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Epidemia? Strage di Stato

I carri funebri sono in fila di fronte al cimitero di Bergamo. Quest’immagine, più di tante altre, ci mostra in tutta la sua crudezza la realtà. Non si può neppure lasciare un fiore. Non li hanno neppure potuti accompagnare verso la fine. Sono morti soli, lucidi, affogando lentamente.
Dalle finestre, ad ore stabilite, la gente grida, canta, batte le stoviglie e si riunisce in uno spirito nazionalista evocato da politici e media. “Tutto andrà bene. Ce la faremo”.
Il governo con editti che si sono susseguiti a ritmo frenetico ha sospeso il dibattito, persino il flebile confronto democratico, persino il rito esausto della democrazia rappresentativa e ci ha arruolati tutti. Chi non obbedisce è un untore, un criminale, un folle.
Intendiamoci. Ciascuno di noi è responsabile dei propri atti. Noi anarchici lo sappiamo bene: per noi la responsabilità individuale del proprio agire è il perno di una società di liber* ed eguali.
Avere cura dei più deboli, degli anziani, di chi, più degli altri, rischia la vita è un dovere che sentiamo con grande forza. Sempre. Oggi più che mai.
Un dovere altrettanto forte è quello di dire la verità, quella verità, che chiusi nelle case di fronte alla TV, non filtra mai. Eppure è, in buona parte, sotto gli occhi di tutti.
Chi cerca una verità nascosta, un oscuro complotto ordito dal proprio cattivo preferito, chiude gli occhi di fronte alla realtà, perché chi li apre si batte per cambiare un ordine del mondo ingiusto, violento, liberticida, assassino.

Ogni giorno, anche oggi, mentre la gente si ammala e muore, il governo italiano spreca 70 milioni di euro in spese militari. Con i 70 milioni spesi in uno solo dei 366 giorni di quest’anno bisestile si potrebbero costruire ed attrezzare sei nuovi ospedali e resterebbe qualche spicciolo per mascherine, laboratori analisi, tamponi per fare un vero screening. Un respiratore costa 4.000 mila euro: quindi si potrebbero comprare 17.500 respiratori al giorno: molti di più di quelli che servirebbero ora.
In questi anni tutti i governi che si sono succeduti hanno tagliato costantemente la spesa per la sanità, per la prevenzione, per la vita di noi tutti. Lo scorso anno, secondo le statistiche, per la prima volta le aspettative di vita si sono ridotte. Tanti non hanno i soldi per pagare le medicine, i ticket per le visite e le prestazioni specialistiche, perché devono pagare il fitto, il cibo, i trasporti.
Hanno chiuso i piccoli ospedali, ridotto il numero di medici e infermieri, tagliato i posti letto, obbligato i lavoratori della sanità a fare straordinari, per sopperire ai tanti buchi.
Oggi, con l’epidemia, non ci sono più code agli sportelli, non ci sono più liste di attesa di mesi ed anni per un’indagine diagnostica: hanno cancellato le visite e gli esami. Li faremo quando passerà l’epidemia. Quanta gente si ammalerà e morirà di tumori diagnosticabili e curabili, quanta gente vedrà peggiorare le proprie patologie, perché hanno messo in quarantena quello che restava della sanità pubblica? Intanto le cliniche e gli ambulatori privati fanno qualche mossa pubblicitaria e moltiplicano gli affari, perché i ricchi non restano mai senza cure.

Per questo il governo ci vuole ai balconi a cantare “Siam pronti alla morte. L’Italia chiamò”. Ci vogliono zitti e ubbidienti come bravi soldati, carne da macello, sacrificabile. Dopo chi resta sarà immune e più forte. Sino alla prossima pandemia.

Per questo dai nostri balconi, sui muri delle città, nelle code per la spesa, diciamo, a voce alta nonostante la mascherina, che siamo di fronte ad una strage di Stato. Quanti morti si sarebbero potuti evitare se i governi di questi anni avessero fatto scelte di tutela della nostra salute?
Non si è trattato di un errore ma di una scelta criminale.

Gli infettivologi negli anni hanno avvertito del rischio che correvamo, che una pandemia grave era possibile. Sono rimaste voci nel deserto.
La logica del profitto non consente cedimenti. Quando tutto sarà finito le industrie farmaceutiche che non investono in prevenzione faranno affari. Lucreranno con i medicinali scoperti dai tanti ricercatori che lavorano per la comunità e non per arricchire chi è già ricco.
Ci avevano abituati a credere di essere immuni alle pestilenze che affliggono i poveri, quelli che non hanno mezzi per difendersi, quelli che non hanno neppure accesso all’acqua potabile. Dengue, ebola, malaria, tubercolosi erano le malattie dei poveri, delle popolazioni “arretrate”, “sottosviluppate”.
Poi, un giorno, il virus si è imbarcato in business class e ha raggiunto il cuore economico dell’Italia. E niente è più stato come prima.
Non subito però. Media, esperti, governo ci hanno raccontato che la malattia uccide solo gli anziani, i malati, quelli che hanno anche altre patologie. Niente di nuovo. É un fatto normale: non serve una laurea in medicina per saperlo.
Così tutti gli altri hanno pensato che alla peggio avrebbero fatto un’influenza in più. Quest’informazione criminale ha riempito le piazze, gli aperitivi, le feste. Non per questo viene meno la responsabilità individuale, che passa anche dalla capacità di informarsi e capire, ma toglie un pizzico di quell’aura di santità che il governo sta cercando di indossare, per uscire indenne dalla crisi. E chi sa? Magari anche più forte.

Ci raccontano che la nostra casa è l’unico posto sicuro. Non è vero. I lavoratori che ogni giorno devono uscire per andare in fabbrica, senza nessuna vera protezione, nonostante i contentini offerti da Confindustria ai sindacati di stato, tornano ogni giorno a casa. Lì ci sono parenti anziani, bambini, persone deboli.
Solo una piccola parte di chi esce per fare la spesa o prendere un po’ d’aria ha delle protezioni: maschere, guanti, disinfettanti non sono disponibili neppure negli ospedali.
Il governo sostiene che le protezioni non servono se si è sani: è una menzogna. Quello che ci dicono sulla diffusione del virus lo smentisce in modo chiaro. La verità è un’altra: a due mesi dall’inizio dell’epidemia in Italia il governo non ha acquistato e distribuito le protezioni indispensabili per bloccare la diffusione della malattia.
Costano troppo. In Piemonte i medici di base parlano al telefono alle persone che hanno la febbre, la tosse, il mal di gola, invitandoli a prendere antipiretici e a restare a casa per cinque giorni. Se peggiorano andranno poi in ospedale. A nessuno viene fatto il tampone. Chi vive con questi malati si trova in trappola: non può lasciare solo chi soffre ed ha bisogno di assistenza, ma rischia di contagiarsi a sua volta se l’affezione respiratoria fosse dovuta a coronavirus. Quanti si sono infettati senza saperlo ed hanno poi diffuso la malattia ad altri, uscendo senza protezioni?
Gli arresti domiciliari non ci salveranno dall’epidemia. Possono contribuire a rallentare la diffusione del virus non a fermarla.

L’epidemia diventa occasione per imporre condizioni di lavoro, che consentono alle aziende di spendere meno e guadagnare di più. Gli editti di Conte hanno previsto lo smart working ovunque fosse possibile. Le aziende ne approfittano per imporlo ai propri dipendenti. Si sta a casa e si lavora via internet. Il telelavoro è regolato da una legge del 2017 che prevede che le aziende possano proporlo ma non imporlo ai dipendenti. Dovrebbe essere quindi soggetto ad un accordo che dia ai lavoratori garanzie su orario, forme di controllo, diritto alla copertura delle spese di connessione, copertura in caso di infortunio. Oggi, dopo il decreto emanato dal governo Conte per fronteggiare l’epidemia di Covid 19, le aziende possono obbligare allo smart working senza accordi né garanzie per i lavoratori, che devono anche essere grati per la possibilità di stare in casa. L’epidemia diventa quindi pretesto per l’imposizione senza resistenze di nuove forme di sfruttamento.
Per i lavoratori normati si prevedono cassa integrazione e fondi integrativi, per i precari, le partite IVA e i parasubordinati non ci saranno coperture, tranne qualche briciola. Chi non lavora non ha alcun reddito.

Chi osa criticare, chi osa raccontare verità scomode, viene minacciato, represso, messo a tacere.
Nessun media mainstream ha ripreso la denuncia degli avvocati dell’associazione infermieri, un’istituzione che non ha nulla di sovversivo. Infermiere ed infermieri sono descritti come eroi, purché si ammalino e muoiano in silenzio, senza raccontare quello che succede negli ospedali. Gli infermieri che raccontano la verità sono minacciati di licenziamento. A quelli che vengono contagiati non viene riconosciuto l’infortunio, perché l’azienda ospedaliera non sia obbligata a pagare indennizzi a chi si trova ogni giorno a lavorare senza protezioni o con protezioni del tutto insufficienti.

L’autonomia delle donne viene attaccata dalla gestione governativa dell’epidemia di Covid 19.
La cura dei bambini che restano a casa perché le scuole sono chiuse, gli anziani a rischio, i disabili ricadono sulle spalle delle donne, già investite in modo pesante dalla precarietà del lavoro.
Intanto, in sordina, nelle case trasformate in domicili coatti, si moltiplicano i femminicidi.

Nel fragoroso silenzio dei più, durante la rivolta delle carceri sono morti 15 detenuti. Sulla loro morte non è trapelato nulla, se non le veline della polizia. Alcuni, già in gravi condizioni, non sono stati portati in ospedale ma caricati sui cellulari e portati a morire in carceri lontane centinaia di chilometri. Una strage, una strage di Stato.
Gli altri sono stati deportati altrove. Le carceri scoppiano, ai reclusi non è garantita la salute e la dignità nemmeno in condizioni “normali”, sempre che sia normale rinchiudere le persone dietro le sbarre. Per salvaguardarli il governo non ha trovato di meglio che sospendere i colloqui con i parenti, mentre ogni giorno i secondini possono andare e venire. La rivolta dei reclusi è divampata di fronte al rischio concreto del diffondersi del contagio in luoghi dove il sovraffollamento è la norma. Chi ha sostenuto le lotte dei prigionieri è stato caricato e denunciato. La repressione, complici le misure contenute negli editti del governo, è stata durissima. A Torino hanno impedito anche un semplice presidio di parenti e solidali all’ingresso della prigione, schierando le truppe ad ogni accesso alle strade limitrofe al carcere delle Vallette.

I lavoratori che hanno fatto scioperi spontanei contro il rischio di contagio, sono stati a loro volta denunciati per aver violato gli editti del governo, perché manifestavano in strada per la loro salute.
Niente deve fermare la produzione, anche se si tratta di produzioni che potrebbero essere interrotte senza alcuna conseguenza per la vita di noi tutti. La logica del profitto, della produzione viene prima di tutto.
Il governo teme che, dopo la rivolta delle carceri, si possano aprire altri fronti di lotta sociale. Da qui il controllo poliziesco ossessivo, l’impiego dell’esercito, cui, per la prima volta, sono attribuite funzioni di ordine pubblico, e non di mero supporto alle varie forze di polizia. I militari diventano poliziotti: il processo di osmosi cominciato qualche decennio fa arriva a compimento. La guerra non si ferma. Missioni militari, esercitazioni, poligoni di tiro vanno a pieno ritmo. É la guerra ai poveri al tempo del Covid 19.

Il governo ha vietato ogni forma di manifestazione pubblica e ogni riunione politica.
Rischiare la vita per il padrone è un dovere sociale, mentre cultura e azione politica sono considerate attività criminali.
Si tratta del tentativo, neppure troppo velato, per impedire ogni forma di confronto, discussione, lotta, costruzione di reti solidali che consentano davvero di dare sostegno a chi è maggiormente in difficoltà.

La democrazia ha i piedi di argilla. L’illusione democratica si è sciolta come neve al sole di fronte all’epidemia. Si accettano con entusiasmo provvedimenti ex cathedra del presidente del consiglio: nessun dibattito, nessun passaggio dal tempio della democrazia rappresentativa, ma semplice editto. Chi non lo rispetta è un untore un assassino, un criminale e non merita pietà.
In questo modo i veri responsabili, quelli che tagliano la sanità e moltiplicano la spesa militare, quelli che non garantiscono le mascherine neppure agli infermieri, quelli che militarizzano tutto ma non fanno i tamponi perché “costano 100 euro” si firmano l’assoluzione con il plauso dei prigionieri della paura.

La paura è umana. Non dobbiamo vergognarcene, ma non dobbiamo neppure permettere agli imprenditori politici della paura di usarla per ottenere il consenso a politiche criminali.

Noi ci siamo battuti per impedire che chiudessero i piccoli ospedali, che spazzassero via presidi sanitari preziosi per tutti. Eravamo in piazza a fianco del lavoratori del Valdese, dell’Oftalmico, del Maria Adelaide, dell’ospedale di Susa e di tanti altri angoli della nostra provincia.

In novembre eravamo in piazza per contestare la mostra mercato dell’industria aerospaziale di guerra. Noi lottiamo ogni giorno contro il militarismo e le spese di guerra. Noi siamo sui sentieri della lotta No Tav, perché con un metro di Tav si pagano 1000 ore di terapia intensiva.

Noi oggi siamo a fianco di chi non vuole morire in galera, dei lavoratori caricati e denunciati, perché protestano contro la mancanza di tutele contro la diffusione del virus, con gli infermieri e le infermiere che lavorano senza essere protetti e rischiano il posto perché raccontano quello che succede negli ospedali.

Oggi tanta parte dei movimenti di opposizione politica e sociale tace, incapace di reagire, schiacciata dalla pressione morale, che criminalizza chi non accetta senza discutere la situazione di crescente pericolo innescata dalle scelte governative di ieri e di oggi.
Limitare gli spostamenti e i contatti è ragionevole, ma è ancor più ragionevole lottare per poterlo fare in sicurezza. Dobbiamo trovare i luoghi e i modi per lottare contro la violenza di chi ci imprigiona, perché non sa e non vuole tutelarci.
Da anarchici sappiamo che la libertà, la solidarietà, l’uguaglianza nelle nostre mille diversità si ottiene con la lotta, non la si delega a nessuno e men che meno ad un governo, la cui unica etica è il mantenimento delle poltrone.

No. Noi non siamo “pronti alla morte”. Non vogliamo morire e non vogliamo che nessuno si ammali e muoia. Non ci facciamo arruolare nella fanteria destinata al massacro silente. Siamo disertori, ribelli, partigiani.
Pretendiamo che le carceri siano svuotate, che chi non ha casa ne abbia una, che la spesa di guerra sia cancellata, che a tutti siano garantiti gli esami clinici, che ciascuno abbia i mezzi per proteggere se stesso e gli altri dall’epidemia.

Non vogliamo che sopravvivano solo i più forti, noi vogliamo che anche chi ha vissuto tanto, possa continuare a farlo.
Vogliamo che chi sta male possa avere accanto qualcuno che lo ama e possa confortarlo: con due cacciabombardieri F35 in meno potremo avere tute, e ogni protezione necessaria perché nessuno muoia più da solo.

Tutto andrà bene? Ce la faremo? Dipende da ciascuno di noi.

I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese, riuniti in assemblea il 15 marzo 2020.

Dedichiamo questo nostro scritto alla memoria di Ennio Carbone, un anarchico, un medico che ha dedicato la propria vita alla ricerca scientifica, cercando di sottrarla alla voraci mani dell’industria che finanzia solo quello che rende.
Lui, in tempi non sospetti, ci parlò del rischio di una pandemia come quella che viviamo oggi.
La sua voce, la sua esperienza ci mancano in questi giorni difficili.

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Potere e genere

Osservate Maria. Da anni in molti caselli autostradali, mentre allungate il biglietto per pagare, trovate la sua icona, il suo manto candido a mezzo busto. Per quanto vi sforziate non riuscirete a vederla. Questi adesivi sono ovunque ma lei resta invisibile. Maria ha gli occhi chini, non vi guarda, non può guardarvi: urna asessuata, vaso inessenziale, la sua esistenza è la negazione dei vostri corpi desideranti, del vostro sguardo che buca lo spazio, dei vostri occhi che esplorano il mondo.
Dicono che a Ipazia, spogliata e lapidata a morte, ancor viva vennero cavati gli occhi. Di lei non ci sono state tramandate le opere, ma la narrazione della sua morte da parte di una squadraccia cristiana, ci è giunta con dovizia di particolari, a perenne monito per tutte quelle che non abbassano lo sguardo, che non si sottomettono al destino che si pretende sia iscritto nelle loro carni.

Il destino disegnato con i nostri corpi, adattati alle esigenze del dominio patriarcale, si giustifica con la pretesa che sia stabilito da dio, dalla natura, dall’universalismo maschile della ragione.
Chi si ribella è contro natura, contro dio, contro la ragione.
Gli universali mutano ma restano maschili. Resistono a lungo anche all’offensiva illuminista, all’umanizzarsi delle regole sociali, scisse dal beneplacito divino e, quindi, inevitabilmente meno solide, rigide, infallibili. Il relativismo incrina l’ordine, ma non lo spezza, finché i tant* esclusi dall’universalità dei diritti non hanno prodotto una rottura dell’ordine. Simbolico e, non secondariamente, materiale.
L’ordine del padre si incrina di fronte alle donne ribelli, alle soggettività non conformi, alle identità ibride, transeunti, fluide, in viaggio, mutanti. L’io diviene approdo e non punto di partenza inscatolato in ruoli imposti dal dominio del padre.
Un percorso non facile: ciascun* deve fare i conti con un percorso di soggettivazione autoritaria, tanto profondo da parere “naturale”. La servitù volontaria è indispensabile all’affermazione ed al mantenimento di qualsiasi forma di gerarchia.
Il dualismo di genere è quanto di più simile al concetto essenzialista di natura, che sia stato prodotto dalla cultura. Continued…

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Mille occhi sulla città

Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti. Fanno festa per le gare di tennis che arricchiranno i commercianti del centro, mentre noi aspettiamo stanchi autobus e tram stracolmi. Puntano sui grandi eventi, mentre le scuole cadono a pezzi e noi non abbiamo i soldi per pagare la mensa ai nostri figli e nipoti.
Scommettono sul turismo, mentre noi aspettiamo mesi per una visita medica o un esame.
È la città a 5Stelle, che attua riqualificazioni escludenti, caccia i senza casa, i senza reddito, i senza documenti ai margini della metropoli.
L’amministrazione Appendino ha scatenato la sua guerra ai poveri. In dicembre ha disposto lo sgombero degli ambulanti abusivi dall’area di San Pietro in Vincoli, dove c’era il mercato della roba vecchia, che per tanti era un’importante, se non l’unica, fonte di reddito. Sono stati trasferiti a forza, nonostante una certa resistenza continui in sordina, in via Carcano, un’area remota a ridosso del cimitero, dove non passa nessuno. Cintata da una rete che la rende simile ad una gabbia per polli, è lo specchio rovesciato della città vetrina.
Continua, in sordina, a colpi di sgomberi di baracche e fogli di via, la cacciata dei rom da via Germagnano.
Sui tram e per le strade delle periferie, con un accanimento particolare in Barriera, Falchera, Borgo Vittoria si moltiplicano le retate per spaventare e disciplinare chi vive di lavori precari, sottopagati, in nero o si arrangia come capita per pagare il fitto, le bollette e mettere insieme pranzo e cena.
Ci raccontano che stanno riqualificando le periferie, che i nostri quartieri saranno più belli da vivere. Non ci dicono però che in queste periferie per turisti, studenti, ricchi professionisti, non c’è più posto per chi ci abita ora. Si moltiplicano i bed & breakfast, le case affidate a piattaforme on line per affitti brevi, e diminuiscono le case, aumentano i fitti e i prezzi nei negozi. La chiamano riqualificazione, ma ha il sapore amaro dell’occupazione militare, del controllo, dei posti di blocco, delle retate di senza documenti.
Continued…

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Vakhtang. Omicidio di Stato

Era nato in Georgia 37 anni fa. La sua vita è finita alle prime ore del 18 gennaio.
Vakhtang Enukidze è stato massacrato di botte dalla polizia. Era rinchiuso nel CPR di Gradisca d’Isonzo. Siamo sul confine orientale, dove approdano quelli che riescono ad entrare in Europa dalla rotta balcanica.
La fine di Vakhtang l’hanno raccontata i suoi compagni di prigionia.
Dieci poliziotti in tenuta antisommossa sono entrati nella sua cella e l’hanno accerchiato e picchiato. Lui è caduto, sbattendo la testa contro un muro. Mentre era a terra alcuni poliziotti gli hanno messo i piedi sul collo e sulla schiena, l’hanno ammanettato e portato via.
“Lo stavano tirando con le manette come un cane, non puoi neanche capire, questo davanti a noi tutti” lo ha detto al telefono ai solidali dell’Assemblea No Cpr No Frontiere un suo compagno recluso.
Un altro testimone, amaro, sostiene che: “V. é morto per niente. Aveva accettato di essere deportato in Georgia. Ora il suo corpo è in una cella frigorifera. Oggi è toccato a lui, domani potrebbe toccare a chiunque di noi. Bisogna far sapere a tutti quello che è successo.”
Vakhtang è stato pestato duramente, una o due volte. È stato pesantemente sedato ed ha agonizzato per ore, “con la bava alla bocca” senza che nessuno lo soccorresse.
Poi è morto. Forse già al CPR, forse poco dopo.
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Gradisca. Immigrato ucciso dalla polizia

Era nato in Georgia 37 anni fa.
La sua vita è finita alle prime ore del 18 gennaio.
V. E. è stato ammazzato di botte dalla polizia. Era rinchiuso nel CPR di Gradisca d’Isonzo. Siamo sul confine orientale, dove approdano quelli che riescono ad entrare in Europa dalla rotta balcanica.
Il CPR di Gradisca è gestito dalla cooperativa EDECO di Padova.
La fine di V.E. ce la raccontano i suoi compagni di prigionia.

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La scelta di Nicoletta

Una tiepida giornata d’inverno, un tempo rara a gennaio, ha accolto i No Tav, che hanno dato vita ad un corteo vivace e plurale che ha attraversato il centro di Torino da piazza Statuto a Porta Susa.
C’era il popolo No Tav, c’erano tanti solidali da fuori regione, c’era un vivace e partecipato spezzone anarchico promosso dalla Federazione Anarchica Torinese.
Erano trascorsi solo 12 giorni dall’arresto di Nicoletta Dosio, attivista della prima ora nella lotta al super treno, rinchiusa nel carcere delle Vallette il 30 dicembre. La sua vicenda ha suscitato ampia indignazione e mosso un vasto movimento di solidarietà, concretatosi in presidi, cortei, proteste in valle e in ogni dove.
Migliaia di persone sono scese in piazza per la libertà di Nicoletta e di tutti gli uomini e donne investiti dalla repressione per la propria partecipazione alle lotte sociali.
Nicoletta ha rifiutato di chiedere le misure alternative al carcere. La condanna ad un anno le è stata inflitta per un’azione collettiva di apertura dei caselli autostradali della A32, mentre la polizia stava allargando il cantiere/fortino di Chiomonte.
Nicoletta con questa scelta prova a mettere a nudo la macchina che giorno dopo giorno macina le vite di chi non si arrende ad un ordine sociale basato sulla logica feroce del dominio e del profitto.
Chi ha tentato di depotenziarla, cercando di dare alla sua storia il carattere dell’eccezionalità con appelli alla grazia presidenziale si è subito incagliato di fronte al suo fermo rifiuto.
Nella lettera scritta dal carcere e letta in piazza lei scrive: “Sappiamo che non c’è più tempo. Bisogna agire qui e ora per evitare la catastrofe sociale e ambientale, ‘ridestando i morti e ricostituendo l’infranto’ che la follia del capitale lascia dietro di sé ‘nella quotidiana dimostrazione e saccheggio che esso chiama progresso’.
È il momento di essere lucidi e irriducibili, di mettere in pratica il coraggio e la tenerezza che abbiamo imparato nei giorni indimenticabili delle Libera Repubblica della Maddalena, un’esperienza che ci ha creato legami indissolubili da ogni parte del Paese, anzi, del mondo.
La solidarietà che può salvarci è quella che sa farsi coscienza critica, ribellione attiva al sistema di cui la mia vicenda non è che la cartina di tornasole: il tribunale che impugna le bilance della legge è l’altra faccia della guerra all’uomo e alla natura.
Quella guerreggiata con le armi contro i ‘popoli di troppo’, con le ruspe contro i territori destinati ad essere corridoi di traffico per merci, capitali, grandi sporchi interessi; con la guerra tra poveri contro la solidarietà che fa vivere con manganelli, lacrimogeni e manette contro le popolazioni che, in nome del diritto alla vita e all’autodeterminazione, alzano le barricate della resistenza e del conflitto.”
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I No Tav tra urne e barricate

L’apertura dei cantieri per realizzazione della nuova linea ad alta velocità ferroviaria, che consegnerà la Val Susa al destino di corridoio logistico per le merci, è ormai molto vicina.
Siamo prossimi al punto di non ritorno.
La vita degli abitanti cambierà per sempre. Camion carichi di smarino e polveri d’amianto percorreranno la valle a est come a ovest, mettendo a repentaglio la salute di tutti. Il dispositivo militare investirà poco a poco anche zone densamente abitate. La perdita di falde acquifere sarà inevitabile e irreversibile.
La lucida profezia fatta quasi 30 anni fa dal movimento No Tav rischia di trasformarsi in dura realtà.
Una realtà che appare in tutta la sua crudezza dopo la lunga sbornia a 5Stelle.
I giochi elettorali hanno inghiottito enormi energie, senza alcun risultato, se non quello di allontanare ancora di più le persone dall’impegno diretto, dall’azione sul territorio, dal confronto sulle strategie per mettere in difficoltà l’avversario.

Nel maggio del 2018 5Stelle e Lega stavano perfezionando il loro contratto di governo. Nel contratto si parlava di riesame della Torino Lyon. L’opzione zero non è mai stata neppure sul tavolo.
Chi aveva puntato tutto sui 5Stelle poteva vantarsi che la favola della soluzione istituzionale a decenni di lotta No Tav avrebbe avuto un lieto fine.
Oggi sappiamo che la storia ha avuto un ben diverso epilogo. Dopo una lunghissima manfrina il sì alla realizzazione dell’opera è infine arrivato. I 5 Stelle, sedotti e abbandonati dalla Lega, si sono alleati con il PD, un altro partito Si Tav, e la partita si è chiusa.
Le procedure per l’avvio dei lavori vanno avanti. La discarica d’amianto sequestrata dalla Guardia di Finanza a Salbertrand, nel luogo destinato a fabbrica di conci per la realizzazione del tunnel mostro di 57 chilometri da Susa a San Jean de Maurienne, è solo un intoppo passeggero. Le ultime elezioni locali hanno indebolito, anche se non sradicato, il fronte istituzionale No Tav, mentre il movimento non ha saputo né voluto fare i conti con la scelta della delega istituzionale. Alla vigilia della annuale manifestazione No Tav dell’8 dicembre, la maggiore preoccupazione dell’assemblea svoltasi a Bussoleno il 27 novembre, è stata il recupero in corner dei gonfaloni dei sindaci per la marcia da Susa a Venaus.
Un fatto è certo: se, come probabile, in primavera verranno assegnati gli appalti per il tunnel transfrontaliero, la partita si giocherà ancora una volta per le strade. I santi sono tornati in paradiso e la notte è senza stelle. Continued…

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Un oceano di orrori

I numeri della violenza patriarcale contro le donne disegnano un vero bollettino di guerra. La guerra contro le donne libere. Una guerra che i media nascondono e minimizzano, contribuendo a moltiplicarla, offrendo attenuanti a chi uccide, picchia e stupra.
Le donne uccise da chi non tollera la loro libertà sono ammazzate due volte. Uccise dall’uomo che le ha private della vita, uccise da chi nega loro la dignità, raccontando la violenza con la lente dell’amore, dell’eccesso, della passione e della follia. L’amore romantico, la passione coprono e mutano di segno alla violenza. Le donne sono uccise, ferite, stuprate per eccesso d’amore, per frenesia passionale. Un alibi preconfezionato, che ritroviamo negli articoli sui giornali, nelle interviste a parenti e vicini, nelle arringhe di avvocati e pubblici ministeri. Questa narrazione falsa mira a nascondere una guerra, che viene combattuta ma non riconosciuta come tale.

Annientare è far diventare nulla chi prima era qualcun*. C’è chi lo fa con freddezza, chi con rabbia, chi persino con paura, ma il fine resta lo stesso: imporre se stessi sino alle estreme conseguenze.
Questo è il senso di ogni omicidio.
In guerra questo diviene evidente e, soprattutto, lecito. In guerra uccidere è un merito. Nonostante la teoria dei “diritti umani” abbia provato ad attenuare la logica bellica, introducendo qualche fragile elemento di tutela, nei fatti poco cambia. Anzi. Nelle guerre dell’ultimo secolo i civili disarmati sono obiettivi di guerra anche più dei soldati in armi.

Quando sotto i colpi cade una donna, il senso muta. Il termine femminicidio descrive l’uccisione di una donna in quanto donna. L’uccisione di una donna in quanto donna ha un significato intrinsecamente politico. Per paradosso il femminicidio è un atto politico, proprio perché ne viene nascosta, dissimulata, negata la politicità. Continued…

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Mercanti di morte

Sabato 16 novembre
No ai mercanti di morte!
corteo antimilitarista
ore 15 da piazza Castello

Il 26 e 27 novembre 2019 si tiene a Torino “Aerospace & defence meeting”, mostra mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra.
La convention, giunta alla sua settima edizione, ha quest’anno un focus sull’innovazione produttiva, la trasformazione digitale per l’industria aerospaziale 4.0.
Un’occasione per valorizzare le eccellenze del made in Italy nel settore armiero, in testa il colosso Leonardo, con un focus sulle aziende piemontesi leader nel settore: Thales Alenia Space, Avio Aero, UTC Aerospace Systems.

La mostra-mercato è riservata agli addetti ai lavori: fabbriche del settore, governi e organizzazioni internazionali, compagnie di contractor. Quest’anno sono attese 900 aziende e i rappresentanti di 26 governi; sono previsti 6.500 incontri diretti. Il vero fulcro della convention sono gli incontri bilaterali per stringere accordi di cooperazione e vendita.
Tra gli sponsor del meeting spiccano la Regione Piemonte, la Camera di Commercio subalpina.
Nelle foto dei meeting passati si vedono alveari di uffici, dove persone eleganti vendono e comprano i giocattoli, che distruggono intere città, massacrano civili, avvelenano terre e fiumi. Giocattoli di guerra. Guerre combattute con armi costruite a due passi dalle nostre case.
Torino è uno dei principali centri dell’industria aerospaziale bellica.
L’industria bellica è un business che non va mai in crisi. L’Italia fa affari con chiunque.
Tra gli acquirenti del made in Italy c’è la Turchia, che impiega contro la popolazione curda gli elicotteri Mangusta prodotti dalla Augusta del gruppo Leonardo. C’è anche lo Yemen che li utilizza contro la popolazione civile per cercare di stroncare l’insorgenza Houti.
A Torino e Caselle c’è l’Alenia, la cui “missione” è fare aerei militari tra cui spiccano gli Eurofighter Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe. Sempre l’Alenia produce droni da guerra. I droni estendono le frontiere del controllo e rendono asettica la guerra, una sorta di videogame mortale. Le ali degli F35 sono costruite ed assemblate dall’Alenia a Cameri, paesino alle porte di Novara.
Giocattoli costosi che hanno un unico impiego: uccidere.
All’aerospace and defence meeting venderanno, oltre a F 35 e Eurofighter Thyphoon, anche droni nEUROn da guerra, satelliti spia, elicotteri Awhero, sistemi ISTAR per sorveglianza, riconoscimento ed acquisizione degli obiettivi, MC-27J Praetorian per i trasporti bellici, gli Hitfist, cannoni per tank e navi… e tanti alti gioielli dell’industria bellica italiana e internazionale.
L’Italia è in guerra da decenni ma la chiama pace, per giustificare le città distrutte, i corpi dilaniati, i bambini spauriti, i migranti che muoiono in viaggio. La chiamano pace ma è occupazione militare, bombardamenti, torture e repressione.
Per trarci in inganno trasformano la guerra in filantropia planetaria, le armi in mezzi di soccorso.
Gli stessi soldati delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CPR, nelle strade delle nostre città, sono nei cantieri militarizzati, sono nel Mediterraneo e sulle frontiere fatte di nulla, che imprigionano uomini, donne e bambini.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Le sostiene la stessa propaganda: le questioni sociali, coniugate in termini di ordine pubblico, sono il perno su cui fa leva la narrazione militarista. Continued…

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4 novembre. Festa degli assassini!

Il 2 novembre un presidio antimilitarista al Balon ha segnato l’avvio delle iniziative antimilitariste di questo novembre.
Il 4 novembre striscioni e scritte sono apparsi di fronte a monumenti militaristi, in cui, con un discutibile senso del decoro urbano, appaiono armi, soldati, retorica patriottica ed esaltazione delle avventure coloniali dell’Italia.
Lo striscione con la scritta “No Stati, No eserciti è
stato appeso di fronte al monumento, con tanto di cannone da artiglieria, spezzoni di proiettili all’angolo tra corso Vercelli e via Ivrea.
Altro striscione “4 novembre festa degli assassini” è comparso al monumento all’artigliere di montagna, con tanto di targa commemorativa alle imprese in Libia dei militari tricolore.
Il 4 novembre. Una festa che ricorda una guerra di ieri mentre le truppe del Belpaese fanno – in silenzio – la guerra per il potere e le risorse in Iraq, Afganistan, Niger… e altri 33 luoghi del pianeta.

Di seguito il volantino distribuito in questi giorni.

No ai mercanti di morte. 16 novembre manifestazione antimilitarista

Niente pace per chi fa guerra

Il 4 novembre è la festa delle forze armate. Viene celebrata nel giorno della “vittoria” nella prima guerra mondiale, un immane massacro per spostare un confine.
Il 4 novembre è la festa degli assassini. La divisa e la ragion di stato trasformano chi uccide, occupa, bombarda, in eroe.
In questi anni lungo i confini d’Italia si sta combattendo una guerra feroce contro la gente in viaggio, contro chi fugge conflitti dove le truppe italiane sono in prima fila.
I battaglioni d’élite dell’esercito tricolore sono impegnati in 36 missioni di guerra.
Le principali sono in Afganistan, Iraq, Libano, Libia, Kosovo, Somalia, nel Mediterraneo. 6.290 soldati italiani sono sui diversi teatri di guerra.
L’impegno più importante è sul fronte interno con l’operazione “Strade sicure”, che impiega 7.000 soldati.

Nelle guerre moderne muoiono più civili che militari. I soldati sono professionisti super addestrati, strumenti costosi e preziosi da preservare, mentre le persone senza divisa diventano obiettivi bellici di primaria importanza in conflitti che giocano la carta del terrore, per piegare la resistenza delle popolazioni che serve sottomettere, per realizzare i propri obiettivi di dominio.
Al riparo delle loro basi, i piloti dei droni, sparano come in un videogioco.

L’Italia è in guerra da decenni ma la chiama pace. È una guerra su più fronti, descritta come intervento umanitario, ma nei fatti è occupazione miliare, bombe, tortura e repressione.
Per trarci in inganno trasformano la guerra in filantropia planetaria, le bombe mezzi di soccorso.

Gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CPR, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa, sono nel Mediterraneo e sulle frontiere fatte di nulla, che imprigionano uomini, donne e bambini.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia.
Lo Stato italiano nel 2018 ha destinato 21.183 milioni di euro alle spese militari. Nel 2019 questa spesa è destinata ad aumentare.

In Siria, in Iraq, in Afganistan, in Libia si combatte con armi che spesso sono costruite a due passi dalle nostre case.
Nell’ex stabilimento Fiat di Mirafiori Leonardo costruirà droni da combattimento.
Giocattoli costosi che hanno un unico impiego: uccidere.

Torino è uno dei principali centri dell’industria aerospaziale bellica.
L’industria di guerra non va mai in crisi. L’industria bellica italiana fa affari con chiunque.
Il 26 e 27 novembre 2019 si tiene a Torino “Aerospace & defence meeting”, mostra mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra.
La convention, giunta alla sua settima edizione, ha quest’anno un focus sull’innovazione produttiva, la trasformazione digitale per l’industria aerospaziale 4.0.
Ci saranno 6.500 incontri bilaterali, 900 partecipanti, i rappresentanti di 26 paesi.

Un’occasione per valorizzare le eccellenze del made in Italy nel settore armiero, in testa il colosso Leonardo, con un focus sulle aziende piemontesi leader nel settore: Thales Alenia Space, Avio Aero, UTC Aerospace Systems. Tra gli sponsor, oltre a Leonardo, ci sono la Regione Piemonte e la Camera di Commercio.

L’Aerospace and defence meeting è un evento semi clandestino, chiuso, dove si giocano partite mortali per milioni di persone in ogni dove.
La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.

Possiamo gettare un granello di sabbia per incepparne il meccanismo, per impedire che il business di morte celebri i suoi riti nell’indifferenza dei più.

Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.

Dal 16 al 27 novembre, dieci giorni di informazione e lotta contro i mercanti di morte!

Sabato 16 novembre corteo antimilitarista da piazza Castello

Assemblea Antimilitarista
antimilitarista.to@gmail.com
www.anarresinfo.noblogs.org

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Grecia. L’autogestione non si arresta nonostante sgomberi e repressione…

Il 16 ottobre la polizia, dopo una lunga pausa, ha ripreso l’offensiva verso le strutture autogestite di Exarchia ad Atena.
Nella stessa giornata sono stati sgomberati due squat, che erano ospitavano decine di migranti e rifugiati senza tetto né documenti. Nel mirino sono finiti “l’Hotel Oniro” e il “Fantasma” che si trova all’incrocio tra le vie Eressiou e Themistokleus, a fianco del K-Vox.

Lo scorso sabato l’occupazione del consolato turco e il blocco del terminal della Turkish airlines a Salonicco ha innescato una durissima repressione poliziesca. I compagni che avevano esposto uno striscione di solidarietà con il Rojava dal balcone del consolato sono stati pestati duramente dai militari turchi e poi consegnati alla polizia greca, che li ha nuovamente picchiati, privati di acqua, cibo e sonno per 24 ore. Le accuse nei loro confronti, nonostante il carattere poco più che simbolico del’azione, sono gravissime.

Le politiche repressione delle lotte sociali e politiche del governo di centro destra sono cominciate il 26 agosto.
Quel giorno ad Atene i blindati della polizia hanno invaso e occupato il quartiere di Exarchia. Siamo nel centro della città, dove gli anarchici e i movimenti di lotta sono molto radicati. In questa zona, i molti edifici occupati sono nodi vitali delle comunità. Luoghi un tempo abbandonati, trasformati in abitazioni, mense, ambulatori sanitari autogestiti, ma anche sedi politiche, librerie, spazi aperti alla solidarietà.

La polizia aveva sgomberato 4 spazi occupati ed ha arrestato 143 persone di cui 140 migranti. Persone che avevano trovato ospitalità in due progetti occupativi, escluse dai servizi sociali e sanitari statali per le politiche devastanti dei governi che si sono succeduti. Persone che sono state deportate in campi di detenzione per migranti fuori città. Con questa operazione repressiva, a lungo preparata e accompagnata da una generale restrizione delle libertà, il governo greco ha attaccato le forme di autorganizzazione della società, il movimento delle occupazioni e il movimento anarchico, per avere mano libera nell’attuazione di nuove politiche di predazione e saccheggio del territorio e di chi ci vive.
Da tempo Exarchia è nel mirino della speculazione, che mira ad attuare riqualificazioni escludenti, che obblighino i poveri e gli immigrati a spostarsi verso l’immensa periferia urbana, dove i fascisti svolgono il ruolo di forze di complemento della polizia.
Dopo gli sgomberi le strade di un quartiere, dove la polizia non osava entrare, sono rimaste a lungo militarizzate. Continue perquisizioni a persone, aggressioni violente e attacchi deliberati della polizia nei locali e spazi autogestiti per provocare e intimidire le compagne e i compagni, per spaventare la popolazione locale.

La reazione dei movimenti è stata significativa con numerose manifestazioni ad Atene e nel resto della Grecia e con una serie di nuove occupazioni, alcune solo simboliche, altre di autentica riappropriazione di spazi di autogestione.

In ogni dove ci sono state manifestazioni ed azioni solidali di piazza con chi oggi in Grecia continua a sperimentare forme alternative di socialità, basate sull’uguaglianza e la solidarietà, e, nel contempo, deve resistere alla repressione.

L’info di radio Blackout ne ha parlato con Simone.

Ascolta la diretta:

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Rojava. Contro tutti gli stati, una solidarietà senza confini

Dal 9 ottobre, dopo aver ricevuto il via libera dal presidente statunitense Trump, lo Stato turco ha dato il via all’invasione del Rojava e intrapreso una nuova guerra contro la Federazione della Siria del Nord con bombardamenti indiscriminati e con l’attacco di forze di terra.
Per il governo turco è necessario annientare un pericoloso esempio di resistenza e di sperimentazione di libertà nella regione, basato su comunità che hanno deciso di abbracciare una rivoluzione confederale, femminista ed ecologista.

Bombardamenti di città, ospedali, acquedotti uccidono, mutilano, obbligano alla fuga centinaia di migliaia di persone. In quest’area ci sono città e villaggi cruciali per la sperimentazione sociale in atto nella regione. In questa zona sorge anche Kobanê, che fu liberata dall’assedio dello stato islamico nel gennaio 2015 grazie alla resistenza della popolazione, delle milizie YPG e YPJ, e alla solidarietà internazionale.

Una nuova guerra di espansione serve a Erdoğan, il presidente turco, per mantenere un consenso che mostra le prime vistose crepe. Come due anni fa durante l’invasione di Afrin, tutti i partiti parlamentari tranne l’HDP si schierano a sostegno dell’esercito turco e della nuova campagna militare. Questo permette a Erdoğan e al blocco di potere dell’AKP di ottenere anche il sostegno del principale partito di opposizione, il CHP, creando un blocco patriottico. L’attacco dell’esercito turco e delle milizie jihadiste ha spinto i vertici federali del Rojava a stringere un accordo con il governo di Damasco, ugualmente pericoloso per il confederalismo democratico.
Solo una forte movimento di solidarietà internazionale può sostenere la resistenza, un movimento antimilitarista e antiautoritario può fermare l’offensiva dello stato turco e fermare la guerra. Chiare sono le responsabilità delle potenze che hanno usato la Siria come un campo di battaglia per i loro interessi imperiali dagli: Stati Uniti di Trump alla Russia di Putin, dal regime autoritario di Assad all’ipocrisia dell’Unione Europea. Non ultimo lo stato italiano che che nonostante le dichiarazioni del governo di questi giorni sostiene apertamente la politica militare di Ankara. L’Italia e la Turchia sono entrambe nella NATO, e solo nel 2018 l’Italia ha venduto armi alla Turchia per un valore complessivo di 362,3 milioni di euro.
Negli ultimi tre anni le esportazioni hanno reso all’industria bellica italiana 890 milioni di euro. Si tratta di armi e sistemi d’arma: elicotteri da guerra, razzi, missili e software per la direzione del tiro, pistole, fucili e munizioni. Quest’anno, secondo i dati Istat le consegne effettive della categoria “armi e munizioni” hanno raggiunto un valore record. Cifra mai raggiunta (124 milioni di euro) anche per “aeromobili, veicoli spaziali e relativi dispositivi”.
Un buon business un business mortale.
Non solo. L’Italia mantiene una missione militare a supporto dell’esercito turco, proprio al confine tra Siria e Turchia con circa 130 soldati e una batteria antimissile.

Il 26 e 27 novembre 2019 si tiene a Torino “Aerospace & defence meeting”, mostra mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra.
La convention, giunta alla sua settima edizione, ha quest’anno un focus sull’innovazione produttiva, la trasformazione digitale per l’industria aerospaziale 4.0.
Un’occasione per valorizzare le eccellenze del made in Italy nel settore armiero, in testa il colosso Leonardo, con un focus sulle aziende piemontesi leader nel settore: Thales Alenia Space, Avio Aero, UTC Aerospace Systems.

Nelle foto dei meeting passati si vedono alveari di uffici, dove persone eleganti vendono e comprano i giocattoli, che distruggono intere città, massacrano civili, avvelenano terre e fiumi. Giocattoli di guerra. Guerre combattute con armi costruite a due passi dalle nostre case.
Torino è uno dei principali centri dell’industria aerospaziale bellica.

L’Aerospace and defence meeting è un evento semi clandestino, chiuso, dove si giocano partite mortali per milioni di persone in ogni dove. Possiamo gettare un granello di sabbia per incepparne il meccanismo, per impedire che il business di morte celebri i suoi riti nell’indifferenza dei più.

Fermare i massacri in Rojava e l’invasione dipende anche da noi. Le fabbriche d’armi sono nelle nostre città, a due passi dalle nostre case. La rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.

Sempre a fianco di chi lotta e resiste ai bombardamenti, ‬agli incendi, ‬alle torture dell’esercito turco e delle milizie dello Stato Islamico, ‬.
Solidarietà alla resistenza in Rojava, solidarietà a coloro che hanno combattuto e combattono il fanatismo religioso e tutte le forme di autoritarismo!‬‬‬‬‬

Sempre con chi lotta per la libertà e l’uguaglianza, contro tutti gli stati

(questo volantino è stato distribuito al presidio per il Rojava della Federazione Anarchica Torinese a Palazzo nuovo del 16 ottobre)

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Il totem della vergogna

“Nuovamente imbrattato il totem della pace alla Pellerina”. Questo il titolo di Torino oggi, un quotidiano on line. Gli fanno eco La Stampa, Cronacaqui ed altre testate.
Sul monumento firmato dallo scultore Molinari è riapparsa la scritta “Nessuna pace per chi fa guerra” cancellata dal gruppo degli ecovolontari rivaltesi, che hanno rivendicato il loro intervento di decoro urbano appendendo al basamento del totem un grosso striscione di plastica con scritto “grazie a chi decide di non sporcare”.
Un altro striscione “L’antimilitarismo non si cancella! Siete complici della guerra” è invece apparso al recapito degli ecovolontari rivaltesi.
Silvio Magliano, capogruppo dei Moderati al comune di Torino, e Lorenzo Ciravegna, del comitato Torino BCPS, uno delle tante sigle ombra della destra subalpina, si sono affrettati a invocare l’installazione di telecamere, a tuonare contro i vandali, a solidarizzare con gli ecocensori a loro avviso “minacciati” dallo striscione. Un’esponente del gruppo ha peraltro dichiarato al quotidiano La Stampa “di non ritenere necessario” sporgere denuncia e di considerare lo striscione “una risposta” alla cancellazione delle scritte.
Sin qui la cronaca.

Questa piccola vicenda ci racconta molto del sapore agro dei tempi che siamo forzati a vivere.

Il Totem della Pace è stato innalzato in diverse altre città: la vela è immaginata come simbolo di unione tra le genti del Mediterraneo. Alle spalle una fondazione di anime belle, foraggiate con soldi pubblici, capeggiata dall’architetto Capasso. Negli altri totem la vela è rossa. A Torino la vela è tricolore. Infatti è stata realizzata in occasione del 150 anni dell’unità d’Italia. Una vela patriottica: roba per scolaresche in gita e degna della memoria mutilata del nostro paese. Nel 2011, quando venne inaugurata, era in corso una feroce guerra per il controllo della Libia, cui le le forze armate tricolori erano in prima fila. Per la tragica ironia del numeri, il 2011 era anche il centesimo anniversario della guerra tra il Regno d’Italia e l’impero Ottomano per il controllo della Libia.
Il tricolore sventola sul Mediterraneo, dove i pattugliatori italiani vanno a caccia di gente in fuga dalle guerre, dalla desertificazione, dalle terre depredate e saccheggiate dai colonialisti di ieri e di oggi.
Il tricolore è stato innalzato alla Maddalena di Chiomonte dopo lo sgombero della Libera Repubblica dei No Tav, nel luglio di quello stesso anno.
Il tricolore sventolava sui campi di concentramento italiani sull’isola di Rab, nei campi di sterminio in Libia, in testa alle truppe che bruciavano con il gas la popolazione etiope, sulla carlinga degli aerei Fiat che bombardavano la popolazione nel 1937 in Spagna, tra i militari della Folgore che torturavano e stupravano in Somalia…
Il tricolore sventola sui campi di battaglia e nelle prigioni. Il tricolore è il simbolo delle frontiere chiuse e delle missioni di guerra del Belpaese.
Il Totem della Pace parla la neolingua di Orwell, quando la pace è guerra e la guerra è pace.
La stessa neolingua usata nelle operazioni militari italiane travestite di interventi umanitari e di pace: dall’Iraq all’Afganistan, dalla Somalia al Libano.
La scritta “Nessuna pace per chi fa guerra” mette a nudo l’ipocrisia di chi innalza il tricolore sui cimiteri di guerra. Ed oggi il Mediterraneo è un enorme cimitero di guerra. La guerra ai migranti e ai profughi. Una guerra non dichiarata che negli ultimi anni ha fatto almeno 19.000 morti.

Chi cancella le scritte si allinea alla logica del decoro, con la quale in questi anni sono state giustificate decine di operazioni di restyling urbano, miranti a cacciare dalla città i poveri, i senza tetto.
Se si cancellassero tutti i monumenti militaristi, la nostra città sarebbe meno decorosa ma sicuramente più libera e più giusta.

Nessuna pace per chi fa guerra!

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Rojava. Imminente rischio di invasione turca

Ieri la Casa Bianca ha diffuso un comunicato sull’accordo raggiunto con la Turchia, per l’istituzione di una “fascia di sicurezza” lungo il confine Nord della Siria e ad est dell’Eufrate.
Trump ha annunciato il ritiro delle truppe statunitensi dal Nord della Siria. Di fatto un via libera alla Turchia, che non ha mai fatto mistero delle proprie mire espansionistiche nelle zone controllate dalle milizie YPG e JPG a difesa della rivoluzione confederale, femminista ed ecologista, cominciata nel luglio del 2012.
Il piano è chiaro: ripetere l’operazione che due anni fa ha condotto all’occupazione di Afrin, dopo aver ottenuto il via libera dalla Russia, la potenza egemone in quel cantone del Rojava. Ad Afrin, dopo l’invasione, è in atto una occupazione militare durissima. Pulizia etnica e reinsediamento di jhaidisti, nei territori, che proprio le milizie del Rojava avevano liberato dall’Isis.
L’annessione alla Turchia di Afrin è ormai un dato di fatto, mentre si allungano le fila della diaspora curda.
Nelle città del Rojava confederale Erdogan intende dispiegare tutte le sue armi, per poi fare il via alla colata di cemento con la quale da quasi vent’anni si garantisce una vasta rete clientelare.
L’accordo tra Erdogan e Trump prevede che i prigionieri di Daesh vengano consegnati alle autorità turche: in questo modo migliaia di miliziani dello Stato Islamico potrebbero riacquistare la libertà e riorganizzarsi. Il cerchio si chiude: la Turchia in questi anni ha aiutato economicamente e sostenuto sul campo di battaglia le varie formazioni salafite in Siria.
Una nuova guerra di espansione serve al raiss turco per mantenere un consenso che mostra le prime vistose crepe. L’elezione di un suo oppositore alla guida di Istanbul, la principale metropoli turca, due volte ribadita dalle urne, è una grossa spina nel fianco del padre e padrone della Turchia.

Ieri sera c’è stato un bombardamento aereo turco al confine tra Iraq e Siria, nella zona di Semalka, a un’ora di distanza dal passaggio di un convoglio di rifornimenti e armi della Coalizione diretto a Qasmishlo e quindi nel territorio controllato dalle SDF.
Ci sono informazioni discordanti rispetto alla possibile chiusura dello spazio aereo del Nord Est della Siria nei confronti della Turchia da parte degli Stati Uniti.
Il raiss di Damasco non si pronuncia, ma è facile immaginare che il prezzo per un suo intervento, sarebbbe lo stesso chiesto e non ottenuto dai curdi prima dell’invasione di Afrin. Una variabile importante è però il fatto che il via libera ad Afrin venne concesso alla Turchia dal potente alleato russo, mentre ora il Grande Gioco vede una diversa disposizione delle pedine. Non per caso l’Iran ha già condannato l’operazione militare turca.
Negli Stati Uniti scoppia il caos tanto nel partito democratico quanto in quello repubblicano con molti esponenti della politica USA che contestano la mossa di Trump sulla Siria.

L’info di Blackout ne ha parlato con Paolo Pachino, già volontario in Rojava per due anni.
Contro di lui ed altri due miliziani torinesi, la Procura ha richiesto la sorveglianza speciale. Il prossimo 15 ottobre ci sarà udienza e presidio al tribunale di Torino.

Ascolta la diretta:

 

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Egidio. Morto in carcere a 82 anni per “solidarietà”

Egidio aveva 82 anni. É morto lo scorso 6 settembre. É stato trasportato in terapia intensiva quando ormai era allo stremo. Lo scorso 18 dicembre è stato rinchiuso in carcere nonostante l’età e il tumore ai polmoni.
In carcere le sue condizioni sono peggiorate in fretta. In infermeria c’era una sola bombola ad ossigeno: i pazienti dovevano dividersela.
Non sapremo mai se Egidio fosse al corrente di commettere un reato. Aiutare una persona ad entrare in Italia, per lui, emigrato in Argentina a 17 anni e operaio in giro per il mondo per decenni, doveva essere una cosa normale.
Egidio aveva alle spalle una vita di duro lavoro in giro per i deserti a saldare tubi per la Snam e per la Saipem. Rimasto senza casa viveva in una roulotte nel giardino di una casa occupata a Parma, legando benissimo con gli altri abitanti e con il vicinato, al quale offriva i prodotti dell’orto e del giardino che curava come fossero figli.
Aveva appena ottenuto una casa popolare quando è stato arrestato e condotto in carcere per una condanna divenuta definitiva senza che lui neppure sapesse del procedimento a suo carico. L’avvocato di ufficio non aveva fatto ricorso né aveva cercato di rintracciarlo. La parcella gliela pagava lo stato e tanto gli bastava.
Il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è considerato un reato grave, ostativo a misure alternative al carcere. Hanno rinchiuso e privato della pensione, un uomo colpevole di solidarietà.
Per lo stato che lo ha condannato una nullità, che si poteva sacrificare senza battere ciglio.
Purtroppo l’accoglimento della richiesta di domiciliari, ottenuta grazie ad un avvocat* di movimento è arrivata tardi.

La sua storia non resterà nell’oblio, che avvolge le vite degli anziani poveri, perché Egidio aveva compagni che lo hanno sostenuto e ne hanno narrato la storia.

L’info di Blackout ne ha parlato con Katia, attivista di Diritti in casa, attiva da molti anni nel movimento delle occupazioni a Parma.

Ascolta la sua testimonianza:

 

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