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Foibe, esodo, nazionalismi

esuli_istriani“Nazionalismo: cancro dei popoli”. Questo sarà uno degli striscioni del corteo antifascista di domenica 7 febbraio alle Vallette. Forse basterebbe per dare il senso dell’iniziativa. Ovviamente non basta ma vale la pena ricordare che l’essenziale è tutto lì. Il corteo è promosso dai “Soliti ragazzi del quartiere” e da altri antifascisti torinesi, che quest’anno hanno voluto fosse il culmine di una settimana di informazione e lotta. I fascisti hanno indetto un corteo presso il villaggio Santa Caterina, la zona di case popolari che dagli anni Cinquanta ospita un folto gruppo di esuli istriani e dalmati. Per i fascisti è un’occasione per lucidare le armi della retorica nazionalista, facendo leva sulla memoria dolorosa dei profughi e dei loro discendenti, che presero la via dell’esilio tra il 1943 e il 1956.
Per gli antifascisti e per i libertari è invece un’opportunità per mettere al centro una memoria che, nel rispetto di chi allora dovette lasciare le proprie case, prendendo la via dell’esilio, sappia cogliere tutto il male profondo che si radica e cresce di fronte ad ogni linea di frontiera, ad ogni spazio diviso da filo spinato, ad ogni bandiera che divida “noi” e “loro”. Chiunque essi siano.

Sino a poco tempo fa le fucilazioni e successivo seppellimento nelle foibe, le cavità tipiche del Carso, era un cavallo di battaglia delle destre, che liquidavano le ultime convulse fasi della seconda guerra mondiale tra Trieste, l’Istria e la costa Dalmata, come pulizia etnica nei confronti delle popolazioni di lingua italiana che vivevano in quelle zone.
Oggi gli argomenti dei fascisti li usano tutti. Il dramma delle popolazioni giuliano-dalmata fu scatenato «da un moto di odio e furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Queste parole le ha pronunciate nel 2007 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione della “giornata del ricordo”, ma, non per caso, vennero condivise in modo bipartisan dalla destra e dalla sinistra parlamentari. Queste frasi vennero pronunciate alla foiba di Bazovizza, chiusa da una colata di cemento, sì che le richieste degli storici di potervi accedere per verificare quanti morti vi fossero dentro, è stata seppellita dalla retorica nazionalista.
Il dramma del “confine orientale” ha radici lontane. Dopo la prima guerra mondiale, l’Italia si sedette da vincitrice al tavolo delle trattative. Il trattato di Rapallo, che perfezionò le condizioni stabilite durante la conferenza di Versailles, sancì l’annessione all’Italia di Trento, Trieste, Istria, e Dalmazia. Luoghi dove almeno un milione di persone parlavano lingue diverse dall’italiano, ma vennero obbligate a parlarlo in tutte le situazioni pubbliche e, soprattutto, a scuola. Oltre cinquantamila persone lasciarono Trieste dopo l’annessione: funzionari dell’impero austroungarico o semplici cittadini di lingua austriaca o slovena, per i quali non c’erano prospettive di vita nella Trieste “italiana”. Una città poliglotta e vivace, stava smarrendo la propria peculiarità di luogo di incontro e intreccio di culture diverse.
Il fascismo accentuò la repressione nei confronti delle popolazioni di lingua slovena e croata, l’occupazione tedesca e italiana della Jugoslavia fu accompagnata da atrocità indelebili. Questa non è una giustificazione di quanto accadde, ma più banalmente la restituzione di un contesto di guerra durissimo. Nella seconda guerra mondiale in Jugoslavia morirono un milione di persone, altrettante persero la vita nell’Italia del Nord.
Nelle fucilazioni dei partigiani titoisti caddero molti fascisti, anche se i gerarchi più importanti fecero in tempo a trovare scampo a Trieste. Caddero anche molte persone le cui collusioni dirette con il fascismo erano molto più impalpabili. L’equiparazione tra fascismo e italianità, perseguita con forza dal regime mussoliniano, costerà molto cara a chi, in quanto italiano, venne considerato tout court fascista. Oggi gli storici concordano sul fatto che le cifre reali sugli infoibati sono molto lontane da quelle proposte dalla retorica nazionalista, ma per noi anche uno solo sarebbe troppo. Sloveno, italiano, croato che sia.
Più significativo fu invece l’esodo dall’Istria e dalle coste dalmate. Città come Pola e Zara persero oltre il 80% della popolazione. Accolti bene dalle popolazioni più vicine, vennero trattati con disprezzo ed odio altrove. Ad Ancona vennero accolti a sputi e trattati da fascisti in fuga. Qui a Torino erano guardati con diffidenza. Per la gente comune, con involontaria, ma non meno feroce ironia, erano “gli slavi”. La radice del male, oggi come allora, è nel nazionalismo che divide, separa, spezza.

A ciascuno di noi il compito di combattere il fascismo oggi. I profughi di altre guerre, di altri luoghi sono lo spauracchio con il quale i fascisti del nuovo millennio, provano a dar gambe alla guerra tra i poveri, all’odio verso i diversi, alla chiusura identitaria.
Ricordare oggi le vicende del confine orientale, un confine spostato tante volte nel sangue, significa confrontarsi con la pratica di una verità, che riconoscendo le vittime e il contesto di quelle vicende, ci insegna che solo un’umanità senza frontiere può mettere la parola fine ad orrori che, ogni giorno si ripetono ad ogni latitudine. In nome di un dio, di una nazione, di una frontiera fatta di nulla.

Ascolta l’intervista di Anarres a Claudio Venza, docente di storia all’università di Trieste

Domenica 7 febbraio corteo antifascista alle Vallette.
Appuntamento alle 17 in corso Cincinnato angolo corso Toscana

Di seguito una scheda sui profughi istriani e un’intervista a Gloria Nemec, sulla memoria dell’esodo istriano e dei “rimasti”. Entrambi i pezzi usciranno sul settimanale anarchico Umanità Nova

Continued…

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Bra. Mai più manicomi!

2016 01 30 Bra NO REMS (7)Bra. Presidio No REMS di sabato 30 gennaio. Decine di attivisti di Torino e di Bra Hanno partecipato all’iniziativa contro l’unica REMS del Piemonte, ospitata presso la Clinica San Michele. In queste galere manicomiali finiscono le persone che escono dai sei OPG italiani in fase di lenta chiusura da un anno.
2016 01 30 Bra NO REMS (6)Chi finiva negli OPG, oggi REMS? Persone nei cui confronti giudici e psichiatri concorrono a formulare una sentenza che li dichiara incapaci di intendere e volere al momento di commettere un’azione 2016 01 30 Bra NO REMS (4)definita reato dal codice penale. Secondo gli psichiatri che eseguono le perizie non sanno capire e decidere autonomamente e quindi per i giudici non sono punibili. Non vanno in carcere ma vengono comunque rinchiusi perché giudicati incapaci di intendere e volere.
Oggi i “nuovi” posti dove vengono imprigionati i “rei folli” si chiamano REMS. In altre epoche le chiamavano “gabbie dei matti”, posti dove venivano seppelliti vivi uomini e donne che erano considerati “senza ragione.
2016 01 30 Bra NO REMSSono cambiati i nomi ma la sostanza resta.
Le REMS sono posti dove ti legano e ti drogano per farti tornare “normale”. Per lo Stato italiano chi non è normale è pericoloso, non per quello che fa ma per quello che è. Con questo argomento il terzo Reich giustificava lo sterminio dei folli e di tutti gli altri “fuori norma”.
2016 01 30 Bra NO REMS (1)Dopo il presidio in centro a Bra, dove tanti si sono fermati a parlare, gli attivisti del collettivo antipsichiatrico “Francesco Mastrogiovanni” e i solidali di Bra e Torino sono andati alla REMS per un saluto ai reclusi.
2016 01 30 Bra NO REMS (10)È stato piazzato lo striscione “Mai più manicomi – No REMS né qui nè altrove”, accesi lacrimogeni e intonato slogan.
Al grido ” libertà ” un uomo anziano ci ha salutati dalla finestra dell’ultimo piano. Da ieri sa che, al di là dei muri e dei pregiudizi, c’è qualcuno che vorrebbe frantumarli entrambi.

Le riunioni del Collettivo antipsichiatrico “Francesco Mastrogiovanni” si tengono presso la Federazione Anarchica Torinese ogni martedì alle 21 in corso Palermo 46

telefono antipsichiatrico: 345 61 94 300

Per contatti: antipsichiatriatorino@inventati.org

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Storie di periferia. Sgomberi, occupazioni, deportazioni

19 ottobre lungo stura 2Era la più grande baraccopoli d’Europa. Difficile dire quanta gente abitasse in lungo Stura Lazio. Un luogo oltre la stessa periferia: il fiume, le casette di lamiera e assi, l’immondizia, i topi. Di fronte gli stabilimenti dell’Iveco, oggi divisi nello spezzatino del dopo Fiat, pur nella crosta imponente della vecchia fabbrica.
Lungo i marciapiedi le prostitute a poco prezzo, tutte venute da qualche altro margine di questo mondo. Questi margini non sono sottili e bianchi, come nei quaderni delle elementari, sono enormi, sozzi, un luogo limite tra la discarica e il nulla.

2015 10 12 casa per tutti (18)Eppure. Eppure se si vinceva la voglia di scappare via e si imboccavano le stradine che portavano nel cuore del campo, ci si accorgeva che in Lungo Stura c’era una piccola città. Tendine alle finestre, il bagliore di una TV o di un computer, i bambini che giocavano. Nelle narici il puzzo dell’immondizia si mescolava al fumo delle stufe a legna. Di sera i generatori di corrente erano un rumore di fondo cui si finiva con il fare l’abitudine.
sgombero e corteoPur nella miseria si coglievano i segni di una vita che aspirava ad essere come quella di tutti gli altri, quelli che abitavano nelle case, avevano l’acqua, il bagno, la corrente, il riscaldamento.
L’aspirazione di chi governa la città è una sola, far sparire i poveri. Visto che eliminare la povertà è un agire eversivo estraneo alla cultura e alla pratica del Partito Democratico, l’importante era nascondere la polvere sotto il tappeto.
Se non ci fossero stati di mezzo i soldi forse questa storia sarebbe stata diversa.
2015 10 12 casa per tutti (17)I cinque milioni e rotti di euro stanziati dal Ministero dell’Interno per “l’emergenza rom” a Torino sono stati utilizzati per realizzare il progetto “La città possibile”. Il progetto, messo in atto dall’unica cordata di associazioni e cooperative che aveva partecipato alla gara d’appalto, prevedeva l’inserimento progressivo delle famiglie “meritevoli” in appartamenti o social housing. All’inizio l’affitto era basso, ma in pochi mesi è arrivato a prezzi da mercato. Poco a poco le famiglie vengono gettate in strada, senza alcuna alternativa.
Per due anni tutto è filato liscio. Non c’erano elenchi chiari di chi era dentro e chi fuori dal progetto. Chi entrava doveva collaborare con lo zingaro-kapò incaricato delle demolizioni a rendere inabitabile la 12065711_849107091870835_8165853782839512042_npropria baracca. Doveva “dimostrare” la propria volontà di “superare il campo”, come se la baracca fosse un destino etnicamente programmato e non un obbligo imposto dalla povertà, dall’impossibilità di pagare un affitto. Non basta servire il Grande Fratello, bisogna amarlo. La mimesi delle dinamiche tipiche dell’universo concentrazionario non è casuale. Il ridurre le persone a minori da tutelale o minorati da sterminare è all’origine profonda di ogni forma di razzismo.
O accetti le mie regole e “cresci” o le rifiuti e vieni eliminato. Pochissimi ce l’hanno fatta, perché le carte erano truccate. Chi non ha un reddito adeguato, non può pagare affitti a prezzo di mercato. 2015 10 12 casa per tutti (0)La gente delle baracche vive riciclando e vendendo le cose che pesca nei cassonetti. Si muovono discreti con un gancio per muovere l’immondizia, qualcuno gira con vecchi passeggini, un carretto per la spesa, i più fortunati hanno una bici con una grossa cassetta. Qualcuno raccoglie metalli, li rivende a italianissimi grossisti che guadagnano bene, mentre chi rovista le discariche, smonta i posti abbandonarmi, rischia molto ma guadagna pochissimo. Al campo ogni giorno arrivavano camioncini pieni di rottami, macerie, amianto, che venivano scaricati senza spendere per il conferimento in discariche autorizzate. La gente del campo accettava, sperando di trovare qualcosa di buono da rivendere.
ffI comitati razzisti e fascisti promuovono periodicamente marce per lo sgombero, protestando per i fumi tossici e chiudendo gli occhi sul resto.
I “fortunati” dei social housing, vengono gettati in strada poco a poco, per evitare che si uniscano agli altri sfrattati e sgomberati e decidano di lottare.

Barriera antirazzista 01Per la maggior parte degli altri, quelli giudicati indegni di “emergere”, incapaci per “natura”, tarati all’origine, c’è stata solo violenza. Sgomberi progressivi si sono susseguiti per due anni. Le ruspe operavano selettivamente, perché i salvati non si unissero ai sommersi, perché non deflagrasse la forza di migliaia di persone gettate in strada.
Nel mezzo la vita quotidiana. Una vita con regole sue, dove le pur esili tutele garantite di cui godono gli altri, quelli del mondo di sopra, non valgono. Senza residenza, senza tessera sanitaria, senza lavoro in regola vivi nel limbo, rischiando ogni giorno un decreto di espulsione 08o un viaggio di sola andata in Romania. Se resti nascosto, se tieni la testa basta, se non protesti per i soprusi quotidiani, forse te la cavi, altrimenti finisci nel mirino di vigili urbani, polizia, magistratura, assistenti sociali. Al campo c’erano tantissimi bambini: il ricatto sui figli,il più odioso, è anche il più efficace. E’ l’arma più usata dalle istituzioni e dalle associazioni per piegare ogni accenno di protesta, per convincere i riottosi, per sedare gli animi più caldi.
L’amministrazione comunale di Torino è stata molto abile. Tra promesse e minacce, tra illusioni e repressione è riuscita a trasformare la più grande baraccopoli d’Europa in un cumulo di macerie, disinnescando una miscela potenzialmente esplosiva.
Le associazioni amiche – Valdocco, Terra del Fuoco, Strana Idea, Liberi Tutti, Aizo, Croce Rossa Italiana – hanno assorbito i soldi, il vice sindaco Tisi si è appuntato un fiore all’occhiello, la baraccopoli non c’è più. L’ultima manciata di casette è stata buttata giù il 10 dicembre.

Tutto perfetto? Non proprio.
Un gruppo di famiglie sgomberate dal campo, sfrattate dai social housing, dopo un anno di assemblee, incontri, conoscenza con un alcuni antirazzisti e anarchici torinesi, quando la rassegnazione pareva prevalere, ha deciso che la misura era colma. Hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo.

Alla fine di settembre Aramis, un ragazzo del campo ha reagito contro l’intimazione ad abbandonare la sua baracca. Tre vigili del nucleo nomadi lo hanno bloccato a terra, hanno sparato spray urticante, hanno minacciato tutti estraendo la pistola, poi l’hanno arrestato con l’accusa di aggressione. Al processo un paio di video girati con il telefonino da altri abitanti del campo hanno smentito le dichiarazioni dei vigili in tribunale.
Il 12 ottobre a centinaia hanno attraversato il centro cittadino per raccontare la loro storia, con un corteo aperto da uno striscione bianco con una scritta rossa “no a sgomberi e sfratti. Casa per tutti/e!”. Quello striscione sarà il simbolo di tutte le lotte successive.
Per la prima volta da molti anni gli invisibili, la gente dei margini, è scesa in strada, ha preso la parola, ha mostrato la propria determinazione nel denunciare la truffa milionaria della “Città possibile”.
Il Comune ha replicato con un ulteriore sgombero il 19 ottobre. In risposta gli sgomberati hanno occupato l’ufficio nomadi e fatto un piccolo corteo.

Il primo novembre 25 famiglie sgomberate e sfrattate si sono prese una casa occupando una parte dell’ex caserma La Marmora di via Asti. Un luogo impresso a sangue nella memoria della nostra città: in quella caserma durante l’occupazione nazifascista venivano rinchiusi, torturati e uccisi i partigiani.
Il luogo non è stato scelto a caso. Una parte dell’imponente ex complesso militare, oggi di proprietà della Cassa Depositi e Prestiti, era stato occupato in aprile da Terra del Fuoco, associazione vicina a SEL, che è parte attiva del progetto “La città Possibile”. Le 25 famiglie illuse dal sogno di una casa, sgomberate dal campo, si sono prese un posto per vivere in uno spazio, in parte occupato da chi si era arricchito, sgomberando il campo. La vicenda ha un’eco mediatica enorme. La tensione tra il PD e SEL è da tempo alle stelle: proprio in quei giorni viene annunciata la candidatura dell’ex leader Cgil Giorgio Airaudo a sindaco di Torino, una mossa che mette a rischio la rielezione di Piero Fassino, che solo un mese dopo annuncerà la propria ricandidatura. Terra del Fuoco fiuta il pericolo e, dopo una reazione stizzita ed incazzata, tenta, senza riuscirci, di assorbire l’anomalia. La gente di lungo Stura ha imparato a conoscerli e intima loro di stare lontani. “Siamo qui e di qui non ce ne andiamo”
Il fior fiore della sinistra intellettuale sabauda si affaccia in via Asti. Siamo in precollina, una zona residenziale borghese, dove i baristi cacciano i rom, che entrano a prendere il caffè. E’ un succedersi di nuance tra grigio e rosa pallido.
Il 12 novembre arriva la polizia a sgombera tutti. Le famiglie gettate in strada partono in corteo e raggiungono il centro. Romeo e Catalin, due ragazzi dell’occupazione che non avevano mai chinato la testa, sono ammanettati e portati al CIE. Si fanno presidi e raccolte fondi per sostenerli. Cinque giorni dopo vengono deportati in Romania. È la vendetta contro i rom che avevano osato prendersi una casa in precollina.
Fassino, per ricucire lo strappo con Terra del Fuoco promette che le attività dell’associazione “amica” continueranno.

Qualcuno pensava che sarebbe finita lì. L’arte di seminare la paura ha moltiplicato i propri adepti. La tentazione di sparire in qualcuno dei tanti buchi neri della metropoli è forte. Ma il prezzo è alto. Occorre accettare di rintanarsi in un margine sporco dove l’invisibilità è condizione materiale e simbolica “normale”.
Le famiglie che si sono conquistate uno spazio pubblico, entrandovi con la forza della propria stessa presenza, non hanno aderito ad un qualche progetto per cambiare il mondo, non sono diventate anarchiche, anche se la maggior parte dei solidali che ne hanno appoggiato la lotta, lo sono.
Hanno però trovato del tutto normale fare tante assemblee sotto il ritratto di Bakunin che campeggia nella sede della FAT, non lontano da una bandiera nera con una grande A nel mezzo.
Il loro agire è diventato politico, quando hanno deciso di lottare contro chi li voleva schiavi, sottomessi, muti, servili. Prendere la parola, occupare una casa hanno concretizzato un agire che non era più mera strategia di sopravvivenza, ma agire per qualcosa che è più di una casa, più di un luogo fisico. È la dignità, la libertà di essere protagonisti della propria storia. La dignità non è condizione dello spirito, ma si concretizza proprio in una casa. Una casa vera.

Così il 20 novembre una parte delle famiglie sgomberate da Avion in via Asti, ha occupato una palazzina comunale abbandonata, in via Borgo Ticino, in Barriera di Milano. Uomini, donne e bambini lasciato la paura a tempi ancora peggiori.
La nuova casa si chiamava “Casa Catalin e Romeo”, dal nome dei due ragazzi deportati in Romania per aver partecipato all’occupazione di via Asti.
I vicini qui erano decisamente più amichevoli. Una domenica il giardinetto è stato aperto a tutto il quartiere. La vita dopo 20 giorni di occupazione stava riprendendo il sapore della quotidianità, fatta di abitudini, lavoro, gioco e affetti.
Il 10 dicembre la parola è tornata alle armi. Sono arrivati a “Casa Catalin e Romeo” intorno alle 9,30 del mattino. Blindati, digos, Amiat e vigili del fuoco hanno bloccato l’accesso a via Borgoticino, impedendo a tutti di avvicinarsi.
Nonostante i blocchi, un gruppo di solidali è riuscito a passare dal cortile del Lidl. Dopo un lungo tira e molla una di noi è riuscita ad entrare. Poi sono arrivati anche gli avvocati.
Al momento dell’irruzione tanti occupanti erano fuori a lavorare o a scuola. Nella casa c’erano solo una quindicina di persone, qualche anziano, alcuni ragazzi e un bambino di cinque mesi.
Tutti sono stati fotografati e identificati. Catalin è stato ammanettato e portato in questura e di lì al CIE.
Ha la testa dura Catalin. Non si è rassegnato agli sgomberi e alla deportazione. Ha deciso di tornare e raggiungere parenti e amici che avevano occupato un’altra casa.
La struttura di via Borgoticino è stata blindata dagli operai del comune al termine dello sgombero. Resterà vuota tutto l’inverno, mentre un gruppo di famiglie con figli piccoli ed anziani è di nuovo in strada.
Quell’occupazione periferica era un affronto che l’amministrazione comunale non poteva tollerare. Era la dimostrazione pratica che il progetto “la città possibile” è stato un fallimento, che la  gran parte degli abitanti della Baraccopoli di Lungo Stura Lazio era stata buttata in strada senza alternative abitative.
In questi giorni il prezzo di una baracchetta al campo di via Germagnano è salito a 600 euro. Gli sgomberi hanno fatto lievitare i prezzi nel mondo di sotto.

Il sabato successivo una trentina di solidali è davanti al CIE: musica, interventi, petardi e un grosso fuoco d’artificio. I fratelli e i genitori di Catalin lo salutano, gli fanno sentire la propria presenza. Sono preoccupati per Catalin, ma anche orgogliosi di questo ragazzo, che non molla, che non abbassa la testa.
La Questura e il Comune giocano ancora la carta della paura, per costringere le persone a nascondersi nei fabbriconi gelati e fatiscenti, in baracche ai margini del nulla urbano.

Non sempre ci riescono. C’è sempre qualcuno come Catalin che si gioca la libertà per avere un tetto. C’è sempre qualcuno che alza la testa e occupa una casa.

Maria Matteo
(Quest’articolo è uscito sull’ultimo numero del settimanale Umanità Nova

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Quando la gola brucia troppo

DSCN0116Ogni settimana qualcuno va a Chiomonte. Il mercoledì e il venerdì si mangia ai margini della zona occupata, si gioca a bocce quadre, si tentano incursioni all’interno. Almeno una sera a settimana i No Tav dell’NPA – il Nucleo Pintoni Attivi – prendono il sentiero da Giaglione e raggiungono il terreno di fronte al cantiere. Non c’è bisogno di illuminazione. I fari sparano luce come allo stadio durante la partita. Ma non siamo allo stadio, anche se dentro è pieno di poliziotti e carabinieri: il filo spinato, le recinzioni, i blindati lince, i soldati ci ricordano che siamo in zona occupata.
DSCN0105Sotto la tettoia i No Tav mangiano, chiacchierano, bevono un bicchiere: quando fa freddo ci si scalda con un buon fuoco. Poi si ritorna indietro. Prima di partire i No Tav si fermano di fronte alle recinzioni e fanno battiture, slogan, canti. Ormai da qualche mese la polizia risponde, mettendo in azione l’idrante e sparando lacrimogeni. Non importa che il nucleo duro sia costituito da un gruppo di arzilli ultrasessantenni.
DSCN0099La polizia non fa sconti a nessuno.
Alla fine dell’estate di notte qualcuno ha tirato petardi e chiuso i cancelli. La prima volta i ragazzi fermati dalla polizia sono finiti per tre giorni alle Vallette. Qualche giorno dopo sotto i cappucci la polizia ha pescato banda di valligiani tra i sessanta e gli ottant’anni. I media hanno ridotto la sfida degli over 60 a una goliardata, per non ammettere che l’azione diretta è patrimonio di tutti, e da tutti viene approvata e praticata.
Da allora anche le banali battiture dopo le cene vengono gasate e bagnate.
DSCN0134Eppure nessuno molla. Si torna sempre sui propri passi, sebbene si sia consapevoli che non si inceppa così il treno, tuttavia nessuno vuole che vinca la narrazione che vorrebbe la valle pacificata. La rassegnazione è il peggiore nemico del movimento. Vale la pena di rischiare doccia e aerosol.

Le cinque giornate di dicembre
Per l’8 dicembre, decimo anniversario della rivolta popolare che aveva smontato le recinzioni del cantiere a Venaus e obbligato il governo a fare dietro front, il movimento ha dato vita a cinque giorni di iniziative di lotta, festa, confronto, memoria.

DSCN0091Si è cominciato il 4 dicembre. Un centinaio di No Tav imbacuccati per la notte si ritrovano al campo sportivo di Giaglione. Un sorso di grappa, due castagne al cioccolato e si parte direzione del cantiere della Clarea. In fondo, prima del piazzale che precede il sottopasso per l’autostrada, la polizia ha piazzato i jersey. Dietro si scorgono uomini in armi e un idrante pronto ad entrare in azione.
Un grosso bidone viene riempito di legna e presto il tepore scalda questa notte che ancora ha sapore d’autunno. Dieci anni fa si presidiava in mezzo alla neve.
Anche al bivio da cui si dipana il sentiero alto c’è un fuoco. Tante torce sono infilate nei muretti a secco per illuminare il cammino.
La polizia è piazzata anche sui sentieri. I caschi brillano mentre scendono verso i No Tav, sferzando la notte con i loro fari. Sono nervosi.
Il fuoco lungo il sentiero alto è una barriera che gli preclude il pieno controllo del territorio. Sparano a più riprese lacrimogeni. L’aria si riempie di gas.
Un ragazzo viene colpito al petto da un candelotto e si accascia, ma dopo poco si rimette in piedi.
I No Tav si spostano senza fretta, con la pacatezza di chi è ormai avvezzo alla violenza di Stato.
Nella valle risuonano canti e slogan.
Sui sentieri che portano al cantiere, ancora una volta vietati ai No Tav per i cinque giorni di lotta e memoria nel decimo anniversario della rivolta di Venaus, i No Tav vegliano. Qualcuno va via, altri arrivano. La notte è ancora lunga.
Alle 4 del mattino entra in azione l’idrante, la polizia prova ad identificare gli ultimi rimasti, che resteranno al bivacco sino al pomeriggio successivo quando arriva un altro gruppo a rinforzare il presidio. Poi si va tutti a Venaus.

La domenica è il giorno della memoria. Nel salone della Borgata “8 dicembre”, costruita dal comune di Venaus, al posto del cantiere, ci si ritrova per mettere insieme le narrazioni, i ricordi. La Storia l’abbiamo sentita tante volte, al punto di aver scordato di averla fatta. Le storie, quelle minuscole, quelle di chi c’era e ne sa un pezzo, sono ben diverse. Sono impastate di entusiasmo, paura, esaltazione, ironia. Una sorta di bildung roman collettivo. In tutte c’è un “prima” e c’è un “dopo”. C’è chi racconta del bivacco e del caffè offerto ai poliziotti, nemici ma umani, prima della rabbia della notte di Venaus. Una ruspa con un vicequestore mai dimenticato, Sanna, quello che gridava “massacrateli tutti!” impartì a tanti un corso accelerato di dottrina dello Stato. Da quella notte, la notte dello sgombero violento della Libera Repubblica di Venaus, nessuno ha più allungato un caffè ad una persona in divisa.
La foto di Patrizia l’hanno vista tutti. Venne pubblicata dai tutti i giornali. L’espressione di indignato dolore nel suo sguardo era la cifra esatta di quella notte di sangue e dignità calpestata. Patrizia in quei giorni era sempre al presidio. Per un incidente d’auto aveva il collare e non andava a lavorare. Nella foto è ritratta con il sangue che le cola sul viso, sul collare bianco: una manganellata in testa fu per lei lo spartiacque. Prima era una “madama”, che fidava nell’ordine costituito e nella giustizia, un minuto dopo il senso delle cose era cambiato.
Luca aveva vent’anni e non disse ai suoi dove trascorreva quelle notti. Era di quelli che parlano poco e hanno poca confidenza con il mondo. Intorno al fuoco di Venaus strinse le relazioni che ne avrebbero cambiato la vita. Il suo racconto è un misto di ironia, specie verso se stesso: gli sbirri che faticano a passare un ruscelletto, le botte, la faccia schiacciata in terra da uno scarpone sono narrati senza enfasi ma con grande vivacità.
Io ho provato a raccontare la meraviglia di vedere, finalmente nella vita, il tempo sospeso di una rivolta popolare vera. La criminalità del potere mi indignava, ma non mi stupiva. Le barricate, immaginate ma mai viste, invece sì. Ho imparato tante cose in quei giorni. Il tempo della rivolta spezza la normalità e muta gli sguardi, le pratiche. In quei momenti cresce la consapevolezza che il dominio si alimenta della nostra paura, che la gerarchia si spezza quando le persone prendono in mano le proprie vite. La rivolta, il blocco rendono concrete aspirazioni, progetti, idee sedimentate nel tempo. Venaus non fu un lampo nel deserto, perché il terreno era stato arato per decenni, perché il filo rosso della memoria della Resistenza e delle lotte degli anni Settanta non si era mai spezzato, perché il “no” al treno era condito dall’aspirazione a relazioni politiche e sociali immaginate e desiderate.
La notte di Venaus le campane suonarono per svegliare chi dormiva o si era assopito. Un sonno che per alcuni era durato una vita, divenne un risveglio con il sapore dell’aurora.

Martedì 8 dicembre 2015 il corteo cresce con il trascorrere delle ore. Quando arriviamo nella piana di Venaus siamo diverse migliaia. E’ il giorno dell’orgoglio di chi, nonostante la violenza quotidiana, nonostante gli arresti, nonostante l’occupazione militare, resiste ogni giorno.
A Susa, di fronte all’hotel Napoleon, che ospita da anni le truppe di occupazione, slogan e fumogeni. Dal roccione sulla città viene calato un enorme striscione “Terrorista è lo Stato. No Tav liberi!”. Dal balcone di una casa un altro striscione ricorda i ragazzi del compressore.
Poi cibo, musica, racconti.
A Venaus dieci anni fa abbiamo vinto. La violenza di Stato di questi ultimi cinque anni ha cercato di offuscare la memoria di quella vittoria, di spezzare la fiducia, di alimentare la convinzione che si trattasse di un evento irripetibile. Non ci sono riusciti. I tempi sono mutati ma la sfida è sempre la stessa. La posta in gioco è tuttavia più alta, perché l’aurora è passata ma ne portiamo in spalla il fardello di responsabilità. L’8 dicembre c’era tanta gente da fuori, dai tanti luoghi di lotta alimentati dal vento forte che spirava da quest’angolo di Piemonte.
Lo Stato cerca di imporre la pacificazione ma ha paura. La banda Renzi ha dimostrato che il timore di una rivolta popolare non è ancora sopito. Altrimenti non avrebbero scelto di ampliare il cantiere/fortino di Chiomonte, facendo partire i lavori del tunnel di base nel cuore della montagna, nel punto di innesto con la galleria geognostica oggi in costruzione. Il nuovo progetto è più costoso e più rischioso. Ha un unico vantaggio: rendere più difficile la resistenza.
La decisione di scavare il tunnel dalla montagna sta imponendo una riflessione sulle strategie di contrasto al cantiere e all’occupazione militare. La scommessa di tanti di mantenere salda la natura popolare e, insieme, la scelta di lotta non simbolica, non è facile da tradurre in pratiche condivise. Le questioni di metodo hanno innescato un dibattito, che a volte molto acceso, perché pur non intaccando la sostanza, ossia la necessità di una lotta popolare ed incisiva, ha mostrato qualche difficoltà nel definire il ruolo delle minoranze agenti.
Un ruolo importante, perché ha dimostrato la volontà di tutti di contrastare attivamente i lavori. I No Tav non hanno mai accettato di ridursi a meri testimoni dello scempio, a semplice movimento di opinione. Lo dimostra il sostegno attivo agli attivisti arrestati e condannati per aver partecipato a blocchi, sabotaggi, scontri.
La scommessa per i prossimi mesi è ridurre la distanza, che inevitabilmente diventa delega, tra le minoranze agenti ed il grosso del movimento popolare. Nel 2005 vincemmo perché tutti divennero protagonisti attivi della lotta. Dietro alle barricate, in mezzo all’autostrada, a buttare giù le reti c’eravamo tutti. Il governo ha paura che la storia si ripeta, ha paura di perdere il controllo di un territorio, teme chi sperimenta la pratica dell’autonomia dai poteri costituiti.
Non per caso – a distanza di tanti anni – il ricordo è ancora emozione viva, sapore di polenta, bivacco tra i lacrimogeni, un sorso d’acqua allungato da uno sconosciuto quando la gola brucia troppo.

Sulla sentenza d’appello al processo del compressore

Sulla partita messa in campo dalla Procura di Torino leggi qui

Si torna sempre a dicembre. Qui puoi leggere l’opuscolo della FAI torinese, distribuito durante le giornate del decennale della presa di Venaus.

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Istria: No Border No Wire!

filospinato2Da qualche giorno varie zone del confine fra Slovenia e Croazia sono “addobbate” con centinaia di metri di filo spinato in funzione anti-profughi, nonostante da quelle parti negli ultimi anni non sia passato praticamente nessuno. L’iniziativa è del governo sloveno ed è chiaramente una mossa propagandistica per “rassicurare” la parte di opinione pubblica spaventata dal flusso migratorio proveniente dai balcani, nonché un altro modo per far irritare la vicina croazia, con cui i rapporti diplomatici sono sempre stati freddini e da quando è iniziato il flusso dei profughi sono decisamente peggiorati. Per ora questa brillante idea ha avuto due effetti pratici: uccidere un sacco di animali selvatici e far incazzare praticamente tutti: dal governo croato agli animalisti, dagli antirazzisti agli abitanti del luogo agli operatori turistici della zona.

Ma già dai giorni successivi alla posa del filo ci sono stati in vari punti tagli notturni della rete che esprimevano in maniera chiara il sentimento prevalente in queste zone.

Per rispondere anche pubblicamente a questo nuovo muro razzista sabato 19 si sono svolte due iniziative, la prima alle 11 al piccolo confine di Brezovica e un’altra alle 14 presso il confine di Dragogna (il principale confine fra i due stati in istria). Entrambe gli appuntamenti sono nati dalla volontà di abitanti del posto ma poi sono stati in parte “assorbiti” da alcuni politicanti specie sul lato sloveno. I compagni e compagne anarchici sloveni e croati assieme alle altre componenti dei movimenti antirazzisti hanno deciso di partecipare a entrambi gli appuntamenti.

Alla prima iniziativa hanno partecipato oltre un centinaio di persone divise fra i due lati m_2della barriera che hanno appeso cartelli e striscioni sul filo spinato e improvvisato una partita a pallavolo fra i due lati. Alcuni compas hanno realizzato un manichino con la faccia del primo ministro sloveno che è stato lanciato sulla barriera suscitando apprezzamento dei presenti e molta curiosità da parte dei numerosi giornalisti presenti. La presenza anarchica era ben visibile con striscioni, bandiere e slogan. Al secondo appuntamento hanno partecipato intorno alle 400 persone (provenienti da Slovenia, Croazia e Italia) che si sono concentrate sul lato sloveno. Partendo da un vicino parcheggio si è passati accanto al casello del confine croato e ci si è fermati accanto all’autostrada dove vi sono stati alcuni interventi, in alcuni casi proprio di quei politicanti che si sono eletti organizzatori dell’iniziativa e che sono stati contestati dallo spezzone anarchico e antirazzista. Senza aspettare la fine dei comizi i compagni e le compagne si sono recati verso il filo spinato, dove nel frattempo erano già arrivati altri manifestanti che avevano già tagliato parti del filo spinato.

m_1Pian piano tutti i manifestanti hanno raggiunto il filo ed ognuno/a ha espresso la propria rabbia: chi togliendo altre parti di filo spinato, chi affiggendo striscioni e cartelli e che accendendo fumogeni.

La polizia ha tenuto un atteggiamento di basso profilo tenendosi fin quasi la fine della giornata a distanza (è molto probabile che le numerose reazioni nella zona tutte negative verso il filo spinato abbiano sconsigliato un intervento muscolare verso una manifestazione molto composita e con persone di tutte le età). Verso la fine però un gruppetto di sbirri (gira voce chiamati da qualcuno dei politicanti sopra) si è diretto verso uno dei lati del filo spinato e ha cercato di arrestare un manifestante scelto a caso in gruppetto con lo scopo di addebitargli il taglio del filo. Ma quando il gruppo di poliziotti è passato in mezzo alla folla la reazione collettiva ha fatto in modo di liberare il fermato e gli sbirri essendo in pochi han lasciato perdere. A quel punto la manifestazione è finita. Purtroppo il manifestante fermato tornando verso l’auto parcheggiata vicino al casello è stato ri-fermato e portato in un stazione di polizia. Seguiranno aggiornamenti sulla sua situazione.

filospinatoAlla giornata hanno partecipato anche compagn* e simpatizzanti del Gruppo Anarchico Germinal partecipando allo spezzone anarchico assieme ai compas di Lubiana e Koper.

Un’altra iniziativa si è svolta anche domenica nell’entroterra di Fiume ed anche qui vi sono stati tagli della rete.

Info-action reporter

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Sabotaggio, non terrorismo. Sconfitta la Procura di Torino

NO_TAV_liberi_tutti-42787_200x200La corte d’assise d’appello della Procura di Torino ha emesso oggi, poco prima delle 16, la sentenza al processo contro Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò. Il collegio ha approvato il giudizio di primo grado, rigettando l’accusa di attentato con finalità di terrorismo. Ai quattro No Tav è stata confermata la condanna a tre anni e mezzo per il sabotaggio.
Il procuratore generale Marcello Maddalena aveva chiesto nove anni e mezzo.
Maddalena questa mattina ha sparato le ultime cartucce. A sostegno della sua tesi anche la lettera dei quattro No Tav, che si identificavano nei passaggi salienti della lotta: dalla battaglia del Seghino all’assedio del 3 luglio 2011, passando per Venaus e la Libera Repubblica della Maddalena.
Allora il movimento No Tav obbligò il governo a cancellare un progetto ormai entrato in fase esecutiva. Maddalena ha le idee chiare: chi ci è riuscito una volta potrebbe riuscirci ancora. La mera intenzione di fermare il Tav basterebbe a giustificare l’accusa di terrorismo.
In filigrana si legge la trama sottesa del tessuto argomentativo di Maddalena: tutti i No Tav sono terroristi. Chi devasta e militarizza il territorio difende la democrazia. Il sabotaggio di quella notte di maggio fu quindi un attacco alla democrazia.
Come non essere d’accordo?
La democrazia è una delle forme dello Stato, che avoca a se la legittimità dell’esercizio esclusivo della violenza, per reprimere chi non accetta le regole di un gioco feroce, liberticida, oppressivo.
Chi si mette di mezzo, chi non si rassegna al dissenso, chi pratica l’azione diretta finisce nel mirino.
La Corte s’assise ha rigettato le tesi del PM, perché è (ancora) troppo diffusa l’opinione che non si possa equiparare un sabotaggio alla diffusione del terrore.
L’operazione tentata dalla Procura di Torino questa volta è fallita, ma la carta del terrorismo potrebbe essere rigiocata, se il movimento No Tav riuscisse nuovamente a mettere in difficoltà il governo, se il territorio divenisse nuovamente ingovernabile.
Tutti i No Tav, compresi i sette del sabotaggio del maggio 2013, intendono davvero obbligare il governo a cancellare la nuova linea veloce da Torino a Lyon dalla propria agenda. Non c’è dubbio che ce la metteremo tutta.
Nonostante non sia stata riconosciuta la finalità di terrorismo, resta il fatto che quattro di noi sono stati sottratti per tre anni e mezzo alle loro vite, agli affetti, alla lotta.
Oggi ci conforta il fatto che la mossa più ardita della Procura torinese sia stata disinnescata. Maddalena, all’ultimo processo prima della pensione non è riuscito ad appendere in ufficio lo scalpo dei No Tav.

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Stragi di Stato. Da Ferrero a Pinelli

gli-anarchici-non-dimenticanoTorino, 18 dicembre 1922. Le squadracce fasciste al comando di Pietro Brandimarte, torturarono e assassinarono sindacalisti, anarchici, socialisti. Tra loro Pietro Ferrero, della Unione Anarchica Italiana, segretario della FIOM.
Umiliato e pestato sotto la Camera del Lavoro in via Cernaia, venne legato ed un camion e trascinato sino al monumento a Vittorio Emanuele. Lì, più morto che vivo, venne finito dai fascisti.
La strage di Torino fu l’atto finale di una lunga ritorsione, cominciata dopo l’occupazione delle fabbriche.
I padroni avevano avuto paura, paura che gli operai in armi passassero all’insurrezione, espropriando le fabbriche e continuando a far sa se.
Ferrero era stato attivo nelle lotte operaie di quegli anni, culminate prima nell’insurrezione contro la guerra del 1917 in Barriera di Milano, poi nel biennio rosso. Con Garino si opporrà all’abbandono delle fabbriche voluto dalla gran parte della dirigenza della FIOM.
Sapeva che se avessero mollato, il prezzo sarebbe stato durissimo. Licenziamenti, reparti confino, pestaggi, omicidi.
In piazza XVIII dicembre, di fronte alla vecchia stazione di Porta Susa, c’è una lapide che ricorda le vittime dello squadrismo fascista.
Pochi sanno è che nel dopoguerra Brandimarte venne reintegrato nell’esercito e seppellito con gli onori militari.
Nulla di cui stupirsi. Il comunista Togliatti, ministro della giustizia del primo dopoguerra, amnistiò i fascisti, che aveano imprigionato, torturato e ucciso partigiani e antifascisti.
Gli antifascisti imprigionati per aver combattuto il fascismo fuori dalle date ufficiali della Resistenza, restarono in carcere per decenni. La Resistenza venne imbalsamata quando ancora era nell’aria la polvere da sparo, quando viva era la memoria degli anni di Salò, dei deportati e degli uccisi.
L’Italia democratica imprigiona i partigiani, libera e onora i fascisti.

Milano, 15 dicembre 1969. L’anarchico Pino Pinelli viene ucciso nei locali della questura di Milano e gettato dal quarto piano per simulare un suicidio. Tre giorni prima una strage di Stato, eseguita da fascisti agli ordini del governo, aveva fatto 16 morti nella sede della banca dell’agricoltura in piazza Fontana a Milano. La questura e i media puntarono il dito sugli anarchici: Pietro Valpreda farà tre anni di carcere prima che la pressione delle piazze porti alla sua liberazione.
Questore di Milano era Marcello Guida, già capo del confino di Ventotene, dove vennero rinchiusi centinaia di antifascisti, molti dei quali anarchici.
Per quella strage non ci sono colpevoli, l’omicidio di Pinelli venne archiviato come “malore attivo”. Lo Stato non processa se stesso.

Il fascismo non finisce il 25 aprile del 1945. La Repubblica teme che i semi sovversivi piantati durante la resistenza germoglino: i funzionari, poliziotti e giudici fascisti restano al loro posto.

Nel 1969 un vento di libertà scuoteva le fabbriche, le scuole, i quartieri. La strage di piazza Fontana, preparata dall’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno, fu la risposta di chi sperava in una clima di terrore, per imporre una svolta autoritaria.
Non ce la fecero. Tutti sapevano chi era STATO.
Fascisti vecchi e nuovi furono la manovalanza di una trama tessuta da chi temeva che i movimenti di quell’anno potessero prendere una piega sovversiva.

Quando i movimenti sociali fanno paura, lo Stato reagisce con la violenza.

La democrazia reale ammette il dissenso, purché resti semplice opinione, mero esercizio di eloquenza, banale gioco di parola. Se il dissenso diviene attivo, se si fa azione diretta, se rischia di far saltare le regole di un gioco feroce, la democrazia reale mette in campo ogni arma per piegare chi ne nega la legittimità.
Quando vengono messi in pericolo proprietà privata, gerarchia, tribunali e polizia lo Stato democratico colpisce a fondo.
A volte bastano le regole di un gioco truccato alla partenza, a volte servono squadracce e fascisti con le bombe. A volte basta un carabiniere con una pistola.
A Torino il 18 dicembre del 1922, a Milano il 15 dicembre del 1969, a Genova il 20 luglio del 2001.

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Una valle di terroristi. Maddalena, il compressore e i No Tav

no tav bandiera terrostatoIl giorno dopo l’anniversario della presa di Venaus, il 9 dicembre del 2013 quattro No Tav vennero arrestati con l’accusa di attentato con finalità di terrorismo, per un’azione di sabotaggio al cantiere del 14 maggio precedente. In quell’occasione venne danneggiato un compressore, presto riparato e rivenduto. Un’imputazione che ha sottratto alle loro vite, ai loro affetti, alle lotte Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò. Qualche mese dopo è stata la volta di Francesco, Graziano e Lucio.

Lo scorso dicembre i quattro No Tav vennero assolti dall’accusa di terrorismo e condannati a tre anni e mezzo per danneggiamento e uso di armi da guerra.
Qualche mese dopo anche Francesco, Graziano e Lucio sono stati condannati a due anni e otto mesi per lo stesso episodio.

La democrazia reale ammette il dissenso, purché resti semplice opinione, mero esercizio di eloquenza, banale gioco di parola. Se il dissenso diviene attivo, se si fa azione diretta, se rischia di far saltare le regole di un gioco feroce, la democrazia reale mette in campo ogni arma per piegare chi ne contesta le decisioni e, quindi, la stessa legittimità.
Lo fa con leggerezza, perché sa che l’illusione democratica è tanto forte da oscurare un dispositivo che chiude i conti con ogni forma di opposizione che non si adatti al ruolo di mera testimonianza.

L’accusa di terrorismo è stata smentita in corte d’assise e più volte in Cassazione, ma la Procura non demorde.
Al processo d’appello contro Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò il procuratore generale Marcello Maddalena continua a sostenerla.

Il 27 giugno del 2014 vennero rese note le motivazioni della seconda sentenza della Cassazione. Pochi giorni fa sono arrivate le motivazioni di un’ulteriore sentenza sfavorevole alla Procura torinese.
Secondo i giudici ci sarebbe una “sproporzione” tra quanto avvenuto nella notte del 14 maggio al cantiere e la presunzione che un tale atto potesse effettivamente indurre lo Stato a fare marcia indietro, cancellando il progetto della Torino Lyon.
Sul piano giudiziario quella sentenza ha dato un duro colpo alla Procura torinese.
E’ possibile che l’impalcatura accusatoria contro i sette No Tav accusati di terrorismo non regga neppure in appello.
Ma la partita resta aperta. Resta aperta in aula bunker, resta aperta in ogni dove la lotta non sia mera testimonianza.

Le armi messe in campo dalla Procura sono affilate ed insidiose, perché chiunque si opponga concretamente ad una decisione dello Stato italiano o dell’Unione Europea rischia di incappare nell’accusa di terrorismo.
Questo è lo spirito dell’articolo 270 sexies, l’articolo che definisce “la finalità di terrorismo”.
Un giorno quest’accusa potrebbe essere applicata a chiunque lotti contro le scelte non condivise, ma con il suggello della regalità imposto dallo Stato Italiano.
In altri termini: se di giorno o di notte, in tanti o in pochi, l’azione dei No Tav fosse tale da indurre lo Stato a fare marcia indietro, anche per la Cassazione i No Tav sarebbero terroristi. Tutti terroristi.

In questi anni i No Tav hanno sostenuto ed appoggiato la pratica dell’azione diretta contro il cantiere e le ditte collaborazioniste, i blocchi delle strade e delle ferrovie, lo sciopero generale, le grandi marce e i sabotaggi.
Fermare il Tav, costringere il governo a tornare su una decisione mai condivisa dalla popolazione locale è la ragion d’essere del movimento contro la Torino Lyon. Ogni gesto, ogni manifestazione, ogni passeggiata per tutti, non diversamente dalle azioni di assedio del cantiere, di boicottaggio delle ditte, di sabotaggio dei mezzi mira a questo scopo.
Di fatto il processo ai sette No Tav per la notte del compressore è un processo all’intero movimento di lotta.

Marcello Maddalena, dopo aver tentato invano di far riaprire il dibattimento, lunedì 14 dicembre, nell’aula bunker del carcere delle Vallette, ha fatto la propria requisitoria. Maddalena ha cercato di aggirare le sentenze della Cassazione che negavano che i No Tav volessero far male alle persone o potessero realmente indurre il governo a fare marcia indietro. Un’azione diventa “terrorista” per la volontà eversiva di bloccare il Tav.
Maddalena punta il dito sulla personalità politica dei quattro anarchici. Il suo argomentare è tipico del diritto penale del nemico,perché il senso ed il peso giuridico di un’azione dipende da chi l’ha fatta, non conta la materialità del gesto, ma nell’intenzione di chi lo ha messo in atto.
Maddalena rievoca gli anni Settanta sostenendo una sorta di rapporto di filiazione tra le pratiche di sabotaggio e la lotta armata, con un paragone, rispetto ai fatt, ia dir poco ardito, .

La chiave di volta della requisitoria è la tesi che il sabotaggio del compressore, come tanti altri gesti di lotta No Tav, sia un attacco alla democrazia, un attacco al potere del governo di decidere e imporre con la forza le proprie decisioni. Poco importa che il gesto in se sia poca cosa, quello che conta è la sua portata simbolica, la sua capacità di erodere la fiducia dell’avversario, una goccia, che insieme a tante altre. potrebbe scavare nel profondo.
Come negare che questo sia lo scopo di ogni movimento? Come non cogliere l’attacco durissimo ad ogni forma di azione diretta contro il Tav?
Secondo Maddalena Matteo Renzi, contrario all’opera prima di assumere responsabilità di governo, ne è divenuto fautore quando è diventato primo ministro, perché si sarebbe reso conto che la mancata realizzazione dell’opera avrebbe messo a rischio la democrazia.

I No Tav lo sanno da tanto tempo che non è più (soltanto) una questione di treni, non è più (soltanto) una questione di soldi pubblici drenati per fini privati. Sanno che è in ballo la libertà di decidere del proprio futuro, la volontà di resistere, la scelta di lottare contro l’imposizione dell’opera e la militarizzazione del territorio.

Maddalena ha reso evidente la logica delle leggi che definiscono il reato di terrorismo. Per queste leggi, contestate da più parti ma saldamente iscritte nel nostro ordinamento, gran parte della popolazione valsusina è costituita da terroristi. E con loro i tanti che, in ogni dove, ne hanno condiviso motivazioni e percorsi.
Le migliaia di persone che resero ingovernabile la Val Susa nel dicembre del 2005 erano “terroristi”. Riuscirono nel loro intento: il governo cancellò il progetto sulla sinistra della Dora.

Oggi come allora i No Tav vogliono obbligare il governo a fare marcia indietro.

Maddalena ha chiesto nove anni e mezzo di reclusione per Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò.
Siamo tutti Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò

Venerdì 18 dicembre
 la parola passa agli avvocati della difesa, lunedì 21 ci saranno le repliche e verrà pronunciata la sentenza.

Ascolta l’intervista dell’info di Blackout con Eugenio Losco, avvocato del collegio che difende i No Tav accusati di terrorismo.

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Sgombero in via Borgoticino. Catalin portato in questura

2015 10 12 casa per tutti (17)10 dicembre. Sono arrivati a “Casa Catalin e Romeo” intorno alle 9,30 del mattino. Blindati, digos, Amiat e vigili del fuoco hanno bloccato l’accesso a via Borgoticino, impedendo a tutti di avvicinarsi.
Questa mattina, nonostante i blocchi, un gruppo di solidali è riuscito a passare dal cortile del Lidl. Dopo un lungo tira e molla una di noi è riuscita ad entrare. Poi sono arrivati anche gli avvocati.
Al momento dell’irruzione tanti occupanti erano fuori a lavorare o a scuola. Nella casa c’erano solo una quindicina di persone, qualche anziano, alcuni ragazzi e un bambino di cinque mesi.
Tutti sono stati fotografati e identificati. Catalin, il ragazzo portato al CIE e poi espulso in Romania dopo lo sgombero di via Asti dello scorso 12 novembre, è stato ammanettato e portato in questura.
Ha la testa dura Catalin. Non si è rassegnato agli sgomberi e alla deportazione. Ha deciso di tornare e raggiungere parenti e amici che il 20 novembre avevano occupato una casa in via Borgoticino. Una casa che si chiamava come lui e Romeo, l’altro ragazzo espulso per aver occupato in via Asti.
La Questura gioca la carta della paura, per costringere le persone a diventare invisibili, a nascondersi nei fabbriconi gelati e fatiscenti, in baracche invisibili ai margini del nulla urbano. Non sempre ci riesce. C’è sempre qualcuno come Catalin che si gioca la libertà per avere un tetto. C’è sempre qualcuno che alza la testa e occupa una casa.

Il Comune vuole chiudere i conti con i rom di Lungo Stura Lazio. Ha deciso lo sgombero dei locali di via Borgoticino, nonostante siano abbandonati e non vi sia alcun progetto per il loro riutilizzo. L’idea di farne un dormitorio è naufragata due anni fa, perché il comune sempre sull’orlo della bancarotta dopo il grande buco nero delle Olimpiadi, non aveva i soldi necessari.
La struttura di via Borgoticino è stata blindata dagli operai del comune al termine dello sgombero. Resterà vuota tutto l’inverno, mentre un gruppo di famiglie con figli piccoli ed anziani è di nuovo in strada.
Quell’occupazione periferica era un affronto che l’amministrazione comunale non poteva tollerare. Era la dimostrazione pratica che il progetto “la città possibile” è stato un fallimento. La gran parte degli abitanti della Baraccopoli di Lungo Stura Lazio è stata buttata in strada senza alternative abitative.

Due anni fa in lungo Stura c’erano oltre mille persone. Una polveriera sociale che l’amministrazione comunale torinese è stata abile a disinnescare. Cinque milioni di euro affidati alle sapienti mani di una cordata di cooperative ed associazioni che tra promesse e minacce, illusioni e violenza hanno trasformato l’area in un cumulo di macerie.
L’amministrazione Fassino mirava a sgomberare tutti, facendo leva sulla complicità degli sgomberati illusi dal miraggio di una casa che non è mai arrivata, dividendo i sommersi dai salvati.
Alla fine i nodi sono arrivati al pettine.
Si è frantumata la narrazione – intrinsecamente razzista – “sull’emersione dal campo”, come se il campo, la baracca fossero una scelta e non una necessità.
La trama logora del progetto la “città possibile”, si è lacerata del tutto in questi mesi, in cui tra cortei, occupazioni, sgomberi e nuove occupazioni, la gente delle baracche, stanca di inganni e false promesse, ha deciso di prendersi una casa.

Assemblea questa sera alle 19 alla Fat in corso Palermo 46.

Venerdì 11 ore 14,30. Aggiornamento

Catalin è stato portato al CIE. L’udienza di convalida è ancora in corso.

Ore 15. Al termine dell’udienza di convalida la giudice ha preso tempo. La decisione dovrebbe essere comunicata domani.
L’assemblea di ieri ha deciso un saluto/presidio solidale per sabato 12 alle 18 in corso Brunelleschi.

Assemblea di sgomberati e solidali domenica alle 18,30 alla Fat in corso Palermo 46

 

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Si torna sempre a dicembre. Riflessioni a dieci anni dalla rivolta di Venaus

valsu 8 dicQuest’anno sono dieci anni. Dieci anni passati in un lampo, ma lunghi. Lunghi come le notti di veglia, le marce popolari, i presidi ai cancelli, le cene con il gas e la doccia fredda. Lunghi come le ore in cella di chi ci è stato sottratto, di chi ha perso la propria libertà per provare a regalarne un po’ a tutti.
In questi anni in Valle è venuta tanta gente. La loro stagione è stata l’estate. Ogni autunno tornano a casa a perpetuare la storia della Valle che resiste. Capita di chiedersi quali immagini, memorie portino con se.
La pasta cucinata nel tendone/cucina del campeggio, il fumo dei lacrimogeni e il respiro che si mozza, i canti di lotta e le urla di chi viene pestato, i sentieri di notte, le assemblee, le battiture. Il tempo sospeso della lotta. Vera vacanza, sospensione della quotidianità, rottura dei suoi ritmi, dei suoi riti, dei suoi obblighi.
Linfa preziosa da tenere da parte per l’inverno.

Per chi resta, per chi c’è sempre stato, è diverso: le storie troppo raccontate rischiano di logorarsi. Di logorarci.
I nostri nemici ci fanno conto. Fanno conto sulla ripetizione delle stagioni, mentre la talpa continua a bucare la montagna, spargendo veleni, allargando la ferita.
La ferita nella montagna, che il nostro sguardo e la nostra cura hanno reso più che roccia e acqua e alberi, per farne il simbolo della carne viva del nostro movimento.
Un movimento che ha sulle spalle il peso della speranza che ha rappresentato per tanta gente di ogni dove.
Il rischio è l’usura dei sentimenti, anestesia del tempo che trascorre, il ripetersi dei passi già fatti, dei sentieri che conducono là dove la ferita si allarga.
L’orgoglio è quello di esserci, di tenere duro, di continuare a dare del filo da torcere ai nostri avversari. A quattro anni e mezzo dallo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena è stata scavata solo mezza galleria. Il grande tunnel lo faranno scavando dentro la montagna, partendo dalla galleria di Chiomonte. Una scelta costosa e rischiosa. Una scelta dettata dalla paura di aprire i cantieri a Susa e Bruzolo. Il segno chiaro che, nonostante le dichiarazioni di vittoria, il governo continua a temere il movimento No Tav.

Due anni fa l’estate si chiuse con un bilancio durissimo. Il sangue, le umiliazioni, gli arresti, la notte del 19 luglio. E’ stata anche l’estate dei sabotaggi delle ditte collaborazioniste, i mezzi bruciati, la lotta che si radicalizza ma non è per tutti, anche se tutti la sostengono.
L’autunno è stato segnato dalle proteste agli alberghi e alle caserme che ospitano le truppe di occupazione. Iniziative di pochi, che hanno tuttavia mantenuto forte l’opzione dell’azione diretta.
Poi è tornato dicembre.

Una valle di terroristi
I nostri avversari conoscono bene il valore dei simboli. Il giorno dopo l’anniversario della presa di Venaus, il 9 dicembre del 2013 quattro No Tav vennero arrestati con l’accusa di attentato con finalità di terrorismo, per un’azione di sabotaggio al cantiere del 14 maggio precedente. In quell’occasione venne danneggiato un compressore, presto riparato e rivenduto. Un’imputazione che ha sottratto alle loro vite, ai loro affetti, alle lotte Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò. Qualche mese dopo è stata la volta di Francesco, Graziano e Lucio.

La grande favola della democrazia si scioglie come neve al sole, ogni volta che qualcuno prende sul serio il nucleo assiologico su cui pretende di costruirsi, ogni volta che libertà, solidarietà, uguaglianza vengono intese e praticate nella loro costitutiva, radicale alterità con un assetto sociale basato sul dominio, la diseguaglianza, lo sfruttamento, la competizione più feroce.
La democrazia reale ammette il dissenso, purché resti opinione ineffettuale, mero esercizio di eloquenza, semplice gioco di parola. Se il dissenso diviene attivo, se si fa azione diretta, se rischia di far saltare le regole di un gioco feroce, la democrazia si dispiega come discorso del potere che ri-assume nella sua interezza l’assolutismo della regalità. Assoluta, perché sciolta da ogni vincolo, perché nega legittimità ad ogni parola altra. Ad ogni ordine che spezzi quello attuale.
Lo fa con la leggerezza di chi sa che l’illusione democratica è tanto forte da coprire come una coltre di nubi scure un dispositivo che chiude i conti con ogni forma di opposizione che non si adatti al ruolo di mera testimonianza.
In questi anni abbiamo assistito al progressivo incrudirsi della repressione, senza neppure la necessità di fare leggi speciali: è stato sufficiente usare in modo speciale quelle che ci sono.

L’accusa di terrorismo è stata smentita in corte d’assise e più volte in Cassazione, ma la Procura non demorde. Al processo d’appello contro Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò il procuratore generale Marcello Maddalena continua a sostenerla.
Il processo del compressore è solo la punta di un iceberg, perché sono centinaia i processi e le condanne contro i No Tav.

Il 27 giugno del 2014 vennero rese note le motivazioni della sentenza della Cassazione.
Secondo i giudici ci sarebbe una “sproporzione” tra quanto avvenuto nella notte del 14 maggio al cantiere e la presunzione che un tale atto possa effettivamente indurre lo Stato a fare marcia indietro, cancellando il progetto della Torino Lyon.
Sul piano giudiziario quella sentenza ha dato un duro colpo alla Procura torinese.
E’ probabile che l’impalcatura accusatoria contro i sette No Tav accusati di terrorismo non regga neppure in appello.
Ma la partita resta aperta.

Le armi messe in campo dalla Procura sono affilate ed insidiose, perché chiunque si opponga concretamente ad una decisione dello Stato italiano o dell’Unione Europea rischia di incappare nell’accusa di terrorismo.
Un giorno l’accusa di terrorismo potrebbe essere applicata a chiunque lotti contro le scelte non condivise, ma con il suggello della regalità imposto dallo Stato Italiano.
In altri termini: se di giorno o di notte, in tanti o in pochi, l’azione dei No Tav fosse tale da indurre lo Stato a fare marcia indietro, anche per la Cassazione i No Tav sarebbero terroristi. Tutti terroristi, anche chi sta in ultima fila con il bimbo in carrozzella, anche chi cammina a fatica, anche chi non ha coraggio, ma solo un cuore che batte forte per il mondo nuovo che vorrebbe.

E’ importante che la memoria non vacilli: i No Tav hanno sostenuto ed appoggiato la pratica dell’azione diretta contro il cantiere e le ditte collaborazioniste, i blocchi delle strade e delle ferrovie, lo sciopero generale, le grandi marce e i sabotaggi.
Fermare il Tav, costringere il governo a tornare su una decisione mai condivisa dalla popolazione locale è la ragion d’essere del movimento No Tav.
Ogni gesto, ogni manifestazione, ogni passeggiata per tutti, non diversamente dalle azioni di assedio del cantiere, di boicottaggio delle ditte, di sabotaggio dei mezzi mira a questo scopo.
Nella logica delle leggi che definiscono il reato di terrorismo gran parte della popolazione valsusina è costituita da terroristi. E con loro i tanti che, in ogni dove, ne hanno condiviso motivazioni e percorsi.
Le migliaia di persone che resero ingovernabile la Val Susa nel dicembre del 2005 erano “terroristi”.
Quella volta non ci furono arresti, né imputazioni gravi: la ragione è facile.
Lo Stato si arrese, in attesa di una nuova occasione. Si arrese perché temeva che un’ulteriore prova di forza potesse far dilagare la rivolta oltre le montagne della Val Susa. L’ondata di indignazione per le violenze contro i resistenti di Venaus era tale da indurre alla prudenza chi pure si era sin lì avvalso della forza. La parola tornò alla politica, prosecuzione della guerra con altri mezzi, strumento per prepararsi ad una nuova guerra.
È importante che quella memoria di lotta ci accompagni in questi anni sempre più duri. I tempi sono cambiati, lo Stato vuole vincere per restaurare un’autorità compromessa, per spezzare la speranza concreta che ciascuno possa decidere la propria vita.

La memoria di ieri per le sfide di domani
L’8 dicembre 2005 fu il culmine della rivolta contro il TAV. Ma già allora non era più questione di treni. In ballo c’era la libertà e la dignità di chi non voleva tollerare l’imposizione con la forza di una scelta non condivisa.
Nessuno lo pianificò ma accadde. I primi a stupirci fummo noi. Le barricate, i tronchi in mezzo alla strada, il blocco delle strade furono la risposta all’occupazione militare.
La Valle divenne ingovernabile.

La memoria riaffiora potente.
Era la notte tra il cinque e il sei dicembre 2005, una fredda notte di un inverno che si annunciava gelido. Il sonno venne rotto da migliaia di telefonate ed sms che avvertivano che il presidio di Venaus era stato attaccato dalla polizia. In pochi minuti, tra le migliaia di attivisti No Tav, circolò la notizia che poche ore dopo sarebbe rimbalzata sui maggiori organi di informazione: la gente pestata a sangue, le tende e la baracca della pro loco demolita, un anziano in gravi condizioni.

La lunga resistenza dei No Tav culminata nella settimana di barricate a Venaus arrivava ad una svolta: il governo aveva deciso l’azione di forza per sgomberare chi, nella neve, circondava l’area dell’ex cantiere Sitaf ed occupava i terreni destinati ad esproprio per la costruzione del tunnel geognostico di 10 km. Il tunnel era un atto di guerra ad una popolazione che da oltre 15 anni si batteva contro un’opera inutile, costosissima, devastante per l’ambiente e il territorio.
Quella notte dormirono in pochi: allacciati gli scarponi si misero in mezzo a strade e autostrade, bloccarono treni, scioperarono dal lavoro, affrontando la polizia che si muoveva come truppa di occupazione lungo tutta la bassa Val Susa.
Due giorni dopo una grande marcia popolare partì da Susa alla volta di Venaus: la polizia distribuì un po’ di manganellate al bivio dei Passeggeri, da dove si dipana la provinciale che porta al paesino della Val Cenischia, ma nessuno si fermò. Lungo i sentieri impervi e ghiacciati, dopo aver superato il blocco, si aggirò la polizia e si scese al cantiere. La rete arancio venne giù, la polizia sparò lacrimogeni che il vento disperse, poi, con la coda tra le gambe andarono via.
La parola tornò alla politica, la prosecuzione, con mezzi più subdoli, della guerra.
Erano in gioco interessi enormi: da lì a poco sarebbe partito il baraccone olimpico e gli sponsor non pagano uno spettacolo con barricate e blocchi. Nonostante la ritirata delle truppe dello Stato la gente era ben decisa a continuare la resistenza, a bloccare ancora le strade, a fermare le olimpiadi.
Migliaia e migliaia di persone in quei giorni appresero il gusto di decidere in prima persona, di praticare la politica al basso, elidendo le mediazioni istituzionali. Tutto ciò faceva paura, perché incrinava la legittimità stessa delle istituzioni. Di tutte le istituzioni. Così la via d’uscita fornita dal governo venne accolta al volo dagli amministratori valsusini.
Il tavolo sul Tav nacque il giorno dopo la ripresa di Venaus: gli amministratori furono chiamati a Roma per aprire la trattativa.
Per qualche politico fu l’occasione per una nuova carriera, il governo prese tempo, sperando che il movimento si sfaldasse, accettando una nuovo progetto, sponsorizzato anche dalle istituzioni locali.
Sbagliò i conti. I voltagabbana, gli ambigui e i tiepidi tra i sindaci non hanno indebolito il movimento, che ha continuato a manifestare la propria opposizione all’opera negli anni della tregua. Chi sul fronte istituzionale non ha accettato tavoli e compromessi, non ha certo modificato il senso di una lotta che si è sempre giocata sui sentieri e non tra barricate di carta.

Tra il 2010 e il 2011 la tregua finì. La parola passò alle armi. Il governo impose con la forza l’apertura del cantiere per il tunnel geognostico a Chiomonte. Quel tunnel doveva essere finito nel dicembre del 2015, ma è solo a metà. L’area si è trasformata in un fortino militarizzato, i sentieri sono percorsi da uomini in armi. L’illuminazione notturna è impressionante. Quel cantiere l’emblema della volontà di piegare con la forza un movimento che non si è mai arreso, un movimento che non ha mai accettato di ridursi a mero testimone dello scempio.
Dai giorni della Libera Repubblica della Maddalena, passando per l’assedio del tre luglio, non c’è stato giorno in cui i No Tav non abbiano lottato contro la violenza di Stato.
Anche il lavorio della politica non è mai venuto meno. Il ministro delle infrastrutture sta aprendo un tavolo per discutere di compensazioni.
Nella neolingua della politica le compensazioni avranno un nuovo nome, ma la sostanza non cambia. I sindaci No Tav che siederanno a quel tavolo si salvano la faccia, il governo presenta un volto dialogante, magari butterà sul tavolo una manciata di quattrini, purché non si discuta del treno. La prima riunione di quel tavolo è stata prudentemente fissata all’indomani della manifestazione nazionale da Susa a Venaus promossa dal movimento l’8 dicembre.
Un movimento che non si mai arreso alla violenza di Stato, troppo spesso non ha saputo rinunciare alla coperta di Linus, un sindaco “amico” sui tavoli del comune.

L’illusione della delega
Il nemico più difficile da affrontare è l’illusione della delega. La delega a chi sabota, a chi tiene in vita un presidio, a chi annega tra le carte per mettere in luce le trame che sottendono il grande affare. La peggior forma di delega è quella istituzionale, che rilegittima la macchina di chi si arroga il diritto di decidere per noi, di chi giocherà la sua partita ad un tavolo dove il banco vince sempre. Chi prende il banco prende sempre tutto quanto. Per prima la nostra libertà.

La febbre elettorale che ha attraversato a più riprese la Val Susa ha assorbito energie enormi, sottraendole alla quotidianità della lotta. Qualcuno ha portato a casa il risultato, altri hanno piazzato qualche No Tav sui banchi dell’opposizione.
La febbre ha contagiato anche le componenti più radicali, divise tra chi si è buttato a capofitto e chi ha lasciato fare, tacendo.
Un gioco di equilibri, di realpolitick che era sempre stato sullo sfondo, nell’ambiguità della separazione formale tra comitati e liste civiche, tra comitati e partiti, è emerso con prepotenza in superficie.
Lo scontro tra la vecchia sinistra che, in nome del realismo, ha sottoscritto patti in contrasto con il mandato ricevuto e il populismo giustizialista, che sventola la bandiera della democrazia diretta, ma la riduce ad una farsa telematica, ha offerto un palcoscenico triste a tante brave persone, che la pratica della partecipazione hanno saputo in tante occasioni renderla vera.
Sono tempi difficili.
Il dispositivo disciplinare messo in campo da governo e magistratura si è articolato su più piani, per tentare di disarticolare il tessuto profondo del movimento, insinuando la paura, chiarendo che non ci sono aree d’ombra, rifugi sicuri, che tutti sono nel mirino.
L’azione repressiva lungi dal dividere il movimento lo ha rinforzato nell’azione solidale, nell’appoggio ai carcerati, ai condannati. Ma ha scavato nel profondo. Non si sono scalfite le convinzioni, si è tuttavia allargata la distanza tra chi fa e chi applaude, ri-aprendo la strada a percorsi istituzionali e di delega.
Eppure. Eppure gli ingredienti per fare altro ci sono tutti: li abbiamo conquistati in lunghi anni di azione diretta, confronto orizzontale, costruzione di percorsi decisionali condivisi. I comitati, i presidi, le assemblee popolari, gli stessi campeggi hanno alluso ad una possibilità concreta, quella dell’autogoverno. La sottrazione dall’istituito che il movimento No Tav ha praticato in tanti anni di lotta fornisce i mattoni e la malta necessari per dare corpo a luoghi e spazi di confronto, condivisione e pratica che realizzino l’autonomia reale dalla brutalità insita in ogni istituzione che pretende di rappresentarci, decidendo al posto nostro, affermando una nozione di bene comune che ci sottrae la scelta sul nostro futuro.
L’unico realismo che conti è quello dell’utopia concreta che – sia pure in alcuni brevi momenti – siamo riusciti a realizzare. Tutti noi portiamo nei nostri cuori, nella memoria viva del nostro movimento Venaus e la Maddalena. Libere Rebubbliche, vere comuni libertarie, dove la gerarchia si è spezzata facendo vivere un tempo altro.

Vivere al tempo della peste

In Val Susa lo Stato si mostra nella sua forma più cruda, senza finzioni.
La ragion di Stato è il cardine che spiega e giustifica, il perno su cui si regge il discorso pubblico. La narrazione dei vari governi nega spazio ad ogni forma di dissenso.
Non potrebbe essere altrimenti. Le idee che attraversano il movimento No Tav sono diventate pericolose quando i vari governi hanno compreso che non c’era margine di mediazione, che una popolazione insuscettibile di ravvedimento, avrebbe continuato a mettersi di mezzo.
La rivolta ultraventennale della Val Susa è per lo Stato un banco di prova della propria capacità di mantenere il controllo su quel territorio, fermando l’infezione che ha investito tanta parte della penisola.
Allo Stato non basta vincere. Deve chiudere la partita per sempre, spargere il sale sulle rovine, condannando i vinti in modo esemplare.
L’osmosi tra guerra e politica è totale. La guerra interna non è la mera prosecuzione della politica con altri mezzi, una rottura momentanea delle usuali regole di mediazione, la guerra è l’orizzonte normale. In guerra o si vince o si perde: ai prigionieri si applica la legge marziale, la legge dei tempi di guerra.

In ballo non c’è solo un treno, non più una mera questione di affari. In ballo c’é un’idea di relazioni politiche e sociali che va cancellata, negata, criminalizzata.
Lo Stato sa che in Val Susa spira un vento pericoloso, un vento di sovversione e di rivolta.
Intendiamoci. Lo Stato non ha paura di chi, di notte, con coraggio, entra nel cantiere e brucia un compressore. Lo Stato sa tuttavia che intorno ai pochi che sabotano c’é un’intera valle.
Un fatto importante ma non decisivo.
La partita vera, quella giocata sapendo di poter vincere, di avere in mano le carte giuste, nelle gambe la forza di correre, nella testa la convinzione di farcela, si gioca altrove, in un altro modo.
La scommessa, una scommessa che investe ciascuno di noi, chi in prima fila, chi un poco più indietro è rendere ingovernabile l’intero territorio, attraverso i percorsi di sottrazione conflittuale dall’istituito che hanno costruito la narrazione che ogni anno sospinge tanta gente in quest’angolo di nord ovest.
Ci vorrà tempo, ci vorrà soprattutto il coraggio di crederlo possibile.
L’8 dicembre 2015 sarà molto più di dell’anniversario di una rivolta vittoriosa. Sarà l’occasione per mettere in campo la forza politica necessaria a bloccare e rendere vani i giochi della politica istituzionale.

Dieci anni dopo quel dicembre il movimento No Tav è ancora in lotta contro l’imposizione della nuova linea ad alta velocità. Una lotta durissima, segnata da arresti, processi, condanne, botte e lacrimogeni. Una lotta popolare segnata dalla forza di chi sa che il proprio futuro non si delega, che, oggi come allora solo l’azione diretta, senza deleghe, senza passi indietro, può creare le condizioni per fermare ancora una volta la corsa folle, di chi antepone il profitto alla vita e alla libertà di tutti.

E’ tempo di smettere di credere nelle favole, in Babbo Natale che porta i doni.
Ci hanno raccontato che il movimento è un tavolino con tre gambe, i sindaci, il movimento popolare e i tecnici.
L’8 dicembre è una buona occasione per ricordare che i tavoli servono a far stare ferma e seduta la gente. Per vincere servono buone gambe. Ne bastano due. Quelle di uomini e donne che stanno saldi sulle proprie.
Una verità semplice che abbiamo appreso in quel lontano dicembre, mentre scendevamo sui sentieri ghiacciati per diventare protagonisti di una storia, che non ci stanchiamo ancora di raccontare.

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Notte bianca No Tav

2015 12 04 foto no tav marcia notte 0044 dicembre. Un centinaio di No Tav imbacuccati per la notte si ritrovano al campo sportivo di Giaglione. Un sorso di grappa, due castagne al cioccolato e si parte per la strada delle Gorge in direzione del cantiere della Clarea. Le luci e le recinzioni da campo di concentramento spezzano la quiete della notte.
In fondo, prima del piazzale che precede il sottopasso per l’autostrada, la polizia ha piazzato i jersey. Dietro si scorgono uomini in armi e un idrante pronto ad entrare in azione.
Un grosso bidone viene riempito di legna e presto il tepore scalda questa notte che ancora ha sapore d’autunno. Dieci anni fa si presidiava in mezzo alla neve.
Anche al bivio da cui si dipana il sentiero alto c’è un fuoco. Tante torce sono infilate nei muretti a secco per illuminare il cammino.
La polizia è piazzata anche sui sentieri. I caschi brillano mentre scendono verso i No Tav, sferzando la notte con i loro fari. Sono nervosi.
Il fuoco lungo il sentiero alto è una barriera che gli preclude il pieno controllo del territorio. Sparano a più riprese lacrimogeni. L’aria si riempie di gas.
Un ragazzo viene colpito al petto da un candelotto e si accascia. Questa volta è andata bene: dopo poco si rimette in piedi.
I No Tav si spostano dalla traiettoria dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Con calma, senza fretta, con la pacatezza di chi è ormai avvezzo a queste scene di violenza di Stato. Con la quieta indignazione verso la commedia degli inganni della democrazia non tornano indietro.
Nella valle risuonano canti e slogan.
Sui sentieri che portano al cantiere, ancora una volta vietati ai No Tav per i cinque giorni di lotta e memoria nel decimo anniversario della rivolta di Venaus, i No Tav vegliano. Qualcuno va via, altri arrivano. La notte è ancora lunga.

Aggiornamento.
4 del mattino. Ai Jersey entra in funzione l’idrante e viene lanciata una nuova scarica di lacrimogeni. Il gruppo rimasto resiste.
Intorno alle 6 la polizia scende dal sentiero e blocca il gruppetto ai jersey. Una parte fila via per i boschi.
In 11 restano al bivacco No Tav.

Qui il video di Fanpage

Qui le dirette di radio Blackout

Sabato 5 dicembre ore 14 marcia No Tav da Giaglione

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Sgombero con la pistola. Il comune premia i suoi servi! Striscione alla sede dei vigili

sgombero con la pistola28 novembre. “Sgombero con la pistola. Il comune premia i suoi servi!” Uno striscione con questa scritta è comparso sulla cancellata della sede dei vigili urbani di via Bologna a Torino.

Tre giorni prima in Sala Rossa l’ispettore Marina Ferrero e gli agenti scelti Gisella Maugeri e Riccardo Graziano erano stati premiati dal consiglio comunale con un solenne encomio alla loro professionalità.
Il comune elogia chi esegue con “abnegazione” le sue direttive. Una dimostrazione di sincerità dopo tante ipocrisie va apprezzata. La retorica della”città possibile”, delle case ai rom, dello sgombero gentile e consensuale si dissolve come neve al sole. Restano solo i complimenti a chi ha collaborato a gettare in strada uomini, donne e bambini.

I fatti per i quali i tre vigili del nucleo “nomadi” del comune di Torino sono stati solennemente lodati risalgono al 26 settembre, durante le ultime fasi dello sgombero della baraccopoli di lungo Stura Lazio.

In un video, girato dagli abitanti si vedono i tre puntare una pistola verso gente inerme, spruzzare spray urticante negli occhi di una bambina, immobilizzare in terra con un ginocchio un uomo ammanettato e accecato. Queste immagini dimostrano che i tre vigili, testimoni d’accusa al processo contro Aramis Botez, accusato di averli aggrediti, hanno dato sfogo alla fantasia nell’udienza del 21 ottobre.

Cos’era successo il 26 settembre? . Aramis e la sua famiglia, tornati dalla Romania dopo otto mesi, non trovano più la loro baracca. La 104, secondo la numerazione imposta dal comune, è stata abbattuta. La famiglia di Aramis ha accettato il patto con il Comune, rimpatrio in Romania in cambio di 300 euro al mese. La realtà è ben diversa. La famiglia riceve 50 euro al mese per tre mesi e 150 per il quarto, poi più nulla. In Romania non c’è lavoro, neppure i lavori in nero e sottopagati della maggior parte degli abitanti di Lungo Stura.
Tornare a Torino è una scelta obbligata. La baracca 23 è vuota e viene occupata. Questa storia, uguale a tante altre, dimostra il fallimento del progetto “la città possibile”. O, meglio, il fallimento della narrazione – intrinsecamente razzista – “sull’emersione dal campo”, come se il campo, la baracca fossero una scelta e non una necessità.
Ben riuscita invece l’operazione di sgombero, indolore, pezzo a pezzo, spesso con la complicità obbligata degli stessi abitanti, obbligati a collaborare alla distruzione delle baracche.
La trama logora del progetto la “città possibile”, si è lacerata del tutto in questi due mesi, in cui tra cortei, occupazioni, sgomberi e nuove occupazioni, la gente delle baracche, stanca di inganni e false promesse, ha deciso di prendersi una casa.

Al processo le testimonianze contraddittorie, iperboliche, esplicitamente razziste dei tre vigili urbani, che, secondo l’accusa sarebbero stati aggrediti e feriti da Aramis, hanno posto l’accento sulla paura dei tre vigili. Tutti “lavoravano” in Lungo Stura Lazio da molti anni, anni trascorsi a controllare, cacciare, multare, intimidire. Conoscono tutti per nome e sono abituati a vedere tutti chinare la testa. La reazione rabbiosa di Aramis, nonostante riescano facilmente a sopraffarlo, li stupisce e li spaventa. Temono che quella rabbia dilaghi, che altri decidano che la misura è colma, che non vogliano più subire umiliazioni. Le altre persone del campo non si avvicinano, limitandosi a gridare, ma ormai i tre vigili hanno perso la testa. Una di loro estrae la pistola e la punta verso le persone intorno, un’altra usa ripetutamente spray urticante contro Aramis, ormai ammanettato e chiuso in un angolo, l’ultimo vigile gli pianta un ginocchio nella schiena, schiacciandolo a terra.
Anche una bambina di 12 anni ha gli occhi gonfi per lo spray urticante. Uno dei tre vigili butta via la bottiglia d’acqua portata da una donna per pulire gli occhi del ragazzo.
In tribunale si giustificano dichiarando “eravamo in un campo nomadi, circondati da nomadi”. Un’affermazione che cerca la complicità di chi ascolta, che dovrebbe considerare in se pericolosi i “nomadi”: Pericolosi perché “nomadi”, rom, “zingari”. Pericolosi per quello che sono, non per quello che fanno. Un approccio in cui si radica la violenza razzista.
Il processo contro Aramis proseguirà il 17 febbraio. In quell’occasione verranno proiettati i tre video realizzati durante l’arresto di Aramis.
Video che inchiodano i tre vigili.
Evidentemente quel video deve aver convinto il consiglio comunale di Torino della bravura dei tre vigili. Di qui l’encomio “per aver gestito con fermezza, professionalità e abnegazione le delicate operazioni di ‘recupero’ del campo”. Nonché, ovviamente “le operazioni” di quel giorno.

Il comune premia i suoi servi

Qui potete vedere il video di quella giornata

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Occupata “Casa di Romeo e Catalin”

corteo post sgomberoQuesta sera alcune famiglie senza casa hanno occupato una palazzina abbandonata in via Borgoticino 7 – alle spalle di piazza Rebaudengo, in Barriera di Milano.

Sono uomini, donne e bambini che una settimana fa sono stati sgomberati da Avion, una palazzina della ex caserma La Marmora in via Asti. Durante lo sgombero due ragazzi dell’occupazione sono stati portati al CIE e dopo cinque giorni deportati in Romania. La nuova occupazione si chiama come loro “Casa di Romeo e Catalin”, la casa di chi lotta per la propria vita, per la propria dignità.

Le famiglie della nuova occupazione per tanti anni sono state costrette a vivere in miseria, nelle baracche ai margini della città. Recentemente, queste donne, uomini e bambini sono stati sgomberati da quello che le istituzioni hanno sempre chiamato il “campo nomadi” di Lungo Stura Lazio. Nessuna di queste persone si definirebbe un “nomade”; bastano le loro esperienze di vita per dimostrare la falsità di quello che le istituzioni vogliono far credere agli abitanti della città nei confronti di centinaia di persone che da più di dieci anni vivono a Torino.
Bisogna ascoltare le storie di vita di queste famiglie per capire come le istituzioni e mass-media hanno diffuso un racconto fondato su razzismo e discriminazione. Un racconto in cui questi uomini, donne, bambini, anziani sono presentati come una tribù che per la sua “cultura” muta spesso il luogo della dimora, come se nel loro sangue scorresse l’olio di un motore che nessuno vede.
Bisogna ascoltare la storia di queste persone per capire che per tanti versi le loro esperienze sono simili a quelle di tanti altri abitanti di Torino. Nel 2015, la città di Torino è stata nominata sulla carta “Capitale dello sport” ma sappiamo che in realtà da anni la stessa città è la Capitale degli Sfratti. Ci dicono che lo sport “deve essere patrimonio di tutti gli uomini e di tutte le classi sociali”, ma sentiamo la voce di migliaia di persone convinte che in primo luogo è la casa che deve essere patrimonio di tutti e soprattutto dei più poveri. I più ricchi, i padroni di alberghi e di interi palazzi, i governanti della “capitale dello sport”, dicevano che nel 2015 questa città avrebbe vissuto una “emozione di sentirsi comunità”. L’ipocrisia istituzionale non ha mai limiti, soprattutto in una città dove, solo nel 2014, quasi quattromilasettecento persone sono state sfrattate: queste persone sicuramente non hanno sentito l’emozione di sentirsi comunità…

Le persone che oggi hanno occupato una sede abbandonata dell’ASL hanno vissuto in Lungo Stura Lazio per necessità, e non perché “nomadi”. Dopo l’ultimo sgombero subìto nelle scorse settimane sulla riva del fiume, loro avevano deciso di occupare uno spazio abitativo all’interno della caserma La Marmora, in via Asti. L’associazione che gestiva la caserma si chiama Terra del Fuoco, insieme alla quale altre associazioni e cooperative si sono spartite più di cinque milioni di euro – soldi pubblici spesi con il progetto La Città Possibile – promettendo una casa e soldi agli abitanti del campo; mentre il comune ordinava alle ruspe di demolire le loro baracche lasciando centinaia di persone senza nessuna alternativa abitativa!

Dopo un paio di settimane li hanno sgomberati anche dall’occupazione di via Asti, dicendo che era un’occupazione illegale. Invece sei mesi prima sono stati in tanti, tra politici e magistrati, a dire che l’occupazione dello stesso posto, da parte di Terra del Fuoco, era giusta perché “ristabiliva la pubblica utilità”.

Oggi queste persone, ex abitanti di Lungo Stura e via Asti, hanno deciso di continuare la lotta per la dignità, per una casa. Davanti alla prospettiva di dormire in strada nei giorni più freddi della stagione, hanno deciso di occupare questo spazio vuoto. Per necessità. Sono convinti che questa azione non solo ristabilisce la pubblica utilità di uno spazio abbandonato ma credono che sia proprio questa la risposta giusta, difficile ma possibile, di chi lasciato senza alternative non vuole più essere trattato come un oggetto da parte delle istituzioni, di chi non vuole più subire la violenza della polizia. Nel contesto della crisi e di un mercato degli affitti sempre più inaccessibile ai più poveri, l’occupazione è l’azione diretta per avere un posto dove dormire, riposare, crescere i più piccoli.

Una città “possibile” è una città in cui nessuna persona viene buttata in strada o in carcere perché povera o senza documenti! Tutte/i hanno diritto alla casa!
Lottiamo uniti per una città in cui sia possibile vivere in autonomia, solidarietà, senza discriminazioni, razzismo, sfruttamento!

Occupanti e solidali di Casa di Romeo e Catalin

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Corteo contro la mostra/mercato delle armi al Lingotto

ovalSpezziamo le ali al militarismo!
Dal 17 al 19 novembre si terrà a Torino “Aerospace & defence meeting”, mostra mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra. Un’occasione per valorizzare le eccellenze del made in Italy nel settore armiero, con un focus sulle cinque aziende piemontesi, leader nel settore: Alenia Aermacchi, Thales Alenia Space, Avio Aero, Selex Es, Microtecnica Actuation Systems / UTC. 280 SMEs. Mercoledì 18 novembre Presidio e corteo al antimilitarista al Lingotto Dalle 17 in via Nizza angolo via Biglieri

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Domenico del movimento No F35

Di seguito l’appello per la giornata:
“Contro le fabbriche di armi, contro la mostra mercato dell’industria aerospaziale di guerra La mostra-mercato è riservata agli addetti ai lavori: fabbriche del settore, governi e organizzazioni internazionali, protagonisti dell’industria di guerra, un business lucroso, che non va mai in crisi. Le immagini dei profughi che premono alle frontiere chiuse dell’Europa, il dibattito sull’accoglienza umanitaria, la retorica su chi muore in mare o in fondo a un tir nascondono una verità cruda ma banale.
Le guerre sono combattute con armi costruite a due passi dalle nostre case. In questi giorni la NATO sta effettuando la più grande esercitazione bellica dalla fine della guerra fredda.

Tra lo Stretto di Gibilterra e il Mediterraneo centrale e i grandi poligoni di Spagna, Portogallo e Italia 38.000 militari, 200 velivoli e 50 unità navali di 33 nazioni. Ospiti d’eccezione, i manager delle industrie militari di 15 Paesi. Il principale trampolino di lancio nel nostro paese è l’aeroporto trapanese di Birgi. Le prove generali dei conflitti dei prossimi anni vengono fatte nelle basi sparse per l’Italia. Le stesse basi da cui sono partite le missioni dirette in Libia, Iraq, Afganistan, Serbia, Somalia, Libano…
L’Italia è in guerra da molti anni. Ne parlano solo quando un ben pagato professionista ci lascia la pelle, sprecando retorica su pace e democrazia. È una guerra su più fronti, che si coniuga nella neolingua del peacekeeping, dell’intervento umanitario, ma parla il lessico feroce dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione.
Gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa. Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Le sostiene la stessa propaganda: le questioni sociali, coniugate in termini di ordine pubblico, sono il perno su cui fa leva la narrazione militarista. Hanno applicato nel nostro paese teorie e tattiche sperimentate dalla Somalia all’Afganistan.
Se la guerra è filantropia planetaria, se condizione per il soccorso sono le bombe, l’occupazione militare, i rastrellamenti, se il militare si fa poliziotto ed entrambi sono anche operatori umanitari il gioco è fatto. L’opposizione alle missioni militari, che in altri anni ha riempito le piazze di folle oceaniche, si è lentamente esaurita, come le bandiere arcobaleno, che il sole e la pioggia hanno stinto e lacerato sui balconi delle case. La mera testimonianza, la rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni il rifiuto della guerra è riuscito a saldarsi con l’opposizione al militarismo: il movimento No F35 a Novara, i no Muos che si battono contro le antenne assassine a Niscemi, gli antimilitaristi sardi che si lottano contro poligoni ed esercitazioni. Anche nelle strade delle nostre città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono ricette universali, c’é chi non accetta di vivere da schiavo. Le industrie belliche costruiscono le armi con le quali si controlla, si bombarda, si uccide in ogni dove. Le università che orientano la ricerca verso il settore bellico sono complici dei massacri.
Il 17 novembre al Politecnico di Torino ci sarà un convegno di studi, che precederà le due giornate del 18 e 19 all’Oval Lingotto dedicate agli affari. Chi si oppone alla guerra, senza opporsi alle produzioni di morte, fa mera testimonianza. L’Alenia è uno dei gioielli di Finmeccanica, il colosso della produzione bellica italiana. La “missione” dell’Alenia è fare aerei militari. Nello stabilimento di Caselle Torinese hanno costruito gli Eurofighter Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe, e gli AMX. Le ali degli F35, della statunitense Loockeed Martin, sono costruite ed assemblati dall’Alenia. Un business milionario. Un business di morte. Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.

Assemblea Antimilitarista
antimilitarista@inventati.org

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Romeo e Catalin. Vendetta di Stato

2015 11 14b foto cie romeo catalin 007Romeo e Catalin hanno vegliato per 12 giorni il sonno degli occupanti di Avion, in via Asti, la ex caserma diventata casa per 22 famiglie sfrattate dai social housing e sgomberate dalla baraccopoli di Lungo Stura Lazio. Giovedì scorso, durante lo sgombero di Avion, sono stati arrestati e rinchiusi nel CIE, in attesa della convalida del decreto di espulsione. Per loro la libera circolazione non vale. Sebbene siano cittadini rumeni e quindi europei, hanno subito la stessa sorte degli altri indesiderabili, perché poveri, sfrattati a forza dall’Europa.
Romeo e Catalin sono stati imprigionati perché hanno deciso di non chinare la testa, di non rassegnarsi, di prendersi una casa abbandonata, per viverci una vita degna.

Alla notizia che Romeo e Catalin sarebbero stati espulsi il presidio di parenti e solidali che si era radunato sotto le mura del CIE di corso Brunelleschi ha fatto sentire forte la propria solidarietà. I parenti dei due ragazzi hanno gridato la loro rabbia e il loro amore.
Forti si sono levate le voci dei solidali. Libertà! Libertate! Casa per tutti! Slogan contro le galere, contro i muri che separano gli affetti, ma non spezzano la solidarietà.
Dall’interno i reclusi hanno urlato in risposta. Un pallone si è levato alto sopra le mura.

Sulla via del ritorno la digos ha identificato l’auto dove viaggiavano alcuni parenti e solidali.

In serata si è diffusa la notizia che al CIE era scoppiata la rivolta. Tre sezioni su cinque erano in fiamme. Ancora una volta i prigionieri hanno distrutto la gabbia, che ne teneva in ostaggio le vite.

Vogliamo Romeo e Catalin con noi. Tutti liberi!

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