Skip to content


L’onda rosa. Il grande corteo delle donne a Roma

torinoQuando la marea sale nei paesi affacciati sull’Oceano, comincia piano, piano, piano. Poi diventa impetuosa e in breve copre tutto.

In questi mesi prima del corteo del 26 novembre abbiamo visto la marea salire. Sembrava una quieta marea mediterranea, destinata ad allontanare di qualche metro il bagnasciuga. Poi, passo dopo passo, assemblea dopo assemblea chi ha attraversato il percorso di “non una di meno” ha visto crescere una marea forte, di quelle che mutano il profilo della costa, assediando le roccaforti del potere ancorate a terra.

A Roma è dilagata come solo l’Oceano sa fare. Centomila, duecentomila donne sono scese in piazza riempiendola con i loro corpi indocili, con la forza di chi non accetta il ruolo di vittima predestinata, di chi non vuole “essere difesa” da uomini (e donne) in divisa, di chi sa che la propria libertà cresce, quanto più libera è la donna che marcia accanto.

In tante si sono incontrate e ri-conosciute per le strade di Roma, dove tanti percorsi diversi si sono intrecciati, come gomitoli di una lana che tesse una trama di saperi, pratiche, intersezioni, che torneranno a maturare nei tanti luoghi da cui si è partite e poi tornate.

L’assemblea della domenica, un’assemblea eccessiva, debordante, enorme è iniziata in perfetto orario, perché la tensione del momento non si poteva né doveva esaurire nello spazio del corteo, ma si doveva proiettare nei mesi futuri, germinando nuove lotte, nuovi incontri, nuovi spazi liberi.

I tanti tavoli tematici in cui si è articolata l’assemblea hanno raccolto proposte che dovranno essere ridiscusse e ri-articolate nei vari territori.

L’idea di uno sciopero delle donne per il prossimo 8 marzo è stata condivisa da tutte nella plenaria finale.

A Torino la prossima assembea è fissata per il 7 dicembre in via Millio 34 alle 19,30.

Ascolta la diretta di Blackout con Barbara dell’assemblea “Non una di

mde

Nello stesso giorno a Torino c’è stato un punto informativo in centro, con una piccola mostra sulle azioni solidali con le compagne sotto processo all’Aquila per aver denunciato la condotta dell’avvocato difensore di uno stupratore feroce, il militare Tuccia che nel 2012 ridusse in fin di vita una giovane donna.

Qui il resoconto dell’azione. 

Qui il volantino distribuito a Torino.

Posted in femminismi, Inform/Azioni.

Tagged with , , .


Retate, fogli di via e minacce di sgombero al campo rom di via Germagnano

corteoromSgomberi, retate, fogli di via e deporrtazioni hanno scandito la vita nella baraccopoli di i via Germagnano nell’ultimo mese e mezzo. Controlli a tappeto, fotografie delle targhe, fogli di via, baracche abbattute hanno concretizzato le minacce del sindaco Appendino, che ha dichiarato ai giornali l’intenzione di sgomberare il campo.

Durante gli i “controlli” diversi rom di ogni età hanno subito aggressioni, prima di essere accompagnati in commissariato per ricevere più di 30 fogli di via. Pare siano state inoltre portate a termine alcune deportazioni in Romania, è stato messo sotto sequestro un furgone e abbattuta una baracca.
L’ultima invasione del campo è di lunedì 14 novembre. In quell’occasione ai bambini è stato impedito di andare a scuola.
L’amministrazione comunale, che ha contratto un chiaro debito con chi le ha garantito la vittoria al ballottaggio con Fassino, intende pagare sino in fondo la cambiale.
La giunta a 5 stelle non ha i fondi, con cui l’amministrazione PD ha gestito lo sgombero della baraccopoli di lungo Stura Lazio, dove la promessa di una casa, ha impedito sino allo scorso autunno il raggrumarsi di una resistenza concreta allo sgombero.
La sindaca Appendino ha ben poco da promettere alla gente del campo, ed è quindi probabile che si affidi esclusivamente alla forza bruta.
La situazione, inoltre, si è aggravata, dopo l’ordinanza di sequestro e sgombero del campo emessa dalla magistratura in seguito ai rilievi effettuati dall’Arpa, che avrebbe trovato elevati livelli di inquinamento del terreno da zinco, stagno e piombo, proclamando il disastro ambientale.
Con tutta probabilità la giunta comunale sfrutterà questa rilevazione a proprio favore accusando gli abitanti (150 famiglie in tutto) di essere gli unici artefici dell’avvelenamento (nonostante il campo si trovi praticamente accanto ad una discarica e la situazione sia stabile da più di 20 anni).
Appendino può giocare la carta di uno sgombero per il “bene” dei baraccati, dal momento che sarebbe in gioco il loro stesso stato di salute.
Va da se che la salute di chi rischia di essere gettato in strada in pieno inverno, pare interessare poco l’amministrazione pentastellata, che si allinea, anche in questo, con l’opposizione dem.
L’ultima trovata di Appendino e battere cassa a Roma, per ottenere cinque milioni di euro per lo sgombero di via Germagnano. Cambiano le giunte la musica resta la stessa.

Ascolta la diretta  dell’info di radio Blackout con Jean, uno dei partecipanti alla lotta di Lungostura Lazio, culminata nelle occupazioni dell’ex caserma di via Asti prima, e dell’ex ASL di via Borgo Ticino, poi.
Ci ha raccontato anche qualche storia individuale, come quella di Ionut, preso e portato in questura, mentre tornava dall’ospedadale dove era nato suo figlio. Per non dire di Gheorghe, che nonostante i suoi evidenti handicap, è stato portato in questura, pestato, poi in ospedale, perché sarebbe “caduto dal letto”.

 

Posted in immigrazione, Inform/Azioni, razzismo, torino.

Tagged with , , , , , , .


Torino. Arresti e divieti di dimora

asilo-29-novSin dalle prime ore dell’alba la polizia ha fatto irruzione all’Asilo Occupato di via Alessandria e alla Casa occupata di corso Giulio Cesare per arrestare quattro persone e per comunicare ad altre 9 il divieto di dimora a Torino.
All’Asilo, dove l’antisommossa ha bloccato per ore l’accesso a via Alessandria e quello su via Bologna, gli occupanti sono saliti sul tetto.
Coinvolti nell’operazione
13 esponenti dell’assemblea contro gli sfratti. Fermato e portato in Questura anche un ragazzo straniero senza documenti.
Nel mirino della Questura la resistenza ad uno sfratto in via Baltea del 2 maggio di quest’anno. A firmare il provvedimeto il PM Andrea Padalino e la GIP Loretta Bianco, entrambi già protagonisti di numerose operazioni repressive contro gli anarchici.

Ascolta la diretta di radio Blackout con Gabrio, redattore di Blackout, cui questa mattina è stato imposto il divieto di dimora a Torino.

Posted in Inform/Azioni, repressione/solidarietà, torino.

Tagged with , , .


Referendum. Tanto rumore per nulla

diserta-2-jpgLa partita reale e quella simbolica
I miti fondatori, quelli che cementano l’immaginario, hanno lo straordinario vantaggio di non necessitare dell’onere della prova.
La Costituzione nata dalla Resistenza è uno di questi. I sostenitori del rigetto della riforma costituzionale sulla quale si terrà il 4 dicembre un referendum confermativo, ripetono come un mantra le parole di Calamandrei: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati.
Dovunque è morto un Italiano (maiuscolo!) per riscattare la libertà e la dignità della nazione, andate là, o giovani, col pensiero, perché là è nata la nostra costituzione.”

Questa frase coagula un nucleo emozionale potente. L’identificazione tra la Resistenza (con la maiuscola) e la Costituzione
repubblicana trasforma il no al Referendum in una crociata antifascista. Chi non partecipa al gioco è considerato un nemico o un ignavo incapace di cogliere il momento cruciale.

Difficile, anche se non impossibile, smontare questa narrazione, perché essa trae il proprio alimento da un sentire diffuso, difficile da interrogare con le mere armi della critica, nei fatti impermeabile perché si nutre di una Resistenza ormai mitica e, quindi, storicamente inattingibile.

Tuttavia l’epopea partigiana è ed è stata nocciolo sentimentale di tante esperienze diverse, da consentire, anche sul piano inclinato della retorica, di cogliere linee di cesura, capaci di incrinare il Mito, facendo riemergere se non la storia, una memoria non condivisa e pacificata. diserta-3-jpgQuella della lotta antifascista dagli anni Venti alla seconda metà degli anni Quaranta, quella di chi, riconoscendosi nella componente rivoluzionaria dell’epopea partigiana, ha intrecciato i fili delle lotte di ieri con quelle di oggi.

Una parte importante di chi ha combattuto il fascismo e la dittatura non si sarebbe potuta riconoscere nella frase di Calamandrei, perché quei partigiani non erano “Italiani [che volevano] riscattare la libertà e la dignità della nazione”, ma internazionalisti che lottavano perché la resistenza al fascismo si trasformasse in rivoluzione.
Nessuno di loro si sarebbe identificato tra i padri e le madri della Repubblica nata dalla Resistenza, perché nessuno di loro voleva una società di classe, perché molti rigettavano il patriottismo, lo stato e la sua pretesa di avocare a se il monopolio della violenza.
Come è finita è noto. La Resistenza venne disarmata e poi imbalsamata nella guerra di liberazione nazionale, i partigiani che continuarono la lotta dopo il 25 aprile, quelli che l’avevano iniziata ben prima dell’8 settembre 1943, finirono in carcere, mentre Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista e ministro della giustizia, firmava l’amnistia per i fascisti. Tutto cambiò, ma molto di quello che contava rimase come prima.
La lunga teoria di stragi di Stato che ha segnato il percorso della Repubblica nata dalla Resistenza, ne è il segno, perché la stessa funzione pacificatrice della socialdemocrazia in salsa PCI, stentò ad imporsi in un paese, dove forte era la tensione a volere di più che la fine della guerra e del fascismo, in un paese dove i fascisti, sconfitti, ma saldamente ai loro posti nei gangli della macchina statale, continuarono ad operare.

diserta4-jpgOgni riferimento ideale alla Resistenza che non ne colga le fratture si trasforma in mero espediente retorico utile all’ammucchiata referendaria, del tutto vano in una prospettiva di radicale trasformazione sociale.

A Torino il Procuratore Capo Spataro, successo a Caselli nel perseguire i resistenti della Libera Repubblica della Maddalena, si è schierato apertamente per il no alla riforma costituzionale. Anche l’Anpi che, tranne in poche sezioni, ha condannato i No Tav, ha fatto la stessa scelta.
Le linee di cesura erano chiare nel 1945, lo sono ancora oggi per chi le vuole vedere.

Alla Maddalena di Chiomonte nella primavera del 2011 visse una Libera Repubblica, il cui richiamo ideale alle repubbliche partigiane era forte. E forte era la consapevolezza che la sottrazione di una porzione di territorio al controllo dello Stato e alle brame dei padroni amici del governo era un gesto sovversivo, radicale. Chi sedeva sulle poltrone di palazzo Chigi non poteva permetterlo: in gioco c’era ben più che un lucroso affare di treni. La libera Repubblica di Chiomonte era un avamposto resistente di pochi chilometri in mezzo ai monti, ma alludeva sul piano simbolico e reale, alla possibilità che si potesse fare a meno dello Stato, del capitalismo, della polizia, dell’esercito.

Il primo gesto della polizia dopo lo sgombero e l’occupazione fu issare alta sul piazzale del museo archeologico, vuotato e trasformato in bivacco per le truppe di occupazione, una bandiera tricolore, simbolo della Repubblica nata dalla Resistenza.

diserta1A cinque anni da quella primavera di lotta, un movimento in chiara difficoltà, si rifugia nella battaglia referendaria, accanto al capo della Procura di Torino. E a tanti altri, persino peggiori.

Mala tempora currunt.

La Costituzione più bella del mondo?
La Costituzione della Repubblica Italiana difende la proprietà privata, affida allo Stato il monopolio legittimo della violenza, garantito da polizia e forze armate, prevede tribunali, carceri, guerre, confini…
E la “nuova” Costituzione sottoposta a referendum confermativo? Anche!

Nei fatti la distanza tra la costituzione formale e quella reale è sempre stata grande. L’Italia è in guerra da trentacinque anni, senza che queste guerre siano mai state proclamate. Di fronte alla durezza di questo fatto, che importanza ha lo snellimento della procedura per dichiarare guerra? Si tratta di un semplice adeguamento della Costituzione formale a quella reale.

Le leggi, quelle generali che definiscono l’ordinamento dello Stati, come quelle ordinarie, sono spesso niente più che la rappresentazione ritualizzata dei rapporti di forza all’interno della società. Non solo. La codifica in legge delle istanze dei movimenti popolari imbriglia le tensioni che si sono espresse con forza dirompente, rinchiudendole in una gabbia normativa.

Il job act renziano è il momentaneo punto di approdo di tre decenni di smantellamento di un sistema di tutele e garanzie, che fu il precipitato normativo di lotte le cui ambizioni erano ben più ampie. L’esaurirsi della spinta propulsiva di quelle lotte ha aperto la strada alla reazione.

Le donne (e gli uomini) che in Italia si sono battuti per la depenalizzazione dell’aborto e per la libera maternità, non volevano una libertà monca, delimitata da una legge, frutto del compromesso tra il mondo cattolico e le istanze libertarie e laiche, che attraversavano potentemente la società.
Oggi scegliere è sempre più difficile, perché i pesanti limiti di quella legge vengono usati contro la libertà femminile, senza che vi sia una significativa spinta da parte dei movimenti.

Sono solo due esempi della concretezza delle argomentazioni di chi si sente estraneo ed ostile alla partita referendaria, perché l’illusione che la battaglia sulla Costituzione sia di quelle decisive nasconde una realtà che andrebbe affrontata nella sua crudezza.
L’attuale governo – come quelli che l’hanno preceduto – ha affondato le lame nel corpo sociale con la facilità con cui il coltello si infila nel burro.
La distanza tra la Costituzione formale e la Costituzione reale dimostra che le stesse regole del gioco del potere sono solo una vetrina da lustrare nelle cerimonie ufficiali tra il 25 aprile e il 2 giugno. Una vetrina che certa sinistra, radicale e non, sta lucidando per mettere in scena un’opposizione al governo che stenta a crescere nella società e si rifugia nel gioco referendario, dove c’è ressa per partecipare alla partita dei tutti quanti assortiti contro Renzi.

Il gioco politico
Se il richiamo al mito è il cemento sentimentale, la caduta del governo, che ha profanato la sacralità della Resistenza, diviene l’obiettivo concreto, sul quale coagulare un fronte ampio.
Una sinistra in cerca d’autore ha deciso di giocare la carta referendaria per tentare di uscire dal pantano in cui si trova da anni. Quel che resta della Sinistra radicale punta su un rilancio che la ri-proietti nella sfera istituzionale. I post-autonomi invece mirano a candidarsi a punto di riferimento di una galassia extraistituzionale, che possa godere di qualche patronage da parte di un governo pentastellato.
Il fronte del No è attraversato da numerose linee di cesura, che tuttavia, si ricompongono intorno all’obiettivo.
Leghisti, fascisti, pentastellati, rifondati ed antagonisti andranno tutti a votare No per cacciare Renzi. Anche la minoranza dello stesso PD voterà No per indebolire il governo.

Renzi, tradito dalla propria arroganza, ha gettato sul piatto la propria poltrona di primo ministro, lanciandosi nella bocca del leone. E’ riuscito a coagulare contro di se un variegato fronte di opposizione, non ultima la minoranza del PD, che vorrebbe indebolirlo, ma non ha interesse a farlo cadere.
Nei fatti la partita interna al PD è di gran lunga la più interessante, perché mostra nella sua crudezza, la feroce lotta di potere, nella quale la riforma costituzionale è solo un feticcio. La minoranza del PD, che in parlamento è però maggioranza, non può permettersi di far cadere direttamente il governo, ma sa di essere destinata scomparire se la legge elettorale non cambierà, per cui si sta giocando le ultime carte prima di una possibile scissione.
Renzi sa che probabilmente perderà e naviga a vista per restare a galla.
Le destre, messe nell’angolo dalla perdurante anomalia grillina, che in parte ne ha mutuato i programmi e gli obiettivi, sperano in un rilancio, forti del vento che spira forte dall’Europa, che tuttavia potrebbe continuare a gonfiare le vele dei penta stellati.

Gli ingredienti della propaganda per il no sociale sono un misto di buoni sentimenti e richiami al realismo. Un minestrone strano ma efficace, visti gli ampi consensi che vi si sono coagulati intorno.
Nei fatti un espediente per restare a loro volta a galla, un espediente che rischia di distogliere l’attenzione dall’urgenza della questione sociale, tentando di incanalarne le tensioni in una partita referendaria, dove si decide se mantenere o meno il bicameralismo.

Gli antagonisti hanno trovato la formula magica che risolve tutti i problemi. Votare No alla riforma costituzionale voluta dal governo, per far cadere Renzi e mandare al suo posto i 5 stelle, un partito autoritario, giustizialista, razzista.

Il gioco della Carta Costituzionale è come quello delle tre carte: non si vince mai. O, meglio, vince il ceto politico, vincono i populisti, il popolo del no euro, quello degli spaventati dalla finanziarizzazione dell’economia. Non si caccia un mostro evocandone un altro. Il Godzilla che esce dalle acque del Mediterraneo è un mostro nazionalista, che si nutre di muri e filo spinato, che sogna il protezionismo e l’autarchia. Può sconfiggere Renzi, come Trump ha sconfitto Clinton.
La paura fa Novanta, ma la paura è, questa sì, l’arma dell’estrema destra, del fascismo che ritorna, del grande complotto contro la compagine grillina.
D’altra parte il rischio, forse consapevole, del caos sistemico, li attrae, come qualche anno fa i forconi tricolori per le strade di Torino. Camminare sul filo è eccitante ma rischioso.
Imitare Togliatti e il vecchio PCI è la tentazione ricorrente degli antagonisti del terzo millennio, accecati dalla follia del ritorno di un passato che (fortunatamente) non ritorna. Giocano la loro partita tra penetrazione nelle cooperative, festival come quello dell’Unità, flirt istituzionali e movimenti sociali.
Su quest’insieme eterogeneo di pratiche imprimono il marchio del realismo contro l’utopia vana, “ideologica”, di chi non accetta il gioco e sceglie il rifiuto.
Il rifiuto di cacciare Renzi per far governare Di Maio. O Salvini, Berlusconi…

Cacciamoli tutti! Vadano via tutti!

Tra chi governa o aspira a governare noi rifiutiamo di scegliere, scegliamo il rifiuto. Non vogliamo decidere la foggia delle nostre catene, perché vogliamo spezzarle, nella chiara consapevolezza che la strada è tutta in salita, irta di ostacoli.
Nell’altrettanto chiara consapevolezza che l’urgenza del momento, non consente scappatoie.

Noi non vogliamo né padroni, né padrini. Non vogliamo il caos. Sappiamo che percorsi di libertà, di uguaglianza di mutuo appoggio si nutrono dell’autonomia del corpo sociale dal quadro politico istituzionale, perché solo nella pratica si sedimenta l’immaginario che costruisce, giorno dopo giorno, nel conflitto e nella sottrazione dall’istituito, il mondo che vogliamo.
Cambiare la rotta è possibile. Con l’azione diretta, costruendo spazi politici non statali, moltiplicando le esperienze di autogestione, costruendo reti sociali che sappiano inceppare la macchina e rendano efficaci gli scioperi, le lotte territoriali, le occupazioni e riappropriazioni dal basso degli spazi di vita.

Un mondo senza sfruttati né sfruttatori, senza servi né padroni, un mondo di liberi ed eguali è possibile.
Tocca a noi costruirlo.

I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese

Scarica qui l’opuscolo 

Posted in Inform/Azioni.


Militari stupratori. Vernice rosa e scritte alla scuola di applicazioni militari di Torino

mde“I militari stuprano. L’Aquila non si dimentica. Tuccia stupratore, Valentini il suo difensore.”
“Se toccano una, toccano tutte, la solidarietà è la nostra arma.”

Nella notte tra il 17 e il 18 novembre manifesti con queste scritte sono stati affissi sui muri delle Scuola di Applicazioni militari di corso Galileo Ferraris di Torino. Accanto è stata tracciata la scritta “militari stupratori”: una secchiata di vernice rosa ha coperto parte dell’insegna.

Un’azione di solidarietà con le donne sotto processo a L’Aquila, per aver espresso solidarietà attiva a Rosa, stuprata e quasi uccisa da Tuccia, militare dell’operazione strade sicure.

Le immagini dell’azione e il comunicato sono state pubblicate su Indymedia

Cosa è successo?
mdeSiamo all’Aquila. Sono trascorsi tre anni dal terremoto che ha devastato la città a fatto tanti morti. Il governo Berlusconi decise che l’Aquila divenisse laboratorio di sperimentazione di strategie di controllo di una popolazione, piegata dal terremoto ed obbligata a scegliere tra la (auto)deportazione sulla costa e i campi tende militarizzati.
Il centro città è ancora un cumulo di macerie, i campi tende hanno ceduto il posto a container e alla New Town, fatta di cemento e sputo, che ha arricchito i palazzinari senza ricostruire la città.
Per l’operazione “strade sicure” partita nel 2008 in risposta all’ennesimo allarme “sicurezza”, anche per le strade dell’Aquila è presente un robusto contingente di militari.

La notte del 12 febbraio del 2012 fa molto freddo. Siamo in montagna e la neve è alta.
Rosa viene trovata mezza nuda, esanime in un lago di sangue ed in grave stato di ipotermia. Solo pochi minuti e sarebbe morta.
Sono le quattro. Rosa aveva trascorso la serata in una discoteca a Pizzoli, dove non c’erano tante persone se non i militari di “strade sicure”.
mdeIn seguito Rosa ricorderà solo che si trovava al guardaroba a parlare con la sua amica. Si risveglierà in sala operatoria. Lo stupro è evidente e anche la brutalità con la quale è stato commesso.
48 punti per ricostruire vagina e apparato digerente devastati dalla violenza.
Il militare del 33° reggimento artiglieria Aqui dell’Aquila Francesco Tuccia, difeso dagli avvocati Antonio Valentini e Alberico Villani, sarà l’unico indagato e condannato per i fatti.

Il dibattimento processuale, il racconto dei media, ci dimostra che una cultura di complicità e legittimazione dello stupro, della violenza maschile sulle donne permea ancora profondamente il nostro paese. Specie quando gli stupratori indossano una divisa.
Al processo, nonostante la terribile violenza, l’avvocato Valentini sostenne che Rosa era stata consenziente.
Una violenza, se possibile, peggiore di quella che le aveva lacerato le carni, facendola quasi morire.
La solidarietà femminista ha fatto sì che la storia di Rosa non passasse inosservata.
Le donne che hanno seguito il processo, che informato su quello che accadeva, rimanendo vicine a Rosa, si sono attirate l’ostilità di militari e avvocati difensori.

Venerdì 18 novembre all’Aquila si è aperto un altro processo. Questa volta alla sbarra erano due donne della Rete di solidarietà femminista, che avevano partecipato alla campagna di solidarietà con Rosa.
Ad accusarle c’è l’avvocato Valentini, uno dei difensori dello stupratore Tuccia.
La loro colpa?
Aver diffuso una lettera, nella quale veniva descritta la condotta processuale di Valentini, che, nel novembre del 2015, era stato invitato ad un convegno alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, un luogo simbolo dei percorsi di libertà delle donne.
Un convegno al quale non ha mai partecipato, perché, dopo la campagna , le donne della Casa hanno deciso di chiudergli la porta in faccia.
Valentini, pronto a presentarsi alle prossime elezioni, ha reagito denunciando per “diffamazione aggravata” le due donne.

Le due compagne sono state perquisite, private delle proprie apparecchiature elettroniche di uso quotidiano (cellulari, computer, tablet) per aver diffuso una mail che ribadiva l’atteggiamento provocatorio e sprezzante del difensore di Tuccia nei confronti di Rosa, dove si ricostruiva il clima morboso e pesante di un agghiacciante processo per stupro. In quella lettera era scritto chiaro che la responsabilità di quello stupro era anche dello Stato che aveva trattato le vittime del terremoto come problema di ordine pubblico.
All’Aquila, come in ogni dove, i militari fanno la guerra alla popolazione civile. E stuprano.

Posted in femminismi, Inform/Azioni, torino.

Tagged with , , , , , .


Godzilla e il referendum

diserta-2-jpgFate fatica ad arrivare alla fine del mese? Siete nei guai con il padrone di casa? Stanno per sfrattarvi? Vi portano via i mobili perché avete perso il lavoro e non avete pagato le rate?

Di che vi lamentate? Il governo dice che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che liberismo e democrazia garantiscono pace, libertà, benessere. Ci raccontano le favole e pretendono che ci crediamo.
Intanto per la povera gente vivere è sempre più difficile.

La destra fascista e leghista all’opposizione ci dice che è tutta colpa di chi è più povero di noi, dell’immigrato, del profugo di guerra: basta chiudere le frontiere e il nostro paese diventa l’Eldorado, dove tutti sono ricchi e felici.

Pure i Pentastellati vorrebbero chiudere le frontiere e cacciare tutti i senza documenti. Vorrebbero anche più galere per rinchiudere i corrotti e i corruttori. Poi tutto andrebbe a posto: noi saremo tutti felici di far ricchi i padroni per bene, saremo contenti che vi siano governi saggi che decidono cosa è meglio per noi.

diserta1Gli antagonisti invece hanno trovato la formula magica che risolve tutti i problemi. Votare No alla riforma costituzionale voluta dal governo, per far cadere Renzi e mandare al suo posto i 5 stelle, un partito autoritario, giustizialista, razzista e guerrafondaio.

Leghisti, fascisti, forza italici, pentastellati, rifondati ed antagonisti andranno tutti a votare No per cacciare Renzi. Anche la minoranza dello stesso PD voterà No per indebolire il governo.

La Carta costituzionale è solo carta. Nei fatti la Costituzione reale del paese è sempre stata lontana da quella formale, comunque condizionata dal trovare un equilibrio tra i maggiori partiti, in un paese destinato all’orbita statunitense. Al di là di qualche generico proclama, la Costituzione difende la proprietà privata e quindi il diritto allo sfruttamento del lavoro, delle risorse e delle nostre stesse vite.

La distanza tra la Costituzione formale e la Costituzione reale dimostra che le stesse regole del gioco del potere sono solo una vetrina da lustrare nelle cerimonie ufficiali tra il 25 aprile e il 2 giugno. Una vetrina che certa sinistra, radicale e non, sta lustrando per mettere in scena un’opposizione al governo che stenta a crescere nella società e si rifugia nel gioco referendario, dove c’è ressa per partecipare alla partita dei tutti quanti assortiti contro Renzi.

diserta-3-jpgI richiami alla Resistenza farebbero infuriare i tanti partigiani che combatterono perché volevano che la sconfitta del fascismo fosse il primo passo verso la rivoluzione, senza padroni e senza un governo dei pochi su tutti.

In questi ultimi trent’anni chi ha governato ha distrutto diritti e tutele, strappati in decenni di lotte, di chi aspirava ad una totale trasformazione sociale.

I governi di questi decenni ci hanno detto che non c’erano soldi. Mentivano. I soldi per le guerre, per le armi, per le grandi opere inutili li hanno sempre trovati. Da anni aumenta la spesa bellica e si moltiplicano i tagli per ospedali, trasporti locali, scuole.
Non vogliono spendere per migliorare le nostre vite, perché preferiscono usarli per le guerre non dichiarate, che in barba alla Costituzione, i governi di destra e di sinistra hanno fatto in ogni dove.

Costruire un’opposizione sociale radicale e radicata è un percorso che non consente scappatoie.

Cacciare Renzi per far governare Di Maio? O Salvini, Berlusconi…

diserta4-jpgNon fa per noi. Cacciamoli tutti! Vadano via tutti!

Il gioco della Carta Costituzionale è come quello delle tre carte: non si vince mai. O, meglio, vince il ceto politico, vincono i populisti, il popolo del no euro, quello degli spaventati dalla finanziarizzazione dell’economia. Non si caccia un mostro evocandone un altro. Il Godzilla che esce dalle acque del Mediterraneo è un mostro nazionalista, che si nutre di muri e filo spinato, che sogna il protezionismo e l’autarchia. Può sconfiggere Renzi, come Trump ha sconfitto Clinton.

Tra i due o tre mostri che governano o aspirano a governare noi rifiutiamo di scegliere, scegliamo il rifiuto. Non vogliamo decidere la foggia delle nostre catene, perché vogliamo spezzarle.

Cambiare la rotta è possibile. Con l’azione diretta, costruendo spazi politici non statali, moltiplicando le esperienze di autogestione, costruendo reti sociali che sappiano inceppare la macchina e rendano efficaci gli scioperi, le lotte territoriali, le occupazioni e riappropriazioni dal basso degli spazi di vita.

Un mondo senza sfruttati né sfruttatori, senza servi né padroni, un mondo di liberi ed eguali è possibile.
Tocca a noi costruirlo.

 

Posted in anarchia, autogoverno, Inform/Azioni, politica.

Tagged with , , .


La maschera della democrazia

maschereRiflessioni a margine di una storia di (stra)ordinaria repressione in una banlieu parigina.

L’Isis ha un solo merito: aver messo allo scoperto le aporie democratiche, l’inconsistenza della narrazione sull’universalità dei diritti umani, la scatola vuota che regge l’immaginario che attraversa buona parte del pianeta.
Sui social media francesi e poi, di rimbalzo, su quelli nostrani, gira il racconto di un giovane ricercatore universitario testimone ed involontario protagonista di una vicenda di ordinari soprusi.
All’uscita della metropolitana sente le urla acute di una donna. La vede a terra, ribelle alle fascette di plastica che le serravano i polsi incidendole la carne. Il trattamento le era stato inflitto da un folto gruppo di poliziotti che l’avevano pescata senza biglietto. Siamo in una banlieue e la donna è nera.
La scena è molto violenta: l’uomo prova a fare delle riprese ma diventa a sua volta vittima dei poliziotti. Gli strappano il cellulare lo malmenano in un crescendo di insulti e botte. Lo minacciano di stupro e di morte. Gli dicono che andranno a cercarlo alla Sorbona. Usano il taser per torturarlo. Il dolore e la paura si mescolano. Finirà con una carica con manganelli, lacrimogeni e pepper spray sulla piccola folla che si era adunata intorno.
La narrazione è molto lucida: la donna è stata razzializzata, privata di quella citoyenneté universale, che è l’architrave narrativa della Republique. L’uomo viene attaccato come rappresentante di un’elite intellettuale che non sa stare al suo posto, che gioca con i principi, mentre intorno infuria la guerra.
Questa storia ha suscitato indignazione, perché la Republique avrebbe infangato se stessa, i propri principi, la propria stessa ragion d’essere.
Quest’indignazione in realtà non fa che confermare le ragioni dei guerrafondai, di quelli che cavalcano lo scontro di civiltà. L’indignazione conferma che c’è chi ritiene che la triade rivoluzionaria – libertà, uguaglianza, solidarietà – sia il perno fondamentale delle nostre relazioni politiche e sociali. Quando questo perno salta saremmo di fronte ad eccezioni che confermano la regola, o a difetti correggibili.

In realtà è l’esatto contrario. La democrazia non viene tradita, semplicemente si mostra senza veli, tradendo la propria intima natura. Una natura basilarmente ambigua, poiché il sistema democratico è fondato su un’uguaglianza del tutto astratta. Poveri, donne, omosessuali, stranieri sono rimasti a lungo esclusi dai diritti connessi alla cittadinanza, mai raggiunti pienamente in ogni dove la democrazia sia divenuta fondamento ideale dell’agire politico.

Continued…

Posted in controllo, immigrazione, Inform/Azioni, razzismo, repressione/solidarietà.

Tagged with , , , .


Cacerolata femminista tra la movida

caceSabato 5 novembre, lungo le vie di San Salvario nonostante la pioggia, sono sfilate diverse realtà, gruppi individualità che insieme stanno tracciando le tappe di avvicinamento alla manifestazione del 26 novembre a Roma. NonUnaDiMeno si batte contro la violenza i genere. Una Casserolata rumorosa, l’affissione di strisce con i contenuti della lotta, la narrazione delle storie che segnano il nostro quotidiano, ha caratterizzato il passaggio per le vie del quartiere della movida, per rompere il silenzio e l’indifferenza, per sostenere un percorso di libertà, mutuo aiuto e autodifesa fuori e contro chi vuole le donne inchiodate nello stereotipo della vittima.
Chi si è ritrovat* in Piazza Madama Cristina lo ha fatto con lo stesso spirito delle donne argentine, spagnole, polacche, kurde, di tutte le donne in lotta provenienti da tutto il mondo, e che quotidianamente sopravvivono alla violenza misogina, lesbofobica, razzista e transfobica costruendo così percorsi di autonomia autodifesa, lotta.
L’8 novembre si è svolta un’assemblea alla Cavallerizza Reale

Di seguito uno dei volantini distribuiti in piazza

Sentieri di libertà

Libertà, uguaglianza, solidarietà. I tre principi che costituiscono la modernità, rompendo con la gerarchia che modellava l’ordine formale del mondo hanno il loro lato oscuro, un’ombra lunga fatta di esclusione, discriminazione, violenza.
Tanta parte dell’umanità resta(va) fuori dal loro ombrello protettivo: poveri, donne, omosessuali, bambini. L’universalità di questi principi, formalmente neutra, era modellata sul maschio adulto, benestante, eterosessuale. Il resto era margine. Chi non era pienamente umano non poteva certo aspirare alle libertà degli uomini.
Una libertà soggetta a norma, regolata, imbrigliata, incasellata. La cultura dominante ne determina le possibilità, le leggi dello Stato ne fissano limiti e condizioni.
Le nonne delle ragazze di oggi passavano dalla potestà paterna a quella maritale: le regole del matrimonio le mantenevano minorenni a vita.
Le donne stuprate, sino al 5 settembre del 1981, potevano sottrarsi alla vergogna ed essere riammesse nel consesso sociale, se accettavano di sposare il proprio stupratore. Una violenza più feroce di quella già subita. Se una donna era uccisa per motivi di “onore”, questa era una potente attenuante. Uccidere per punire le donne infedeli era considerato giusto.

Sono passati 34 anni da quando quelle norme vennero cancellate dal codice penale. Poco prima era stato legalizzato il divorzio e depenalizzato l’aborto.
Sulla strada della libertà femminile e – con essa – quella di tutt* sono stati fatti tanti passi. Purtroppo non tutti in avanti.

Le lotte delle donne hanno cancellato tante servitù. Ma ne paghiamo, ogni giorno, il prezzo.

Continued…

Posted in femminismi, glbtq, Inform/Azioni, torino.

Tagged with , , , , .


Fuoco al Tricolore! Una settimana contro il militarismo

14908234_1292521257447625_6258989551642163422_nUna bandiera tricolore è stata data alle fiamme di fronte alla polizia in assetto antisommossa e alla polizia politica in gran forze per difendere le forze armate, che, anche quest’anno, erano in piazza Castello per la cerimonia dell’ammainabandiera, che conclude 14915258_1292521187447632_5560441739911158049_nla festa delle forze armate il 4 novembre.
Gli antimilitaristi puntuali all’appuntamento, si sono mossi in corteo con striscioni, bici da trasporto con carro armato e Samba Band dalla piazza del Comune fino al blocco di polizia in via Garibaldi, cento 14980648_1292521530780931_2312541230467064306_nmetri prima dei soldati in alta uniforme.
Un applauso ha accolto l’azione antipatriottica.
Numerosi gli interventi dal megafono per un’iniziativa di comunicazione e lotta, che, dopo un lungo fronteggiamento e l’intervento dell’automobilina kamicazza, si sono 14907254_10209432754448563_9080420031345581297_nmossi per via Garibaldi, sino a guadagnare piazza Castello, dove i militari avevano chiuso alla svelta il loro rituale bellico.
La giornata di lotta del 4 novembre era l’ultima di una settimana di iniziative. Sabato 29 ottobre al Balon, un 14925380_10209432767888899_1052643532128833882_npresidio itinerante, con performance contro eserciti e fabbriche d’armi, interventi e musica, aveva aperto le iniziative promosse dall’assemblea antimilitarista.

Il mercoledì successivo si era svolta un’iniziativa di approfondimento “Bombe, muri e frontiere. Giochi di 14991829_10209432757288634_5368819987190706920_npotenza dal Mediterraneo all’Eufrate. Dal nuovo secolo americano al tutti contro tutti”. La serata, introdotta da Stefano Capello, è stata occasione per capirne di più sugli equilibri geopolitici, in un pianeta sempre più 14937437_10209432751328485_4449255878701911998_nmultipolare, ad alleanze variabili, dove prevale la logica terrificante del caos sistemico.

Di seguito qualche stralcio del volantino distribuito:
“… Lo Stato italiano investe ogni ora due milioni e mezzo di euro in spese militari, di cui mezzo milione solo per comprare nuove bombe e missili, cacciabombardieri, navi da guerra e carri armati. Gli altri servono per le missioni militari all’estero, per il mantenimento del militari e delle strutture. Si tratta, per il 2016, di 48 milioni di euro al giorno. Il governo nei prossimi anni ha deciso di spenderne ancora di più. Alla faccia di chi si ammala e muore perché non riesce ad accedere a esami specialistici e cure mediche.
Nel nuovo Documento programmatico pluriennale della Difesa – 2016-2018 – sono previsti: 13,36 miliardi di spese nel 2016 (carabinieri esclusi), l’1,3 per cento in più rispetto all’anno scorso. Cifra che sale a 17,7 miliardi (contro i 17,5 del 2015) se si considerano i finanziamenti del ministero dell’Economia e delle Finanze alle missioni militari (1,27 miliardi, contro gli 1,25 miliardi dell’anno precedente) e quelli del ministero per lo Sviluppo Economico ai programmi di riarmo (2,54 miliardi, nel 2015 erano 2,50).

Finanziamenti, quelli del Mise, che anche quest’anno garantiscono alla Difesa una continuità di budget per l’acquisto di nuovi armamenti per un totale di 4,6 miliardi di euro (contro i 4,7 del 2015). Le spese maggiori per quest’anno riguardano i cacciabombardieri Eurofighter (677 milioni), gli F-35 (630 milioni), la nuova portaerei Trieste e le nuove fregate Ppa (472 milioni), le fregate Fremm (389 milioni), gli elicotteri Nh-90 (289 milioni), il programma di digitalizzazione dell’Esercito Forza Nec (203 milioni), i nuovi carri Freccia (170 milioni), i nuovi elicotteri Ch-47f (155 milioni), i caccia M-346 (125 milioni), i sommergibili U-212 (113 milioni).
La vocazione umanitaria delle forze armate italiane ha fame di nuovi costosissimi giocattoli.

In tutto il paese ci sono aeroporti militari, poligoni, centri di controllo satellitare, postazioni di lancio dei droni.
Le prove generali dei conflitti di questi anni vengono fatte nelle basi sparse per l’Italia.
La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni sono maturate esperienze che provano a saldare il rifiuto della guerra con l’opposizione al militarismo: il movimento No F35 a Novara, i no Muos che si battono contro le antenne assassine a Niscemi, gli antimilitaristi sardi che lottano contro poligoni ed esercitazioni. Anche nelle strade delle nostre città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono ricette universali, c’è chi non accetta di vivere da schiavo, c’è chi si oppone alla militarizzazione delle periferie, ai rastrellamenti, alle deportazioni.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade…”

Qui il testo dell’appello per la settimana antimilitarista

Posted in antimilitarismo, il grande gioco, Inform/Azioni, torino.

Tagged with , , , .


Niente pace per chi fa guerra!

2016-10-21-manif-antimili-col-tifIl 4 novembre è la festa delle forze armate. Viene celebrata nel giorno della “vittoria” nella prima guerra mondiale, un immane massacro per spostare un confine.
Il 4 novembre è la festa degli assassini. La divisa e la ragion di stato trasformano chi uccide, occupa, bombarda, in eroe.
Cent’anni fa, a rischio della vita, disertarono a migliaia la guerra, consapevoli che le frontiere tra gli Stati demarcano il territorio di chi governa, ma non hanno nessun significato per chi abita uno o l’altro versante di una montagna, l’una o l’altra riva di un fiume, dove nuotano gli stessi pesci, dove crescono le stesse piante, dove vivono uomini e donne che si riconoscono uguali di fronte ai padroni che si fanno ricchi sul loro lavoro.
Cent’anni dopo, quelle trincee impastate di sangue, sudore, fango e rabbia la retorica patriottica, il garrire di bandiere e le parate militari nascondono i massacri, i pescecani che si arricchivano, le “decimazioni”, gli stupri di massa.

In questi anni lungo i confini d’Italia si sta combattendo una guerra feroce contro la gente in viaggio, contro chi fugge conflitti dove le truppe italiane sono in prima fila.
In Iraq battaglioni d’élite dell’esercito tricolore partecipano all’assedio di Mosul, per cacciare i jihadisti dello Stato Islamico.
Sono in Iraq da mesi per difendere gli interessi della Trevi, la ditta italiana che si è aggiudicata i lavori alla diga di Mosul, uno snodo strategico per chi intende fare buoni affari nel paese.
I governi alleati dell’Italia hanno finanziato e protetto i soldati della jihad prima in Afganistan, poi in Siria. A Mosul si sta consumando in nostro nome un altro immane massacro di uomini, donne e bambini, pedine di un gioco feroce di potenza.
Ad Aleppo si muore da anni nel silenzio fragoroso dei più. Le lacrime ipocrite per i bimbi morti non hanno fermato le bombe.
In Rojava, dove dal 2012 la popolazione ha deciso di attuare un percorso di autonomia politica, di solidarietà e di mutuo appoggio, nella cornice del confederalismo democratico, il governo turco bombarda le città nel silenzio fragoroso di chi, proprio sulle milizie maschili e femminili della regione a maggioranza curda della Siria, ha fatto leva per fermare l’avanzata dell’Isis. La rivoluzione democratica in Rojava apre una crepa nelle logiche di potere che caratterizzano le grandi potenze che si contendono il controllo del Mediterraneo all’Eufrate.

Continued…

Posted in antimilitarismo, Inform/Azioni, torino.

Tagged with , , , , , .


Il mago di Firenze, il referendum e la favola del no sociale

magoL’ultima trovata del presidente del consiglio è la rottamazione di Equitalia. Renzi gioca una carta pesante, nell’auspicio di riuscire ad rovesciare le statistiche che lo danno perdente al referendum costituzionale. Da bravo prestigiatore Renzi muove le carte per agitare le acque, cercando di prendere due piccioni con una sola fava. Da un lato, con una sorta di sanatoria non dichiarata, prova a fare cassa, dall’altro tenta di ridare smalto alla sua immagine, in vista della sfida di dicembre.
Renzi ha fatto male i conti ed ora è in affanno. Non per caso tra un taglio agli altri servizi e una sforbiciata alla sanità, mette sul tavolo un mucchio di quattrini per le scuole private – in buona parte scuole cattoliche. E pazienza se la Costituzione, costantemente disattesa da decenni, predica che le scuole private non debbano comportare un onere per lo Stato.
Un ulteriore segnale, se mai ce ne fosse bisogno, della distanza tra la Costituzione formale e la Costituzione reale del paese, che dimostra che le stesse regole del gioco del potere siano solo una vetrina da lustrare nelle cerimonie ufficiali tra il 25 aprile e il 2 giugno. Una vetrina che certa sinistra, radicale e non, sta lustrando per mettere in scena un’opposizione al governo che stenta a crescere nella società e si rifugia nel gioco referendario, dove c’è ressa per partecipare alla partita dei tutti quanti assortiti contro Renzi.
La minoranza del Partito Democratico, che in parlamento è ancora maggioranza, ha scoperto tutte le carte. Bersani l’ha detto chiaro e tondo: il prezzo del Si al referendum è l’Italicum.
In mezzo a questo mercato delle poltrone (future) c’è chi punta sul lancio delle 5 stelle nel firmamento governativo e si inventa qualche nuovo pigolio per twitter. che si suppone possa aprire la via ad una stagione di lotte. O, in subordine, alla loro rappresentazione mediatica.
È la riedizione del togliattismo ai tempi della sfiga. Solo l’arroganza è la medesima.

In questi giorni sono stati resi noti i dati dell’istituto statistico incaricato dalla Caritas di rilevare le condizioni economiche degli italiani e delle italiane. Ne è emerso che le cifre della povertà assoluta sono raddoppiate dal 2007 a oggi e, per la prima volta, i nuovi poveri non sono solo anziani ma giovani e giovanissimi.
Lo stabilizzarsi della precarietà come sistema normale di fatto mantiene ai margini del lavoro e, quindi, del reddito, un crescente numero di ragazzi e giovani uomini e donne, non più coperti dal welfare familistico, poiché la disoccupazione, la sottoccupazione, la precarietà sta estendendosi, includendo anche i quarantenni e cinquantenni che sino una quindicina di anni fa erano sotto l’ombrello delle tutele e delle garanzie per il lavoro, che seppure già minate, coprivano ancora parte significativa dei lavoratori.
Oggi non ci sono più reti: quando si cade ci si fa male.
Resta il fatto che i nostalgici dello scambio tra pace sociale e tutele e diritti, hanno poche carte da giocare, perché nemmeno il gioco della socialdemocrazia funziona con un due di picche quando la briscola ce l’ha il re di denari.

La palla torna al centro. Ma la partita da giocare è ben altra, quella della sapiente mescolanza tra radicalità e radicamento sociale, nella sottrazione conflittuale dall’istituito, che trova nell’autogestione delle lotte e della vita le reti di sostegno alle lotte. Senza padri nè padrini.

Se vuoi approfondire le tematiche economiche ascolta l’approfondimento dell’info di Blackout con Francesco.

Posted in Inform/Azioni, lavoro, politica.

Tagged with , , , .


Andrea Soldi, ucciso dalla psichiatria. Striscione alla sede centrale dei vigili

andrea-soldi-panchina

Torino, 14 ottobre. Aggiornamento

Uno striscione con la scritta “Andrea Soldi ucciso dalla psichiatria. Vigili assassini” è stato appeso nella notte alla cancellata di ingresso della sede dei vigili urbani in via Bologna a Torino.

Questa mattina al
tribunale di Torino c’è stata l’udienza preliminare del processo ai tre vigili assassinivigili urbani e allo psichiatra accusati della morte di Andrea Soldi, ucciso nell’estate del 2015 nei giardinetti di corso Umbria, perché si rifiutava di accettare un TSO. Udienza si è svolta a porte chiuse, i tre vigili e lo psichiatra non si sono presentati. Prossime udienze il 3 e il 14 novembre.

La notizia è uscita su Indymedia corredata due foto scattate da un cronista di passaggio.

Torino, 11 ottobre. Accusati di omicidio colposo i 3 vigili e lo psichiatra dell’ASL To2 artefici di quel TSO (Trattamento sanitario obbligatorio) che gli costò la vita.
In Italia i manicomi sono stati chiusi alla fine degli anni Settanta, ma l’orrore psichiatrico non è mai finito: gabbie chimiche, camicie di forza, letti di contenzione, elettroshock, lobotomia farmacologica continuano a segnare le vite di chi finisce imbrigliato nelle reti della psichiatria, visto che questa ha la possibilità di sequestrare e imprigionare le persone a causa di un giudizio arbitrario sulla base del loro comportamento o pensiero.

Era il 5 agosto dello scorso anno. Andrea era seduto su una panchina di piazzale Umbria, la “sua” panchina, quella dove era solito trascorrere il proprio tempo libero, quando sono arrivati ambulanza e vigili per imporgli un TSO. Andrea, che tutti ricordano come una persona tranquilla, non si era presentato alla visita psichiatrica mensile, perché non voleva sottoporsi all’abituale iniezione a lento rilascio di Haldol, un potente e dannoso neurolettico, che provoca dipendenza e gravi effetti collaterali, tra cui anche la psicosi per cui veniva “curato”, e che, a detta di familiari e conoscenti, era sopravvenuta anni prima, nella caserma dove aveva svolto il servizio militare. Sebbene l’uomo fosse calmo e, nonostante il provvedimento fosse stato disposto dal Sindaco, sul posto accorsero medici, ambulanza e vigili. Parecchi testimoni hanno visto i vigili prendere e stringere per il collo Andrea fino a farlo diventare cianotico. Ormai privo di sensi, l’hanno ammanettato, gettato prono su una barella. Quando è arrivato al pronto soccorso dell’Ospedale Maria Vittoria era già morto, senza che nessuno si fosse preoccupato di soccorrerlo e rianimarlo.

In Italia la legge stabilisce che i ricoveri debbano essere volontari (TSV), ma che si possa comunque eccezionalmente ricorrere alla coercizione quando l’individuo presenta alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, rifiuti la terapia psichiatrica, e non possa essere assistito in altro modo rispetto al ricovero ospedaliero. L’eccezionalità del provvedimento dovrebbe essere garantita dall’iter attuativo: il TSO deve essere disposto con provvedimento del Sindaco del Comune di residenza, su proposta motivata da un medico e convalidata da uno psichiatra operante nella struttura sanitaria pubblica, e inviato al Giudice Tutelare operante sul territorio che deve convalidarlo entro 48 ore. Il confine tra TSV e TSO è assolutamente labile, proprio per la possibilità del ricovero obbligatorio, usato continuamente come ricatto in caso di mancata arrendevolezza al volere dei medici, e all’effettiva impossibilità di fondo di rifiutare le cure.

Nel caso di Andrea, così come purtroppo nella maggioranza dei casi, il TSO era quindi illegittimo, non solo perché non richiesto dal sindaco, ma perché mancavano i presupposti per attuarlo, visto che Andrea era quieto e addirittura disponibile ad accettare altre soluzioni, non rifiutando quindi del tutto le “cure”.
Nonostante non ci fossero le condizioni stabilite dalla legge 180 lo psichiatra ha firmato il provvedimento e poi lo ha attuato senza l’autorizzazione del Sindaco. Difficile capire perché l’imposizione del TSO sia stata affidata ai i vigili, anziché al personale sanitario.

Resta il fatto che Andrea Soldi è stato assassinato brutalmente sotto gli occhi dei suoi amici e della tanta la gente che con lui trascorreva il tempo nella piazzetta, su quelle panchine a cui Andrea si era aggrappato per sfuggire all’ennesima cattura, all’ennesima prepotenza, all’ennesima violenza farmacologica.

Questa vicenda è approdata in tribunale, perché l’indignazione dei tanti che hanno assistito alla scena, era troppo forte e pubblica perché fosse ignorata, come quasi sempre accade.

Sarà interessante vedere quale narrazione di questa vicenda sarà proposta in aula.

Ne abbiamo parlato con Raffaella, del Collettivo antipsichiatrico “Francesco Mastrogiovanni”.

Ascolta la diretta realizzata dall’info di blackout

Posted in antipsichiatria, controllo, Inform/Azioni, torino.

Tagged with , , , , , .


Erdogan, Putin e il (basso) impero americano

TURKEY-RUSSIA-ERDOGAN-PUTINIn un pianeta sempre più multipolare, dove il gioco delle alleanze si fa su più tavoli, variando puntate e compari in modo vorticoso, non bisognerebbe stupirsi più di nulla.

L’amichevole incontro di ieri tra Erdogan e Putin, in visita di Stato in Turchia, un anno fa sarebbe apparso sorprendente.

L’abbattimento del jet russo in territorio turco, l’alleanza tra Putin e Assad, l’intervento diretto della Russia in Siria hanno mutato il quadro. Il fallito golpe di quest’estate in Turchia, dietro al quale Erdogan intravede l’ombra lunga degli Stati Uniti, hanno spinto il raiss di Ankara a riavvicinarsi alla Russia, stilando un accordo per il gasdotto Turkish Stream.

L’obiettivo di Erdogan è chiaro: eliminare la variante curda dai vari pezzi in cui potrebbe essere divisa la Siria. Alla Russia interessa mantenere e rinforzare la propria posizione militare nel Mediterraneo, che ha il suo fulcro militare a Tartus ed il proprio garante politico in Assad.

Tutta da vedere la disponibilità di Damasco a concedere ad Erdogan il controllo del Rojava, tuttavia un serio ridimensionamento dell’autonomia dei tre cantoni confederati del Rojava potrebbe accontentare l’uomo forte della Turchia, impegnato in una guerra senza quartiere ad ogni forma di opposizione.

Le difficoltà degli Stati Uniti sono sin troppo chiare, tra appoggio agli alleati storici e gelo nei rapporti con la Turchia, che pure è uno dei bastioni della NATO nell’area.

D’altra parte, senza l’appoggio delle milizie curde del Rojava, gli Stati Uniti sarebbero obbligati a schierare le proprie truppe, una scelta non priva di rischi, come dimostrano le avventure belliche in Afganistan e in Iraq.

Ne abbiamo parlato con Alberto Negri, corrispondente nell’area del Sole 24 ore, che oggi ha pubblicato un suo articolo “Il vuoto di leadership che fa comodo al Cremlino”. Interessante lo sguardo sulle prospettive geopolitiche che si delineano dai programmi dei due candidati alla presidenza degli Stati Uniti, Clinton e Trump.

Ne riportiamo di seguito alcuni stralci:
“L’ ultimo dibattito ci ha consegnato un copione da “Sesso bugie e videotape”, film vincitore a Cannes nell’89. L’aspetto interessante è che il pubblico partecipa divertito o scandalizzato, star di Hollywood e della politica comprese, mentre si contano milioni di tweet che faranno volare il titolo a Wall Street. Questi sono i tempi bellezza e tu non puoi farci niente, si potrebbe dire parafrasando Bogart. Per la verità i due candidati qualche idea esile l’hanno espressa parlando di Siria e Russia ma devono aver fatto sorridere Putin ed Erdogan che si sono incontrati a Istanbul in nome della realpolitik e della spartizione di interessi energetici e sfere di influenza. Trump vorrebbe allearsi con Mosca e l’Iran per far fuori i jihadisti dell’Isis ma non va oltre. La Clinton esclude un intervento di terra lasciando aperta la possibilità di armare i curdi, cosa che per altro avviene già ma stranamente non ne appare informata. (…) Niente di più rassicurante per lo spregiudicato Putin che sfrutta le contraddizioni americane in Medio Oriente. Putin si è lanciato nel vuoto lasciato dall’America e approfitta dello sfibrante cambio di guardia a Obama. Erdogan non si fida degli americani e gli americani non si fidano di lui. È convinto che dietro il fallito golpe del 15 luglio sia stata coinvolta la Cia oltre che l’imam Gulen e che gli Usa favoriscano l’irredentismo curdo, il vero incubo strategico di Ankara. Per questo, dopo i sanguinosi insulti scambiati per l’abbattimento del caccia russo, ha ricucito con Putin che vede nella Siria un’ottima occasione per piazzare le basi sul Mediterraneo, vecchio sogno dei mari caldi inseguito dagli Zar. Ma la lettura di un conflitto imminente con Mosca appare esagerata. Certo Putin agisce come se fossimo in clima da guerra fredda. Teme che l’Occidente provi a destabilizzarlo come ha fatto con l’Ucraina e le rivoluzioni “colorate” quindi sposta i missili balistici a Kaliningrad e fa volare Tupolev atomici sulla Bretagna, al punto che l’Eliseo mette in dubbio l’incontro del 19 ottobre con il leader russo. (saltato nel frattempo, ndr) I dati però dicono altro. Le spese militari di Gran Bretagna, Francia e Germania sono più del doppio di quelle russe, il Pil di Mosca è paragonabile a quello italiano e se il prezzo del petrolio non aumenta avrà difficoltà a fare il bilancio in un Paese che vive per il 70% di export di gas e oro nero. Se dall’America arrivano cronache da basso impero, quelle dell’austerità russa fanno pensare che la ricostruzione di quello sovietico appare assai lontana.”

Ascolta la diretta con Alberto Negri realizzata dall’info di Blackout

Posted in il grande gioco, Inform/Azioni, internazionale.

Tagged with , , , , , , , , .


Lampedusa. Ipocrisia di Stato

lampeIeri, nel terzo anniversario della strage costata la vita a 368 persone, annegate nei pressi dell’isola nella notte tra il 2 e 3 ottobre, il ministro dell’interno Alfano ha partecipato alla cerimonia in quella che è diventata la giornata in ricordo delle vittime dell’immigrazione. In questi tre anni altre migliaia di migranti sono stati inghiottiti dal mare e dalle leggi che impediscono il libero ingresso in Europa.

Tre anni dopo le lacrime ipocrite dell’allora primo ministro Monti, la politica del governo italiano non è cambiata. Anzi. Il Mediterraneo è ancora più militarizzato, i profughi di guerra sono intrappolati in Turchia, chi si mette in viaggio, trova nuovi muri, più controlli, più repressione.

In questi giorni il primo ministro Renzi ha annunciato l’intenzione di stringere nuovi accordi con alcuni paesi africani, per facilitare le deportazioni.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con il professor Alessandro Dal Lago, con cui abbiamo commentato anche il referendum in Ungheria ed analizzato le dinamiche identitarie, che catalizzano le ondate xenofobe in Europa, con uno sguardo analitico volto ai paesi dell’Est.

Posted in immigrazione, Inform/Azioni, internazionale, razzismo.

Tagged with , .


In mille a Niscemi contro il Muos. Violate le reti

muos-000223Il movimento che si batte contro il Muos, il mega impiantstatunitense per le comunicazione militari satellitari planetarie degli Stati Uniti è tornato in piazza a Niscemi.

Oltre mille i partecipanti al corteo partito dal presidio di Contrada Ulmo nel pomeriggio di domenica 2 ottobre . I manifestanti hanno subito violato le prescrizioni della questura entrando nella sughereta, dove è stato tagliato un lungo pezzo di rete e sono stati lanciati fuochi d’artificio verso le antenne della base.

I No Muos hanno poi raggiunto il cancello di ingresso e denunciato l’ondata repressiva che ha recentemente coinvolto più di 200 attivisti e attiviste. Sono stati richiesti 129 rinvii a giudizio per la prima invasione di massa della base militare americana, il 9 agosto 2013.

Dopo un secondo taglio delle reti della base, la polizia che ha attaccato con un fitto lancio di lacrimogeni. Alcuni attivisti sono però riusciti comunque a violare le disposizioni ed entrare nella base,prima di ripiegare per gli attacchi della polizia.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Pippo Gurrieri, attivista No Muos.

Posted in antimilitarismo, Inform/Azioni, repressione/solidarietà.

Tagged with , , .