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Razza bianca e bordelli. La ricetta leghista per tornare al potere

La Lega le ha sparate grosse ed è riuscita a catalizzare l’attenzione dei media main stream. I risultati conseguiti dal governo Gentiloni nella lotta all’immigrazione, sono sotto gli occhi di tutti: secca riduzione degli sbarchi, moltiplicarsi dei rimpatri.
La cacciata di quasi tutte le ONG dal Mediterraneo, gli accordi con Al Sarraj e con i capi delle milizie di Sabratha e Zawija, le leggi che rendono più difficile il riconoscimento dell’asilo politico sono i tasselli di un mosaico la cui trama è ben nota a tutti. Morti, galere per migranti, stupri, ricatti e torture sono il pane quotidiano della gente in viaggio attraverso la Libia. Fatti noti. Come note sono le statistiche che rivelano che sono tantissimi gli italiani che plaudono a massacri e respingimenti. Si moltiplicano i muri, le barriere, le missioni armate.
Difficile battere il PD su questo terreno. Nel suo editoriale sul quotidiano La Stampa di oggi Sorgi tesse gli elogi del governo.
Serviva qualche sparata ad effetto, che catalizzasse le paure che attraversano tanta parte del corpo sociale. Donald Trump fa scuola.
Il neocandidato alla presidenza della Regione Lombardia, Fontana, ha conquistato le prime pagine, parlando di “razza bianca” e di invasione di immigrati, che la cancelleranno.
Il segretario leghista ha ripreso un tema caro ai fascisti di ieri e di oggi: la prostituzione di Stato. Salvini vuole riaprire le case chiuse, dove le prostitute vivono come monache, sotto il controllo della polizia di Stato. Va da se che in questi bordelli legali potrebbero avere accesso solo persone con i documenti in regola.
Berlusconi ha immediatamente stigmatizzato le dichiarazioni dei suoi ingombranti alleati, ma gioca la stessa partita. Qualche giorno fa ha detto, in barba ai dati diffusi dal Viminale, che in Italia c’è un reato al secondo. Non solo. L’ex Cavaliere ha rincarato la dose sostenendo che in Italia si sarebbero 500.000 immigrati pronti e delinquere.
Un’affermazione che fa il paio con quelle del leghista Fontana.
Luigi di Maio, il candidato alla presidenza del consiglio per il M5S, fa invece concorrenza ai fascisti, sostenendo che gli interessi degli italiani devono venir prima di quelli degli immigrati.
La campagna elettorale sta entrando nel vivo. Le questioni sociali restano sullo sfondo, la vera protagonista è la paura.
Lo sa bene Marco Minniti, che ha dichiarato che non si può ignorare la paura diffusa nel corpo sociale, anche quando non ha alcun fondamento reale.
Come dargli torto? La paura uccide. Come in piazza San Carlo: 1.250 feriti ed una morta in un attacco di panico collettivo figlio della paura che nutre da decenni l’immaginario sociale del nostro paese.
Lo sanno bene i migranti respinti alle frontiere, che annegano nel Mediterraneo o restano sepolti dalle neve nelle Alpi. Qualcuno viene folgorato mentre prova a passare in Francia attraverso un tunnel ferroviario. É successo ieri a Ventimiglia.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Alessandro Dal Lago, sociologo, già docente all’università di Genova

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Ammazziamoli a casa loro

Il conte Gentiloni ha chiuso l’anno e il mandato con l’invio d’un contingente della Folgore in Africa.
Ai parà in Niger seguiranno specialisti del Genio, addestratori, esperti delle forze speciali.
Sulla carta una missione contro il terrorismo nel cuore del Sahel. Nei fatti porre le basi per la costruzione di campi di prigionia per migranti a sud della Libia.
“Aiutiamoli a casa loro”, lo slogan più gettonato degli ultimi anni è destinato a finire in soffitta. In febbraio il ministro Minniti ha stretto un accordo con al Sarraj, capo del debole governo della Tripolitania, per i respingimenti in mare.
In estate il governo ha obbligato buona parte delle ONG che soccorrevano la gente dei gommoni, ad andarsene dal Mediterraneo, accusandole di collaborare con gli scafisti.
In agosto ha pagato le milizie di Zawiya e Sabratha, che gestiscono il traffico dei migranti, affinché bloccassero le partenze. Tutti sanno che la Libia è un inferno per la gente in viaggio: sequestri, ricatti, torture, strupri per ottenere un riscatto dalla famiglie. Dai campi libici molti non escono vivi.
Gli esecutori di questi crimini sono a Tripoli o a Sabratha, i mandanti siedono nel parlamento italiano.
Quest’anno è previsto un maggiore impegno in Libia e l’inaugurazione di un nuovo fronte in Tunisia, dove passa il gasdotto che porta il gas algerino in Sicilia.
La missione in Niger è l’ultimo tassello di una strategia di spostamento a Sud ed esternalizzazione della repressione dell’immigrazione.
L’ipocrisia del governo maschera gli obiettivi, ma il nuovo target dei militari tricolori è chiaro: “Ammazziamoli a casa loro.”
Forse non tutti sanno che i soldi spesi per far morire la gente in viaggio, sono stati sottratti a pensioni e sanità. Così anche da noi i poveri muoiono prima. Usurati dal lavoro, senza soldi per la sanità privata, senza futuro per figli e nipoti.

Quanto ci costerà la campagna d’Africa dell’esercito italiano sino a settembre?
Libia: 400 soldati e 34.982.433 euro. Niger: 470 parà e 30 milioni di euro. Spazio aereo della NATO: 250 militari e 12 milioni e 586mila euro. Tunisia: 60 persone e quattro milioni e 900mila euro. Repubblica Centrafricana: 324.260 euro. Marocco: due soldati e 302.839 euro. Poi ci sono i costi per gli altri fronti di guerra: Afganistan (101 milioni), Iraq (162 milioni), Libano (102 milioni), Mare sicuro (63 milioni) e Sophia (31 milioni), Lettonia (15 milioni)…

Le guerre dell’Italia per decenni sono state coperte da giustificazioni umanitarie: oggi il mantra è la “lotta al terrorismo”, nel cui nome si giustificano le città distrutte, i corpi dilaniati, i bambini spauriti, i migranti che muoiono in viaggio. Occupazione militare, bombardamenti, torture e repressione non fermano la Jihad ma la alimentano.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia.
Le sostiene la stessa propaganda: le questioni sociali, coniugate in termini di ordine pubblico, sono il perno su cui fa leva la narrazione militarista.
In dicembre si è concluso alla Scuola di Fanteria dell’Esercito un corso per “istruttori controllo dalla folla”, dove ai militari è stato insegnato come fronteggiare e reprimere le insurrezioni popolari. Hanno imparato come gestire le rivolte nei paesi occupati. Siamo sicuri che verranno impiegati anche in Italia nei luoghi del conflitto sociale.
Già oggi gli stessi soldati delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa, sono nel Mediterraneo e sulle frontiere fatte di nulla, che imprigionano e uccidono, uomini, donne e bambini.
Da anni le forze armate fanno propaganda per il reclutamento nelle scuole. Ora, grazie all’accordo con il MIUR, gli studenti potranno fare il loro periodo di alternanza scuola lavoro anche nella caserme, nei musei e nelle basi militari. Un’opportunità di lavoro in un settore che non conosce mai crisi.
E non conosce crisi l’industria bellica, che in Piemonte ha numerose, mortali, eccellenze.
Gli uomini, donne, bambini che premono alle frontiere chiuse dell’Europa nascondono una verità cruda ma banale. Le guerre sono combattute con armi costruite a due passi dalle nostre case.

É il momento di decidere da che parte stare. Un giorno non potremo fingere di non aver visto, di non aver saputo. Chi tace, chi volta lo sguardo è complice. Nessuno lo farà al nostro posto. Tocca a ciascuno di noi.

Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.

Sabato 13 gennaio
ore 10,30 / 14
Punto info antimilitarista al Balon
con vin brulè, cibo e the caldo
benefit assemblea antimilitarista

Assemblea Antimilitarista
antimilitarista.to@gmail.com

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Iran. La rivolta dei senzascarpe

Il bilancio finale della rivolta, scoppiata alla fine di dicembre, investendo ottanta città, è di 22 morti e un migliaio di arresti.
I protagonisti delle proteste sono molto diversi dai giovani studenti che animarono, nel 2009, l’Onda Verde.
Sin dalle prima battute l’insorgenza sociale è stata battezzata come ribellione dei “mostazafin”, i “senza scarpe”, i diseredati. L’etichetta aveva conosciuto un suo momento di gloria nel 1979, quando la rivoluzione contro lo Shah Palevhi si dichiarò dalla parte dei Mostazafin, per coagulare consensi tra i più poveri.
I giovani scesi nelle piazze dell’Iran sembrano avere poco a che fare con i loro coetanei borghesi della zona Nord di Teheran, del fronte riformista, della protesta che aveva i suoi riferimenti nella rivoluzione ma anche negli ideali libertari occidentali.
Questa rivolta offre pochi appigli agli analisti perché ha caratteristiche sociali sfuggenti. Nel recente passato le grandi proteste in Iran si erano svolte a Teheran e nella grandi città dove è più facile individuare cosa le muove e chi le agita. Questa volta, specie nella fase aurorale, la periferia ha prevalso sul centro: i giovani iraniani sono scesi in piazza in città lontane dall’usuale palcoscenico della politica, anche per questo le notizie sono arrivate con difficoltà e le forze di sicurezza, presenti in maniera capillare nelle grandi metropoli, hanno avuto maggiori problemi a mantenere il controllo.
L’inizio della rivolta è stata nella provincia di Mashad, città cardine del rivale di Rohani, Ebrahim Raisi, capo della ricca e potente Fondazione Al Qods, battuto alle elezioni presidenziali del maggio scorso. Questo ha fatto pensare che gli ultraconservatori potessero in qualche modo volere mettere in crisi il governo dell’attuale presidente. Un’interpretazione avvalorata dalle dichiarazioni di un fedelissimo di Rohani, il vicepresidente Eashaq Jahangiri, il qualche aveva accusato gli ultrà del regime di manipolare le manifestazioni, un’interpretazione degli eventi appoggiata dallo stesso fronte riformista.

D’altra parte la Guida Suprema Alì Khamenei si è espresso per una linea ben più dura rispetto a quella di Rohani, il che induce il sospetto che la faccenda, se realmente è stata ispirata dai conservatori, sia presto sfuggita loro di mano.
Nel 2009, nell’Onda Verde c’erano leader politici ben precisi, Mir Hussein Mousavi e Mehdi Karrubi, che facevano riferimento ai riformisti appoggiati allora da Hashemi Rafsanjani, uno dei grandi padrini della repubblica islamica. Anche il bersaglio era evidente: la rielezione del presidente ultraconservatore Mahamoud Ahmadinejad, avvenuta in un clima pesantemente avvelenato dai brogli, sostenuto allora dalla Guida Suprema Alì Khamenei che successivamente lo ha abbandonato al suo destino.
C’è chi oggi ha ipotizzato la lunga manus dell’ex presidente Ahmadinejad dietro alle rivolte. Il suo tentativo di presentarsi alle elezioni della scorsa primavera per correre per un terzo mandato è stato bloccato. Ad un certo punto i media nostrani hanno diffuso la notizia di un suo possibile arresto. Sebbene fonti autorevoli sostengano che si tratti di una fake news, ad oggi è difficile dire se Ahmadinejad sia completamente libero di muoversi nel paese.
Ahmadinejad ha rappresentato una sorta di anomalia nella scena politica iraniana, perché è stato il primo presidente “laico” della Repubblica Islamica. Là dove per “laico” si intende che Ahmadinejad non appartiene al clero, nonostante sia molto vicino alle correnti più mistiche dello sciismo. Sotto la sua amministrazione, il tema del 12 Imam, l’imam nascosto, il Mahdi ha ripreso forza nei pellegrinaggi nel luogo di una sua ricomparsa in Iran.

Nel 2009 le strade si erano riempite non soltanto del popolo ma anche della borghesia della capitale, la classe media iraniana che ha i suoi referenti a Teheran Nord, la parte più agiata della società. Questa volta a bruciare le auto e incendiare i posti di polizia sono stati i giovani più poveri della periferia, non della capitale ma del paese. Mentre i giovani studenti della borghesia hanno quasi sempre sostenuto i candidati riformisti o moderati alla presidenza, come Mohammed Khatami nel ‘97 e poi Hassan Rohani, per contrastare l’ala dura del potere del clero e dei Pasdaran, questa ondata di protesta non sembra esprimere simpatia per i riformisti e gli “illuminati”. La politica squistamente liberista di Rohani non ha certo contribuito ad aumentarne l’appeal tra i giovani poveri del paese.

D’altra parte i temi della rivolta, inizialmente diretta solo contro il caro vita, si sono estesi investendo la stessa casta sacerdotale. Persino la guida suprema Ali Khamenei è entrato nel mirino di un movimento, che lo ha bruciato in effige. Non solo. L’aumento della spesa militare, l’impegno bellico in Siria e Iraq sono tra i temi che hanno alimentato le proteste.
Altra novità la comparsa nelle piazze della provincia di curdi e arabi, minoranze che negli anni precedenti erano rimaste ai margini nelle manifestazioni di dissenso nelle grandi città.
In Iran circa dodici milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà. L’assistenzialismo iraniano, basato sulle fondazioni religiose, sostiene non più della metà di questa massa di diseredati. Nonostante le distribuzioni con prezzi calmierati dei beni di prima necessità attuate da queste fondazioni, che mirano a mantenere il controllo dei mostazafin, i salari reali sono continuamente diminuiti negli ultimi anni.
Le ruberie da parte delle fondazioni legate al clero – fondazioni che possiedono buona parte dell’industria e della proprietà fondiaria del paese – o l’aumento del prezzo delle uova sono stati i detonatori di una rivolta le cui ragioni hanno ben poco di contingente.

La partita potrebbe ripartire a fine gennaio, quando gli Stati Uniti decideranno se imporre ulteriori sanzioni, oltre a quelle che il paese subisce di 38 anni. C’è chi ritiene che Trump potrebbe persino recedere dagli accordi sul nucleare stretti tra l’amministrazione Obama e il governo Rohani.
Un fatto è tuttavia sicuro. Le speranze che quell’accordo portasse alla fine delle sanzioni, all’apertura di nuovi mercati, alla fine dell’embargo finanziario, alla ripresa di investimenti nel paese sono state deluse. I numeri delle disoccupazione e della povertà nel paese disegnano la mappa sulla quale è scoppiata la rivolta. Una rivolta le cui fiamme, imprevedibili per conservatori e riformisti, potrebbero presto riprendere ad ardere.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Alberto Negri, corrispondente di guerra ed esperto di questioni geopolitiche per il Sole 24 ore e membro dell’ISPI – Istituto per gli studi di politica internazionale.

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Meltdown e Spectre. Due bug nei processori dei nostri pc, tablet, smartphone

Sarebbero le più gravi vulnerabilità del millennio. Si tratta di un errore di progettazione, che risale ad un’epoca remota per i marchingegni elettronici, il 1995. Da allora sono passati 23 anni. Quest’errore riguarda i processori di quasi tutti i dispositivi che utilizziamo quotidianamente – Server, Server Cloud, PC Windows e Linux, MAC, smartphone, tablet.

Il bug permette ad programma malevolo, creato appositamente, di eseguire sul dispositivo attaccato operazioni non autorizzate, non volute, che possono portare al furto di diverse informazioni, anche molto riservate, come password, chiavi crittografiche e molto altro. Nel caso in cui si sia stati vittima dell’attacco, inoltre, è quasi impossibile scoprirlo.
Non si tratta di una falla in un software, ma di un buco nell’architettura materiale dei nostri dispositivi.

Di che si tratta?
I moderni processori hanno una funzionalità che permette di velocizzare l’esecuzione dei programmi, basandosi su “speculazioni”, su cosa è probabile che il programma chieda nelle prossime operazioni, così da precalcolarle, per avere i risultati “già elaborati” quando necessario.
Un errore nel disegno di tale funzionalità può permettere ad un programma malevolo, eseguito sul dispositivo attaccato, di “evadere” la normale segregazione tra applicazioni. Su un dispositivo personale significa leggere i dati in RAM di altre applicazioni. Queste vulnerabilità sono così gravi che in ambienti enterprise, invece, permettono da una istanza virtuale di leggere i dati di altre istanze (si pensi ad infrastrutture Citrix, XEN, CMWare, AWS, Azure, etc etc).

Meltdown affligge solo i processori Intel. È il più semplice da sfruttare ed anche il più semplice da rimediare, per il quale sono già disponibili le patch da parte di diversi produttori.
Di fatto Metdown era già noto da almeno 15 anni. Peccato che fosse noto solo ai produttori e a chi lo ha utilizzato per spiare.

Spectre, tocca i processori Intel, AMD ed ARM. Più difficile da utilizzare, è anche il grave e più difficile da correggere. Probabilmente ne discuteremo e ne subiremo le conseguenze ancora a lungo.
Gli aggiornamenti disponibili di fatto disabilitano la funzione che permette di “predire” le prossime operazioni, causando rallentamenti fino al 20/30% dell’hardware posseduto.
Questi aggiornamenti eliminando la capacità di “predizioni” del processore lo proteggono da intrusioni, ma ne peggiorano le prestazioni.
Facciamo un esempio. Noi decidiamo di sistemare la stanza in cui viviamo e comunichiamo al nostro fedele amico le nostre intenzioni. Il nostro amico provvede ad elaborare una decina di scenari per la mia stanza. Così, appena decido di imbiancarla, mi trovo subito diversi piani disponibili per lo spostamento dei mobili, l’acquisto di vernici e pennelli, le opzioni di spesa, le possibilità di risistemazioni dei mobili o l’acquisto di nuovi. Un paio di click ed è fatta. Se elimino la capacità predittiva del mio amico, dovrò cercare da me le soluzioni possibili. Lui me le fornirà comunque, ma impiegherò molto più tempo.

A questo punto abbiamo capito come funzionano questi Bug.
Resta tuttavia un dubbio. Perché non siamo stati informati subito? Perché Meltdown agisce da anni senza che chi acquista e usa apparecchi elettronici lo abbia saputo subito?

Perchè Intel sapeva della vulnerabilità dei suoi processori e non ha detto nulla? Voleva trovare prima il tappabuchi, per non scoraggiare gli acquirenti? Oppure ha subito pressioni da qualcuno abbastanza forte per farle, affinché non la tenesse segreta?

Ci sono diversi scenari che rendono possibili varie ipotesi.

Ipotesi “etica”. Trovo una falla e ne informo solo il produttore. Aspetto a dirlo a tutti finché il buco non è stato tappato.

Ipotesi “hacker”. Non comunico la falla al produttore e la tengo per me per sfruttarla se mi dovesse servire.

Ipotesi “mercantile”. Non comunico la falla al produttore e la vendo al mercato nero, per farla usare da qualcun altro che mi darà dei bei soldi a seconda della gravità del buco.

Ipotesi “spia” non comunico al produttore la falla e la regalo ad enti come l’NSA per sfruttarla nella cyberwar

Questa vicenda ci racconta l’enorme difficoltà nel difendere i nostri dati, una merce, che in un’epoca post cyberpunk, vale più del petrolio.

Ascolta la diretta  dell’info di Blackout con Federico Pinca, redattore di Blackout e conduttore del “Bit c’è e non c’é”

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Argentina. Lo spettro del passato che ritorna

Il governo Macrì è deciso a regolare i conti con tutta l’opposizione sociale e politica nel paese.
La dura repressione che ha investito le migliaia di persone scese in piazza contro la riforma delle pensioni non accenna a placarsi.
L’attacco alle già precarie condizioni di vita della popolazione è sempre più forte: aumenti delle bollette, salari bassissimi, elisione delle deboli garanzie per i più poveri.

Durissimo è l’attacco alle comunità mapuche in lotta.
L’unico poliziotto indagato nell’inchiesta sulla sparizione e la morte di Santiago Maldonado, il giovane anarchico sequestrato ed ucciso dalla polizia lo scorso agosto, è stato promosso. Per meriti sul campo.

Nell’inchiesta per l’assassinio di Rafael Nauhel, il giovane mapuche colpito a morte dalle squadre poliziesche Albatros, la magistratura ha deciso di inquisire solo i due compagni che trasportarono Rafael, ormai agonizzante, giù della montagna sino all’ospedale. I due, a loro volta feriti nell’attacco alla comunità resistente di Villa Mascardi, vennero arrestati e poi rilasciati, ora sono stati nuovamente incarcerati.
La magistrata che aveva iniziato l’inchiesta è stata rimossa, mentre il governo ha deciso di costituire un’unità speciale anti RAM. La RAM, resistenza ancestrale mapuche, è considerata un’organizzazione terrorista.

l 27 dicembre, è stato reso pubblico un rapporto di 180 pagine intitolato RAM, preparato dal Ministero della Sicurezza della Nazione in collaborazione con i governi provinciali di Río Negro, Neuquén e Chubut, dove vengono criminalizzati i mapuche che si organizzano e resistono. Nel mirino anche attivisti sociali, di sinistra e anarchici, considerati sostenitori e complici della RAM.
Qui potete leggere il comunicato emesso in risposta al rapporto del governo sottoscritto da numerosissime gruppi, reti territoriali e organizzazioni argentine.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Ivan Colombo, che ha trascorso in Argentina diversi mesi, visitando le comunità mapuche e partecipando alla lotta contro la riforma delle pensioni.

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Argentina. La riforma delle pensioni passa in Parlamento. In migliaia provano ad assaltare il palazzo

La riforma delle pensioni del governo di Mauricio Macrì è stata approvata nella serata del 18 dicembre. Nello stesso giorno era stato proclamato uno sciopero generale, che aveva portato in piazza dalle 250 alle 300 mila persone.
La notte precedente i tamburi dei cacerolazos avevano echeggiato per tutto il paese. Giovedì 14 dicembre il corteo diretto in parlamento era stato attaccato con violenza dalla polizia.
Quattro giorni dopo una manifestazione enorme ha raggiunto il parlamento nel tardo pomeriggio. L’intera area era stata blindata con protezioni metalliche. All’attacco ai blocchi, subito divelti, la polizia ha risposto con cariche di poliziotti in motocicletta che sparavano proiettili di gomma sulla folla. In piazza anche idranti utilizzati per cercare di fermare la folla che continuava ad avanzare.
In più occasioni i manifestanti hanno obbligato la polizia ad indietreggiare. I più decisi sono arrivati a cento metri dall’ingresso.
La gran parte della gente ha resistito in piazza, nonostante l’impiego massiccio di gas lacrimogeni.
La guerriglia urbana è durata diverse ore. La caccia all’uomo anche: circa 80 persone sono state arrestate. Due di loro sono state ferite e sono ricoverate in ospedale: le condizioni di un uno sono molto gravi. Una donna racconta di essere stata investita da una moto della polizia.
Il governo Macrì è riuscito a far passare il taglio delle pensioni, uno degli obiettivi cardine del proprio programma. É riuscito anche a rivitalizzare un’opposizione sociale ampia e sempre più radicale, che è passata dalla difesa all’attacco.
Sapremo presto se quella di ieri sia stata una fiammata isolata o sia il segnale di un’inversione di tendenza, specie rispetto ai sindacati in buona parte asserviti alle politiche governative.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Ivan, un attivista sindacale milanese da tre mesi in Argentina, che ha partecipato alla manifestazione.
L’intervista è stata realizzata prima che terminasse la votazione in parlamento.

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Fine della Net Neutrality?

Il 14 dicembre 2017 la neutralità della rete è morta, almeno negli Stati Uniti. La commissione direttiva della FCC (Federal Communications Commission) ha abolito le norme che garantivano parità di accesso a tutti. Norme sostenute sia dall’amministrazione Obama sia dai grandi gruppi tecnologici della Silicon valley.
Pochi minuti dopo la decisione della commissione, presa con tre voti contro 2, diversi politici hanno annunciato un’azione legale appoggiata da più Stati per annullare questa decisione. Gli attivisti in difesa della Net neutrality hanno attuato proteste immediate e ne hanno annunciate di nuove.
Oggi la partita l’ha vinta l’industria delle telecomunicazioni che potrebbe trarne vantaggi enormi.

Ma… facciamo un passo indietro. Che cos’è la Net Neutrality?
Per comprendere il concetto di net neutrality occorre tornare alla seconda metà dell’Ottocento. All’epoca naturalmente Internet non esisteva, ma garantire il passaggio delle informazioni senza limitazioni e discriminazioni era un’esigenza condivisa. Erano gli anni in cui si emergevano nuovi e potenti mezzi di comunicazione come il telegrafo. Negli Stati Uniti il discorso sulla neutralità delle reti si affermò e si diffuse in quel periodo, fissando una regola base: tutto il traffico su un determinato mezzo di trasmissione (o di trasporto) deve essere trattato allo stesso modo.

Il concetto attuale di net neutrality applicato a Internet è invece molto più recente, e risale a una quindicina di anni fa. Fu introdotto per la prima volta nel 2002 da Tim Wu, ora docente di legge presso la Columbia Law School di New York, autore di una ricerca in cui si ipotizzava di introdurre una regola chiara per evitare discriminazioni nella trasmissione dei contenuti su Internet.

Semplificando: per collegarsi a Internet ognuno di noi deve passare attraverso un provider, una società che fisicamente gestisce il collegamento dalla propria casa ai suoi centri dati, che a loro volta permettono di accedere a qualsiasi sito in ogni parte del mondo. I provider fino a ora si sono comportati come fanno le poste con le lettere ordinarie: consegnano cose da X a Y senza tenere in considerazione il loro contenuto, trattando quindi ogni busta allo stesso modo e senza fare favoritismi. Chi sostiene la neutralità della rete vuole che le cose continuino a essere così, senza discriminazioni.
Più nello specifico, secondo i principi della net neutrality un provider non può bloccare o rallentare l’accesso a particolari siti o servizi online. Allo stesso modo, le società che danno le connessioni non possono nemmeno creare corsie preferenziali per fare in modo che un contenuto sia caricato più velocemente di un altro.
Così come una telefonata di Tizio deve essere inoltrata al ricevente nello stesso modo in cui avviene per una chiamata di Caio, i provider devono fare arrivare a un computer un video di YouTube o il post di un blog semisconosciuto senza limitazioni che penalizzino uno dei due. Per dirla più chiaramente: per la net neutrality il provider non può limitare la quantità di banda destinata a raggiungere un certo sito Internet rispetto a un altro, o destinata all’utilizzo di un certo software rispetto a un altro. Nè quindi proporre offerte commerciali basate su questo genere di differenziazioni (un abbonamento Internet per le news, un abbonamento Internet per i video, oppure uno che penalizza il traffico dei software di file-sharing, eccetera).
In sintesi: una rete informativa pubblica deve garantire un trattamento uguale a ogni tipo di contenuto che viene veicolato attraverso internet, senza discriminare alcuni flussi di dati rispetto ad altri.

Le conseguenze della fine della net neutrality anche in Europa potrebbero essere enormi.

Compagnie come Fastweb, Telecom, o Tim potrebbero offrire un contratto base che include navigazione di base ed e-mail, diciamo a 15 euro al mese, per poi inserire dei pacchetti a pagamento con servizi aggiuntivi. Cinque euro per lo streaming video (Youtube, Netflix), altri cinque per la musica in streaming e così via.
Da oggi dunque gli Internet Service Provider (ISP) avranno piena libertà di gestire le proprie offerte proponendo pacchetti diversi che discriminano il tipo di dati trasferiti.
I guai aumentano, specie in Italia, dove un ISP è anche un fornitore di contenuti. Ad esempio nel nostro paese TIM ha TIM Vision, Fastweb sponsorizza l’uso di Sky, Vodafone ha il suo servizio di film e serie TV.
Immaginiamo un ipotetico futuro in cui Telecom si accorda con Google per far sì che l’accesso a Youtube sia superveloce, mentre l’accesso a Vimeo, concorrente di Youtube, sia rallentato. Oppure immaginiamo che Fastweb decida di rallentare la trasmissione dei contenuti di una compagnia “rivale”, ad esempio Netflix, ai suoi clienti, e che Netflix per continuare a fornire un servizio adeguato e non perdere i clienti che accedono ad internet attraverso Fastweb sia costretto a pagare una tariffa aggiuntiva per una maggior velocità di streaming. Secondo voi il prezzo dell’abbonamento a Netflix rimarrà lo stesso?

A farne le spese sarebbero, va da se, i siti senza pubblicità e intenzionalmente fuori dal mercato.
Negli Stati Uniti le compagnie di telecomunicazione hanno assicurato ai consumatori che internet non cambierà da oggi a domani. Il veleno sarà iniettato goccia a goccia. Finché l’intossicazione sarà collettiva e le forme di resistenza inutili.

In Europa per il momento non cambia nulla, anche se è improbabile che la decisione statunitense non abbia effetti pesanti anche da questo lato dell’Atlantico.
Nel 2016 l’Unione Europea ha pubblicato alcune linee guida per il rispetto e la tutela della Net Neutrality. I vari paesi membri vi hanno aderito più o meno esplicitamente, anche se negli ultimi anni diversi operatori hanno immesso sul mercato alcune offerte in chiaro contrasto con queste norme. Ad esempio l’opportunità di utilizzare alcune app senza consumare i vari GB di traffico inclusi nel proprio piano tariffario. È evidente come abbonamenti di questo tipo favoriscano la fruizione delle app incluse nell’offerta a discapito di quelle concorrenti.
La tolleranza verso queste situazioni da parte delle istituzioni e degli enti incaricati di sorvegliare il rispetto dei principi di neutralità ci danno la misura del rischio di un futuro adattamento a questa politica anche da parte dell’Unione Europea.
Internet come l’abbiamo conosciuta fin ora presto potrebbe cambiare in una versione ancora più succube e influenzata dai meccanismi del capitalismo di quanto non sia già oggi.
La neutralità della rete, come il diritto ad accedervi, sarà un terreno di lotta importante nei prossimi anni.

Altrettanto importante lavorare per una rete decentralizzata, libera dalla schiavitù del reticolo materiale che sostiene la rete virtuale, una rete che i governi e le grandi aziende del web non possano facilmente controllare e mettere a profitto.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Federico Pinca de “Il Bit c’è e non c’é”

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Un cielo senza stelle. Di No Tav, delega, azione diretta

Si può chiudere in gabbia un cantiere, non un intera valle

Il governo vuole, costi quel che costi, imporre con la forza la realizzazione di una nuova linea ferroviaria inutile, costosissima, nociva per la salute e il territorio.

In ballo c’è molto più di un treno. In ballo c’è la necessità di piegare e disciplinare un movimento che lotta da 25 anni. Nel 2005 un’insurrezione popolare fermò un progetto ormai entrato nella fase esecutiva.
Il governo usò la forza, occupò militarmente il territorio, sgomberò con la violenza le barricate della Libera Repubblica di Venaus.
Fu obbligato a fare marcia indietro. Il governo capì che la valle era ormai divenuta ingovernabile, che la gente avrebbe moltiplicato blocchi e barricate. In quel dicembre nessuno era disposto a tornare indietro, tutti erano protagonisti. L’eco di quanto avveniva in valle attraversò la penisola, suscitando indignazione e simpatia. Le olimpiadi invernali erano ormai alle porte.
Nel 2011, dopo anni di melina, consapevole di aver riportato all’ovile solo qualche politico a caccia di poltrone, il governo decise di usare nuovamente la forza.
Non si fece prendere alla sprovvista: l’avanzata delle truppe di occupazione fu lentissima ma inesorabile, in un continuo crescendo di violenza e repressione.
La danza dei manganelli e dei lacrimogeni e il tintinnare di manette sono stati la cifra di questi ultimi sei anni.

La realizzazione di un’opera accessoria, un tunnel di sei chilometri e mezzo a Chiomonte, è costato processi, condanne, ossa rotte.
Oggi l’eco mediatica intorno al movimento No Tav si è spenta.
Non per caso.
Il momento è cruciale. A gennaio il parlamento italiano ha ratificato il trattato con la Francia sulla Torino Lyon, il CIPE ha approvato il progetto definitivo della tratta internazionale, sono partiti gli espropri e le procedure preliminari per l’inizio dei lavori per le opere accessorie in Bassa Valle, a Bussoleno, Susa, San Didero e Bruzolo.

La realizzazione della nuova linea ad alta velocità ferroviaria, che consegnerà la Val Susa al destino di corridoio logistico per le merci, è ormai giunto al momento dell’apertura dei cantieri.

Siamo prossimi al punto di non ritorno.
La vita degli abitanti cambierà per sempre. Camion carichi di smarino e polveri d’amianto percorreranno la valle a est come a ovest, mettendo a repentaglio la salute di tutti. Il dispositivo militare investirà poco a poco anche zone densamente abitate. La perdita di falde acquifere sarà inevitabile e irreversibile.
La lucida profezia fatta 25 anni fa dal movimento No Tav rischia di trasformarsi in dura realtà.

L’imposizione violenta dei nuovi cantieri non è l’unico pericolo. L’insidia maggiore è l’illusione della delega, la seduzione a 5Stelle che ha colpito tanta parte di un movimento, che pure è consapevole che la strada percorsa sinora è stata fatta appoggiandosi saldamente sulle due gambe di tutti.
La delega istituzionale rilegittima la macchina di chi si arroga il diritto di decidere per noi, di chi giocherà la sua partita ad un tavolo dove il banco vince sempre e prende tutto. Per prima la nostra libertà.
Liste civiche, referendum, giochi elettorali hanno inghiottito enormi energie, senza alcun risultato, se non quello di allontanare ancora di più le persone dall’impegno diretto, dall’azione sul territorio, dal confronto sulle strategie per mettere in difficoltà l’avversario. La partita che si gioca in Val Susa va ben oltre il treno. Se fosse stata solo una storia di treni sarebbe già finita da un pezzo. In ballo c’è la decisione di essere protagonisti delle scelte che riguardano la propria vita e il territorio dove si è scelto di vivere.
C’è chi chiama tutto questo democrazia. Noi non lo facciamo, perché sappiamo bene cosa sia la democrazia reale: un mero sistema di ricambio delle élite al potere, che costitutivamente tiene tutti lontani dai luoghi dove si decide.
Troppe volte la febbre elettorale ha attraversato la Val Susa assorbendo energie enormi, sottratte alla quotidianità della lotta.

Per fortuna qualche crepa comincia ad vedersi. É tempo di togliersi gli occhiali opachi dell’illusione istituzionale, per guardare in faccia la realtà cruda in cui siamo forzati a vivere.
La “sindaca No Tav” di Torino ha preso le distanze dai “pochi violenti” giustificando così le dure cariche contro gli spezzoni degli anarchici, dei centri sociali e dei No Tav al corteo del Primo Maggio.
Lo stesso giorno si era congratulata con il PM Rinaudo e con la polizia per gli arresti di sei anarchici attivi nelle lotte a Torino e in Valle. Rinaudo è il titolare di tante inchieste e processi contro i No Tav, gli antirazzisti, gli occupanti di case. Le parole della sindaca hanno lasciato il segno.
Poco più di un mese più tardi Appendino, usando la legge Minniti-Orlando sulla sicurezza urbana, ha fatto un’ordinanza che vieta la vendita di alcolici da asporto ai negozietti, dove compera chi non può permettersi i prezzi dei dehor della movida. É finita con le cariche della celere in mezzo alla gente che si rilassava in piazza Santa Giulia. Proibizionismo e manganello. Buoni e cattivi: chi vota e chi agisce. Uno schema che il movimento No Tav ha sempre respinto, perché troppe volte politici “amici” lo hanno usato per spingere alla rinuncia ad ogni resistenza attiva.
Tante volte la grande favola della democrazia si è sciolta come neve al sole. Ogni volta che libertà, solidarietà, uguaglianza vengono intese e praticate nella loro costitutiva, radicale alterità con un assetto sociale basato sul dominio, la diseguaglianza, lo sfruttamento, la competizione più feroce, la democrazia mostra il suo vero volto.
La democrazia reale ammette il dissenso, purché resti opinione ineffettuale, mero esercizio di eloquenza, semplice gioco di parola. Se il dissenso diviene attivo, se si fa azione diretta, se rischia di far saltare le regole di un gioco feroce, la democrazia si fa discorso del potere che nega legittimità ad ogni parola altra. Ad ogni ordine che spezzi quello attuale.

Il governo sta provando a logorarci. Fa conto sulla rassegnazione, sulla difficoltà a fermare cantieri difesi da esercito, polizia, carabinieri, blindati.
La ferita nella montagna di Chiomonte è aperta a fa male.
I sabotaggi, le marce notturne, i sassi e i fuochi d’artificio non hanno mai messo in difficoltà il dispositivo militare intorno al cantiere.
Il governo ha scelto con cura il terreno dove sfidare i No Tav. Un luogo disabitato, dove è stato facile prendere il controllo delle vie d’accesso e costruire un fortino chiuso e ben difeso. I militari e gli addetti delle ditte controllano le strade: ai No Tav restano solo i sentieri. Da qualche mese anche i sentieri sono difficili da raggiungere e percorrere. Continuare a “salutare” le truppe di occupazione con fuochi d’artificio ricambiati con lacrimogeni è un esercizio tanto pericoloso quanto inutile. Il governo ha imparato la lezione: al cantiere impiega truppe da montagna, gente abituata a stare nei boschi.

Un migliaio di persone sono state inquisite, processate e condannate, per aver partecipato attivamente ad un movimento che non ha mai voluto avere un mero ruolo testimoniale. Nei momenti cruciali i No Tav hanno saputo stringersi a chi veniva accusato di terrorismo per azioni di sabotaggio o di attacco al cantiere.
L’azione repressiva lungi dal dividere il movimento lo ha rinforzato nell’azione solidale, nell’appoggio ai carcerati, ai condannati. Ma ha scavato nel profondo. Non si sono scalfite le convinzioni, si è tuttavia allargata la distanza tra chi fa e chi applaude, ri-aprendo la strada a percorsi istituzionali e di delega.

La delega è un declivio che scende piano piano verso un precipizio, dove cade chi si trasforma in sostenitore di una lotta cui non partecipa più direttamente. É la differenza tra chi guarda una partita e chi scende in campo.
Le illusioni di carta costituzionale hanno fatto il resto.

Il movimento No Tav ha sulle spalle il peso della speranza che ha rappresentato per tanta gente di ogni dove.
Il rischio è l’usura dei sentimenti, anestesia del tempo che trascorre, il ripetersi dei passi già fatti, dei sentieri che conducono là dove la ferita si allarga. Ancora forte è tuttavia l’orgoglio di esserci, di tenere duro, di continuare a dare del filo da torcere ai nostri avversari.
Il grande tunnel di 60 chilometri nel massiccio dell’Ambin lo faranno scavando dentro la montagna, partendo dalla galleria di Chiomonte. Una scelta dettata dalla paura di aprire subito un grande cantiere a Susa. Il segno chiaro che, nonostante le dichiarazioni di vittoria, il governo continua a temere il movimento No Tav.
Il governo preferisce partire dal cuore della montagna, aumentando i costi, i tempi e i rischi pur di rendere difficile l’azione diretta.

C’è chi lo sa da tanto tempo, c’è chi lo ha imparato poco a poco. C’è chi invece non sa riconoscere la realtà.
Il governo ha scelto il suo terreno di gioco. Lì non vinceremo mai.
È importante che la memoria non vacilli: i No Tav hanno sostenuto ed appoggiato la pratica dell’azione diretta contro il cantiere e le ditte collaborazioniste, i blocchi delle strade e delle ferrovie, lo sciopero generale, le grandi marce e i sabotaggi.
Fermare il Tav è la ragion d’essere del movimento. Ma la strada per arrivarci è importante quanto la meta. In questa storia non ci sono scorciatoie. In ballo c’è molto di più di un treno: la libertà e la dignità di chi non tollera l’imposizione con la forza di una scelta non condivisa.
Il 2005 nessuno lo pianificò ma accadde. I primi a stupirci fummo noi. Le barricate, i tronchi in mezzo alla strada, il blocco delle strade furono la risposta all’occupazione militare. La gente smise di delegare e divenne protagonista della propria storia. Tutti insieme, per le strade e i sentieri. Con il grido degli indiani di valle si scese insieme nella neve, finché l’inverno dei poliziotti e dei manganelli su costretto ad andarsene. Loro erano i più forti, ma sapevano che il seme della rivolta che cresceva all’ombra del Rocciamelone rischiava di attecchire in ogni dove. E per un po’ quell’aria di libertà si diffuse per la penisola.
La partita non si giocò e non si vinse nel pratone sotto i piloni dell’autostrada che incombe su Venaus. Lì l’8 dicembre 2005 andò in scena solo l’ultimo atto. La partita la vinse la gente che poche ore dopo lo sgombero a Venaus bloccò strade, autostrade, ferrovie, paesi. Era il culmine di una storia cominciata molti anni prima. Una storia che si è nutrita del sapere condiviso che tanta gente ha saputo far proprio, impastandolo con l’acqua viva delle proprie aspirazioni ad un mondo di liber* ed eguali. Un mondo dove non sia normale che le merci contino più delle persone. Viviamo un tempo dove solo chi consuma è cittadino, mentre gli altri sono poco meno che scarti da seppellire. Magari in fondo al mare. 30.000 morti nel canale di Sicilia, uccisi dai governi di centro destra e da quelli di centro sinistra, mentre il movimento 5stelle annuncia che saprà fare di peggio, moltiplicando blocchi e frontiere.
Il movimento No Tav deve guardarsi allo specchio. Chi si illude che un governo a 5Stelle cancellerà il Tav, chi si appresta a fare campagna elettorale per Grillo e la premiata ditta Casaleggio e associati, riuscirà a dormire sonni tranquilli sapendo che questo governo intende fare politiche sociali apprezzate da fascisti e leghisti?

Nel 2005 la Valle divenne ingovernabile.
La Valle deve tornare ad essere ingovernabile.
Dobbiamo scegliere noi i tempi e i luoghi, perché il movimento popolare torni ad essere protagonista, perché il governo sia obbligato a fare marcia indietro. Si può chiudere in gabbia un cantiere, non un intera valle. I nuovi lavori ci offriranno occasioni nuove per mettere in difficoltà i nostri avversari, dipende solo da noi coglierle.
Siamo ad un punto di non ritorno. D’ora in poi ogni passo sarà importante. Tavoli ed urne servono a seppellire il movimento.

Lunghi anni di azione diretta, confronto orizzontale, costruzione di percorsi decisionali condivisi sono stati una straordinaria palestra di libertà. Tutti noi portiamo nei nostri cuori, nella memoria viva del nostro movimento Venaus e la Maddalena. Libere Repubbliche, vere comuni libertarie, dove la gerarchia si è spezzata facendo vivere un tempo altro.

Il futuro non si delega: oggi come allora solo l’azione diretta, senza passi indietro, può creare le condizioni per fermare ancora una volta la corsa folle, di chi antepone il profitto alla vita e alla libertà di tutti.

Camminiamo sotto un cielo senza stelle, ma conosciamo la strada.

Federazione Anarchica Torinese

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Argentina. Attacco alle comunità mapuche: un morto, due feriti, diversi desaparecidos

Nel pomeriggio di sabato 25 novembre, in Patagonia, diversi corpi della polizia e della gendarmeria nazionale hanno attaccato la comunità Lafken Winkul Mapu, uccidendo a colpi di arma da fuoco Rafael Nahuel e ferendo altri due mapuche, un uomo e una donna, che si trovano in gravi condizioni all’ospedale Ramon Carrillo.
Siamo nei territori contesi di Villa Mascardi, un parco nazionale a pochi chilometri da Bariloche, nota località turistica della Patagonia argentina.

Ascolta l’intervista dell’info di radio Blackout con Ivan, un compagno della Cub trasporti di Milano che si trova da qualche mese in Argentina, dove ha visitato numerose comunità mapuche in lotta.

La Correpi, organizzazione contro la repressione statale e la violenza istituzionale, sostiene che le responsabilità sono interamente dello Stato e del governo. In Argentina la violenza istituzionale colpisce gli attivisti politici ed i poveri. Non si contano i casi di ragazzi uccisi dalla polizia, perché accusati di furti o semplicemente “sospetti”, la pratica della tortura è “normale” nelle camere di sicurezza della gendarmeria.

Ricostruiamo i fatti: il giovedì precedente, mentre in Senato si votava la proroga di altri quattro anni della legge 26/160 che sospende gli sgomberi delle comunità indigene, riconoscendo il diritto al territorio ancestrale in attesa che l’Istituto Nazionale delle questioni indigene concluda il rilevamento delle terre spettanti alle diverse comunità, il giudice Villanueva ordina lo sgombero della comunità Lafken Winkul Mapu. L’occupazione risaliva al 14 settembre.
Lo scontro è sui megaimpianti turistici che le multinazionali e le imprese argentine vogliono costruire nel parco turistico nazionale di Villa Mascardi.
Nella stessa zona è prevista l’apertura di una miniera d’oro e di sfruttamento petrolifero. Non solo. La Patagonia possiede una ricchezza sempre più preziosa, l’oro blu, l’acqua.
I mapuche si battono contro l’intento di mettere a profitto le aree protette, rivendicando il recupero delle terre ancestrali per vivere costruendo una diversa relazione con la natura e il territorio. Conflitti simili investono ampie aree dell’immensa Patagonia e non solo, perché lo scontro attorno all’appropriazione del territorio vede migliaia di comunità indigene in tutto il continente difendersi dall’estrattivismo (miniere, centri turistici, coltivazione estensiva, etc) e rappresenta uno snodo cruciale dei conflitti sociali in America Latina.

Lo stesso giovedì, come afferma l’antropologa Diana Lenton, era previsto un tavolo di negoziazione per risolvere il conflitto. «A tradimento e boicottando qualunque possibilità di dialogo, un enorme dispiegamento di forze dell’ordine ha fatto irruzione nella comunità all’alba, sparando con armi da fuoco e arrestando donne e bambini, detenuti in condizioni illegali per diverse ore» continua l’antropologa argentina. Secondo le testimonianza dei mapuche, una dozzina di uomini della comunità sono fuggiti sui monti a causa della caccia all’uomo violenta della polizia federale, della Gendarmeria e delle forze della Prefettura navale, impiegate congiuntamente con elicotteri e forze speciali. Ieri pomeriggio, tre di loro stavano tornando per ricongiungersi con le loro famiglie e sono stati attaccati con armi da fuoco dalla polizia. Così è stato assassinato Rafael, un giovane dei quartieri poveri di Bariloche, in visita ai parenti nella comunità in lotta, saldatore, falegname e lavoratore precario, un “pibe de barrio”, come lo ricordano gli amici.
L’avvocata della comunità mapuche, Natalia Aranya, ha rilasciato dure dichiarazioni al quotidiano Pagina 12, parlando di una caccia all’uomo razzista e sottolineando le responsabilità del governo nell’operazione che ha coinvolto i gruppi speciali della Prefettura. Dopo la notizia della morte, ci sono state manifestazioni sia davanti all’ospedale che alla sede degli uffici dei Parchi Nazionali, proprietari delle terre contese dalla comunità mapuche. Le forze dell’ordine hanno bloccato le vie di accesso principali e i collegamenti, compresa la Ruta 40, tra le città di El Bolsòn e Bariloche. Alcuni giornali mainstream affermano, senza addurre prove, che sia stato uno scontro a fuoco tra mapuche e polizia. Una caccia all’uomo dopo una repressione violenta contro famiglie che dormivano nelle loro case diventa per i media uno scontro “armato” tra mapuche e polizia. Secondo le organizzazioni dei diritti umani sono le medesime modalità narrative adottate durante la dittatura.

La Marcha de Mujeres Originarias, organizzazione di donne indigene, ha lanciato un appello invitando tutti a denunciare le menzogne e a diffondere la verità dei fatti: «non permetteremo alle menzogne di affermarsi, noi non siamo in guerra con lo Stato, ma è lo Stato argentino che sta applicando misure genocide contro le comunità indigene, questo dovrebbero dire i giornali». Chiediamo sostegno e supporto, vogliamo giustizia, affermano le donne indigene , esigiamo che «cessi immediatamente la violenza assassina contro i nostri fratelli e le nostre sorelle».

Manifestazioni si sono svolte a Buenos Aires e in diverse città della Patagonia per denunciare le responsabilità del governo Macri e del ministro Bullrich. Il sindacato dei lavoratori pubblici ATE ha riferito del fermo del responsabile provinciale e della moglie, liberati poche ore dopo, mentre Sonia Ivanoff, avvocata specialista in diritto indigeno, ha segnalato preoccupazione l’arresto di dei due testimoni dell’omicidio del giovane Rafael Nahuel. «Vogliamo la liberazione e la garanzia di protezione per questi due testimoni chiave, Fausto Horacio Jones Huala e Lautaro Alejando Gozalez» ha dichiarato l’avvocata all’agenzia di comunicazione indipendente Anred.
Dopo la rappresaglia c’è stata un’intensa militarizzazione dell’area: da settimane le organizzazioni dei diritti umani e le comunità mapuche denunciano come dopo «la desapariciòn e la morte di Santiago Maldonado la persecuzione contro i mapuche sia aumentata di intensità così come la violenza delle forze di polizia».

L’intensificazione del conflitto è legata all’aumento della violenza repressiva che negli ultimi due anni, con il governo Macri, è stata diretta in gran parte contro i mapuche identificati come “nemico interno”, in linea con le dichiarazioni del Comando Sud delle forze militari degli Stati Uniti che hanno definito il popolo mapuche una “minaccia terroristica”. Un conflitto che vede da una parte uomini, donne e bambini in lotta per la difesa del territorio e della vita, e dall’altra una nuova ed intensa offensiva politica, economica e militare del capitalismo estrattivo, razzista, patriarcale e coloniale.

Nelle stesse ore in cui avveniva l’attacco alla comunità nei territori contesi di Villa Mascardi, in provincia di Buenos Aires si stava svolgendo il funerale di Santiago Maldonado, desaparecido durante una rappresaglia della gendarmeria nella comunità mapuche Pu Lof Cushamen il 1 agosto scorso. Il suo cadavere venne ritrovato 78 giorni dopo nel fiume Chabut, 300 metri a monte dal punto in cui i mapuche sotto attacco attraversarono il corso d’acqua.
Durante l’attacco alla comunità i suoi compagni videro che Santiago Maldonado veniva preso e fatto salire a forza su un furgone bianco dalla polizia.
La scomparsa di Maldonado aveva suscitato ampie proteste in tutta l’Argentina: decine di migliaia di persone avevano manifestato il primo settembre e il primo ottobre a Buenos Aires.
Il ragazzo è stato seppellito dopo un mese di attesa dei risultati dell’autopsia, che ha stabilito che Santiago è morto per asfissia da annegamento, ma non le modalità della desapariciòn.
Dall’inchiesta del giornalista Ricardo Ragendorfer pubblicata su Tiempo Argentino e altri quotidiani, emerge che l’autopsia ha stabilito che il corpo di Santiago non era restato più di 5 o 6 giorni in acqua al momento del ritrovamento. Ne consegue che è stato “illegalmente” trattenuto da qualche parte per diversi giorni.
Alla luce di questi fatti potrebbero emergere responsabilità più dirette di Benetton, la multinazionale italiana proprietaria di oltre 900.000 ettari in territorio mapuche.
Secondo Ragendorfer, l’unica cella frigorifera della zona capace di conservare un cadavere per diversi giorni si troverebbe proprio all’interno di una delle tenute di Benetton, denominata “Cabania Leleque”. Inoltre, rivela sempre Ragendorfer, la Gendarmeria possiede una base logistica informale dentro la stessa tenuta di Benetton da almeno 20 anni, grazie a un accordo firmato durante il governo di Carlos Menem tra Carlo Benetton, la Secretaria de Seguridad de la Nacion e la provincia di Chubut.
Ragendorfer ha anche rivelato che parte delle prime indagini “ufficiali” hanno avuto l’epicentro logistico proprio a Leleque. Da lì partirono buona parte dei gendarmi che tra il 10 e il 12 gennaio scorso sgomberarono in modo violento la comunità Mapuche di “Lof en Resistencia” di Cushamen. Ragendorfer inserisce un tassello chiave per dimostrare le eventuali la complicità dirette di Benetton nella desaparición forzada di Santiago: il 17 ottobre scorso, il giudice avrebbe ordinato, insieme al rastrellamento della zona in cui comparve il corpo, una perquisizione legale de la “Cabania Leleque” dei Benetton e di alcune delle zone adiacenti. Difficile pensare che sia stato per mera coincidenza che il corpo di Santiago sia ricomparso proprio quel giorno. Dopo il ritrovamento, naturalmente, la perquisizione venne cancellata.

Un presidio di solidarietà con la lotta delle comunità mapuche resistenti e di denuncia delle responsabilità dello Stato argentino e di Benetton nella violenta repressione in atto si svolgerà a Torino il 22 dicembre di fronte al negozio Benetton di via Roma 121 – vicino a piazza San Carlo.

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Marica licenziata da Ikea. Lavoratori in sciopero e presidio a Corsico

Il licenziamento di Marica Ricutti ha suscitato forte indignazione culminata oggi in uno sciopero in diversi magazzini italiani della multinazionale svedese.
I fatti sono noti. Marica ha lavorato all’Ikea per 17 anni. É una mamma single con due figli a carico di cui uno disabile. Ricutti, spostata di reparto, di fronte a nuovi orari incompatibili con il lavoro di cura gratuito per i figli, aveva parlato con i dirigenti e concordato altri tempi di lavoro. Ikea, dopo un’iniziale disponibilità verbale dei capi del negozio/magazzino di Corsico, l’ha licenziata.
Le decisioni vere le prende un algoritmo.
I turni di lavoro per i 6500 dipendenti dell’Ikea in Italia li fissa questa macchina. Una macchina, che, al di là dei pregiudizi consolidati, ha dei sentimenti. Sentimenti forti. Ogni sei mesi, a settembre e marzo, sulla base di uno schema prestabilito che contempla il flusso dei clienti, il numero dei lavoratori impiegati e le esigenze di ogni singolo reparto, decide quando, quanto e dove si lavora.
Marica Ricutti lavorava all’Ikea dal 1999: non aveva mai ricevuto un richiamo e nemmeno una contestazione sulla sua professionalità.
Ogni martedì Marica porta suo figlio disabile in un centro specializzato, dove segue una terapia. Il martedì Marica non può entrare al lavoro alle 7 del mattino, come deciso dall’algoritmo. Una macchina con un cuore, un cuore che batte per gli interessi del padrone.

Oggi al magazzino milanese e in diversi altri in Italia l’USB ha indetto uno sciopero di solidarietà con Marica. La CGIL si è limitata al sostegno verbale, partecipando al presidio, senza lanciare la giornata di lotta.
Di fronte al magazzino IKEA di Corsico si sono radunate 200 persone. Tanti lavoratori, tanti anche i solidali.
Tra loro anche un gruppo di femministe della rete Non Una di Meno di Milano, che hanno letto una lettera pubblica di sostegno a Marica.
Qui puoi ascoltare la diretta dell’info di Blackout a Dafne di NUDM Mi.

Fuori dal magazzino il freddo punge ma gli umori sono bollenti. «Ci trattano come mobili da smontare e rimontare. Per loro siamo solo numeri senza diritti».
I lavoratori hanno cartelli con la scritta “Pessima Ikea”
«I nostri turni di lavoro sono regolati da algoritmi. Non siamo più uomini e donne. Solo numeri»
A Corsico l’algoritmo che combina i dati per ottenere il maggior profitto al minor costo per Ikea, è arrivato a decidere 1800 cambi turno al mese su 450 dipendenti.
Lo sciopero di oggi è in appoggio anche ad un altro lavoratore licenziato a Bari, per essere rientrato con cinque minuti di ritardo dalla pausa pranzo. Ad altri due lavoratori di Corsico, licenziati per aver partecipato alle lotte e reintegrati dal giudice, sono ancora in strada, perché le porte dell’azienda restano chiuse.

Negli ultimi cinque anni Ikea ha ridotto le maggiorazioni per la domenica e i festivi mentre il premio di “partecipazione” – il nuovo nome del vecchio premio di produttività – è stato quasi azzerato. Da qualche mese i lavoratori sono anche assegnati ai reparti anche senza formazione specifica. Jolly, usa, sposta, paga poco e getta via, specie se protesta.

Flessibilità è la parola d’ordine nella logistica e nel commercio su grande scala, le catene di montaggio del Terzo Millennio. Chi non ci sta, chi non accetta trasferimenti a centinaia di chilometri, turni spalmati sulle esigenze calcolate dall’algoritmo, viene buttato fuori. Un figlio disabile non è rappresentato tra le variabili matematiche che decidono la vita delle persone.
Il lavoro di cura gratuito è oggi più che mai un destino assegnato alle donne. Chi non riesce a far uscire tutte le sei facce del cubo di Rubik, viene espulsa.

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I mercanti d’armi sono sbarcati a Torino. Cronache antimilitariste

Il 29 e 30 novembre si è svolto all’Oval Lingotto di Torino “Aerospace & defence meeting”, mostra mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra.
La settimana si è aperta il 28 novembre con un convegno dedicato alla trasformazione digitale e all’industria aerospaziale 4.0
Un’occasione per valorizzare le eccellenze del made in Italy nel settore armiero, in testa il colosso Leonardo, con un focus sulle aziende piemontesi, leader nel settore: Thales Alenia Space, Avio Aero, UTC Aerospace Systems.

In nottata intorno alla sala incontri di via Nino Bixio sono apparse lunghe file di frecce rosse e manifesti sulla recinzione è stato appeso uno striscione con la scritta “No all’industria bellica. No ai mercanti di morte”. Scritte anche sull’Alenia Thales Space di Torino.

La mostra-mercato, che si svolge da ormai quasi dieci anni con sede a Parigi e a Torino, era riservata agli addetti ai lavori: fabbriche del settore, governi e organizzazioni internazionali, compagnie di contractor. Quest’anno hanno partecipato 870 aziende e i rappresentanti di 26 governi. Si sono svolti 6.000 incontri diretti per stringere accordi di vendita.
Tra gli sponsor del meeting spiccano la Regione Piemonte, il Comune di Torino, la Camera di Commercio subalpina.
Le pagine locali ne hanno parlato sommessamente nelle pagine interne. L’articolo uscito su “La Stampa” sorvolava ipocritamente persino sul core business del mercato.

Il 29 novembre, primo giorno della mostra, l’assemblea antimilitarista torinese ha dato vita ad un presidio informativo nella centralissima via Po, con una micro mostra di armi, numerosi cartelli, striscioni e volantini e interventi sulla mostra, sulle missioni di guerra dell’Italia, sulla spesa di guerra, la militarizzazione delle nostre città.

L’industria bellica è un business che non va mai in crisi. L’Italia fa affari con chiunque.
A Torino e Caselle c’è l’Alenia, la cui “missione” è fare aerei militari tra cui spiccano gli Eurofighter Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe. Le ali degli F35 sono costruite ed assemblate dall’Alenia a Cameri, paesino alle porte di Novara.
Giocattoli costosi che hanno un unico impiego: uccidere.
All’aerospace and defence meeting hanno venduto, oltre a F 35 e Eurofighter Thyphoon, anche droni nEUROn da guerra, satelliti spia, elicotteri Awhero, sistemi ISTAR per sorveglianza, riconoscimento ed acquisizione degli obiettivi, MC-27J Praetorian per i trasporti bellici, gli Hitfist, cannoni per tank e navi… e tanti alti gioielli dell’industria bellica italiana e internazionale.

Di seguito alcuni stralci del volantino distribuito in città:
“L’Italia è in guerra da decenni ma la chiama pace, per giustificare le città distrutte, i corpi dilaniati, i

bambini spauriti, i migranti che muoiono in viaggio. La chiamano pace ma è occupazione militare, bombardamenti, torture e repressione.
Per trarci in inganno trasformano la guerra in filantropia planetaria, le armi in mezzi di soccorso.
Gli stessi soldati delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa, sono nel Mediterraneo e sulle frontiere fatte di nulla, che imprigionano uomini, donne e bambini.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Le sostiene la stessa propaganda: le questioni sociali, coniugate in termini di ordine pubblico, sono il

perno su cui fa leva la narrazione militarista.

Gli uomini, donne, bambini che premono alle frontiere chiuse dell’Europa nascondono una verità cruda ma banale. Le guerre sono combattute con armi costruite a due passi dalle nostre case.
L’Europa ha pagato miliardi al governo turco, l’Italia foraggia i trafficanti libici perché blocchino le partenze, chiudendo uomini, donne e bambini in lager dove stupri, torture e morte sono il pane quotidiano. Gli esecutori sono a Tripoli o a Sabratha, i mandanti siedono in parlamento.

Lo Stato italiano investe ogni ora due milioni e mezzo di euro in spese militari.

Le prove generali dei conflitti di questi anni vengono fatte nelle basi militari sparse per l’Italia.
La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni sono maturate esperienze che provano a saldare il rifiuto della guerra con l’opposizione al militarismo: il movimento No F35 a Novara, i no Muos che si battono contro le antenne assassine a Niscemi, gli antimilitaristi sardi che lottano contro poligoni ed esercitazioni. Anche nelle strade delle nostre città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono ricette universali, c’è chi si oppone

alla militarizzazione delle periferie, ai rastrellamenti, alle deportazioni.

Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.”

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Incurabili da sempre: passeggiata antipsichiatrica al Balon

Sta entrando nel vivo il processo per la morte di Andrea Soldi, ucciso dai vigili urbani per imporgli con la forza un TSO – un trattamento sanitario obbligatorio. Alla sbarra, oltre ai tre tutori dell’ordine, anche lo psichiatra che decise il ricovero coatto.
In questi giorni si sono susseguite le testimonianze dei sanitari, che visitarono Soldi quando arrivò in ospedale ammanettato e ormai privo di coscienza per la lunga mancanza di ossigeno.
La vicenda di Soldi non è che la punta dell’iceberg. La lista dei morti di psichiatria, che si allunga anno dopo anno, ci mostra una pratica che serve a disciplinare, reprimere, rinchiudere, non certo a “curare”.

In una notte di novembre piazzale Umbria, i giardinetti dove Andrea trascorreva le giornate e dove è stato ucciso sono stati dedicati a lui con la scritta “Piazza Andrea Soldi. Ucciso dallo Stato e dalla psichiatria”

Un bel gruppone di compagni e compagne ha partecipato alla passeggiata antipsichiatrica indetta

dal collettivo “Francesco Mastrogiovanni” di Torino.
C’erano anche alcune persone colpite dalla psichiatria che ci hanno raccontato le loro storie. Una buona occasione per intrecciare percorsi e allargare il fronte di lotta.

La messa in scena di tre quadri di ordinaria psichiatria ha mostrato che legacci, gabbie chimiche, elettroshock non sono ricordi del passato ma pratiche ben vive tra repartini, cliniche, prigioni per “matti”.

Di seguito il testo distribuito durante la performance.

Incurabili da sempre
Camicie di forza, letti di contenzione, elettroshock, lobotomia farmaceutica, punture a lento rilascio, isolamento, umiliazioni, ricatti, sequestri, prigionie, torture, violenze e morti…

Nonostante in Italia i manicomi siano stati chiusi negli anni Settanta e la moderna psichiatria sia considerata alla stregua delle altre scienze mediche, questa è la realtà vissuta ancora oggi da chi è giudicato dalla nostra società folle, divers*, anormale, e per questo isolat*, punit* e normalizzat*.

Rispetto al passato la psichiatria ha inventato centinaia di disturbi e di diagnosi, tutte basate sull’analisi dei comportamenti delle persone, estendendo il suo sguardo medico ad ambiti che prima ne erano esclusi e medicalizzando tutte le fasi della nostra vita, dall’infanzia alla vecchiaia. L’omosessualità, solo per fare un esempio, è stata considerata una malattia psichiatrica fino al 1990, mentre oggi si vuole patologizzare i bambini vivaci in quanto “malati” di “ADHD” ossia Deficit di Attenzione e Iperattività. Da questa capillare diffusione la psichiatria ha ovviamente ricavato più che cospicue risorse, sia dalla vendita degli psicofarmaci che dalla gestione di tutto il sistema, sia pubblico che privato, della cura e della presa in carico del “malato”.
Per il resto a cambiare sono stati solo i nomi, in una società più moderna in cui lo psicocontrollo è ormai esteso nelle scuole, nelle strade, nelle carceri, nei Cie, e perfettamente integrato a tutte le altre istituzioni di coercizione e controllo presenti nelle nostre moderne smart city. I manicomi si sono trasformati in repartini (SPDC), CSM, SR, comunità, cliniche, centri diurni, etc., e anche gli ex manicomi criminali, quelli che più recentemente sono stati chiamati Ospedali Psichiatrici Giudiziari, sono stati “chiusi” ovvero rimpiccioliti e moltiplicati, capillarmente diffusi sul territorio (REMS). L’elettroshock continua ad essere fatto, ma si chiama “Terapia Elettroconvulsivante” e viene fatto sotto anestesia, per cui è consigliatissimo a chi non può prendere tanti farmaci, come le donne incinte!
La lobotomia chirurgica invece è in disuso, poiché sono stati inventati i neurolettici (dal greco neuro “nervoso” e lepsis “blocco”) per cui viene fatta chimicamente, ad esempio con l’Haldol, uno psicofarmaco a lento rilascio somministrato tramite puntura, che veniva anch’esso usato come forma di tortura contro i dissidenti nei gulag russi, e che Andrea Soldi, l’uomo morto il 5 agosto 2015 sulle panchine di Piazzale Umbria durante un Trattamento Sanitario Obbligatorio, era costretto invece a prendere come “cura”, e quando si è rifiutato di farlo, è stato per questo ucciso da vigili e psichiatri. Perché una volta etichettato come “malato di mente” sei giudicato pericoloso e devi essere curato che tu lo voglia o meno, con medici, metodi e cure che tu non potrai scegliere. E se non sei accondiscendente, se neghi la tua

malattia e rifiuti la terapia, se ti ribelli rischi un ricovero coatto, una cattura, una reclusione all’interno dei nostri ospedali, in quei reparti chiusi con le sbarre alle finestre dove

qualsiasi cosa subirai è chiamata “cura” e trattamento, dove le sostanze psicoattive sono chiamate “farmaci”, e dove sarai isolato perché quasi nessuno è dalla tua parte e la gente “normale” non vi entra.

I nostri corpi, le nostre passioni e sofferenze, le nostri menti, i nostri pensieri e comportamenti, le nostre personalità e differenze non sono strutture da modificare in seno alla “normalità”, e da reprimere per conservare l’ordine costituito e la pace dei potenti e di chi ci vuole appagati in un ristretto orizzonte di vita consuma-produci-crepa col sorriso sulle labbra.

Saremo sempre liberi, anormali, ribelli, antagoniste, e alla vostra “normalità” preferiremo sempre la nostra “follia”.”

Qui potete e di seguito potete leggere il testo del volantino distribuito al Balon:

Malati di niente, morti di psichiatria
Andrea Soldi è morto il 5 agosto 2015 in piazzale Umbria a Torino, ucciso dai vigili urbani che lo stavano sottoponendo ad un TSO (Trattamento sanitario obbligatorio), perché non si era presentato alla mensile somministrazione forzata (tramite iniezione a lento rilascio) di Haldol, un potente e dannoso neurolettico che provoca dipendenza e gravi effetti collaterali. Il 27 settembre si è aperto il processo che vede imputati per omicidio colposo i 3 vigili autori della manovra contenitiva che ha di fatto soffocato l’uomo, e lo psichiatra che ha disposto il TSO senza che ci fossero le necessarie condizioni previste dalla legge. Tutti hanno continuato e continuano a svolgere le proprie mansioni. I vigili sono stati spostati in un altro reparto. Nel passaggio ci è scappata una promozione.
Durante le udienze preliminari il Comune e l’Asl To2 avevano offerto 400.000 euro ai familiari della vittima, che li hanno rifiutati. Il solo fatto che due enti che versano in ristrettezze economiche abbiano proposto massimali di risarcimento ancor prima che fosse accertata l’effettiva responsabilità degli imputati, ci fa capire il peso che questo processo potrebbe avere nell’attaccare l’istituzione psichiatrica e i suoi (ab)usi, ponendo l’attenzione sul TSO, ovvero quel trattamento che dà agli psichiatri il potere di catturare, imprigionare e drogare le persone contro la loro volontà e in modo del tutto arbitrario.
Quella di Andrea non è una storia di malasanità, un errore nell’attuazione di un provvedimento terapeutico, ma è la più tragica conseguenza di pratiche quotidianamente perpetrate dalla psichiatria, di continui ricatti, violenze e vessazioni che la maggior parte degli utenti psichiatrici sono costretti a subire. Non è neanche un caso isolato di morte per TSO, perché sono in tanti a perdere la vita durante la cattura e soprattutto a causa dell’indiscriminata e ponderosa somministrazione di psicofarmaci. La differenza è che nel caso di Andrea ci sono tanti testimoni, occhi e orecchie di gente “normale” che hanno assistito a ciò che mai avrebbero potuto immaginare, perché la repressione psichiatrica avviene nella solitudine di chi ne è investito, nel silenzio delle loro famiglie, dentro reparti chiusi e in luoghi isolati. La storia di Andrea è l’eccezione che conferma la regola e da due anni è deflagrata nelle pagine di cronaca dei giornali. É una storia simile a quella di Francesco Mastrogiovanni, le cui ultime ore di vita nel repartino dell’ospedale di S. Luca di Vallo della Lucania, sono state immortalate da una telecamera: 87 ore di agonia durante le quali, pesantemente sedato con farmaci antipsicotici, è stato legato mani e piedi al letto, senza cibo né acqua, fino alla morte il 31 luglio del 2009. Anche Franco è morto durante un ricovero coatto, anche in questo caso il comportamento della vittima era tranquillo e conciliante, e anche stavolta il provvedimento non era legittimo. Anche qui un altro processo iniziato a novembre 2014 che vede imputati 12 infermieri e 6 medici (per reati di sequestro, falso in atto pubblico e morte in conseguenza ad altro reato – il sequestro), in cui si cerca sempre di circoscrivere la tortura subita all’interno di un ospedale come un episodio unico di disservizio ed inefficienza. A novembre scorso la Corte d’Appello di Salerno ha condannato gli 11 infermieri (pene dai 14 mesi ai 15 mesi) che in primo grado erano stati assolti e ha confermato le condanne per i sei medici, a cui però le pene sono state ridotte (dai 13 mesi ai due anni). A tutti è stata sospesa la pena e, quindi, continuano a lavorare nel SSN. Uno dei medici è coinvolto nella morte di Massimiliano Malzone avvenuta nel giugno 2015 nel SPDC di Sant’Arsenio di Polla, probabilmente a causa di una somministrazione letale di farmaci.

L’ultimo fatto di cronaca risale ad agosto, quando Fabio Tozzi, un uomo di 48 anni che, entrato in TSO all’ospedale Villa Scassi a Genova, ne è uscito morto dopo un paio d’ore, durante le quali è passato prima per il pronto soccorso e poi per il repartino, e ha ricevuto una o forse più somministrazioni di psicofarmaci. É paradossale che un uomo controllato da famiglia e Sert per la sua dipendenza dipendenza da droghe, sia morto in ospedale per un’overdose di psicofarmaci, ovvero sempre sostanze psicotrope ma “legali” in quanto prescritte da medici.

Nonostante in Italia i manicomi siano stati chiusi alla fine degli anni Settanta, l’orrore psichiatrico non è mai finito e come si moriva nei manicomi, si muore oggi nei nuovi luoghi della psichiatria, strutture più piccole capillarmente diffuse sul territorio, all’interno delle quali continuano a perpetrarsi sia l’etichetta di “malato mentale” sia i metodi coercitivi e violenti della psichiatria.
La psichiatria può cambiare i nomi dei luoghi e dei trattamenti, gode derll’appoggio di medici, tribunali, giornali e fautori del contenimento e del mantenimento dello status quo, ma non riuscirà mai a persuadere chi ha avuto la sfortuna di incapparvi e vive ogni giorno i suoi soprusi, così come chi odia la reclusione, chi vuole abbattere mura, gabbie e confini e lotta ogni giorno per la libertà di tutti.

Collettivo Antipsichiatrico “Francesco Mastrogiovanni”
Telefono: 345 61 94 300 martedì dalle 19, oppure lascia un messaggio in segreteria
antipsichiatriatorino@inventati.org

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Francia. Fine dello Stato d’Emergenza? Più controllo, più polizia, meno libertà

A due anni dal Bataclan in Francia è finito lo Stato di Emergenza. Una nuova legge contro il terrorismo accresce i poteri di polizia, i controlli alle frontiere, la possibilità di perquisizioni, controllo delle mail, e intercettazioni.

Il 1 novembre 2017 in Francia è entrata in vigore la legge 1510, promulgata dal presidente Emmanuel Macron il 30 ottobre. L’état d’urgence, proclamato da François Hollande il 13 novembre 2015 dopo gli attacchi di Parigi, è stato prorogato cinque volte. In vigore per quasi due anni, si è trattato del più lungo stato di eccezione nella storia della Quinta Repubblica francese.

L’état d’urgence è disciplinato dalla legge 385 del 3 aprile 1955. La norma venne confezionata per la guerra d’Algeria, ma è stata poi applicata anche nei territori d’Oltremare, nelle rivolte delle banlieue parigine del 2005 ed infine dopo gli attacchi dell’ISIS. Dal 14 novembre 2015 al 22 settembre 2017, grazie ai poteri speciali, sono state eseguite circa 4569 perquisizioni domiciliari amministrative, che hanno portato all’apertura di 690 procedimenti giudiziari, di cui 21 per apologia del terrorismo e 4 per associazione con finalità di terrorismo.
Questi numeri dimostrano che l’effetto maggiore dello Stato di emergenza è mantenere sotto pressione i quartieri periferici, considerati più permeabili alla propaganda islamista. Un buon modo per soffiare sul fuoco dell’odio verso la Republique dei tanti esclusi, emarginati, immigrati delle banlieue.
C’è stato un alto numero di provvedimenti invasivi di fronte a scarni risultati nella persecuzione dei membri dell’Isis. Nello stesso periodo, sono state disposte circa 712 assegnazioni a residenza e sequestrate più di 500 armi. Nel 2016, un rapporto di Amnesty International ha denunciato numerosi abusi. In particolare, la legge 55-385 concede ai prefetti il potere di ordinare perquisizioni senza preavviso, di notte, altrimenti precluse all’autorità giudiziaria. Le irruzioni nelle case sono state effettuate quasi sempre alle 4 del mattino, con armi spianate anche di fronte a bambini e con la forzatura delle porte come prassi consolidata. Secondo alcuni perquisiti l’ordine del prefetto sarebbe stato emesso dopo le delazioni dei vicini, per il semplice fatto di essere musulmani. Inoltre, la polizia ha sequestrato o copiato i dati contenuti in pc e cellulari, senza un’autorizzazione giudiziaria.

Amnesty International ha denunciato anche l’abuso dei poteri speciali antiterrorismo nei confronti di numerosi militanti ecologisti, nel corso della Conferenza sui cambiamenti climatici di Parigi. Una delle misure più contestate è infatti l’assegnazione a residenza, con l’obbligo di firma sino a 3 volte al giorno. Secondo l’organizzazione, le ragioni addotte sono spesso vaghe e i prefetti decidono sulla base di mere segnalazioni dell’intelligence trasmesse al ministero dell’Interno, dunque al di fuori di qualsiasi controllo giudiziale.

La legge 1510 del 30 ottobre 2017, voluta da Macron per superare l’état d’urgence, è stata criticata da destra per essere troppo lassista, da sinistra in quanto liberticida. La Special Rapporteur delle Nazioni Unite Fionnuala Ní Aoláin, co-autrice di un celebre saggio sullo stato d’emergenza, ha affermato che la legge rischia di ledere i diritti fondamentali e ha messo in guardia dal “normalizzare” i poteri emergenziali con disposizioni permanenti.
Nei fatti la nuova legge, pur introducendo forme di controllo più pervasive e aumentando i poteri di polizia, non può essere considerata una mera trascrizione delle disposizioni previste dall’Etat d’emergence.

La legge prevede innanzitutto il potere dei prefetti di istituire perimetri di sicurezza attorno a qualsiasi evento pubblico, con perquisizione obbligatoria per accedervi. La polizia di frontiera potrà invece controllare l’identità non solo nei porti e aeroporti internazionali, ma anche nel raggio di 20 chilometri trattenendo i sospetti fino a 12 ore, contro le precedenti 6. Inoltre, le compagnie aeree potranno fornire alle autorità i dati dei passeggeri, compreso l’itinerario, il tipo di bagaglio e il metodo di pagamento dei biglietti. Riguardo ai luoghi di culto, se fino ad ora era possibile disporne la chiusura solo con prove di documenti scritti apologetici, la nuova legge consente di chiuderli sino a 6 mesi anche se diffondono “idee e teorie” legate al terrorismo. Una definizione molto vaga, che lascia mano libera alle autorità amministrative pur in mancanza di prove materiali.

Se nell’état d’urgence è prevista l’assegnazione a residenza, la nuova legge permette al destinatario del provvedimento di muoversi e risiedere all’interno di un comune e restringe l’obbligo di firma a una volta al giorno, salvo l’utilizzo del braccialetto elettronico. Il regime delle perquisizioni, tanto abusate nello stato d’emergenza, è riformato dalla legge, che consente al prefetto di disporre perquisizioni, definite “visite domiciliari”, che però dovranno essere convalidate da un giudice e non potranno più avvenire di notte, salvo pericolo immediato. I sospetti non potranno essere trattenuti per più di 4 ore.

Le nuove disposizioni prevedono anche un articolato sistema di controllo parlamentare, nonché nuovi poteri per i servizi di intelligence e dell’antiterrorismo, in materia di intercettazioni e sorveglianza elettronica.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Gianni Carrozza, redattore parigino di Collegamenti, conduttore, su radio Frequence Plurielle, di “Vive la Social!”

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Il 4 novembre dei senzapatria

In piazza Castello tutto era pronto per la cerimonia militarista con la quale lo Stato celebra la festa delle forze armate e dell’unità nazionale. Un tempo era la festa della vittoria nella guerra per spostare un confine, per il potere e la gloria di casa Savoia. Oggi è la cornice per le missioni di guerra delle truppe tricolori in Iraq, in Afganistan, in Libano, in Kosovo, in Bosnia, nel Mediterraneo e per le strade delle nostre città.

Gli antimilitaristi si sono dati appuntamento in piazza Statuto per dirigersi in piazza Castello. Una manifestazione molto comunicativa con cartelli, volantini, musica, interventi e un carretto con esposizione degli ultimi modelli di armi prodotte in Italia hanno attraversato via Garibaldi diretti in piazza Castello. La celere in antisommossa si è schierata per impedire l’ingresso in piazza.

É scattata un’azione teatrale di contestazione alla cerimonia militarista che ha tenuto incollati molti passanti che assistevano e leggevano il volantino. Un bombardamento, lo strazio della morte, la beffa della retorica tricolore con i morti coperti dai colori della bandiera. Poi una scena di ribellione e diserzione. Mentre tre drappi verdi, bianchi e rossi si stagliavano di fronte ad una scena di desolazione ed un militare si strappava la divisa, la polizia si è avventata sulla stoffa strappandola. Si sono alzati cori di protesta, finché, dopo qualche tempo il blocco di polizia si è sciolto e gli antimilitaristi sono entrati in piazza. I burattini in divisa avevano già terminato la cerimonia. Anche quest’anno con un discreto anticipo sulla tabella di marcia.

I senzapatria si sono dati appuntamento al 29 novembre in via Po per un presidio di contestazione della mostra-mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra in programma all’Oval Lingotto. Ogni due anni questo mercato, riservato agli adetti ai lavori – governi, imprenditori armieri, capi militari e ditte mercenarie, mette in mostra i giocattoli che seminano morte in ogni dove.

Di seguito il volantino distribuito in piazza:
4 novembre. Festa degli assassini
Niente pace per chi fa guerra

Il 4 novembre è la festa delle forze armate. Viene celebrata nel giorno della “vittoria” nella prima guerra mondiale, un immane massacro per spostare un confine.
Il 4 novembre è la festa degli assassini. La divisa e la ragion di stato trasformano chi uccide, occupa, bombarda, in eroe.

In questi anni lungo i confini d’Italia si sta combattendo una guerra feroce contro la gente in viaggio, contro chi fugge conflitti dove le truppe italiane sono in prima fila.
I battaglioni d’élite dell’esercito tricolore sono impegnati in 36 missioni di guerra: 34 all’estero in 23 paesi, due in Italia.
Le principali sono in Afganistan, Iraq, Libano, Libia, Kosovo, Somalia, nel Mediterraneo. L’impegno più importante è l’operazione “Strade sicure”, che impiega 7.000 soldati.

Nelle guerre moderne muoiono più civili che militari. I soldati sono professionisti super addestrati, strumenti costosi e preziosi da preservare, mentre le persone senza divisa diventano obiettivi bellici di primaria importanza in conflitti che giocano la carta del terrore, per piegare la resistenza delle popolazioni che serve sottomettere, per realizzare i propri obiettivi di dominio.

Al riparo delle loro basi, i piloti dei droni, sparano come in un videogioco.
Questi giocattoli letali costano molto meno di un bombardiere. Un Predator armato costa 4 milioni di dollari contro i 137 di un F35.

L’Italia è in guerra da decenni ma la chiama pace. È una guerra su più fronti, descritta come intervento umanitario, ma nei fatti è occupazione miliare, bombe, tortura e repressione.
Per trarci in inganno trasformano la guerra in filantropia planetaria, le bombe mezzi di soccorso.

Gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa, sono nel Mediterraneo e sulle frontiere fatte di nulla, che imprigionano uomini, donne e bambini.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia.

Torino è uno dei principali centri dell’industria aerospaziale bellica.
L’industria di guerra non va mai in crisi. L’industria bellica italiana fa affari con chiunque.
L’Europa ha pagato miliardi al governo turco, l’Italia foraggia i trafficanti libici perché blocchino le partenze, chiudendo uomini, donne e bambini in lager dove stupri, torture e morte sono il pane quotidiano. Li allontanano dalla vista e se ne lavano le mani. In Siria, in Iraq, in Afganistan, in Libia si combatte con armi che spesso sono costruite a due passi dalle nostre case.

A Torino e Caselle c’è l’Alenia, la sua “missione” è fare aerei militari: gli Eurofighter Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe, e gli AMX. Le ali degli F35 sono costruite ed assemblate dall’Alenia.
Giocattoli costosi che hanno un unico impiego: uccidere.

Lo Stato italiano investe ogni ora due milioni e mezzo di euro in spese militari.

Le prove generali dei conflitti di questi anni vengono fatte nelle basi militari sparse per l’Italia.
La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni sono maturate esperienze che provano a saldare il rifiuto della guerra con l’opposizione al militarismo: il movimento No F35 a Novara, i no Muos che si battono contro le antenne assassine a Niscemi, gli antimilitaristi sardi che lottano contro poligoni ed esercitazioni.

Anche nelle strade delle nostre città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono ricette universali, c’è chi si oppone alla militarizzazione delle periferie, ai rastrellamenti, alle deportazioni.

Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.
Contro tutti gli eserciti, contro tutte le guerre!

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Femminicidio. Un atto politico

La violenza estrema è la punta dell’iceberg. Le coltellate, il fuoco, la stretta feroce che serra la gola, i pugni, il colpo di pistola troncano la vita, annientano il nemico. Annientare è far diventare nulla chi prima era qualcuno. C’è chi lo fa con freddezza, chi con rabbia, chi persino con paura, ma il fine resta lo stesso: imporre se stessi sino alle estreme conseguenze.
Questo è il senso di ogni omicidio.
In guerra questo diviene evidente e, soprattutto, lecito. In guerra uccidere è un merito. Nonostante la teoria dei “diritti umani” abbia provato ad attenuare la logica bellica, introducendo qualche fragile elemento di tutela, nei fatti poco cambia. Anzi. Nelle guerre dell’ultimo secolo i civili disarmati sono obiettivi di guerra anche più dei soldati in armi.

Quando sotto i colpi cade una donna, il senso muta. Il termine femminicidio descrive l’uccisione di una donna in quanto donna. L’uccisione di una donna in quanto donna ha un significato intrinsecamente politico. Per paradosso il femminicidio è un atto politico, proprio perché ne viene nascosta, dissimulata, negata la politicità.
Anche in questo caso la guerra rende più chiara una logica che in tempi di pace si preferisce dissimulare.
La politicità “normalmente” nascosta emerge: le uccisioni e gli stupri etnici nelle guerre dell’ex Jugoglavia, l’assassinio delle donne curde di religione Yezida che si ribellavano alla riduzione in schiavitù nel nord dell’Iraq ce lo mostrano in modo chiaro. I corpi delle donne violati, asserviti, torturati, obbligati a mettere al mondo i figli degli stupratori servono ad umiliare i maschi del gruppo, incapaci di mantenere il controllo sulle “loro” donne e sulla loro capacità riproduttiva. In ex Jugoslavia le donne e le bambine violentate venivano obbligate a portare a termine le gravidanze loro imposte. Nella zona di Shengal, dove la cultura tradizionale imponeva il matrimonio all’interno del gruppo linguistico e religioso per mantenerne intatta la coesione religiosa e sociale, la riduzione in schiavitù delle donne mirava a spezzare una piccola comunità chiusa, che non si era mai piegata al processo di islamizzazione.
Sui corpi delle donne si giocano continue battaglie di civiltà. Sia che le si voglia “tutelare”, sia che le si voglia “asservire” la logica di fondo è la stessa. Resta al “tuo” posto. Torna al “tuo” posto. Penso io a te, penso io a proteggerti, a punirti, a disciplinarti.

Araceli Osorio era la madre di Lesvy, studente all’università di Città del Messico, l’UNAM. Nel 2014 Lesvy venne torturata e uccisa nei pressi della facoltà di ingegneria. Araceli prese la parola alla manifestazione femminista indetta dopo il femminicidio e la narrazione distorta dei media e dei dirigenti dell’UNAM. Le sue parole ri-politicizzano la morte della figlia. “Il mio orrore è una goccia minuscola in un oceano di orrori”.
Un oceano di orrori. Il concetto di femminicidio è stato elaborato dopo la scomparsa di migliaia di donne a Ciudad Juarez e in tutto il Messico. Inghiottite dal deserto, dall’omertà, dalla connivenza e complicità della polizia. Ogni tanto, ad estremo monito per tutte, viene ritrovato un corpo. Un corpo che rivela le torture orrende, gli stupri, le mutilazioni subite. Vite che non contano, ragazze delle maquilladoras, le fabbriche dove i loro corpi sono sfruttati allo stremo per paghe poverissime, diventano carne da macello.
Una strage. Una strage che non risparmia nessuna. Un oceano di orrori. Un “normale” oceano di orrori.
Accade in Messico, accade in ogni dove. Accade ovunque la libertà delle donne, i nostri corpi liberi sfidano il patriarcato.
Negare questa sfida, considerare la lotta delle donne contro il patriarcato, un retaggio residuale di un passato che non torna, è una falsificazione, che nasconde la caratteristica reattiva di tanta parte della violenza maschile sulle donne.

Alle nostre latitudini ammettere la natura intrinsecamente politica dei femminicidi e, in genere, della violenza maschile sulle donne aprirebbe una crepa difficilmente colmabile, perché renderebbe visibile una guerra non dichiarata ma brutale. Per questo motivo l’uccisione di una donna in quanto donna viene considerato un fatto privato. Un fatto che assurge a visibilità pubblica solo nelle pagine di “nera” dei quotidiani.
Femminicidi, torture e stupri diventano pubblici quando sono agiti in strada, fuori dagli spazi domestici, familiari o di relazione, quando i profili di chi uccide e violenta si prestano ad alimentare il discorso securitario, favorendo un aumento della militarizzazione, la crescita della canea razzista, nuove e più dure leggi.
La guerra contro le migrazioni ha bisogno di trasformare in nemico chi viaggia. I corpi delle donne diventano il luogo sul quale si gioca la contrapposizione tra chi “tutela” le donne e chi le attacca. La “civiltà” dell’Occidente contro gli estranei, stranieri, diversi, nemici. Quelli da tenere fuori, perché tutto sia in ordine.
Ben diverso è lo sguardo verso le immigrate, che abitano le nostre case e si occupano degli anziani, dei bambini, della casa, verso le ragazze di ogni dove sui marciapiedi in attesa di clienti. Corpi femminili docili e disponibili, a disposizione di chi ha potere e soldi.

Quando invece l’assassino, lo stupratore ha le chiavi di casa, i femminicidi e gli stupri vengono descritti con gli strumenti messi a disposizione dalla psichiatria: il violento è un malato. Raptus, follia, depressione rendono agilmente plastica la narrazione della violenza.
Il folle sfugge alle regole della comunità, perché il suo agire è privo di ragione e, quindi, non rappresenta una rottura del patto sociale. La narrazione della violenza come follia o criminalità agita da pochi soggetti estranei, rende invisibile la guerra contro le donne per la ri-affermazione di una relazione di tipo patriarcale.

Lo sguardo patriarcale si impone nelle istituzioni, che negano il carattere sistemico della violenza di genere, si esplicita nei media, deflagra nel dibattito pubblico sui social, dove la veloce interattività e la solitudine di chi scrive facilitano un linguaggio più crudo, non mitigato dal politicamente corretto.
Sino al 1996 lo stupro era rubricato nel codice penale nel capitolo “Dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume”. Solo in quell’anno, dopo decenni di lotte, in Italia lo stupro divenne reato contro la “persona”.
La violenza sessuale era un delitto contro la morale, che impone che le donne restino vergini sino al matrimonio e mogli fedeli dopo il passaggio dall’autorità paterna a quella maritale.
La legge è cambiata, l’immaginario che la sorreggeva è invece ben vivo ed alimenta le chiacchiere da bar, non meno dei giudizi dei tribunali, dove si consumano nuove violenze contro le donne.
Nella manifestazione che seguì l’assassinio di Lesvy Osorio le donne portavano cartelli con scritto “Si me matan…” “Se mi uccidono…” e di seguito un elenco dei comportamenti della loro vita personale che avrebbero potuto essere usati per “giustificare” i loro assassini. Tra le scritte c’era: “se mi uccidono è perché uso gonne corte e scollature”, “perché mi ubriaco”, “perché mi piace viaggiare da sola”, “perché sono bisessuale”, “perché dico no quando lui vuole che sia un si”. “perchè mi sono fatta un tatuaggio”, “perché vado a far festa con le mie amiche”…
Gli stessi argomenti che trovate ogni giorno nella cronaca “nera” dei quotidiani. Le studenti fiorentine stuprate quest’estate da due carabinieri in servizio sono il più noto tra gli episodi recenti. Uno dei tanti nell’oceano delle violenze agite da uomini protetti da una perdurante logica patriarcale, che attraversa la società e permea le istituzioni. Trasformare chi subisce violenza in responsabile rimanda alla logica per cui alle donne non è permesso essere libere. Una donna libera sa cosa rischia e, quindi, se l’è andata a cercare. Non c’è solo l’inversione dell’onere della prova, c’è la convinzione che la libertà femminile merita una punizione. Chi si espone allo sguardo merita anche l’intrusione violenta nel proprio corpo, la molestia verbale, la toccatina fugace che restaura l’ordine del mondo.
In nome del padre.

La violenza di genere è intrisecamente politica. Non solo per i numeri impressionanti ma, soprattutto, per i mille dispositivi messi in campo, per nascondere, privare di senso, sminuire la portata sistemica dell’attacco.
La violenza colpisce anche quelle che non la subiscono. La minaccia stessa, il pericolo di attraversare liberamente i luoghi delle nostre vite sono parte di un dispositivo che prova a tenerci sotto scacco, nell’auspicio di disciplinarci con la paura.
Occorre che la paura cambi di campo. Occorre spezzare un immaginario, di cui ancora tante di noi sono complici. La servitù volontaria è il nostro peggiore nemico, perché le pratiche che spezzano il tempo e risignificano un mondo sono ancora troppo recenti, perché un retaggio tanto pesante è difficile da spezzare, perché la sottrazione e la fuga appaiono ancora le strategie vincenti, proposte ed imposte dalle nostre mamme a tante di noi.
Non c’è libertà se non nel rischio e nella lotta. Chi cade nel cammino non è una vittima ma una donna colpita perché libera. Chi ci uccide compie un atto politico. Sfidare assassini e stupratori è un atto politico.

Le reti femministe nate negli ultimi anni, Non Una di Meno è la più nota, sono figlie dalla necessità che nella guerra contro la libertà femminile si moltiplichino le relazioni, il mutuo soccorso, gli intrecci solidali per battere un nemico subdolo, annidato in ogni spazio che viviamo.
La scommessa oggi è chiarire l’intreccio potente tra la dominazione patriarcale e la violenza dello Stato, dei capitalismo, delle frontiere, delle religioni. Il femminismo binario, centrato sull’empowerment femminile è esperienza residuale in questo secondo decennio del secolo che inaugura il millennio.
Partire da se non per liberare un genere ma per attraversarli alla ricerca del proprio percorso di libertà è una pratica femminista di segno libertario, che si propone a tutti, a tutte a tutt*.

(quest’articolo è uscito sull’ultimo numero di Arivista)

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Roviniamo la vetrina dei padroni del mondo! No al G7! Un mondo senza sfruttati né sfruttatori, senza servi né padroni, un mondo di liberi ed eguali è possibile. Tocca a noi costruirlo. Ecco gli appuntamenti per gli spezzoni rossoneri: Venerdì 29 settembre ore 17,30 Corteo dei lavoratori e delle lavoratrici contro il G7 Partenza da Corso G. Cesare n. 11, vicino a Porta Palazzo (ex stazione Torino-Ceres) assemblea finale ai giardinetti tra corso Giulio e via Montanaro Sabato 30 settembre ore 14 Corteo contro il G7 Ritrovo quartiere Vallette in direzione Reggia di Venaria per approfondimenti leggi quest'articolo per info: fai_to@inrete.it