto.
Altrimenti non vi sarebbe stata Auschwitz.
I 12 anni di nazismo venivano ridotti ad una parentesi di follia. Irripetibile.
Nel 1963 Arendt, nello specchio di Eichmann vide riflessa la normalità dello sterminio. Una banale procedura. Così banale che potrebbe ripetersi.
Non allo stesso modo, ma con la stessa ineluttabile semplicità. Semplice come la vita di ogni giorno, come la quotidianità che si nutre di ripetizioni, di piccoli rituali, di procedure consolidate.
Capita di chiedersi se non rischiamo di trovarci presto di fronte al bivio nel quale si separano complici e vittime, perché il tempo delle nuance, delle sfumature, delle gradazioni di grigio sta finendo.
Siamo abituati a pensare che il male sia estraneo alla vita quotidiana, estraneo alla normalità. Siamo convinti che il male non sia mai incolore. Persino quando lo è fingiamo che non lo sia, fingiamo che rappresenti l’eccezione, mai la regola.
La guerra, che pure è divenuta una costante di questi nostri anni, con truppe italiane che combattono su tanti fronti, viene raccontata come “male necessario”, o finanche come “male minore”. L’articolarsi della narrazione bellica intorno ad ossimori come la guerra umanitaria o edulcorazioni come l’operazione di polizia internazionale dimostra la volontà di nascondere la verità sui massacri delle truppe italiane.
Tutti sanno che la polizia picchia e tortura in modo ben più sistematico di quanto non rivelino vicende che solo la tenacia dei parenti delle vittime rende noti. Finché può lo Stato e le sue guardie armate negano l’evidenza, negano che Cucchi, Uva, Aldrovandi e tanti altri siano stati massacrati intenzionalmente. Negano perché temono lo sdegno che certi delitti potrebbero suscitare.
Negano e nascondono perché sono convinti di non avere il sostegno di una maggioranza significativa.
Sino ad oggi. Un giorno di questi potrebbe accadere che smettano di coprire con un tappeto il sangue per rivendicare la violenza sistematica di polizia, carabinieri, militari.
L’attuale ministro dell’interno, Matteo Salvini, ha approvato l’operato delle forze dell’ordine nel caso di Stefano Cucchi. Se il ministro di polizia sostiene che le botte a Cucchi sono giustificate, non sono ancora cambiate le leggi, ma potrebbero essersi modificati i rapporti di forza. Salvini ritiene di avere l’appoggio popolare: numerosi indizi inducono a ritenere che le sue convinzioni non siano prive di fondamento.
Questa lunga estate sembra scivolare via senza troppi contraccolpi, ma il sottile senso di inquietudine che attraversa le piazze dove, sin troppo timidamente, qualcuno prova a mettersi di mezzo, allude alla delicatezza del momento. La lunga storia della guerra ai migranti è come una pietra che rimbalzi a lungo quieta lungo un declivio, facendosi quasi frana, senza tuttavia mai correre all’impazzata. Pare che quest’estate di colpo il pendio sia divenuto più scosceso e la corsa stia accelerando. Non è questione di numeri ma di sostanza.
Le statistiche disegnano grafici inequivocabili: dallo scorso anno gli sbarchi sono nettamente diminuiti. Nell’estate del 2017 il governo Gentiloni inaugurò la stagione di lotta alle ONG impegnate in operazioni di serch and rescue nel Mediterraneo e strinse accordi con le milizie di Zawija e Sabratha, affinché bloccassero il traffico di migranti sotto il loro controllo.
Quest’anno il terreno era già stato sgomberato e reso disponibile a nuove operazioni di guerra non dichiarata. Il nuovo ministro ha solo completato l’opera, inserendo un tassello che né il suo predecessore Minniti, né, a suo tempo il suo camerata Maroni avevano osato portare sino in fondo.
Lo scontro esplicito con l’Europa è il perno su cui ha girato l’operato di Salvini e del ministro dei trasporti, il pentastellato Toninelli.
Impedire lo sbarco di centinaia di persone ripescate in mare da un’unità della Marina Militare Italiana va al di là della guerra alle ONG, criminalizzate come complici dei trafficanti. Negli ultimi mesi di governo già Minniti aveva chiuso i porti ad alcune ONG e, quando diede il via libera agli sbarchi, scattarono inchieste, blocchi delle imbarcazioni, accuse gravissime agli equipaggi.
Nel 2011, dopo un lunghissimo braccio di ferro con l’Europa, un altro ministro dell’Interno leghista, Roberto Maroni, si arrese e, in una sola notte, fece trasportare da Lampedusa alla Sicilia e, di lì, nei campi tenda settemila profughi della guerra per la Libia.
L’attuale governo è in sostanziale continuità con quelli precedenti di centro-sinistra e di centro-destra o siamo di fronte ad una frattura, ad una novità radicale, ad un salto di qualità?
Il dilemma, sebbene appaia autentico, nel dibattito politico estivo assume il sapore agre dell’interrogativo retorico. Rappresentare il governo Salvini-Di Maio nel segno della discontinuità radicale sui temi dell’immigrazione è operazione utile sia a destra che a sinistra del quadro istituzionale. Salvini, in continua campagna promozionale, vuole dimostrare di essere riuscito dove tutti gli altri hanno miseramente fallito, la disastrata opposizione Dem spera di rifarsi il trucco con l’antifascismo e l’antirazzismo.
Entrambi hanno ben poca lana da tessere, muovendosi sul terreno della propaganda.
Per i nazionalsocialisti non sarebbe stato facile promuovere lo sterminio degli ebrei se sin dai tempi della Seconda Internazionale i socialdemocratici non avessero soffiato sul fuoco dell’antisemitismo, equiparando l’ebreo al capitalista. Il che non implica negare la frattura ed l’imponente salto di qualità nazista.

La legislazione sull’immigrazione nel nostro paese ha delineato una rottura dell’ordine liberale, configurandosi come “diritto penale del nemico”, secondo la definizione coniata dal giurista tedesco Jacobs nel 1985, e articolandosi in termini che definirei di “diritto amministrativo del nemico”. Il mancato accesso ai diritti di cittadinanza finisce con il declinarsi in negazione dei diritti umani.
I governi di centro-sinistra, pur avendo inaugurato questa stagione nel lontano 1998 con la legge Turco-Napolitano che istituì la detenzione amministrativa nel nostro paese, provano a mantenere intatta la patina umanitaria. Una patina sottile. Tragicamente ridicola, ma simbolicamente importante. Per quanto abnormi siano la detenzione e la deportazione, per quanto sia criminale la blindatura delle frontiere, che uccidono chi prova ad attraversarle, per quanto evidenti siano le responsabilità di tutti i governi, le cerimonie del cordoglio mettono in scena la finzione che le stragi siano “disgrazie”, “incidenti” da imputare al mare o ai trafficanti.
Il nuovo governo ha annunciato un pacchetto sicurezza, che, pur annunciando un prolungamento della detenzione amministrativa non rappresenta una significativa rottura con il recente passato.
La novità è altrove. La sottile patina umanitaria, etichettata come “buonismo” è stata stracciata. La gente in viaggio viene etichettata come criminale, portatrice di malattie, pericolosa. Nemica.
Tutti. Sempre. Uomini, donne, bambini. Quest’estate non abbiamo assistito alla messa in scena del lutto istituzionale. Le barche affondate mentre le ONG assistevano impotenti, l’incriminazione di chi si è ribellato al ritorno in Libia sono state ragione di orgoglio.
Salvini è indagato per sequestro di persona, mancata assistenza perché non si è neppure preoccupato di adeguare le norme alle pratiche da lui imposte. Può così, pur essendo al potere, giocare il ruolo del perseguitato. Un gioco che i suoi alleati a cinque stelle hanno fatto con abilità e profitto per anni. Lungo questo declivio il ruzzolar di pietre può divenire frana. Il governo del cambiamento potrebbe chiedere ed ottenere più potere per assolvere il mandato di proteggere la comunità – gli italiani dimentichi del Po e dei riti celti – dal moloch della finanza, dall’immigrazione che mira a spezzare e cancellare l’identità, dalla libertà che nega il nucleo etico familiare.
Tra il 9 e il 12 dicembre del 2013 a Torino migliaia di persone si riversarono in strada imbracciando tricolori, decise a bloccare tutto perché deluse dal cambiamento che non arrivava, spaventate per il futuro che non c’era più. Bloccarono le strade e abbracciarono i poliziotti. Sui loro volantini si auspicava un governo militare, una dittatura. Finì presto. Tutti, delusi tornarono a casa, i media affondarono nel ridicolo quell’avventura e nessuno ci pensò più.
Oggi quella gente ha trovato la propria rappresentanza, un governo che ha promesso di realizzarne il programma.
Mentre scrivo le agenzie hanno appena battuto la notizia di un profugo sedicenne aggredito e ferito a Raffadali. Chi lo ha colpito gli ha gridato “vattene a casa tua”. È l’ultima di tante vicende tutte uguali.
Provate ad immaginare. Un uomo dal balcone vede una donna rom con una neonata in braccio, entra in casa, prende il fucile a pallini e spara alla bambina.
Un altro tizio vede un lavoratore sull’impalcatura. Prende il fucile e lo ferisce. L’operaio è di origine africana. Il ministro dell’Interno si mostra comprensivo con i fucilieri della ringhiera.
Impossibile? È successo quest’estate nel Belpaese. Ci sono case dove il rancore cova da tanto tempo, distillandosi goccia a goccia, corrodendo ogni senso di legame umano. Il seme dell’odio sta producendo i suoi frutti avvelenati.
Nessuno dica che non sapeva, nessuno dica che non aveva capito.

Quest’articolo è uscito sull’ultimo numero di Arivista

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L’altro Pride. Contro frontiere e decoro

Giugno è il mese del Pride. La giornata dell’orgoglio delle persone omosessuali, transessuali, queer, bisex, intersex nasce dopo la rivolta di 49 anni fa a a New York. Stanch* di violenze, irrisioni, soprusi della polizia quelli dello
Stonewall alzarono la testa e attaccarono la polizia. Il primo Pride fu un riot.

A Torino il Pride è un’imponente sfilata attraversata da decine di
migliaia di persone. Ma Stonewall è lontana, lontanissima da Torino.

Il Pride anno dopo anno è diventato un ibrido tra un carnevale, una passerella istituzionale e uno evento commerciale.
C’è sempre meno spazio per le voci critiche, per un approccio intersezionale, per chi vuole che libertà e diritti siano per tutti, anche per gli esclusi dal grande banchetto, per i migranti, i poveri, i rom, i senza casa.
Lo slogan di quest’anno era “Nessun dorma”, una maniera
appena accennata di alludere alle componenti omofobe, maschiliste, transfobiche del governo giallo-verde. Senza esagerare, senza permettersi critiche al governo della città e a quello della Regione. In punta di piedi, per non
disturbare troppo.
Non poteva essere altrimenti, perché le istituzioni erano in testa al corteo.
La sfilata del 16 giugno è stata organizzata dal Coordinamento Torino Pride con il patrocinio di Comune di Torino, Regione Piemonte, Consiglio regionale del Piemonte, Torino Metropolitana, Provincia di Cuneo, Provincia di Novara. Tra gli sponsor la Coop, la Gtt, Il corpo di polizia municipale della città di Torino.

La sfilata, cui ogni carro entrava solo pagando, è stata tenuta sotto controllo dalla polizia di Stato e dal servizio d’ordine di due compagnie private, i City Angels, noti per la pulizia etnica a San Salvario e l’Hydra Service, i picchiatori prezzolati al servizio del PD, tristemente noti per i loro interventi muscolari contro ogni forma di opposizione sociale. Noi li ricordiamo per il camion dello spezzone anarchico e antimilitarista spaccato il primo maggio 2011, ma i loro bastoni si sono esibiti in molte altre occasioni.

Quest’anno al Torino Pride gli attivist* di “Nessun* Norma!”, il Pride contro frontiere e decoro del 28 giugno hanno distribuito volantini, che sono immediatamente entrati nel mirino della polizia, che li ha circondati pretendendo di sequestrarli, per le immagini satiriche
stampate sul retro. Immagini considerate offensive, perché non è lecito burlare ministri e sindaci. Specie se si tratta di Salvini, Fontana e Appendino. Diverse compagn* sono state identificate e minacciate dalla digos. Alla fine gli uomini e le donne della polizia politica si sono accontentat* di sequestrare solo una parte del materiale.

Ma non è finita lì. Più tardi è stato aperto uno striscione in via Po ed acceso qualche fumogeno per attirare l’attenzione. Sullo striscione campeggiava la scritta “Il Pride è rivolta. Contro frontiere, decoro, istituzionalizzazione. Nessun Norma” Lo striscione è stato due volte rimosso dal servizio d’ordine del Pride. Un fumogeno è stato lanciato addosso alle persone.

La repressione al Pride istituzionale ha dato una bella spruzzata di pepe a chi stava organizzando il corteo indecoroso del 28 giugno.

In maggio individui e gruppi diversi, che si erano intrecciati nelle lotte contro le frontiere, gli sgomberi, la repressione hanno cominciato ad incontrarsi per costruire un altro Pride. Una scommessa che ha visto accanto Ah Squeerto e Studenti Indipendenti, Manituana e Federazione Anarchica, Breacktheborder e l’infoshock del Gabrio.
Una scommessa difficile, che si è dovuta scontrare con l’indifferenza e l’ostilità di chi, anche nei movimenti di opposizione sociale, nonostante tutto, preferiva affacciarsi al Pride istituzionale. Non Una di Meno, rete “transfemminista ed intersezionale”, avrebbe potuto
portare un contributo importante all’iniziativa, invece si è divisa senza raggiungere una sintesi, ma, nei fatti partecipando attivamente, sia pure in tono minore, solo al Pride istituzionale dove sono stati distribuiti volantini, fatti interventi e portate a spasso le matrioske.
Una brutta scivolata della Rete torinese, preoccupante in un clima politico e culturale sempre più difficile.

Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti, mentre le periferie sono in bilico tra riqualificazioni escludenti e un parco giochi per carabinieri, alpini e poliziotti.
E non può che andare peggio. Se Appendino riuscirà ad aggiudicarsi il carrozzone olimpico del 2026, il restyling della città costerà caro a chi non corrisponde ai criteri di decoro urbano.
Sfruttamento, lavori precari e pericolosi, morti in mare, leggi razziste, militari per le strade, guerra sono i tasselli del puzzle che disegna il nostro vivere.
La gente delle periferie sente in bocca il sapore agre di una vita sempre più precaria, cedendo alle tentazioni populiste e nazionaliste, rischiando di scivolare sul declivio della guerra tra poveri.

Il governo della città è stato per decenni nelle mani del Partito Democratico.
Da due anni governano i Cinque Stelle. La nuova sindaca è apprezzata dalle banche e dai padroni.
Bisognava che tutto cambiasse perché ogni cosa restasse come prima. Appendino fa la guerra ai rom, sguinzaglia i vigili urbani a caccia di mendicanti, lavavetri, spacciatori di accendini, senza casa.

Chi aveva creduto alla retorica della democrazia penta stellata sta scoprendo che per i poveri non è cambiato nulla. I posti occupati che non hanno accettato la normalizzazione a Cinque Stelle sono stati sgomberati. La baraccopoli rom di corso Tazzoli è stata demolita per la “sicurezza” degli abitanti gettati in strada.
La retorica della “cittadinanza” partecipativa sceglie chi includere e chi escludere, nel gioco feroce delle poltrone, del potere, delle alleanze.
Appendino prepara la vetrina olimpica, cementifica la città, si congratula con la polizia che arresta gli anarchici… sfila in testa al Pride e benedice le famiglie arcobaleno.

Il 28 giugno l’altro Pride ha attraversato il centro cittadino, nonostante il nuovo questore avesse imposto divieti di sapore squisitamente politico. Piazza Palazzo di città, dove ha sede il comune, è stata chiusa e blindata da Digos e poliziotti in assetto antisommossa. Un blocco risibile di fronte alla folla queer che li fronteggiava, irrideva, mimava. Il segno che i timori per “l’ordine pubblico” erano solo paura di corpi ed identità erranti indisponibili a farsi rinchiudere in una gabbia dorata, dove il prezzo della “libertà” è l’accettazione delle linee di cesura che attraversano il nostro spazio sociale.
Cartelli con le “coppie di fatto” danno il segno di una critica intollerabile per la questura e la prefettura, la lunga mano del governo sui territori.
Chiara Appendino e Lorenzo Fontana, la sindaca gay friendly ed il ministro della famiglia omofobo e maschilista. Merkel ed Erdogan, Di Maio e Salvini, le coppie oscene del teatro politico.

Il corteo, cresciuto lungo il percorso, ha sostato in piazza Castello, percorso via Po e via Accademia tra musica, balli, corpi liberi e interventi. In corso Vittorio è dilagato su tutti e quattro i viali sino
alla blindatissima stazione di Porta Nuova, vera frontiera invisibile nel cuore di Torino. Ogni giorno, da mesi, i binari da dove partono i treni diretti in Val Susa sono sorvegliati da pattuglie interforze di poliziotti e militari, che selezionano i passeggeri. Se sei nero, anche se hai un documento in tasca ed un biglietto, ti rimandano indietro. La frontiera con la Francia erige i suoi muri nel cuore di Torino.
Le frontiere sono linee su una mappa. Sottili righe scure fatte di nulla che uomini armati in divisa rendono vere.
Le frontiere dividono e uccidono.
Nel Mediterraneo e in montagna. Nei ghetti dei raccoglitori di frutta e pomodori, nei cantieri dove la sicurezza è un lusso.
Nei tanti interventi durante il corteo abbiamo ricordato Blessing e Mamadou, uccisi dalle frontiere chiuse al Montgenevre, Soumaila Sacko ammazzato dalla lupara al servizio dei padroni.
Le frontiere sono in mezzo a noi. Sono le leggi sul decoro che cacciano i poveri dai luoghi pubblici, sono le leggi sulla proprietà che negano una casa a chi non ce l’ha.
Sono le frontiere tra i sessi, che piegano i corpi e le soggettività erranti alle regole della famiglia, nucleo “etico” che ingabbia le relazioni, fissa i ruoli, nega la possibilità di percorsi individuali fuori dal reticolo patriarcale, statale, religioso.
Il corteo si è concluso con una festa al Valentino benefit per il rifugio autogestito Chez Jesus di Claviere.

Libertà, uguaglianza, solidarietà. I tre principi che costituiscono la modernità, rompendo la gerarchia che modellava l’ordine formale del mondo, hanno il loro lato oscuro, un’ombra lunga fatta di esclusione, discriminazione, violenza.
Questi principi tengono saldamente fuori tanta parte dell’umanità. Poveri, donne, omosessuali, transessuali, bambini, stranieri erano/sono esclusi dall’accesso a questi diritti. La loro universalità, formalmente neutra, è modellata sul maschio adulto, benestante, bianco, eterosessuale. Il resto è margine. Chi non è pienamente umano non può essere “cittadino”, soggetto di diritto.
Chi non è pienamente umano non può aspirare alle libertà degli uomini.
Una libertà regolata, imbrigliata, incasellata. La cultura dominante ne determina le possibilità, le leggi dello Stato ne fissano limiti e condizioni. Per chi ne è escluso si tratta di privilegi, per chi vi è inscritto diviene una gabbia normativa.
Come il matrimonio. Un legame sancito dallo Stato (e dalla chiesa) che fissava la diseguaglianza e l’asservimento delle donne, sottomesse al marito alla cui tutela venivano affidate. Eterne minorenni passavano dalla potestà paterna a quella maritale.
Le lotte che hanno segnato le tante vie della libertà femminile hanno in parte cancellato quella servitù. Ma ne hanno pagato il prezzo. Il prezzo dell’emancipazione femminile è l’adeguamento all’universale, che resta saldamente maschile, bianco, benestante ed eterosessuale.
Lo spazio della sperimentazione, della messa in gioco dei percorsi identitari, tanto radicati nella cultura da sembrare «naturali», tende ad estinguersi, polverizzato dalle cazzutissime donne in divisa, dalle manager in carriera, dal femminismo della differenza che inventa le gerarchie femminili per favorire manovre di lobbing. Tutto deve diventare “normale”, vendibile, controllabile.
Le differenze tra le persone non sono iscritte nella natura o nella cultura, ma offrono una possibilità, la possibilità che ha sempre chi si libera: cogliere le radici soggettive ed oggettive della dominazione per reciderle inventando nuovi percorsi.
Percorsi possibili solo fuori e contro il reticolo normativo stabilito dallo Stato, che, non per caso, nega diritti e tutele alle persone che scelgono di non sposarsi.
La strada del movimento lgbtqi è stata ed è ancora in netta salita. Fascisti e preti continuano le loro crociate per escludere dall’umanità una sua parte. Le discriminazioni, la violenza statale e culturale sono molto forti.
Chi vorrebbe le stesse possibilità degli eterosessuali – adozioni, pensione di reversibilità, diritto alla cura del partner – deve adeguarsi ad un modello rigido di relazione costruita sulla coppia e sui loro figli, alla legalizzazione dei sentimenti, delle passioni, della tenerezza.
Chi sceglie di starne fuori, di fare altre strade, non può avere questi privilegi anche se eterosessuale.
La normalizzazione delle nostre identità erranti è il prezzo per accedere ad alcune libertà che si ottengono solo con il matrimonio, un legame sancito e regolato dallo Stato. È un prezzo che tanti non sono dispost* a pagare.
Abbiamo attraversato la città con la leggerezza di chi si scioglie da vincoli e lacci. Con la stessa leggerezza attraversiamo le nostre vite.
Senza frontiere, che separino i sommersi dai salvati, i cittadini e gli stranieri.
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. La solidarietà ed il mutuo appoggio si possono praticare attraverso relazioni libere, plurali, egualitarie.
Una scommessa che spezza l’ordine. Morale, sociale, economico.

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Aquarius. La stretta finale sulle ONG

La nave Aquarius della ONG SOS Mediterranee con a bordo 629 naufraghi provenienti dalla Libia, dopo due giorni di stallo in acque internazionali, trasborderà parte dei migranti su unità militari italiane, per dirigersi verso il porto spagnolo di Valencia.

Sembrava un’operazione come tante altre. L’Aquarius si è mossa in base alle indicazioni ricevute dal coordinamento della guardia costiera di Roma. Dopo aver salvato i passeggeri di due gommoni, uno già affondato, l’altro in grave difficoltà, ha accolto a bordo altre persone ripescate da unità della marina italiana.
In un primo tempo la guardia costiera aveva indicato Messina come approdo sicuro. L’Aquarius era in viaggio verso quel porto, quando è arrivato lo stop del governo.

La chiusura dei porti italiani è stata decisa dal responsabile della guardia costiera, il ministro dei trasporti e infrastrutture, Danilo Toninelli.
La situazione di stallo seguita alla mossa di Toninelli e Salvini si è sbloccata grazie alla decisione presa dal nuovo governo spagnolo, guidato dal socialista Sanchez.

La partita apertasi lo scorso anno con l’attacco del ministro dell’Interno Minniti alle ONG, che ha portato al sequestro di navi e all’incriminazione dei membri dell’equipaggio, da Jugend Rettet a Proactiva Open Arms, è tutt’altro che chiusa. I porti sono interdetti solo alle ONG. La nave della marina militare Diciotti, con a bordo 800 persone, approderà nelle prossime ore a Catania.

Salvini aveva disertato la riunione dei ministri degli Interni dell’Unione Europea, che la scorsa settimana si sono riuniti per discutere la bozza di riforma del regolamento di Dublino voluta soprattutto da Francia, Germania e paesi nordici ma fortemente contrastata dai paesi dell’est del cosiddetto gruppo di Visegrad, capeggiato dall’Ungheria di Orban.
Salvini, che si è detto molto vicino alle posizioni di chiusura totale delle frontiere caldeggiata e praticata dal gruppo di Visegrad, sulla riforma del regolamento di Dublino è su posizioni opposte. In perfetta continuità con il governo Gentiloni, che, con toni diversi, ma uguale sostanza, aveva contestato la bozza di riforma, perché lascia intatto il principio dell’accoglienza nel primo paese di approdo. Solo dopo 8 anni, se ha ottenuto lo status di rifugiat*, chi è arrivato in uno dei paesi della sponda sud dell’Europa, potrebbe spostarsi in uno degli altri paesi europei.

Il governo Conte sa bene che la partita europea ha tempi lunghi e possibilità limitate, preferisce quindi sferrare l’attacco finale alle ONG che operano nel Mediterraneo. Un colpo ad effetto per accontentare il proprio elettorato. Una partita nella quale oggi Salvini sostiene di aver segnato un punto, fingendo di aver obbligato un altro paese europeo ad aprire i propri porti. Un gioco che probabilmente durerà poco.
Innegabile l’abilità con cui il governo ha condotto l’operazione: grande durezza verbale, ma estrema prudenza.
Il richiamo alla solidarietà europea mette a nudo uno dei nodi irrisolti dal 2011. Allora Maroni giocò la carta del ricatto, concentrando migliaia di profughi della guerra per la Libia a Lampedusa in condizioni terribili in un clima di tensione crescente, ma dovette arrendersi di fronte ai secchi dinieghi dell’UE.
In una notte settemila profughi furono imbarcati e trasferiti in campi tende colabrodo, da dove si riversarono verso le frontiere, che, per un po’ furono molto permeabili.
I tentativi di instaurare un principio di solidarietà di fronte all’esodo dalla Siria devastata dalla guerra civile, si infransero contro i muri che sorsero sempre più fitti, in un’Europa dove rispuntarono i confini.
Oggi il debole tentativo di riforma del trattato di Dublino si infrange contro quei muri.

Ora Salvini prova a giocare di anticipo convocando a Roma una conferenza sulla Libia, cui ha invitato la Francia, la Tunisia, Al Sarraj, “presidente libico” con limitato controllo sulla Tripolitania e Haftar, il militare vicino ad Egitto e Russia, padrone della Cirenaica.
Lo scopo dell’incontro, che precederebbe di pochi giorni il vertice europeo su Dublino 3, è chiudere la rotta libica, pagando per il servizio. A fine mese il ministro dell’Interno volerebbe in Libia per distribuire le mazzette necessarie ad oliare chi controlla le rotte dei migranti, scafisti e gestori dei lager.
Salvini ricalca le orme del suo predecessore, che si recò in Libia a pochi giorni dal proprio insediamento, promise navi, addestratori e soldi ad Al Sarraj. In agosto pagò direttamente le milizie che controllano il traffico degli esseri umani.

Secondo indiscrezioni pubblicate da El Pais ma non confermate dalla Commissione, il governo italiano avrebbe intenzione di bloccare il finanziamento di 3 miliardi di euro che l’Unione europea si è impegnata a destinare alla Turchia, con l’accordo con Ankara del 2016, per fermare l’arrivo dei migranti sulle coste europee. Il governo italiano intenderebbe chiedere che la somma venga destinata alla Libia. Una megatangente per i predoni che controllano l’ex colonia italiana.
Una mossa ardita, ma abile, anche se si esaurisse nell’effetto annuncio, perché potrebbe dar fiato alle pulsioni antieuropeiste, che attraversano il DNA di questo governo.

Sullo sfondo, invisibili, restano 629 uomini, donne e bambini della Aquarius diretti a Valencia. E i tanti altri che si giocano la vita sui sentieri montani, nelle gallerie ferroviarie, in mare e nel deserto, tra mercanti d’uomini e scafisti in abito da ministro. Come Salvini e Toninelli, che per propaganda, li usano come pedine di una scacchiera.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Riccardo Gatti dell’ONG Proactiva Open Arms.

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2 giugno a Torino. Lo sberleffo degli antimilitaristi

Tanto tuonò che non piovve. Doveva essere il 2 giugno della riscossa democratica contro la coalizione giallo-verde. I pentastellati avevano chiesto la destituzione di Mattarella per alto tradimento, il PD aveva fatto una chiamata alle armi a favore del presidente della Repubblica.
Poi i giochi si sono chiusi con un compromesso. Il professor Savona non è andato al Tesoro, ma si è preso una poltrona da Ministro è tutto è rientrato nei binari.
Evitato l’economista blasonato ma antieuro all’economia, Mattarella ha dato il via al governo. Il presidente del consiglio con i titoli taroccati e la sua allegra banda di razzisti, omofobi, misogini hanno avuto la benedizione del presidente, che ha firmato senza batter ciglio.

A Torino, il 2 giugno, il presidente Dem della Regione, Chiamparino, e la sindaca a 5 Stelle della città, si sono trovati fianco a fianco alla cerimonia militarista di piazza Castello.
Nel capoluogo subalpino, come in tutt’Italia la Repubblica ha celebrato se stessa con esibizioni militari, parate e commemorazioni.
Lo Stato ha il monopolio legale della violenza. Guerre, stupri, occupazioni di terre, bombardamenti, torture, l’intero campionario degli orrori umani, se fatto da uomini e donne in divisa, diventa legittimo, necessario, opportuno, eroico.
Le divise da parata, le bandiere, le medaglie non sono solo retaggio di un passato più retorico e magniloquente del nostro presente da supermercato, ma la rappresentazione sempre attuale che lo Stato da di se stesso.
La democrazia reale, strumento duttile di ricambio delle elite, non può fare a meno della forza militare e poliziesca, modulandone l’impiego in base ai rapporti di forza che attraversano la società.
Da qualche anno la funzione di polizia e quella militare si intrecciano e si intersecano sempre più. Gli interventi bellici oltre confine e sui confini sono diventati operazioni di polizia, mentre è diventato “normale” l’impiego dei militari con funzioni di ordine pubblico: la distanza tra guerra interna e guerra esterna è assottigliata.

Le guerre che si combattono altrove, sebbene vedano soldati italiani in prima fila, non suscitano indignazione. Forse neppure attenzione: sono diventate “normali”. Necessarie.
La guerra interna contro migranti, oppositori politici e sociali è più tangibile e gode di ampi consensi. Gli imprenditori politici della paura sono riusciti a piazzare bene il proprio prodotto, fornendo un nemico “interno” da combattere. L’estraneo, l’intruso, il mangiapane a tradimento.

I tempi sono grami, inutile nasconderselo. Una buona ragione per darsi da fare, nella consapevolezza che il vento può cambiare solo se si da una mano a remare per intercettare la brezza che segna la fine della bonaccia.

Il 2 giugno anche gli antimilitaristi sono scesi in piazza, per contrastare le cerimonia armata per la festa delle Repubblica.
La polizia ha chiuso l’ingresso di piazza Castello, blindandolo con camionette, furgoni e uomini dell’antisommossa.
Il presidio convocato all’angolo con la piazza si è dovuto spostare una decina di metri più indietro. Lì è stato montato un binario e una mostra, che racconta di controlli etnici alla stazione di Porta Nuova, per impedire la partenza dei migranti diretti in alta val Susa e, di lì, in Francia.
Numerosi interventi, musica e volantinaggio per circa un’ora, finché, aperto lo striscione dell’assemblea antimilitarista “contro tutti gli eserciti, per un mondo senza frontiere” ci si è mossi verso la polizia, che dopo qualche minuto si è ritirata. Il piccolo corteo ha guadagnato piazza Castello, dove si era appena conclusa la cerimonia militarista.

La gente in piazza ha ascoltato e plaudito gli interventi finali della manifestazione. Un segnale che qua e là il vento soffia nella direzione giusta.

Nella notte ignoti antimilitaristi hanno appeso uno striscione “militari assassini” al monumento ai bersaglieri in corso Galileo Ferraris e ai sei bersaglieri di ferro hanno messo sul capo mutandine colorate.
Una beffa per smontare la retorica militarista, per “fare la festa” alla Repubblica. Un passante ci ha inviato alcune foto che volentieri pubblichiamo.

Di seguito il volantino che l’assemblea antimilitarista ha distribuito in piazza nel pomeriggio.

“L’Italia è in guerra. A pochi passi dalle nostre case si producono e si testano le armi impiegate nelle guerre di ogni dove.

Le usano le truppe italiane nelle missioni di “pace” all’estero, le vendono le industrie italiane ai paesi in guerra. Queste armi hanno ucciso milioni di persone, distrutto città e villaggi, avvelenato irrimediabilmente interi territori.

L’Italia è in guerra. Ma il silenzio è assordante.
La retorica sulla sicurezza alimenta l’identificazione del nemico con il povero, mira a spezzare la solidarietà tra gli oppressi, perché non si alleino contro chi li opprime.

Chi promuove guerre in nome dell’umanità paga il governo libico e quello turco perché i profughi vengano respinti e deportati.

Ogni giorno dalla stazione di Torino partono treni diretti in alta Val Susa. Polizia e militari selezionano le persone in base al colore della pelle.
In Piemonte i migranti prendono le rotte alpine al confine con la Francia.
Il confine è una linea sottile sulle mappe. Tra boschi e valichi, tra le acque del Mare di Mezzo, non ci sono frontiere: solo uomini in armi che le rendono vere.
Le frontiere tra i sommersi e i salvati sono ovunque, ben oltre i confini di Stato e le dogane.
Ogni strada è una frontiera, da attraversare con circospezione. I senza carte ogni giorno rischiano di incappare in una pattuglia, di essere rinchiusi nel CPR o deportati a migliaia di chilometri di distanza.
Pochi giorni fa una giovane donna per sfuggire ai gendarmi è scappata da sola, di notte nei boschi. L’hanno trovata morta nella Durance. Il corpo di un migrante sconosciuto è riaffiorato nella neve,

I militari che vedete a Porta Nuova e al confine sono gli stessi che fanno la guerra in Afganistan, Iraq, Libia…
Anche qui fanno la guerra. La guerra ai poveri, la guerra a chi fugge dalle bombe e dall’occupazione militare.
Guerra interna e guerra esterna sono due facce della stessa medaglia. Oggi i militari fanno la guerra ai poveri senza documenti, domani faranno la guerra a tutti.

Il silenzio è assordante. Il pensiero sulla sicurezza – lo stesso a destra come a sinistra – sembra aver paralizzato l’opposizione alla guerra, al militarismo, alla solidarietà a chi fugge persecuzioni e bombe.

In Val Susa, nel brianzonese e a Torino c’è chi ha deciso di non stare a guardare la gente che crepa, i ragazzi cui amputano i piedi perché non hanno le scarpe adatte, che si perdono nella neve, che dormono in strada.
Mettersi in mezzo è possibile. Dipende da ciascuno di noi.”

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No Tav. Il bivio

Abbiamo fatto tanta strada insieme. Siamo stati saldi anche nei momenti più duri, quando era difficile trovare la bussola. Che fosse su un sentiero invaso dai lacrimogeni, in un’aula di tribunale o in certe assemblee dove era difficile costruire un percorso comune.
Mai però il bivio è stato tanto arduo come ora.

Lega e 5 Stelle stanno stipulando il loro contratto di governo. Tra i punti concordati ci sarebbe il riesame del progetto per la Torino Lyon. La sospensione dei lavori in due giorni è sparita dal programma. Chi sa? Forse il preludio ad una tregua di fatto con l’apertura dei soliti tavoli.
Chi ha invitato i No Tav alla delega e al voto utile potrà sostenere di aver avuto ragione. Anche se non tutte le grandi opere saranno cancellate: una per tutte il Terzo Valico.
Tutto bene? La favola avrà un lieto fine?
Difficile dirlo ora. Resta il fatto che il prezzo da pagare sarà altissimo, ben più alto delle montagne non scavate o dei soldi non spesi.
La guerra nel Mediterraneo e lungo le frontiere contro profughi e migranti diverrà sempre più feroce, costruiranno altre prigioni per i senza documenti, estendendo la detenzione amministrativa a un anno mezzo. Annunciano stanziamenti imponenti per i rimpatri di massa, sgomberi delle baraccopoli rom, messa sotto sorveglianza dei gruppi sociali “inferiori”. Chi occupa una casa, anche se ha i documenti, verrà privato del permesso ed espulso.
Aumenteranno le spese militari ed assumeranno altri poliziotti. Costruiranno nuove carceri per far posto ad un maggiore numero di detenuti. Cancelleranno ogni forma di pena alternativa al carcere.

Sarà il governo della polizia, della galera, della guerra ai poveri, dei morti in mare e sulle rotte di montagna. Credevamo di aver toccato il fondo con gli accordi con le milizie libiche, i respingimenti, i barconi che affondano, le navi soccorso sequestrate, le leggi sul decoro urbano e l’elisione dei diritti dei richiedenti asilo. Non era così: il peggio deve ancora venire.

Il Movimento No Tav in questi anni ha rappresentato un punto di riferimento per chi si batteva contro le grandi opere inutili e dannose. Ma non solo. La lotta contro il treno super veloce è stata anche lotta contro la logica feroce del capitalismo, dello sfruttamento delle risorse e degli esseri umani. Ormai da tanto la nostra non è più una mera storia di treni. È la storia di uomini e donne che hanno assaporato il piacere dell’azione diretta, della politica come luogo di confronto e scelta fuori da ambiti gerarchici, radicata tra le persone. Un’aria di libertà. Di solidarietà con gli immigrati, con gli oppressi, con le fabbriche in lotta, con gli sfrattati, gli antifascisti.

Le derive elettoraliste ci sono sempre state, come anche la capacità di capire e correggere gli errori, nella consapevolezza che solo il movimento popolare, solo i nostri corpi, solo le nostre barricate potevano fermare l’opera e dare, insieme, una bella botta ad un immaginario sociale dove tutto è merce.
La pratica della delega nega la storia di chi ha bloccato per decenni il Tav con l’azione diretta, quando un’intera valle è divenuta ingovernabile.

I No Tav sono fortemente radicati nel locale ma non hanno mai guardato nel proprio cortile. Anzi!

Oggi, il sostegno a formazioni politiche che, pur dichiarandosi No Tav, si caratterizzano per posizioni razziste, xenofobe e giustizialiste, rischia di condurre ad un amaro tramonto.
Il bivio è chiaro. Ridursi ad una logica nimby, salviamo la valle e che il Mediterraneo continui ad inghiottire migliaia e migliaia di migranti, oppure restare ancorati alla propria storia, rompendo con l’abbraccio mortale con le 5 Stelle.

Siamo convinti che nel movimento esistano robusti anticorpi capaci di fermare questa pericolosa deriva.

In tanti in questi mesi hanno creato e rinforzato reti solidali con i migranti in viaggio attraverso le nostre montagne. Le frontiere sono linee fatte di nulla, segni sulle carte, che solo uomini in armi rendono veri. I No Tav si sono battuti, perché la valle non diventasse un mero corridoio per le merci, ma divenisse spazio per relazioni sociali diverse.

Pochi giorni fa Blessing, una ragazza che attraversava il confine, è morta mentre correva lontano dai gendarmi.

Siamo ad un bivio. Prendiamo la strada giusta. Ciascuno di noi, in fondo, sa qual è.

Domani – sabato 19 maggio – spezzone rosso e nero alla marcia No Tav da Rosta ad Avigliana. Ore 14 stazione di Rosta

Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46 – riunioni, aperte agli interessati, ogni giovedì alle 21

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25 aprile. Il filo rosso e nero

Da tanti anni ci ritroviamo vicino alla spalletta di un ponte su un canale che non c’è più. Lì è caduto combattendo l’anarchico Ilio Baroni.
Non è mero esercizio di memoria, ma occasione per intrecciare i fili delle lotte, perché il testimone lasciato da chi non c’è più, è ora nelle nostre mani.
Un compagno racconta ed intreccia. Si volantina alla gente che passa, che ha volti e storie diverse ma la stessa condizione di sfruttamento e oppressione.
Parliamo di Eleonora, che tre giorni prima era partita dalla Barriera per andare a Monginevro, dove le frontiere sono chiuse per chi non ha le carte in regola. Dopo la marcia che ha bucato la frontiera è stata arrestata a Briancon con Theo e Bastien, due compagni svizzeri.
Poi si brinda e si va.
Ai giardini (ir)reali dove gli squatter torinesi hanno il loro appuntamento del 25 aprile, apriamo un gazebo che si trasforma in binario, stazione di Porta Nuova, un filo che sbarra il passaggio
 e una mostra che racconta delle frontiere invisibili che attraversano la città, i controlli mirati,la pulizia etnica. Un’iniziativa dell’assemblea antimilitarista. Pochi giorni prima, il 18 aprile, con la rete Breacktheborder, eravamo entrati in stazione in barba alla polizia. Ai binari da dove partono i treni diretti in alta valle Susa, fili rossi e bianchi e cartelli con la scritta “frontiera”erano stati tirati per aiutarci a raccontare con megafoni e volantini, le storie di chi viene fermato e bloccato perché nato dalla parte sbagliata del mondo.
I fili rossi e neri della memoria si intrecciano ogni giorno nelle nostre lotte.

Di seguito i volantini distribuiti durante la commemorazione e ai giardini.

25 aprile. Oggi come ieri. Contro lo stato e i padroni
Ilio Baroni, operaio toscano emigrato a Torino negli anni venti, era comandante della VII brigata Sap delle Ferriere.
Le Sap, Squadre di Azione Patriottica sabotavano la produzione, diffondevano clandestinamente volantini antifascisti e si preparavano all’insurrezione. Ilio, nome di battaglia ”il Moro”, è protagonista di azioni di guerriglia.
Il 25 aprile a Torino la città è paralizzata dallo sciopero generale, scoppia l’insurrezione, la città diventa a breve un campo di battaglia.
Baroni e i suoi attaccano la stazione Dora e si guadagnano un successo. Giunge una richiesta d’aiuto dalla Grandi Motori. Il Moro non esita ad aiutare i compagni nel mezzo di una battaglia furiosa, e cade sotto il fuoco. È il 26 aprile.
Ilio Baroni non potrà vedere il momento per cui ha lottato duramente tutta la vita…

Ma il fascismo non è morto il 25 aprile del 1945…
Tra sfruttamento, lavori precari e pericolosi, morti in mare, leggi razziste, militari per le strade, guerra, la democrazia somiglia sempre più al fascismo.
Anche quest’anno il 25 aprile ci incontriamo alla lapide di Ilio Baroni. La pietra che lo ricorda è nel centro del quartiere operaio di Barriera di Milano, all’angolo tra corso Giulio e corso Novara.
Oggi rimane solo un pezzo di muro con la pietra, il nome, la foto scolorita.
Sino ad una trentina di anni fa quel muro era la spalletta di un ponte su un piccolo canale.
Era una zona di fabbriche ed un borgo di operai. Operai combattivi, gli stessi dell’insurrezione contro la guerra e il carovita del 1917, quelli dell’occupazione delle fabbriche, della resistenza al fascismo, gli anarchici che durante gli anni più bui della dittatura mantennero in piedi un gruppo clandestino, la gente degli scioperi del marzo ’43.
Oggi sono quasi del tutto scomparsi anche i ruderi di quelle fabbriche. Delle ferriere, dove lavorava Baroni, restano solo gli imponenti travoni di acciaio in mezzo ad un improbabile parco urbano tra ipermercati e multisale.
Il cuore del quartiere è cambiato. La Barriera aveva resistito agli anni dell’immigrazione dal sud, facendosi teatro di lotte grandi tra fabbrica, scuola, quartiere, eludendo il rischio della guerra tra poveri e del razzismo per costruire una stagione di lotte, che ormai trascolora nella memoria dei tanti la cui vita ne è stata attraversata.
Oggi vivere qui è più difficile che in passato: non è solo questione dei soldi che mancano e del lavoro che non c’è, e, se c’è è sempre più nero, pericoloso, precario. C’è un disagio diffuso che non sempre si fa percorso di lotta, ci sono fascisti, leghisti e comitati spontanei, che soffiano sul fuoco cercando di alimentare la guerra tra poveri, puntando il dito contro i tanti immigrati africani, magrebini, cinesi, rumeni, peruviani che ci abitano.
Il governo della città è stato per decenni nelle mani degli eredi di Togliatti, il comunista che ha graziato i fascisti, i repubblichini torturatori ed assassini. Fascisti meno pericolosi per la nuova repubblica degli anarchici seppelliti in galera per aver combattuto il fascismo prima e dopo le date ufficiali della resistenza. Togliatti e i suoi hanno imbalsamato la Resistenza, rinchiudendola in una teca avvolta nel tricolore.

Oggi governano Torino i populisti, razzisti e giustizialisti a 5Stelle, che si congratulano con la polizia che reprime i No Tav e arresta gli anarchici.
Il nuovo questore ha moltiplicato retate e controlli, per cacciare i senza carte e senza tetto. I giardini intitolati alla sadica Teresa di Calcutta – quella che negava l’anestesia a chi veniva operato nei suoi ospedali – sono stati riempiti di telecamere: i poveri devono cercare altri posti per passare la notte.

Lo scorso giugno la paura ha fatto migliaia di feriti e ucciso una donna in piazza San Carlo, durante la proiezione di una partita. Nessuno sparò, nessuno lanciò l’auto contro la folla, nessuno fece esplodere una bomba. Non accadde nulla, ma la paura uccide, il panico uccide. La paura è stata creata a tavolino da decenni di propaganda fascista, leghista e democratica.
Dieci mesi dopo quella notte di giugno, dal cappello dei prestigiatori della Procura torinese sono saltati fuori i capri espiatori, quelli “giusti”, quelli perfetti per il ruolo che devono recitare: due ragazzi stranieri, che avrebbero usato dello spray al pepe per mettere le mani su qualche portafoglio.
Loro sarebbero i responsabili della grande paura di piazza San Carlo. Tutto torna e il cerchio si chiude.
Un fatto da nulla, che certo non sarebbe bastato a scatenare il terrore, viene usato per non ammettere che i veri responsabili siedono in parlamento, nelle redazioni di tanti giornali, tv e radio. Sono loro gli imprenditori politici della paura. In loro difesa è scesa in campo una squadra di agguerritissimi PM, perché la paura è il cemento con cui si costruiscono muri, prigioni, guerre.

Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti, mentre le periferie sono in bilico tra riqualificazioni escludenti e un parco giochi per carabinieri, alpini e poliziotti.

Da qualche anno il vento timidamente sta cambiando anche se per ora è solo una brezza lieve.
Noi, ogni 25 aprile ci ritroviamo alla lapide: si parla, si brinda, si chiacchiera con chi passa. Non è solo una commemorazione. E’ la scelta tenace per i tanti di noi che in questo quartiere sono nati e continuano a vivere, di alimentare il venticello che segnala il mutare dei tempi.
Annodiamo i fili della memoria di ieri con le lotte di oggi.
Le lotte che vedono in prima fila altri partigiani, quelli che si battono contro l’occupazione militare in Val Susa, chi si mette di mezzo contro sfratti e deportazioni, contro il razzismo e il fascismo.
Oggi come allora i partigiani sono trattati da banditi, terroristi, delinquenti. Oggi come allora la gente delle periferie comincia a capire da che parte stare.
I partigiani di Barriera in quel lontano aprile hanno combattuto perché volevano un mondo libero, senza schiavitù salariata.
Il loro sogno continua ogni giorno nella lotta per una società di liberi ed eguali. Senza Stato né padroni.
Federazione Anarchica Torinese

Guerra e frontiere a Porta Nuova
Ogni giorno dalla stazione di Torino partono treni diretti in alta Val Susa. Ci salgono centinaia di persone che viaggiano per seguire i fili della propria vita. Qualcuno prosegue per la Francia per turismo o per lavoro.
Ma non tutti arrivano: alcuni non riescono neppure a partire. Vengono controllati da polizia e militari al binario o direttamente sul treno. Non importa che abbiano il biglietto, non importa che vogliano, come tutti, scegliere il posto dove vivere. Uomini e donne in divisa bloccano chi non ha le carte in regola.
Le stazioni, da luogo di scambio, di movimento, di passaggio diventano barriere escludenti, dove le persone sono selezionate in base al colore della pelle.
Un biglietto che costa pochi euro per noi tutti, diventa una tangente da 300 euro, per pochi consigli e poco più elargiti dai passeur alla gente che prova a bucare il confine.

Le frontiere chiuse dell’Europa uccidono uomini, donne e bambini che fuggono guerre, miseria, persecuzioni e dittature.
Capita ogni giorno. Nel silenzio e nell’indifferenza dei più.
Si muore in mare, nel deserto, nelle gallerie ferroviarie, sui valichi alpini.
Chi arriva Italia e vuole proseguire il proprio viaggio finisce intrappolato da gabbie fisiche e normative.
I trattati europei impongono di fare richiesta d’asilo nel paese d’arrivo. L’Italia è il primo approdo per tanta gente, la cui meta è più a nord.
In Piemonte i migranti provano a passare a piedi usando le rotte alpine al confine con la Francia.
Quelli che riescono a passare possono essere respinti più e più volte. I gendarmi riportano le persone al di là del confine.
Il confine è una linea sottile sulle mappe. Tra boschi e valichi, tra le acque del Mare di Mezzo, non ci sono frontiere: solo uomini in armi che le rendono vere.
Le frontiere tra i sommersi e i salvati sono ovunque, ben oltre i confini di Stato e le dogane.
Le frontiere sono quasi invisibili per chi ha la fortuna di possedere un documento, di essere bianco, di avere la cittadinanza. Per gli altri, per i senza carte, ad ogni passo si nasconde un’insidia, ogni giorno si rischia di incappare in un controllo, di essere rinchiusi nel CPR o deportati a migliaia di chilometri di distanza.

I militari per le strade affiancano polizia e carabinieri. Per i senza carte ogni banale controllo può trasformarsi in un tragico gioco dell’oca, quando i dadi ci riportano al punto di partenza
Ma ugualmente ogni giorno qualcuno cerca di muoversi per costruirsi un futuro.
Ogni strada è una frontiera, da attraversare con circospezione.

I militari che vedete a Porta Nuova sono gli stessi che fanno la guerra in Afganistan, Iraq, Libia, Niger.
Anche qui fanno la guerra. La guerra ai poveri, la guerra a chi fugge dalle bombe e dall’occupazione militare.
Guerra interna e guerra esterna sono due facce della stessa medaglia. Oggi usano i militari per fare la guerra ai poveri senza documenti, domani faranno la guerra a tutti.

Da qualche mese in Val Susa, nel brianzonese e a Torino c’è chi ha deciso di non stare a guardare la gente che crepa, i ragazzi cui amputano i piedi perché non hanno le scarpe adatte, che si perdono nella neve, che dormono in strada.
Mettersi in mezzo è possibile. Dipende da ciascuno di noi.

Il 25 aprile si ricorda l’insurrezione contro il fascismo. Il fascismo è stato colonialismo, leggi razziali, guerra e dittatura. Oggi abbiamo guerre per il controllo di risorse e territori, leggi razziste, prigioni amministrative, sempre meno spazi di libertà.

Oggi il fascismo ha il volto della democrazia.

Assemblea antimilitarista

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Occupazione, sgombero e manganellate. I rider torinesi di Deliveroo in trasferta a Milano

Deliveroo è una multinazionale delle consegne rapide. Si avvale della “collaborazione” di lavoratori non dipendenti, liberi professionisti, che non hanno diritto all’indennità da infortunio, alle ferie, alla mutua, alla previdenza. Nessuna copertura. La compensazione di tale vuoto di tutele sarebbe la libertà di lavorare quanto e quando si vuole.
O no? Sino a poco tempo fa i fattorini dichiaravano la propria disponibilità a lavorare per la settimana, la app che ne governa l’attività confermava o meno i turni richiesti. C’era una paga oraria minima e poi un tot a consegna. Per guadagnare qualcosa era necessario essere molto disponibili per molte ore.
Ora Deliveroo alza il tiro, mira a tenere al guinzaglio i fattorini, lasciando a terra i meno disponibili e flessibili.
La nuova app, già introdotta in vari altri paesi europei, prevede una selezione dei fattorini in base alla loro disponibilità a lavorare, specie nei fine settimana, quando le richieste di consegna aumentano.
Non solo. Deliveroo mira ad introdurre il cottimo. Se non pedali, anche se hai passato ore ad aspettare, non guadagni nulla. Se non pedali in fretta il tuo guadagno sarà risibile.
Non c’è bisogno della frusta: o ti disciplini da solo o non guadagni niente.
Vi ricordate “Samarcanda”? La ballata di Vecchioni dove il protagonista lancia il suo cavallo in una corsa folle, per scoprire che la morte da cui fuggiva lo aspettava all’arrivo?
Lavorare a cottimo è una corsa folle verso Samarcanda.
Secondo una recente indagine Istat la produttività del lavoro e la redditività del capitale hanno avuto una significativa crescita nel 2017.
Queste cifre, tradotte dai numeri ai fatti, ci descrivono la crescita dello sfruttamento dei lavoratori, che lavorano sempre più per sempre meno.
Nulla di nuovo sotto il sole. L’unica novità è la spersonalizzazione del rapporto padrone/lavoratore favorita dalla tecnologia utilizzata. Gli algoritmi che governano le vite dei fattorini sono pensati per rispondere alle esigenze di chi si arricchisce sul lavoro altrui.

Il 20 marzo i rider torinesi hanno deciso di scioperare. Ritrovo nella Casa dei Rider in attesa degli ordini di consegna. Man mano che gli ordini arrivano vengono rifiutati, sino alla paralisi del servizio. Da tempo è stata abolita la possibilità di darsi disponibili anche fuori turno, che consentiva chi non era in servizio di unirsi allo sciopero.

Il giorno dopo i rider si danno appuntamento allo sportello rider: unico momento in cui i fattorini possono incontrare fisicamente responsabili dell’azienda, ormai organizzata in modo totalmente virtuale: firma dei contratti, organizzazione del lavoro e ogni altra comunicazione avvengono on line.
La responsabile rifiuta l’incontro, poi promette di telefonare ai capi a Milano. Poi chiama un taxi e, con gli altri due impiegati si dilegua, chiudendo lo sportello per l’intera giornata.

Di qui la decisione di andare a stanarli nella loro sede centrale a Milano, che sabato scorso è stata occupata e poi sgomberata con la forza.

Nel pomeriggio di venerdì 13 aprile, in occasione dello sportello riders milanese, una ventina tra ciclofattorini e solidali hanno occupato gli uffici di Deliveroo Italia per pretendere delle risposte alle proprie richieste.
I lavoratori si sono presentati con una lettera di rivendicazioni. Matteo Sarzana, il general manager della multinazionale, arriva protetto dalle guardie private. Sarzana, visibilmente nervoso, si attacca alla retorica della precarietà della sua posizione. Siamo tutti sulla stessa barca: chi al timone, chi a remare, chi a sparare su chi non va lesto, chi a contare i soldi guadagnati.
É subito chiaro che Sarzana non molla un centimetro. Chi non china il capo e pedala in silenzio per pochi soldi, è libero di licenziarsi. O, meglio, di rescindere il contratto di collaborazione.
Le chiacchiere di Sarzana servono solo a prendere tempo, il tempo necessario all’arrivo della polizia, che lo “scorta” fuori dall’edificio. La Digos entra e cerca di identificare i lavoratori, che stavano provando ad aprire un tavolo di trattativa.
Di fronte al rifiuto, la polizia politica minaccia di far arrivare l’antisommossa, che poco dopo arriva e si schiera all’esterno, dove accorrono anche alcuni solidali.
In questo caos, i dispatcher, che sovrintendono gli ordini dei fattorini, continuano a pigiare i tasti del loro PC come se nulla fosse.
I guardioni spingono, fanno battute sessiste, provocano. La tensione si alza sia dentro che fuori: guardie private e poliziotti picchiano e manganellano rider e solidali
Un ragazzo viene lievemente ferito alla testa durante gli scontri.
Poi si parte per un breve corteino in zona.

Il giorno dopo la dirigenza della multinazionale emette un comunicato volto ad isolare e criminalizzare i lavoratori in lotta, additati come rivoluzionari di professione, pochi arruffapopoli invisi agli altri lavoratori fidelizzati. Le lotte di questi mesi, gli scioperi con blocco totale delle consegne, dimostrano che Deliveroo gioca la carta della delegittimazione dei lavoratori più attivi nelle lotte, nella speranza di riuscire a spezzare il fronte dei ciclofattorini.
La lotta continua.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Stefano, uno dei rider in lotta

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Vittorio Taviani. Le coq est mort

È morto Vittorio Taviani. Nel 1972, con il fratello Paolo, aveva scritto e diretto il film “San Michele aveva un gallo”. La vicenda, pur con una chiara nuance allusiva, non si riferiva a fatti realmente accaduti.
Il protagonista è un anarchico militante nella Prima Internazionale, condannato all’ergastolo dopo un tentativo insurrezionale.
In galera subiva un isolamento totale. Gran parte della narrazione si dipana intorno ai suoi tentativi di mantenersi lucido in quella situazione terribile.
Dopo dieci anni decidono il suo trasferimento in un altro carcere.

Si trova su un’imbarcazione nella laguna veneta, scortato alla nuova prigione. Durante il viaggio la sua barca incrocia quella di altri detenuti. Uno di loro gli dice che ora il socialismo era elettoralista, che la sua visione della rivoluzione era perdente, perché mancava della scienza del materialismo storico.
L’uomo, in quei pochi minuti prende coscienza del fallimento dell’anarchismo di fronte alla scienza marxista e si suicida, annegandosi nella laguna.
Quel film era il tipico esempio della spocchiosa arroganza dei marxisti di quegli anni, convinti che, forti dei loro gulag, avevano trionfato su quei poveri utopisti degli anarchici.
Tanti anni sono passati da allora. Il marxismo e la socialdemocrazia sono morti, fallendo miseramente nei loro progetti di emancipazione sociale.
L’anarchismo è invece ancora vivo nelle lotte sociali del pianeta.
Anche Vittorio Taviani è morto. Non possiamo non notare la sua incoerenza. Ha preferito morire nel suo letto. Dopo la constatazione del fallimento del marxismo, per un briciolo di dignità, avrebbe dovuto annegarsi nella laguna veneta.
E. P.

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Kinder sorpresa!

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Dove c’è Barilla c’è casa

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Pistole elettriche: tortura di Stato

Il taser, la pistola elettrica, già in uso alla forze dell’ordine di vari paesi, tra cui gli Stati Uniti e la Svizzera, verrà sperimentata anche in sei città italiane.
Il taser, dal nome della più nota delle ditte produttrici, sarebbe un’arma non letale, usata per immobilizzare con il dolore non per uccidere.
La realtà è molto diversa.
Il quadro che emerge dai paesi dove il taser è in dotazione alle forze dell’ordine da un paio di decenni, è molto diverso.
La pistola elettrica, oltre ad essere un evidente strumento di tortura, in più occasioni ha ucciso.
Secondo Amnesty International i morti, solo negli Stati Uniti, sono tra gli ottocento e i mille in meno di vent’anni.
Nel 2007 l’ONU, che certo non può essere sospettata di inclinazioni sovversive, ha dichiarato che il taser è uno strumento di tortura.

Il principio è lo stesso dell’elettroshock: cambia solo la durata della scarica. Chi viene colpito riceve una scarica ad alta tensione e bassa intensità di corrente, che ne paralizzerà i movimenti facendo contrarre violentemente i muscoli.
È stato inventato alla fine degli anni Sessanta, ma i modelli che permettono l’immobilizzazione totale di una persona sono stati progettati a partire dalla fine degli anni Novanta.
La scarica è calibrata sul peso medio delle persone: da 50 a 90 kili. Spesso persone obese, sono state colpite due volte di seguito, perché la prima scarica non era sufficiente a bloccare. La seconda invece è spesso letale. I malati di cuore sono a rischio se colpiti dal taser.

In Svizzera, dove è in dotazione alle autorità cantonali, viene usato per spaventare e torturare i migranti, che protestano contro i rimpatri coatti. La polizia francese lo ha utilizzato alla frontiera di Ventimiglia.

Come tutte le armi “non letali” ha regole d’uso meno rigide rispetto alle armi da fuoco. La consapevolezza degli effetti terribili di questa pistola elettrica e della facilità con cui può essere usata costituisce una minaccia potente.

Il modello più pericoloso è quello a doppia carica, che consente di sparare due scariche consecutive, senza necessità di ricarica. Inutile dire nel nostro paese è stato adottato proprio quello.

In Italia la sperimentazione è partita il 20 marzo in sei province: Milano, Brindisi, Caserta, Catania, Padova e Reggio Emilia. In una seconda fase si andrà a regime in tutta Italia. La procedura coinvolge poliziotti e carabinieri.

Ascolta la diretta di radio Blackout con Robertino Barbieri, di Psycoatthiva

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La caduta di Afrin, le piazze solidali di Torino

Dopo Afrin, il sultano punta a Mambij e Kobane
Il 18 marzo Afrin è stata occupata dalle truppe turche e dalle milizie islamiste. I media italiani le chiamano “Esercito Libero”, una sigla che raccoglie varie formazioni salafite: la più nota è Jabhat Al-Nusra, la branca siriana di Al Qaeda. Gli abitanti dopo 55 giorni sotto le bombe sono stati costretti ad abbandonare la città.
Gli invasori hanno tagliato l’acqua, l’elettricità, distrutto gli ospedali, per obbligare la popolazione curdofona ad andare in esilio.
Erdogan già annuncia il ritorno in Siria di profughi arabi e di curdi jihadisti per sostituire la popolazione messa in fuga con il terrore.
I profughi sopravvivono in condizioni durissime, grazie alla solidarietà della gente del cantone vicino dove si sono rifugiati.
Il tributo di sangue per la difesa di questa enclave dove si sperimentavano relazioni politiche e sociali anticapitaliste, femministe ed ecologiste è stato altissimo.
Afrin non è tuttavia ancora pacificata, perché continuano le azioni di guerriglia delle milizie YPG e YPJ e SDF.
Erdogan ha intenzione di attaccare Kobane, Mambij e tirare dritto sino al Kurdistan iracheno.
Russia, Iran e Turchia stanno trattando la spartizione: il futuro della Siria dipenderà anche dagli accordi che verranno stipulati, tra (ex) nemici.
Ma il quadro si chiarirà solo quando gli Stati Uniti scopriranno le loro carte.

Manterranno gli impegni presi con i curdi siriani, il cui contributo alla sconfitta dell’Isis è stato decisivo in molte battaglie, prima tra tutte quella di Raqqa, o lasceranno mano libera all’ingombrante alleato turco?
Nel frattempo il PKK, per evitare l’attacco turco su Senjal, l’area curdofona di religione Yezida, ha annunciato il ritiro delle proprie truppe e la riconsegna dell’area al governo iracheno.

In queste settimane si sono moltiplicate le iniziative di piazza e le azioni dirette in solidarietà con la popolazione del Rojava sotto attacco.
A Torino c’è stata una prima manifestazione l’11 marzo, quando il presidio convocato in piazza Castello si è trasformato in un corteo sino a Porta Susa, dove sono stati affissi bandiere e striscioni.
Il 17 marzo, è stato lanciato un nuovo presidio. Quel giorno tre missili avevano distrutto l’ultimo ospedale della città. L’artiglieria aveva colpito una colonna di profughi. La pulizia etnica era cominciata.
Il giorno prima era stata diffusa la notizia che l’UE avrebbe consegnato al Sultano di Ankara 3 miliardi, la seconda tranche pattuita con la Turchia perché impedisca a profughi e migranti di lasciare il paese.
L’Italia, in prima fila nella guerra alla gente in viaggio, a pochi giorni dall’inizio dell’operazione ramoscello d’ulivo aveva accolto Erdogan con tutti gli onori, tacendo dei massacri e della pulizia etnica, che si stava per consumare ad Afrin.
Dopo le visite ufficiali la parola passò ai manager delle industrie italiane che fanno lauti affari con la Turchia. In prima fila il colosso armiero Leonardo, poi ENI, Barilla, Unicredit, Ferrero e tante altre.
Nemmeno il blocco della SAIPEM dell’ENI, cui la Turchia impedisce le trivellazioni in mare previste da un accordo con Cipro, ha incrinato le buone relazioni tra Roma ed Ankara.

In queste settimane in ogni dove ci sono state manifestazioni di solidarietà con la resistenza della popolazione di Afrin e del Rojava all’attacco degli islamisti turchi e siriani.
A Torino ci sono stati tre cortei ed alcune azioni dirette: scritte, striscioni, un fuoco sotto all’AMX piazzato nella rotonda dietro all’Alenia.
Ad Afrin la gente è stata uccisa da armi prodotte in Italia, molte a Torino.

La prima iniziativa si è tenuta l’11 marzo, quando è stata diffusa la notizia che le truppe turche stavano completando l’accerchiamento, mentre i bombardieri bruciavano il centro abitato.
Era tempo di agire.
Il presidio convocato in piazza Castello si è trasformato in un corteo determinato e comunicativo.
La manifestazione si è conclusa a Porta Susa, dove sono stati affissi bandiere e striscioni.

Il 17 marzo l’appuntamento era in piazza Carlo Felice, di fronte alla stazione di Porta Nuova. Il presidio si è trasformato in corteo. I rumori dei bombardamenti e le voci da Afrin sono risuonate per il centro cittadino. I media hanno osservato per due mesi la consegna del silenzio.
Il silenzio sui massacri, le bombe, i bambini morti.
In via Roma, nei pressi della sede del quotidiano Repubblica al suono dei bombardamenti molte donne si sono lasciare cadere, per dare voce ai corpi invisibili delle donne curde che resistono e muoiono.
Imponente lo schieramento di polizia: la questura ha blindato la stazione e i negozi del centro.
Il corteo, dopo numerose fermate e interventi si è concluso in piazza Castello.

Il giorno successivo i media hanno rotto il silenzio, dando ampio spazio alle dichiarazioni trionfali di Erdogan. Le immagini di fonte turca mostravano prigionieri pesti e i soldati della mezzaluna nell’atto di abbattere la statua del fabbro Kawa. La storia di Kawa è tra i miti fondanti dell’identità curda, perché narra della battaglia impari tra il fabbro e il tiranno assiro Dehak.
Una storia che viene celebrata ogni 21 marzo con l’accensione di fuochi per il capodanno curdo, il Newroz.
Una festa che quest’anno si è svolta nelle aree curdofone e tra la gente della grande diaspora curda con lo sguardo rivolto ad Afrin.
Gli anarchici turchi del DAF hanno partecipato alle manifestazioni e diffuso questo testo: “Pensi che la lotta di Kawa finirà? Pensi che il fuoco che ha acceso sarà spento? Centinaia di Dehaq, in migliaia di anni, hanno cercato di spegnere questo fuoco che è la lotta per la libertà e per la giustizia.
Pensi che Kawa sia solo una statua che puoi distruggere?
Nessun padrone, in molte geografie, ha avuto la capacità di distruggere le idee e la lotta di Kawa, con le loro invasioni o distruzioni.
Ora è il momento di fare più grande il fuoco di Kawa, è il momento di fare più grande il fuoco della libertà, ora è il momento del Newroz!”

Il 24 marzo un corteo ha attraversato il centro cittadino, partendo da piazza XVIII dicembre. Tanta gente, in prima fila le donne, che hanno fatto una catena solidale con fazzoletti e braccia allacciate. In via Pietro Micca la sede di Unicredit, banca che si era seduta a tavola con Erdogan, in occasione della sua visita di stato in Italia, è stata spruzzata di colore e ricoperta di scritte.
Dopo una lunga sosta in piazza Castello il corteo si è concluso alla RAI. La polizia in assetto antisommossa ha bloccato il corteo in via Rossini prima dell’ingresso in via Verdi. I manifestanti hanno fronteggiato a lungo i poliziotti prima di sciogliersi.
Forte è risuonato l’appello alla lotta, alla solidarietà, all’azione diretta.

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Catalogna. Il pugno di di ferro di Rajoy, la risposta delle piazze

L’arresto di Carles Puigdemont in Germania è l’ultimo atto della guerra tra lo Stato Spagnolo e l’aspirante Stato Catalano. Controllato a distanza tramite un navigatore applicato alla sua auto, l’ex presidente catalano è stato intercettato al confine tra la Finlandia e la Germania, paese che, secondo l’intelligence spagnola poteva essere più sensibile alle richieste di estradizione di Madrid.
Lo strumento giuridico usato è un mandato di cattura europeo. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sul ruolo dell’Europa delle polizie e dei confini a permeabilità variabile, li ha sicuramente persi. Un’ulteriore brutta botta per gli indipendentisti catalani, sempre più frustrati nella loro enfasi europeista.
Le elezioni, convocate dopo lo scioglimento d’autorità del parlamento catalano, hanno nuovamente dato la maggioranza agli indipendentisti, ma, dopo tre mesi non si è ancora costituito un governo regionale.
Jordi Turull di JuntsXCat, ultimo candidato presidente, è stato arrestato qualche giorno prima di Puigdemont. Con lui sono finiti in carcere altri quattro deputati. Marta Rovira di Esquerra Republicana ha preso la via dell’esilio.
Dopo lo scioglimento di autorità del parlamento catalano e la deposizione della Generalitad forse il PPE al governo sperava in un risultato diverso, ma al di là della crescita di Ciudadanos, i vari partiti della costellazione indipendentista restano l’ago della bilancia. La risposta di Madrid al referendum e alla dichiarazione di indipendenza lasciavano pochi dubbi: Madrid non intende mollare e sta intensificando l’azione repressiva.
La partita resta tuttavia apertissima e foriera di conseguenze imprevedibili.
Dopo le grandi manifestazioni seguite all’arresto di Turull e degli altri deputati, all’annuncio dell’arresto in Germania di Puigdemont, le piazze catalane si sono nuovamente riempite.
Decine di migliaia di manifestanti a Barcellona, Girona, Lleida, Tarragona e in altri centri della Catalogna hanno dato vita a manifestazioni spontanee. Ci sono stati numerosi tafferugli con la polizia, compresi i Mossos de Esquadra catalani. Almeno 101 persone hanno riportato ferite non gravi.
La polizia in tenuta antisommossa ha caricato con manganelli gli indipendentisti, che in alcuni casi hanno risposto con lancio di oggetti, innalzando barricate e incendiando cassonetti. Almeno 6 le persone arrestate a Barcellona mentre cercavano di avvicinarsi alla sede della rappresentanza del governo di Madrid. I manifestanti hanno anche bloccato il traffico in quattro autostrade nella regione.

In Spagna, dopo la ley mordaza, sono scattate numerose operazioni repressive, che hanno colpito soprattutto anarchici e libertari, alcuni in carcere ormai da oltre un anno.
Il pugno di ferro di Rajoy sta colpendo con estrema durezza ogni forma di opposizione politica e sociale, arrivando a fermare ed arrestare artisti di strada, le cui esibizioni mettevano alla berlina il potere.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Claudio Venza, docente di storia della Spagna contemporanea all’università di Trieste, profondo conoscitore della Catalogna, dove trascorre parte dell’anno.

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Torino. No alle guerre per l’Africa

18 marzo. Pioggia battente e freddo da ritorno d’inverno per il presidio che si è svolto in città in occasione della week of action antimilitarista contro le missioni militari italiane all’estero.
Una buona occasione per raccontare, anche con cartelli e mostre, le prossime partenze delle truppe tricolori per la Libia, la Tunisia, il Niger.
In serata sui muri della città sono apparse scritte e stencil contro gli eserciti e la guerra in Africa.
La piazza intitolata al generale Baldissera, uno dei protagonisti delle guerre coloniali dell’Italia e quella dedicata alla città eritrea di Massaua sono state cambiate in “Piazza vittime del colonialismo italiano”.
Alla Scuola di applicazione e istituto di studi militari dell’esercito italiano è comparsa la scritta “Scuola di assassini. No a tutti gli eserciti!”.

Di seguito il volantino dell’assemblea antimilitarista torinese:
“Un contingente di parà della Folgore partirà presto per il Niger. Seguiranno specialisti del Genio, addestratori, esperti delle forze speciali.
Sulla carta una missione contro il terrorismo nel cuore del Sahel. La missione in Niger è l’ultimo tassello di una strategia di esternalizzazione della repressione dell’immigrazione. Decenni di campagne mediatiche hanno trasformato le migrazioni in un fronte di guerra.
Porre le basi per nuovi campi di concentramento per migranti a sud della Libia è un programma più volte accarezzato dai governi in questi anni. Un’impresa improbabile in una regione desertica con un confine lunghissimo, dove le rotte possono cambiare rapidamente.
Resta tuttavia la volontà di piazzare truppe per rendere ancora più difficile il passaggio di profughi e migranti.
Quest’anno aumenta l’impegno militare in Libia e si inaugura un nuovo fronte in Tunisia, per difendere il Transmed, il gasdotto che porta il gas algerino in Sicilia.
“Aiutiamoli a casa loro”, lo slogan più gettonato e tragico degli ultimi anni, è destinato a finire in soffitta.
Lo scorso anno l’Italia ha stretto un accordo con il debole governo della Tripolitania per i respingimenti in mare.
In estate il governo ha cacciato dal Mediterraneo buona parte delle ONG che soccorrevano la gente dei gommoni, accusandole di collaborare con gli scafisti.
Qualche giorno fa Segen, un giovane eritreo, è morto subito dopo lo sbarco in Italia. Secondo i medici è stato ucciso dalla fame. Il sindaco di Pozzallo ha paragonato gli uomini e le donne sbarcati con Segen agli ebrei scampati ad Auschwitz. Ed è proprio così. Segen era rimasto in una prigione per migranti in Libia per 19 mesi.
Da agosto l’Italia paga le milizie di Zawiya e Sabratha che proteggono gli impianti dell’ENI e gestiscono il traffico dei migranti, affinché blocchino le partenze. Tutti sanno che la Libia è un inferno per la gente in viaggio: sequestri, ricatti, torture, stupri per ottenere un riscatto dalle famiglie.
Gli esecutori di questi crimini sono a Tripoli o a Sabratha, i mandanti sono in parlamento a Roma.
L’ipocrisia del governo maschera gli obiettivi, ma il nuovo target dei militari tricolori è chiaro: “Ammazziamoli a casa loro.”

Ma. La posta è molto più alta: mettere le mani sulle immense risorse di un continente depredato, schiavizzato e colonizzato da secoli. A sud del Sahara la gente non mangia quello che produce e non produce quello che mangia: il colonialismo impose monocolture di caffè e cacao e il riso prodotto nelle colonie asiatiche come alimento principale. In Africa il colonialismo non è mai finito.
Il Niger è un paese ricco di uranio, il combustibile delle centrali nucleari. Un minerale di importanza strategica per la Francia, che ha centrato sull’atomo la propria strategia energetica. Con la missione in Niger l’Italia mette i piedi nell’Africa “francese”. A sua volta la Francia dal 2011 tenta senza successo di mettere i propri in Libia, per contrastare il monopolio dell’ENI ed imporre la Total.

Nel 2018 la spesa militare crescerà dell’8,6%. Per missioni all’estero, mantenimento di basi e poligoni, nuovi sistemi d’arma verranno spesi 25 miliardi.
Soldi sottratti a pensioni e salute. Così anche in Italia i poveri muoiono prima. Usurati dal lavoro, senza soldi per la sanità privata, senza futuro per figli e nipoti. Ma la “colpa” è delle popolazioni africane depredate e private di risorse ed autonomia alimentare. La colpa è di chi fugge guerra e povertà, non di chi saccheggia, devasta e depreda un intero continente.

Le guerre dell’Italia per decenni sono state coperte da giustificazioni umanitarie: oggi il mantra è la “lotta al terrorismo”, nel cui nome si giustificano le città distrutte, i corpi dilaniati, i bambini spauriti, i migranti che muoiono in viaggio. Occupazione militare, bombardamenti, torture e repressione non fermano la Jihad ma la alimentano.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Militari italiani in Libia e Niger come nelle strade delle nostre città, dove vanno a caccia di senza documenti, e reprimono le insorgenze sociali. La propaganda è la stessa: le questioni sociali, coniugate in termini di ordine pubblico, sono il perno su cui fa leva la narrazione militarista.

La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.

Assemblea Antimilitarista
antimilitarista.to@gmail.com
La prossima riunione – aperta agli interessati – sarà martedì 27 marzo alle 21 presso la Federazione Anarchica Torinese in corso Palermo 46”

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Torino 8 marzo. Se non posso ballare non è la mia rivoluzione!

Un alito di primavera ha accompagnato un lungo 8 marzo di lotta all’ombra della Mole.
In piazza Castello sin dal mattino è un fiorire di matrioske, cartelli, colori e suoni. In testa lo striscione “Scioperiamo dal lavoro di cura. Lottiamo insieme!”
Lo sciopero femminista contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere, si è articolato come diserzione dal lavoro retribuito fuori casa, ma anche dal lavoro dentro casa, dai lavori di cura, dai lavori domestici e dai ruoli di genere imposti.
La rinnovata sessualizzazione del lavoro di cura non pagato riduce la conflittualità sociale conseguente alla erosione del welfare.
La riaffermazione di logiche patriarcali offre un puntello al capitale nella guerra a chi lavora.
Lo sciopero femminista scardina questo puntello, rimettendo al centro le lotte delle donne per la propria autonomia.
La prima tappa è al centro della piazza. Lunghi fili vengono tirati tra i pali: con pinze da bucato sono stesi pannolini, grembiuli, strofinacci… Tutti oggetti simbolo del lavoro di cura.
Un camioncino prova senza successo a forzare il blocco, che si allarga sulla piazza. Un nucleo dell’antisommossa, schierato a pochi passi da una carrozzina con un neonat*, chiede a gran voce rinforzi. La digos si affanna al cellulare. Si parte in corteo verso via Po. Per l’intera mattinata si svolgono blocchi con slogan e comizi volanti ai principali incroci.
In corso Regina il corteo viene raggiunto dalle studentesse, che in mattinata avevano bloccato le lezioni al campus. La mattinata si conclude a Palazzo Nuovo, l’altra sede delle facoltà umanistiche.

Nel pomeriggio piazza XVIII dicembre, la piazza che ricorda i martiri della camera del lavoro, si riempie velocemente. Parrucche rosa, fucsia e viola sul nero degli abiti, tanti striscioni, tulle, cartelli. Il corteo si dipana per il centro. Saremo tremila, forse più.
La prima sosta è davanti alla caserma dei carabinieri Cernaia. Viene appeso uno striscione contro la violenza dei tribunali, in solidarietà alle donne stuprate, picchiate e offese che nelle aule di giustizia diventano imputate, chiamate a rispondere della propria vita, dei propri abiti, dei propri gusti, del proprio no alla violenza. Vengono lette alcune delle domande fatte in tribunale alle due studentesse statunitensi stuprate da due carabinieri la scorsa estate a Firenze. Domande di una violenza terribile.
In Italia viene ammazzata una donna ogni due giorni.
Spesso gli assassini usano le pistole d’ordinanza, che hanno il diritto di portare perché fanno parte dell’elite poliziesca e militare, che detiene per conto dello Stato il monopolio legale della violenza.
Gli spazi di autonomia che le donne si sono conquistate hanno incrinato e a volte spezzato le relazioni gerarchiche tra i sessi, rompendo l’ordine simbolico e materiale, che le voleva sottomesse ed ubbidienti. Il moltiplicarsi su scala mondiale dei femminicidi dimostra che la strada della libertà femminile è ancora molto lunga. Il crescere della marea femminista è la risposta ad una violenza che ha i caratteri espliciti di una guerra planetaria alla libertà delle donne, alla libertà dei generi, alla libertà dai generi.
Nelle aule dei tribunali la violenza maschile viene declinata come affare privato, personale, accidentale, nascondendone il carattere disciplinare, punitivo, politico.
Le lotte femministe ne fanno riemergere l’intrinseca politicità affinché divenga parte del discorso pubblico, in tutta la propria deflagrante potenza, mettendo in soffitta il paternalismo ipocrita delle quote rosa, delle pari opportunità, dei parcheggi riservati alle donne.
Tra i temi di questo 8 marzo di sciopero e lotta, la ferma volontà di rompere il silenzio e l’indifferenza, per sostenere un percorso di libertà, mutuo aiuto e autodifesa contro chi ci vorrebbe inchiodare nel ruolo di vittime.
Forte è il rifiuto che la difesa delle donne diventi l’alibi per politiche securitarie, che usino i nostri corpi per giustificare strette disciplinari sull’intera società.

“Nello stato fiducia non ne abbiamo, la difesa ce la autogestiamo!”
“Lo stupratore non è malato, è il figlio prediletto del patriarcato”
“Siamo la voce potente e feroce di tutte le donne che più non hanno voce!” Questi slogan riempiono la piazza, deflagrano per il corteo.

Tra i tanti interventi quello di una ragazza curda, che ricorda la lotta delle donne di Afrin contro l’invasione turca e il patriarcato. Una studentessa sviluppa una critica alla scuola, dove lo sguardo femminista è quasi sempre assente.

In piazza Castello su uno dei tanti monumenti militaristi della città, quello dedicato al duca d’Aosta, in braccio ad uno dei soldati raffigurati viene messa una scopa, uno strofinaccio, un pezzo di tulle rosa.
L’azione è accompagnata da un lungo intervento dal camion.
É il momento per parlare delle donne stuprate in guerra, prede e strumento del conflitto. In guerra  la logica patriarcale sottesa a torture e stupri è meno dissimulata che in tempi di pace.
Dahira nel 1993 aveva 23 anni. Dahira già conosceva il sapore amaro dell’essere donna in una società patriarcale. Era stata ripudiata dal marito, perché non riusciva a dargli dei figli. Una cosa inutile, priva di valore. Ma per lei il peggio doveva ancora venire. In una notte di maggio di 25 anni fa venne spogliata, legata sul cassone di un camion con le braccia e le gambe immobilizzate e stuprata con un razzo illuminante. I torturatori e violentatori erano paracadutisti della Folgore, in missione umanitaria in Somalia. Con cruda ironia la missione Nato, cui l’Italia partecipò si chiamava “Restore hope – restituire la speranza”.
Gli stessi parà stanno per sbarcare in Niger per una nuova missione. Questa volta l’obiettivo sono i migranti in viaggio verso l’Europa.
Altri militari saranno in Libia, dove le milizie di Sabratha e Zawija, pagate dallo Stato italiano rinchiudono uomini, donne e bambini in prigioni per migranti, dove tutte le donne vengono stuprate. Gli esecutori sono in Libia, i mandanti sono sulle poltrone del governo italiano.

Il corteo imbocca via Po e si ferma davanti alla chiesa della SS Annunziata, legata a Comunione e Liberazione. Lì viene appeso uno striscione con la scritta “Preti ed obiettori tremate. Le streghe son tornate!” Prezzemolo e ferri da calza sono lasciati di fronte all’ingresso, per ricordare i tempi dell’aborto clandestino, quando le donne povere abortivano con decotti e ferri da calza, rischiando di morire.
La chiesa cattolica vorrebbe che le donne che decidono di non avere figli muoiano o vengano trattate da criminali. A quarant’anni dalla legge che ha depenalizzato l’aborto, ma lo ha sottoposto ad una rigida regolamentazione, in molte città italiane abortire è diventato impossibile, perché il 100% dei medici si dichiara obiettore.
Preti ed obiettori vorrebbero inchiodarci al ruolo di madri e mogli. Quest’8 marzo ci trova più agguerrite che mai nella lotta per una maternità libera e consapevole.

Nelle piazze torinesi si è affermato un femminismo capace di obiettivi radicali e pratiche libertarie, vincendo la scommessa non facile dello sciopero femminista, con la buriana elettorale appena dietro le spalle, nel netto rifiuto di essere usate come trampolino per carriere politiche tinte di fucsia.
In quest’8 marzo è emerso l’intreccio potente tra la dominazione patriarcale e la violenza dello Stato, del capitalismo, delle frontiere, delle religioni.
Di questi tempi non è poco. Un sasso nello stagno, che si allarga e moltiplica le pozze.

Il corteo vibra dello slogan urlato da tutte “Ma quale Stato, ma quale dio, sul mio corpo decido io!”

La marea dilaga in piazza Vittorio dove viene disegnata una matrioska gigante al cui interno vengono lasciate scope, detersivi, grembiuli e strofinacci.

Un grido potente riempie la piazza “Se non posso ballare non è la mia rivoluzione!”. Ed è festa.
m. m.

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Roviniamo la vetrina dei padroni del mondo! No al G7! Un mondo senza sfruttati né sfruttatori, senza servi né padroni, un mondo di liberi ed eguali è possibile. Tocca a noi costruirlo. Ecco gli appuntamenti per gli spezzoni rossoneri: Venerdì 29 settembre ore 17,30 Corteo dei lavoratori e delle lavoratrici contro il G7 Partenza da Corso G. Cesare n. 11, vicino a Porta Palazzo (ex stazione Torino-Ceres) assemblea finale ai giardinetti tra corso Giulio e via Montanaro Sabato 30 settembre ore 14 Corteo contro il G7 Ritrovo quartiere Vallette in direzione Reggia di Venaria per approfondimenti leggi quest'articolo per info: fai_to@inrete.it