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Torino. Free(k) Pride!

La stagione Free(k) Pride si è conclusa con una giornata dirompente di lotta frocia contro ogni imposizione e vincolo. Le strade della città si sono riempite dei corpi delle soggettività non conformi e non eteronormate, che con forza e leggerezza hanno messo in piazza la propria “mostruosa favolosità”, contro la marginalizzazione sociale, la violenza dell’istituzione familiare, la medicalizzazione e la patologizzazione dei corpi trans e intersex, le frontiere tra gli Stati e i confini tra i generi, il pinkwashing istituzionale della sindaca a 5 stelle. Un approccio intersezionale e intransigente, capace di scavalcare le barriere morali, sociali ed economiche che segnano la nostra quotidianità.
Due mesi di incontri, assemblee pubbliche e momenti di confronto hanno segnato un percorso, che riprendendo le fila del Nessun Norma dello scorso anno, è riuscito a creare spazi mostruosamente liberi in città.
Abbiamo cominciato con lo spettacolo all’università del 18 giugno, senza amplificazione e senza luce, ma con la forza dirompente di un’urgenza incontenibile, quella dei corpi e delle soggettività non conformi, quella dei corpi e delle soggettività che rifiutano ruoli imposti e confini tra i generi, quella di corpi e soggettività che vogliono smontare il dispositivo di genere, verso l’avventura del molteplice. Quest’urgenza ha segnato tutte le iniziative messe in campo dalla rete sino al corteo del 13 luglio.
Il 25 giugno l’assemblea contro la (sacra) famiglia sul sagrato della chiesa di via Santa Giulia, ha innervosito il prete, spingendolo a comiche intemperanze, perché i corpi negati e piegati dalla violenza della religione sfidavano l’ordine patriarcale e tutti quelli che lo vogliono conservare/restaurare.
Il 29 giugno al presidio al CPR i confini che dividono i sommersi dai salvati, sono divenuti tangibili, nelle grida di libertà e, fors’anche, di reciproco riconoscimento ai due lati di un muro chiuso da filo spinato e difeso da uomini in armi.
Il due luglio l’assemblea in piazza Castello, di fronte alla Regione Piemonte, ha raccolto le ragioni e le testimonianze delle persone intersex che vengono mutilate sin dall’infanzia, per adattarle ad uno dei due generi. Le persone trans hanno raccontato la loro lotta per essere riconosciute senza dover sottostare a protocolli medici, che patologizzano le loro scelte e le incanalano secondo una logica binaria.
Il sei luglio ad Asti si è svolto il primo Pride della città, oggi guidata dalla destra, che, con classica operazione di pink washing, ha appoggiato e partecipato al Pride, dove il sindaco è stato contestato dai compagn* dello spezzone indecoroso, scoppiettante, mostruoso. In testa Vulvatrix, il mostro che acchiappa omofobi e razzisti.

Le piazze attraversate dal Free(k) Pride di sabato 13 luglio sono state segnate dall’urgenza di una lotta che non si lascia inscatolare nelle gabbie istituzionali. Lotta intersezionale transfemminista e queer, forte della consapevolezza che la partita è e sarà durissima.
Il primo Pride, nel giugno del 1969 a New York è stato un riot. Da Stonewall a Torino, si intrecciano i fili glitterati di una scommessa in cui si gioca una partita di libertà che riguarda tutt*
Non un tacco indietro!

Di seguito il volantino distribuito al Free(k) Pride da* compagn* della FAT

Identità erranti
Liber* da stato frontiere polizia

Un Pride indecoroso, libero, mostruoso attraversa le strade di Torino, nel segno della rivolta frocia, della liberazione dai confini tra i corpi e tra gli Stati, del rifiuto del pinkwashing istituzionale. Un Pride che trova il suo orgoglio nella lotta contro ogni forma di oppressione e di sfruttamento. Un Pride che fugge la norma eteropatriarcale e non si piega alla legalizzazione delle proprie identità costitutivamente ed orgogliosamente erranti, fuori posto, fuorilegge. Un Pride che è lo specchio dei tanti percorsi di autonomia dai generi.
Sono passati 50 anni da Stonewall, dalla rivolta degli ultimi, dei corpi de-generi, poveri, razializzati. Sylvia Ribera, Marsha P. Johnson e tant* altr* scelsero di scendere in strada, di disobbedire alle leggi che imponevano la normalizzazione forzata. Si scontrarono con il braccio armato dello Stato che voleva piegarl* a suon di botte, manette e umiliazioni. Decisero di diventare orgogliosamente visibili.
50 anni dopo lottiamo ogni giorno contro le frontiere tra i corpi, contro la norma eterosessuale, contro la logica binaria che ci inchioda in ruoli definiti e rigidi, negando la libertà dei mille percorsi individuali, delle mille strade che si intrecciano, fuori dai reticoli istituzionali.
Vogliamo spezzare tutte le gabbie, tutte le frontiere, materiali e simboliche, che rendono arduo per ciascuno trovare l’agio di decidere come e dove vivere.

Le frontiere sono ovunque.
Le frontiere sono linee fatte di nulla su una mappa che uomini armati in divisa rendono vere.
Le frontiere dividono e uccidono.
Nel Mediterraneo e in montagna. Nei ghetti dei raccoglitori di frutta e pomodori, nei cantieri dove la sicurezza è un lusso. Nel cuore della nostra città dove un muro separa chi ha i documenti e chi no. Oltre quel muro, nel CPR, senza che nessuno se ne curasse, a 32 anni è morto Faisal.
Le frontiere sono in mezzo a noi. Sono le leggi sul decoro che cacciano i poveri dai luoghi pubblici, sono le leggi sulla proprietà che negano una casa a chi non ce l’ha.
Sono le frontiere tra i sessi, che piegano i corpi e le soggettività erranti alle regole della famiglia, nucleo “etico” che ingabbia le relazioni, fissa i ruoli, nega la possibilità di percorsi individuali fuori dalla norma patriarcale, statale, religiosa.

Nella nostra città Appendino sgombera le baraccopoli rom e i posti occupati, cementifica la città, promuove riqualificazioni escludenti, si congratula con la polizia che arresta gli anarchici… sfila in testa al Pride e benedice le famiglie arcobaleno, in una kermesse ormai ridotta a business, drenaggio di voti, elogio della polizia in versione arcobaleno.
La retorica della “cittadinanza” partecipativa sceglie chi includere e chi escludere, nel gioco feroce delle poltrone, del potere, delle alleanze.

Noi non ci stiamo
Libertà, uguaglianza, fraternità. I tre principi che costituiscono la modernità, rompendo la gerarchia che modellava l’ordine formale del mondo, hanno il loro lato oscuro, un’ombra lunga fatta di esclusione, discriminazione, violenza.
Questi principi tengono saldamente fuori tanta parte dell’umanità. Poveri, donne, omosessuali, transessuali, bambini, stranieri erano/sono esclusi dall’accesso a questi diritti. La loro universalità, formalmente neutra, è modellata sul maschio adulto, benestante, bianco, eterosessuale. Il resto è margine. Chi non è pienamente umano non può essere “cittadino”, soggetto di diritto.
Chi non è pienamente umano non può aspirare alle libertà degli uomini.
Una libertà regolata, imbrigliata, incasellata. La cultura dominante ne determina le possibilità, le leggi dello Stato ne fissano limiti e condizioni. Per chi ne è escluso si tratta di privilegi, per chi vi è inscritto diviene una gabbia normativa.
Come il matrimonio. Un legame sancito dallo Stato (e dalla chiesa) che fissano le regole e i limiti.
La strada del movimento lgbtqi+ è stata ed è ancora in netta salita. Fascisti e preti continuano le loro crociate per escludere dall’umanità una sua parte. Le discriminazioni, la violenza statale e culturale sono molto forti.
Chi vorrebbe le stesse possibilità degli eterosessuali – adozioni, pensione di reversibilità, diritto alla cura del partner – deve adeguarsi ad un modello rigido di relazione costruita sulla coppia e sui loro figli, alla legalizzazione dei sentimenti, delle passioni, della tenerezza.
Chi sceglie di starne fuori, di fare altre strade, non può avere questi diritti anche se eterosessuale.
Se la normalizzazione delle nostre identità erranti è il prezzo per accedere ad alcuni diritti che si ottengono solo con il matrimonio, un legame sancito e regolato dallo Stato, allora questo prezzo non siamo dispost* a pagarlo.
Vogliamo continuare ad attraversare le nostre vite con la forza e la leggerezza di chi si scioglie da vincoli e lacci.
Senza frontiere, che separino i sommersi dai salvati, i cittadini e gli stranieri.
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. La solidarietà ed il mutuo appoggio si possono praticare attraverso relazioni libere, plurali, egualitarie.
Una scommessa che spezza l’ordine. Morale, sociale, economico.

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Faisal, “Sahid” e gli altr*

La notizia della morte di un prigioniero nel CPR di Torino è arrivata come un pugno nello stomaco.
Lo hanno trovato all’alba dell’8 luglio all’“Ospedaletto” che non è una struttura sanitaria, ma una sezione di isolamento con celle singole e un pollaio con le sbarre dove fare l’aria da soli.
Siamo tornati di colpo alla primavera del 2008.
Undici anni fa le casette del CPR erano nuove, appena consegnate alla Croce Rossa militare dalle ditte che avevano effettuato i lavori di raddoppio e ristrutturazione del CPR inaugurato nell’estate del 1999 in un’area militare dismessa. Nei primi dieci anni i prigionieri erano stati costretti in container bollenti d’estate e gelidi d’inverno. Loculi per gente viva. Le casette in muratura vennero presentate come un miglioramento. Una settimana dopo un tunisino di 32 anni, Fathi, morì in una di quelle casette nuove nuove. Stava male dal mattino precedente, ma nessuno ascoltò i suoi compagni che chiedevano inutilmente che venisse soccorso. Dichiararono: “urlavamo come cani al canile, ma nessuno si è mosso”. La mattina successiva era morto.
La notizia finì sulla prima pagina dell’edizione torinese di Repubblica. Le proteste dei detenuti, le tante iniziative di lotta di quei mesi, quando un altro ministro dell’Interno leghista, Roberto Maroni, estese la detenzione nelle prigioni per migranti a sei mesi, sono parte della storia della lunga lotta perché questi lager vengano definitivamente chiusi. Lo strascico di arresti, processi e condanne non ha mai fermato la lotta.
Specie quella dei prigionieri che hanno più volte fatto a pezzi e bruciato le casette circondate da recinzioni e filo spinato di Corso Brunelleschi.

In questo luglio c’è morto Faisal Hossein. Pare che fosse in isolamento da mesi. Nessuno si è curato di lui. Un vuoto a perdere. Come tutti al di là di quelle mura, dove la vernice copre le scritte di libertà che poi qualcuno verga di nuovo. Una prigione per senza documenti, un posto dove si finisce per un illecito amministrativo, un luogo dove non valgono le regole che tutelano chi ha in tasca un documento che ne certifica il diritto a risiedere in Italia.
Chi finisce al CPR fa fatica persino a nominare un legale. Il CPR è una discarica sociale, dove vengono raccolti i nemici di una guerra non dichiarata ma ferocissima.
L’Ospedaletto è un non luogo, dal nome che allude alla cura ma rimanda agli antichi ospitali per poveri. Un lazzaretto per indesiderabili. Chi protesta, chi non ci sta con la testa, chi è inviso agli altri ci finisce a discrezione dei gestori di questa prigione gestita dalla Gepsa, una multinazionale con base in Francia, specializzata nelle gestione di luoghi di detenzione. Gepsa non ha un indirizzo o una base, foss’anche virtuale in Italia, dove ha in gestione anche altri luoghi di concentramento per migranti. Di certo sappiamo che prende 38,5 euro per ogni recluso nel CPR. Quando ci morì Fathi, nella notte tra il 23 e il 24 maggio 2008, la Croce Rossa ne prendeva quasi il doppio. Basterebbero queste cifre per capire come si viva dietro le recinzioni del CPR di Torino.
Dell’uomo morto al CPR il 7 luglio sappiamo poco, il poco che in queste ore sta filtrando oltre le mura. Forse un senzatetto, male in arnese. Forse il male di vivere gli stringeva la gola. Forse si chiamava Faisal Hossein ed era originario del Bangladesh. Forse.

Un giornalista a caccia di scoop ha inizialmente diffuso la notizia che si chiamasse Sahid e fosse stato posto in isolamento dopo aver protestato per uno stupro subito da altri prigionieri.
La storia è autentica, ma “Sahid”, il cui nome vero non è opportuno divulgare, è ancora vivo, seppellito in un loculo bollente dell’Ospedaletto. La polizia lo ha convinto a non sporgere denuncia.
Se in un altro loculo Faisal non fosse uscito in un sacco nero, della storia di soprusi e connivenze di “Sahid” non sapremmo nulla.

Forse i prigionieri del CPR conoscevano poco Faisal. Forse. Ma non hanno avuto dubbi quando hanno saputo che uno di loro era morto a 32 anni in un buco bollente, in fondo ad una prigione, dove tutti vivono sospesi, perché la condizione migrante ti ruba pezzi di vita, ti mette tra parentesi, in attesa che un colpo di dadi decida se verrai deportato o tornerai a vivere sul filo del rasoio, con l’occhio attento alla pattuglia, mentre campi una vita che comunque non è quella che volevi, in condizioni di continua precarietà, super sfruttamento. Clandestina.
Sin dalle prime ore di lunedì materassi e suppellettili sono stati bruciati.
In serata alle mura del CPR si sono raccolti numerosi solidali. Da dentro si sentivano forti le voci di risposta alle parole di sostegno alla lotta, agli slogan. Libertà, libertà in tante lingue. La polizia ha sparato lacrimogeni dentro al CPR.
Ad un tentativo di blocco dei manifestanti su via Monginevro la polizia ha risposto caricando e distribuendo manganellate.
Il giorno successivo il CPR era più silenzioso, i manifestanti fuori erano molti di più. Poi all’improvviso un uomo con una bandiera improvvisata è salto sul tetto di una delle sezioni. Gridava “aiutatemi!”. Sul lato opposto si è levata una colonna di fumo nero, un odore acre si è sparso per l’aria. Poco dopo altro fumo e altre fiamme.
I manifestanti hanno bloccato la strada e poi hanno fatto un corteo comunicativo per le strade silenti del quartiere prima di tornare per un ultimo saluto al CPR.
Si sono sentite le sirene di un’ambulanza. Forse uscita dall’ingresso di via Mazzarello. Forse.
La polizia è entrata in due sezioni, ancora non sappiamo in quali, distribuendo manganellate ai rivoltosi.
Faisal era uno di loro.
Sapevano che morire a 32 anni in un loculo bollente senza che nessuno se ne accorga è normale solo in un lager.
A questa normalità non intendiamo rassegnarci. Chi tace è complice.

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Torino. Salta il tornello!

In giro per Torino da un mese si susseguono iniziative di informazione e lotta per un trasporto pubblico gratuito per tutt*.
Si salta su un tram, si parla con al gente a bordo, si blocca al volo e si va subito via.
Di seguito il volantino che stiamo distribuendo:

“Niente tornelli, basta controllori
Trasporti pubblici gratuiti per tutti
Ogni giorno chi non può permettersi il lusso di viaggiare in auto spera di pescare per caso la carta giusta, spera nell’arrivo di un bus poco affollato, di trovare un posto a sedere, un angolo per le sporte della spesa, una breve pausa, prima di correre al lavoro, a scuola, a casa, a prendere i figli o ad assistere gli anziani.
Il gioco è truccato e le carte buone sono rare.
Gli autobus e i tram sono sempre più affollati, sporchi, privi di manutenzione.
Ma il peggio è stato, anno dopo anno, il diradarsi dei passaggi alle fermate, il ridursi delle linee, l’aumento del costo dei biglietti.
Tanti non pagano. Non ce la fanno a trovare 1 euro e 70 per una corsa. Paiono pochi ma sono molti per chi vive di lavori precari, malpagati e ha bisogno di soldi per il fitto, la luce, il gas.
Il biglietto di tram, bus e metro sale, aumentano i controlli per stanare i viaggiatori clandestini, quelli che non hanno i soldi per il biglietto, ma si devono spostare per mettere insieme il pranzo con la cena.
I nuovi tornelli che stanno montando sui mezzi lasciano a piedi tanta gente che non ce la fa a campare la vita tra disoccupazione, pensioni da fame, precarietà e lavoro nero.
Appendino fa la guerra ai poveri.
Caccia dal Balon il Barattolo, il mercato della roba vecchia, che per tanti è un’importante, se non l’unica, fonte di reddito.
Ci raccontano che stanno riqualificando le periferie, che i nostri quartieri saranno più belli da vivere. Non ci dicono però che in queste periferie per turisti, studenti, ricchi professionisti, non c’è più posto per chi ci abita ora. Si moltiplicano i bed & breakfast e diminuiscono le case, aumentano i fitti e i prezzi nei negozi. La chiamano riqualificazione, ma ha il sapore amaro dell’occupazione militare, del controllo, dei posti di blocco, delle retate di senza documenti.
Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti. Fanno festa per le gare di tennis che arricchiranno i commercianti del centro, mentre noi aspettiamo stanchi autobus e tram stracolmi. Puntano sui grandi eventi, mentre le scuole cadono a pezzi e noi non abbiamo i soldi per pagare la mensa ai nostri figli e nipoti.
Scommettono sul turismo, mentre noi aspettiamo mesi per una visita medica o un esame.
È la città a 5Stelle, che attua riqualificazioni escludenti, caccia i senza casa, i senza reddito, i senza documenti ai margini della metropoli.
Appendino e i suoi raccontano di voler tutelare l’ambiente, ma si limitano a far cassa tra ztl allargata e zone blu a pagamento dappertutto. Per i tram e i bus non spendono un euro: eppure solo un trasporto realmente pubblico, gratuito ed efficiente, potrebbe scalfire il trasporto privato individuale, incentivare, riducendo il traffico, l’uso della bicicletta. Solo così potrebbe migliorare un pochino l’aria che respiriamo, avvelenata dai tanti impianti nocivi, che si guardano bene dal controllare e chiudere.

Bus e tram devono essere gratuiti per tutti. I soldi ci sono: li hanno i ricchi che vivono sulle spalle dei poveri, i padroni che sfruttano il nostro lavoro.

Riprendiamoci la città, costruiamo esperienze di autogestione, cacciamo padroni e governanti, creiamo assemblee in ogni quartiere.
Con la lotta, il mutuo appoggio e la solidarietà rendiamo gratuiti sin da ora i trasporti pubblici.

Salta il tornello!”

Federazione Anarchica Torinese
Corso Palermo 46 – riunioni ogni giovedì alle 21

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2 giugno dei Senzapatria

Il due giugno la Repubblica festeggia se stessa con parate e cerimonie militari. L’esaltazione delle forze armate, la retorica patriottica, la celebrazione delle bandiera e dei confini sono il sale di una narrazione che pone al centro il nazionalismo, l’identità escludente, su cui si incardina la guerra ai poveri e agli immigrati.

A Torino il rito militare è stato celebrato in piazza Castello. C’erano anche gli antimilitaristi. La polizia in assetto antisommossa ha bloccato l’ingresso in piazza Castello. I senzapatria hanno chiuso un perimetro con fili e scritte contro le frontiere, bloccando per un breve periodo via XX Settembre.
Le frontiere reali, tangibili, ma spesso invisibili ai più, sono divenute concrete per un po’, tanto da innervosire il consueto stuolo di digos, che hanno provato senza successo a sequestrare lo striscione “Morti in mare. Salvini e Toninelli assassini”.
Il presidio si è allargato, facendo pressione con cori e slogan. Sono state diffuse testimonianze sulle sulla violenza delle frontiere.
Il presidio si è trasformato in corteo ed ha raggiunto piazza Castello, dove era appena finita la cerimonia militare. Fumogeni e un tirassegno antimilitarista hanno concluso una giornata di informazione e lotta.

Di seguito il volantino dell’assemblea antimilitarista di Torino:

“Contro tutte le patrie per un mondo senza frontiere

L’Italia è in guerra. Truppe italiane sono in Afganistan, in Iraq, in Val Susa, nel Mediterraneo e nelle strade delle nostre periferie, dove i nemici sono i poveri, gli immigrati, i senza casa, chi si oppone ad un ordine sociale feroce.

L’Italia è in guerra. A pochi passi dalle nostre case si producono e si testano le armi impiegate nelle guerre di ogni dove. Le usano le truppe italiane nelle missioni di “pace” all’estero, le vendono le industrie italiane ai paesi in guerra. Queste armi hanno ucciso milioni di persone, distrutto città e villaggi, avvelenato irrimediabilmente interi territori.

L’Italia è in guerra. In tutto il paese ci sono aeroporti militari, poligoni, centri di controllo satellitare, postazioni di lancio dei droni. Le prove generali dei conflitti di questi anni sono fatte nelle basi che occupano ovunque il territorio.

L’Italia è in guerra. Le frontiere chiuse dell’Europa uccidono uomini, donne e bambini che fuggono guerre, miseria, persecuzioni e dittature.
Si muore in mare, nel deserto, nelle gallerie ferroviarie, sui valichi alpini.

L’Italia è in guerra. Chi promuove guerre in nome dell’umanità paga i macellai di Tripoli e di Ankara perché i profughi vengano respinti e deportati.
I porti italiani sono stati chiusi alle navi delle ONG che salvavano i naufraghi, alla guardia costiera italiana è stato vietato intervenire nelle emergenze in mare. La guardia costiera libica, la cui collusione con i trafficanti è ben nota, ricaccia all’inferno delle prigioni per migranti la gente in viaggio. Nei lager libici stupri, torture, fame, ricatti e omicidi sono orrori quotidiani. I lager sono in Libia, i responsabili sono al governo in Italia e in Europa.
Il ministro dell’Interno sta preparando un nuovo pacchetto “sicurezza”. Chi presta soccorso ai naufraghi, rischia multe salatissime e il ritiro della patente. La gente di mare dovrà scegliere se diventare complice degli assassini di Stato o perdere la barca e il lavoro.

L’Italia è in guerra. Ogni giorno centinaia di persone viaggiano per seguire i fili della propria vita. Tanti provano a passare il confine con la Francia.
Ma non tutti arrivano. Polizia e militari sono essi stessi una frontiera per chi non ha documenti, né mai li avrà. Il pacchetto sicurezza cancellando la protezione umanitaria ha reso clandestine migliaia di persone.
Il confine è una linea sottile sulle mappe. Tra boschi e valichi, tra le acque del Mare di Mezzo, non ci sono frontiere: solo uomini in armi che le rendono vere.
Le frontiere tra i sommersi e i salvati sono ovunque, ben oltre i confini di Stato e le dogane.
Le frontiere sono quasi invisibili per chi ha la fortuna di possedere un documento, di essere bianco, di avere la cittadinanza.
Per i senza carte ogni strada è una frontiera: ogni giorno rischiano di incappare in una pattuglia, di essere rinchiusi nei CPR o deportati a migliaia di chilometri di distanza.
Un terribile gioco dell’oca: se i dadi ti dicono male ritorni da dove sei partito anni prima, bruciando la tua vita per un viaggio che potrebbe durare poche ore, costare molto meno.
La retorica sulla sicurezza alimenta l’identificazione del nemico con il povero, mira a spezzare la solidarietà tra gli oppressi, perché non si alleino contro chi li opprime.

L’Italia è in guerra. Ma in ogni dove, lungo le frontiere serrate d’ Europa, c’è chi ha deciso di non stare a guardare la gente che muore, si perde, dorme in strada, viene cacciata da gendarmi e carabinieri.

Un giorno qualcuno potrebbe chiederci dove eravamo mentre i bambini annegavano. Dove eravamo quando il governo chiudeva i porti? Dove eravamo quando il ministro dell’Interno cancellava i permessi umanitari a donne incinte, ragazzi soli, persone torturate? Dove eravamo quando la furia razzista colpiva per le strade?
Noi vorremmo poter rispondere che eravamo lungo le frontiere che separano, selezionano, uccidono. Mettersi in mezzo è possibile. Dipende da ciascuno di noi.
Se non ora, quando? Se non io, chi per me?

La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.

Contro tutti gli eserciti, contro tutte le guerre!.
Le frontiere uccidono. Abbattiamole!”

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Torino. Corteo antifascista blocca Forza Nuova

Il 21 maggio Forza Nuova ha provato a sbarcare nella periferia torinese per raccogliere voti, facendo leva sulla guerra tra poveri, ma non c’è riuscita.
Qualche manciata di fascisti è rimasta rintanata nella propria sede in via Matilde Serao mentre un corteo di centinaia di antifascisti e antifasciste raggiungeva l’area della Spina 3 blindatissima dalla polizia e presidiava, bloccando corso Principe Oddone per oltre un’ora. Quando è stato chiaro che i fascisti non sarebbero usciti in strada il corteo è ripartito, facendo un lungo giro per Barriera e Aurora. La passeggiata antifascista è terminata ai giardini Alimonda, da tempo sotto i riflettori dei media, della polizia, del prefetto, dell’amministrazione comunale, nel contesto di una campagna repressiva che sta investendo i quartieri popolari di Torino Nord.
Mentre i fascisti per giustificare la magra figura diffondevano un comunicato in cui si definivano “prigionieri politici”, ai giardini Alimonda fuochi d’artificio concludevano festosamente una giornata di informazione e lotta.
Nei nostri quartieri la presenza fascista non è, e mai sarà, ben accetta: l’antifascismo non si delega, si agisce ogni giorno attraverso pratiche di azione diretta.
No alla guerra tra poveri,
No alla guerra ai poveri!

Di seguito il testo del volantino distribuito lungo il tragitto:

No a Forza Nuova!
Azione diretta contro Stato e fascisti!
I fascisti di Forza Nuova vogliono fare una passeggiata elettorale nel quartiere Aurora, che è stato a lungo sotto i riflettori dei media per la pesante militarizzazione imposta ai suoi abitanti. L’amministrazione comunale pentastellata ha deciso di regolare i conti con gli anarchici e di dare garanzie agli investitori che si stanno riversando su una periferia troppo vicina al centro, da tempo attraversata da riqualificazioni escludenti, sfratti, operazioni di polizia ai giardinetti e nelle fabbriche abbandonate, dove vengono cacciati senza tetto e senza documenti.
Ultimo atto, la ciliegina sulla torta, potrebbe essere lo sgombero del Balon dall’area dei Molassi e di San Pietro in Vincoli.
La ciambella non è riuscita con il buco e la resistenza di abitanti, poveri, anarchici va avanti aprendo crepe nel consenso alle politiche disciplinari del governo nazionale come di quello locale.
Forza Nuova è uno dei referenti delle destre istituzionali al governo.
L’estrema destra svolge oggi il ruolo che i fascisti avevano sin dal 1919, quando vennero fondati i fasci di combattimento. I fascisti sono la mano armata informale del governo: fanno il lavoro sporco che i gialloverdi non possono ancora permettersi di affidare direttamente alla polizia.
Usano la violenza contro gli immigrati, i poveri, i rom, i senza casa, tutti trattati da nemici in una guerra senza esclusione di colpi. I “nemici interni”, le non persone, colpevoli di esistere, di essere vive, di avere diritto ad una casa popolare, finiscono nel loro mirino. La donna rom con la bambina in braccio che è stata minacciata di stupro mentre entrava in una casa dopo anni di baracca, è l’emblema di un paese in cui Auschwitz è dietro l’angolo.
Forza Nuova non scende in piazza contro la mafia, ma solo contro quella nigeriana, perché nel mirino ci sono gli immigrati: nella retorica fascista gli immigrati sono tutti delinquenti. Come gli italiani che emigravano in tutto il mondo sino a pochi decenni fa.

I fascisti sono la mano armata dei padroni, che ogni giorno ci rubano la vita per farsi sempre più ricchi. I fascisti attizzano il fuoco della guerra tra poveri, tra italiani poveri ed immigrati poveri, tra senza casa, tra precari, per impedire che ci uniamo per liberarci dallo sfruttamento, per prenderci le case, per cacciare chi ci opprime e chi ci sfrutta.
I fascisti, sotto altra veste, sono già al potere. In questi giorni il governo sta preparando un nuovo pacchetto “sicurezza”. Nel mirino chi presta soccorso ai naufraghi, impedendo che siano ricacciati nei lager libici, dove stupri, torture, fame, ricatti e omicidi sono terribilmente normali. I lager sono in Libia, i responsabili sono al governo in Italia e in Europa.
Nel mirino del governo c’è anche chi manifesta: basterà accendere un fumogeno o sedersi in terra durante una protesta per rischiare la galera.
Nel primo decreto migliaia di persone che vivevano e lavoravano nel nostro paese sono state cacciate dai centri di accoglienza, perché è stata cancellata la protezione umanitaria. Il governo ha trasformato in clandestini anche i neonati. Hanno stanziato fondi per aumentare i poliziotti per le strade, per pagare i voli di deportazione, sperando che la gente cada nella trappola di non saper più riconoscere il nemico di classe. Per i padroni siamo tutti uguali, perché gli interessa il colore dei soldi non quello della pelle.
Chi occupa una casa per dare un tetto a se e ai propri figli rischia lunghe pene detentive. I lavoratori che fanno un blocco per obbligare chi li sfrutta e deruba ogni giorno a mollare più soldi, più libertà, meno ore di lavoro, meno controlli elettronici non avranno una semplice multa ma la detenzione sino a sei anni.
Un incubo totalitario. Se non ci opponiamo ora, il domani potrebbe essere più scuro di un oggi già nero. I fascisti di Forza Nuova sono solo un tassello, feroce, razzista, omofobo, misogino di un puzzle i cui pezzi principali sono composti nelle aule del parlamento.

Nel mondo che vogliamo gli unici stranieri sono fascisti, polizia, governanti.
Via i fascisti dai nostri quartieri!

Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46 – riunioni ogni giovedì alle 21

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Primo Maggio a Torino. A bocce ferme

A volte ci vuole un po’ di tempo tra gli eventi e la loro narrazione.
Da alcuni anni il Primo Maggio torinese ha smesso di essere una scatola con tanti pezzi diversi, che si disponevano secondo un ordine rituale, immutabile nel tempo.
In testa Cgil, Cisl, Uil, gli organizzatori ufficiali della giornata, preceduti solo dalla banda municipale e dal parterre istituzionale, che, al di là delle congiunture elettorali, escludeva i fascisti. Poi le associazioni, seguite dai settori più radicali del sindacalismo di base, dai centri sociali, dagli spezzoni dell’anarchismo sociale e infine dai partiti della “sinistra” istituzionale, prima il PD e poi tutti i pezzi della lunga diaspora post-comunista. Distanti e separati quelli di Lotta Comunista, che con coreografia da piazza Rossa moscovita, facevano la loro uscita pubblica annuale.
Il Primo Maggio a Torino, diversamente da Milano, dove il bagno di folla è il 25 aprile, è sempre stato un momento di forte partecipazione popolare. A Torino l’insurrezione contro il fascismo, con combattimenti strada per strada, durò giorni: solo il Primo Maggio, con le formazioni partigiane in piazza, si poté dire conclusa.
Il Primo Maggio per i torinesi è stata la festa della Liberazione, momento in cui chi aveva combattuto il fascismo per andare oltre la democrazia borghese, si incontrava e si riconosceva.
Negli ultimi anni le tante piazze torinesi, che si rappresentavano nel corteo del Primo Maggio si sono sempre più divaricate. Non sono mancati gli scontri con i servizi d’ordine del PD e con la polizia, messa a guardia del corteo istituzionale, affinché non vi fossero voci discordanti in piazza.
Poi, buona parte del sindacalismo di base non è più scesa in piazza e il PD, dopo innumeri contestazioni, culminate con il blocco al loro ingresso in piazza San Carlo, si sono riposizionati nella prima parte del corteo.
Nel 2017 la polizia ha fatto cariche molto dure per impedire che post-autonomi e anarchici entrassero troppo presto in piazza.
Solo nel 2018 tutto è filato liscio: il cordone di sicurezza dei 5Stelle davanti ai centri sociali post autonomi ha funzionato: la polizia non è intervenuta.
Quest’anno una campagna elettorale incandescente ha fatto saltare un fragile equilibrio.
La partita sul Tav è stata al centro dell’agone politico per mesi: ancora una volta il PD e, a ruota, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia hanno puntato tutto sulla nuova linea ferroviaria ad alta velocità tra Torino e Lyon. Il Movimento 5Stelle, che sul piano nazionale ha perso terreno tra i movimenti ambientalisti, di difesa del territorio e contro le nocività, sul Tav ha mantenuto un atteggiamento ambiguo, dando comunque il via libera ai bandi per la realizzazione del tunnel di base.
In Piemonte il M5S ha bisogno dei voti No Tav per frenare una caduta pronosticata da mesi dai sondaggisti.
Alcuni consiglieri comunali e regionali a 5 Stelle hanno provato a fare da intercapedine tra lo spezzone No Tav, confluito in quello post-autonomo, e quello del PD, che ha schierato il proprio servizio d’ordine.
I fatti sono noti, prima i picchiatori dell’Idra Service, al servizio del PD hanno assalito i No Tav in piazza Vittorio, poi l’iniziativa è passata alla polizia che ha distribuito con generosità manganellate alle prime file No Tav, che li hanno affrontati senza nessuna protezione o altro strumento di autodifesa.
Poi, ritualmente, piazza San Carlo si è vuotata degli organizzatori e sono entrati tutti gli altri. Vi rimane solo uno sparuto manipolo di Si.Cobas che, dopo, un mini corteo in Barriera, si erano infilati nella parte istituzionale del corteo per azzardare qualche fischio e slogan in piazza San Carlo.
Sul palco lasciato vuoto si sono issati No Tav e post-autonomi.
Nei prossimi mesi sul Tav si giocherà una partita decisiva. Decisiva per l’autonomia di un movimento, che nessun governo è riuscito a piegare, ma che si è fatto irretire dalle seduzioni pentastellate sino a smarrire, almeno in parte, la bussola.
Anche questo Primo Maggio i 5Stelle sono riusciti a recitare la parte del partito di lotta e di governo: un’ambiguità voluta, utile ad una campagna elettorale giocata sul filo di lana.
La Torino a 5Stelle è un Giano bifronte. C’è la sindaca Appendino che si congratula con la polizia per la repressione contro gli anarchici, ci sono i consiglieri comunali pentastellati in quota a centri sociali e sindacati di base, che hanno fatto gli scudi umani di fronte allo spezzone No Tav, vero specchietto per le allodole, l’ultima spiaggia per chi ha bisogno dei voti No Tav, nonostante non abbia fatto nulla per impedire che venissero lanciati i bandi per il tunnel di base, vero avvio dei lavori per la Torino Lyon.
La Torino a 5 Stelle è un Luna Park per turisti, una vetrina di grandi eventi, di buoni affari per commercianti, imprenditori, banche. La Torino a 5 Stelle è anche un parco giochi per polizia e militari tra sgomberi, sfratti, precarietà, sfruttamento, riqualificazioni escludenti e “sicurezza partecipata”.

In testa al corteo, oltre alla sindaca pentastellata in flirt permanente con il presidente dem della Regione Chiamparino, sono sfilati i fascisti di Fratelli d’Italia, tra cui spiccava il picchiatore Ghiglia, i vari candidati del centro-destra alle elezioni regionali ed europee. Per la prima volta dal 1945, i fascisti erano in piazza il Primo Maggio. I fascisti sono e sono stati al governo. Mai però nella piazza antifascista del Primo Maggio. Si è rotto l’ultimo argine.

Gli anarchici, con bandiere rosse e nere e No Tav, quest’anno hanno scelto di puntare su uno spezzone che si è intenzionalmente collocato in coda al corteo. Uno spezzone molto partecipato e comunicativo che ha scelto di sottrarsi ai giochi elettorali con cui PD e 5Stelle hanno provato a disegnare la piazza del Primo Maggio.
Una scelta che ha pagato, ma, a bocce ferme, occorre una riflessione di più ampio respiro.
Abbiamo portato in piazza le lotte che conduciamo ogni giorno nei posti di lavoro dove la precarietà, lo sfruttamento, la nocività del lavoro e dell’ambiente sono sempre più forti. Abbiamo portato in piazza le lotte contro la militarizzazione delle periferie e le frontiere, nella consapevolezza che il Primo Maggio è un giorno di sciopero, di insubordinazione sociale, un’occasione per riunire le nostre tribù intorno al fuoco per fare il punto e ripartire.

Ma non basta. Non più. Occorre raccogliere le forze per costruire un percorso che vada oltre la rituale contrapposizione allo spezzone istituzionale, una pratica sempre più stanca, la cui principale forza è solo nell’attenzione mediatica. Se il nemico marcia alla tua testa, non si può continuare a rincorrerlo per sorpassarlo. E non basta stare lontani.
Oggi i movimenti sociali rappresentano la parte viva e forte del corteo del Primo Maggio, dove in testa sfilano funzionari che hanno fretta di andare a pranzo.
É tempo di andare altrove.

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Controllo, periferie, gentrification. Tutti amano la polizia?

Le statistiche finanziate dal ministero dell’Interno danno in costante aumento la fiducia nei confronti della polizia, e in generale, di tutte le istituzioni pubbliche e private che gestiscono l’ordine pubblico per conto del governo o delle corporation.
Secondo l’Eurispes nel 2018 il 71% della popolazione avrebbe una buona opinione del lavoro della polizia, buona opinione che invece non si estende alle istituzioni politiche, in calo netto in diversi sondaggi, che evidenziano come la maggior parte delle persone ritengano immutabile la situazione sociale in cui sono immersi e ne attribuiscano la responsabilità al governo di turno.
Solo un italiano su 5 ha fiducia nel governo, sempre secondo i dati più recenti forniti dall’Eurispes, che non trovate sul sito del ministero dell’Interno ma hanno ampia eco sui siti legati a militari e polizia.
In altri termini ci sarebbe fiducia nel braccio armato dello Stato ma non nelle istituzioni politiche e, tanto meno in quelle giudiziarie, che ne determinano le regole di ingaggio, l’impiego sui vari territori, il finanziamento, la narrazione.
Lo sa bene l’attuale ministro dell’Interno che in ogni occasione possibile indossa la divisa della Polizia di Stato, contando su un processo identificativo che si innesti su un immaginario consolidato.

Facciamo un passo indietro
Nel dicembre del 2013 per tre giorni Torino venne attraversata da blocchi, cortei spontanei e serrate dei negozianti: volantini tricolori inneggiavano ad una presa del potere dei militari come passaggio ad un governo civile che ne interpretasse le istanze. Gli applausi ai poliziotti, baciati e abbracciati durante cortei selvaggi e blocchi stradali erano il segno di una volontà di rottura “rivoluzionaria”, in cui i vari corpi armati dello Stato si mettessero a disposizione dei cittadini insorti.
Durò poco, la repressione fu minima, la tolleranza notevole. Il blocco sociale che a Torino si rappresentò con forza non ebbe equivalenti nel resto della penisola, dove la “rivoluzione” forcona venne cavalcata solo dall’estrema destra classica, senza assumere il carattere vagamente insurrezionale della tre giorni subalpina.
In Barriera di Milano, il quartiere di Torino dove sono nata e dove ho trascorso buona parte della mia vita, il cuore della rivolta erano i lavoratori autonomi dei mercati, le partite IVA, i tassisti, i giovani italiani disoccupati, i piccoli negozianti schiacciati dalla grande distribuzione. Nei giorni che precedettero la breve avventura Forcona nei bar di Barriera si respirava un’aria strana, a metà tra l’esaltazione e il timore, in bilico tra la voglia di fare il “salto” e l’ansia per i propri affari. Nessuno aveva paura della polizia, delle possibili denunce: erano convinti di essere nel giusto e che i giusti non potessero che stare dalla loro parte. L’illegalità diffusa cui si dedicarono nei tre giorni successivi era giustificata dal diritto/dovere all’insurrezione. Segno che la legittimità delle istituzioni politiche è sempre, anche in questo caso, soggetta al consenso popolare.
Le ragioni sociali di quell’anomalo dicembre vennero evidenziate dalla maggior parte di chi studiò o commentò la vicenda, ma c’era una radice politica che i più preferirono ignorare. Sei mesi prima il movimento 5Stelle aveva sfondato le porte del parlamento con un’armata Brancaleone, nella quale si identificavano tanti di coloro che a dicembre volevano fare la “rivoluzione”. Erano quelli che promettevano di “aprire il parlamento come una scatoletta di tonno”. Uno dei motivi guida dei Forconi era la consapevolezza di aver votato per cambiare mentre tutto restava come prima.
Tutto finì in nulla e tutti tornarono a casa con la coda tra le gambe. La rivoluzione non è un pranzo di gala e non si fa in tre giorni.

Il nemico interno
Più di cinque anni dopo quell’aggregato sociale ha trovato rappresentanza nell’ibrido giallo-verde al governo.
La militarizzazione sempre più schiacciante dello spazio sociale ne è la caratteristica distintiva. Se la polizia è l’istituzione che attira i maggiori consensi, metterla in campo è un buono spot pubblicitario.
Gli spot funzionano finché la merce vera è l’immaginario che generano: quando le questioni sociali restano sullo sfondo, il meccanismo rischia di rompersi.
Se nel mirino finiscono gli immigrati, i consensi verso il governo aumentano. L’indignazione per i porti chiusi, i morti nel Mediterraneo e sulle rotte alpine è forte tra le classi medie colte, ma non tocca le periferie, dove gli italiani impoveriti vivono a fianco degli immigrati poveri e vorrebbero vederli sparire, nell’illusione che eliminato il “nemico interno”, tornerà l’età dell’oro con welfare, pensioni, sanità, scuole, trasporti di qualità.
Il governo, consapevole della necessità di offrire una risposta alle tensioni sociali che attraversano il paese, ha fatto leva su due proposte che hanno garantito il successo elettorale del Movimento 5Stelle e della Lega alle scorse elezioni politiche: quota 100 e reddito di cittadinanza. Entrambi i provvedimenti rischiano di portare ad un flop, perché il trucco c’è e si vede.
La legge Fornero non è stata abolita. Chi rientra nella quota 100 prenderà una pensione molto più bassa di chi ci andrà a 67 anni, perché il sistema di calcolo della pensione resterà quello fissato dalla legge del governo targato PD. Il reddito di cittadinanza è un’elemosina, elargita a chi la “merita”, accettando di lavorare gratis, di fare qualsiasi lavoro ovunque. Un meccanismo che ha lo scopo di disciplinare gruppi sociali pericolosi. Non si riconosce un diritto ma si definisce una condizione di inferiorità morale da cui i soggetti beneficati devono dimostrare di voler uscire. L’emblema di questa misura è la tessera a punti che i titolari del reddito devono usare dove e come decide il governo. Chi ha la sfortuna di essere nato altrove non avrà nemmeno l’elemosina destinata agli altri.
Se, come prevedibile, le misure sociali del governo non daranno risposte al blocco sociale che lo sostiene, la parola va alla retorica del nemico interno ed alla polizia. Una china scivolosa anche per il ministro dell’Interno, che all’indomani dello sgombero dell’Asilo di Torino, dopo 24 anni di occupazione, ha dichiarato che “dopo aver bloccato gli sbarchi dei migranti, è pronto all’affondo decisivo contro i “delinquenti” dei centri sociali”. Vecchi “nemici” evocati per mantenere il focus sull’ordine pubblico, sulla militarizzazione delle città, sulla stretta disciplinare.
Le periferie delle nostre città sono sempre più polveriere sociali pronte ad esplodere. In alcuni casi sono i fascisti a dare le carte di un gioco truccato, animando le proteste contro rom, profughi, immigrati, altrove la partita è più complessa e difficile da vincere.

Torniamo a Torino.
Lo sgombero dell’Asilo, gli arresti per sovversione, sono stati gestiti occupando militarmente un settore importante della periferia Nord e moltiplicando la pressione disciplinare sulla città.
Chi conosce e vive questa zona assapora da anni il sapore agre del controllo militare cui è sottoposto ogni giorno. Una quotidianità scandita da posti di blocco, retate di stranieri senza documenti, senzatetto, poveri che vivono lavando vetri o smerciando qualcosa.
Tanti di quelli che vivono tra Barriera di Milano e Aurora conoscono gli anarchici, che da decenni sono radicati nel quartiere. Diversi gruppi anarchici hanno o hanno avuto sede qui. Tante lotte, iniziative culturali, di solidarietà e di mutuo appoggio si sono sviluppate tra la Stura e la Dora.
Negli ultimi tempi lo scontro sociale è più duro.
Nei lunghi anni di governo del centro sinistra Torino si è trasformata radicalmente. La metropoli della Fiat, pensata e costruita come città fabbrica, ha lasciato il posto alla città immaginata tra il Politecnico, la stessa Fiat, le Banche e il partito Democratico. Città di servizi, turismo e grandi eventi. Gli antichi borghi operai, luogo di crescente marginalità sociale, sono costantemente sospesi tra riqualificazioni escludenti e il parco giochi di carabinieri, militari e poliziotti.
La giunta a 5Stelle si è velocemente inserita nel solco dei governi precedenti.
L’area di Porta Palazzo è attraversata da un processo di gentrificazione, che ha reso necessaria la normalizzazione violenta del quartiere. Un processo che nel quadrilatero romano venne gestito con infinita lentezza, favorendone l’assorbimento in maniera quasi indolore, ha subito una secca accelerazione.
Segno dei tempi.
Siamo in una periferia tradizionalmente eccentrica, in tutta la densità semantica del termine. Quartiere di poveri e di immigrati vicinissimo al salotto buono della città, luogo dove le pratiche e gli immaginari utopici si sono intrecciati lungo l’arco dell’ultimo secolo.
Continued…

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Food and gentrification a Porta Palazzo

Lo scorso luglio è partito un progetto investe tutta l’area di Porta Palazzo, che ospita il mercato all’aperto più grande d’Europa. Il fulcro narrativo e materiale della “riqualificazione” dell’area è la gastronomia.
Da settembre prossimo l’ex caserma dei Vigili del fuoco in corso Regina Margherita ospiterà “Combo”, un nuovo ostello della gioventù progettato dall’architetto norvegese Ole Sondresen e finanziato da Michele Denegri. Nei 5.500 mq di superficie ci saranno 250 posti letto, aree multifunzionali artistiche con servizio di ristorazione e un bar aperto 24 ore. Restyling anche per il mercato del pesce: i lavori dureranno circa due anni. L’intervento prevede una “boutique del pesce” al piano terra con punti vendita ristrutturati, un bar, uno stand per la degustazione “street food” delle specialità ittiche e un ristorante di lusso.
L’operazione sarà gestita dal Consorzio mercato ittico di Porta Palazzo, formato da Coming alimentare srl e la Cortese Santo Nicola.
A completamento del mercato è prevista anche la risistemazione dei bastioni sotto il parco archeologico, dove gli ambulanti potranno nuovamente parcheggiare i loro carretti.

Sabato 13 aprile verrà inaugurato Mercato Centrale. Il bottiglione verde dell’archistar Massimiliano Fuksas ha conosciuto una vita tribolata sin dall’esordio, quando venne costruito al posto della vecchia Ala liberty che ospitava i negozietti/bancarelle degli abiti a basso costo per gli abituali frequentatori del mercato.
Il Palafuksas era destinato a fallire, perché i negozi di lusso non lo trovavano attrattivo e i vecchi negozianti non potevano permettersi i nuovi affitti. Dalla sua apertura è sempre stato una spina nel fianco delle amministrazioni subalpine. Oggi, nella Porta Palazzo in via di gentrificazione, voluta prima dalle amministrazioni targate PD e oggi dalla giunta a 5Stelle, il bottiglione ospita un polo del gusto, secondo la recente vocazione torinese, che va da Terra Madre ad Eataly, Alti Cibi ad enorme tasso di sfruttamento.
Ci sono voluti dieci mesi di lavoro con un investimento di sei milioni di euro per realizzare a Torino il terzo “Mercato Centrale” in Italia, dopo quelli aperti a Firenze (mercato San Lorenzo) e Roma (Stazione Termini). 4.500 metri quadri distribuiti su tre livelli. Ci saranno 26 botteghe, tra artigiani del gusto, ristoranti, bar, birreria e una scuola di cucina.

Il ‘Mercato Centrale’ nasce dall’idea dell’imprenditore della ristorazione Umberto Montano e dall’esperienza del gruppo Human Company della famiglia Cardini-Vannucchi. “Non solo – spiegano gli ideatori – un luogo, aperto dalle 8 alle 24, dove mangiare e fare la spesa, ma una destinazione in cui cibo e cultura s’incontrano, generando forte aggregazione sociale e realizzando progetti di rigenerazione nel tessuto urbano all’interno del quale si inserisce”.
In altri termini: per i poveri, che pure ancora abitano in buona parte della zona del mercato, non ci sarà posto. L’aumento degli affitti delle case, dei posti dove piazzare i banchi, dei prezzi delle merci allontanerà dal quartiere la popolazione che non se lo potrà permettere.
Un quartiere attira le persone perché vivace, multietnico, perché nell’area del mercato e in quella del limitrofo Balon, gira tanta gente diversa, che ne costituisce l’attrattiva, rischia di trasformarsi in un Luna Park plastificato, destinato a turisti plastificati che affolleranno – già ora accade – le case trasformate in Bed & Breckfast dopo la fuga dei vecchi abitanti.

Ultimo tassello della partita dell’amministrazione Appendino lo spostamento del pezzo non ancora normalizzato del Balon, quello tra il canale Molassi e il piazzale di San Pietro in Vincoli, il vecchio cimitero degli impiccati, rinominato “Barattolo” e gestito dall’associazione Vivi Balon, nata per mettere sotto controllo il mercato illegale, spontaneo, che nell’area che va dal Ponte ora dedicato al vicesindaco sceriffo Domenico Carpanini” al limite della grande piazza della Repubblica, che i vecchi piemu chiamavano Porta Pila. Ora vengono sfrattati tutti, sospinti verso via Carcano, in un’area desolata nei pressi del cimitero, dove già si svolge il mercato domenicale, che dieci anni fa occupava motu proprio l’area di Porta Palazzo Nord, che, nonostante le lotte, venne cacciato con la politica del divide et impera.
Doveva finire tutto quasi tre mesi fa, invece sabato dopo sabato, i balonari occupano la piazza e resistono.
La gentrificazione ci mostra la linea di cesura tra le classi senza finzioni o belletti.
Su questa scena ci sono anche altri attori. La questura di Torino, che stringe il quartiere in una soffocante morsa disciplinare, i poveri che resistono e difendono i loro commerci, gli anarchici che si collocano sulla faglia mobile del conflitto, del mutuo appoggio, della costruzione di assemblee popolari dal basso, parte dell’intelligenza torinese, che sente l’urgenza di impastare le proprie ricerche con la polvere delle strade di Porta Palazzo, per un pensiero che è situato, perché la neutralità è la maschera dei padroni e degli oppressori.

Di Mercato Centrale, di quest’ennesima riqualificazione escludente nel cuore di Porta Palazzo, l’info di Blackout ne ha parlato con Giovanni Semi, sociologo dell’Università di Torino, tra i promotori dell’iniziativa “Cosa succede in città?”

Ascolta la diretta:

 

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Processo ai volontari in Siria. Ricordo di Orso, partigiano contro l’Isis

Ieri mattina c’è stata la seconda udienza nel procedimento avviato dalla Procura di Torino, che ha chiesto la sorveglianza speciale e il divieto di dimora nella loro città per cinque volontari italiani in Siria.
All’udienza è intervenuto alche il capo della Procura Borgna per sostenere che la sorveglianza speciale è una norma “democratica” e non fascista. Non possiamo che essere d’accordo con lui, perché sebbene le assonanze con normative di epoca fascista siano evidenti, la sorveglianza speciale è una misura squisitamente “democratica”. La democrazia tratta da nemici, privando della libertà per via amministrativa, chi non riesce e condannare e rinchiudere con i pur innumeri strumenti offerti dalla legislazione penale.
Borgna ha voluto mettere il suo peso un procedimento di natura squisitamente politica, affiancando le esili argomentazioni della PM Pedrotta.
Per la PM i cinque torinesi accorsi in Siria per sostenere la rivoluzione democratica contro lo Stato Islamico sarebbero “socialmente pericolosi”.
La nozione di pericolosità sociale è del tutto scivolosa, quasi impalpabile, perché retta sulla presunzione che si possano valutare le intenzioni sulla base di un pedigree tracciato dalla polizia.
Aver appreso l’uso delle armi la volontà di usarle anche in Italia. Una forzatura indimostrabile, che tuttavia si incardina sui profili criminali tracciati dalla polizia politica.
Fuori dall’aula c’erano le foto di Orso e Giovanni, altri due volontari italiani, entrambi caduti in combattimento in Siria. Da morti sono considerati “eroi”, da vivi rischiano di perdere la libertà di abitare nella loro città, di frequentare assemblee e riunioni politiche, di partecipare a cortei e altre iniziative di lotta, rischiano il coprifuoco notturno.
Le arringhe della difesa sono andate aventi sino alle 13,30. Il tribunale si è riservato di decidere: ha 90 giorni per comunicare la sentenza.
Nel pomeriggio, nella centralissima piazza Carlo Alberto, presidio per ricordare Lorenzo Orsetti, Tekoser, volontario anarchico in Siria, morto nella battaglia di Teghuz il 18 marzo.
Una data che è nella memoria e nel cuore di tanti. Nell’anniversario della Comune. Quella di Parigi del 1871, quella di Kronstradt del 1921. I fili si intrecciano, la memoria siamo noi che la teniamo viva.
Tante le testimonianze di chi lo aveva conosciuto in Siria. Orso da quando ha scelto di andare a combattere non si è mai risparmiato. Da Afrin, dove la sua serenità dava coraggio a tanti, sino all’ultima battaglia, quando è caduto insieme ad altri volontari arabi negli ultimi giorni dell’ISIS in Siria.
Domenica 31 marzo ci sarà un corteo nazionale in memoria di Orso a Firenze. Ore 15 piazza Leopoldo.

L’info di Blackout ne ha parlato con Paolo – Pachino – Andolina, uno dei cinque volontari per i quali è stata chiesta la sorveglianza speciale, amico e compagno di Orso.

Ascolta la diretta con Paolo:

 

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Lorenzo, Orso, Tekoser. Anarchico morto per la libertà

Lorenzo Orsetti, nome di battaglia Tekoser, è stato ucciso in un’imboscata durante la battaglia di Teghuz. Sarebbe presto tornato in Italia, ma ha voluto esserci per affrontare quest’ultima roccaforte dell’ISIS.
Teghuz è circondata, molti si sono arresi ma un nucleo di circa 1500 soldati dello Stato Islamico ha deciso di combattere sino alla fine.
Lorenzo era uno dei tanti volontari accorsi in Siria per difendere il confederalismo democratico in Rojava e per combattere l’Isis.
“Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo. Beh non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà”, si legge nella lettera firmata Orso, Tekoser, Lorenzo.
Lorenzo era anarchico e combatteva in un battaglione di anarchici. Oggi viene onorato da tutti, persino dal Ministro dell’Interno, lo stesso ministro che, se Lorenzo fosse tornato vivo dalla Siria, lo avrebbe trattato da delinquente.

La prossima settimana il tribunale di Torino deciderà sulla richiesta di sorveglianza speciale per cinque volontari torinesi, considerati socialmente pericolosi, per aver appreso l’uso delle armi.
Gli anarchici qualche volta diventano eroi ma solo da morti, quando l’ultimo sfregio che si può fare loro è annebbiarne la memoria falsificandola. In questo, i macellai dello Stato Islamico, che gli hanno imposto l’etichetta di “crociato” e i politici italiani, che mettono la sordina sulla sua storia e lo usano per le loro crociate, sono fatti della stessa pasta.

Ne abbiamo parlato con con Paolo “Pachino” Andolina, già membro delle formazioni di autodifesa in Siria, uno dei cinque torinesi che rischiano di diventare sorvegliati speciali. Paolo ha conosciuto Lorenzo in Siria e sa che la promessa reciproca di rivedersi in Italia non potrà essere mantenuta.
Lorenzo per sua volontà sarà seppellito lì dove ha vissuto e combattuto nell’ultimo anno e mezzo.

Numerose iniziative per ricordare Lorenzo e la sua lotta sono in cantiere.
A Firenze il prossimo 31 marzo è stata lanciata una manifestazione nazionale.
A Torino, il 25 marzo alle 8,30 presidio davanti al tribunale di Torino per l’udienza per la sorveglianza speciale, alle 17 presidio in piazza Castello per Orso, Tekoser, Lorenzo

Ascolta la diretta con Paolo:

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Verso il 23M a Roma. La discarica globale

Roma 23 marzo. In marcia per fermare il cambiamento climatico e le grandi opere

Il cambiamento climatico e le conseguenze devastanti che ne derivano sono oggi saperi condivisi. Un tempo se ne occupavano solo gli esperti e gli attivisti ambientali, oggi investono in modo diretto le vite di tutti.
Le conseguenze del cambiamento climatico e della mancata tutela del territorio fanno morti e feriti a ogni temporale, ad ogni mareggiata, ad ogni incendio. Cementificazione, deforestazione, inquinamento dell’aria e dell’acqua producono devastazioni su scala globale.
Le chiamano “catastrofi naturali”, ma la loro origine è umana, sin troppo umana, ma non colpiscono tutti allo stesso modo. Un capitalismo cieco e sordo ci conduce diritto sino alla catastrofe. Chi governa e chi lucra sulle vite altrui ha uno sguardo ancorato al presente, con una progettualità che si limita ad una proiezione elettorale o ad un’indagine stagionale di marketing. Le questioni ambientali sono affrontate con interesse solo se possono essere fonte di business. La Green Economy è un lusso messo a disposizione di chi può e vuole pagare per alimenti più sani, acqua pulita, oasi privilegiate.
Il prezzo del cambiamento climatico e dell’abbandono dei territori viene pagato soprattutto dai più poveri.
I profughi climatici, quelli che fuggono da intere aree del pianeta, dove l’avanzare della desertificazione chiude ogni possibilità di sopravvivenza, sono in costante aumento. Non importa quanti muri verranno eretti, quanti militari armati saranno messi a guardia dei confini, quante vite verranno inghiottite dai deserti, dai mari, dalle montagne. Ci sarà sempre qualcuno che si metterà in viaggio. Quando la casa brucia si tenta il tutto per tutto. Oggi sta bruciando la casa di tutti, sta entrando in ebollizione il pianeta. Continued…

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Il Tav, i due compari e la truffa elettorale

Un tira e molla durato settimane. Come una margherita sfogliata a San Valentino, i due vice presidenti del consiglio hanno recitato con cura un copione già scritto. No Tav, Si Tav, No Tav, Si Tav. Vediamo chi vince, vediamo chi resta con il gambo in mano.
Ieri, con la decisione di TELT, la società italo francese incaricata della costruzione della Torino Lyon, di far partire gli “avis de marchés” gli inviti a presentare le candidatura per i lotti francesi del tunnel di base della Torino-Lione, i giochi parevano fatti.
Salvini ha dichiarato che i lavori per la realizzazione del tunnel di base sarebbero partiti presto, che l’opera non aveva subito alcuno stop.
Di Maio invece sosteneva che le “dichiarazioni” di interesse raccolte da Telt non rappresentavano alcun impegno né vincolo che obbligasse l’Italia e la Francia, principali azioniste di TELT, a pagare penali in caso di recesso. Secondo DI Maio il Tav non si farà.

Un fatto è certo: l’opera va avanti, nonostante le chiacchiere del movimento 5 Stelle sullo stop imposto agli alleati di governo. È anche certo che non si pagheranno penali se tra sei mesi non verranno lanciati i bandi.
L’info di Radio Blackout ha sottoposto la questione al professor Tartaglia del Politecnico di Torino, tecnico No Tav.
La sua risposta è stata tanto semplice, quanto complesse sono state le giravolte elettorali dei due compari in competizione per le europee e le regionali piemontesi. Continued…

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Agli incroci del labirinto

Si chiama Simona. Mentre scrivo si trova al centro grandi ustionati di Torino. Non può vedere né sentire nulla: è stata sedata ed intubata, per evitarle sofferenze terribili. Stava andando al lavoro, quando nel parcheggio è stata raggiunta da Mario D’Uonno, l’uomo che da oltre due anni la perseguita in un crescendo di insulti, violenze e minacce. Pochi giorni prima era sfuggita ad un tentativo di speronamento, questa volta non ce l’ha fatta. É stata inseguita, bloccata, picchiata. Infine l’uomo ha preso la tanica di benzina che aveva preparato, l’ha gettata sull’auto ed ha appiccato il fuoco. Prima di perdere conoscenza Simona ha gridato “è stato lui”.
Lui che sui social aveva scritto “Ti manderò all’inferno. Fosse l’ultima cosa che faccio”. Detto e fatto.
Simona non è una vittima. Aveva dato parola alla persecuzione, aveva denunciato le angherie che subiva. Anche per questo Mario D’Uonno ha cercato di bruciarla viva, di annientarla.

Sui media e sui giornali si è scatenata la canea di chi chiede più polizia e repressione, di chi parla di “amore malato”, di “sfera affettiva”, di questioni “private”.

Le statistiche dell’ultimo anno ci dicono che nel nostro paese il numero di omicidi è ancora calato. Se si scorporano i dati emerge che è diminuito il numero degli uomini uccisi, resta invece stabile quello delle donne ammazzate.
Nell’aridità di questi calcoli è la cifra della guerra contro la libertà femminile. Una guerra che non si deve nominare, che viene sistematicamente travestita da malattia, eccesso, eccezione. Raptus e follia sono il paravento che copre il non detto, il non dicibile.
La violenza contro le donne è un fatto del tutto “normale” nel nostro paese e su scala planetaria. Normale perché non ha nulla di eccezionale, strambo, folle; normale perché viene agita da uomini di tutte le età, di tutti i ceti sociali, di ogni livello di istruzione.
Il disconoscimento della guerra contro le donne, innescata dai tanti percorsi di libertà ed autonomia che hanno segnato gli ultimi quarant’anni, ha rimesso in pista il femminismo. Un femminismo consapevole che la posta in gioco è alta, che nulla è scontato, che la lotta al patriarcato è necessaria per ogni reale trasformazione verso la libertà e l’uguaglianza di soggetti, che lo sguardo femminista sottrae agli stereotipi di genere e consegna all’avventura del superamento delle identità precostituite ed imposte. Continued…

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Arance insanguinate e ruspe: dalla Diciotti a Rosarno

Nell’ennesimo rogo nella Baraccopoli di Rosarno è morto un lavoratore immigrato. Si chiamava Moussa Ba ed era originario del Senegal. Non è il primo e probabilmente non sarà l’ultimo, perché la precarietà dei rifugi di plastica e legno, dove vivono buona parte dei braccianti della piana di Gioia Tauro, è tale che basta una scintilla ad innescare roghi devastanti, che inghiottono case e vite. Il ministro dell’Interno ha riproposto la sua ricetta, ruspe e sgomberi, ma per il momento le sue sono solo parole, perché la ricchezza del comparto agroalimentare della zona si fonda sulle povertà dei lavoratori schiavi.
Ai braccianti africani nessuno affitta una casa. Chi lo fa propone contratti di qualche mese, il tempo della stagione della raccolta e poi via, lontano, non importa dove.
Pochi però possono aspirare ad un tetto in affitto, troppo basse le paghe, troppe le persone rimaste a casa cui spedire qualche soldo.
I lavoratori sono pagati a cottimo (“0,50 centesimi per ogni cassetta di arance, 1 euro per i mandarini”) o a giornata: “Poco più del 90% percepisce tra i 25 ed i 30 euro al giorno, il 7,17% ha un guadagno compreso tra 30 e 40 euro e il 2% riceve addirittura meno di 25 euro.
Le tende di plastica, le baracche fatte di lamiere recuperate, legno e quel che capita sono l’unico riparo.
Difficilmente Salvini manderà qui le sue ruspe. Rosarno non è il CARA di Mineo né quello di Castelnuovo di Porto, postacci dai quali sono stati cacciati nelle scorse settimane i migranti diventati clandestini per decreto legge.
Rosarno è una miniera d’oro. Continued…

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Un’eccentrica periferia torinese. Cronache sovversive

L’attacco all’Asilo, l’accusa di associazione sovversiva, la normalizzazione violenta di un quartiere

Era l’alba del 7 febbraio. Sin dalla tarda notte c’erano stati segnali d’allarme: decine di mezzi blindati della polizia in movimento per la città. La sorpresa, programmata con cura, non aveva funzionato. Quando un esercito di poliziotti, carabinieri, guardie di finanza e Digos hanno fatto irruzione all’Asilo occupato di via Alessandria, cinque anarchici sono riusciti a salire sul tetto. Vi rimarranno per oltre 30 ore, nonostante il freddo rigido e l’assedio degli uomini e delle donne della polizia politica.
La stessa mattina la polizia entrava nella casa occupata di corso Giulio Cesare per effettuare alcuni arresti.
Lo sgombero di una delle occupazioni storiche della città è coinciso con l’Operazione “Scintilla“, che la Procura torinese ha aperto nei confronti di una trentina di attivisti contro la macchina delle espulsioni e i CPR, le prigioni amministrative per immigrati senza documenti. Il pubblico ministero Manuela Pedrotta ha chiesto ed ottenuto la detenzione in carcere per sei anarchici.
L’accusa, rispolverata per l’occasione, è di associazione sovversiva, l’articolo 270 del codice penale, uno dei tanti strumenti affinati nei decenni per colpire chi si unisce per trasformare radicalmente l’assetto politico e sociale in cui tanta parte dell’umanità è forzata a vivere. Un’accusa che colpisce l’identità politica al di là dei singoli episodi che vengono assemblati per criminalizzare le lotte, tentare di isolare compagni e compagne dal contesto sociale in cui si muovono.
Continued…

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