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Gli immigrati sono il bancomat della Libia

Gli accordi sull’immigrazione sottoscritti dal governo italiano e da quello libico il 2 febbraio, fatti propri dall’Unione Europea il giorno successivo, mirano a riprodurre la situazione del 2008 e del 2009, quando un patto simile venne sottoscritto dal governo Berlusconi e dal governo Gheddafi.
Quell’accordo costò all’Italia una condanna della Corte Europea per i diritti umani, che riempì le pagine dei quotidiani per un giorno. Il costo, in vite umane, è difficile farlo, perché il Mediterraneo e il deserto ingoiano le loro vittime nel silenzio e nella lontananza. Nelle prigioni libiche torture, stupri, compravendita di prigionieri è la norma.
Per anni la rotta libica si interruppe. La gente in viaggio fu obbligata a scegliere altre strade, non meno pericolose, come quella attraverso l’Egitto e la penisola del Sinai.

L’accordo siglato a Roma dal governo Gentiloni e da quello Al Sarraj difficilmente otterrà i risultati sperati da Roma. La Libia, dopo la guerra e la caduta del regime di Gheddafi, è un paese diviso in tre, dove il potere del governo al Sarraj, quello riconosciuto dalla comunità internazionale, non controlla a pieno nemmeno la capitale. A est è il regno del generale Haftar, sostenuto da Egitto e Francia, al centro governa Ghwill. Nessuno dei due ha accettato l’accordo di Roma.

In compenso per i migranti in viaggio la vita è ancora un terno al lotto. Uccisioni, torture, stupri e ricatti verso uomini, donne e bambini sono “normali”.

L’accordo italo-libico prevede la consegna alla guardia costiera libica di 12 pattugliatori, già in loro possesso, oggi in riparazione in Tunisia e in Italia. Peccato che la guardia costiera libica sia parte attiva nel business dell’immigrazione. Un business che rappresenta una delle più importanti fonti di reddito per un paese piegato da sei anni di guerra, le cui classi medie si sono impoverite.

Gli immigrati sono il bancomat della Libia. Ciascuno di loro ha in tasca almeno duemila euro, raccolti dalle famiglie nei paesi d’origine: un bel bottino per i trafficanti. Nelle infernali galere libiche sono i guardiani, uomini delle milizie che controllano il paese, sequestrano i telefonini e chiamano le famiglie, chiedendo un riscatto per i loro cari. Le torture servono a strappare più soldi.

L’informazione di radio Blackout ne ha parlato con Francesca Mannocchi, reporter free lance, che è stata più volte in Libia da dove ha fatto reportage per varie testate e TV italiane, ma non solo.

È lei che, entrando in Sirte dopo la liberazione dall’ISIS, scoprì la terribile verità sulle “donne dell’Isis” rinchiuse nella prigione cittadina. Quando il suo gruppo di giornalisti e reporter è entrato nel carcere di Sirte ha scoperto che le donne che vi erano rinchiuse erano le schiave dei miliziani, immigrate violentate, vendute, picchiate dai loro padroni. Queste donne, spesso ragazze giovanissime, raccontano storie terribili.
Oggi sono ancora in prigione: per i “liberatori” di Sirte restano immigrate clandestine.

Francesca racconta la storia di un ragazzo africano malato di tubercolosi. Ha 24 anni ed è rinchiuso in una gabbia: nessuno gli da le medicine che gli servirebbero per curarsi, nessun volo lo prenderebbe mai a bordo per riportarlo nel suo paese, con il quale, comunque, non ci sono collegamenti diretti. Di fronte alla sua gabbia c’è l’ospedale costruito dagli italiani. Lui morirà in quella gabbia.

Nell’interno del paese, dove ai giornalisti è vietato entrare, funzionano a tutto regime gli impianti dell’ENI.

Ascolta la diretta con Francesca Mannocchi:

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Parigi. La violenza della polizia, la sommossa di Bobigny

Parigi è grande catino urbano. Intorno ribollono le periferie. Lo sa bene il presidente francese, Francois Hollande, che è corso al capezzale di Theo, il ragazzo di Aulnay Sous Bois, pestato e stuprato con un manganello durante un “normale” controllo di polizia. Hollande, un presidente stracotto, arrivato a fine mandato con livelli di popolarità bassissimi, sperava di metterci una toppa.
Non ci è riuscito.
Nonostante le dichiarazioni del ministro dell’Interno, nonostante gli stessi appelli di Theo e della sua famiglia, le periferie hanno cominciato ad accendersi. Non è il fuoco delle rivolte del 2005, quando l’incendio si estese a tutta la Francia, ma certo al ministero dell’Interno, in piena campagna elettorale, non passano notti tranquille. Dopo le manifestazioni e le sommosse notturne delle prima settimana a Aulnay Sous Bois la protesta si è estesa.
Lo scorso sabato, di fronte al tribunale di Bobigny si sono ritrovate migliaia di persone. Le associazioni per i diritti dell’uomo e i gruppi che nella primavera dello scorso anno hanno animato la testa dei cortei contro la loi travail. La presenza più significativa era la gente, molti i giovanissimi, arrivata a Bobigny dalle altre periferie, dalle Cites, i non luoghi dove si concentra la popolazione di questi futuribili ghetti urbani.
Grandi palazzi, passerelle sopraelevate, non un posto di ritrovo che non sia il tempio della merce, l’ipermercato.
A Bobigny c’è il tribunale. Sabato scorso era completamente chiuso dagli sbarramenti della polizia, pronta allo scontro, pronta ad affrontare la canaille che osava sfidarla.
Una vera provocazione per chi era lì a gridare “justice pour Theo!”. Il giorno prima lo stupro era stato derubricato dal tribunale a lesioni non intenzionali, ponendo le basi perché il poliziotto, che gli ha infilato nell’ano il manganello perforandogli l’intestino, possa cavarsela a buon mercato.

Le “regole” del gioco sono chiare. Se sei nero o nordafricano hai dieci possibilità in più di essere fermato e controllato. La Repubblique gioca la sua partita di normalizzazione e sottomissione dei poveri anche in strada. La linea di cesura di classe si interseca e mescola con quella razziale. Theo, “colpevole” di essersi messo di mezzo durante una retata, è stato punito con botte condite da umiliazioni. Théo ha raccontato la sua storia ai giornalisti. È stato gettato a terra, gli hanno abbassato i pantaloni, poi l’hanno violentato e picchiato. Gli insulti: “negro”, “puttana”, “bambula”. Insulti razzisti, sessisti, retaggio di un passato coloniale che non passa.
Nelle Cites la disoccupazione raggiunge il 45%, il futuro è un orizzonte chiuso.

Davanti al tribunale di Bobigny sabato scorso faceva un freddo cane, a tratti pioveva. Tanti gli interventi al microfono in un clima di forte tensione, di rabbia latente. Che infine esplode. Un gruppo di giovani prova a forzare il passaggio al tribunale caricando la polizia sulle strette passerelle che sovrastano l’area del presidio. Pietre contro lacrimogeni. Cariche e contro cariche. Il furgone di una radio nazionale viene dato alle fiamme.
Poi lo scenario è quello della sommossa urbana: negozi saccheggiati, barricate, macchine bruciate. Gli obiettivi sono bancomat, fermate del bus, quello che capita. Non ci sono molotov. Un segno della natura prevalentemente spontanea degli scontri. A fine giornata ci saranno 37 fermi.
Un ragazzo smentisce la versione della polizia che si vantava di aver salvato una bambina da un’auto in fiamme. La bambina l’ha tirata fuori lui. È la prima volta che scende in piazza, è lì perché quello che è capitato a Theo potrebbe capitare a lui. Ha 16 anni, una faccia da bambino ed è nero.
Nei mesi scorsi la polizia è scesa in piazza, reclamando e in parte ottenendo, maggiori garanzie di impunità.
Le botte e le umiliazioni servono a mantenere l’ordine materiale e simbolico della Republique, un ordine nel quale, chi viene da un passato coloniale deve saper restare al proprio posto.

La violenza poliziesca, le umiliazioni sono normali. A volte durante i controlli ci scappa anche il morto. La lista è troppo lunga per ridurli a errori, a eccessi casuali.
I ragazzi delle periferie lo sanno bene.
L’ultimo morto risale allo scorso 19 luglio.  Adama aveva 24 anni e nel commissariato a Beaumont-sur-Oise c’era entrato vivo. Ne è uscito in un sacco nero. Adama scappava da un controllo di polizia, come scappavano Zyed e Bouna, i due ragazzini di 17 e 15 anni, morti fulminati in una centralina elettrica nel 2005, a Clichy sous Bois. Fu l’innesco della rivolta delle banlieaue.

Il perdurare dello stato di emergenza, proclamato dopo gli attentati del novembre 2015, le irrisolte tensioni sociali emerse nei cinque mesi di lotta contro la lois travail, il ribollire delle periferie sono gli ingredienti di uno scenario complesso, di cui è difficile prevedere gli sviluppi.

Sul piano politico, gli accenni di sommossa che emergono dalle periferie, vengono cavalcati dal Front National, che, in testa Marine Le Pen, si prepara alla battaglia per l’Eliseo.
La Francia è attraversata da linee di cesura politiche e sociali molto nette.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Gianni Carrozza di radio Frequence Plurielle di Parigi.

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Il pacchetto di Minniti su immigrazione e “sicurezza urbana”

Sul fronte della guerra ai poveri il governo si è dotato di nuove armi.
Sebbene non ci siano ancora i testi dei due nuovi decreti legge su immigrazione e sicurezza urbana approvati dal Consiglio dei ministri, il senso dell’operazione è chiaro.

I CIE cambiano nome e diventano CPR, centri per il rimpatrio, ma la sostanza non cambia. Ce ne sarà uno per ogni regione. L’unica novità è che dovrebbero essere più piccoli e sorgere lontani dai centri urbani, “vicini agli hub di comunicazione”. Oggi quelli rimasti aperti dopo le rivolte sono solo quattro.
Minniti ha annunciato che i fondi per i rimpatri assistiti saranno raddoppiati.
Stretta anche per i profughi, cui viene negato il diritto al ricorso in caso di respingimento della domanda di asilo. In compenso i richiedenti asilo potranno riempire il tempo, in attesa della sentenza sul loro futuro, lavorando gratis, “in favore delle collettività locali”. Ogni comune, in accordo con la Prefettura locale, potrà richiederne l’impiego per attività di “pubblica utilità”. Le cooperative che gestiscono i profughi non garantiscono i loro diritti? Non gli insegnano la lingua, non offrono assistenza legale? Non importa! Grazie al nuovo governo i profughi saranno “messi al lavoro” volontariamente. Quanti si negheranno, nell’illusione che qualche mese di lavoro al verde pubblico o per le strade possa “fare curriculum” per le commissioni territoriali?

Appena respinta la domanda di asilo si perde ogni diritto all’accoglienza: così le strutture hanno più spazi per i nuovi arrivati. Minniti spinge nella clandestinità e getta in strada migliaia di persone e chiama tutto questo “sicurezza”.

Il daspo dei sindaci, il provvedimento adottato dal ministero dell’Interno, per garantire “il decoro urbano” ha caratteri più fumosi.

“Di fronte a reiterati elementi di violazioni di alcune regole in un determinato territorio – ha spiegato Minniti – le autorità possono proporre che chi li ha commessi non possa più frequentare quel determinato territorio”.

Secondo i giornali potrebbe scattare il daspo sull’intera città o per specifici luoghi o quartieri, “di fronte a reiterati elementi di violazioni di alcune regole in un determinato territorio”.

Quali regole? Certo non quelle del codice penale che hanno un proprio ambito di applicazione. Secondo la stampa nel mirino ci sarebbero accattoni, writer, prostitute, gente che bivacca. Poveri ed irregolari. Forse anche chi, nelle città, lotta con i poveri e gli irregolari che cercano di aprirsi spazi di vita. Questi decreti si basano, come diversi altri dispositivi già adottati, alla logica del diritto penale del nemico.

Il ministro vuole attuare le stesse politiche auspicate dalle destre xenofobe senza usare il loro linguaggio.

E dice: “non abbiamo bisogno di sindaci sceriffi o di un ministro dell’Interno sceriffo, abbiamo bisogno di cooperazione tra territorio e Stato”
Nella conferenza stampa di presentazione dei due decreti, ha esordito dichiarando che “la sicurezza urbana va intesa come un grande bene pubblico”.
La neolingua del ministro dell’Interno ha il sapore acre della burocrazia che trita le vite delle persone per il bene di tutti.

Ascolta la diretta dell’informazione di radio Blackout con Eugenio Losco, avvocato milanese, che cura la difesa di migranti e compagni.

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Milano. Corteo per la liberazione dei prigionieri politici in Turchia

Si è tenuta sabato 11 febbraio a, la manifestazione nazionale indetta dagli organismi di rappresentanza della comunità curda in Italia per la liberazione di Ocalan e di tutti i prigionieri politici in in contemporanea con quella che si teneva a Strasburgo.

Un corteo vivo, partecipativo, denso di slogan e di comizi volanti – forte della presenza dei numerosi curdi giunti, con diversi autobus, da varie parti d’Italia (Roma, Firenze, Torino, Napoli, ecc.) e di quella di numerosi solidali (gruppi, partiti, centri sociali, sindacati) – ha percorso le vie del centro di Milano, partendo da Porta Venezia per concludersi a Largo Cairoli, ove si sono tenuti i comizi finali.

Al corteo ha partecipato oltre un centinaio di anarchiche e – provenienti anche da altre città, Alessandria, Livorno, Torino, Trieste, Cremona, Bergamo, Roma, Ragusa… – che ha dato vita ad un vivace spezzone rossonero, a dimostrazione dell’impegno che da tempo il movimento libertario sta riversando a favore della lotta di resistenza nelle zone liberate della , contro la brutale repressione esercitata dal regime di Erdogan, in solidarietà del movimento anarchico turco. In particolare è stato ricordato il caso del periodico anarchico Meydan e del compagno anarchico Umut Firat che con l’arma dello sciopero della fame ha inteso protestare contro il brutale trattamento e le torture che i detenuti subiscono nelle carceri.

L’ANSA non ha mancato di dimostrare la sua parzialità nel fare la cronaca del corteo: i 4-5 mila partecipanti sono stati derubricati ad “alcune centinaia”, notizia poi ripresa da tutta la stampa mainstream.

“Contro il silenzio complice” titolava il volantino della FA di Milano distribuito in centinaia di copie; ne abbiamo avuto un’ulteriore dimostrazione.

Qui trovi il volantino diffuso

Qui l’appello per lo spezzone rossonero

Qui la mozione del convegno della FAI a sostegno della DAF

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La marea sale ancora

Non era scontato. Non era scontato che, dopo l’imponente manifestazione femminista del 26 novembre 2016 e la grande assemblea del giorno successivo, il nuovo appuntamento della rete femminista “Non una di meno” lanciato per il 5 e il 6 febbraio a Bologna fosse colto da tanta gente. La marea continua a salire: 1500 persone hanno partecipato agli otto tavoli di lavoro e alla plenaria conclusiva nei locali della facoltà di giurisprudenza del capoluogo emiliano. Tanti i luoghi, gli accenti, le storie, le vite, i percorsi politici e sociali che si sono incrociati in due giorni di confronto, quasi sempre pacato, mai semplice.
Negli ultimi anni è nato un movimento femminista capace di porre al centro la questione dell’identità, che non è biologica, ma politica e sociale. Questo movimento sta smontando la logica binaria che ha segnato altri percorsi. A “Non una di meno” partecipano donne e uomini, le cui identità sono difformi, spurie, fuori dagli schemi.
È un femminismo che colloca la lotta al patriarcato agli incroci dove si interseca con questioni come la classe, la razza, la gerarchia. Non accetta che la libertà e la sicurezza delle donne possa divenire alibi per moltiplicare la pressione disciplinare, i dispositivi securitari e repressivi.
Il movimento nasce sulla spinta di quelli sudamericani contro la violenza maschile sulle donne e fa parte di una rete transnazionale in rapida crescita. È un movimento di lotta che sta cercando, tramite il confronto e la ricerca del consenso, di articolare un discorso pubblico, un “piano femminista” contro la violenza di genere.
Un discorso che si sta definendo nei tavoli di discussione, che si sono costituiti a Roma il 27 novembre, e che, tramite mailing list nazionali e svariate articolazioni territoriali si sono sviluppati in ogni dove.

A Bologna l’intersezione dei linguaggi mostrava la trama sottesa alle tele intessute da ciascun*. In molt* invece era forte la tensione a condividere i vissuti, per dare parola politica a quanto viene relegato ai margini, rinchiuso nel privato. Privato in tutta la profonda ambiguità di un termine che è gabbia normativa e indice di sottrazione da una sfera pubblica ancora declinata al maschile, universale, bianco, eterosessuale.
Anche nei luoghi di “movimento”. Un’inchiesta realizzata a Roma in alcuni posti autogestiti ha rivelato che un terzo delle compagne ha subito violenze e molestie in spazi di aggregazione politica e sociale, in cui l’antisessismo è formalmente un valore condiviso. Le statistiche ci dicono che la percentuale nazionale è identica. I “nostri” posti sono autogestiti, crocevia di lotte ed esperienze, luoghi dove si prefigura il mondo che vorremmo, ma non sono esenti dal sessismo, dalla violenza di genere. Fare i conti con questa realtà, individuare strategie per riconoscerla, raccontarla, affrontarla e combatterla è l’obiettivo del tavolo sul sessismo nei movimenti, cui ho partecipato con altr* compagn* dell’assemblea antisessista di Torino.

Oltre a quello sul sessismo nei movimenti c’erano altri sette tavoli tematici: legislativo e giuridico; lavoro e welfare; educazione alle differenze; femminismo migrante; salute sessuale e riproduttiva; narrazione della violenza attraverso i media; percorsi di fuoriuscita dalla violenza.
L’obiettivo dichiarato della due giorni era, oltre al dibattito sul piano femminista contro la violenza di genere, la definizione degli obiettivi dello sciopero globale delle donne di mercoledì 8 marzo.
Questi tavoli hanno lavorato in contemporanea, in un’alternanza tra momenti collettivi e approfondimenti di gruppo, con una pratica orizzontale, libertaria, inclusiva.
I grandi numeri e il grande entusiasmo mostrano un movimento in crescita, ancora aurorale, che si trova in bilico tra la ricerca dell’interlocuzione istituzionale e la tensione a costruire autogestione e conflitto fuori dalle gabbie normative imposte dallo Stato, fuori dalle relazioni di sfruttamento cui ci costringe la società di classe.
Molti i nodi rimasti aperti. In alcuni tavoli sono prevalse, non senza un aspro dibattito, tentazioni stataliste. Nel tavolo “lavoro” la spinta ad ottenere basi materiali per sottrarsi ai rapporti violenti ha prodotto una nuova declinazione del “reddito di cittadinanza” traslato in “reddito di autodeterminazione”, da cui emerge con termini innovativi una trama usurata. E pericolosa. Affidare alla tutela statale la propria autonomia è un ossimoro, figlio di una perdurante illusione statalista. Tuttavia il dibattito è stato molto più ampio, articolato, complesso, aperto, nel ricercare una fuoriuscita dalla condanna ai lavori di cura non retribuiti, che non poggiasse sulle mani e sulle spalle delle donne migranti.
Il tavolo giuridico, ma forse era inscritto nel suo DNA politico, si è chiuso nel gioco delle convenzioni e dei diritti formali, quelli, che in altri ambiti, servono ad emettere severe condanne postume.

Decisamente più interessante l’esito del tavolo “educare alle differenze”, che, contro la logica delle “pari opportunità” vuole “coltivare un sapere critico verso le relazioni di potere fra i generi e verso i modelli stereotipati di femminilità e maschilità”.
Al tavolo sulla fuoriuscita dalla violenza, cui hanno partecipato soprattutto le donne dei centri antiviolenza, è stato affermato il netto rifiuto dell’istituzionalizzazione dei centri antiviolenza, la rivendicazione del ruolo politico di chi ci lavora, che nega la logica assistenzialista, dando spazio alle donne, non più vittime ma protagoniste.

Molto concreto, mirato al contrasto del racconto mediatico prevalente e alla costruzione di percorsi comunicativi femministi il lavoro del tavolo comunicazione.

Il tavolo sul femminismo migrante, pur scontando l’aporia della scarsa partecipazione delle donne straniere, ha formulato l’obiettivo di cancellare le leggi razziste, i cie, le deportazioni.
Il dibattito si è concentrato sulle gabbie che stringono d’assedio le vite migranti, strangolate da leggi razziste, che tengono sotto costante ricatto chi, per mantenere il permesso, non può perdere il lavoro.
Molte donne senza lavoro eccetto quello non retribuito tra le mura democratiche, sono vincolate al permesso del marito e quindi sotto doppio ricatto.

Al tavolo sulla salute si è parlato di riconquista dei consultori, di rendere liberi e sicuri l’aborto, la contraccezione, l’accesso agli esami.

Intorno a questi temi è stato costruito lo sciopero dell’8 marzo, senza fare sconti alla CGIL, che non aveva proclamato lo sciopero ma pretendeva di essere parte del percorso. Nessuno sconto neppure a quei settori del sindacalismo di base, che pur proclamando sciopero l’8 marzo, non hanno accettato di far convergere sull’8 lo sciopero convocato il 17 febbraio contro la buona scuola.
A Bologna nella plenaria finale il comunicato inviato dalla CGIL è stato sommerso dai fischi, mentre fragorosa è stata l’approvazione verso le proposte più radicali.
I prossimi mesi ci diranno se le tele che stiamo tessendo sono robuste, capaci di contrastare il riformismo, le seduzioni welfariste, le illusioni sui “diritti”, che pure hanno fatto capolino nei vari tavoli.

Sono già molti gli avvoltoi che si aggirano con in tasca una proposta normalizzante, una struttura permanente, una tutela politica.
Non penso che avranno vita facile. La misura è colma. “Non una di meno” è una promessa che ciascuna fa a quelle che mancano. Ma anche una promessa che ciascuna fa a se stessa, Il patriarcato si (ri)afferma mettendo sotto ricatto quotidiano le nostre vite. Le donne uccise, stuprate, picchiate, umiliate, perseguitate, derise sono un monito per tutte le altre. La servitù volontaria è una tentazione forte, specie se sei sola. I movimenti, le reti femministe, i luoghi sottratti al sessismo ci danno la forza collettiva per attaccare, per strapparci di dosso il ruolo di vittime, per costruire la strada che va dal genere all’individuo. Non mera astrazione giuridica ma mutevole e concreto approdo per tutte, per tutti, per tuttu.

Maria Matteo

(Quest’articolo uscirà sul prossimo numero di A rivista)

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Turchia. Attacco al giornale anarchico Meydan, lotta in carcere

In Turchia il tentato colpo di stato del 15 luglio 2016, culmine di una lotta per il potere interna allo Stato, è stato utilizzato per scatenare una feroce repressione contro ogni forma di dissenso dal Presidente turco Erdoğan. Il blocco di potere conservatore-religioso dell’AKP che guida il paese, con il sostegno delle forze nazionaliste si prepara a portare a compimento, nel nome della “difesa della democrazia”, il processo di involuzione autoritaria in atto già da alcuni anni.

In questo contesto anche gli anarchici sono nel mirino della repressione, così come le altre forze rivoluzionarie e il movimento curdo.

Nel dicembre scorso il responsabile editoriale del giornale anarchico Meydan è stato condannato a oltre un anno di carcere. Meydan è un mensile, è il giornale anarchico più diffuso nella regione, e sulle sue pagine vengono presentate le posizioni del movimento anarchico, si formulano analisi sulla complessa situazione in Turchia e Kurdistan, sono pubblicati articoli di carattere storico ed economico, si commentano notizie locali e si da visibilità a lotte e resistenze a livello globale, con collaborazioni anche internazionali. Questo periodico è quindi un punto di riferimento importante per l’anarchismo nella regione.

Immediatamente dopo il colpo di stato, con la messa al bando di numerose associazioni, organizzazioni e giornali della sinistra rivoluzionaria, le autorità avevano posto i sigilli anche alla sede della redazione di Meydan a Istanbul. Già nei primi mesi del 2016 erano state avviate delle indagini per “propaganda o apologia dei metodi di un’organizzazione terroristica” in relazione ad alcuni articoli pubblicati sul giornale. Anche appoggiandosi a queste accuse era stata imposta la chiusura della sede della redazione.

Proprio una di queste indagini aperte dall’Ufficio del Procuratore Capo di Istanbul ha portato il 22 dicembre scorso alla condanna ad un anno e tre mesi del compagno Hüseyin Civan, responsabile della redazione di Meydan. L’accusa riguardava alcuni articoli apparsi sul numero 30 del giornale, uscito a dicembre 2015, articoli che tra l’altro parlavano proprio della politica di terrore messa in atto dallo Stato turco.

Per ora il compagno non è stato incarcerato, l’opposizione alla sentenza, presentata dagli avvocati della difesa, ha permesso ad Hüseyin di guadagnare un po’ di tempo. Intanto Meydan continua ad essere pubblicato nonostante i divieti e la repressione, l’ultimo numero è uscito proprio in queste settimane.

Questa condanna è un fatto molto grave che dimostra la volontà del governo turco di togliere la voce al movimento anarchico. Il fatto che questo avvenga nel contesto di una più vasta azione repressiva del governo non ne riduce l’importanza, ma anzi conferma che è in atto una forte involuzione autoritaria. Infatti nel contesto turco non solo tutta la sinistra rivoluzionaria è stretta nella morsa della repressione, ma anche l’opposizione borghese e più in generale le varie forme di dissenso sono colpite duramente dal governo, basti ricordare l’arresto di giornalisti e direttori di importanti testate giornalistiche come Cumhuriyet.

La condanna nei confronti del responsabile editoriale di Meydan e i procedimenti ancora in corso contro il giornale sono solo un aspetto della repressione nei confronti degli anarchici da parte del governo turco, un aspetto certo grave per la volontà di ridurre al silenzio un importante periodico del movimento, ma non il più violento.

Il movimento anarchico ha infatti dovuto affrontare negli ultimi anni le forme più violente della repressione statale per il suo continuo impegno rivoluzionario nella lotta antimilitarista, nel sostenere le battaglie dei lavoratori, nelle lotte sociali ed ambientali, nel supporto alla lotta per la libertà del popolo curdo. Quando nel 2015 il terrore di Stato colpì con le bombe prima a Suruç e poi ad Ankara furono uccisi anche compagni anarchici membri dei gruppi più attivi nel paese. Inoltre, anche se le ondate di arresti non hanno ancora colpito in modo massiccio il movimento anarchico, vi sono compagni anarchici costretti nelle carceri delle Stato che turco continuano la loro lotta, come Umut Firat, anarchico rivoluzionario e collaboratore di Meydan che ha appena terminato uno sciopero della fame durato un mese e mezzo. Lo sciopero mirava a difendere la propria identità di prigioniero rivoluzionario e per ottenere migliori condizioni di vita, lottando contro l’irrigidimento del regime di carcerazione per i prigionieri politici dopo il tentato colpo di stato.
Potete ascoltare qui la diretta con Anarres di Dario, l’autore di questo articolo

L’11 febbraio al corteo per la liberazione dei prigionieri politici a Milano ci sarà uno spezzone anarchico e libertario
L’appuntamento è alle 14 da corso Venezia angolo via Palestro

Qui potete leggere il comunicato della Federazione Anarchica Milanese in solidarietà agli anarchici turchi

E qui un loro testo analitico sulla situazione in Turchia

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Vertice di Malta. Muri, blocchi, campi di concentramento

Venerdì 3 febbraio a Malta si è svolto il vertice Ue sui migranti, con il chiaro obbiettivo di blindare il confine con la Libia, bloccando le partenze.
In un’Europa divisa su tutto, l’unico accordo è sui muri, pattugliamenti, rastrellamenti, respingimenti. Nel Mediterraneo toccherà alla guardia costiera libica, pagata, attrezzata ed addestrata dall’Italia, il compito di bloccare i migranti.
Al vertice l’UE ha appoggiato l’accordo sottoscritto il giorno precedente tra Italia e il governo di Al Sarraj.

L’accordo l’Italia – Libia prevede soldi in cambio di polizia, controlli e centri di detenzione in Libia. Sebbene il protocollo siglato confermi gli accordi sottoscritti negli anni precedenti e, in particolare quello del 2008 tra il governo italiano e quello libico, oggi la Libia è divisa in almeno tre fazioni che rivendicano il potere e si spartiscono il paese. Difficilmente il governo Al Sarraj riuscirà a fare il lavoro per cui viene pagato, chiudendo la rotta libica. Sino al 2011 e alla guerra scatenata da Francia e Gran Bretagna per il controllo della Libia, il blocco delle partenze, le deportazioni di massa, i campi di concentramento e le espulsioni nel deserto costarono enormi sofferenze a migliaia di migranti picchiati, stuprati, uccisi, venduti. Un piano architettato a Roma e realizzato nelle prigioni e nei deserti libici. Lo stesso schema, ripetuto nel 2017, renderà comunque la strada della gente in viaggio più costosa, più pericolosa, più mortale.

Gli accordi promossi dal ministro dell’Interno Minniti e sostenuti dall’Unione Europea faranno migliaia di vittime, senza ottenere il risultato sperato, tuttavia saranno strumenti potenti per i governi di fronte alle tornate elettorali italiane, francesi, tedesche.

Una dura condanna all’accordo arriva dall’Asgi, l’associazione studi giuridici sull’immigrazione che in un comunicato spiega: ” L’Ue   e il governo italiano aggirano il dovere di accogliere persone in fuga da persecuzioni e  guerre con una politica estera in materia di immigrazione basata in gran parte su accordi stipulati con governi dittatoriali o incapaci di garantire l’incolumità dei propri cittadini. Con questi accordi, prosegue l’Asgi, l’Ue e l’Italia violano il principio di non refoulement in quanto esigono che paesi terzi blocchino, con l’uso della forza, il passaggio di persone con un chiaro bisogno di protezione internazionale”.

Gli accordi e le convenzioni umanitarie sono l’abito bello che l’Europa dei muri e delle frontiere veste per le commemorazioni e i gran galà della politica. Per il resto sono carta straccia. Ogni tanti un ricorso, raccattato su una spiaggia piena di morti, in fondo ad una galera libica arriva provoca una condanna dell’Italia per trattamenti inumani e degradanti, per tortura. Prima pagina in profilo basso, due parole di rammarico istituzionale, poi la giostra riprende come prima.

Il MEDU – Medici per diritti umani in un proprio comunicato racconta la condizione dei migranti intrappolati in Libia. Di seguito qualche stralcio dal loro comunicato:
“La Libia è oggi per i migranti un grande campo di concentramento, sfruttamento e tortura gestito da una miriade di milizie, gruppi armati e bande criminali di dimensioni e caratteristiche tra le più svariate.

L’accordo (italo-libico, ndr) è inumano nel suo impianto perché ha palesemente come unico obiettivo quello di “fare muro” nel Canale di Sicilia per bloccare gli sbarchi in Italia senza preoccuparsi della sorte di centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini destinati a rimanere intrappolati nell’inferno libico.

I diritti umani, la cui difesa avrebbe dovuto essere l’asse portante dell’accordo, vengono citati solo una volta nel memorandum, nell’articolo 5, e in un modo che li fa apparire niente di più che un orpello di circostanza: “Le Parti si impegnano ad interpretare e applicare il presente Memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani di cui i due Paesi siano parte.”. Non dimentichiamoci che la Libia non ha neppure sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

L’intensità e l’estensione delle violenze commesse sui migranti in Libia è di una gravità senza precedenti e gli operatori di Medici per i Diritti Umani (MEDU) ne sono quotidianamente testimoni nelle attività di cura e ascolto delle persone appena sbarcate in Italia e assistite nei progetti di riabilitazione delle vittime di tortura in Sicilia e a Roma (vedi ESODI Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa ).

Oltre il 90% dei migranti intercettati da MEDU ha subito torture, abusi e violenze ripetute, quasi sempre in Libia. Le pessime condizioni igienico-sanitarie e il disumano sovraffollamento, le quotidiane percosse e altri tipi di traumi contusivi sono le forme più comuni e generalizzate di maltrattamenti nei centri di detenzione e di sequestro .

Vi sono poi le percosse ai piedi (falaka); le torture per sospensione e posizioni stressanti (ammanettamento, posizione in piedi per un tempo prolungato, ecc); le ustioni provocate con gli strumenti più svariati; le minacce ai danni propri o delle proprie famiglie; gli stupri e gli oltraggi sessuali; gli oltraggi religiosi e altre forme di trattamenti degradanti; la privazione di cure mediche; il lavoro in condizioni di schiavitù, l’obbligo di assistere a torture e trattamenti crudeli ai danni di altre persone.

Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso, torturato o gravemente percosso. Come ricorda con indelebili parole uno di loro: ‘una volta che arrivi in Libia smetti di essere considerato un essere umano’.”

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Alessandro Dal Lago.

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Francia. Candidati e manganelli

Le primarie del partito socialista hanno avuto un esito inatteso: il candidato alle elezioni sarà Benoît Hamon. L’ex ministro dell’istruzione ha sconfitto le primarie l’ex primo ministro Manuel Valls nel ballottaggio del 29 gennaio.

Hamon è considerato un candidato di “sinistra”, espressione del disagio di fronte alle politiche sociali e securitarie del suo partito, che oggi rischia di fare la fine del Pasok greco, a lungo primo partito ellenico, polverizzato dalle politiche sociali antipopolari.
La vittoria di Hamon potrebbe dare una spinta al candidato centrista Emmanuel Macron, in corsa per la presidenza contro il conservatore François Fillon e la candidata del Front national Marine Le Pen. Fillon è in difficoltà dopo l’inchiesta che lo ha colpito, per aver assunto i propri familiari come finti collaboratori parlamentari ben pagati, ma non intende mollare.
La pur prevedibile discesa in campo della leader del Front National, Marine Le Pen, ha fatto sobbalzare i mercati europei. Le Pen, nel discorso di candidatura di lunedì 7 febbraio a Lyon, oltre ai temi cari alla sua propaganda, in primis il contrasto all’immigrazione, ha buttato sul piatto l’uscita dall’euro, dalla Nato, dall’UE. L’uscita della Francia dall’Unione Europea sancirebbe di fatto la fine dell’UE.

Se a questo si aggiunge che nel programma di Le Pen ci sono le 35 ore lavorative e la riduzione dell’età pensionabile, ben si spiegano i sondaggi che la danno prima al ballottaggio.

L’informazione di radio Blackout ne ha parlato con Gianni Carrozza che tiene la trasmissione “Vive la sociale!”a radio Frequence Plurielle di Parigi.

In chiusura si è anche parlato del pestaggio e stupro subito da Theo Frank, un giovane abitante del sobborgo parigino di Aulnay-sous-Bois, pestato a sangue e stuprato con un manganello da quattro poliziotti, che si sono accaniti contro di lui, durante un “normale” controllo.
Da alcuni giorni la banlieau è scossa da manifestazioni, barricate, auto incendiate.

Ascolta la diretta con Gianni

 

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Referendum, complotti e altre narrazioni

Triste il tempo che ha bisogno di eroi”. Lo diceva il Galileo immaginato da Brecht, un uomo che avrebbe voluto vivere un’epoca in cui non dovesse scegliere tra la vita e l’abiura della propria dignità umana. Sappiamo che Galileo scelse di vivere e non possiamo permetterci di biasimarlo.

I nostri tempi sono tanto lontani da quelli dell’astronomo che vide come giravano il sole ed i pianeti, ma negò quel che sapeva, da costringerci a formulare un differente lessico per raffigurarli.
Sono tuttavia tempi tristi.
L’epopea eroica dei nostri giorni è racchiusa in narrazioni su cui è una bestemmia chiedere l’onere della prova .

La Costituzione nata dalla Resistenza è uno di questi. I sostenitori del rigetto della riforma costituzionale bocciata dal referendum confermativo del 4 dicembre, hanno sostenuto che la lotta partigiana, la Resistenza al nazifascismo, hanno costituito il cemento della carta costituzionale. Cambiarla avrebbe significato tradire la Resistenza.
Così il no al Referendum è diventato per certa sinistra una crociata antifascista.

Questo racconto trae il proprio alimento da un sentire diffuso, difficile da interrogare con le mere armi della critica, nei fatti impermeabile perché si nutre di una Resistenza ormai mitica e, quindi, storicamente inattingibile.

Tuttavia l’epopea partigiana è ed è stata nocciolo sentimentale di tante esperienze diverse, da consentire, anche sul piano inclinato della retorica, di cogliere linee di cesura, capaci di incrinare il Mito, facendo riemergere se non la storia, una memoria non condivisa e pacificata. Quella della lotta antifascista dagli anni Venti alla seconda metà degli anni Quaranta, quella di chi, riconoscendosi nella componente rivoluzionaria dell’epopea partigiana, ha intrecciato i fili delle lotte di ieri con quelle di oggi.

Una parte importante di quelli che hanno combattuto il fascismo e la dittatura erano internazionalisti che lottavano perché la resistenza al fascismo si trasformasse in rivoluzione.
Nessuno di loro si sarebbe identificato tra i padri e le madri della Repubblica nata dalla Resistenza, perché nessuno di loro voleva una società di classe, perché molti rigettavano il patriottismo, lo stato e la sua pretesa di avocare a se il monopolio della violenza.
Come è finita è noto. La Resistenza venne disarmata e poi imbalsamata nella guerra di liberazione nazionale. I partigiani che continuarono la lotta dopo il 25 aprile, quelli che l’avevano iniziata ben prima dell’8 settembre 1943, finirono in carcere, mentre Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista e ministro della giustizia, firmava l’amnistia per i fascisti. Tutto cambiò, ma molto di quello che contava rimase come prima.
La lunga teoria di stragi di Stato che ha segnato il percorso della Repubblica nata dalla Resistenza, ne è il segno, perché la stessa funzione pacificatrice della socialdemocrazia in salsa PCI, stentò ad imporsi in un paese, dove forte era la tensione a volere di più che la fine della guerra e del fascismo, in un paese dove i fascisti, sconfitti, ma saldamente ai loro posti nei gangli della macchina statale, continuarono ad operare.
Un riferimento ideale alla Resistenza che non ne ha saputo/voluto cogliere le fratture si è trasformata in mero espediente retorico utile all’ammucchiata referendaria, del tutto vano in una prospettiva di radicale trasformazione sociale.
Tanto vano da non cogliere che la crociata per la Costituzione era in ritardo di qualche anno e che i centralisti di ieri si trasformavano oggi nei fautori della devolution, imposta a suo tempo dalla Lega per mantenere l’alleanza con il carrozzone berlusconiano. Incredibile poi il silenzio sull’introduzione nel dettato costituzionale del pareggio in bilancio, che pure mise sotto scacco la pretesa di usare i soldi che lo Stato ricava dalla tassazione per i fini mutualistici cui allude la stessa Costituzione: salute, istruzione, mobilità pubblica.

Nei fatti la distanza tra la costituzione formale e quella reale è sempre stata grande. L’Italia è in guerra da trentacinque anni, senza che queste guerre siano mai state proclamate. Di fronte alla durezza di questo fatto, che importanza poteva avere lo snellimento della procedura per dichiarare guerra? Si trattava di un semplice adeguamento della Costituzione formale a quella reale.
Le leggi, quelle generali che definiscono l’ordinamento dello Stato, come quelle ordinarie, sono spesso niente più che la rappresentazione ritualizzata dei rapporti di forza all’interno della società. Non solo. La codifica in legge delle istanze dei movimenti popolari imbriglia le tensioni che si sono espresse con forza dirompente, rinchiudendole in una gabbia normativa.
Il job act renziano è il momentaneo punto di approdo di tre decenni di smantellamento di un sistema di tutele e garanzie, che fu il precipitato normativo di lotte le cui ambizioni erano ben più ampie. L’esaurirsi della spinta propulsiva di quelle lotte ha aperto la strada alla reazione.
Più in generale la Costituzione della Repubblica Italiana difende la proprietà privata, affida allo Stato il monopolio legittimo della violenza, garantito da polizia e forze armate, prevede tribunali, carceri, guerre, confini.

Continued…

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In giro per uffici postali

In un sabato mattina di gennaio, nell’aria sporca di Torino, appena bagnata da una lieve pioggerellina, un gruppo di antirazzisti, si è fatto un giro a sorpresa in una decina di uffici postali.
Uno striscione con la scritta “stop deportazioni”, cartelli, volantini e un megafono tascabile per raccontare alla gente in fila per un pacco, una raccomandata, un bancomat che Mistral Air, la compagnia aerea delle Poste ha una convenzione con il ministero dell’Interno per la deportazione degli stranieri senza documenti. A tutti l’invito a portare una cartolina alle Poste, per fermare i voli,per inceppare la macchina delle espulsioni.
C’è chi ascolta, chi chiede, chi resta indifferente, chi è solidale. In alcuni uffici dirigenti ed impiegati si agitano, invocando divieti e proibizioni. Forse sono gli stessi che si commuovono per i bimbi morti sulle spiagge del Mediterraneo. In un ufficio la direttrice si ferma a parlare: ha sposato uno straniero, conosce le gabbie di carta, la vita grama di chi vive nel timore che una pattuglia lo intercetti, spezzando il filo della vita che si è costruito. Altri invece gridano, si lamentano per le scritte che in città raccontano questa storia.

Molti, i più, leggono il volantino, poi lo ripiegano e lo mettono in tasca.

La campagna di informazioni su Mistral Air e le altre compagnie che fanno voli di deportazione continua sabato 18 febbraio dalle 10,30 alle 12,30 con un presidio nei pressi dell’ufficio postale di corso Giulio Cesare 7. Se piove il presidio diventa itinerante.

Scarica a diffondi la cartolina per Poste Italiane.

Di seguito il volantino della campagna:

Posta aerea
Gli esseri umani non sono pacchi postali

Mistral Air, la compagnia aerea di Poste Italiane, non trasporta lettere, pacchi e cartoline… ma deporta rifugiati e migranti in paesi dove non vogliono tornare.
Fuggono guerre, miseria, persecuzioni, dittature. C’è chi non vuole sottostare ad un matrimonio forzato e chi non intende fare il soldato. C’è anche chi, semplicemente, vuole andare in Europa, perché desidera un’altra vita.
Tutti si trovano di fronte frontiere chiuse, filo spinato, polizia ed esercito. Continued…

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Romania. L’onda giustizialista

Per sette giorni la Romania è stata attraversata da imponenti manifestazioni popolari. Ogni giorno una folla crescente, con i colori della bandiera nazionale, ha dato vita ad una protesta, che, per ampiezza, è stata paragonata con le lotte che provocarono la caduta del dittatore Nicolae Ceausescu.

I manifestanti hanno chiesto,ed ottenuto il ritiro di un decreto, che sebbene ufficialmente varato per contrastare il sovraffollamento carcerario, è stato considerato un regalo ai politici ed imprenditori accusati di corruzione. Tra loro anche politici molto vicini all’attuale coalizione di governo.

Nonostante il governo del socialdemocratico Sorin Grindeanu abbia ceduto, le proteste non sono cessate. Lunedì sera decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Bucarest e in molte altre città per chiedere le dimissioni del governo e nuove elezioni anticipate. I manifestanti, appoggiati sin dalle prime ore dal presidente della repubblica, il conservatore di destra Klaus Iohannis, non si accontentano.
Il decreto revocato per la protesta popolare depenalizzava l’abuso d’ufficio e altri reati di corruzione. Anche lunedì c’è stata una manifestazione parallela di sostenitori del governo, radunatisi sotto il palazzo presidenziale.

In Romania la questione della corruzione è molto sentita: è tra i temi di tutte le campagne elettorali.

L’attuale compagine governativa, un’alleanza tra socialdemocratici e liberali, ha ottenuto una netta maggioranza alle elezioni politiche tenutesi lo scorso dicembre, tuttavia la gran parte dei rumeni non si sente rappresentata né dal governo né dall’opposizione. Alle elezioni di dicembre ha partecipato soltanto il 40% degli aventi diritto. La maggioranza ha disertato le urne, segno di una diffusa disaffezione alle dinamiche istituzionali.

In questo movimento sono confluite anche istanze ecologiche radicali, come il movimento che lotta contro le miniere d’oro a Rosa Montana. Queste istanze ambientaliste si mescolano a potenti tensioni di carattere nazionalista e protezionista.

Negli ultimi anni, anche grazie ai massicci investimenti di numerosi imprenditori italiani, il paese ha avuto una forte crescita, che tuttavia non ha prodotto maggiore benessere, tanto che l’emigrazione è ancora molto forte.
Forte anche la tensione verso le multinazionali insediatesi nel paese, per godere del basso costo del lavoro, considerate come corpi estranei in chiave nazionalista.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Ionut, un compagno rumeno.

Qui puoi leggere in inglese l’analisi degli anarco-comunisti di Ravna

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I primi dieci giorni di Donald Trump

Le proteste a Seattle – 29 gennaio 2017
(JASON REDMOND/AFP/Getty Images)

La cerimonia di insediamento di Donald Trump è stata accompagnata da imponenti marce femministe e antisessiste. La settimana successiva, dopo la decisione di bandire l’ingresso ai cittadini di alcuni stati a prevalente religione musulmana e quella di sospendere l’accoglienza ai profughi, manifestazioni di protesta si sono svolte nei principali aeroporti statunitensi.
Il “muslim ban” prevede il blocco per almeno 90 giorni degli ingressi da paesi giudicati tout court a “rischio terrorismo islamico”: Siria,  Sudan, Libia, Somalia, Yemen, Iran e Iraq. Iran e Iraq hanno replicato attuando un provvedimento analogo nei confronti dei cittadini statunitensi. L’Arabia Saudita, il paese da cui provenivano quasi tutti gli attentatori dell’11 settembre, è invece stata esclusa dalla bad list del presidente.
Stretta pesante anche sul programma di accoglienza per i rifugiati: un blocco di 120 giorni dei visti, definiti dalla Casa Bianca “necessario per riesaminare” (in senso restrittivo) i meccanismi di accoglienza.
Le proteste hanno attraversato il paese da New York a Los Angeles fin sotto alla Casa Bianca con lo slogan “no al bando no al muro”. Il “muro” è la nuova barriera che Trump vuole realizzare al tra Usa e Messico. La protesta ha invaso soprattutto gli aeroporti di 57 città Usa dove decine di migliaia di persone hanno espresso solidarietà alle centinaia di viaggiatori che sono stati bloccati dal mandato esecutivo di Trump, che, avendo decorso immediato, ha incastrato negli aeroporti moltissime persone prese alla sprovvista.
Donald Trump è riuscito a catalizzare un vasto fronte di opposizione sociale che aveva disertato le urne, ma non intende disertare le piazze. Anzi.
Il licenziamento del ministro della giustizia, ribelle alle imposizioni di Trump in materia di immigrazione, e la nomina di Steve Bannon, un suprematista bianco al consiglio di sicurezza del presidente, sono le ultime mosse di un uomo deciso a realizzare a testa bassa il proprio programma protezionista, di chiusura delle frontiere, di guerra aperta alle libertà femminili, di discriminazione nei confronti delle forti minoranze non bianche del paese.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con con Robertino, un compagno che conosce bene la situazione e i movimenti negli States, che ha tracciato un quadro delle forze politiche e sociali scese in campo in questi primi dieci giorni di presidenza di “The Donald”.
Di seguito un articolo di Robertino uscito sul settimanale Umanità Nova

#DisruptJ20

Sabato‭ ‬21‭ ‬gennaio il primo giorno della presidenza di Donald è stato salutato dalle proteste di milioni di persone che hanno partecipato alla‭ “‬Marcia delle donne‭”‬.‭ ‬La manifestazione principale è stata quella di Washington a cui hanno partecipato almeno‭ ‬250mila persone secondo la polizia‭ (‬ma più di mezzo milione secondo le organizzatrici‭)‬,‭ ‬ma ne sono state organizzate altre‭ ‬672‭ ‬in tutto il mondo,‭ ‬di cui più di cinquecento solo negli Stati Uniti,‭ ‬con tra l’altro più di‭ ‬150mila manifestanti a Chicago e più di‭ ‬100mila a Boston.‭ ‬Settantacinque ci sono state in Europa,‭ ‬con cortei che hanno raccolto decine di migliaia di persone a Londra,‭ ‬a Parigi,‭ ‬a Berlino,‭ ‬a Madrid e ad Amsterdam.‭ ‬A Sydney sono state circa‭ ‬3mila ‭ ‬le persone che hanno marciato dal parco di Hyde fino al consolato americano,‭ ‬mentre in Nuova Zelanda,‭ ‬si erano raccolte dinanzi al consolato americano e nelle strade di Auckland circa‭ ‬2mila persone.‭ ‬Anche una squadra di ricercatori che attualmente si trovano nell’oceano Antartico ha aderito alla Women’s March.‭
Continued…

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Gradisca. Il SAP vuole il silenzio sul CIE

A Gorizia, di fronte alla prefettura nella centralissima piazza della Vittoria si è svolto un presidio contro la riapertura del CIE di Gradisca. A fine anno il ministro dell’Interno ha dichiarato di voler riaprire i CIE chiusi da tempo ed di volerne uno per ogni regione.

Le realtà antirazziste della regione hanno lanciato un primo segnale di lotta. contro questa ipotesi. L’iniziativa è stata caratterizzata da numerosi interventi che hanno illustrato le ragioni della totale opposizione a queste prigioni amministrative per senza documenti.
In quell’occasione sono stati raccontate diverse storie di violenza da parte delle forze del disordine nel CIE di Gradisca. Questo Centro, per tutti gli anni in cui è stato aperto, è stato uno dei più caldi, sia per le rivolte e proteste interne che per le numerose fughe.

Sono stati proprio i reclusi a chiudere il centro distruggendolo e dandolo alle fiamme più volte. Intenso è stato anche il fronte di informazione e lotta delle realtà antirazziste regionali prima e dopo l’apertura l’apertura del lager. Quelle lotte sono costate anche denunce e botte.

L’ultima denuncia è stata annunciata mezzo stampa all’indomani del presidio del 7 gennaio. Sara, una compagna del Germinal di Trieste, è stata denunciata per calunnia e minacce dal sindacato di polizia SAP. Sara, durante il presidio ha letto una lettera dei reclusi di Gradisca, che raccontavano le ragioni di un lungo sciopero della fame nel 2010. In questa lettera venivano anche denunciati i pestaggi della polizia all’interno del centro.

Ascolta la diretta di Blackout con Sara, che ha detto chiaro che le denunce della polizia non solo non fermano le lotte, ma anzi sono uno sprone ad intensificare le iniziative, per impedire la riapertura del CIE di Gradisca.

Leggi la lettera dei prigionieri di Gradisca:

“Noi stiamo scioperando perché il trattamento è carcerario, abbiamo soltanto due ore d’aria al giorno, una al mattino e una la sera, siamo tutti rinchiusi qui dentro, non possiamo uscire.
Ci sono tre minorenni qui dentro, sono tunisini e hanno sedici anni, ci chiediamo come mai li hanno messi qui se sono minorenni?
Il cibo fa schifo, non si può mangiare, ci sono pezzi di unghie, capelli, insetti. Siamo abbandonati, nessuno si interessa di noi, siamo in condizioni disumane.
La polizia spesso entra e picchia. Circa tre mesi fa con una manganellata hanno fatto saltare un occhio ad un ragazzo, poi l’hanno rilasciato perché stava male e non volevano casini, e quando è uscito, senza documenti non poteva più fare nulla contro chi gli aveva fatto perdere l’occhio.
Ci trattano come delle bestie.
Alcuni operatori [della cooperativa Connecting People che gestisce il Centro, n.d.r.] usano delle prepotenze, ci trattano male, ci provocano, ci insultano per aspettare la nostra reazione, così poi sperano di mandarci in galera, tanto danno sempre ragione a loro.
C’è un ragazzo in isolamento che ha mangiato le sue feci. L’hanno portato in ospedale e l’hanno riportato dentro. È da questa mattina che lo sentiamo urlare, nessuno è andato a vederlo, se non un operatore che l’ha trattato in malo modo.
Il direttore fa delle promesse quando ci sono delle rivolte, poi passano le settimane e non cambia mai niente.
Da due giorni siamo in sciopero della fame e il medico non è mai entrato per pesarci o per fare i controlli, entra solo al mattino per dare le terapie.
Continueremo a scioperare finché non cambieranno le cose, perché sei mesi sono troppi e le condizioni troppo disumane.
Questo non è un posto ma un incubo, perché siamo nella merda, è assurdo che si rimanga in queste gabbie. Sappiamo che molta gente sa della esistenza di questi posti e di come viviamo. E ci si chiede, ma è possibile che le persone solo perché non hanno un pezzo di carta debbano essere rinchiuse per sei mesi della loro vita?”

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Minniti. Il figlioccio di Cossiga

Chi è il nuovo ministro dell’Interno? L’uomo che vuole riaprire i CIE, altri 16 oltre i 4 ancora funzionanti a singhiozzo? Uno dei suoi primi atti è stato un tour nel Mediterraneo per trattare con i vari governi il blocco delle partenze e il rimpatrio rapido dei migranti indesiderati.

Antonio Mazzeo sul suo blog ne traccia un lucido profilo.

Ve proponiamo di seguito alcuni stralci:
“(…) La promozione di Domenico “Marco” Minniti da sottosegretario con delega ai servivi segreti a ministro dell’Interno rappresenta una novità più che inquietante alla luce dei nuovi programmi di contrasto delle migrazioni “irregolari” o di gestione dell’ordine pubblico e repressione del dissenso. Non è certo un caso, poi, che il cambio al Viminale avvenga alla vigilia dei due appuntamenti internazionali che hanno convinto a rinviare sine die la fine della legislatura: la celebrazione del 60° anniversario della firma del Trattato istitutivo della Cee (il 25 marzo a Roma), ma soprattutto il vertice dei Capi di Stato del G7 a Taormina il 26 e 27 maggio. Marco Minniti, di comprovata fede Nato, vicino all’establishment ultraconservatore degli Stati Uniti d’America e alle centrali d’intelligence più o meno occulte del nostro Paese appare infatti come il politico più “adeguato” per consolidare il giro di vite sicuritario sul fronte interno e strappare a leghisti e centrodestra il monopolio della narrazione sul “pericolo” immigrato. Curriculum vitae e trame tessute in questi anni ci spiegano come e perché.
Originario di Reggio Calabria, una laurea in filosofia e una lunga militanza nel Pci prima, nel Pds e nei Ds dopo, nel 1998 Minniti viene chiamato a ricoprire l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (premier l’amico Massimo D’Alema), anche allora con delega ai servizi per le informazioni e la sicurezza; l’anno seguente, con le operazioni di guerra Nato in Serbia e Kosovo, Minniti assume il coordinamento del Comitato interministeriale per la ricostruzione dei Balcani. Nel 2001 viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati e con la costituzione del governo Amato, è nominato sottosegretario alla Difesa per la cooperazione militare con Ue, Nato e Stati Uniti e la promozione dell’industria bellica (ministro Sergio Mattarella).Con il ritorno di Silvio Berlusconi alla guida di Palazzo Chigi, Minniti assume il ruolo di capogruppo Ds in Commissione Difesa e componente della delegazione italiana all’Assemblea dei parlamentari presso il comando generale della Nato. A Bruxelles il politico calabrese fa da relatore del gruppo di lavoro sull’Europa sud-orientale e la partnership Ue-Nato, perorando l’ingresso nell’Alleanza di Albania, Croazia e Macedonia. Nel novembre 2005 è Minniti a presiedere ilconvegno nazionale Ds su “difesa e industria bellica in Italia”, relatori, tra gli altri, ministri, capi delle forze armate e manager delle holding belliche. “Chiedo un maggiore impegno a sostegno del complesso militare-industriale, per ottenere finanziamenti aggiuntivi per nuovi sistemi d’arma e rafforzare la difesa europea con la costituzione di battaglioni da combattimento che si coordino con la Forza di pronto intervento Nato”, fu l’accorato appello di Minniti ai compagni di partito.
Con Romano Prodi alla guida del governo (2006), Minniti torna a fare il viceministro dell’Interno dedicandosi in particolare alle prime “emergenze” sbarchi di migranti in sud Italia. L’anno dopo, l’(ex) fido dalemiano offre il proprio appoggio nelle primarie per la scelta del segretario del neonato Pd a Walter Veltroni e ottiene l’incarico di segretario regionale in Calabria. Rieletto alla Camera nel 2013, Minniti è nominato sottosegretario della Presidenza del Consiglio da Enrico Letta, con delega ai servizi segreti, incarico confermatogli dal successore Renzi. La guerra a tutto campo contro il “terrorismo islamico” diviene un pallino fisso del capo politico dell’intelligence. Il 1° settembre 2016 a Palazzo Chigi s’insedia un’inedita creatura di Minniti: la “commissione di studio sul fenomeno dell’estremismo jihadista”. Coordinatore il prof. Lorenzo Vidino, docente alla George Washington University (accademia privata che ha forgiato alcuni potenti funzionari del dipartimento di Stato Usa e della CIA), in commissione siedono docenti di atenei italiani, la ricercatrice dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv Benedetta Berti e alcuni noti editorialisti come il direttore diLimes Lucio Caracciolo, Carlo Bonini di Repubblica e Marta Serafini del Corriere della Sera. Nei giorni scorsi Minniti e Gentiloni hanno presentato una prima elaborazione del pool di esperti. “I percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi: nelle carceri da un lato e nella rete web dall’altro”, ha spiegato Gentiloni. “Insieme alla vigilanza massima e alla prevenzione per il rischio che la minaccia si riproponga, il governo è impegnato su politiche migratorie che devono coniugare l’attitudine umanitaria con politiche di rigore ed efficacia nei rimpatri”. Meno diplomatico il neoministro Minniti che ha preferito ai rimpatri la declinazione “espulsione”, preoccupato per il “pericolo crescente” della connectionmigranti irregolari – terrorismo. Con l’obiettivo di accelerare le espulsioni e rafforzare il controllo militare alla frontiera meridionale, Marco Minniti ha pianificato un tour mediterraneo per incontrare capi di Stato e ministri. I primi di gennaio si è recato a Tunisi e Tripoli per discutere di cooperazione bilaterale contro l’immigrazione clandestina e la “minaccia terroristica”. La missione in Libia, in particolare, segna “l’inizio di una nuova fase di cooperazione tra i due Paesi”, dicono dal Viminale: Minniti e al Sarraj hanno concordato l’impegno ad affrontare insieme ogni forma di contrabbando e protezione delle frontiere, in particolare al confine meridionale, quello con Ciad e Sudan. Sempre a gennaio Minniti si recherà a Malta e in Egitto. Il governo chiede ai paesi nordafricani e ai partner sub-sahariani (Niger, Ciad, Somalia, Nigeria, Mali, Senegal) d’implementare i programmi elaborati in ambito Ue per impedire – manu militari – che i migranti provenienti dalle zone più interne del continente raggiungano le coste del Mediterraneo, creando altresì in loco grandi centri-hub di “assistenza e rimpatrio” di chi fugge da guerre e carestie. Alle onerose missioni navali per intercettare i barconi di migranti, il Viminale preferirebbe invece puntare sull’uso di sofisticati apparati d’intelligence, come ad esempio i satelliti militari Cosmo Skymed e i droni, sia quelli spia che armati, “strumenti fondamentali in ogni contesto asimmetrico”.
Per coloro che riusciranno a portare a termine dolorose odissee nel deserto e pericolose traversate in mare, onde “prevenire e reprimere” ogni possibile collegamento tra il fenomeno dell’immigrazione clandestina e il terrorismo, Marco Minniti prevede un ulteriore giro di vite in termini di indagini, identificazioni e prelievo forzato di impronte digitali, possibilmente anche le schedature informatiche biometriche e del dna. “Dobbiamo ricondurre a unità il duplice problema della minaccia terroristica interna fatta di foreign fighters e potenziali lupi solitari e, dall’altra parte, del contrasto all’Isis attraverso un’efficace gestione dei flussi migratori che ne arricchiscono le finanze”, scrivono i più stretti collaboratori del ministro. Una prima bozza di piano anti-migranti 2017 è stata presentata a fine anno da Minniti e dal capo della Polizia Franco Gabrielli. Annunciando una “stagione di tolleranza zero”, si punta a raddoppiare in pochi mesi il numero delle espulsioni grazie al coinvolgimento delle forze dell’ordine e degli enti locali. In tutto il territorio nazionale saranno istituiti nuovi centri di identificazione ed espulsione “da 80-100 posti al massimo”, confinanti con porti e aeroporti. “In questi nuovi Cie saranno trattenuti solo gli immigrati irregolari che presentino un profilo di pericolosità sociale, come spacciatori o ladri”, annuncia il Viminale. Rimpatri volontari o assistiti e “lavori socialmente utili” per i sempre meno numerosi migranti “regolari” o quelli legittimati a richiedere l’asilo.
L’ennesima controffensiva in nome della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo trova un suo retroterra ideologico nelle elaborazioni della poco nota ma influente Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), centro studi sui temi d’intelligence costituito a Roma nel novembre 2009 da Marco Minniti e dal Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. (…).

Qui potete ascoltare un’intervista a Mazzeo della redazione info di Blackout

Di seguito vi proponiamo una scheda sull’ICSA curata sempre da Mazzeo.

Eterogeneo per ideologie e orientamenti politici anche se in buona parte i cuori battono per l’ordine sociale e la conservazione, il consiglio scientifico della Fondazione ICSA testimonia la portata e la forza della rete di relazioni istituzionali, nazionali e internazionali, realizzata nel tempo da Marco Minniti. Si tratta di una lunga lista di Capi di Stato Maggiore delle forze armate e dell’Arma dei carabinieri; comandanti dei reparti speciali della Nato e dei servizi segreti; segretari e consiglieri militari di presidenti del consiglio e ministri; diplomatici, magistrati, responsabili della security di importanti holding economiche; giornalisti, professori universitari e finanche consulenti e analisti della CIA e dei dipartimenti statunitensi per la lotta al terrorismo.

Continued…

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Belgrado. I rifugiati nella morsa del gelo

La rotta balcanica si sarebbe chiusa nel marzo del 2016, quando l’Unione europea pagò il governo turco per fermare l’arrivo dei profughi sulle coste greche. Per alcuni, come la Germania e la Svezia, l’accordo ha funzionato e il numero dei profughi arrivati nel 2016 è drasticamente calato rispetto all’anno precedente. Tuttavia centinaia di persone hanno continuato a utilizzare questo percorso per raggiungere l’Europa nordoccidentale, affidandosi ai passeur e percorrendo sentieri pericolosi e impervi nel corso di uno degli inverni più rigidi degli ultimi anni. Secondo alcune stime, i profughi bloccati lungo la rotta balcanica sono al momento centomila.

Per molti la rotta balcanica si è fermata a Belgrado. Migliaia di profughi, provenienti dall’Afganistan, dal Pakistan, dalla Siria, dall’Iraq vivono in un capannone abbandonato della vecchia stazione ferroviaria della capitale serba. Niente acqua, niente di niente, solo un pasto distribuito da alcuni volontari. E il gelo. In questi giorni le temperature notturne hanno raggiunto i meno 20. Quelli che arrivano a Belgrado sono i più fortunati: chi resta impigliato in Ungheria rischia la galera.
Nel paese, secondo i dati dell’Unhcr, ci sono in questo momento circa settemila persone bloccate sulla rotta dei Balcani: la maggior parte sono migranti in transito che vorrebbero raggiungere il Nord Europa.
Quest’estate si erano accampati nei parchi cittadini, da dove sono stati sgomberati con la forza. L’approdo nei capannoni della ex stazione è stato una scelta necessaria per prendersi un tetto, anche se precario e lurido, e per resistere ai tentativi di internamento nei campi.
Il governo serbo ha minacciato più volte di cacciarli, nessuno di loro, compresi ragazzini e bambini, vuole andare nei centri ufficiali, perché sanno che calore e zuppa sarebbero l’anticamera della deportazione.

Sull’intera area è pronto un progetto di riqualificazione, che comporterà lo sgombero dei rifugiati e la cacciata degli abitanti poveri della zona. Il “Belgrade Waterfront” è finanziato dallo Stato, che fornirà i terreni, e dalla Eagle Hills, società di Abu Dhabi specializzata nello “sviluppo di centri urbani”. Il nuovo complesso comprenderà case e alberghi di lusso, centri commerciali, uffici e una torre di 200 metri, il “Kula Beograd”. Trent’anni di lavoro e di 3,5 miliardi di euro di spesa.

Intanto ogni notte qualcuno prova a passare in Croazia, incastrato sotto ad un camion, pagando qualcuno, ma solo pochi riescono a continuare il viaggio. Molti erano già arrivati in Austria, ma il feroce gioco dell’oca dell’Europa delle frontiere li ha ricacciati indietro.

Invece gli arrivi dall’Ungheria continuano con lo stesso ritmo del periodo prima della chiusura delle frontiere. L’unica differenza è che oggi il passaggio è clandestino e i passeur si fanno pagare a caro prezzo.

Nevica ormai da un mese. Molti sono morti assiderati lungo il viaggio. Vite che non valgono nulla, presto dimenticate. Da tutti, ma non dai parenti ed che li hanno visti partire e da quelli da cui non arriveranno più. Le frontiere d’Europa sono segnate dal dolore e dalla sofferenza della gente in viaggio. Dolore e sofferenza che potrebbero volgersi in rabbia e rivolta. Dipenderà da tutti noi che rabbia e rivolta non si declinino nel lessico della jihad ma in quello della libertà.

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