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Anarchici in piazza contro razzisti e polizia

04 antisbiIl 23 maggio quasi tutte le rappresentanze sindacali dei poliziotti – la Silp-Cgil si è sfilata all’ultimo, nonostante avesse siglato il patto – hanno promosso una fiaccolata da piazza Crispi a piazza Palazzo di città, per presentare il loro “patto per la sicurezza” alla giunta comunale.
02 antisbiI sindacati di polizia entrano a gamba tesa nella campagna elettorale, facendo un’operazione lobbista ben articolata ed alleandosi con la destra nel pretendere un’ulteriore stretta securitaria sui quartieri più popolari.
03 antisbiIl loro programma per rendere Torino più sicura?
Sgombero delle case occupate, fogli di via, CIE nei paesi d’origine e rimpatri rapidi per i senza carte, allontanamento delle prostitute e apertura di bordelli legalizzati, riduzione delle tutele per i rifugiati e i richiedenti asilo, cacciata di mendicanti e baraccati, numero chiuso per i rom nelle case popolari.
09 antisbiInutile dire che vogliono più poliziotti e guardie carcerarie.
Va da se che le occupazioni di case per soli italiani vanno tutelate e legalizzate.
L’asse portante delle proposte dei poliziotti è la repressione ed il disciplinamento dei poveri e degli immigrati.

06 antisbiAll’iniziativa hanno partecipato un centinaio di persone tra poliziotti, esponenti dei comitati razzisti della città e di Fratelli d’Italia.
05 antisbiDa settimane in Barriera di Milano si erano moltiplicati manifesti e scritte contro la polizia e la guerra ai poveri. Scritte e manifesti erano il segno evidente che la marcia dei poliziotti sarebbe stata contestata.
Sino all’ultimo i vigili non hanno sciolto la riserva sul corteo, che avrebbe potuto passare da corso Giulio Cesare o da corso Vercelli.
A sorpresa, temendo contestazioni e non volendo sfilare tra muri trasformati in bacheche e persone ostili, hanno scelto di aggirare i corsi principali.

Sin dalle 18 un folto gruppo di antirazzisti, in buona parte anarchici, si è ritrovato alla lapide al partigiano anarchico “Ilio Baroni”, in corso Giulio Cesare angolo corso Novara. Il presidio si è poi trasformato in corteo che ha attraversato il quartiere. Numerose le soste e gli interventi per informare gli abitanti della zona. Tanti gli immigrati lungo la strada e dai balconi che hanno plaudito e fatto cenni di approvazione.
Il corteo ha sostato a lungo davanti alla casa occupata al 45 di corso Giulio, dove gli abitanti e i solidali attendevano in strada il passaggio dei poliziotti.
La manifestazione degli anarchici ha poi raggiunto via Garibaldi. La polizia in assetto antisommossa ha bloccato l’accesso alla piazza ma questo non ha impedito che al suo arrivo la fiaccolata securitaria venisse accolta con slogan e con lo striscione “Contro la guerra ai poveri, per un mondo senza razzismo e polizia”.

Nonostante la deviazione dell’ultimo minuto, per evitare contestazioni di anarchici ed abitanti, il piccolo corteo securitario non ha potuto evitare il comitato di accoglienza all’arrivo. Tanti gli slogan in sostegno agli immigrati, contro la polizia, lo sfruttamento, per l’autogestione e contro lo Stato.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Emilio, uno dei compagni che hanno promosso l’iniziativa

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Pannella. Uno show man liberale ai tempi della prima repubblica

pannella scalfari“Il confuso scarmazzo che accompagna la dipartita di Giacinto, detto Marco, Pannella è il prodotto della mancata propensione alle valutazioni chiare e distinte che, se praticate, risparmierebbero al buon popolo molti patimenti spirituali.
L’uomo era, è non è un segreto, l’erede, non sto qui a valutare quanto legittimo, di una una corrente politica non spregevole, anzi, quella sinistra liberale che annovera fra i suoi numi tutelari Piero Gobetti, i fratelli Rosselli et alios.
Solo che rispetto a quella corrente si caratterizza per la sua – e non è un complimento, è solo una presa d’atto – modernità. Pur essendo nato prima della guerra è un liberale sessantottino, un ossimoro politico forse ma un ossimoro che ha funzionato.
Anticonformismo, gusto dell’eccesso, esibito narcisismo, mancanza di cultura e progetto politico, una punta di cialtroneria concorrono a farne l’antesignano di leader politici venuti dopo come espressione della personalizzazione della politica.
Era dunque, senza sé e senza ma, un occidentalista? Assolutamente si né pretendeva di essere altro. Era, per certi versi, insopportabile? Sicuramente ma era figlio di un paese che prevedeva, sino al 1976, si fino al 1976, il delitto d’onore, che, se si pensa alla violenza contro le donne, si caratterizzava per una legislazione che poco ci mancava che le condannasse nel caso di violenza, un paese influenzato da un moralismo veterocattolico, che aveva al governo un partito clericale e all’opposizione, a destra, un partito fascista e, a sinistra, un partito stalinista, un paese che grazie alle sue profonde distorsioni interne si è “modernizzato” anche grazie al partito radicale.
Modernizzato, non rivoluzionato, basta ricordarlo per ridimensionare i toni.”

Abbiamo tratto spunto da questo “coccodrillo” di Cosimo Scarinzi girato sui social media per fare una riflessione a tutto tondo sugli anni Settanta, sul declino inesorabile della corrente liberal socialista di “Giustizia e Libertà”, sull’emergere di elementi populisti e di leadership carismatica, che segneranno il trapasso dalla prima alla seconda repubblica. Un passaggio il cui nume tutelare sarà Bettino Craxi, l’uomo che ha trasformato e cambiato pelle al partito che fu di Nenni, per passare il testimone al suo sponsor, Silvio Berlusconi.
Pannella introdurrà elementi di trasformismo veloce, in un partito leggero, nel tempo sempre più liberale e liberista che non libertario, che anticipano di decenni alcuni elementi chiave della politica del nuovo millennio tra le Alpi e i Nebrodi.
Inutile dire che le leggi, tutte le leggi, sono la rappresentazione ritualizzata dei rapporti di forza all’interno della società.
Il cambiamento di cui Pannella si fece corifeo, stava incidendo nel profondo la società italiana, ed era agito da migliaia di uomini e donne, che si erano liberati dal giogo clericale e premevano perché la sudditanza al Vaticano sancita da tante leggi dell’ordinamento repubblicano venissero cancellate.

Giacinto, detto Marco, concluderà da par suo la propria avventura politica ed essenziale con un ultimo colpo di teatro: la lettera a Bergoglio e il rientro tra le braccia di madre chiesa.
Indimenticabile e forse di maggior impatto della conversione in pista di volo, la sua sortita in divisa Croata a sostegno dell’intervento dell’Italia in ex Jugoslavia.
Ascolta la diretta con Cosimo all’info di Blackout

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Idomeni. Cominciato lo sgombero

migrantiQuesta mattina alle sette sono cominciate le operazioni di sgombero del campo spontaneo di Idomeni, al confine tra la Grecia e la Macedonia.
Qui sono intrappolate da mesi tra le otto e le diecimila persone, in viaggio verso l’Europa del nord.
La chiusura violenta della rotta balcanica li ha relegati in un limbo di fango e tende, dove la sopravvivenza è garantita dalla solidarietà della gente del paese e di tutta la Grecia.
Alcuni hanno tentato di fare richiesta di ricollocamento in altri paesi europei, sebbene le difficoltà tecniche, tra connessioni traballanti e informazioni incerte, rendano questa prospettiva chimerica.
Altri a più riprese hanno provato a bucare la frontiera, respinti a manganellate, gas e flash bombs dalla polizia di frontiera macedone.
La polizia greca è sempre rimasta a guardare, lasciando ai macedoni il lavoro sporco.
La scorsa settimana c’è stato il primo segnale dell’aria che cambiava. La polizia greca ha caricato, picchiato e gasato chi tentava di passare la frontiera.
Oggi l’avvio dello sgombero definitivo.
Il governo Tsipras ha inviato 9 squadre dell’antisommossa.
Giornalisti e volontari sono tenuti lontani dal campo, dove è stata ammessa solo la televisione di stato greca. 300 profughi pare siano saliti spontaneamente sui pullman del governo. Impossibile sapere con quali argomenti siano stati convinti ad accettare la deportazione in campi lontani dalla frontiera.
Le operazioni continueranno per l’intera giornata e nei prossimi giorni, quando non tutto potrebbe andare liscio come oggi.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blòackout con Cosimo Caridi, corrispondente del Fatto Quotidiano da Idomeni.

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La guerra in casa

libellulaBombe nei ristoranti, allo stadio, in aeroporto, in metropolitana, in una sala concerti.
Oggi esco, prendo l’autobus e forse non arrivo al lavoro. Domani c’è un esplosione e mio figlio non torna più.
Queste cose una volta succedevano in posti lontani, pericolosi, posti dove la guerra è “un’abitudine”. Come se fosse possibile assuefarsi all’orrore.

Da qualche tempo la guerra è venuta a cercarci a casa. La convinzione che la guerra fosse altrove, passo a passo, si sta frantumando. Ma tenace resta l’illusione che sia possibile ricacciarla indietro. Chiudendo le frontiere, cacciando gli immigrati, sigillando i quartieri poveri, mettendo le città in mano ai militari, piazzando telecamere e orecchie elettroniche ovunque.
Le nostre scarne libertà vengono frantumate pezzo a pezzo senza che la maggior parte della gente reagisca. La paura è un’arma potente. Chi governa ne profitta per prendersi più potere, per proclamare lo stato di eccezione permanente, per mettere sotto controllo ogni forma di insorgenza sociale.

Quando tutti sono nel mirino, non c’è né riparo né protezione. Se il nemico è disposto a morire pur di uccidere, prima o poi colpisce di nuovo. Se l’obiettivo è il terrore, lo si raggiunge facilmente.
Dopo gli attentati dello scorso novembre Hollande ha reagito bombardando le città irachene controllate dall’ISIS ed ha proclamato lo stato di emergenza. Doveva durare una settimana, rischia di estendersi all’infinito. L’eccezione diventa norma.
Una formula semplice quella di Hollande. Vendetta fuori dai confini, militari nelle strade di casa propria.
Mentre scrivo non si è ancora spenta l’eco delle esplosioni all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles. La capitale belga, i suoi quartieri più poveri, dove vivono gli immigrati di ieri e di oggi, sono stretti in una morsa dalla polizia.
Si moltiplicano le polemiche sulle “falle” dell’Intelligence belga, per mantenere l’illusione che gli attentati possano essere realmente prevenuti ed impediti. Chi li attua ha dalla sua la scelta di rinunciare a tutto, anche alla vita.
In questi ultimi decenni il fondamentalismo islamico è stato tollerato, foraggiato, sostenuto da paesi non islamici, convinti di poter usare questi scomodi alleati senza scottarsi le mani. Continued…

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No Tav. Assolti Gabriele e Matteo

3 luglioSono stati assolti Gabriele e Matteo, i due no Tav processati per l’episodio del carabiniere che, durante il 3 luglio 2011, venne dimenticato nel bosco dai suoi colleghi dopo una sortita poco felice. Era il giorno dell’assedio No Tav al nascente cantiere della Maddalena, meno di una settimana dopo lo sgombero della libera repubblica della Maddalena.
La Procura di Torino ha formulato l’accusa di sequestro di persona e di lesioni. Destinata all’archiviazione, per l’inconsistenza delle prove contro i due No Tav, è stata portata a dibattimento quando il fascicolo è passato dal tavolo di Ferrando, promosso Procuratore capo a Ivrea, a quello di Andrea Padalino.
La sentenza è stata pronunciata questa mattina dopo un processo celebrato a porte chiuse come prescrive la scelta del rito abbreviato. Questo tipo di processo viene fatto sulla base delle prove documentali, senza testimoni.
La Procura aveva chiesto 9 anni di carcere per sequestro di persona.
Il tribunale non ha considerato convincenti le tesi della Procura, respingendo le richieste di Andrea Padalino.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Silvia, No Tav del comitato alta valle, dal presidio solidale al mercato di Susa.

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La polizia dichiara guerra ai poveri

bimba poliziaI sindacati di polizia partecipano alla campagna elettorale presentando un “patto per la sicurezza” ai candidati sindaco.
Lunedì hanno indetto una fiaccolata per la sicurezza da piazza Crispi al Comune.

Il loro programma per rendere Torino più sicura?
Sgomberare campi rom e case occupate (tranne quelle fasciste per soli italiani).
Limitare i diritti dei rifugiati, cacciare baraccati e mendicanti.
Chiedono la riapertura dei bordelli e l’allontanamento delle prostitute dalle strade, la chiusura dei mercati abusivi, la deportazione dei senza documenti. Chiedono più poliziotti e più secondini.
La loro “sicurezza” puzza di razzismo, di violenza contro gli immigrati poveri, contro chi per vivere ricicla i rifiuti e vende in un mercato spontaneo.

Nelle nostre periferie c’è chi lavora troppo per molto poco e chi non lavora affatto. Il lavoro è sempre più pericoloso, malpagato, precario.

La tutela della salute, la cura degli anziani, le tutele per i disabili sono riservate a chi può pagare. Per gli altri, i più, l’aspettativa di vita è diminuita, la prevenzione è un miraggio.

A Torino ci sono case vuote e gente in strada.

Scuole, trasporti pubblici, ospedali offrono sempre meno servizi a caro prezzo.

In questi anni di crisi i ricchi sono diventati più ricchi, i poveri sempre più poveri.
L’affermarsi violento di una democrazia autoritaria è il necessario corollario a politiche di demolizione di ogni forma di tutela sociale.
Le truppe tricolori sono in guerra nel Mediterraneo e nei quartieri popolari delle nostre città.

Fascisti, leghisti e comitati spontanei soffiano sul fuoco cercando di far esplodere la guerra tra poveri, puntando il dito contro gli immigrati africani, magrebini, cinesi, rumeni, peruviani che vivono a Torino.

Occupare le case vuote, praticare la solidarietà con i senza documenti e i baraccati, costruire esperienze di autogestione e mutuo appoggio, battersi contro la militarizzazione dei quartieri cambia la vita di tutti e disinnesca la propaganda di chi vuole che i poveri si facciano la guerra, per poterli meglio controllare ed opprimere.

I sindacati di polizia non vogliono la sicurezza, ma cercano di imporre una gestione violenta del territorio, per bloccare ogni insorgenza sociale.

Anche noi vogliamo vivere sicuri.
Senza polizia che arresta e deporta uomini e donne colpevoli di essere poveri e nati altrove.

Senza polizia che picchia e gasa chi si oppone allo sfruttamento, agli sfratti, alla devastazione del territorio.
Senza poliziotti e secondini che pestano e torturano nelle strade, nelle caserme e nelle carceri.

Gli uomini in divisa difendono i ricchi, i potenti, i governanti, non certo la gente delle periferie che fatica ad arrivare a fine mese.

La polizia difende il governo e i padroni.
Il governo e i padroni ci hanno rubato il futuro e reso intollerabile il presente. Un presente fatto di tagli alla sanità, alla scuola, ai trasporti pubblici, alle pensioni, ai salari.

Sicurezza è una casa dove vivere

Sicurezza è non morire di lavoro

Sicurezza sono le cure quando siamo malati

Sicurezza è quando uomini e donne non sono più merce a poco prezzo

Sicurezza è un mondo senza sfruttati e senza sfruttatori

Sicurezza è un mondo senza frontiere, filo spinato, prigioni e polizia

 

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Torino. Un normale Primo Maggio di lotta

0 primo maggio anarchico toPiove a dirotto e fa freddo in piazza Vittorio, dove parte il corteo del Primo Maggio. La piazza è spezzata in due, come sempre da qualche anno. La polizia si schiera all’inizio di via Po per bloccare il passaggio alle componenti più radicali, centri sociali, no tav, sindacati di base e lo spezzone anarchico.
1 primo maggio anarchico toSiamo in piena campagna elettorale e alcuni candidati giocano le loro carte anche nel giorno simbolo delle lotte dei lavoratori.
Il Partito Democratico per la prima volta da anni deve affrontare una partita difficile: i sondaggi confermano che la candidata pentastelluta Appendino, avrebbe un buon margine di consenso.
3 primo maggio anarchico toAppendino fa a gara con Fassino nel ballare con gli anziani di Barriera e nel promettere lo sgombero dei campi rom, che l’amministrazione di centro sinistra non ha ancora raso al suolo.
A fianco del candidato della “Sinistra”, Airaudo, passato dal sindacato di Stato alla caccia alla poltrona sono quelli di Terra del Fuoco, una delle associazioni che hanno fatto bottino sullo sgombero dei rom.
4 primo maggio anarchico toSfileranno tutti in coda assieme al partitino comunista di Rizzo, a caccia di improbabili verginità dopo l’assenso alle bombe sulla ex Jugoslavia e le cariche a Torino contro chi si opponeva alla guerra.

5 primo maggio anarchico toQuando ormai la parte istituzionale del corteo è lontana, il cordone di polizia si apre e gli spezzoni più radicali attraversano via Po. In piazza Castello nuovo schieramento della celere per bloccare l’ingresso in via Roma. Due brevi cariche e qualche manganellata sono la risposta della questura a chi protesta e spinge per andare avanti.
6 primo maggio anarchico toQuest’anno CGIL CISL e UIL, organizzatori della manifestazione, hanno chiesto che nessun contestatore potesse entrare in piazza finché la manifestazione istituzionale non fosse terminata.
Nel parapiglia due manifestanti vengono fermati: uno dei due, uno studente diciottenne, finisce alle Vallette.
7 primo maggio anarchico toQuando il corteo riparte Fassino e i suoi hanno ormai lasciato la piazza. Questa volta sono riusciti ad evitare i fischi, che in altri anni avevano dato voce ai tanti che a Torino fanno fatica ad arrivare a fine mese, lottando contro precarietà e sfratti.
8 primo maggio anarchico toUn risultato ottenuto con l’ausilio della polizia e dei picchiatori prezzolati, che proteggono lo spezzone del PD da chi non è disponibile a piegare la testa, non è disponibile a rassegnarsi alle regole feroci del capitale.

Buona la partecipazione allo spezzone anarchico, aperto dallo striscione “Né Stato né padroni. Azione diretta!”. Sul furgone di testa è stato appeso lo striscione “PD, CGIL, CISL, UIL nemici dei lavoratori”.
Non ci stupiamo quindi che la questura abbia disposto un blocco per impedire che voci dissonanti turbassero la campagna elettorale.
Nonostante la pioggia i tanti torinesi assiepati a lato del corteo hanno ascoltato e plaudito i lunghi interventi dei compagni e delle compagne che hanno dato vita allo spezzone rosso e nero. Interventi in cui si sono intrecciati i fili delle lotte contro le fabbriche d’armi, la militarizzazione della città, il Tav, le leggi che tutelano i padroni e ammazzano i lavoratori.
La crisi morde sempre più forte, specie nelle nostre periferie, dove solo le pratiche di autogestione, riappropriazione e solidarietà pongono un argine alla guerra contro i poveri che i governi di centro sinistra e quelli di centro destra hanno promosso negli ultimi vent’anni.

L’affermarsi di una democrazia autoritaria è il necessario corollario a politiche di demolizione di ogni forma di tutela sociale. Se i meccanismi violenti della governance mondiale impongono di radere al suolo ogni copertura economica e normativa per chi lavora, la parola passa al manganello, alla polizia, alla magistratura. Se la guerra è l’orizzonte normale per le truppe dei mercenari tricolori dall’Afganistan alla Val Susa, la repressione verso chi si ribella non può che incrudirsi.
Ogni giorno cerchiamo di coniugare autogestione e conflitto, per costruire lottando e lottare costruendo. In una tensione che non si allenta ogni zona liberata, è una base per incursioni all’esterno. Parimenti ogni momento di conflitto oltrepassa la mera dimensione resistenziale quando si innesta in pratiche di riappropriazione diretta di spazi politici e sociali.
La crisi della politica di Palazzo ci offre una possibilità inedita di sperimentazione sociale su vasta scala di un autogoverno territoriale che si emancipi dai percorsi istituzionali.
Il Primo Maggio torinese ha mostrato nei fatti la distanza tra chi pratica l’autogestione e il conflitto e chi fa il gioco delle poltrone.
Anche questo Primo Maggio i supermercati erano aperti, anche in questo primo maggio ci sono case vuote e gente in strada, anche in questo primo maggio c’è chi lavora troppo per molto poco e chi non lavora affatto, anche in questo primo maggio truppe tricolori sono in guerra dal Mediterraneo ai quartieri popolari delle nostre città.

In piazza abbiamo ricordato le lotte durissime degli operai di Chicago che nel lontano 1886 si battevano per le otto ore.
Cinque di loro vennero impiccati per stroncare quella lotta. Ma i padroni e i governanti dovettero pentirsene, perché la loro morte accese fuochi in ogni dove. Quei fuochi ardono ancora.

Dopo il corteo pranzo e festa alla FAT, per un benefit lotte sociali, dove ciascuno ha contribuito secondo le proprie possibilità: un pizzico di anarchia.

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25 aprile in Barriera di Milano

02 25 aprile barrieraAnche quest’anno il 25 aprile ci siamo incontrati alla lapide di Ilio Baroni. La pietra che lo ricorda è nel centro del quartiere operaio di Barriera di Milano, all’angolo tra corso Giulio e corso Novara, dove Ilio ha concluso con un arma in mano la sua lunga lotta contro il fascismo, cominciata negli anni Venti a Piombino.
Oggi rimane solo un pezzo di muro con la pietra, il nome, la foto scolorita.
Sino ad una trentina di anni fa quel muro era la spalletta di un ponte su un piccolo canale.
Era una zona di fabbriche ed un borgo di operai. Operai combattivi, gli stessi dell’insurrezione contro la guerra e il carovita del 1917, quelli dell’occupazione delle fabbriche, della resistenza al fascismo, gli anarchici che durante gli anni più bui della dittatura mantennero in piedi un gruppo clandestino, la gente degli scioperi del marzo ’43.
00 25 aprile barrieraOggi sono quasi del tutto scomparsi anche i ruderi di quelle fabbriche. Delle ferriere, dove lavorava Baroni, restano solo gli imponenti travoni di acciaio in mezzo ad un improbabile parco urbano tra ipermercati e multisale.
Il cuore del quartiere è cambiato. La Barriera aveva resistito agli anni dell’immigrazione dal sud, facendosi teatro di lotte grandi tra fabbrica, scuola, quartiere, eludendo il rischio della guerra tra poveri e del razzismo per costruire una stagione di lotte, che ormai trascolora nella memoria dei tanti la cui vita ne è stata attraversata.
Oggi vivere qui è più difficile che in passato: non è solo questione dei soldi che mancano e del lavoro che non c’è, e, se c’è è sempre più nero, pericoloso, precario. C’è un disagio diffuso che non sempre si fa percorso di lotta, ci sono fascisti, leghisti e comitati spontanei, che soffiano sul fuoco cercando di alimentare la guerra tra poveri, puntando il dito contro i tanti immigrati africani, magrebini, cinesi, rumeni, peruviani che ci abitano.
01 25 aprile barrieraIl governo della città da decenni è nelle mani degli eredi di Togliatti, il comunista che ha graziato i fascisti, i repubblichini torturatori ed assassini, e seppellito in galera gli anarchici che hanno combattuto il fascismo prima e dopo le date ufficiali della resistenza. Gli stessi che hanno imbalsamato la Resistenza, rinchiudendola in una teca avvolta nel tricolore.

Durante il presidio si commentano le notizie della mattina, perché il sindaco Fassino ha scelto proprio il 25 aprile per inaugurare la nuova pista ciclabile di Lungo Stura Lazio, costruita accanto alle macerie della più grande baraccopoli, d’Europa, sgomberata definitivamente a gennaio. Ha scelto il monumento dei partigiani della Barca per vantarsi di aver buttato in strada uomini, donne e bambini. Ne ha insultato la memoria in modo intollerabile, ma ha avuto una brutta sorpresa perché qualche ora prima sul muretto accanto alla lapide sono 03 25 aprile barrieracomparse delle scritte dal senso forte e chiaro “Ieri ebrei e rom, oggi rom e immigrati. Comune nazista. Solidarietà con i rom sgomberati. 25 aprile sempre”.
Fassino ha posticipato di tre settimane l’inaugurazione della pista ciclabile, per farla proprio il 25 aprile. Una scelta fatta per ottenere più visibilità mediatica. Il Comune di Torino lo scorso anno ha dovuto incassare una condanna per trattamenti “inumani e degradanti” dalla corte europea dei diritti dell’uomo, per le modalità dello sgombero di Lungo Stura Lazio.
Poi ha dovuto subire cortei sotto il comune, occupazioni di uffici e l’occupazione della Ex Caserma di via Asti e dell’ex ASL di via Borgo Ticino da parte delle famiglie buttate in strada con le ruspe e di quelle che avevano scoperto tardi che la promessa di una casa era solo un inganno che aveva arricchito le associazioni e cooperative vicine al goerno della città- .
I social housing negli edifici di proprietà del ras delle soffitte e l’inchiesta che ne è scaturita certo non hanno migliorato l’appeal di Piero Fassino alla vigilia delle elezioni.
Da mesi l’amministrazione comunale sfrutta ogni occasione per ridare una lucidata alla sua vetrina appannata. Inaugurare una pista costruita a fianco delle macerie del campo fa parte di questa strategia.
04 25 aprile barrieraUsare le commemorazioni del 25 aprile per celebrare lo sgombero della baraccopoli era un’operazione di dubbio gusto che gli anarchici non hanno lasciato passare nel silenzio.
Come non poteva passare sotto silenzio la decisione della Circoscrizione Centro-Crocetta di dedicare il 25 aprile a La Torre e Girone, i due marò che hanno ammazzato due pescatori indiani disarmati. Marò assassini! Partigiani sempre, militari mai”. Questa scritta è comparsa nella notte del 24 aprile sulla sede della prima circoscrizione.

In Barriera la scritta “Morte al fascio!” è stata fatta sulla serranda tricolore della sede di Fratelli d’ Italia.

Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti, mentre le periferie sono in bilico tra 05 25 aprile barrierariqualificazioni escludenti e un parco giochi per carabinieri, alpini e poliziotti.

Da qualche anno il vento sta cambiando anche se per ora è solo una brezza lieve.
Anche questo 25 aprile ci siamo ritrovati alla lapide: abbiamo parlato, brindato, chiacchierato con i passanti e i curiosi.
Due mazzi di fiori sono stati deposti.
Non è stata solo una commemorazione, ma un’occasione per i tanti di noi che in questo quartiere sono nati e continuano a vivere, di alimentare il venticello che segnala il mutare dei tempi, di annodare i fili della memoria di ieri con le lotte di oggi.
Le lotte che vedono in prima fila altri partigiani, quelli che si battono contro l’occupazione militare in Val Susa, quelli che si mettono di mezzo contro sfratti e deportazioni, contro il razzismo e il fascismo.

06 25 aprile barrieraOggi come allora i partigiani sono trattati da banditi, terroristi, delinquenti. Oggi come allora la gente delle periferie sta imparando da che parte stare.

I partigiani di Barriera in quel lontano aprile hanno combattuto perché volevano un mondo libero, senza schiavitù salariata.

Il loro sogno continua ogni giorno nella lotta per una società di liberi ed eguali. Senza Stato né padroni.

Prossimi appuntamenti:

Venerdì 29 aprile
Autogestione, conflitto, mutuo appoggio2016 04 21 manif fat staid

introduce il dibattito Andrea Staid

ore 21 alla FAT
in corso Palermo 46

Andrea è antropologo, anarchico, autore di testi e ricerche tra cui:
I senza Stato. Potere economia e debito nelle società primitive, edizioni Bebert
I dannati della metropoli. Etnografie dei migranti ai confini della legalità, edizioni Milieu
Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù, edizioni Agenzia X

DSCN0068Domenica Primo Maggio
Spezzone rosso e nero al corteo del Primo Maggio
Appuntamento alle 8 in piazza Vittorio quasi all’angolo con via Po.

Dopo il corteo pranzo e festa alla FAI in corso Palermo 46.
Il pranzo è benefit lotte sociali.
Chi non può o può solo poco è ugualmente il benvenuto.
Se possibile prenotatevi, scrivendo a fai_to@inrete.it oppure chiamate 338 6594361

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Fassino come i nazisti. Scritte solidali con i rom sgomberati

01 romUna brutta sorpresa per il sindaco di Torino Piero Fassino, che questa mattina inaugura la nuova pista ciclabile ai giardini Milone.
Questa notte sono comparse alcune scritte “Solidali con i rom sgomberati”, “Ieri ebrei e rom, oggi immigrati e rom. Comune nazista. 25 aprile sempre!”
03 comune nazistaFassino ha scelto il 25 aprile, l’anniversario dell’insurrezione contro il fascismo per inaugurare la nuova pista ciclabile di lungo Stura Lazio. Fassino festeggia il 25 aprile, celebrando la liberazione dai rom, i poveri della città che l’hanno sfidato occupando una casa per viverci.

02 25 aprile sempreQuando gli sfruttati alzano la testa, la democrazia diventa fascismo.

Siamo all’estrema periferia della città. In questi giorni di primavera il fiume Stura è pieno di vita, uccelli che covano, migratori che arrivano. Le sue sponde sono invece immerse nel silenzio.
Non chiedetevi perché la pista ciclabile corre lungo la strada, invece di costeggiare il fiume, non chiedevi perché la pista è divisa dall’area verde lungo il fiume da jersey di cemento e acciaio.
Andate a dare un’occhiata. In mezzo al verde c’é quel che resta della più grande baraccopoli d’Europa. Nessuno portato via nulla, né il comune che ha sgomberato, né il privato che si è ripreso l’area.

Qui i rom rumeni che ci abitavano, non avevano né luce né acqua. Ma avevano dignità e il sogno di una casa vera. Le baracche, se avevi voglia di prendere i viottoli della baraccopoli, erano quello che più somigliava ad una casa. C’erano lumi tremuli, tendine alle finestre, il bagliore di una TV, un tappeto e una cucina a gas.
Il comune di Torino ha teso il proprio amo, promettendo una casa ai più meritevoli, quelli che accettavano di essere considerati gente di sotto, gente incapace di vivere decentemente, come se la baracca fosse una scelta e non l’unica possibilità per i poveri.
Per un poco la gente del campo ci è cascata. Il progetto “La città possibile”, cinque milioni di euro per realizzare il primo sgombero soft, trasformando le vittime in complici, era quasi perfetto.
A qualcuno era stata promessa una casa, ad altri un posto nei social housing, ad altri trecento euro ed un biglietto di sola andata per la Romania. Tutti dovevano collaborare, partecipando alla “decostruzione” della propria baracca, dimostrando così la propria volontà di “emergere” dal campo.
Una gigantesca truffa. Molti, i più non hanno conosciuto che sgomberi e minacce, altri, i fortunati inseriti nel progetto, hanno presto scoperto che i fitti, inizialmente bassi, aumentavano progressivamente e nessuno sarebbe più riuscito a pagarli. Per tutti, il destino era la strada.

Lo scorso autunno i sommersi e i salvati hanno scoperto di essere sulla stessa barca, hanno fatto un grande corteo in centro, occupato l’ufficio nomadi, ed infine si sono presi una Casa in via Asti, nella caserma, occupata da Terra del Fuoco, una delle associazioni – Valdocco, Liberi Tutti, Stranaidea, AIZO, Croce Rossa – che si erano divise i cinque milioni di euro del progetto dell’amministrazione Fassino. Dopo lo sgombero da via Asti, nonostante minacce e deportazioni, alcune famiglie hanno occupato ancora, prendendosi i locali abbandonati di via Borgo Ticino in Barriera di Milano.
Quando anche questa occupazione è stata sgomberata, Fassino e i suoi hanno potuto finalmente costruire una pista ciclabile lungo le macerie del campo, da dove sono stati deportati uomini, donne e bambini.
Uomini, donne e bambini che ancora vivono nella nostra città. Hanno costruito o affittato a caro prezzo un’altra baracca, in buchi più neri e remoti di Lungo Stura, sono diventati ancora una volta invisibili.
Chi li ha conosciuti e ha lottato con loro per la casa e la dignità, sa che i semi di quella lotta germineranno ancora, perché chi ha assaggiato la libertà difficilmente riesce a farne a meno.

Se Fassino e i suoi pensavano di celebrare indisturbati un 25 aprile sulle macerie delle vite dei poveri di Lungo Stura Lazio si sbagliavano.

Da un comunicato di Indymedia Svizzera

 

Sulle parole di Fassino sulle scritte alla Barca
“Oltraggio”. Cosi’ il sindaco Fassino ha definito le scritte che l’hanno accolto all’inaugurazione della pista ciclabile sorta sulle rovine del campo rom di Lungo Stura Lazio. Fassino mente. L’unico oltraggio è la sua presenza davanti ad un monumento partigiano.
Fassino è un nazista, come quelli contro cui presero le armi i partigiani.
Nazista è chi deporta i rom, ne distrugge le case. Come negli anni 30 e 40 in Germania.

C’è chi vuole imbalsamare la Resistenza, e intanto rinchiude i migranti con un provvedimento amministrativo, come per gli ebrei nella Germania nazista, non perché abbiano commesso qualche reato ma solo perché sono quello che sono. Come nella Germania nazista, appunto.
C’è chi vuole dedicare il 25 Aprile ai due Maro’, rinverdendo i fasti dei massacri delle occupazioni coloniali fasciste.
C’è chi vorrebbe imbalsamare la Resistenza in questa “Repubblica nata dalla resistenza”, quella che reprime con carcere e domiciliari ogni dissenso, quella che arriva a considerare associazione a delinquere voce contraria ( vi ricordate “Achtung banditen” ?)
C’è chi vorrebbe imbalsamarla in questa “repubblica nata dalla resistenza” la cui politica sociale nei confronti dei lavoratori riesce ad essere più padronale di quella del ventennio .
Ma c’è anche chi non ci sta. Chi pensa che la resistenza non sia finita il 25 Aprile 1945 ma continui nelle lotte di ogni giorno, finché non saranno distrutti lo stato ed il capitalismo, finché non vi sarà un mondo di liberi ed eguali.
La lotta partigiana continua in chi occupa le case, nelle lotte operaie autorganizzate, in chi si oppone alle grandi opere, al militarismo, al razzismo.
Le scritte apparse alla Barca sono un’azione partigiana che onora chi è caduto per un mondo più giusto, e cancella l’oltraggio della presenza del nazista Fassino.

Federazione Anarchica Torinese – FAI

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Marò assassini! Partigiani sempre, militari mai

04 marò assassini“Marò assassini! Partigiani sempre, militari mai”. Questa scritta è comparsa nella notte sulla sede della prima circoscrizione.

05 partigiani sempreQuest’anno a Torino, la circoscrizione Centro-Crocetta ha deciso di dedicare ai marò Girone e La Torre il 25 aprile. I due fucilieri della Marina Militare Italiana sono accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala, durante un’azione di pattugliamento antipirateria a bordo della petroliera italiana Erika Lexie.

06 militari maiTutte le forze politiche istituzionali sono state unanimi nella pretesa che i “nostri” marò tornino a casa.
I due pescatori morti ammazzati sono scomparsi da una scena nella quale era loro riservato il ruolo di comparse. A nessuno importa che i due militari abbiano sparato a due lavoratori del mare disarmati.
Omicidi, stragi, massacri compiuti da uomini e donne in divisa si trasformano in servizio alla Patria. L’uccisione di civili è sempre un increscioso incidente di percorso. Nulla più.
Nella neolingua dei politici e dei media main stream due persone accusate di omicidio, due assassini, si trasformano nei “nostri” due marò da portare a “casa”.
Sparare e uccidere, indossando una divisa, è sempre lecito. Il primo impegno di ogni governo è garantire l’impunità agli assassini in divisa.

Lo Stato italiano è abituato all’impunità per i propri militari che si sono distinti in torture, massacri di civili, stupri. L’esercito italiano ha commesso orrori indicibili nelle guerre di conquista coloniale in Libia, Eritrea, Etiopia, con impiccagioni di massa, avvelenamento di pozzi, deportazioni di intere popolazioni, uso di armi chimiche. Nella seconda guerra mondiale in Grecia e Jugoslavia, i militari italiani non furono secondi a nessuno nel terrorizzare la popolazione civile, radendo al suolo interi villaggi, fucilando centinaia di civili, stuprando e torturando.
Nessuno di questi criminali di guerra, quando la guerra è già essa stessa un crimine orrendo, è mai stato estradato nei paesi che ne hanno fatto richiesta. Macellai come Badoglio e Graziani è morta nel suo letto ed è stata sepolta con gli onori militari dalla Repubblica.
Oggi di fronte all’ennesimo crimine di guerra, di fronte all’assassinio di due pescatori, colpevoli di aver incrociato la rotta di una petroliera italiana, il governo italiano pretende l’impunità per i due marò assassini.
Nulla di cui stupirsi. Lo Stato difende chi uccide in suo nome. Nei mari dell’India, in Afganistan o per le strade di Genova.
Sono assassini in divisa, assassini che lo Stato trasforma in eroi.

Festeggiarli nell’anniversario dell’insurrezione contro il nazifascismo è una vergogna ed un insulto per chi, disertata la guerra, ha preso le armi contro il fascismo.
Partigiani sempre, militari mai!
Da un comunicato di Indymedia Svizzera

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Morte al fascio! Scritta alla sede di Fratelli d’Italia

07 morte al fascioLa scritta “Morte al fascio!” è stata fatta sulla serranda tricolore della sede di Fratelli d’ Italia in Barriera di Milano, i fascisti che animano ronde contro gli immigrati, vogliono lo sgombero delle case occupate, soffiano sul fuoco dei pogrom contro i rom, fanno la guerra ai poveri.
Sono gli stessi del 1945. E’ tempo che una nuova primavera di lotta li spazzi via.
25 aprile ogni giorno!

Da un comunicato di Indymedia Svizzera

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Torino. Corteo antifascista a San Salvario

08 antifa23 aprile. Diverse centinaia di persone hanno dato vita ad una lunga giornata di lotta per le strade di San Salvario. San Salvario è il primo quartiere che incontra chi arrivava in treno a Torino, da sempre incrocio di gente diversa, la borghesia intellettuale di sinistra e gli immigrati dell’ultima ora, oggi è diventato uno centri della movida torinese. Localini alla moda, studenti e strisciante gentrification, accanto ad immigrati, kebabbari, gente senza casa.
Polizia, vigili urbani e militari fanno frequenti ronde per le strade.
Nella parte alta del quartiere, non lontano dal BAE Systems, fabbrica d’armi, contestata dai partecipanti al corteo con slogan e interventi, c’è “L’asso di bastoni”, il locale dove si ritrovano i fascisti di Casa Pound. L’Asso di bastoni è una ferita aperta in un quartiere, dove tante lapidi grigie ricordano chi è morto combattendo i fascisti.
0 antifaCasa Pound, spesso travestita da comitato spontaneo, da mesi prova a scatenare la guerra ai poveri, dando vita ad iniziative contro lo spaccio e la criminalità il cui obiettivo reale sono gli immigrati.
Gli antifascisti del quartiere contrastano attivamente ronde e presidi razzisti.
Il corteo del 23 aprile è stata una scommessa che ha coinvolto gli antifascisti torinesi. Una scommessa vinta.
San Salvario è stata attraversata da un corteo forte e comunicativo, che ha fatto il giro delle lapidi partigiane, dove ha sostato per un breve ricordo e i canti dell’Anonima Coristi della Val Pellice, quasi tutti della tradizione anarchica.
01 antifaAl corteo erano presente un folto gruppo di Alpi Libere, esponenti delle palestre antifasciste, qualche bandiera di Sinistra Anticapitalista, gli anarchici della FAT con lo striscione “Contro Stato e fascisti azione diretta!”
In piazza Carducci un imponente schieramento di carabinieri chiudeva l’ingresso di via Madama Cristina per impedire agli antifascisti di avvicinarsi troppo alla sede fascista, dove i camerati raccoglievano firme per presentarsi alle elezioni.
Il corteo ha sostato a lungo di fronte alla blocco poliziesco, prima di proseguire il giro e terminare ai giardini Anglesio, dove la Banda Terraneo ha suonato motivi popolari e canzoni anarchiche, mentre gli antispecisti distribuivano panini vegani.
I fascisti sono rimasti intanati nel loro localino, mentre un corteo con uomini, donne e tanti bambini, cui si sono uniti anche alcuni abitanti 02 antifadella zona, si è ripreso le strade e le piazze del quartiere in un 25 aprile lontano dalla retorica patriottarda, un 25 aprile dove chi lotta contro il razzismo, lo sfruttamento, la militarizzazione tutti i giorni, ha reso viva la memoria di chi in quel lontano aprile ha scelto di prendere le armi per conquistare una libertà, che certo non aveva confini.

Domani – 25 aprile – ci sono tanti appuntamenti in città.

Noi, come ogni anno, saremo in Barriera di Milano

05 antifaLunedì 25 aprile
ore 15
presidio alla lapide al partigiano anarchico Ilio Baroni
in corso Giulio Cesare angolo corso Novara, dove Ilio è morto combattendo i nazifascisti

Ricordo, deposizione di fiori, musica – banchetti informativi antifascisti e antirazzisti – volantinaggio in quartiere – bicchierata in ricordo delle tante vittime del fascismo di ieri e di oggi.

04 antifaNoi ogni 25 aprile ci ritroviamo alla lapide di Baroni: si parla, si brinda, si chiacchiera con chi passa. Non è solo una commemorazione. E’ la scelta tenace per i tanti di noi che in questo quartiere sono nati e continuano a vivere, di alimentare il venticello che segnala il mutare dei tempi.
Annodiamo i fili della memoria di ieri con le lotte di oggi.
Le lotte che vedono in prima fila altri partigiani, quelli che si battono contro l’occupazione militare in Val Susa, chi si mette di mezzo contro sfratti e deportazioni, contro il razzismo e il fascismo.

10 antifaOggi come allora i partigiani sono trattati da banditi, terroristi, delinquenti. Oggi come allora la gente delle periferie sta imparando da che parte stare.

I partigiani di Barriera in quel lontano aprile hanno combattuto perché volevano un mondo libero, senza schiavitù salariata.
Il loro sogno continua ogni giorno nella lotta per una società di liberi ed eguali. Senza Stato né padroni.

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Schiere Nere e altri anarchici tedeschi contro Hitler

indexLa Resistenza anarchica in Germania è poco nota. Da qualche anno grazie ai lavori di alcuni studiosi anche italiani ne sappiamo di più.

Anarres ne ha parlato con David Bernardini, autore di un libro su Rocker e di un altro libro sulle Schiere Nere.

Ascolta l’intervista con David

Di seguito un articolo che ha scritto per Anarres

La storia della resistenza anarchica tedesca non è molto conosciuta. Cercherò quindi di fornire molto schematicamente un minimo di orientamento all’interno di un argomento così poco trattato.

Per iniziare è necessario forse dire due parole sulla storia del movimento anarchico in Germania. Max Nettlau ha identificato le sue origini in quel Circolo dei Liberi di Berlino che si formò intorno al 1848, di cui faceva parte anche Max Stirner, i fratelli Bauer e altri. Nel corso della seconda metà dell’Ottocento si delinea progressivamente un movimento anarchico che deve però fare i conti con il più forte partito socialdemocratico d’Europa, la SPD. Il piccolo movimento anarchico tedesco vive un eclatante ma effimero boom negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, andando probabilmente incontro ad un diffuso antimilitarismo presente nella popolazione, stremata dal conflitto e dalle sue pesanti conseguenze sociali. L’anarcosindacalista FAUD (Freie Arbeiter Union Deutschlands – Libera Unione dei Lavoratori tedeschi), sorta nel 1919 sulle ceneri di un’organizzazione sindacalista rivoluzionaria del preguerra, arriva a toccare tra il 1921 e il 1922 la notevole cifra di 200.000 attivisti, affermandosi come la principale organizzazione anarchica (ma non l’unica) in Germania. Dal 1923 inizia però una grave fase di decadenza che porta la FAUD nel 1929 a poter contare ancora su solo poche migliaia di attivisti. È in queste condizioni che gli anarchici tedeschi iniziano ad affrontare la sempre più brutale e preoccupante ascesa del Partito nazista di Adolf Hitler.

Similmente a quella italiana, anche la resistenza anarchica al nazismo è “lunga”. Inizia infatti diversi anni prima dell’ascesa al potere di Hitler, come contrapposizione ad un partito (quello nazista) in lotta per il potere, per proseguire successivamente, allargandosi ben al di fuori dai confini tedeschi.

Prima del regime nazista

Gli anarchici si preoccupano presto dell’ascesa del nazismo, tanto che sulla stampa anarchica già sul finire degli anni Venti si possono leggere articoli che avvertono del pericolo nazista. Ma l’antinazismo degli anarchici non si esaurisce nell’attività pubblicistica. Dalle file della FAUD emerge sul finire del 1929 l’esperienza delle Schwarze Scharen (Schiere nere) una delle espressioni più eclatanti e dirompenti dell’antifascismo anarchico degli anni precedenti all’inizio del regime nazista. Le Schiere nere sono una rete di gruppi diffusi in alcune parti della Germania (Alta Slesia, Berlino, Assia, Turingia, Renania Settentrionale-Vestfalia) che praticano l’autodifesa militante in chiave antifascista, riconoscendosi come organizzazione integrativa ma indipendente della FAUD e presentandosi pubblicamente vestiti completamente di nero. Questi gruppi praticano l’antifascismo con la propaganda, anche attraverso giornali come Die proletarische Front di Kassel o Die Schwarze Horde (L’orda nera), e con l’azione militante. Le Schiere nere infatti ingaggiano dove presenti violenti scontri con i nazisti, e in particolare con le SA, anche con armi in pugno (revolver, fucili). La polizia nel maggio 1932 scopre addirittura un deposito clandestino di esplosivi e di armi allestito dalla Schiera nera di Beuthen (oggi in Polonia) in previsione della presa del potere da parte di Hitler. I militanti che animano le Schiere nere, in maggior parte giovani proletari disoccupati, sono pochi, si parla infatti di qualche centinaio di attivisti sparsi in tutta la Germania, ma nelle zone dove sono presenti fanno decisamente sentire il loro peso e cercano di stimolare la costruzione di una sorta di fronte unitario dal basso di tutti gli sfruttati, al di là e al di sopra dei partiti di appartenenza, basato sull’azione diretta antifascista.

Dopo il regime nazista dentro e fuori la Germania

La repressione che si abbatte già a partire dal 1932 sulle Schiere nere e sul movimento anarchico tedesco si intensifica ulteriormente nel 1933, quando Hitler assume il potere. Già nel corso del 1932 infatti la FAUD, riunita in congresso a Erfurt, aveva deciso di prepararsi alla clandestinità.

Da questo momento, schematizzando al massimo si potrebbero identificare grossomodo tre filoni all’interno delle vicende della resistenza anarchica al nazismo.

Dentro la Germania (1933-1937/38): poche ore dopo l’incendio del Reichstag (27 febbraio 1933), il poeta anarchico Erich Mühsam viene arrestato (verrà assassinato nel campo di concentramento di Sachsenhausen l’anno successivo), mentre Rudolf Rocker insieme alla sua compagna Milly riesce a rifugiarsi in Svizzera: due importanti esponenti del movimento anarchico tedesco sono così fuori gioco. Dopo un primo momento di sbandamento gli anarchici riescono comunque a organizzare una rete clandestina che può contare anche su alcuni appoggi all’estero (Amsterdam, Spagna). Già nel maggio 1933 vengono diffuse in Germania le prime pubblicazioni anarchiche clandestine. Tra queste è da ricordare Die Soziale Revolution di Lipsia, giornale promosso da Ferdinand Götze che verrà stampato tra il 1933 e il 1935 (otto numeri documentabili), con una diffusione di circa duecento copie a numero. Le attività di resistenza cessano tra il 1937/38 a causa della dura repressione che si abbatte sulle file degli anarchici, repressione che riduce la resistenza ad una dimensione “individuale”, anche se non cessano, per esempio, i sabotaggi nei grandi porti del nord come Amburgo. Tra queste attività di resistenza, certamente di dimensioni veramente ridotte ma comunque importanti e interessanti, mi piace ricordare la figura di Fritz Scherer, già custode del Rifugio Bakunin nel corso degli anni Venti (un rifugio in montagna autocostruito e autogestito dagli anarchici di Meiningen, piccola cittadina della Turingia). Durante il regime nazista Scherer, che in quanto pompiere nella capitale tedesca viene lasciato (più o meno) in pace dalla Gestapo, aiuta come può i suoi compagni in difficoltà e diffonde materiale antifascista e libertario. Inoltre riusce a salvare dalla furia del Terzo Reich e dalle distruzioni della seconda guerra mondiale molti libri e opuscoli anarchici, ricopertinandoli con titoli insospettabili politicamente. Saranno proprio i libri e gli opuscoli custoditi da Scherer ad essere letti e ristampati dalla nuova generazione di attivisti anarchici uscita dall’esperienza del Sessantotto tedesco… .

Fuori dalla Germania (1933-1945) in Spagna, Francia, Polonia ecc…: La FAUD sin dai primissimi anni Trenta segue con grande interesse lo sviluppo del movimento operaio spagnolo e della CNT. Nel 1932 alcuni militanti delle Schiere nere braccati dalla polizia si rifugiano non a caso in Spagna. Le file dell’anarchismo tedesco in esilio si ingrossano dall’inizio del 1933, tanto che nel 1934 viene fondato a Barcellona un Gruppe DAS (Gruppo Anarcosindacalisti tedeschi) che si dota anche di un proprio giornale. Il gruppo partecipa ai combattimenti di Barcellona nel luglio 1936, prendendo d’assalto il Club tedesco, un importante punto di riferimento del regime nazista in Catalogna. Attiviste e attivisti anarchici si ritrovano poi in varie esperienze della rivoluzione spagnola. Un Gruppo Erich Mühsam combatte a Huesca, militanti tedeschi prendono parte alla Colonna Durruti e attiviste come Etta Federn partecipano alle Mujeres Libres e alle scuole libertarie. Con la vittoria franchista, gli anarchici tedeschi si disperdono: chi inizia un lungo e doloroso viaggio per i campi di concentramento di mezza Europa (sia quelli allestiti dal governo francese per gli ex combattenti in Spagna, sia ovviamente quelli nazisti), chi prenderà successivamente parte alla resistenza francese, come l’ex membro delle Schiere nere Paul Czakon, o alla resistenza polacca, come Alfons Pilarski, fondatore della prima Schiera nera tedesca (quella di Ratibor), che viene ferito gravemente negli scontri della rivolta di Varsavia nel 1944.

Dentro la Germania (fine anni Trenta-1944 circa): quest’ultimo gruppo si tratta del caso di più difficile definizione. Semplificando, si può affermare che ci sono pezzi della gioventù che, pur essendo indottrinata e irregimentata dalle istituzioni del regime nazista come la Gioventù Hitleriana, sul finire degli anni Trenta si ribella al regime stesso, approdando in alcuni casi all’aperta resistenza. Faccio riferimento in particolar modo a quei gruppi usciti da un ambiente tendenzialmente operaio come gli Edelweisspiraten (Pirati della stella alpina) della Germania occidentale (specialmente, in città come Colonia, Wuppertal, Essen, Francoforte ecc) e i Meuten (Orde) di Lipsia. All’interno di questi gruppi giovanili c’era una presenza anarchica: il gruppo degli Edelweisspiraten di Wuppertal per esempio contava tra i propri membri un ex membro delle Schiere nere come Hans Schmitz (il quale narrerà le sue esperienze nel libriccino “Umsonst is dat nie”) così come anche nelle Meuten è stata recentemente rilevata una presenza libertaria (prima il gruppo era descritto come di tendenza comunista), tra cui Irma Götze, sorella di Ferdinand, che poi andrà in Spagna.

Per approfondire

In italiano ci sono a mia conoscenza due libri sulla resistenza anarchica tedesca:

Continued…

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No Tav. Chiesti 9 anni per Gabriele e Matteo

no tav 3 luglio 39 anni di reclusione. Questa la richiesta formulata dal PM Rinaudo al termine dell’ultima udienza del processo contro Matteo e Gabriele. I due No Tav sono accusati di aver sequestrato e rapinato un carabiniere nei boschi della Clarea il 3 luglio del 2011, il giorno dell’assedio al nascente cantiere di Chiomonte, a meno di una settimana dallo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena.
Quest’inchiesta, destinata all’archiviazione, vista l’inconsistenza dell’apparato accusatorio, dopo il passaggio delle carte dal PM Ferrando, promosso Procuratore Capo ad Ivrea, al PM Rinaudo, è approdata in tribunale.
Il processo, celebrato a porte chiuse, come prevede il rito abbreviato scelto dai due No Tav, si concluderà il 10 maggio, quando verrà emessa la sentenza. In caso di condanna ci sarà la riduzione di un terzo della pena. Il rito abbreviato comporta che il processo si celebri sulla base delle prove documentali senza dibattimento.
Di fronte al tribunale di Torino, militarizzato più del consueto per l’udienza di ieri si sono radunati numerosi solidali, che hanno dato vista ad un presidio.
Fuori dal tribunale è stata riproposta una performance teatrale, costruita sulle testimonianze di chi c’era, sulla Libera Repubblica della Maddalena, luogo simbolo di una lotta che, al di là della resistenza, si è sostanziata nella liberazione di un’area dove sperimentare relazioni politiche e sociali libere. Il giorno prima alla Ramat era stata messa in scena la stessa performance, all’interno di una giornata di informazione sulla vicenda, ma, soprattutto, di ricostruzione di quei giorni del 2011, quando nei boschi di Clarea si è lottato per uno spazio di libertà fatto di barricate e autogestione.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Silvia del Comitato No Tav Alta Valle Susa.

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Referendum. Una partita con dadi truccati

ft-no-tav scrittaDare una delega in bianco non è saggio, per chi ha scelto di essere protagonista e non mera pedina.
In occasione dei referendum molti pretendono di trovarsi di fronte all’eccezione che conferma la regola. Ma è proprio cosi?

I referendum sono diversi dalle “normali” consultazioni elettorali?
Molti, pure molto lucidi di fronte ai meccanismi di ricambio delle élite in forma democratica, scommettono sull’istituto referendario convinti di dare legittimazione più ampia alle lotte.
C’è chi si spinge a sostenere che il referendum sia uno strumento capace di ridare smalto alla stessa democrazia delegata. Un meccanismo che celebra la forza dei numeri ed ignora le ragioni di chi vive un territorio. La democrazia celebra la libertà formale ma nega quella sostanziale, garantendo a pochi l’accesso alla risorse di tutti, tutelando la proprietà privata, garantendo il profitto di pochi a discapito dei più.
Tra i corifei della democrazia tradita si annidano vecchi arnesi della politica istituzionale a caccia di rilegittimazione all’interno di quegli stessi movimenti, che quando potevano, non hanno esitato a scaricare.
Nel movimento No Tav tutti ricordano i partiti della sinistra radicale mietere voti, per scoprire che usavano la delega ricevuta per sostenere avventure belliche, grandi opere, e… la nuova linea ad alta velocità tra Torino e Lyon.
Purtroppo in questi anni settori importanti del movimento contro il supertreno sono scesi da un cavallo per salire su di un altro. In nome del realismo. Tanto realisti da aver preso, ancora una volta, una sonora cantonata. Con una differenza. Dopo la vittoriosa rivolta popolare del 2005, per provare ad incastrare il movimento, il governo mise su un tavolino pieno di doni. Oggi ai nuovi amministratori dialoganti butta a malapena un piatto di lenticchie fredde.

Il referendum sulla durata delle concessioni governative per le trivellazioni petrolifere in mare rischia di essere un altro foglio di carta moschicida in cui lasciare irragionevolmente le zampe.

La democrazia è un gioco con carte truccate. Il referendum non è da meno.
I referendum abrogano una legge o un suo articolo o comma, senza avere il potere di sostituirla. Il potere legislativo è e resta nelle mani del parlamento e delle maggioranze che ne hanno determinato gli orientamenti prima del referendum e torneranno a farlo dopo il referendum.

Il referendum è l’unica forma di consultazione democratica per la quale è richiesto il raggiungimento del quorum. Si può eleggere il parlamento e quindi il governo del paese sulla base del voto di meno della metà di quelli che ne hanno diritto che diventano ancora meno nel gioco delle percentuali, ma non si può cancellare – l’istituto referendario è meramente abrogativo – un semplice articolo di legge.
Un gioco tutto a favore del banco.
I referendum “vittoriosi” sono molto pochi. Quelli celebri sulle leggi sul divorzio e sull’aborto sono stati promossi da chi voleva cancellare norme che regolamentavano due pratiche vietate in precedenza. Dal punto di vista di chi li ha promossi quei referendum sono stati una sconfitta. Fu il colpo di coda clericale di fronte ad una società profondamente mutata, non disponibile a rinunciare al riconoscimento formale di libertà prima negate.
Il matrimonio era una condanna a vita, i figli fuori dal matrimonio erano figli di NN, le donne che abortivano a rischio della vita erano considerate e trattate da criminali.
I partiti cattolici erano stati sconfitti all’interno della società: il risultato referendario era in fondo scontato.

Molto più di recente il referendum sull’acqua, mosso da una forte spinta popolare, da decine di comitati locali, che hanno consentito sia la raccolta delle firme sia il raggiungimento del quorum e la vittoria nell’urna, si è trasformato in un secchio bucato da cui l’acqua è defluita nelle tasche dei soliti noti.
Il movimento per l’acqua “pubblica”, in realtà per l’acqua “statale”, è stato fatto a pezzi quando la vittoria nel referendum è durata meno di un palloncino alla fiera del paese.
Persino quando si “vince” si rischia di perdere tutto. I due referendum sul nucleare hanno avuto esito positivo, perché disastri nucleari di Chernobyl e Fukushima, sono scoppiati nelle urne come bombe atomiche.

I fautori dell’avventura referendaria mettono l’accento sul valore simbolico del pronunciamento sulle concessioni petrolifere, un valore che travalica il quesito in se.
Probabilmente hanno ragione. Peccato che se verranno sconfitti nell’urna questa vittoria legittimerà ogni ulteriore mossa della lobby del petrolio.
Se dovessero portare a casa il risultato, l’arroganza del governo nell’ignorare il referendum sull’acqua, dovrebbe bastare ad evitare l’inganno.
Se la forza dei movimenti imponesse nuove regole del gioco, dando una ripulita alle carte, cambierebbe davvero qualcosa?
Ben poco. La legittimità di una scelta non dipende da una maggioranza numerica, ma dalla capacità di confronto territoriale, su piccola scala, all’interno di comunità che si autogovernano, avocando a se la facoltà decisionale, espropriata da ogni dimensione centralista, statuale, forte solo della violenza di polizia ed esercito.

Per quanto ci riguarda il 17 aprile è un giorno come un altro.
Non vogliamo delegare a nessuno le nostre vite, il mare, le montagne, la nostra libertà.
In ogni dove ci sono appuntamenti di lotta, solidarietà, autogestione.
In ogni dove ci sono occasioni da cogliere, percorsi da costruire, spazi da liberare. Ogni giorno.

m. m.

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