Skip to content


Occupazione, sgombero e manganellate. I rider torinesi di Deliveroo in trasferta a Milano

Deliveroo è una multinazionale delle consegne rapide. Si avvale della “collaborazione” di lavoratori non dipendenti, liberi professionisti, che non hanno diritto all’indennità da infortunio, alle ferie, alla mutua, alla previdenza. Nessuna copertura. La compensazione di tale vuoto di tutele sarebbe la libertà di lavorare quanto e quando si vuole.
O no? Sino a poco tempo fa i fattorini dichiaravano la propria disponibilità a lavorare per la settimana, la app che ne governa l’attività confermava o meno i turni richiesti. C’era una paga oraria minima e poi un tot a consegna. Per guadagnare qualcosa era necessario essere molto disponibili per molte ore.
Ora Deliveroo alza il tiro, mira a tenere al guinzaglio i fattorini, lasciando a terra i meno disponibili e flessibili.
La nuova app, già introdotta in vari altri paesi europei, prevede una selezione dei fattorini in base alla loro disponibilità a lavorare, specie nei fine settimana, quando le richieste di consegna aumentano.
Non solo. Deliveroo mira ad introdurre il cottimo. Se non pedali, anche se hai passato ore ad aspettare, non guadagni nulla. Se non pedali in fretta il tuo guadagno sarà risibile.
Non c’è bisogno della frusta: o ti disciplini da solo o non guadagni niente.
Vi ricordate “Samarcanda”? La ballata di Vecchioni dove il protagonista lancia il suo cavallo in una corsa folle, per scoprire che la morte da cui fuggiva lo aspettava all’arrivo?
Lavorare a cottimo è una corsa folle verso Samarcanda.
Secondo una recente indagine Istat la produttività del lavoro e la redditività del capitale hanno avuto una significativa crescita nel 2017.
Queste cifre, tradotte dai numeri ai fatti, ci descrivono la crescita dello sfruttamento dei lavoratori, che lavorano sempre più per sempre meno.
Nulla di nuovo sotto il sole. L’unica novità è la spersonalizzazione del rapporto padrone/lavoratore favorita dalla tecnologia utilizzata. Gli algoritmi che governano le vite dei fattorini sono pensati per rispondere alle esigenze di chi si arricchisce sul lavoro altrui.

Il 20 marzo i rider torinesi hanno deciso di scioperare. Ritrovo nella Casa dei Rider in attesa degli ordini di consegna. Man mano che gli ordini arrivano vengono rifiutati, sino alla paralisi del servizio. Da tempo è stata abolita la possibilità di darsi disponibili anche fuori turno, che consentiva chi non era in servizio di unirsi allo sciopero.

Il giorno dopo i rider si danno appuntamento allo sportello rider: unico momento in cui i fattorini possono incontrare fisicamente responsabili dell’azienda, ormai organizzata in modo totalmente virtuale: firma dei contratti, organizzazione del lavoro e ogni altra comunicazione avvengono on line.
La responsabile rifiuta l’incontro, poi promette di telefonare ai capi a Milano. Poi chiama un taxi e, con gli altri due impiegati si dilegua, chiudendo lo sportello per l’intera giornata.

Di qui la decisione di andare a stanarli nella loro sede centrale a Milano, che sabato scorso è stata occupata e poi sgomberata con la forza.

Nel pomeriggio di venerdì 13 aprile, in occasione dello sportello riders milanese, una ventina tra ciclofattorini e solidali hanno occupato gli uffici di Deliveroo Italia per pretendere delle risposte alle proprie richieste.
I lavoratori si sono presentati con una lettera di rivendicazioni. Matteo Sarzana, il general manager della multinazionale, arriva protetto dalle guardie private. Sarzana, visibilmente nervoso, si attacca alla retorica della precarietà della sua posizione. Siamo tutti sulla stessa barca: chi al timone, chi a remare, chi a sparare su chi non va lesto, chi a contare i soldi guadagnati.
É subito chiaro che Sarzana non molla un centimetro. Chi non china il capo e pedala in silenzio per pochi soldi, è libero di licenziarsi. O, meglio, di rescindere il contratto di collaborazione.
Le chiacchiere di Sarzana servono solo a prendere tempo, il tempo necessario all’arrivo della polizia, che lo “scorta” fuori dall’edificio. La Digos entra e cerca di identificare i lavoratori, che stavano provando ad aprire un tavolo di trattativa.
Di fronte al rifiuto, la polizia politica minaccia di far arrivare l’antisommossa, che poco dopo arriva e si schiera all’esterno, dove accorrono anche alcuni solidali.
In questo caos, i dispatcher, che sovrintendono gli ordini dei fattorini, continuano a pigiare i tasti del loro PC come se nulla fosse.
I guardioni spingono, fanno battute sessiste, provocano. La tensione si alza sia dentro che fuori: guardie private e poliziotti picchiano e manganellano rider e solidali
Un ragazzo viene lievemente ferito alla testa durante gli scontri.
Poi si parte per un breve corteino in zona.

Il giorno dopo la dirigenza della multinazionale emette un comunicato volto ad isolare e criminalizzare i lavoratori in lotta, additati come rivoluzionari di professione, pochi arruffapopoli invisi agli altri lavoratori fidelizzati. Le lotte di questi mesi, gli scioperi con blocco totale delle consegne, dimostrano che Deliveroo gioca la carta della delegittimazione dei lavoratori più attivi nelle lotte, nella speranza di riuscire a spezzare il fronte dei ciclofattorini.
La lotta continua.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Stefano, uno dei rider in lotta

Posted in economia, Inform/Azioni, lavoro, torino.

Tagged with , , , , , , , , , .


Vittorio Taviani. Le coq est mort

È morto Vittorio Taviani. Nel 1972, con il fratello Paolo, aveva scritto e diretto il film “San Michele aveva un gallo”. La vicenda, pur con una chiara nuance allusiva, non si riferiva a fatti realmente accaduti.
Il protagonista è un anarchico militante nella Prima Internazionale, condannato all’ergastolo dopo un tentativo insurrezionale.
In galera subiva un isolamento totale. Gran parte della narrazione si dipana intorno ai suoi tentativi di mantenersi lucido in quella situazione terribile.
Dopo dieci anni decidono il suo trasferimento in un altro carcere.

Si trova su un’imbarcazione nella laguna veneta, scortato alla nuova prigione. Durante il viaggio la sua barca incrocia quella di altri detenuti. Uno di loro gli dice che ora il socialismo era elettoralista, che la sua visione della rivoluzione era perdente, perché mancava della scienza del materialismo storico.
L’uomo, in quei pochi minuti prende coscienza del fallimento dell’anarchismo di fronte alla scienza marxista e si suicida, annegandosi nella laguna.
Quel film era il tipico esempio della spocchiosa arroganza dei marxisti di quegli anni, convinti che, forti dei loro gulag, avevano trionfato su quei poveri utopisti degli anarchici.
Tanti anni sono passati da allora. Il marxismo e la socialdemocrazia sono morti, fallendo miseramente nei loro progetti di emancipazione sociale.
L’anarchismo è invece ancora vivo nelle lotte sociali del pianeta.
Anche Vittorio Taviani è morto. Non possiamo non notare la sua incoerenza. Ha preferito morire nel suo letto. Dopo la constatazione del fallimento del marxismo, per un briciolo di dignità, avrebbe dovuto annegarsi nella laguna veneta.
E. P.

Posted in anarchia, Inform/Azioni.

Tagged with , , , , .


Kinder sorpresa!

Posted in Inform/Azioni, internazionale.

Tagged with , , , .


Dove c’è Barilla c’è casa

Posted in Inform/Azioni, internazionale.

Tagged with , , , .


Pistole elettriche: tortura di Stato

Il taser, la pistola elettrica, già in uso alla forze dell’ordine di vari paesi, tra cui gli Stati Uniti e la Svizzera, verrà sperimentata anche in sei città italiane.
Il taser, dal nome della più nota delle ditte produttrici, sarebbe un’arma non letale, usata per immobilizzare con il dolore non per uccidere.
La realtà è molto diversa.
Il quadro che emerge dai paesi dove il taser è in dotazione alle forze dell’ordine da un paio di decenni, è molto diverso.
La pistola elettrica, oltre ad essere un evidente strumento di tortura, in più occasioni ha ucciso.
Secondo Amnesty International i morti, solo negli Stati Uniti, sono tra gli ottocento e i mille in meno di vent’anni.
Nel 2007 l’ONU, che certo non può essere sospettata di inclinazioni sovversive, ha dichiarato che il taser è uno strumento di tortura.

Il principio è lo stesso dell’elettroshock: cambia solo la durata della scarica. Chi viene colpito riceve una scarica ad alta tensione e bassa intensità di corrente, che ne paralizzerà i movimenti facendo contrarre violentemente i muscoli.
È stato inventato alla fine degli anni Sessanta, ma i modelli che permettono l’immobilizzazione totale di una persona sono stati progettati a partire dalla fine degli anni Novanta.
La scarica è calibrata sul peso medio delle persone: da 50 a 90 kili. Spesso persone obese, sono state colpite due volte di seguito, perché la prima scarica non era sufficiente a bloccare. La seconda invece è spesso letale. I malati di cuore sono a rischio se colpiti dal taser.

In Svizzera, dove è in dotazione alle autorità cantonali, viene usato per spaventare e torturare i migranti, che protestano contro i rimpatri coatti. La polizia francese lo ha utilizzato alla frontiera di Ventimiglia.

Come tutte le armi “non letali” ha regole d’uso meno rigide rispetto alle armi da fuoco. La consapevolezza degli effetti terribili di questa pistola elettrica e della facilità con cui può essere usata costituisce una minaccia potente.

Il modello più pericoloso è quello a doppia carica, che consente di sparare due scariche consecutive, senza necessità di ricarica. Inutile dire nel nostro paese è stato adottato proprio quello.

In Italia la sperimentazione è partita il 20 marzo in sei province: Milano, Brindisi, Caserta, Catania, Padova e Reggio Emilia. In una seconda fase si andrà a regime in tutta Italia. La procedura coinvolge poliziotti e carabinieri.

Ascolta la diretta di radio Blackout con Robertino Barbieri, di Psycoatthiva

Posted in controllo, Inform/Azioni, repressione/solidarietà.

Tagged with , , , , .


La caduta di Afrin, le piazze solidali di Torino

Dopo Afrin, il sultano punta a Mambij e Kobane
Il 18 marzo Afrin è stata occupata dalle truppe turche e dalle milizie islamiste. I media italiani le chiamano “Esercito Libero”, una sigla che raccoglie varie formazioni salafite: la più nota è Jabhat Al-Nusra, la branca siriana di Al Qaeda. Gli abitanti dopo 55 giorni sotto le bombe sono stati costretti ad abbandonare la città.
Gli invasori hanno tagliato l’acqua, l’elettricità, distrutto gli ospedali, per obbligare la popolazione curdofona ad andare in esilio.
Erdogan già annuncia il ritorno in Siria di profughi arabi e di curdi jihadisti per sostituire la popolazione messa in fuga con il terrore.
I profughi sopravvivono in condizioni durissime, grazie alla solidarietà della gente del cantone vicino dove si sono rifugiati.
Il tributo di sangue per la difesa di questa enclave dove si sperimentavano relazioni politiche e sociali anticapitaliste, femministe ed ecologiste è stato altissimo.
Afrin non è tuttavia ancora pacificata, perché continuano le azioni di guerriglia delle milizie YPG e YPJ e SDF.
Erdogan ha intenzione di attaccare Kobane, Mambij e tirare dritto sino al Kurdistan iracheno.
Russia, Iran e Turchia stanno trattando la spartizione: il futuro della Siria dipenderà anche dagli accordi che verranno stipulati, tra (ex) nemici.
Ma il quadro si chiarirà solo quando gli Stati Uniti scopriranno le loro carte.

Manterranno gli impegni presi con i curdi siriani, il cui contributo alla sconfitta dell’Isis è stato decisivo in molte battaglie, prima tra tutte quella di Raqqa, o lasceranno mano libera all’ingombrante alleato turco?
Nel frattempo il PKK, per evitare l’attacco turco su Senjal, l’area curdofona di religione Yezida, ha annunciato il ritiro delle proprie truppe e la riconsegna dell’area al governo iracheno.

In queste settimane si sono moltiplicate le iniziative di piazza e le azioni dirette in solidarietà con la popolazione del Rojava sotto attacco.
A Torino c’è stata una prima manifestazione l’11 marzo, quando il presidio convocato in piazza Castello si è trasformato in un corteo sino a Porta Susa, dove sono stati affissi bandiere e striscioni.
Il 17 marzo, è stato lanciato un nuovo presidio. Quel giorno tre missili avevano distrutto l’ultimo ospedale della città. L’artiglieria aveva colpito una colonna di profughi. La pulizia etnica era cominciata.
Il giorno prima era stata diffusa la notizia che l’UE avrebbe consegnato al Sultano di Ankara 3 miliardi, la seconda tranche pattuita con la Turchia perché impedisca a profughi e migranti di lasciare il paese.
L’Italia, in prima fila nella guerra alla gente in viaggio, a pochi giorni dall’inizio dell’operazione ramoscello d’ulivo aveva accolto Erdogan con tutti gli onori, tacendo dei massacri e della pulizia etnica, che si stava per consumare ad Afrin.
Dopo le visite ufficiali la parola passò ai manager delle industrie italiane che fanno lauti affari con la Turchia. In prima fila il colosso armiero Leonardo, poi ENI, Barilla, Unicredit, Ferrero e tante altre.
Nemmeno il blocco della SAIPEM dell’ENI, cui la Turchia impedisce le trivellazioni in mare previste da un accordo con Cipro, ha incrinato le buone relazioni tra Roma ed Ankara.

In queste settimane in ogni dove ci sono state manifestazioni di solidarietà con la resistenza della popolazione di Afrin e del Rojava all’attacco degli islamisti turchi e siriani.
A Torino ci sono stati tre cortei ed alcune azioni dirette: scritte, striscioni, un fuoco sotto all’AMX piazzato nella rotonda dietro all’Alenia.
Ad Afrin la gente è stata uccisa da armi prodotte in Italia, molte a Torino.

La prima iniziativa si è tenuta l’11 marzo, quando è stata diffusa la notizia che le truppe turche stavano completando l’accerchiamento, mentre i bombardieri bruciavano il centro abitato.
Era tempo di agire.
Il presidio convocato in piazza Castello si è trasformato in un corteo determinato e comunicativo.
La manifestazione si è conclusa a Porta Susa, dove sono stati affissi bandiere e striscioni.

Il 17 marzo l’appuntamento era in piazza Carlo Felice, di fronte alla stazione di Porta Nuova. Il presidio si è trasformato in corteo. I rumori dei bombardamenti e le voci da Afrin sono risuonate per il centro cittadino. I media hanno osservato per due mesi la consegna del silenzio.
Il silenzio sui massacri, le bombe, i bambini morti.
In via Roma, nei pressi della sede del quotidiano Repubblica al suono dei bombardamenti molte donne si sono lasciare cadere, per dare voce ai corpi invisibili delle donne curde che resistono e muoiono.
Imponente lo schieramento di polizia: la questura ha blindato la stazione e i negozi del centro.
Il corteo, dopo numerose fermate e interventi si è concluso in piazza Castello.

Il giorno successivo i media hanno rotto il silenzio, dando ampio spazio alle dichiarazioni trionfali di Erdogan. Le immagini di fonte turca mostravano prigionieri pesti e i soldati della mezzaluna nell’atto di abbattere la statua del fabbro Kawa. La storia di Kawa è tra i miti fondanti dell’identità curda, perché narra della battaglia impari tra il fabbro e il tiranno assiro Dehak.
Una storia che viene celebrata ogni 21 marzo con l’accensione di fuochi per il capodanno curdo, il Newroz.
Una festa che quest’anno si è svolta nelle aree curdofone e tra la gente della grande diaspora curda con lo sguardo rivolto ad Afrin.
Gli anarchici turchi del DAF hanno partecipato alle manifestazioni e diffuso questo testo: “Pensi che la lotta di Kawa finirà? Pensi che il fuoco che ha acceso sarà spento? Centinaia di Dehaq, in migliaia di anni, hanno cercato di spegnere questo fuoco che è la lotta per la libertà e per la giustizia.
Pensi che Kawa sia solo una statua che puoi distruggere?
Nessun padrone, in molte geografie, ha avuto la capacità di distruggere le idee e la lotta di Kawa, con le loro invasioni o distruzioni.
Ora è il momento di fare più grande il fuoco di Kawa, è il momento di fare più grande il fuoco della libertà, ora è il momento del Newroz!”

Il 24 marzo un corteo ha attraversato il centro cittadino, partendo da piazza XVIII dicembre. Tanta gente, in prima fila le donne, che hanno fatto una catena solidale con fazzoletti e braccia allacciate. In via Pietro Micca la sede di Unicredit, banca che si era seduta a tavola con Erdogan, in occasione della sua visita di stato in Italia, è stata spruzzata di colore e ricoperta di scritte.
Dopo una lunga sosta in piazza Castello il corteo si è concluso alla RAI. La polizia in assetto antisommossa ha bloccato il corteo in via Rossini prima dell’ingresso in via Verdi. I manifestanti hanno fronteggiato a lungo i poliziotti prima di sciogliersi.
Forte è risuonato l’appello alla lotta, alla solidarietà, all’azione diretta.

Posted in autogoverno, il grande gioco, Inform/Azioni, internazionale.

Tagged with , , , , , .


Catalogna. Il pugno di di ferro di Rajoy, la risposta delle piazze

L’arresto di Carles Puigdemont in Germania è l’ultimo atto della guerra tra lo Stato Spagnolo e l’aspirante Stato Catalano. Controllato a distanza tramite un navigatore applicato alla sua auto, l’ex presidente catalano è stato intercettato al confine tra la Finlandia e la Germania, paese che, secondo l’intelligence spagnola poteva essere più sensibile alle richieste di estradizione di Madrid.
Lo strumento giuridico usato è un mandato di cattura europeo. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sul ruolo dell’Europa delle polizie e dei confini a permeabilità variabile, li ha sicuramente persi. Un’ulteriore brutta botta per gli indipendentisti catalani, sempre più frustrati nella loro enfasi europeista.
Le elezioni, convocate dopo lo scioglimento d’autorità del parlamento catalano, hanno nuovamente dato la maggioranza agli indipendentisti, ma, dopo tre mesi non si è ancora costituito un governo regionale.
Jordi Turull di JuntsXCat, ultimo candidato presidente, è stato arrestato qualche giorno prima di Puigdemont. Con lui sono finiti in carcere altri quattro deputati. Marta Rovira di Esquerra Republicana ha preso la via dell’esilio.
Dopo lo scioglimento di autorità del parlamento catalano e la deposizione della Generalitad forse il PPE al governo sperava in un risultato diverso, ma al di là della crescita di Ciudadanos, i vari partiti della costellazione indipendentista restano l’ago della bilancia. La risposta di Madrid al referendum e alla dichiarazione di indipendenza lasciavano pochi dubbi: Madrid non intende mollare e sta intensificando l’azione repressiva.
La partita resta tuttavia apertissima e foriera di conseguenze imprevedibili.
Dopo le grandi manifestazioni seguite all’arresto di Turull e degli altri deputati, all’annuncio dell’arresto in Germania di Puigdemont, le piazze catalane si sono nuovamente riempite.
Decine di migliaia di manifestanti a Barcellona, Girona, Lleida, Tarragona e in altri centri della Catalogna hanno dato vita a manifestazioni spontanee. Ci sono stati numerosi tafferugli con la polizia, compresi i Mossos de Esquadra catalani. Almeno 101 persone hanno riportato ferite non gravi.
La polizia in tenuta antisommossa ha caricato con manganelli gli indipendentisti, che in alcuni casi hanno risposto con lancio di oggetti, innalzando barricate e incendiando cassonetti. Almeno 6 le persone arrestate a Barcellona mentre cercavano di avvicinarsi alla sede della rappresentanza del governo di Madrid. I manifestanti hanno anche bloccato il traffico in quattro autostrade nella regione.

In Spagna, dopo la ley mordaza, sono scattate numerose operazioni repressive, che hanno colpito soprattutto anarchici e libertari, alcuni in carcere ormai da oltre un anno.
Il pugno di ferro di Rajoy sta colpendo con estrema durezza ogni forma di opposizione politica e sociale, arrivando a fermare ed arrestare artisti di strada, le cui esibizioni mettevano alla berlina il potere.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Claudio Venza, docente di storia della Spagna contemporanea all’università di Trieste, profondo conoscitore della Catalogna, dove trascorre parte dell’anno.

Posted in Inform/Azioni, internazionale, politica.

Tagged with , , , , .


Torino. No alle guerre per l’Africa

18 marzo. Pioggia battente e freddo da ritorno d’inverno per il presidio che si è svolto in città in occasione della week of action antimilitarista contro le missioni militari italiane all’estero.
Una buona occasione per raccontare, anche con cartelli e mostre, le prossime partenze delle truppe tricolori per la Libia, la Tunisia, il Niger.
In serata sui muri della città sono apparse scritte e stencil contro gli eserciti e la guerra in Africa.
La piazza intitolata al generale Baldissera, uno dei protagonisti delle guerre coloniali dell’Italia e quella dedicata alla città eritrea di Massaua sono state cambiate in “Piazza vittime del colonialismo italiano”.
Alla Scuola di applicazione e istituto di studi militari dell’esercito italiano è comparsa la scritta “Scuola di assassini. No a tutti gli eserciti!”.

Di seguito il volantino dell’assemblea antimilitarista torinese:
“Un contingente di parà della Folgore partirà presto per il Niger. Seguiranno specialisti del Genio, addestratori, esperti delle forze speciali.
Sulla carta una missione contro il terrorismo nel cuore del Sahel. La missione in Niger è l’ultimo tassello di una strategia di esternalizzazione della repressione dell’immigrazione. Decenni di campagne mediatiche hanno trasformato le migrazioni in un fronte di guerra.
Porre le basi per nuovi campi di concentramento per migranti a sud della Libia è un programma più volte accarezzato dai governi in questi anni. Un’impresa improbabile in una regione desertica con un confine lunghissimo, dove le rotte possono cambiare rapidamente.
Resta tuttavia la volontà di piazzare truppe per rendere ancora più difficile il passaggio di profughi e migranti.
Quest’anno aumenta l’impegno militare in Libia e si inaugura un nuovo fronte in Tunisia, per difendere il Transmed, il gasdotto che porta il gas algerino in Sicilia.
“Aiutiamoli a casa loro”, lo slogan più gettonato e tragico degli ultimi anni, è destinato a finire in soffitta.
Lo scorso anno l’Italia ha stretto un accordo con il debole governo della Tripolitania per i respingimenti in mare.
In estate il governo ha cacciato dal Mediterraneo buona parte delle ONG che soccorrevano la gente dei gommoni, accusandole di collaborare con gli scafisti.
Qualche giorno fa Segen, un giovane eritreo, è morto subito dopo lo sbarco in Italia. Secondo i medici è stato ucciso dalla fame. Il sindaco di Pozzallo ha paragonato gli uomini e le donne sbarcati con Segen agli ebrei scampati ad Auschwitz. Ed è proprio così. Segen era rimasto in una prigione per migranti in Libia per 19 mesi.
Da agosto l’Italia paga le milizie di Zawiya e Sabratha che proteggono gli impianti dell’ENI e gestiscono il traffico dei migranti, affinché blocchino le partenze. Tutti sanno che la Libia è un inferno per la gente in viaggio: sequestri, ricatti, torture, stupri per ottenere un riscatto dalle famiglie.
Gli esecutori di questi crimini sono a Tripoli o a Sabratha, i mandanti sono in parlamento a Roma.
L’ipocrisia del governo maschera gli obiettivi, ma il nuovo target dei militari tricolori è chiaro: “Ammazziamoli a casa loro.”

Ma. La posta è molto più alta: mettere le mani sulle immense risorse di un continente depredato, schiavizzato e colonizzato da secoli. A sud del Sahara la gente non mangia quello che produce e non produce quello che mangia: il colonialismo impose monocolture di caffè e cacao e il riso prodotto nelle colonie asiatiche come alimento principale. In Africa il colonialismo non è mai finito.
Il Niger è un paese ricco di uranio, il combustibile delle centrali nucleari. Un minerale di importanza strategica per la Francia, che ha centrato sull’atomo la propria strategia energetica. Con la missione in Niger l’Italia mette i piedi nell’Africa “francese”. A sua volta la Francia dal 2011 tenta senza successo di mettere i propri in Libia, per contrastare il monopolio dell’ENI ed imporre la Total.

Nel 2018 la spesa militare crescerà dell’8,6%. Per missioni all’estero, mantenimento di basi e poligoni, nuovi sistemi d’arma verranno spesi 25 miliardi.
Soldi sottratti a pensioni e salute. Così anche in Italia i poveri muoiono prima. Usurati dal lavoro, senza soldi per la sanità privata, senza futuro per figli e nipoti. Ma la “colpa” è delle popolazioni africane depredate e private di risorse ed autonomia alimentare. La colpa è di chi fugge guerra e povertà, non di chi saccheggia, devasta e depreda un intero continente.

Le guerre dell’Italia per decenni sono state coperte da giustificazioni umanitarie: oggi il mantra è la “lotta al terrorismo”, nel cui nome si giustificano le città distrutte, i corpi dilaniati, i bambini spauriti, i migranti che muoiono in viaggio. Occupazione militare, bombardamenti, torture e repressione non fermano la Jihad ma la alimentano.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Militari italiani in Libia e Niger come nelle strade delle nostre città, dove vanno a caccia di senza documenti, e reprimono le insorgenze sociali. La propaganda è la stessa: le questioni sociali, coniugate in termini di ordine pubblico, sono il perno su cui fa leva la narrazione militarista.

La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.

Assemblea Antimilitarista
antimilitarista.to@gmail.com
La prossima riunione – aperta agli interessati – sarà martedì 27 marzo alle 21 presso la Federazione Anarchica Torinese in corso Palermo 46”

Posted in antimilitarismo, Inform/Azioni, torino.

Tagged with , , , , , , , , , .


Torino 8 marzo. Se non posso ballare non è la mia rivoluzione!

Un alito di primavera ha accompagnato un lungo 8 marzo di lotta all’ombra della Mole.
In piazza Castello sin dal mattino è un fiorire di matrioske, cartelli, colori e suoni. In testa lo striscione “Scioperiamo dal lavoro di cura. Lottiamo insieme!”
Lo sciopero femminista contro la violenza maschile sulle donne e le violenze di genere, si è articolato come diserzione dal lavoro retribuito fuori casa, ma anche dal lavoro dentro casa, dai lavori di cura, dai lavori domestici e dai ruoli di genere imposti.
La rinnovata sessualizzazione del lavoro di cura non pagato riduce la conflittualità sociale conseguente alla erosione del welfare.
La riaffermazione di logiche patriarcali offre un puntello al capitale nella guerra a chi lavora.
Lo sciopero femminista scardina questo puntello, rimettendo al centro le lotte delle donne per la propria autonomia.
La prima tappa è al centro della piazza. Lunghi fili vengono tirati tra i pali: con pinze da bucato sono stesi pannolini, grembiuli, strofinacci… Tutti oggetti simbolo del lavoro di cura.
Un camioncino prova senza successo a forzare il blocco, che si allarga sulla piazza. Un nucleo dell’antisommossa, schierato a pochi passi da una carrozzina con un neonat*, chiede a gran voce rinforzi. La digos si affanna al cellulare. Si parte in corteo verso via Po. Per l’intera mattinata si svolgono blocchi con slogan e comizi volanti ai principali incroci.
In corso Regina il corteo viene raggiunto dalle studentesse, che in mattinata avevano bloccato le lezioni al campus. La mattinata si conclude a Palazzo Nuovo, l’altra sede delle facoltà umanistiche.

Nel pomeriggio piazza XVIII dicembre, la piazza che ricorda i martiri della camera del lavoro, si riempie velocemente. Parrucche rosa, fucsia e viola sul nero degli abiti, tanti striscioni, tulle, cartelli. Il corteo si dipana per il centro. Saremo tremila, forse più.
La prima sosta è davanti alla caserma dei carabinieri Cernaia. Viene appeso uno striscione contro la violenza dei tribunali, in solidarietà alle donne stuprate, picchiate e offese che nelle aule di giustizia diventano imputate, chiamate a rispondere della propria vita, dei propri abiti, dei propri gusti, del proprio no alla violenza. Vengono lette alcune delle domande fatte in tribunale alle due studentesse statunitensi stuprate da due carabinieri la scorsa estate a Firenze. Domande di una violenza terribile.
In Italia viene ammazzata una donna ogni due giorni.
Spesso gli assassini usano le pistole d’ordinanza, che hanno il diritto di portare perché fanno parte dell’elite poliziesca e militare, che detiene per conto dello Stato il monopolio legale della violenza.
Gli spazi di autonomia che le donne si sono conquistate hanno incrinato e a volte spezzato le relazioni gerarchiche tra i sessi, rompendo l’ordine simbolico e materiale, che le voleva sottomesse ed ubbidienti. Il moltiplicarsi su scala mondiale dei femminicidi dimostra che la strada della libertà femminile è ancora molto lunga. Il crescere della marea femminista è la risposta ad una violenza che ha i caratteri espliciti di una guerra planetaria alla libertà delle donne, alla libertà dei generi, alla libertà dai generi.
Nelle aule dei tribunali la violenza maschile viene declinata come affare privato, personale, accidentale, nascondendone il carattere disciplinare, punitivo, politico.
Le lotte femministe ne fanno riemergere l’intrinseca politicità affinché divenga parte del discorso pubblico, in tutta la propria deflagrante potenza, mettendo in soffitta il paternalismo ipocrita delle quote rosa, delle pari opportunità, dei parcheggi riservati alle donne.
Tra i temi di questo 8 marzo di sciopero e lotta, la ferma volontà di rompere il silenzio e l’indifferenza, per sostenere un percorso di libertà, mutuo aiuto e autodifesa contro chi ci vorrebbe inchiodare nel ruolo di vittime.
Forte è il rifiuto che la difesa delle donne diventi l’alibi per politiche securitarie, che usino i nostri corpi per giustificare strette disciplinari sull’intera società.

“Nello stato fiducia non ne abbiamo, la difesa ce la autogestiamo!”
“Lo stupratore non è malato, è il figlio prediletto del patriarcato”
“Siamo la voce potente e feroce di tutte le donne che più non hanno voce!” Questi slogan riempiono la piazza, deflagrano per il corteo.

Tra i tanti interventi quello di una ragazza curda, che ricorda la lotta delle donne di Afrin contro l’invasione turca e il patriarcato. Una studentessa sviluppa una critica alla scuola, dove lo sguardo femminista è quasi sempre assente.

In piazza Castello su uno dei tanti monumenti militaristi della città, quello dedicato al duca d’Aosta, in braccio ad uno dei soldati raffigurati viene messa una scopa, uno strofinaccio, un pezzo di tulle rosa.
L’azione è accompagnata da un lungo intervento dal camion.
É il momento per parlare delle donne stuprate in guerra, prede e strumento del conflitto. In guerra  la logica patriarcale sottesa a torture e stupri è meno dissimulata che in tempi di pace.
Dahira nel 1993 aveva 23 anni. Dahira già conosceva il sapore amaro dell’essere donna in una società patriarcale. Era stata ripudiata dal marito, perché non riusciva a dargli dei figli. Una cosa inutile, priva di valore. Ma per lei il peggio doveva ancora venire. In una notte di maggio di 25 anni fa venne spogliata, legata sul cassone di un camion con le braccia e le gambe immobilizzate e stuprata con un razzo illuminante. I torturatori e violentatori erano paracadutisti della Folgore, in missione umanitaria in Somalia. Con cruda ironia la missione Nato, cui l’Italia partecipò si chiamava “Restore hope – restituire la speranza”.
Gli stessi parà stanno per sbarcare in Niger per una nuova missione. Questa volta l’obiettivo sono i migranti in viaggio verso l’Europa.
Altri militari saranno in Libia, dove le milizie di Sabratha e Zawija, pagate dallo Stato italiano rinchiudono uomini, donne e bambini in prigioni per migranti, dove tutte le donne vengono stuprate. Gli esecutori sono in Libia, i mandanti sono sulle poltrone del governo italiano.

Il corteo imbocca via Po e si ferma davanti alla chiesa della SS Annunziata, legata a Comunione e Liberazione. Lì viene appeso uno striscione con la scritta “Preti ed obiettori tremate. Le streghe son tornate!” Prezzemolo e ferri da calza sono lasciati di fronte all’ingresso, per ricordare i tempi dell’aborto clandestino, quando le donne povere abortivano con decotti e ferri da calza, rischiando di morire.
La chiesa cattolica vorrebbe che le donne che decidono di non avere figli muoiano o vengano trattate da criminali. A quarant’anni dalla legge che ha depenalizzato l’aborto, ma lo ha sottoposto ad una rigida regolamentazione, in molte città italiane abortire è diventato impossibile, perché il 100% dei medici si dichiara obiettore.
Preti ed obiettori vorrebbero inchiodarci al ruolo di madri e mogli. Quest’8 marzo ci trova più agguerrite che mai nella lotta per una maternità libera e consapevole.

Nelle piazze torinesi si è affermato un femminismo capace di obiettivi radicali e pratiche libertarie, vincendo la scommessa non facile dello sciopero femminista, con la buriana elettorale appena dietro le spalle, nel netto rifiuto di essere usate come trampolino per carriere politiche tinte di fucsia.
In quest’8 marzo è emerso l’intreccio potente tra la dominazione patriarcale e la violenza dello Stato, del capitalismo, delle frontiere, delle religioni.
Di questi tempi non è poco. Un sasso nello stagno, che si allarga e moltiplica le pozze.

Il corteo vibra dello slogan urlato da tutte “Ma quale Stato, ma quale dio, sul mio corpo decido io!”

La marea dilaga in piazza Vittorio dove viene disegnata una matrioska gigante al cui interno vengono lasciate scope, detersivi, grembiuli e strofinacci.

Un grido potente riempie la piazza “Se non posso ballare non è la mia rivoluzione!”. Ed è festa.
m. m.

Posted in anticlericale, antimilitarismo, femminismi, glbtq, Inform/Azioni, torino.

Tagged with , , , , .


Frontiere. Binario 17

Stazione di Porta Nuova a Torino, una sera come tante in un gennaio tiepido. L’aria è quella dei luoghi di transito, dove la gente passa e va. Vite sospese tra i propri luoghi d’elezione, minuti di un fluire che non si interrompe, anelli di congiunzione.
Per i profughi l’intervallo è la vita. Lunghe soste nel viaggio verso un futuro che non arriva. Il loro tempo è fatto di attese.
Siamo al binario 17. Da lì parte il treno per Bardonecchia, alta Valle Susa. Quando si aprono le porte dei vagoni, arriva la pattuglia. Due poliziotti e due militari con il mitra in braccio si piazzano all’imbocco della banchina. La gente va e viene. Arriva un ragazzo di origine africana: lo fermano, gli chiedono i documenti e lo fanno passare. Si avvicinano altri due africani, ma si allontanano subito. Quando il treno parte, gli uomini in divisa si dirigono verso di loro per controllarne i documenti. Poi, sino al prossimo treno per la Valle, si spostano verso gli ingressi.
É così ogni giorno da molti mesi. Uomini in divisa a caccia di ragazzi africani.
La stazione è una delle tante frontiere che tagliano in due le nostre città. Frontiere invisibili ed impalpabili per chi gode della cittadinanza, diventano barriere difficili da valicare per chi, a prima vista, potrebbe non avere in tasca le carte giuste.

Chi arriva Italia e vuole proseguire viene imbrigliato in gabbie fisiche e normative. I trattati europei impongono di fare richiesta d’asilo nel paese d’arrivo. A tanti, dopo anni di attesa, viene negata l’accoglienza e diventano clandestini. Le nuove leggi, emanate dal governo in primavera ma divenute operative in estate, rendono ancora più difficile far valere le proprie ragioni ed ottenere il pezzo di carta, che permette di restare in Italia.
Molti, forse i più, vorrebbero proseguire il viaggio, perché la loro meta è più a nord.
La frontiera con la Francia è aperta per la libera circolazione delle merci ma è chiusa per i migranti.
Le persone, mercanzia di nessun valore, restano impigliate nelle reti messe lungo il cammino.
La strada che porta nel cuore dell’Europa è disseminata di insidie. Il governo paga i trafficanti, invia truppe per fermare la gente in viaggio. Gli esecutori sono in Africa, i mandanti siedono in Parlamento.

Le frontiere uccidono
I muri della fortezza Europa uccidono uomini, donne e bambini che fuggono guerre, miseria, persecuzioni e dittature.
Quelli che partono lo sanno, ma ogni giorno, nel cuore dell’Africa, qualcuno si mette comunque in viaggio. Per arrivare servono soldi per pagare i trafficanti.
In Libia la guardia costiera e gli uomini delle milizie gestiscono prigioni per migranti. La Libia è un inferno per la gente in viaggio: sequestri, ricatti, torture, stupri per ottenere un riscatto dalle famiglie. Dai campi libici molti non escono vivi. Chi sopravvive alle violenze, chi riesce a farsi mandare altri soldi da casa, si imbarca sui gommoni.
Il governo Gentiloni si vanta di aver ridotto gli sbarchi negli ultimi mesi. Il prezzo pagato è stato altissimo. In soldi e in vite umane.

Nel febbraio del 2017 il ministro Minniti ha stretto un accordo con il governo della Tripolitania per i respingimenti in mare, offrendo denaro, pattugliatori e uomini in armi per l’addestramento.
In estate il governo ha obbligato buona parte delle ONG che soccorrevano la gente dei gommoni ad andarsene dal Mediterraneo, accusandole di collaborare con gli scafisti.
In agosto ha pagato le milizie libiche di Zawiya e Sabratha, che gestiscono il traffico dei migranti, affinché bloccassero le partenze.
A gennaio il parlamento ha ratificato la decisione governativa di potenziare la missione militare in Libia. In aride cifre: 400 uomini e poco meno di 35 milioni di euro.
L’ambizione del governo italiano è il blocco delle partenze in Africa. Per questa ragione Gentiloni ha messo in campo una nuova missione militare in Niger, che potrebbe porre le basi per la costruzione di campi di prigionia nel cuore del Sahel, lungo le rotte verso la Libia.
Ma in Africa, terra di conquista post-coloniale, lo scontro tra le potenze europee, gli Stati Uniti e la Cina per il controllo delle risorse è sempre più aspro. L’avventura italiana in Niger potrebbe non essere gradita al governo francese e subire una seconda battuta d’arresto in due anni, ma il governo di turno difficilmente mollerà la presa.
In questo mese sono ripresi gli sbarchi. Sono cambiate le rotte: si parte da Turchia e Tunisia. Il governo turco, impegnato militarmente nell’attacco al cantone di Afrin in Siria del Nord, aumenta la pressione sull’Europa per ottenerne appoggio politico ed economico. Mentre i Paesi Bassi ritiravano l’ambasciatore ad Ankara, Erdogan era ricevuto in Italia con tutti gli onori.

Da Ventimiglia a Bardonecchia. Le rotte dei senza carte
A Ventimiglia arrivano da anni. Il loro tempo è fatto di attesa. Attesa dell’occasione buona per passare. Tanti provano e riprovano. Qualcuno ci lascia la pelle: nelle gallerie ferroviarie o sull’autostrada, dove un cartello fisso avvisa gli automobilisti della presenza di pedoni. Ai caselli ci sono gendarmi ad ogni punto di accesso: chi ha la pelle scura viene quasi sempre fermato. Per gli altri basta un’occhiata fugace: la loro pelle chiara è il passpartout.
Nelle giornate e notti impastate del nulla dell’attesa molti bivaccano dove possono, spesso in luoghi freddi e pericolosi come il greto del torrente Roja, che fa paura quando le piogge lo gonfiano e scende ruggendo dai monti. Le tende sono sgomberate ciclicamente dalla polizia. Chi viene preso finisce su un pullman per il sud Italia o deportato nel paese di origine.
É un tragico gioco dell’oca: chi torna alla partenza non sempre riesce ad arrivare.
Era il 2009: alcuni cittadini eritrei diretti in Italia vennero respinti in Libia e rinchiusi in prigione, grazie agli accordi di Berlusconi con Gheddafi. Fecero ricorso alla corte europea per i diritti umani e lo vinsero: l’Italia venne condannata. Nel frattempo due di loro erano morti. Il mare li aveva inghiottiti durante un ulteriore tentativo di passare la frontiera.
Per migliaia di uomini, donne, bambini il tempo si ferma tra le acque del Mediterraneo. Una strage infinita. Pochi anni fa i grandi numeri di certi naufragi guadagnavano le prime pagine dei giornali. Oggi sono infilati nelle pagine interne, spesso restano sul web senza mai approdare alla carta inchiostrata. Troppo breve la durata della notizia, perché valga l’effimera luce di un quotidiano.

Chi ha affrontato il deserto, le torture, la prigionia è disposto a tutto pur di arrivare.
Molti sfidano le intemperie, pur di superare i dispositivi di controllo.
Da circa un anno chi va in Francia prende i sentieri sui valichi alpini. Lo scorso inverno Mamadou è stato trovato sul colle della Scala. É sopravvissuto ma gli sono stati amputati entrambi i piedi. In estate, due ragazzi, inseguiti dai gendarmi, sono precipitati, ferendosi gravemente.
Ogni giorno almeno una ventina di migranti provano a passare, rischiando la vita nella neve, spesso senza abiti e scarpe adatti, senza conoscere la montagna, le condizioni meteo, il pericolo di valanghe. Tanti vengono respinti più e più volte. I gendarmi che li pescano lungo la strada li caricano sulle camionette e li lasciano al di là del confine, anche in piena notte quando il freddo morde le carni.
Sul versante francese l’autista di un pullman diretto a fondovalle ha preso i soldi dei biglietti, poi ha chiuso le porte del bus e ha chiamato la polizia.
Gendarmi francesi controllano la stazione di Bardonecchia, per impedire ai migranti di prendere il treno diretto a Modane. In alta valle di Susa i sindaci hanno fatto chiudere le sale d’aspetto delle stazioni in pieno inverno. Da quando le immagini e le storie di questa frontiera sono arrivate sui media main stream, una saletta riscaldata viene aperta alle dieci di sera a Bardonecchia.
Da qualche mese molti hanno deciso di non stare a guardare.
A Briancon una casa occupata ospita chi arriva. A Torino e in Valle sono stati raccolti e distribuiti abiti pesanti, scarponi, sciarpe, qualcuno ha aperto la propria casa per le emergenze dell’ultimo minuto. Una vasta rete di solidarietà attiva è stata intessuta tra la città e la montagna. Una marcia da Claviere a Montgenevre ha mostrato nella pratica la volontà di vivere come se le frontiere non ci fossero, lottando perché non ci siano più.

Il confine è una linea sottile sulle mappe. Tra boschi e valichi, tra le acque del Mare di Mezzo, non ci sono frontiere: solo uomini in armi che le rendono vere.
Inceppare il meccanismo infernale che tiene sotto scacco i migranti è possibile. La solidarietà dal basso spezza l’indifferenza, rompe il silenzio. Chi elude i confini finisce nel mirino della magistratura: Cedric Herrou, contadino francese che ha aiutato duecento africani a passare la frontiera in Val Roja, lo scorso agosto è stato condannato a quattro mesi di carcere.

Una normale strage fascista
Viviamo tempi terribili. L’anestesia dei sentimenti, la loro declinazione secondo le logiche della paura e del ripiegamento identitario, generano normalissimi mostri.
Un fascista spara su gente inerme, colpevole di avere la pelle scura. La notizia della tentata strage di Macerata non è dilagata sui media come le stragi dell’Isis, dei terroristi che sparano nel mucchio per spaventare tutti. Anzi. Sui media c’è chi giustifica e chi applaude.
Scenografia perfetta, studiata a lucidamente a tavolino: prima gli spari, il terrore, poi il tricolore in spalla, il braccio teso, il monumento ai caduti. La paccottiglia nazionalista ed identitaria per una guerra che non è la “follia” di uno, ma il fascismo che torna. Ben oltre i gruppi che se ne dicono eredi ed appoggiano chi spara ai migranti. Il fascismo è già qui. Da lunghi anni. Decenni di guerre (post)coloniali, respingimenti in mare, leggi razziste, deportazioni, prigioni per migranti, esternalizzazione della violenza, militari in strada, confini blindati, criminalizzazione della solidarietà sono l’emblema di questi tempi feroci. Finite le ideologie, le politiche razziste le fanno i governi di centro destra e quelli di centro sinistra. Tanti, troppi, plaudono. Chi non si accontenta delle stragi per procura, dei morti nel deserto, dei torturati nei lager libici, vuole una più radicale pulizia etnica. Traini non è solo. E lo sa. Di fronte al terrorismo fascista si sono sprecati i distinguo, i “ma” i “però”.
I fascisti forniscono la cornice giusta per incanalare la paura, il desiderio di rivalsa verso immigrati e profughi. Ma il nostro oggi non è quello di un secolo fa.
I confini, le linee di demarcazione tra sommersi e salvati, ricalcano quelli coloniali, le patrie, i confini invalicabili, ma non mettono al sicuro nessuno. Chi ha le carte in regola, il passaporto europeo, la cittadinanza italiana, può andare dove vuole, ma non ha alcun porto sicuro dove approdare.
Lungo le strade del postumano i ricchi si stanno costruendo un lungo futuro. I pezzi di ricambio coltivati in provetta non sono più utopie, ma un tempo che è già oggi.
Per i poveri, di qualsiasi colore, c’è un orizzonte da robot umani, al servizio delle macchine intelligenti. Un braccialetto al polso ed il tempo scandito dai ritmi della merce. È la realtà nei magazzini di Jeff Bezos, quelli dove corpi in eccesso vengono spremuti finché reggono. Poi qualcun altro lo sostituisce.
Per gli scarti, di qualsiasi colore, non c’è posto.
Il fascismo storico fu una controrivoluzione preventiva attuata per bloccare le insorgenze sociali che avevano fatto tremare i padroni nel biennio rosso. Il fascismo disciplinò con la violenza operai e contadini del BelPaese. L’impero, ottenuto massacrando i civili con l’iprite e le bombe, creò un’illusione di grandezza per i proletari italiani, spinti verso le colonie.
Oggi la conquista dell’Africa la fanno eserciti di professionisti, seguiti da imprese con manodopera intercambiabile, che quando serve spostano il proprio core business ovunque trovino condizioni migliori. L’industria 4.0 è leggera, mobile, senza legami veri con un territorio. Non ci sono più certezze, sia pure minime, per nessuno.
Le piccole patrie, il tricolore, il monumento ai caduti danno un ombrello identitario ad un’umanità spaventata e rancorosa. Ma ovunque piovono pietre.
Serve oggi una rivoluzione preventiva che fermi il fascismo, che inceppi la macchina che trita la vite della gente in viaggio.
Non è facile e neppure probabile, tuttavia è impossibile non avvertirne l’urgenza.
Abbattere le frontiere simboliche e reali che si stanno moltiplicando nel cuore delle nostre città è un primo passo.
È il momento di decidere da che parte stare. Un giorno non potremo fingere di non aver visto, di non aver saputo. Chi tace, chi volta lo sguardo è complice. Nessuno lo farà al nostro posto. Tocca a ciascuno di noi.

Stazione di Porta Nuova, Torino. Binario 17. Un ragazzo africano ha in mano un biglietto per Bardonecchia: chiede informazioni ma pochi capiscono. Poi incrocia la persona giusta e un filo della sua vita si intreccia con gli altri.

Questo articolo è uscito sull’ultimo numero di A rivista

Posted in immigrazione, Inform/Azioni, razzismo, torino.

Tagged with .


I motori diesel hanno gli anni contati?

I principali produttori di automobili hanno deciso di cessare la produzione di motori a gasolio, complice la riduzione della domanda, le inchieste sulle emissioni truccate, la crescente attenzione verso i rischi di emissioni pericolose per la salute.
Nonostante negli anni la quantità di gas dannosi immessa nell’atmosfera dalle auto con motori diesel si sia drasticamente ridotta, la maggiore attenzione alle tematiche ambientali e lo sviluppo delle auto elettriche porteranno ad una lenta dismissione di questa tecnologia.
Anche il marchio Fca abbandonerà i motori diesel dalle auto passeggeri a partire dal 2022. Lo ha rivelato qualche giorno fa il Financial Times. Il quotidiano finanziario britannico aggiunge che la novità, che riguarderà tutti i brand, è contenuta nel nuovo piano finanziario che sarà presentato il prossimo primo giugno.
Fca, che ha i marchi Jeep, Ram, Dodge, Chrysler, Maserati, Alfa Romeo e Fiat. Il gruppo rappresenta l’ultimo costruttore auto a dire addio a questo tipo di carburante, dopo Toyota e Volkswagen.

Il futuro potrebbe essere dell’auto elettrica, che non emette fumi da combustione nell’aria. Questo non significa che non sia inquinante: le batterie vanno caricate e la produzione dell’energia necessaria alla ricarica, specie se vengono utilizzate fonti fossili, potrebbe essere essa stessa fonte di avvelenamento ambientale.
Il trasporto individuale su quattro ruote non può essere scisso dalla questione energetica nel suo complesso.
Utilizzare fonti rinnovabili e non inquinanti come l’eolico e il solare è il primo passo. Non solo. L’utilizzo di fonti rinnovabili, disponibili localmente, rende gli individui e le comunità meno dipendenti dagli approvvigionamenti garantiti dalle truppe italiane nel mondo. L’autonomia energetica è il primo passo per far funzionare percorsi autogestiti di sottrazione dall’istituito.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Marco Tafel, ambientalista, esperto di produzione energetica. Con lui sono state approfondite le dinamiche sottese all’avvento dell’auto elettrica.

Posted in ambiente, economia, Inform/Azioni.

Tagged with , , .


Macerata. Oltre la cronaca

Sul corpo delle donne si giocano continue partite di “civiltà”. L’omicidio di Pamela Mastropietro, la sua vita trasformata in spettacolo pornografico horror è l’incipit. Le persone indagate per il delitto sono nigeriane, nere, forse pusher. Nei giorni successivi vengono arrestati in tre. Una buona occasione di propaganda elettorale per le destre.
Il 3 febbraio Traini, un leghista con il simbolo di Terza posizione tatuato sulla tempia, si lancia in una caccia all’uomo per le vie di Macerata, insegue sparando undici persone, tutte africane. Le testate italiane titolano: “Sparatoria Macerata, Traini: Volevo vendicare Pamela” (TgCom, cfr.)”; “Macerata, Traini in carcere per strage: Penso a Pamela” (Ansa, cfr.). Il bilancio è di sei feriti, di cui due gravi.

Un fascista spara su gente inerme, colpevole di avere la pelle scura. La tentata strage di Macerata non deflagra sui media. Non è mica l’Isis che brucia ogni altra notizia. La jihad, la guerra santa unisce, trasforma i diversi in eguali, ci “livella”. I terroristi dello Stato islamico sparano nel mucchio per spaventare tutti. Traini sceglie le sue vittime, spara in un mucchio di neri. Tutti colpevoli di esistere, di vivere in Italia, di non essere morti per strada. Tutti uguali. Uomini neri, il babau delle notti di inverno per i bambini pallidi d’Europa.
Sui media c’è chi giustifica e chi applaude.
Gli argomenti di Traini sono fatti propri da Salvini e dall’intera compagnia di giro che lo affianca nella campagna elettorale. Le sei persone ferite da Traini scompaiono, in primo piano solo il viso di Pamela Mastropietro e le foto di uno degli uomini arrestati.
A poche ore dalla tentata strage fascista il centro sociale Sisma di Macerata lancia una manifestazione nazionale antifascista e antirazzista per il 10 febbraio.
Anpi ARCI, Cgil aderiscono alla manifestazione.
Anche i fascisti annunciano iniziative di piazza.
Il sindaco di Macerata vuole annullare il corteo: PD, Anpi, Arci e Cgil seguono a ruota. Ma. Non tutte le ciambelle riescono con il buco. La determinazione degli antifascisti non istituzionali, la rivolta di tante sezioni Arci e Anpi ribalta la situazione.
Il corteo raccoglie oltre 20.000 persone.
Una risposta forte e chiara alle destre e ai fascisti e al governo.
In contemporanea cortei antifascisti attraversano tante città italiane. Un segnale importante, perché coglie l’urgenza dei tempi.

Tempi terribili. L’anestesia dei sentimenti, la loro declinazione secondo le logiche della paura e del ripiegamento identitario, generano normalissimi mostri.
Traini ha messo in scena una rappresentazione studiata lucidamente a tavolino: prima gli spari, il terrore, poi il tricolore in spalla, il braccio teso, il monumento ai caduti. Il ciarpame nazionalista ed identitario per una guerra che non è la “follia” di uno, ma il fascismo che torna. Ben oltre i gruppi che se ne dicono eredi ed appoggiano chi spara ai migranti. Il fascismo è già qui. Da lunghi anni. Decenni di guerre (post)coloniali, respingimenti in mare, leggi razziste, deportazioni, prigioni per migranti, esternalizzazione della violenza, militari in strada, confini blindati, criminalizzazione della solidarietà hanno lasciato il segno. Troppi guardano e tacciono.
Finite le ideologie, le politiche razziste le fanno i governi di centro destra e quelli di centro sinistra. Tanti, troppi, plaudono. Chi non si accontenta delle stragi per procura, dei morti nel deserto, dei torturati nei lager libici, vuole una più radicale pulizia etnica. Traini non è solo. E lo sa. Di fronte al terrorismo fascista si sono sprecati i distinguo, i “ma” i “però”.
I fascisti forniscono la cornice giusta per incanalare la paura, il desiderio di rivalsa verso immigrati e profughi. Ma il nostro oggi non è quello di un secolo fa.
I confini, le linee di demarcazione tra sommersi e salvati, ricalcano quelli coloniali, le patrie, i confini invalicabili, ma non mettono al sicuro nessuno. Chi ha le carte in regola, il passaporto europeo, la cittadinanza italiana, può andare dove vuole, ma non ha alcun porto sicuro dove approdare.
Per i padroni conta il colore dei soldi, non quello della pelle. I poveri, di qualsiasi colore, sono umanità in eccesso.
Per gli scarti non c’è posto.
Il fascismo storico fu una controrivoluzione preventiva attuata per bloccare le insorgenze sociali che avevano fatto tremare i padroni nel biennio rosso. Il fascismo disciplinò con la violenza operai e contadini del BelPaese. L’impero, ottenuto massacrando i civili con l’iprite e le bombe, creò un’illusione di grandezza per i proletari italiani, spinti verso le colonie.
Oggi la conquista dell’Africa la fanno eserciti di professionisti, seguiti da imprese con manodopera intercambiabile, che quando serve si spostano ovunque trovino condizioni migliori. L’industria è sempre più leggera, mobile, senza legami veri con un territorio. Persino la proprietà degli stabilimenti e delle macchine è diventata un peso: meglio il franchising, gli affitti veloci, niente magazzino. Così quando serve si chiude tutto in un batter d’occhio. Non ci sono più certezze, sia pure minime, per nessuno.
Le piccole patrie, il tricolore, il monumento ai caduti danno un ombrello identitario ad un’umanità spaventata e rancorosa. Ma ovunque piovono pietre.
Serve oggi una rivoluzione preventiva che fermi il fascismo, che inceppi la macchina che trita la vite della gente in viaggio.
Non è facile e neppure probabile, tuttavia è impossibile non avvertirne l’urgenza.

Ascolta la cronaca della manifestazione di Macerata per l’info di Blackout di Francesco e l’analisi di Stefano, dell’osservatorio antifascista friulano.

Posted in antimilitarismo, immigrazione, Inform/Azioni, lavoro, razzismo.

Tagged with , , , , .


Il mito e il ricordo. Corteo antifascista a Torino

Sabato 10 febbraio. Siamo a Lucento, zona popolare di Torino. Qui c’è il villaggio santa Caterina: i nomi delle vie ricordano quelli dei paesi e delle città da cui arrivavano istriani e dalmati, che presero la via dell’esilio dopo la seconda guerra mondiale. Quelli che arrivarono a Torino finirono alle Casermette di Borgo San Paolo, un campo profughi che ospitava persone fuggite anche da Grecia, Francia, Libia, Montenegro, Africa orientale italiana. Le guerre sospingono tanta gente lontana dal posto dove viveva. L’impero del Duce e del Re si dissolse, il confine orientale si spostò nuovamente verso ovest.

Questa vicenda ha radici lontane. Dopo la prima guerra mondiale, l’Italia si sedette da vincitrice al tavolo delle trattative. Il trattato di Rapallo, che perfezionò le condizioni stabilite durante la conferenza di Versailles, sancì l’annessione all’Italia di Trento, Trieste, Istria, e Dalmazia. Luoghi dove almeno un milione di persone parlava lingue diverse dall’italiano venne obbligata parlarlo in tutte le situazioni pubbliche e, soprattutto, a scuola. In oltre cinquantamila lasciarono Trieste dopo l’annessione: funzionari dell’impero austroungarico o semplici cittadini di lingua austriaca o slovena, per i quali non c’erano prospettive di vita nella Trieste “italiana”. Una città poliglotta e vivace stava smarrendo la propria peculiarità di luogo di incontro e intreccio di culture diverse.
Il fascismo accentuò la repressione nei confronti delle popolazioni di lingua slovena e croata, l’occupazione tedesca e italiana della Jugoslavia fu accompagnata da atrocità indelebili. Le foibe e l’esodo sono uno degli ultimi momenti di una guerra durissima. Nella seconda guerra mondiale in Jugoslavia morirono un milione di persone, altrettante persero la vita nell’Italia del Nord.
Nelle fucilazioni dei partigiani titoisti caddero molti fascisti, anche se i gerarchi più importanti fecero in tempo a trovare scampo a Trieste. Caddero anche molte persone le cui collusioni dirette con il fascismo erano molto più impalpabili. L’equiparazione tra fascismo e italianità, perseguita con forza dal regime mussoliniano, costerà molto cara a chi, in quanto italiano, venne considerato tout court fascista. Oggi gli storici concordano sul fatto che le cifre reali sugli infoibati sono molto lontane da quelle proposte dalla retorica nazionalista, ma per noi anche uno solo sarebbe troppo. Sloveno, italiano, croato che sia.
Più significativo fu invece l’esodo dall’Istria e dalle coste dalmate. Città come Pola e Zara persero oltre il 80% della popolazione. Accolti bene dalle popolazioni più vicine, vennero trattati con disprezzo ed odio altrove. Ad Ancona vennero presi a sputi e trattati da fascisti in fuga. Qui a Torino erano guardati con diffidenza. Per la gente comune, con involontaria ma feroce ironia, erano “gli slavi”. La radice del male, oggi come allora, è nel nazionalismo che divide, separa, spezza.

I profughi delle Casermette di via Veglia, una zona isolata, priva di trasporti pubblici, vivevano ammassati nelle camerate trasformate in tendopoli: una corda e un telo garantivano una precaria intimità.
Il villaggio Santa Caterina venne ultimato tra il 1956 e il 1959: undici blocchi di palazzine di edilizia popolare furono costruite per le famiglie di profughi dell’Istria e della Dalmazia. Allora quella zona di Torino era ancora campagna: strade, autobus, negozi, scuole sarebbero arrivati nei due decenni successivi. La storia del villaggio si fonde con quella del quartiere e della città.

Nel 2004 venne istituita la giornata del Ricordo dell’esilio istriano e dalmata e delle vittime delle Foibe. Poco dopo il comune di Torino fece apporre su una delle case del villaggio una lapide commemorativa.
La memoria della guerra fascista sul fronte orientale, l’invasione della Jugoglavia e della Grecia, la feroce occupazione militare, i campi di concentramento dove si moriva di fame e sevizie, gli stupri, le torture non sono mai entrati nella memoria collettiva.
Il mito degli “italiani brava gente”, assunto in modo trasversale a destra come a sinistra, fonda il nazionalismo italiano, un nazionalismo che si nutre di un’aura di innocenza e bonarietà “naturali”.
In Italia la memoria è la prima vittima del nazionalismo, che impone una sorta di ricordo di Stato, che diviene segno culturale condiviso. Una sorta di marchio di fabbrica. Si sacrificano le virtù eroiche ma si eleva l’antieroismo dei buoni a cifra di un’identità collettiva.
Nonostante le ricerche storiche abbiamo mostrato la ferocia della trama sottesa al mito, questo sopravvive e si riproduce negli anni.
Un mito falso e consolatorio, che apre la via al revisionismo fascista. La giornata del Ricordo viene cavalcata ogni anno dalla destra xenofoba e razzista.
La gestione delle giornate della “memoria” e del “ricordo”, assunte in modo bipartisan dalle varie forze politiche, ha contribuito ad alimentare questa favola rassicurante, impedendo una riflessione collettiva che individuasse nei nazionalismi la radice culturale del male.

Quest’anno sia Forza Nuova che Casa Pound si sono ritrovate due ore l’una dall’altra, al villaggio Santa Caterina.
Gli antifascisti torinesi si sono dati appuntamento nella zona del mercato di corso Cincinnato, all’angolo con via Valdellatorre. Uno striscione con la scritta “nazionalismo cancro dei popoli” era affisso al camion di testa.
Un imponente schieramento di polizia difendeva i fascisti. Il corteo ha tentato più volte di aggirare la polizia, senza tuttavia riuscirvi. In una viuzza laterale la testa del corteo è stata caricata ed un compagno, Fabrizio, è stato preso, buttato a terra, manganellato e portato in questura e, da lì, al carcere delle Vallette.
Il corteo ha fronteggiato a lungo la polizia prima di avviarsi all’Edera Squat.
La fiaccolata di Casa Pound si è snodata per corso Toscana e il villaggio, protetta dalla polizia.
I quotidiani del giorno successivo hanno tratteggiato un improbabile scenario di guerriglia.
Martedì il giudice ha convalidato l’arresto di Fabrizio, che è stato scarcerato con obbligo di firma.

Posted in antifascismo, Inform/Azioni, memoria, torino.

Tagged with , , , , , , , .


Da Roma a Torino. Erdogan assassino!

Lunedì 5 febbraio. A Roma si è tenuto un presidio di protesta per la visita di Erdogan in Vaticano e al Quirinale. Al sit in hanno partecipato circa 500 manifestanti.
In città era stato predisposto un imponente dispositivo di sicurezza.
Il presidio si è svolto in largo Triboniano vicino Castel S.Angelo, a poche centinaia di metri da S.Pietro. I manifestanti, nonostante polizia a cavallo, finanza e sommozzatori sotto al fiume Tevere, hanno provato a muoversi in corteo fino alla basilica di S. Pietro. La polizia ha caricato, un attivista è stato portato in questura, altri tre sono stati feriti.
La polizia ha circondato i manifestanti, impedendo loro di lasciare la piazza sino a metà pomeriggio. Un sequestro di polizia, per prevenire altri tentativi di protesta.
Ramazan, l’uomo fermato durante la carica, è stato rilasciato con denuncia qualche ora più tardi.
Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Norma del Comitato di solidarietà.

Lunedì 5 febbraio. Il presidio indetto a Torino in occasione della visita di Erdogan al papa-re dello Stato Vaticano e ai capi di stato e di governo italiano si è trasformato in un corteo che è terminato di fronte alla sede Rai.
Il giorno precedente un gruppo di attivist* era entrato nella chiesa di via San Tommaso, chiedendo di leggere un comunicato. Al diniego del prete hanno srotolato uno striscione e letto il comunicato.
Alcuni partecipanti alla messa hanno aggredito i manifestanti.
La polizia, allertata dal prete, ha intercettato alcuni solidali a qualche centinaio di metri dalla chiesa e li ha trattenuti in questura sino al pomeriggio, quando sono stati rilasciati con l’accusa di “interruzione di cerimonia religiosa”.
Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Paolo – Pachino – Andolina, ex combattente dell’Antifa Tabur

Da oltre 10 giorni il potentissimo esercito turco bombarda il cantone di Afrin in Siria. L’operazione “Ramoscello d’ulivo” mira a distruggere la rivoluzione libertaria e femminista della Siria del nord, dove si sperimenta il confederalismo democratico.
Gli uomini e le donne di questa rivoluzione hanno sconfitto l’Isis, protetta e sponsorizzata dagli islamisti turchi di Recep Erdogan.
L’Europa, l’Italia in prima fila, ha pagato la Turchia perché fermasse i profughi siriani.
Gli interessi italiani in Turchia sono enormi. Nel pomeriggio del 5 febbraio, dopo le visite a Bergoglio, Gentiloni e Mattarella, Erdogan ha incontrato gli AD delle maggiori industrie italiane.
Il bagno di sangue ad Afrin è merito anche di armi made in Italy.
I governi europei, la Russia e gli Stati Uniti, dopo aver usato le milizie del Rojava per sconfiggere l’Isis, ora appoggiano o giustificano l’attacco al confederalismo democratico in Rojava.
Il governo turco ha massacrato i resistenti delle città insorte nelle aree curdofone, ha raso al suolo città e quartieri, obbligando la popolazione a prendere la via dell’esilio, allargando la grande diaspora curda.
Migliaia di oppositori politici sono in galera, migliaia di insegnanti e dipendenti pubblici hanno perso il posto. Decine di giornali sono stati chiusi e i giornalisti arrestati.
La Turchia è una dittatura democratica e confessionale che bussa alle porte dell’Europa, mentre massacra la gente di Afrin.

Ascolta l’approfondimento dell’info di radio Blackout con Stefano Capello sugli interessi che legano l’Italia alla Turchia. Interessi al centro dell’incontro tra la delegazione turca e i rappresentanti delle maggiori imprese italiane, non ultime quelle armiere, che riforniscono di elicotteri e aerei da guerra l’aviazione di Erdogan, impiegati contro la popolazione della Siria del nord.

Prossimo appuntamento a Torino:

Domenica 11 febbraio
corteo defendAfrin a Torino
ore 14 piazza Carlo Felice – Porta Nuova

Posted in anticlericale, antifascismo, antimilitarismo, Inform/Azioni, internazionale, torino.

Tagged with , , , , , , , , , , .


Efrin. Il grande gioco della Turchia

L’attacco a Efrin, l’operazione “ramoscello d’ulivo”, era ampiamente prevedibile. A Efrin, uno dei cantoni del Rojava, si sperimenta il confederalismo democratico.
Dopo aver sferrato durissimi colpi ai sostenitori dell’HDP, il partito filocurdo, che si ispira alle teorie del fondatore del PKK, Abdullah Ocalan, Erdogan punta alla Siria.

Dopo la pressochè totale liquidazione dell’ISIS, con l’apporto decisivo delle unità di protezione del popolo del Rojava, le carte tornano sul tavolo e il quadro delle alleanze muta in fretta.
Ankara è decisa a regolare i conti con i curdi siriani, divenuti simbolo materiale della capacità di autogoverno nell’area. Indebolirli e, se possibile, spazzarli via, è indispensabile ad Erdogan per garantire il controllo delle aree curdofone della Turchia, pacificate con estrema violenza due anni fa.
Il Rojava è una spina nel fianco molto dolorosa per il governo Erdogan, che pur fortissimo dopo il dubbio referendum costituzionale, potrebbe trovarsi in difficoltà.

Le epurazioni di massa nella scuola, nell’esercito, nella magistratura e, più in generale, nella pubblica amministrazione, gli arresti di migliaia di oppositori politici, la distruzione di tante città curde, il bavaglio imposto alla stampa, la violenta gentrificazione, l’islamizzazione forzata, portano ad un allargamento della forbice sociale, al moltiplicarsi delle tensioni politiche, sociali e culturali non facili da reggere nel lungo periodo.

Il ritiro delle truppe russe da Efrin ha sgomberato il terreno all’azione delle truppe turche, jihaidiste e dell’esercito siriano libero. Gli interessi russi in Turchia sono molto più importanti di questa piccola enclave curdofona nel nord della Siria. Il gasdotto in costruzione – lo stesso contro cui si battono i No Tap del Salento – ha importanza strategica per gli interessi russi.
Pare tuttavia difficile che la Russia tolleri una completa invasione dell’area sotto la propria tutela militare. Siamo nel governatorato di Aleppo, dove la Russia ha ben due basi militari. Non solo. Lo stesso governo siriano potrebbe avere scarso interesse a concedere parti del territorio dello Stato siriano ai maggiori sponsor delle milizie jihaidiste nell’area.
Tiepida la reazione statunitense, che tuttavia non controlla Afrin, ma difficilmente permetterà alla Turchia di attaccare a fondo Kobane e Cisre, preziosi alleati nella lotta dell’amministrazione Trump contro l’asse shiita da Teheran al Libano, passando per Baghdad, Damasco per approdare a Sana’a nel cuore della penisola arabica .

Nel frattempo da Efrin è partito un appello alla mobilitazione per fronteggiare il tentativo di invasione. Gli internazionali che combattono in Siria stanno accorrendo nel cantone, per contribuire alla resistenza.

Lo scorso fine settimana un corteo spontaneo ha attraversato Roma diretto all’ambasciata russa. Diverse altre manifestazioni di solidarietà si sono svolte i questi scorsi nel nostro paese: altre sono in programma in settimana.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Paolo – Pachino – Andolina, anarchico e squatter torinese, nonché ex combattente nell’antifa Tabur in Siria.

Posted in il grande gioco, Inform/Azioni, internazionale.

Tagged with , , , , , .




Roviniamo la vetrina dei padroni del mondo! No al G7! Un mondo senza sfruttati né sfruttatori, senza servi né padroni, un mondo di liberi ed eguali è possibile. Tocca a noi costruirlo. Ecco gli appuntamenti per gli spezzoni rossoneri: Venerdì 29 settembre ore 17,30 Corteo dei lavoratori e delle lavoratrici contro il G7 Partenza da Corso G. Cesare n. 11, vicino a Porta Palazzo (ex stazione Torino-Ceres) assemblea finale ai giardinetti tra corso Giulio e via Montanaro Sabato 30 settembre ore 14 Corteo contro il G7 Ritrovo quartiere Vallette in direzione Reggia di Venaria per approfondimenti leggi quest'articolo per info: fai_to@inrete.it