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L’ombra di Destà. Una lunga amnesia

Chi si ricorda di Adua? Per tanti è solo un nome femminile, pochi sanno che è una città. Lì il primo marzo 1896 le truppe del generale Baratieri vennero sconfitte da quelle del Negus Menelik II: l’espansione coloniale del regno d’Italia in Africa orientale subì una battuta d’arresto. La città verrà riconquistata nel 1935, durante le prime fasi dell’invasione dell’Etiopia. Da quel momento molte strade verranno intitolate ad Adua, divenuta simbolo del riscatto militare italiano. Tante bambine vennero chiamate così. Una scelta ambigua, che celebra i fasti della virilità guerriera dei soldati, alludendo al destino segnato dello loro figlie, mogli e madri sottomesse.

La lunga amnesia che circonda “l’avventura” coloniale italiana investe le strade, i monumenti, persino i trofei di un colonialismo feroce, che pur dissepolto dall’oblio dagli studi storici degli ultimi decenni, resta negletto nella memoria collettiva.
La memoria non è tuttavia un vuoto. Le carte geografiche dell’Ottocento avevano ampi spazi bianchi: intere regioni dell’Africa erano immaginate come regno di una natura selvaggia, incontaminata.
Il mondo senza mappa era uno spazio da riempire, progettare, usare, mettere a profitto. Lì c’erano le fiere: gli umani che le abitavano non erano pienamente umani, perché estranei alla civiltà. I geografi che tracciavano le mappe delle regioni “selvagge” precedevano e accompagnano mercanti, preti, ingegneri, militari e poliziotti. Erano l’avanguardia della colonizzazione, la cui funzione “civilizzatrice” è rivelata da quel buco nella mappa.
Terre da occupare, riempire, fecondare. Terre rappresentate come donne prosperose in attesa della vigoria maschile del colonizzatore.
Le donne, indicate come posta in palio della conquista, ne sono il segno distintivo. Le nuove terre da coltivare erano rappresentate con corpi di ragazze discinte, la colonna sonora era “Faccetta nera”, le icone le cartoline di donne nude scattate a beneficio delle truppe.
Dopo la conquista la propaganda muta di segno: il mito della venere nera, selvaggia, animalesca ma desiderabile, cede il passo ad un’immagine disgustosa, ripugnante, quasi deforme, veicolata dalla rivista “La difesa della razza”.
“Faccetta nera”, la colonna sonora della conquista, viene vietata. Dagli stupri legalizzati nel madamato, il matrimonio temporaneo, nascevano bambini, che rischiavano, se riconosciuti, di inquinare la razza, di meticciare gli italiani.
I figli degli italiani dovevano nascere da madri italiane, la cui fecondità veniva elogiata e premiata.
Chi vi trovasse eco nella propaganda per aumentare la natalità, nelle promozione di politiche familiste e patriarcali ai giorni nostri non si stupisca. Le radici profonde di questa narrazione non sono mai state estirpate.

Il progetto coloniale italiano inizia con l’Unificazione d’Italia nel 1861 ed è il fulcro della costruzione dell’identità nazionale.
La nascita dell’Africa Orientale Italiana, dopo la violentissima conquista dell’Etiopia nel 1936, è il punto d’approdo di un processo iniziato a fine Ottocento. Il primo atto sono gli acquisti di Assab e Massaua tra il 1882 e il 1884, l’annessione dell’Eritrea, il protettorato somalo nel 1890, l’occupazione della Cirenaica, della Tripolitania e del Dodecaneso tra il 1911 e il 1912. Senza dimenticare l’espansione ad est dopo la prima guerra mondiale.
L’Italia perde il proprio impero coloniale dopo la sconfitta nel secondo conflitto mondiale.
L’Italia repubblicana opera un’ardita identificazione tra colonialismo e fascismo.
Dopo la sconfitta, la caduta del fascismo, l’occupazione statunitense dell’Italia, il nazionalismo trionfante si attenua e muta di segno, alimentando il mito degli “italiani brava gente”, un mostro subdolo, che assolve il fascismo dai crimini di guerra di cui il governo e le truppe italiane si macchiarono in Libia, Somalia, Eritrea, Etiopia, Spagna, Grecia, Albania durante le guerre che si erano succedute nei precedenti sessant’anni.
Il mito degli “italiani brava gente” è una terribile forma di negazionismo. I massacri, le torture, i campi di concentramento, l’uso di gas sulla popolazione civile sono stati negati o dimenticati. Le responsabilità degli orrori sono state sistematicamente nascoste o attribuite ad altri, il governo tedesco o il regime fascista.
L’Italia è l’unico paese colonialista a non aver mai fatto i conti con la propria storia. Una storia che i più ignorano, coltivando la convinzione che il colonialismo italiano fosse diverso da quello francese, inglese, tedesco, in virtù di una sorta di indole bonaria innata nelle popolazioni della penisola.
Le fucilazioni di massa, le deportazioni, le torture, i villaggi bruciati, le donne stuprate, i bombardamenti indiscriminati sono orrori accaduti altrove, agiti da altri. La mappa delle colonie italiane torna opaca. La narrazione coloniale dei decenni precedenti continua a circolare nell’immaginario popolare.
Le strade, le case, le ferrovie, la “civiltà” portata ai “selvaggi”, ai barbari ingrati ne sono l’emblema. La mancata cesura con il fascismo, centrata sulla mera epopea resistenziale, letta come lotta di liberazione nazionale dall’occupante tedesco, non apre la strada ad un necessario processo di decolonizzazione dell’immaginario.

La cassetta degli attrezzi da cui attinge la memoria collettiva resta aperta, pronta all’uso. Ed apre la via alla storia degli ultimi anni, dove il retaggio coloniale, mai risolto, riemerge ed alimenta la propaganda leghista e fascista contro gli invasori che dai tanti luoghi dove le mappe sono ancora quelle di una spoliazione che continua in altre forme.

La pratica di abbattere, coprire o colorare statue, di modificare la toponomastica diviene oggi lo strumento di ricostruzione di una memoria collettiva colonizzata dalla rassicurante favola degli italiani brava gente, poco inclini alla violenza, caritatevoli.
Azioni che disinnescano i simboli concreti di una storia, di cui sono le sentinelle di marmo, bronzo, pietra.
Montanelli, il cui monumento è stato imbrattato per la seconda volta in pochi mesi, è il fulcro di un dibattito che ha infiammato i social, deflagrando nelle prime pagine dei giornali.
Ma.
Perché Montanelli? Perché non Baldissera, Graziani, Badoglio, i rappresentanti della monarchia savoiarda? Perchè solo su Montanelli gli animi si sono accesi, le posizioni si sono divaricate, si sono scomodati i talebani e la storia dell’arte?

Montanelli rappresenta la cesura mancata tra fascismo ed antifascismo, che, senza soluzione di continuità, arriva sino ai giorni nostri.
Sin dal dopoguerra il quadro delle alleanze internazionali e la real politik di Togliatti impedì una defascistizzazione reale. L’amnistia che liberò i fascisti, compresi quelli che si erano macchiati di torture e crimini, mise una pietra tombale su ogni possibilità di fare i conti con la realtà della dittatura. Men che meno con quella del colonialismo.
Il discorso del presidente post-comunista della Camera Violante del 1996 non rappresenta una rottura con il mito fondativo della Repubblica Italiana, ma si dipana coerentemente dallo stesso gomitolo di Togliatti. Il “Migliore”, nel 1936, mentre le truppe italiane facevano servizi all’iprite alle popolazioni etiopi, lanciava un appello ai «fratelli in camicia nera», intitolato «Per la salvezza dell’Italia riconciliazione del popolo italiano!». Riconciliazione è la parola chiave del discorso pronunciato da Violante nel giorno del suo insediamento come presidente della Camera dei deputati. Riconciliazione come uno straccio che cancella una memoria fatta di gesso, mai piena, perché vuotata, sin dall’origine, dello sguardo dei colonizzati.
Le anime belle della sinistra governativa italiana non hanno mai fatto realmente i conti con la propria storia, che si fonda sulla negazione dell’internazionalismo e l’abbraccio con il nazionalismo tricolore e l’intero suo retaggio.

Gli stereotipi del razzismo in salsa padana, la cui volgarità indigna gli intellettuali opachi della sinistra italiana, sono custoditi nella cassetta degli attrezzi costruita durante l’epopea feroce del colonialismo italiano.
L’umanità delle popolazioni colonizzate era pressoché inattingibile. Pavidi, feroci, stupratori gli uomini, animalesche e disponibili le donne.
Gli stessi moduli vengono usati dai fascioleghisti per raccontare i migranti. Gli esponenti del PD, che si sono inginocchiati per George Floyd alla Camera, hanno scritto le leggi che rendono clandestini uomini, donne e bambini, trasformandoli in schiavi ricattabili, sottoposti ad infiniti soprusi e violenze.
La sinistra istituzionale ha sottoscritto con la Libia gli stessi accordi della destra. I responsabili delle stragi in mare siedono su tutte le poltrone del parlamento.

Montanelli, che, fascista non pentito, attraversa la storia italiana in un misto di cialtroneria e abile trasformismo, è l’emblema vivo di un’epoca mai finita, che continua ad alimentare l’immaginario. E, soprattutto, continua a mietere vittime.
Montanelli rivendica sino all’ultimo la propria avventura coloniale. La storia di Destà, la bambina comprata come schiava sessuale e serva, viene raccontata con compiaciuto distacco come un aneddoto curioso, divertente. Remoto.
Ne parla come di un cane preso al mercato, pulcioso ma fedele. Destà è un “grazioso animaletto”, non è umana, non è neppure una bambina. La narrazione dello stupro, attuato con la collaborazione della madre, che “apre” la figlia infibulata, è atroce nella sua “normalità”.

La stessa “normalità” dei barconi dove viaggiano le donne africane, tutte stuprate e torturate nelle prigioni libiche. I fatti sono noti. Le immagini, le testimonianze di quest’orrore post coloniale sono disponibili per tutti, senza muovere nulla. Gli stessi che si inginocchiano per George Floyd hanno appena sottoscritto un ulteriore aumento dei fondi destinati ai criminali della guardia costiera libica.

Una “normalità” che segna il destino delle ragazzine africane che, seminude ma invisibili, sono esposte al mercato come Destà, la bambina comprata e stuprata da una delle colonne del giornalismo italiano.

La vernice sulla statua di Montanelli ci racconta una storia che continua sui barconi, nei campi, nelle case dove vivono le serve-badanti, lungo i marciapiedi ai margini delle metropoli.
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(Questo articolo è uscito sull’ultimo numero di Arivista)

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Guerra e controllo sociale al tempo della peste

Il governo ha celebrato l’unione sacra degli italiani contro il Coronavirus con un’esibizione di frecce tricolori, che hanno sorvolato la penisola, per approdare il 2 giugno a Roma, per la “festa” della Repubblica.
In Piemonte si sono svolte numerose iniziative antimilitariste tra Asti, Alessandria, Caselle e Torino.

Sabato 30 c’è stato un presidio in via dei Martiri ad Alessandria

Nel pomeriggio uno striscione con la scritta “Chiudiamo le fabbriche di morte” è stato appeso davanti alla Microtecnica-Collins Aerospace di piazza Graf a Torino.

Sempre a Torino, un altro striscione “L’Alenia produce morte” è apparso all’ingresso dello stabilimento di corso Marche dell’azienda che produce bombardieri e droni da guerra.

In serata a Caselle Torinese, sulla rotonda dove è stata collocata una Freccia Tricolore un gruppo di antimilitaristi ha appeso lo striscione “Quanti ospedali vale una freccia tricolore?” e acceso fumogeni.

Lunedì 1 giugno c’è stato un presidio al mercato di Caselle Torinese

Nel pomeriggio del 1 giugno presidio in piazza della Libertà ad Asti. La notte precedente ad Asti era comparso un cartello nei pressi dell’ospedale con la scritta “Andrà tutto bene se aboliremo gli eserciti”

Martedì 2 giugno uno striscione contro le frecce tricolori è comparso sulle colonne della Gran Madre.
Un centinaio di persone hanno partecipato al presidio dei senzapatria in piazza Castello a Torino

Bombardieri
F35? Valgono centocinquantamila terapie intensive. La portaerei Trieste? Cinquantamila respiratori polmonari. Una manciata di blindati e un elicottero? Trecentotrentamila posti letto oppure dieci miliardi di mascherine.

La produzione bellica non si è mai fermata. In pieno lockdown l’AIAD, la Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza, membro di Confindustria, scriveva ai propri associati che c’era “l’opportunità per le società e le aziende federate, di proseguire la propria attività, concentrando l’operatività sulle linee produttive ritenute maggiormente essenziali e strategiche”.
Essenziale
e strategico per chi e per cosa? Per i governi e per le agenzie di sicurezza che li acquistano per i vari teatri di guerra. Questo settore dell’industria bellica, che ha in Piemonte uno dei suoi centri di eccellenza, non ha mai smesso di funzionare a pieno regime, perché la guerra per il governo Conte è un motore “essenziale” dell’economia, un tassello indispensabile per i giochi di potenza a livello planetario.
Gli anziani delle RSA, i lavoratori obbligati a far circolare le merci, i commessi dei supermercati,
i medici, infermieri e OSS erano sacrificabili. Pedine di poco valore sullo scacchiere della storia.
Mentre
venivano prodotti cacciabombardieri, elicotteri da combattimento, missili e droni, la gente continuava ad ammalarsi senza ricevere cure adeguate. Per la nostra salute il lockdown non è mai finito: non si fanno i tamponi per il Covid, visite ed esami specialistici per altre patologie sono stati quasi azzerati.
A maggio hanno riaperto buona parte delle attività produttive e commerciali, la sanità privata offre i suoi servizi a pagamento, mentre l’attività ambulatoriale resta in lockdown.

La metafora della guerra al virus, tanto cara al governo, ha un sapore agre di fronte alla strage di questi mesi. Decine di migliaia di morti. Quanti sarebbero ancora vivi se ci fossero state le strutture adatte ad affrontare l’epidemia? Ma… riusciamo davvero ad immaginare che i governi che si sono succeduti negli anni avrebbero davvero potuto mettere la salute di tutti davanti alle esigenze del profitto
Le spese militari in Italia crescono da anni, così come i tagli alla sanità. Per chi se le può permettere ci sono le cliniche private, la prevenzione, le cure. Per gli altri la vita, specie in questi mesi, è diventata un terno al lotto.
Ma a decidere non è mai il destino. Decidono padroni e governi.
Sono loro che hanno deciso dove e come investire, dove e perché spendere il denaro sottratto alle nostre buste paga.
La spesa militare è passata dall’1,25 per cento del Pil fino a raggiungere un picco del 1,45 per cento mentre quella sanitaria è scesa di un punto percentuale, con una previsione per il 2020 che si aggira sul 6,5 per cento del Pil.

Negli ultimi 10 anni sono stati tagliati 43.000 posti di lavoro nella sanità. In Italia ci sono 3,2 posti letto ogni mille abitanti, contro i 4,7 della media europea. In Germania sono otto: inutile chiedersi perché lì la diffusione dell’epidemia sia stata controllata molto meglio che da noi. In Italia i posti letto (15mila euro l’uno) sono calati del 30 per cento tra il 2000 e il 2017.
I responsabili siedono in tutte le poltrone rosse del parlamento.

Dopo due mesi e mezzo di pandemia, la situazione non è migliorata: non ci sono state nuove assunzioni di medici, infermieri, assistenti sanitari, gli ospedali non sono luoghi sicuri né per chi ci lavora né per chi vi è ricoverato.
Chi osa denunciare la situazione viene deferito ai consigli di disciplina o licenziato. I lavoratori della sanità devono scegliere tra la borsa e la vita. Tra rischiare la vita per avere uno stipendio, o rischiare il posto per difendere la propria vita e quella degli altri.

Secondo i dati elaborati dall’Osservatorio Mil€x nel 2020 sono stati stanziati circa 26,3 miliardi in spese militari, un miliardo e mezzo in più rispetto al 2019. 5,9 miliardi di euro sono destinati all’acquisto di nuovi sistemi d’arma. Provate a calcolare quanti posti letto, quanti ospedali, quanti tamponi, quanta ricerca si potrebbe finanziare con questi 26 miliardi e rotti di euro. Avrete la misura della criminalità di chi ci governa oggi e di chi ci ha governato in questi anni.
Neppure l’epidemia ha fermato il business bellico. Anzi. La portaerei Cavour, costata 1,3 miliardi ed entrata in servizio nel 2009, è stata utilizzata per promuovere il made in Italy armiero nel mondo. Una nuova portaerei, la Trieste, varata lo scorso anno ci è costata 1,2 miliardi di euro.
In piena pandemia il governo ha deciso di acquistare per la Marina Militare due sommergibili dal costo di 1,3 miliardi di euro, che saranno costruiti da Fincantieri.
Le armi italiane, in prima fila il colosso pubblico Leonardo, sono presenti su tutti i teatri di guerra.
Sette miliardi di euro sono stati sbloccati dal Ministero della Difesa e dal MISE per la prevista “Legge Terrestre” che dovrebbe garantire la costruzione di diversi armamenti.
In aprile Fincantieri ha vinto la gara per alcune fregate destinate alla Marina Militare statunitense.
Le 36 missioni militari all’estero, al servizio dell’imperialismo tricolore, costano 1,3 miliardi l’anno. C’è anche un bonus per l’industria bellica: un blindato Lince, testato in zona di guerra, ha un valore aggiunto per i nuovi acquirenti.
Le guerre che paiono lontane sono invece vicinissime: le armi che uccidono civili in ogni dove, sono prodotte non lontano dai giardini dove giocano i nostri bambini. I blindati Lince, oltre che in Afganistan, sono stati testati tra le montagne piemontesi, nel cantiere-fortino di Chiomonte, in Val Susa.
In questi anni i militari italiani facevano sei mesi in Iraq, Libano, Afganistan e sei mesi per le strade delle nostre città. Guerra interna e guerra esterna sono due facce della stessa medaglia.
I militari, promossi a poliziotti durante la pandemia, sono nelle nostre strade per affiancare le altre forze dell’ordine nella repressione di ogni insorgenza sociale.
In molte località sono impiegati nei zone popolari. In Piemonte sono concentrati soprattutto a Torino, dove hanno stretto in una morsa le strade di Aurora e Barriera, quartieri dove la povertà, la precarietà, la difficoltà a mettere qualcosa in tavola, a pagare i fitti e le bollette, già forte, è aumentata durante il lockdown.
In questi due mesi e mezzo il governo ha alternato il bastone alla carota, regalando elemosine e distribuendo multe e denunce. Il loro nemico sono i poveri, quelli che rischiano la vita lavorando in nero, perché altrimenti non saprebbero come camparla, il loro nemico sono i lavoratori sacrificabili, i braccianti che devono chinare il capo e non pretendere protezioni. Niente deve fermare la macchina del profitto: chi la inceppa è trattato da nemico, da vittima sacrificabile.

Le emergenze diventano spesso occasione di sperimentazione di nuove tecniche di controllo e repressione di ogni forma di emergenza sociale. Il governo si prende pieni poteri e giustifica il moltiplicarsi dei controlli e della repressione con la necessità di affrontare la crisi del momento. L’eccezionalità della situazione permette di utilizzare strumenti fuori dall’ordinario. Strumenti, che, anche “dopo” restano, sino a divenire normali. L’apparato legislativo inaugurato negli anni Settanta, facendo leva su un substrato normativo di origine fascista mai cancellato dall’ordinamento repubblicano, ha introdotto fattispecie di reato, che si sono installate stabilmente nell’ordinamento. La logica premiale applicata a chi faceva la spia è diventata uno dei cardini delle inchieste di questi ultimi quarant’anni.
L’emergenza “terrorismo” degli anni Dieci è stata il pretesto che ha portato i militari nelle strade delle città, nei centri di detenzione per immigrati senza carte, nei luoghi delle insorgenze politiche e sociali, dalla terra dei fuochi alla Val Susa. Queste operazioni erano tuttavia “mirate”: l’obbiettivo erano sovversivi, migranti, abitanti delle periferie, comitati di lotta, occupanti di case.
Il terremoto dell’Aquila fu un’occasione preziosa per mettere sotto controllo un’intera popolazione. Le ragioni divennero presto chiare: creare le condizioni perché i terremotati si rassegnassero, non pretendessero la ricostruzione, ma accettassero spostamenti o edilizia d’emergenza. Nei campi-tende, dove i senza casa vennero rinchiusi furono imposte regole da caserma/prigione: coprifuoco notturno, controllo delle visite, blocco della solidarietà spontanea. I sopravvissuti alla catastrofe vennero sottoposti ad un processo di infantilizzazione/repressione tipico delle istituzioni totali. Quei campi/tende furono il banco di prova, nel quale una fetta di cittadini italiani vennero considerati potenzialmente pericolosi e privati di parte delle loro libertà.
Un trattamento simile, a lungo sperimentato con profughi e migranti, nel nostro paese è stato sistematicamente attuato nei confronti della popolazione sinta e rom, gruppi di umani razzializzati e emarginati, relegati in baraccopoli ai margini delle metropoli, dove il controllo e la violenza statale sono normali.
La criminale impreparazione ad affrontare l’epidemia ha spinto il governo a mettere tutti noi ai domiciliari di massa, imponendo drastiche limitazioni alla libertà di movimento. L’intera Italia si è trasformata in un campo tende. Un’occasione per sperimentare sull’intera popolazione tecniche di controllo militare, altrimenti impensabili.
E non è finita. La necessità di movimento delle merci e delle persone, insita nella logica capitalista, ha imposto la fine del lockdown, ma non la fine dei divieti e della militarizzazione. Anzi. Non sono consentiti cortei, ma è permessa la movida, è vietato fare sciopero, ma sono consentite le messe.
A maggio in Lombardia l’esercito ha fatto irruzione nei magazzini della logistica per coadiuvare la polizia per spezzare scioperi e picchetti. Il 6 maggio hanno sgomberato la TNT di Peschiera Borromeo, occupata per impedire il licenziamento di 66 interinali, che lavoravano lì da 5 anni. Poi hanno fatto irruzione alla BRT di Sedriano. Il 22 maggio sono entrati alla UPS di Milano, dove i lavoratori sono in cassa integrazione da oltre un mese mentre la merce viene spostata su altri siti, per fingere un calo di produzione e disfarsi dei lavoratori più combattivi.
Il 27 maggio i lavoratori in sciopero hanno trasformato il presidio davanti alla Regione in corteo spontaneo, che, nonostante l’approccio muscolare della polizia, è riuscito a muoversi per la città.
In Piemonte, nel distretto ortofrutticolo di Saluzzo, i militari stanno stringendo in una morsa di ferro i braccianti che arrivano per la stagione delle raccolte, con controlli ossessivi e deportazioni.

In questi mesi il governo ha provato a renderci complici di una strage di stato, soffocandoci di retorica patriottica e coprendoci con un sudario tricolore.
L’unione sacra degli italiani nella “guerra” al coronavirus, il sacrificio della libertà per il bene di tutti. Una favola che si scioglie di fronte a bombardieri prodotti a Cameri, mentre alle persone ammalate venivano prescritti tachipirina e scongiuri.

Il nazionalismo è un virus mortale, che di anno in anno sta infettando la nostra società. La paura del domani viene usata per innalzare nuove barriere, per finanziare guerre, stragi, occupazioni militari.
Gli anziani sacrificati nelle RSA mentre si costruivano sommergibili da guerra sono l’emblema di regole sociali che è nostro impegno spezzare.
Non siamo sulla stessa barca di padroni e sfruttatori. Il tricolore era sulle camionette dei militari che hanno rotto i picchetti operai. Lo sa bene chi ha scioperato per non morire di lavoro, da chi ha resistito alla militarizzazione ed ha creato reti solidali.
I prossimi mesi, anche se l’epidemia si attenuasse davvero, saranno durissimi. La destra fascista si sta organizzando: le piazze arancioni, che raccolgono fascisti, negazionisti, complottisti sotto il tricolore si candidano a far voce al disagio sociale, invocano libertà sotto la direzione di un generale fascista.

Le esperienze di mutuo appoggio, le lotte contro la militarizzazione dei territori, per riprendersi spazi di organizzazione politica e sociale sono il segno che la macchina del produci, consuma, crepa può essere inceppata. Ma non basta. Le industrie belliche, le caserme, i poligoni di tiro, le basi aeree e navali sono a due passi dalle nostre case. Occorre gettare sabbia nel motore del militarismo.
MM (articolo uscito sull’ultimo numero di UN – foto delle iniziative antimilitariste dal 29 maggio al 2 giugno)

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Pandemia e complotti

Sono stati mesi difficili. Un tempo sospeso, dilatato, scandito dalle sirene delle ambulanze, dai bollettini quotidiani, dalla conta dei morti, dai lutti che ci hanno colpiti.
I domiciliari di massa hanno contribuito ad indebolire i legami sociali. Reagire è diventato più difficile. La paura del contagio, la perdita del posto o del reddito, o l’obbligo a lavorare nonostante il rischio sono stati la cifra della vita al tempo del Covid. E, purtroppo, non siamo ancora nel dopo. Un dopo che si misura con il virus che ancora infetta ed uccide, ma non solo. Un dopo ancora inattingibile per le piccole libertà di cui godevamo e che il governo non progetta di ridarci tanto presto. Se non sapremo riprendercele.

In questo clima stiamo assistendo al moltiplicarsi di teorie del complotto. Il senso di impotenza di fronte all’epidemia ne ha alimentato le correnti sotterranee oltre a metterne in circolazione di nuove. È più facile credere ad una grande cospirazione agita da forze oscure ed onnipotenti piuttosto che affrontare la realtà. Una realtà durissima. Nel cuore del primo mondo, nel centro dell’area più ricca del paese, abbiamo visto la gente ammalarsi e morire senza cure adeguate, i militari scorrazzare per le strade, i droni spia in mezzo alle case, i vicini trasformati in poliziotti, la fatica di vivere che investiva anche chi si era creduto al sicuro.

L’esistenza di un complotto è una ricetta semplice per questioni complesse, che si pensa di non poter comprendere, né modificare.
Ci mettete un pizzico di paura, la convinzione che qualcuno abbia interesse a distruggere la vostra vita, mescolate con i fantasmi che vi offrono tv, social e tabloid, mescolate con cura e cuocete a fuoco lento. Se la ricetta funziona vi sarete costruiti un piccolo inferno personale. Capita a tante persone. Alcune finiscono drogate di farmaci e segregate nei repartini, altre se la cavano e riprendono a vivere, altre ancora riempiranno le pagine della cronaca nera.
La nostra cultura bolla con lo stigma della follia chi si sente perseguitato, controllato, manipolato.
Vivere con agio la propria vita non è sempre facile. Ai tempi del Covid 19 tutto è peggiorato.
Se questa
ricetta la preparate con altri, se diventa piatto importante di tante cucine, se viene assunta collettivamente da interi gruppi umani, diventa evidente l’esistenza di un complotto.
La prova del complotto è l’esistenza di una vasta comunità che lo crede vero e ovviamente rigetta l’etichetta di complottista. Un uroboro, un serpente che si morde la coda. Continued…

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Non ci sarà un dopo

Provate a pensare. Un pronto soccorso a gennaio di quest’anno, quando il Covid 19 ancora aveva un altro nome ed era una questione cinese, lontana.
Un giorno qualunque, a Torino, ma potrebbe essere ovunque. Un display luminoso vi annuncia che ci sono 332 persone in attesa, divisi in codici rossi, gialli, verdi e bianchi. Il pronto soccorso sembra un ospedale da campo in tempo di guerra: barelle ovunque, gente in attesa per ore, giorni. Nel tempo sospeso tra il dolore, la paura e la rabbia.
Così era “prima”, quando tutto andava “bene”.
Una pandemia non è prevedibile, ma è ricorrente e probabile. Il piano pandemico dell’Italia era vecchio di 14 anni, i fondi sono stati spesi per realizzare programmi come la “promozione dei primi cento giorni del neonato”.
Prima, niente andava bene. Rimanere in salute, per chi non poteva permettersi cure private, era una roulette russa. Hanno tagliato la spesa sanitaria per “evitare sprechi”: gli sprechi erano le nostre vite. Chi tira su la carta giusta ce la fa, gli altri finiscono nell’elenco dei morti. Niente era pronto.
Mentre scrivo sono passati due mesi dai primi casi, dalle iniziali circoscritte zone rosse. Siamo stati tutti obbligati ai domiciliari, che, senza un sistema efficiente di screening, senza tamponi, senza protezioni neppure per i sanitari, è risultato sostanzialmente inutile. Nella migliore delle ipotesi ha rallentato un po’ la diffusione del virus.
Le case di decine di migliaia di persone si sono trasformate in lazzaretti familiari, dove non ci sono visite, controlli, né per i malati, né per chi vive con loro.
Per finanziare meglio la sanità privata hanno messo un fiammifero accanto alla dinamite: la strage nelle RSA è la conseguenza logica di un’operazione criminale.
I governi che si sono susseguiti in questi anni sono i responsabili diretti di una strage che non finirà tanto presto. A questa, prima o poi, ne seguiranno altre.
Nel cuore del primo mondo le nostre vite sono sacrificabili sull’altare del profitto. I poveri, specie se anziani e improduttivi, sono solo un costo, un peso inutile. I senza casa, i carcerati, i lavoratori dei comparti essenziali sono stati esposti al rischio di infezione, perché le loro vite non contano, sono facilmente sostituibili.
Succedeva anche “prima”, solo su scala ridotta.
Non ci sarà un dopo. Continued…

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Torino. Primo Maggio: ai lavoratori della sanità uccisi dalla giunta Cirio

Uno striscione con la dedica del Primo Maggio ai lavoratori della sanità morti per le politiche criminali della giunta Cirio è stato appeso oggi all’assessorato regionale alla sanità in corso Regina Margherita 153.

Un piccolo gesto per le lavoratrici e i lavoratori, che in questa regione come nel resto d’Italia hanno pagato il prezzo più alto perché la tutela delle persone è stata sacrificata sull’altare del profitto da questa amministrazione, da questo governo e da quelli che li hanno preceduti. In Italia sono 16.953 i medici, infermieri, e OSS contagiati, ossia il 10,7% dei lavoratori contro il 4% della Cina.
In Piemonte il 70% dei lavoratori della sanità che si sono ammalati sono OSS che lavorano sotto costante ricatto e minaccia nelle RSA.
Chi chiede le mascherine o denuncia la situazione viene minacciato di licenziamento.
Nulla era stato fatto per essere pronti ad una pandemia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva messo nel novero delle probabilità inevitabili ormai da anni.
Nulla è stato fatto per correre ai ripari quando, tra tagli al servizio sanitario e colpevoli omissioni, era troppo tardi per affrontare al meglio la crisi.
Sin dai primi giorni la scelta del Piemonte è stata chiara: fumo negli occhi e nessuna sostanza.
Le mascherine per i lavoratori e tutte le persone a rischio? In molti ospedali ancora le attendono, mentre fuori la gente si arrabatta come può.
Le nuove assunzioni? Non ci sono mai state, nonostante la carenza di personale sia la norma ormai da anni.
I tamponi? A due mesi dall’inizio dell’epidemia ci sono persone che attendono il tampone nonostante abbiano sintomi o siano entrate in contatto con persone positive.

Gli ospedali italiani sono luoghi pericolosi per la diffusione di malattie da ben prima dell’epidemia. Secondo il rapporto Osservasalute 2018 nel 2003 si contavano 18.668 decessi per infezioni ospedaliere, nel 2016 i casi sono diventati 49.301, quasi tre volte tanto. Il moltiplicarsi dei tagli alla spesa sanitaria ha reso poco sicuri gli ospedali. Eppure la Regione Piemonte ha puntato solo su questa carta. Le conseguenze tragiche sono sotto gli occhi di tutti.

Chi dichiara di vivere con una persona contagiata, deve continuare a lavorare, anche in ospedale, in attesa di un tampone che non arriva o arriva molto tardi.

I dormitori e le RSA si sono trasformate in focolai incontrollabili di contagio, nonostante le segnalazioni e gli appelli delle persone che ci lavorano e dei parenti degli anziani. Al carcere delle Vallette il virus corre dentro celle sovraffollate.

Chi si ammala, resta chiuso in casa senza visite, cure o tamponi. Le case non sono luoghi sicuri, perché chi si ammala resta in casa, esponendo chi vive nello stesso appartamento al contagio. Gli ospedali, dove lavoratori si ammalano e muoiono perché nemmeno per loro ci sono protezioni e controlli sanitari, non sono luoghi sicuri. Le strade, dove domina l’arbitrio di polizia e militari, non sono luoghi sicuri per i senza tetto, per i poveri che vivono in case sovraffollate, per chi lavora in nero per raggranellare qualche soldo. Continued…

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Libertà. Il tempo è ora

Torino, 25 aprile 2020. Da tanti anni ci ritroviamo vicino alla spalletta di un ponte su un canale che non c’è più. Lì è caduto combattendo l’anarchico Ilio Baroni.

Non potevamo mancare.

Quando siamo arrivati abbiamo trovato altri compagni e compagne che spontaneamente si erano ritrovati davanti alla lapide.
Con le mascherine e i guanti abbiamo deposto i fiori, aperto lo striscione “contro stato e fascisti azione diretta”. Abbiamo portato le nostre bandiere. Abbiamo detto due parole ai chi passava. In tanti si sono fermati.

Oggi più che mai non è stato un mero esercizio di memoria, ma occasione per intrecciare i fili delle lotte, perché il testimone lasciato da chi non c’è più, è ora nelle nostre mani.

La gente di Barriera ha volti e storie diverse ma la stessa condizione di sfruttamento e oppressione di chi combatté il fascismo perché voleva una società senza stato né padroni. In tanti avevano avuto tra le mani il sogno di farla finita con oppressione e povertà: erano quelli dell’occupazione delle fabbriche, degli scioperi del marzo 1943. Erano quelli come Ilio Baroni, operaio alle Ferriere, comandante della VII brigata SAP, che cadde combattendo per l’anarchia.

In questa periferia si sente più che altrove il peso intollerabile dei domiciliari di massa imposti dal governo. Tanta gente che già faticava ad arrivare a fine mese non riesce nemmeno a trovare i soldi per la spesa, mentre le elemosine del governo restano promesse.
Chi vive di lavori precari è senza alcun reddito per quanto misero. Chi lavora in nero rischia la multa se cerca di mettere qualche soldo in tasca.

Il governo ci ha rubato la libertà promettendo tutela e cure contro l’epidemia. Oggi sappiamo di aver perso la libertà senza ottenere alcuna sicurezza. Anzi!
In quest’epidemia sono morte più di 25.000 persone. Purtroppo la lista è destinata ad allungarsi.
Una tragedia annunciata, non una catastrofe imprevedibile. In condizioni “normali” prevenzione e cura erano ormai da anni un privilegio, che pochi potevano permettersi di pagare.
Era noto da decenni il rischio di una pandemia devastante, ma i governi che si sono succeduti non hanno stanziato risorse, né predisposto strutture per affrontarla.

In periferia, vivere in tanti in appartamenti piccoli è il destino dei più. Chi si ammala, resta chiuso in casa senza visite, cure o tamponi. Le case non sono luoghi sicuri. Gli ospedali, dove lavoratori si ammalano e muoiono perché nemmeno per loro ci sono protezioni e controlli sanitari, non sono luoghi sicuri. Le strade, dove domina l’arbitrio di polizia e militari, non sono luoghi sicuri.

Il governo sta riaprendo le fabbriche, perché la produzione deve riprendere, perché le nostre vite sono vuoti a perdere, sacrificabili sull’altare del profitto dei padroni. Che importa se qualcuno si ammala e muore? Qualcun altro prenderà il suo posto: le macchine devono girare e noi siamo ingranaggi di poco valore e a basso costo.

Forse il governo ci concederà qualche ora d’aria al parco, ma continua a vietare lo sciopero. Hanno paura che lavoratori e lavoratrici non accettino il ruolo di agnelli sacrificali.
Le manifestazioni politiche, anche se svolte in sicurezza, sono vietate e represse.

Il governo ci tratta da bambini irresponsabili, bisognosi di controllo, da sorvegliare e punire. Non siamo bambini, ma vogliamo che anche i bambini possano crescere liberi, sappiamo che i criminali, gli assassini sono al governo. Quello di oggi e quelli di ieri. Tutti i governi.

Da decenni hanno imbalsamato la Resistenza riducendola a mera lotta di liberazione nazionale, per cancellarne la spinta sovversiva, internazionalista, contro stato e padroni. Negli ultimi anni è entrata nel discorso pubblico la pretesa di una impossibile pacificazione tra fascisti e partigiani, tra capitale e lavoro, tra vittime e carnefici. Oggi sotto il sudario del tricolore, in nome di una lotta collettiva all’epidemia, vorrebbero ancora una volta equiparare i carnefici alle vittime, trattando da banditi, quelli che non ci stanno, quelli che lottano perché tutti possano essere curati, tutti possano avere casa e vita dignitosa, tutti possano decidere del proprio destino.

Per questa ragione oggi non potevamo mancare l’appuntamento alla lapide di Ilio Baroni.
Libertà ed eguaglianza diventano relazioni sociali vive nelle lotte di questa periferia. Oggi come ieri, quando, imbracciando il suo mitra, cadde il partigiano anarchico Ilio.

I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese

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Epidemia? Strage di Stato

I carri funebri sono in fila di fronte al cimitero di Bergamo. Quest’immagine, più di tante altre, ci mostra in tutta la sua crudezza la realtà. Non si può neppure lasciare un fiore. Non li hanno neppure potuti accompagnare verso la fine. Sono morti soli, lucidi, affogando lentamente.
Dalle finestre, ad ore stabilite, la gente grida, canta, batte le stoviglie e si riunisce in uno spirito nazionalista evocato da politici e media. “Tutto andrà bene. Ce la faremo”.
Il governo con editti che si sono susseguiti a ritmo frenetico ha sospeso il dibattito, persino il flebile confronto democratico, persino il rito esausto della democrazia rappresentativa e ci ha arruolati tutti. Chi non obbedisce è un untore, un criminale, un folle.
Intendiamoci. Ciascuno di noi è responsabile dei propri atti. Noi anarchici lo sappiamo bene: per noi la responsabilità individuale del proprio agire è il perno di una società di liber* ed eguali.
Avere cura dei più deboli, degli anziani, di chi, più degli altri, rischia la vita è un dovere che sentiamo con grande forza. Sempre. Oggi più che mai.
Un dovere altrettanto forte è quello di dire la verità, quella verità, che chiusi nelle case di fronte alla TV, non filtra mai. Eppure è, in buona parte, sotto gli occhi di tutti.
Chi cerca una verità nascosta, un oscuro complotto ordito dal proprio cattivo preferito, chiude gli occhi di fronte alla realtà, perché chi li apre si batte per cambiare un ordine del mondo ingiusto, violento, liberticida, assassino.

Ogni giorno, anche oggi, mentre la gente si ammala e muore, il governo italiano spreca 70 milioni di euro in spese militari. Con i 70 milioni spesi in uno solo dei 366 giorni di quest’anno bisestile si potrebbero costruire ed attrezzare sei nuovi ospedali e resterebbe qualche spicciolo per mascherine, laboratori analisi, tamponi per fare un vero screening. Un respiratore costa 4.000 mila euro: quindi si potrebbero comprare 17.500 respiratori al giorno: molti di più di quelli che servirebbero ora.
In questi anni tutti i governi che si sono succeduti hanno tagliato costantemente la spesa per la sanità, per la prevenzione, per la vita di noi tutti. Lo scorso anno, secondo le statistiche, per la prima volta le aspettative di vita si sono ridotte. Tanti non hanno i soldi per pagare le medicine, i ticket per le visite e le prestazioni specialistiche, perché devono pagare il fitto, il cibo, i trasporti.
Hanno chiuso i piccoli ospedali, ridotto il numero di medici e infermieri, tagliato i posti letto, obbligato i lavoratori della sanità a fare straordinari, per sopperire ai tanti buchi.
Oggi, con l’epidemia, non ci sono più code agli sportelli, non ci sono più liste di attesa di mesi ed anni per un’indagine diagnostica: hanno cancellato le visite e gli esami. Li faremo quando passerà l’epidemia. Quanta gente si ammalerà e morirà di tumori diagnosticabili e curabili, quanta gente vedrà peggiorare le proprie patologie, perché hanno messo in quarantena quello che restava della sanità pubblica? Intanto le cliniche e gli ambulatori privati fanno qualche mossa pubblicitaria e moltiplicano gli affari, perché i ricchi non restano mai senza cure.

Per questo il governo ci vuole ai balconi a cantare “Siam pronti alla morte. L’Italia chiamò”. Ci vogliono zitti e ubbidienti come bravi soldati, carne da macello, sacrificabile. Dopo chi resta sarà immune e più forte. Sino alla prossima pandemia.

Per questo dai nostri balconi, sui muri delle città, nelle code per la spesa, diciamo, a voce alta nonostante la mascherina, che siamo di fronte ad una strage di Stato. Quanti morti si sarebbero potuti evitare se i governi di questi anni avessero fatto scelte di tutela della nostra salute?
Non si è trattato di un errore ma di una scelta criminale.

Gli infettivologi negli anni hanno avvertito del rischio che correvamo, che una pandemia grave era possibile. Sono rimaste voci nel deserto.
La logica del profitto non consente cedimenti. Quando tutto sarà finito le industrie farmaceutiche che non investono in prevenzione faranno affari. Lucreranno con i medicinali scoperti dai tanti ricercatori che lavorano per la comunità e non per arricchire chi è già ricco.
Ci avevano abituati a credere di essere immuni alle pestilenze che affliggono i poveri, quelli che non hanno mezzi per difendersi, quelli che non hanno neppure accesso all’acqua potabile. Dengue, ebola, malaria, tubercolosi erano le malattie dei poveri, delle popolazioni “arretrate”, “sottosviluppate”.
Poi, un giorno, il virus si è imbarcato in business class e ha raggiunto il cuore economico dell’Italia. E niente è più stato come prima.
Non subito però. Media, esperti, governo ci hanno raccontato che la malattia uccide solo gli anziani, i malati, quelli che hanno anche altre patologie. Niente di nuovo. É un fatto normale: non serve una laurea in medicina per saperlo.
Così tutti gli altri hanno pensato che alla peggio avrebbero fatto un’influenza in più. Quest’informazione criminale ha riempito le piazze, gli aperitivi, le feste. Non per questo viene meno la responsabilità individuale, che passa anche dalla capacità di informarsi e capire, ma toglie un pizzico di quell’aura di santità che il governo sta cercando di indossare, per uscire indenne dalla crisi. E chi sa? Magari anche più forte.

Ci raccontano che la nostra casa è l’unico posto sicuro. Non è vero. I lavoratori che ogni giorno devono uscire per andare in fabbrica, senza nessuna vera protezione, nonostante i contentini offerti da Confindustria ai sindacati di stato, tornano ogni giorno a casa. Lì ci sono parenti anziani, bambini, persone deboli.
Solo una piccola parte di chi esce per fare la spesa o prendere un po’ d’aria ha delle protezioni: maschere, guanti, disinfettanti non sono disponibili neppure negli ospedali.
Il governo sostiene che le protezioni non servono se si è sani: è una menzogna. Quello che ci dicono sulla diffusione del virus lo smentisce in modo chiaro. La verità è un’altra: a due mesi dall’inizio dell’epidemia in Italia il governo non ha acquistato e distribuito le protezioni indispensabili per bloccare la diffusione della malattia.
Costano troppo. In Piemonte i medici di base parlano al telefono alle persone che hanno la febbre, la tosse, il mal di gola, invitandoli a prendere antipiretici e a restare a casa per cinque giorni. Se peggiorano andranno poi in ospedale. A nessuno viene fatto il tampone. Chi vive con questi malati si trova in trappola: non può lasciare solo chi soffre ed ha bisogno di assistenza, ma rischia di contagiarsi a sua volta se l’affezione respiratoria fosse dovuta a coronavirus. Quanti si sono infettati senza saperlo ed hanno poi diffuso la malattia ad altri, uscendo senza protezioni?
Gli arresti domiciliari non ci salveranno dall’epidemia. Possono contribuire a rallentare la diffusione del virus non a fermarla.

L’epidemia diventa occasione per imporre condizioni di lavoro, che consentono alle aziende di spendere meno e guadagnare di più. Gli editti di Conte hanno previsto lo smart working ovunque fosse possibile. Le aziende ne approfittano per imporlo ai propri dipendenti. Si sta a casa e si lavora via internet. Il telelavoro è regolato da una legge del 2017 che prevede che le aziende possano proporlo ma non imporlo ai dipendenti. Dovrebbe essere quindi soggetto ad un accordo che dia ai lavoratori garanzie su orario, forme di controllo, diritto alla copertura delle spese di connessione, copertura in caso di infortunio. Oggi, dopo il decreto emanato dal governo Conte per fronteggiare l’epidemia di Covid 19, le aziende possono obbligare allo smart working senza accordi né garanzie per i lavoratori, che devono anche essere grati per la possibilità di stare in casa. L’epidemia diventa quindi pretesto per l’imposizione senza resistenze di nuove forme di sfruttamento.
Per i lavoratori normati si prevedono cassa integrazione e fondi integrativi, per i precari, le partite IVA e i parasubordinati non ci saranno coperture, tranne qualche briciola. Chi non lavora non ha alcun reddito.

Chi osa criticare, chi osa raccontare verità scomode, viene minacciato, represso, messo a tacere.
Nessun media mainstream ha ripreso la denuncia degli avvocati dell’associazione infermieri, un’istituzione che non ha nulla di sovversivo. Infermiere ed infermieri sono descritti come eroi, purché si ammalino e muoiano in silenzio, senza raccontare quello che succede negli ospedali. Gli infermieri che raccontano la verità sono minacciati di licenziamento. A quelli che vengono contagiati non viene riconosciuto l’infortunio, perché l’azienda ospedaliera non sia obbligata a pagare indennizzi a chi si trova ogni giorno a lavorare senza protezioni o con protezioni del tutto insufficienti.

L’autonomia delle donne viene attaccata dalla gestione governativa dell’epidemia di Covid 19.
La cura dei bambini che restano a casa perché le scuole sono chiuse, gli anziani a rischio, i disabili ricadono sulle spalle delle donne, già investite in modo pesante dalla precarietà del lavoro.
Intanto, in sordina, nelle case trasformate in domicili coatti, si moltiplicano i femminicidi.

Nel fragoroso silenzio dei più, durante la rivolta delle carceri sono morti 15 detenuti. Sulla loro morte non è trapelato nulla, se non le veline della polizia. Alcuni, già in gravi condizioni, non sono stati portati in ospedale ma caricati sui cellulari e portati a morire in carceri lontane centinaia di chilometri. Una strage, una strage di Stato.
Gli altri sono stati deportati altrove. Le carceri scoppiano, ai reclusi non è garantita la salute e la dignità nemmeno in condizioni “normali”, sempre che sia normale rinchiudere le persone dietro le sbarre. Per salvaguardarli il governo non ha trovato di meglio che sospendere i colloqui con i parenti, mentre ogni giorno i secondini possono andare e venire. La rivolta dei reclusi è divampata di fronte al rischio concreto del diffondersi del contagio in luoghi dove il sovraffollamento è la norma. Chi ha sostenuto le lotte dei prigionieri è stato caricato e denunciato. La repressione, complici le misure contenute negli editti del governo, è stata durissima. A Torino hanno impedito anche un semplice presidio di parenti e solidali all’ingresso della prigione, schierando le truppe ad ogni accesso alle strade limitrofe al carcere delle Vallette.

I lavoratori che hanno fatto scioperi spontanei contro il rischio di contagio, sono stati a loro volta denunciati per aver violato gli editti del governo, perché manifestavano in strada per la loro salute.
Niente deve fermare la produzione, anche se si tratta di produzioni che potrebbero essere interrotte senza alcuna conseguenza per la vita di noi tutti. La logica del profitto, della produzione viene prima di tutto.
Il governo teme che, dopo la rivolta delle carceri, si possano aprire altri fronti di lotta sociale. Da qui il controllo poliziesco ossessivo, l’impiego dell’esercito, cui, per la prima volta, sono attribuite funzioni di ordine pubblico, e non di mero supporto alle varie forze di polizia. I militari diventano poliziotti: il processo di osmosi cominciato qualche decennio fa arriva a compimento. La guerra non si ferma. Missioni militari, esercitazioni, poligoni di tiro vanno a pieno ritmo. É la guerra ai poveri al tempo del Covid 19.

Il governo ha vietato ogni forma di manifestazione pubblica e ogni riunione politica.
Rischiare la vita per il padrone è un dovere sociale, mentre cultura e azione politica sono considerate attività criminali.
Si tratta del tentativo, neppure troppo velato, per impedire ogni forma di confronto, discussione, lotta, costruzione di reti solidali che consentano davvero di dare sostegno a chi è maggiormente in difficoltà.

La democrazia ha i piedi di argilla. L’illusione democratica si è sciolta come neve al sole di fronte all’epidemia. Si accettano con entusiasmo provvedimenti ex cathedra del presidente del consiglio: nessun dibattito, nessun passaggio dal tempio della democrazia rappresentativa, ma semplice editto. Chi non lo rispetta è un untore un assassino, un criminale e non merita pietà.
In questo modo i veri responsabili, quelli che tagliano la sanità e moltiplicano la spesa militare, quelli che non garantiscono le mascherine neppure agli infermieri, quelli che militarizzano tutto ma non fanno i tamponi perché “costano 100 euro” si firmano l’assoluzione con il plauso dei prigionieri della paura.

La paura è umana. Non dobbiamo vergognarcene, ma non dobbiamo neppure permettere agli imprenditori politici della paura di usarla per ottenere il consenso a politiche criminali.

Noi ci siamo battuti per impedire che chiudessero i piccoli ospedali, che spazzassero via presidi sanitari preziosi per tutti. Eravamo in piazza a fianco del lavoratori del Valdese, dell’Oftalmico, del Maria Adelaide, dell’ospedale di Susa e di tanti altri angoli della nostra provincia.

In novembre eravamo in piazza per contestare la mostra mercato dell’industria aerospaziale di guerra. Noi lottiamo ogni giorno contro il militarismo e le spese di guerra. Noi siamo sui sentieri della lotta No Tav, perché con un metro di Tav si pagano 1000 ore di terapia intensiva.

Noi oggi siamo a fianco di chi non vuole morire in galera, dei lavoratori caricati e denunciati, perché protestano contro la mancanza di tutele contro la diffusione del virus, con gli infermieri e le infermiere che lavorano senza essere protetti e rischiano il posto perché raccontano quello che succede negli ospedali.

Oggi tanta parte dei movimenti di opposizione politica e sociale tace, incapace di reagire, schiacciata dalla pressione morale, che criminalizza chi non accetta senza discutere la situazione di crescente pericolo innescata dalle scelte governative di ieri e di oggi.
Limitare gli spostamenti e i contatti è ragionevole, ma è ancor più ragionevole lottare per poterlo fare in sicurezza. Dobbiamo trovare i luoghi e i modi per lottare contro la violenza di chi ci imprigiona, perché non sa e non vuole tutelarci.
Da anarchici sappiamo che la libertà, la solidarietà, l’uguaglianza nelle nostre mille diversità si ottiene con la lotta, non la si delega a nessuno e men che meno ad un governo, la cui unica etica è il mantenimento delle poltrone.

No. Noi non siamo “pronti alla morte”. Non vogliamo morire e non vogliamo che nessuno si ammali e muoia. Non ci facciamo arruolare nella fanteria destinata al massacro silente. Siamo disertori, ribelli, partigiani.
Pretendiamo che le carceri siano svuotate, che chi non ha casa ne abbia una, che la spesa di guerra sia cancellata, che a tutti siano garantiti gli esami clinici, che ciascuno abbia i mezzi per proteggere se stesso e gli altri dall’epidemia.

Non vogliamo che sopravvivano solo i più forti, noi vogliamo che anche chi ha vissuto tanto, possa continuare a farlo.
Vogliamo che chi sta male possa avere accanto qualcuno che lo ama e possa confortarlo: con due cacciabombardieri F35 in meno potremo avere tute, e ogni protezione necessaria perché nessuno muoia più da solo.

Tutto andrà bene? Ce la faremo? Dipende da ciascuno di noi.

I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese, riuniti in assemblea il 15 marzo 2020.

Dedichiamo questo nostro scritto alla memoria di Ennio Carbone, un anarchico, un medico che ha dedicato la propria vita alla ricerca scientifica, cercando di sottrarla alla voraci mani dell’industria che finanzia solo quello che rende.
Lui, in tempi non sospetti, ci parlò del rischio di una pandemia come quella che viviamo oggi.
La sua voce, la sua esperienza ci mancano in questi giorni difficili.

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Potere e genere

Osservate Maria. Da anni in molti caselli autostradali, mentre allungate il biglietto per pagare, trovate la sua icona, il suo manto candido a mezzo busto. Per quanto vi sforziate non riuscirete a vederla. Questi adesivi sono ovunque ma lei resta invisibile. Maria ha gli occhi chini, non vi guarda, non può guardarvi: urna asessuata, vaso inessenziale, la sua esistenza è la negazione dei vostri corpi desideranti, del vostro sguardo che buca lo spazio, dei vostri occhi che esplorano il mondo.
Dicono che a Ipazia, spogliata e lapidata a morte, ancor viva vennero cavati gli occhi. Di lei non ci sono state tramandate le opere, ma la narrazione della sua morte da parte di una squadraccia cristiana, ci è giunta con dovizia di particolari, a perenne monito per tutte quelle che non abbassano lo sguardo, che non si sottomettono al destino che si pretende sia iscritto nelle loro carni.

Il destino disegnato con i nostri corpi, adattati alle esigenze del dominio patriarcale, si giustifica con la pretesa che sia stabilito da dio, dalla natura, dall’universalismo maschile della ragione.
Chi si ribella è contro natura, contro dio, contro la ragione.
Gli universali mutano ma restano maschili. Resistono a lungo anche all’offensiva illuminista, all’umanizzarsi delle regole sociali, scisse dal beneplacito divino e, quindi, inevitabilmente meno solide, rigide, infallibili. Il relativismo incrina l’ordine, ma non lo spezza, finché i tant* esclusi dall’universalità dei diritti non hanno prodotto una rottura dell’ordine. Simbolico e, non secondariamente, materiale.
L’ordine del padre si incrina di fronte alle donne ribelli, alle soggettività non conformi, alle identità ibride, transeunti, fluide, in viaggio, mutanti. L’io diviene approdo e non punto di partenza inscatolato in ruoli imposti dal dominio del padre.
Un percorso non facile: ciascun* deve fare i conti con un percorso di soggettivazione autoritaria, tanto profondo da parere “naturale”. La servitù volontaria è indispensabile all’affermazione ed al mantenimento di qualsiasi forma di gerarchia.
Il dualismo di genere è quanto di più simile al concetto essenzialista di natura, che sia stato prodotto dalla cultura. Continued…

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Mille occhi sulla città

Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti. Fanno festa per le gare di tennis che arricchiranno i commercianti del centro, mentre noi aspettiamo stanchi autobus e tram stracolmi. Puntano sui grandi eventi, mentre le scuole cadono a pezzi e noi non abbiamo i soldi per pagare la mensa ai nostri figli e nipoti.
Scommettono sul turismo, mentre noi aspettiamo mesi per una visita medica o un esame.
È la città a 5Stelle, che attua riqualificazioni escludenti, caccia i senza casa, i senza reddito, i senza documenti ai margini della metropoli.
L’amministrazione Appendino ha scatenato la sua guerra ai poveri. In dicembre ha disposto lo sgombero degli ambulanti abusivi dall’area di San Pietro in Vincoli, dove c’era il mercato della roba vecchia, che per tanti era un’importante, se non l’unica, fonte di reddito. Sono stati trasferiti a forza, nonostante una certa resistenza continui in sordina, in via Carcano, un’area remota a ridosso del cimitero, dove non passa nessuno. Cintata da una rete che la rende simile ad una gabbia per polli, è lo specchio rovesciato della città vetrina.
Continua, in sordina, a colpi di sgomberi di baracche e fogli di via, la cacciata dei rom da via Germagnano.
Sui tram e per le strade delle periferie, con un accanimento particolare in Barriera, Falchera, Borgo Vittoria si moltiplicano le retate per spaventare e disciplinare chi vive di lavori precari, sottopagati, in nero o si arrangia come capita per pagare il fitto, le bollette e mettere insieme pranzo e cena.
Ci raccontano che stanno riqualificando le periferie, che i nostri quartieri saranno più belli da vivere. Non ci dicono però che in queste periferie per turisti, studenti, ricchi professionisti, non c’è più posto per chi ci abita ora. Si moltiplicano i bed & breakfast, le case affidate a piattaforme on line per affitti brevi, e diminuiscono le case, aumentano i fitti e i prezzi nei negozi. La chiamano riqualificazione, ma ha il sapore amaro dell’occupazione militare, del controllo, dei posti di blocco, delle retate di senza documenti.
Continued…

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Vakhtang. Omicidio di Stato

Era nato in Georgia 37 anni fa. La sua vita è finita alle prime ore del 18 gennaio.
Vakhtang Enukidze è stato massacrato di botte dalla polizia. Era rinchiuso nel CPR di Gradisca d’Isonzo. Siamo sul confine orientale, dove approdano quelli che riescono ad entrare in Europa dalla rotta balcanica.
La fine di Vakhtang l’hanno raccontata i suoi compagni di prigionia.
Dieci poliziotti in tenuta antisommossa sono entrati nella sua cella e l’hanno accerchiato e picchiato. Lui è caduto, sbattendo la testa contro un muro. Mentre era a terra alcuni poliziotti gli hanno messo i piedi sul collo e sulla schiena, l’hanno ammanettato e portato via.
“Lo stavano tirando con le manette come un cane, non puoi neanche capire, questo davanti a noi tutti” lo ha detto al telefono ai solidali dell’Assemblea No Cpr No Frontiere un suo compagno recluso.
Un altro testimone, amaro, sostiene che: “V. é morto per niente. Aveva accettato di essere deportato in Georgia. Ora il suo corpo è in una cella frigorifera. Oggi è toccato a lui, domani potrebbe toccare a chiunque di noi. Bisogna far sapere a tutti quello che è successo.”
Vakhtang è stato pestato duramente, una o due volte. È stato pesantemente sedato ed ha agonizzato per ore, “con la bava alla bocca” senza che nessuno lo soccorresse.
Poi è morto. Forse già al CPR, forse poco dopo.
Continued…

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Gradisca. Immigrato ucciso dalla polizia

Era nato in Georgia 37 anni fa.
La sua vita è finita alle prime ore del 18 gennaio.
V. E. è stato ammazzato di botte dalla polizia. Era rinchiuso nel CPR di Gradisca d’Isonzo. Siamo sul confine orientale, dove approdano quelli che riescono ad entrare in Europa dalla rotta balcanica.
Il CPR di Gradisca è gestito dalla cooperativa EDECO di Padova.
La fine di V.E. ce la raccontano i suoi compagni di prigionia.

Continued…

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La scelta di Nicoletta

Una tiepida giornata d’inverno, un tempo rara a gennaio, ha accolto i No Tav, che hanno dato vita ad un corteo vivace e plurale che ha attraversato il centro di Torino da piazza Statuto a Porta Susa.
C’era il popolo No Tav, c’erano tanti solidali da fuori regione, c’era un vivace e partecipato spezzone anarchico promosso dalla Federazione Anarchica Torinese.
Erano trascorsi solo 12 giorni dall’arresto di Nicoletta Dosio, attivista della prima ora nella lotta al super treno, rinchiusa nel carcere delle Vallette il 30 dicembre. La sua vicenda ha suscitato ampia indignazione e mosso un vasto movimento di solidarietà, concretatosi in presidi, cortei, proteste in valle e in ogni dove.
Migliaia di persone sono scese in piazza per la libertà di Nicoletta e di tutti gli uomini e donne investiti dalla repressione per la propria partecipazione alle lotte sociali.
Nicoletta ha rifiutato di chiedere le misure alternative al carcere. La condanna ad un anno le è stata inflitta per un’azione collettiva di apertura dei caselli autostradali della A32, mentre la polizia stava allargando il cantiere/fortino di Chiomonte.
Nicoletta con questa scelta prova a mettere a nudo la macchina che giorno dopo giorno macina le vite di chi non si arrende ad un ordine sociale basato sulla logica feroce del dominio e del profitto.
Chi ha tentato di depotenziarla, cercando di dare alla sua storia il carattere dell’eccezionalità con appelli alla grazia presidenziale si è subito incagliato di fronte al suo fermo rifiuto.
Nella lettera scritta dal carcere e letta in piazza lei scrive: “Sappiamo che non c’è più tempo. Bisogna agire qui e ora per evitare la catastrofe sociale e ambientale, ‘ridestando i morti e ricostituendo l’infranto’ che la follia del capitale lascia dietro di sé ‘nella quotidiana dimostrazione e saccheggio che esso chiama progresso’.
È il momento di essere lucidi e irriducibili, di mettere in pratica il coraggio e la tenerezza che abbiamo imparato nei giorni indimenticabili delle Libera Repubblica della Maddalena, un’esperienza che ci ha creato legami indissolubili da ogni parte del Paese, anzi, del mondo.
La solidarietà che può salvarci è quella che sa farsi coscienza critica, ribellione attiva al sistema di cui la mia vicenda non è che la cartina di tornasole: il tribunale che impugna le bilance della legge è l’altra faccia della guerra all’uomo e alla natura.
Quella guerreggiata con le armi contro i ‘popoli di troppo’, con le ruspe contro i territori destinati ad essere corridoi di traffico per merci, capitali, grandi sporchi interessi; con la guerra tra poveri contro la solidarietà che fa vivere con manganelli, lacrimogeni e manette contro le popolazioni che, in nome del diritto alla vita e all’autodeterminazione, alzano le barricate della resistenza e del conflitto.”
Continued…

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I No Tav tra urne e barricate

L’apertura dei cantieri per realizzazione della nuova linea ad alta velocità ferroviaria, che consegnerà la Val Susa al destino di corridoio logistico per le merci, è ormai molto vicina.
Siamo prossimi al punto di non ritorno.
La vita degli abitanti cambierà per sempre. Camion carichi di smarino e polveri d’amianto percorreranno la valle a est come a ovest, mettendo a repentaglio la salute di tutti. Il dispositivo militare investirà poco a poco anche zone densamente abitate. La perdita di falde acquifere sarà inevitabile e irreversibile.
La lucida profezia fatta quasi 30 anni fa dal movimento No Tav rischia di trasformarsi in dura realtà.
Una realtà che appare in tutta la sua crudezza dopo la lunga sbornia a 5Stelle.
I giochi elettorali hanno inghiottito enormi energie, senza alcun risultato, se non quello di allontanare ancora di più le persone dall’impegno diretto, dall’azione sul territorio, dal confronto sulle strategie per mettere in difficoltà l’avversario.

Nel maggio del 2018 5Stelle e Lega stavano perfezionando il loro contratto di governo. Nel contratto si parlava di riesame della Torino Lyon. L’opzione zero non è mai stata neppure sul tavolo.
Chi aveva puntato tutto sui 5Stelle poteva vantarsi che la favola della soluzione istituzionale a decenni di lotta No Tav avrebbe avuto un lieto fine.
Oggi sappiamo che la storia ha avuto un ben diverso epilogo. Dopo una lunghissima manfrina il sì alla realizzazione dell’opera è infine arrivato. I 5 Stelle, sedotti e abbandonati dalla Lega, si sono alleati con il PD, un altro partito Si Tav, e la partita si è chiusa.
Le procedure per l’avvio dei lavori vanno avanti. La discarica d’amianto sequestrata dalla Guardia di Finanza a Salbertrand, nel luogo destinato a fabbrica di conci per la realizzazione del tunnel mostro di 57 chilometri da Susa a San Jean de Maurienne, è solo un intoppo passeggero. Le ultime elezioni locali hanno indebolito, anche se non sradicato, il fronte istituzionale No Tav, mentre il movimento non ha saputo né voluto fare i conti con la scelta della delega istituzionale. Alla vigilia della annuale manifestazione No Tav dell’8 dicembre, la maggiore preoccupazione dell’assemblea svoltasi a Bussoleno il 27 novembre, è stata il recupero in corner dei gonfaloni dei sindaci per la marcia da Susa a Venaus.
Un fatto è certo: se, come probabile, in primavera verranno assegnati gli appalti per il tunnel transfrontaliero, la partita si giocherà ancora una volta per le strade. I santi sono tornati in paradiso e la notte è senza stelle. Continued…

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Un oceano di orrori

I numeri della violenza patriarcale contro le donne disegnano un vero bollettino di guerra. La guerra contro le donne libere. Una guerra che i media nascondono e minimizzano, contribuendo a moltiplicarla, offrendo attenuanti a chi uccide, picchia e stupra.
Le donne uccise da chi non tollera la loro libertà sono ammazzate due volte. Uccise dall’uomo che le ha private della vita, uccise da chi nega loro la dignità, raccontando la violenza con la lente dell’amore, dell’eccesso, della passione e della follia. L’amore romantico, la passione coprono e mutano di segno alla violenza. Le donne sono uccise, ferite, stuprate per eccesso d’amore, per frenesia passionale. Un alibi preconfezionato, che ritroviamo negli articoli sui giornali, nelle interviste a parenti e vicini, nelle arringhe di avvocati e pubblici ministeri. Questa narrazione falsa mira a nascondere una guerra, che viene combattuta ma non riconosciuta come tale.

Annientare è far diventare nulla chi prima era qualcun*. C’è chi lo fa con freddezza, chi con rabbia, chi persino con paura, ma il fine resta lo stesso: imporre se stessi sino alle estreme conseguenze.
Questo è il senso di ogni omicidio.
In guerra questo diviene evidente e, soprattutto, lecito. In guerra uccidere è un merito. Nonostante la teoria dei “diritti umani” abbia provato ad attenuare la logica bellica, introducendo qualche fragile elemento di tutela, nei fatti poco cambia. Anzi. Nelle guerre dell’ultimo secolo i civili disarmati sono obiettivi di guerra anche più dei soldati in armi.

Quando sotto i colpi cade una donna, il senso muta. Il termine femminicidio descrive l’uccisione di una donna in quanto donna. L’uccisione di una donna in quanto donna ha un significato intrinsecamente politico. Per paradosso il femminicidio è un atto politico, proprio perché ne viene nascosta, dissimulata, negata la politicità. Continued…

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Mercanti di morte

Sabato 16 novembre
No ai mercanti di morte!
corteo antimilitarista
ore 15 da piazza Castello

Il 26 e 27 novembre 2019 si tiene a Torino “Aerospace & defence meeting”, mostra mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra.
La convention, giunta alla sua settima edizione, ha quest’anno un focus sull’innovazione produttiva, la trasformazione digitale per l’industria aerospaziale 4.0.
Un’occasione per valorizzare le eccellenze del made in Italy nel settore armiero, in testa il colosso Leonardo, con un focus sulle aziende piemontesi leader nel settore: Thales Alenia Space, Avio Aero, UTC Aerospace Systems.

La mostra-mercato è riservata agli addetti ai lavori: fabbriche del settore, governi e organizzazioni internazionali, compagnie di contractor. Quest’anno sono attese 900 aziende e i rappresentanti di 26 governi; sono previsti 6.500 incontri diretti. Il vero fulcro della convention sono gli incontri bilaterali per stringere accordi di cooperazione e vendita.
Tra gli sponsor del meeting spiccano la Regione Piemonte, la Camera di Commercio subalpina.
Nelle foto dei meeting passati si vedono alveari di uffici, dove persone eleganti vendono e comprano i giocattoli, che distruggono intere città, massacrano civili, avvelenano terre e fiumi. Giocattoli di guerra. Guerre combattute con armi costruite a due passi dalle nostre case.
Torino è uno dei principali centri dell’industria aerospaziale bellica.
L’industria bellica è un business che non va mai in crisi. L’Italia fa affari con chiunque.
Tra gli acquirenti del made in Italy c’è la Turchia, che impiega contro la popolazione curda gli elicotteri Mangusta prodotti dalla Augusta del gruppo Leonardo. C’è anche lo Yemen che li utilizza contro la popolazione civile per cercare di stroncare l’insorgenza Houti.
A Torino e Caselle c’è l’Alenia, la cui “missione” è fare aerei militari tra cui spiccano gli Eurofighter Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe. Sempre l’Alenia produce droni da guerra. I droni estendono le frontiere del controllo e rendono asettica la guerra, una sorta di videogame mortale. Le ali degli F35 sono costruite ed assemblate dall’Alenia a Cameri, paesino alle porte di Novara.
Giocattoli costosi che hanno un unico impiego: uccidere.
All’aerospace and defence meeting venderanno, oltre a F 35 e Eurofighter Thyphoon, anche droni nEUROn da guerra, satelliti spia, elicotteri Awhero, sistemi ISTAR per sorveglianza, riconoscimento ed acquisizione degli obiettivi, MC-27J Praetorian per i trasporti bellici, gli Hitfist, cannoni per tank e navi… e tanti alti gioielli dell’industria bellica italiana e internazionale.
L’Italia è in guerra da decenni ma la chiama pace, per giustificare le città distrutte, i corpi dilaniati, i bambini spauriti, i migranti che muoiono in viaggio. La chiamano pace ma è occupazione militare, bombardamenti, torture e repressione.
Per trarci in inganno trasformano la guerra in filantropia planetaria, le armi in mezzi di soccorso.
Gli stessi soldati delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CPR, nelle strade delle nostre città, sono nei cantieri militarizzati, sono nel Mediterraneo e sulle frontiere fatte di nulla, che imprigionano uomini, donne e bambini.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Le sostiene la stessa propaganda: le questioni sociali, coniugate in termini di ordine pubblico, sono il perno su cui fa leva la narrazione militarista. Continued…

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