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8 marzo a Torino. Ma quale stato ma quale dio, sul mio corpo decido io!

La marea femminista che ha attraversato il pianeta l’8 marzo ha bloccato il centro di Torino per l’intera giornata.
L’appuntamento del mattino era alle 10 nei pressi del Cine Massimo. In programma contestazioni e blocchi. Tanti gli slogan, tantissimo l’entusiasmo e la voglia di rendere visibili le ragioni di un otto marzo che spezza la ritualità di una festa, dove si vive come ogni giorno, con qualche spesa in più dal fioraio.
In centinaia siamo partit* in corteo, guadagnando via Po in direzione di una delle farmacie che rifiutano di vendere la pillola del giorno dopo. Lunga sosta di fronte alla farmacia, affissione di manifesti e slogan, poi il corteo selvaggio riparte, attuando numerosi lunghi blocchi, che in breve paralizzano la piazza più grande della città. Ma è solo l’inizio.
La Rete Non Una di Meno di Torino decide di accogliere l’invito della sindaca Appendino, che aveva annunciato musei gratis per le donne l’8 marzo. Incomprensibilmente di fronte all’ingresso del prestigioso museo del Cinema alla Mole Antonelliana, le femministe che vogliono entrare in segno di solidarietà con le lavoratrici della Rear, si trovano di fronte la celere schierata. Dopo uno spintonamento con i gentiluomini e gentildonne dell’antisommossa, le porte del museo vengono blindate. Volano calci sull’ingresso chiuso. Evidentemente le donne in nero e fucsia che lottano a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori in lotta nei musei cittadini non sono gradite. Appendino preferisce le ragazze supersfruttate che lavorano con la mimosa del fidanzato infilata all’occhiello, le donne delle pulizie, cuoche, baby sitter, stiratrici che lavorano nelle case senza paga, mentre la loro mimosa già appassisce nel vasetto a centro tavola. È la faccia oscura della nuova Torino Smart, superconnessa, trendy, tra movida e grandi eventi, dove precarietà, lavori gratuiti, discriminazioni condite da molestie sono “normali”
Una “normalità” che la piazza torinese dell’8 marzo, una piazza di persone in sciopero, ha cercato di spezzare. La lotta alla violenza contro le donne si articolata intersecando i piani, assumendo il punto vista di chi lotta per la libertà del genere, dal genere con uno sguardo attento alle cesure di classe, di razza, di dominio.

Dopo il parapiglia al Museo del cinema il corteo si è diretto in corso Regina, raggiungendo le universitarie uscite dal Campus Einaudi. Insieme si sono fatti due lunghi blocchi in uno dei principali corsi cittadini.

Dai posti di lavoro arrivavano notizie di scuole chiuse e di quasi quattromila dipendenti pubblici in sciopero, all’ospedale Mauriziano ha chiuso per sciopero l’ufficio prenotazioni.

Nel pomeriggio, in piazza XVIII dicembre, un luogo simbolo delle lotte dei lavoratori anarchici e socialisti, per la lapide che ricorda i martiri della Camera del Lavoro, è subito chiaro che la giornata sarà di quelle da ricordare. A Torino, l’appuntamento è alle 16, perché è giorno di sciopero generale, perché chi la folla vuole inceppare la macchina, vuole dimostrare la propria forza. Uno sciopero politico, uno sciopero che mette in discussione l’ordine. Morale, economico, patriarcale,

Migliaia di persone si incontrano nella piazza dove, musica e canzoni autoprodotte si alternano agli interventi, alle parole che raccontano le vite irrappresentate di tante, che oggi si autorappresentano. Tanti cartelli, pochi striscioni, nessuna bandiera, grande radicalità, espressa in slogan e interventi. Non è una classica piazza di movimento, ma una piazza che si muove intorno a obiettivi e pratiche con una spiccata tensione anticapitalista, antirazzista, antigerarchica, anticlericale.
“Ma quale stato ma quale dio, sul mio corpo decido io!”
“Nello stato fiducia non ne abbiamo, la difesa ce la autogestiamo!”
“Lo stupratore non è malato, è il figlio prediletto del patriarcato”
“Lotta dura contro natura”
“Ma quali leggi? Ma quale protezione? Contro la violenza ci vuole ribellione!!
E si canta “si parte, si torna, insieme, siam tutte puttane, il corpo mi appartiene, il prete e l’obiettore dovran tremare se arrivan le mignotte. Son botte, son botte!”

L’impegno e la forza delle componenti anti istituzionali e rivoluzionarie nella costruzione della giornata è emerso in modo chiaro, segno che esistono enormi spazi di crescita, non facilmente riassorbibili da chi, come la cgil, ha provato ad assumersi la maternità di una marea incontrollabile.

Il corteo sfila per ore attraversando il centro cittadino ed approda in piazza Gran Madre di Dio, nel luogo dove i cattolici hanno costruito una chiesa sulle fondamenta del tempio di Iside. Qui venivano eretti i roghi delle streghe. In un batter d’occhio la piazza cambia nome, diventa “Piazza Donne Libere arse dalla chiesa”.
Poi un grande cerchio. Domani è ancora “l’otto marzo”.

Los Ratos

(quest’articolo è uscito sull’ultimo numero di Umanità Nova)

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Otto marzo. Primavera di lotta

8 marzo sciopero generale contro la violenza di genere
Mimose, cene tra donne, retorica istituzionale sono diventate la cifra prevalente di tanti otto marzo. La giornata della libertà femminile si è trasformata in una sorta di San Valentino in rosa, dove fiori gialli si depositano sulle scrivanie, i banconi dei supermercati, al capezzale della nonna malata, sulle tute delle operaie. O magari infilzate tra la verdura nelle sporte delle casalinghe. Una festa innocua, dove si lavora e si vive come ogni altro giorno, dove la violenza quotidiana è rappresentata con scarpe e panchine dipinte di rosso.
Il femminismo si trasforma nel mero retaggio di un’epoca passata, assorbita in una parità formale, emendata dagli “eccessi” di chi, a partire da se, voleva sovvertire l’ordine. Morale, economico, gerarchico. Lo stigma dell’ideologia è lo strumento preferito dai nemici della libertà femminile. Uno stigma inappellabile che mira a trasformare un movimento sovversivo in una parentesi breve e folcloristica.
Da qualche tempo tira un’aria diversa. Un’aria che attraversa il pianeta, un’aria che lo scorso 26 novembre ha portato 200.000 persone ad attraversare le strade di Roma.
L’8 marzo è stato promosso uno sciopero generale contro la violenza maschile sulle donne, uno sciopero politico, come politico è il misconoscimento della violenza, declinata in affare privato, personale, accidentale.

Femminismi e violenza di genere
Il movimento femminista cresciuto negli ultimi anni pone al centro la questione dell’identità, che non è biologica, ma politica e sociale. Questo movimento sta smontando la logica binaria che ha segnato altri percorsi. Una logica che mira al mero enpowerment femminile, con metodo lobbysta, che non spezza l’ordine gerarchico, ma tenta solo di scalarlo.
Oggi quel femminismo, quello della differenza, è ai margini di un movimento che ha fatto propria una prospettiva transfemminista e intersezionale.
Una prospettiva che colloca la lotta al patriarcato nei bivi dove si incrocia con questioni come la classe, la razza, la gerarchia.
Questo movimento sta cercando, tramite il confronto e la ricerca del consenso, di articolare un discorso pubblico sulla violenza contro le donne. Una violenza che ha i caratteri espliciti di una guerra planetaria alla libertà delle donne, alla libertà dei generi, alla libertà dai generi.
Gli spazi di autonomia che le donne si sono conquistate hanno incrinato e a volte spezzato le relazioni gerarchiche tra i sessi, rompendo l’ordine simbolico e materiale, che le voleva sottomesse ed ubbidienti. Il moltiplicarsi su scala mondiale dei femminicidi dimostra che la strada della libertà femminile è ancora molto lunga.
Il carattere disciplinare, punitivo della violenza maschile, nella descrizione tossica proposta dai media scompare. Dietro la supposta empatia con le vittime si cela uno sguardo obliquo, sin troppo consapevole del rischio insito nel riconoscimento del carattere eminentemente politico di gesti, che vengono circoscritti nella sfera delle relazioni, degli “affetti”, della “follia d’amore”. Ti amo da morire, ti amo tanto che decido di farti morire. Un alibi classico, divenuto parte della narrazione prevalente della violenza contro le donne.
Pestaggi, stupri, assassini, molestie finiscono sempre in cronaca nera, con pericolose oscillazioni in quella rosa.
Il dispiegarsi violento della reazione patriarcale viene ridotto ad uno scenario dove le donne recitano la parte delle vittime indifese, gli uomini violenti sono folli. La follia sottrae alla responsabilità, nascondendo l’esplicita intenzione disciplinante e punitiva.
La violenza maschile sulle donne è un fatto quotidiano, che nello specchio distorto dei media diventa una momentanea rottura della normalità. Raptus di follia, eccessi di sentimento nascondono sotto l’ombrello della patologia una violenza che esprime a pieno la tensione diffusa a riaffermare l’ordine patriarcale.
Se il carattere politico della violenza divenisse parte del discorso pubblico, avrebbe una potenza deflagrante, mettendo in soffitta l’ipocrisia delle quote rosa, delle pari opportunità, dei parcheggi riservati alle donne.
Tra i temi di questo 8 marzo di sciopero e lotta, la ferma volontà di rompere il silenzio e l’indifferenza, per sostenere un percorso di libertà, mutuo aiuto e autodifesa contro chi ci inchioda nel ruolo di vittime.
Forte è il rifiuto che la difesa delle donne diventi l’alibi per politiche securitarie, che usano i nostri corpi per giustificare strette disciplinari sull’intera società.

Il lavoro rende libere?
La critica femminista mostra le aporie di un discorso sull’eguaglianza, che si infrange nella materialità del vivere quotidiano, nei licenziamenti firmati in bianco, nel lavoro di cura non retribuito, nei ricatti e nelle molestie sessuali.
La crescita di precarietà e disoccupazione e la necessità di un reddito autonomo, nel dibattito in vista dell’8 marzo ha prodotto una nuova declinazione del “reddito di cittadinanza” traslato in “reddito di autodeterminazione”, da cui emerge con termini innovativi una trama logora. E pericolosa. Affidare alla tutela statale la propria autonomia è un ossimoro, figlio di una perdurante illusione statalista. Più interessante la tensione a liberarsi dalla condanna ai lavori di cura non retribuiti, che non trasferisca la servitù sulle donne più povere, spesso immigrate, sottoposte alla pressione familiare ed al ricatto delle leggi sul soggiorno.
L’intersezione tra la critica al lavoro salariato e alla società di classe e la lotta al patriarcato è un nodo da sciogliere.
Una riflessione seria sulla crescita di ambiti pubblici non statalizzati, né mercificati potrebbe aprire percorsi di sperimentazione che sciolgano le donne dal lavoro di cura, liberando dalle gabbie istituzionali bambini, anziani, disabili. Smontare il concetto di famiglia, per dar spazio ad una dimensione sociale più ampia, includente, libera, è un obiettivo che apre alla possibilità libera le donne dal lavoro di cura, in una prospettiva autogestionaria.

Salute e libertà
Le donne muoiono di parto e di aborto, perché la chiesa cattolica sta estendendo il proprio potere negli ospedali pubblici.
Discutere sul diritto all’obiezione di coscienza è una trappola, in cui è sin troppo facile cadere. Sull’Avvenire di qualche settimana fa, in risposta all’assunzione di due medici non obiettori al San Camillo di Roma, è comparso un editoriale in cui l’obiezione è indicata come strada maestra per rendere impossibile scegliere di abortire. Il vero nodo è la legge 194, la legge che, dopo la depenalizzazione dell’aborto, pose dei limiti alla libertà di scelta delle donne.
La 194 è una gabbia normativa, che i nemici della libertà femminile hanno imparato a usare. Viene confermato il principio che le leggi sono la rappresentazione ritualizzata dei rapporti di forza all’interno della società. Tante leggi, a posteriori definite “conquiste” sono state limitate concessioni a movimenti che miravano a ben di più.
Tra i punti dello sciopero dell’8 marzo c’è l’abolizione dell’obiezione di coscienza. Pur comprendendo e condividendo le ragioni di questa rivendicazione ritengo che si debba lavorare in altra direzione, perché la chiesa cattolica non ha alcun primato morale e sarebbe poco saggio regalargliene uno.
La questione non è la libertà dei medici di rifiutare di agire contro la propria coscienza, ma che si diano le condizioni perché nessuno limiti la libertà di scelta delle donne, perché nessuno ne metta repentaglio le vite, perché nessuno possa ricattarci, umiliarci, piegarci. Eravamo fuorilegge, siamo state messe sotto l’ombrello della legge, è tempo che si lotti per essere davvero libere, senza legge.

I sindacati e lo sciopero dell’8 marzo
I sindacati, cui era stato fatto l’appello per l’indizione dello sciopero, hanno giocato la loro partita di immagine, senza tuttavia contribuire realmente a costruirlo.
Alcuni sindacati di base, USB, USI-AIT, SLAI Cobas, Cobas, hanno indetto lo sciopero generale, offrendo copertura alla giornata. Altri, come la Cub, lo hanno indetto solo in alcuni settori, come sanità e trasporti. Chi aveva indetto sciopero nella scuola per il 17 marzo ha respinto la richiesta di convergere sull’8, nel timore che le rivendicazioni di quello sciopero, venissero oscurate da quelle emerse dalle assemblee femministe. Una evidente miopia, visto il netto schieramento di Non Una di Meno contro la Buona Scuola varata dal governo Renzi.
Ambigua, ma molto corteggiata, la Cgil, facendo leva sulla diffusa ignoranza sulla libertà di sciopero, ha boicottato lo sciopero indicendo assemblee sindacali durante l’orario di lavoro. In corner la Cgil ha indetto sciopero nella scuola, mettendo a segno un doppio risultato, catalizzare la categoria sull’8, mettendo in difficoltà il sindacato di base ormai attestato sul 17, e recuperando parte dei consensi perduti non proclamando lo sciopero generale per l’8.
Ciascuno ha fatto il proprio gioco delle tre carte in una sfida che nessuno ha voluto cogliere sino in fondo.

La scommessa del femminismo libertario
“Non una di meno” è un impegno che ciascuna si è presa con quelle che non ci sono più, nella consapevolezza che formulare un discorso politico ed un percorso di lotta sulla violenza è il primo passo per disarticolarla.
Lo sciopero, lanciato dalla rete delle argentine di Ni Una Menos, si è esteso a decine di altri paesi, tra cui l’Italia, dove in pochi mesi è nata e si sta sviluppando la Rete Non Una di Meno. È un percorso in crescita veloce, ma non sempre facile.
Il grande successo di questo movimento lo pone sul ciglio di un pendio scosceso, dove si intersecano modalità libertarie e tentazioni accentratrici, seduzioni stataliste e spinte autogestionarie, giochi istituzionali e radicalità politica. Il tutto condito da grande partecipazione, entusiasmo, voglia di fare e di mettersi in gioco. Non Una di Meno potrebbe essere importante laboratorio oppure normalizzarsi presto in strutture permanenti, incarichi rigidi, tutele politiche.
La partita è ancora aperta. Dipenderà anche dall’impegno dei libertari se la natura fluida, eccentrica, plurale di questo movimento riuscirà a durare e a costruire nel tempo spazi aperti di confronto e lotta.
Le assemblee locali sono i luoghi dove questa partita si può giocare meglio, perché più diretto è il rapporto con il territorio, più semplice la partecipazione, più chiare le partite di potere delle componenti autoritarie e riformiste.

Buon Otto Marzo!

maria matteo

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Un muro intorno al Paradiso. Case e quartieri fortificati in Brasile… e in Italia?

Nei giorni scorsi sulla Tribuna di Treviso è comparsa la notizia della nascita di un quartiere fortificato sul modello “americano”.
In apparenza niente di nuovo: recinzioni, villette, giardino privato, ingresso riservato ai residenti, sorveglianza. Di posti simili se ne incontrano altri: la caratteristica del “Borgo San Martino” a Santa Bona è l’esplicita intenzione di replicare modelli tipici degli States o dell’America Latina.
All’interno, oltre al giardino e alla piscina, c’è anche un supermercato. Il muro e il cancello d’ingresso celano alla vista l’area.

La provincia di Treviso in questi anni è stata spesso all’avanguardia nella paranoia securitaria e nell’ansia di sicurezza. Nulla di strano che proprio qui sia sorto questo villaggio, che, con altri simili ma più semplici, è tuttavia un’eccezione nel panorama urbano delle nostre città, dove le cesure fisiche non ricalcano le cesure sociali, anche se il conflitto di classe sulla gestione del territorio è molto forte.

I modelli cui si sono ispirati i costruttori di “Borgo San Martino” in Brasile sono molto diffusi.

L’informazione di Radio Blackout ne ha parlato con l’architetto Simone Ruini, che per un anno ha vissuto e studiato in Brasile.
Ascolta la diretta

Qui le aree abitate dai ricchi sono nettamente separate da quelle dove vivono i poveri. Muri, sorveglianza armata, telecamere circondano sia le ville, sia, nelle grandi città come Rio o Sao Paulo, grandi torri di lusso. Sono città nella città con molti servizi che consentono a chi vive molti di muoversi poco all’esterno, se non in auto per andare al lavoro, all’università, in qualche locale.
Il “fuori” è considerato pericoloso e non viene mai attraversato. Non a piedi. La paura è la cifra dell’abitare dei brasiliani benestanti, che sfrecciano per le strade nelle loro belle auto a velocità folle. Anche in città, che, allo sguardo di un europeo, appaiono del tutto simili alle nostre.
La cesura sociale, diviene anche cesura culturale e politica, sin più forte dei muri fisici che dividono i quartieri ricchi da quelli poveri.

L’immagine che illustra il post è quella di Paraisopolis: una torre di lusso, con balconi a conchiglia e piscina privata, circondata da campi da tennis, pallacanestro, un’altra grande piscina. Nella stessa foto si vede una favela: tra il grattacielo dei ricchi e la baraccopoli dei poveri c’è solo un grosso muro.
Un muro invalicabile: così spera chi vive nel proprio paradiso blindato.

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Il folle, la bestia, l’umano. Femminismo libertario e violenza di genere

Il cittadino: maschio, adulto, eterosessuale
Libertà, uguaglianza, solidarietà. I tre principi che costituiscono la modernità, rompendo con la gerarchia che modellava l’ordine formale del mondo prima delle rotture rivoluzionarie della fine del Settecento, hanno il loro lato oscuro, un’ombra lunga fatta di esclusione, discriminazione, violenza.
Tanta parte dell’umanità resta(va) fuori dal loro ombrello protettivo: poveri, donne, omosessuali, bambini. L’universalità di questi principi, formalmente neutra, era modellata sul maschio adulto, benestante, eterosessuale. Il resto era margine. Chi non era pienamente umano non poteva certo aspirare alle libertà degli uomini.
Una libertà comunque soggetta a norma, regolata, imbrigliata, incasellata. La cultura dominante ne determina le possibilità, le leggi dello Stato ne fissano limiti e condizioni. Limiti e condizioni che variano in base ai rapporti di forza tra i vari soggetti sociali. .
Le nonne delle ragazze di oggi passavano dalla potestà paterna a quella maritale: le regole del matrimonio le mantenevano minorenni a vita. Se una donna lasciava la casa che divideva con il marito commetteva il reato di “abbandono del tetto coniugale”.
In Italia le donne stuprate, sino al 1981, potevano sottrarsi alla vergogna ed essere riammesse nel consesso sociale, se accettavano di sposare il proprio stupratore. Una violenza più feroce di quella già subita. Se una donna era uccisa per motivi di “onore”, questa era una potente attenuante. Uccidere per punire le donne infedeli era considerato giusto.
Sono passati 34 anni da quando quelle norme vennero cancellate dal codice penale. Poco prima era stato legalizzato il divorzio e depenalizzato l’aborto. Abortire, sino a quel momento, era un reato punito con il carcere.
Sino a metà degli anni Novanta per la legge italiana lo stupro era un reato contro la morale. Solo dal 1996 la legge lo definisce reato contro la persona.
Sulla strada della libertà femminile e – con essa – quella di tutt*, sono stati fatti tanti passi. Purtroppo non tutti in avanti.

Il lutto è privato
La palude è un mondo sospeso, in bilico tra acqua, cielo, terra. Solo le fronde agitate dallo stormire degli uccelli e qualche quieto sciabordare d’acqua spezzano il silenzio, senza tuttavia muovere il tempo.
La palude è stata una delle cifre del femminile. Quello borghese, europeo, decoroso.
Le donne delle classi povere erano incastrate nel tempo immobile, ma decisamente meno romantico, delle servitù familiari e non, tipiche della sfera domestica.

I femminismi hanno attraversato, scuotendoli alle radici, i tempi fermi, ripetuti, ossessivi del femminile. Una vera rivoluzione, tanto potente che si è a più riprese tentato di mitigarne la portata, imprigionandola nella sfera del costume, delle relazioni interpersonali, della famiglia. Il femminile ha frantumato lo specchio in cui si rifletteva un ruolo sociale considerato immutabile, perché determinato da una sorta di destino biologico investito da sacralità, senza dimensione culturale. Chi lo rifiutasse era (è) contro natura, contro dio, contro le regole di un gioco fissato per sempre.
Il femminile è quanto di più simile alla natura sia stato prodotto dalla cultura. La differenza segnata dalla biologia viene assunta come dato immutabile, programmato per sempre. Il percorso della libertà femminile spezza le catene simboliche e materiali dell’ordine patriarcale. La libertà sessuale, riproduttiva, di rimodellamento del proprio stesso corpo rimescola le carte e spezza la gerarchia tra i sessi. Le donne libere generano se stesse, si rimettono al mondo, costruiscono un mondo nuovo.

Continued…

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Un anarchico torinese combatte l’ISIS in Siria

L’Antifascist Internationalist Tabur, il Battaglione Antifascista Internazionalista, si costituisce ufficialmente il 20 novembre dello scorso anno. La scelta della data non è casuale, perché coincide con l’ottantesimo anniversario della morte in combattimento dell’anarchico Buenaventura Durruti.
I miliziani internazionali, anche prima della nascita dell’AIT, hanno pagato un forte tributo di sangue. La morte, durante un bombardamento dell’aviazione turca, di Robin e Zana, un anarchico e un comunista, ci viene raccontata con emozione da P. P., un compagno anarchico torinese, dell’Antifa Tabur. “Il loro ricordo ci è stato di sprone nelle tre settimane di gennaio, passate sul fronte di Al Bab.”
P. P. combatte in Siraq – il territorio tra Siria e Iraq – conquistato dall’Isis, conteso dalle maggiori potenze mondiali, tra le quali le milizie del Rojava, ora Confederazione Democratica della Siria del Nord. I miliziani dell’AIT sostengono in armi la lotta della rivoluzione democratica, femminista, internazionalista e non capitalista che, pur tra mille difficoltà, non ultima quella di non farsi schiacciare da nemici ed “amici”, cerca di sopravvivere.

Alcuni dei membri di quella che diverrà l’AIT avevano partecipato alla durissima battaglia di Manbij. Oggi l’Antifa Tabur prende parte alla campagna per la presa di Raqqa. Il compagno ci racconta dei tanti arabi che si stanno unendo alle milizie del Rojava, dei villaggi abitati da popolazioni arabe, che li accolgono come liberatori. Ci parla dell’ingresso in un paese, dove una donna che si è tolta il velo, liberando i propri capelli, gli rivolge la parola per avere informazioni. Proprio a lui, uomo e straniero. Alle nostre latitudini può parere banale ma nella Siria sotto il dominio dell’Isis e del retaggio patriarcale mai sopito, non lo è affatto. È il segno di quanto i processi rivoluzionari possano accelerare percorsi di libertà in zone dove la sottomissione è ancora la norma cui sono sottoposte le vite delle donne. L’esempio delle milizie femminili, delle donne in armi, spezza l’immaginario e da forza a tutti e tutte.

Ascoltate la diretta con P. dell’info di radio Blackout

Di seguito un documento dell’AIT sulla situazione in Siraq, fattoci pervenire da P.:

Continued…

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Olga e le altre. Dalla violenza in casa alla violenza di Stato

Tante, troppe, le donne che faticano a liberarsi da una relazione violenta. Il ricatto dei figli, la mancanza di un reddito proprio, le minacce di morte rendono difficile riprendersi la propria vita. I tribunali che indagano le vite delle vittime, gli assistenti sociali che scrutano la quotidianità di chi dice no alle botte, agli stupri, alle umiliazioni condiscono il tutto del sapore acre dell’aceto.
Per le migranti senza documenti la strada è
una salita ancor più ripida. Per molte il permesso di soggiorno è legato al quello del marito, per tutte le altre, se perdi il lavoro perdi il permesso.
É successo anche ad Olga, badante ucraina, che non è riuscita a trovare un nuovo impiego, dopo la morte della donna anziana di cui si occupava.
Olga non è il suo nome vero, ma la sua storia è lo specchio di quella di tante altre donne, che un giorno bussano alla polizia per denunciare la violenza di quello che per un po’ è stato il proprio compagno. La polizia le ha chiesto i documenti, il permesso, e l’ha subito spedita al CIE di Ponte Galeria a Roma, uno dei quattro rimasti aperti dopo anni di rivolte ed evasioni.
Di oggi la notizia che il governo ha
stanziato i soldi per finanziare l’apertura di altri 15 CIE, ora ribattezzati CPR – centri per l’espulsione e per coprire le spese per le deportazioni.
Olga sarebbe dovuta partire oggi: la polizia italiana le aveva prenotato un posto in un volo di sola andata per l’Ucraina. All’ultimo è stata presa la decisione di lasciarla al CIE. Forse l’eco mediatica della sua vicenda ha indotto il ministero dell’Interno a una maggiore prudenza.
Forse. Forse è stato solo uno dei tanti inghippi burocratici che ingarbugliano la vita dei migranti.
Olga è una delle tante donne che restano impigliate nella rete delle espulsioni.
Una delle tante donne che, oltre ai controlli e agli abusi che investono tutti i senza documenti durante controlli e retate, subiscono violenze in quanto donne. Molestie e stupri nei centri di detenzione sono stati raccontati dalle donne che hanno corso il rischio di raccontare la propria storia. Donne che hanno lottato ed hanno avuto la fortuna di incrociare chi era disposto ed ascoltare e far circolare le loro voci.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con una delle attiviste che stanno seguendo la vicenda di Olga

Di seguito la trascrizione di una telefonata con Olga detenuta nel CIE di Ponte Galeria.
A causa di difficoltà di comprensione dell’audio, alcune parti sono mancanti e alcune sono state integrate tra parentesi per facilitare la lettura.
Continued…

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Livorno. In piazza contro il governo

Lo scorso sabato si è svolta a Livorno una manifestazione contro il governo.
Il corteo era stato indetto dall’Assemblea verso il 18 febbraio, cui hanno partecipato la Federazione Anarchica Livornese, il Collettivo Anarchico Libertario, l’Assemblea Autonoma Livornese, l’Asia-USB, il Centro Politico 1921, la Communia Livorno, l’Ex Caserma Occupata, l’Unicobas e l’Unione Inquilini.

La manifestazione, diverse centinaia i partecipanti, ha attraversato il centro cittadino in modo forte e determinato.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con un Tiziano, un compagno di Livorno.

Di seguito il volantino della Federazione Anarchica Livornese e del Collettivo Anarchico Libertario:

“Contro tutti i governi, azione diretta, autogestione!

I governi non cambiano. Oggi Gentiloni, ieri Renzi, l’altro ieri Letta, prima ancora Monti, prima di lui Berlusconi e così via: le politiche sono le stesse. Disoccupazione, precarietà, rapina dei salari, politiche di guerra, razzismo, tagli alla spesa sociale. Ogni governo si fonda sul legame con il capitale, con la Chiesa, con l’apparato militare.
I governi fanno leva sempre sugli stessi elementi: impongono povertà e sfruttamento, per mantenere uno stato di perenne bisogno e di controllo; chiedono continuamente sacrifici, negano persino beni essenziali come la casa, o il diritto alla salute. Chi governa cerca di disarmare gli sfruttati, racconta balle, divide, reprime. E così ci raccontano che c’è la crisi anche quando i quattrini si trovano per qualsiasi cosa, dalle banche, ai superstipendi dei dirigenti, alle spese militari.

Cercano di farci vedere il nemico in ogni immigrato per dividerci ed impedirci di individuare il vero nemico; reprimono con denunce, multe e diffide chi prova ad opporsi.Il nuovo governo non è da meno di chi lo ha preceduto: dopo l’approvazione della legge di stabilità, si prepara ad imporre nuovi tagli per accontentare le richieste dell’Unione Europea; ha proseguito con le iniziative di rifinanziamento delle banche; ha recentemente sfornato un pacchetto sicurezza degno di una dittatura.

Il movimento di opposizione sociale che si manifesta nelle lotte in difesa del reddito, contro i licenziamenti, per l’ambiente, nelle varie campagne di solidarietà, non può essere incanalato nelle logiche parlamentari, come segnala l’astensione crescente alle elezioni.I regolamenti di conti interni al Pd coinvolgono protagonisti delle campagne antiproletarie: Renzi, Bersani, D’Alema e compagnia.

L’opposizione sovranista e le forze reazionarie, dal Movimento 5 stelle alla Lega e ai gruppi fascisti, fanno leva sul sentimento razzista e antiproletario, agitando la campagna contro l’euro e gli immigrati. Con questi slogan vuoti cercano di nascondere il loro coinvolgimento in tutte le misure antipopolari. Non ci spaventa l’arroganza dei fascisti che, anche quando si mostrano in doppio petto non riescono a mascherare l’ignoranza, la violenza e l’odio contro i ceti popolari che li ha sempre caratterizzati. Non è un cambio della moneta che farà aumentare i nostri salari, sarà anzi l’occasione per gli speculatori di sempre per arricchirsi alle nostre spalle!

Le case popolari non ci sono, la sanità e la scuola sono allo sfascio per colpa dei tagli decisi dai governi: sono loro i nostri nemici, non gli immigrati! Nuove elezioni non risolveranno i nostri problemi! La possibilità di cambiamento reale sta nelle nostre mani, non può essere delegata a nessun parlamentare, a nessuna istituzione, a nessun governo!Il cambiamento si costruisce dal basso, dai posti di lavoro, dalle scuole, dal territorio, dai momenti di lotta che ci vedono uniti contro le politiche di sfruttamento.”

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Gli immigrati sono il bancomat della Libia

Gli accordi sull’immigrazione sottoscritti dal governo italiano e da quello libico il 2 febbraio, fatti propri dall’Unione Europea il giorno successivo, mirano a riprodurre la situazione del 2008 e del 2009, quando un patto simile venne sottoscritto dal governo Berlusconi e dal governo Gheddafi.
Quell’accordo costò all’Italia una condanna della Corte Europea per i diritti umani, che riempì le pagine dei quotidiani per un giorno. Il costo, in vite umane, è difficile farlo, perché il Mediterraneo e il deserto ingoiano le loro vittime nel silenzio e nella lontananza. Nelle prigioni libiche torture, stupri, compravendita di prigionieri è la norma.
Per anni la rotta libica si interruppe. La gente in viaggio fu obbligata a scegliere altre strade, non meno pericolose, come quella attraverso l’Egitto e la penisola del Sinai.

L’accordo siglato a Roma dal governo Gentiloni e da quello Al Sarraj difficilmente otterrà i risultati sperati da Roma. La Libia, dopo la guerra e la caduta del regime di Gheddafi, è un paese diviso in tre, dove il potere del governo al Sarraj, quello riconosciuto dalla comunità internazionale, non controlla a pieno nemmeno la capitale. A est è il regno del generale Haftar, sostenuto da Egitto e Francia, al centro governa Ghwill. Nessuno dei due ha accettato l’accordo di Roma.

In compenso per i migranti in viaggio la vita è ancora un terno al lotto. Uccisioni, torture, stupri e ricatti verso uomini, donne e bambini sono “normali”.

L’accordo italo-libico prevede la consegna alla guardia costiera libica di 12 pattugliatori, già in loro possesso, oggi in riparazione in Tunisia e in Italia. Peccato che la guardia costiera libica sia parte attiva nel business dell’immigrazione. Un business che rappresenta una delle più importanti fonti di reddito per un paese piegato da sei anni di guerra, le cui classi medie si sono impoverite.

Gli immigrati sono il bancomat della Libia. Ciascuno di loro ha in tasca almeno duemila euro, raccolti dalle famiglie nei paesi d’origine: un bel bottino per i trafficanti. Nelle infernali galere libiche sono i guardiani, uomini delle milizie che controllano il paese, sequestrano i telefonini e chiamano le famiglie, chiedendo un riscatto per i loro cari. Le torture servono a strappare più soldi.

L’informazione di radio Blackout ne ha parlato con Francesca Mannocchi, reporter free lance, che è stata più volte in Libia da dove ha fatto reportage per varie testate e TV italiane, ma non solo.

È lei che, entrando in Sirte dopo la liberazione dall’ISIS, scoprì la terribile verità sulle “donne dell’Isis” rinchiuse nella prigione cittadina. Quando il suo gruppo di giornalisti e reporter è entrato nel carcere di Sirte ha scoperto che le donne che vi erano rinchiuse erano le schiave dei miliziani, immigrate violentate, vendute, picchiate dai loro padroni. Queste donne, spesso ragazze giovanissime, raccontano storie terribili.
Oggi sono ancora in prigione: per i “liberatori” di Sirte restano immigrate clandestine.

Francesca racconta la storia di un ragazzo africano malato di tubercolosi. Ha 24 anni ed è rinchiuso in una gabbia: nessuno gli da le medicine che gli servirebbero per curarsi, nessun volo lo prenderebbe mai a bordo per riportarlo nel suo paese, con il quale, comunque, non ci sono collegamenti diretti. Di fronte alla sua gabbia c’è l’ospedale costruito dagli italiani. Lui morirà in quella gabbia.

Nell’interno del paese, dove ai giornalisti è vietato entrare, funzionano a tutto regime gli impianti dell’ENI.

Ascolta la diretta con Francesca Mannocchi:

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Parigi. La violenza della polizia, la sommossa di Bobigny

Parigi è grande catino urbano. Intorno ribollono le periferie. Lo sa bene il presidente francese, Francois Hollande, che è corso al capezzale di Theo, il ragazzo di Aulnay Sous Bois, pestato e stuprato con un manganello durante un “normale” controllo di polizia. Hollande, un presidente stracotto, arrivato a fine mandato con livelli di popolarità bassissimi, sperava di metterci una toppa.
Non ci è riuscito.
Nonostante le dichiarazioni del ministro dell’Interno, nonostante gli stessi appelli di Theo e della sua famiglia, le periferie hanno cominciato ad accendersi. Non è il fuoco delle rivolte del 2005, quando l’incendio si estese a tutta la Francia, ma certo al ministero dell’Interno, in piena campagna elettorale, non passano notti tranquille. Dopo le manifestazioni e le sommosse notturne delle prima settimana a Aulnay Sous Bois la protesta si è estesa.
Lo scorso sabato, di fronte al tribunale di Bobigny si sono ritrovate migliaia di persone. Le associazioni per i diritti dell’uomo e i gruppi che nella primavera dello scorso anno hanno animato la testa dei cortei contro la loi travail. La presenza più significativa era la gente, molti i giovanissimi, arrivata a Bobigny dalle altre periferie, dalle Cites, i non luoghi dove si concentra la popolazione di questi futuribili ghetti urbani.
Grandi palazzi, passerelle sopraelevate, non un posto di ritrovo che non sia il tempio della merce, l’ipermercato.
A Bobigny c’è il tribunale. Sabato scorso era completamente chiuso dagli sbarramenti della polizia, pronta allo scontro, pronta ad affrontare la canaille che osava sfidarla.
Una vera provocazione per chi era lì a gridare “justice pour Theo!”. Il giorno prima lo stupro era stato derubricato dal tribunale a lesioni non intenzionali, ponendo le basi perché il poliziotto, che gli ha infilato nell’ano il manganello perforandogli l’intestino, possa cavarsela a buon mercato.

Le “regole” del gioco sono chiare. Se sei nero o nordafricano hai dieci possibilità in più di essere fermato e controllato. La Repubblique gioca la sua partita di normalizzazione e sottomissione dei poveri anche in strada. La linea di cesura di classe si interseca e mescola con quella razziale. Theo, “colpevole” di essersi messo di mezzo durante una retata, è stato punito con botte condite da umiliazioni. Théo ha raccontato la sua storia ai giornalisti. È stato gettato a terra, gli hanno abbassato i pantaloni, poi l’hanno violentato e picchiato. Gli insulti: “negro”, “puttana”, “bambula”. Insulti razzisti, sessisti, retaggio di un passato coloniale che non passa.
Nelle Cites la disoccupazione raggiunge il 45%, il futuro è un orizzonte chiuso.

Davanti al tribunale di Bobigny sabato scorso faceva un freddo cane, a tratti pioveva. Tanti gli interventi al microfono in un clima di forte tensione, di rabbia latente. Che infine esplode. Un gruppo di giovani prova a forzare il passaggio al tribunale caricando la polizia sulle strette passerelle che sovrastano l’area del presidio. Pietre contro lacrimogeni. Cariche e contro cariche. Il furgone di una radio nazionale viene dato alle fiamme.
Poi lo scenario è quello della sommossa urbana: negozi saccheggiati, barricate, macchine bruciate. Gli obiettivi sono bancomat, fermate del bus, quello che capita. Non ci sono molotov. Un segno della natura prevalentemente spontanea degli scontri. A fine giornata ci saranno 37 fermi.
Un ragazzo smentisce la versione della polizia che si vantava di aver salvato una bambina da un’auto in fiamme. La bambina l’ha tirata fuori lui. È la prima volta che scende in piazza, è lì perché quello che è capitato a Theo potrebbe capitare a lui. Ha 16 anni, una faccia da bambino ed è nero.
Nei mesi scorsi la polizia è scesa in piazza, reclamando e in parte ottenendo, maggiori garanzie di impunità.
Le botte e le umiliazioni servono a mantenere l’ordine materiale e simbolico della Republique, un ordine nel quale, chi viene da un passato coloniale deve saper restare al proprio posto.

La violenza poliziesca, le umiliazioni sono normali. A volte durante i controlli ci scappa anche il morto. La lista è troppo lunga per ridurli a errori, a eccessi casuali.
I ragazzi delle periferie lo sanno bene.
L’ultimo morto risale allo scorso 19 luglio.  Adama aveva 24 anni e nel commissariato a Beaumont-sur-Oise c’era entrato vivo. Ne è uscito in un sacco nero. Adama scappava da un controllo di polizia, come scappavano Zyed e Bouna, i due ragazzini di 17 e 15 anni, morti fulminati in una centralina elettrica nel 2005, a Clichy sous Bois. Fu l’innesco della rivolta delle banlieaue.

Il perdurare dello stato di emergenza, proclamato dopo gli attentati del novembre 2015, le irrisolte tensioni sociali emerse nei cinque mesi di lotta contro la lois travail, il ribollire delle periferie sono gli ingredienti di uno scenario complesso, di cui è difficile prevedere gli sviluppi.

Sul piano politico, gli accenni di sommossa che emergono dalle periferie, vengono cavalcati dal Front National, che, in testa Marine Le Pen, si prepara alla battaglia per l’Eliseo.
La Francia è attraversata da linee di cesura politiche e sociali molto nette.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Gianni Carrozza di radio Frequence Plurielle di Parigi.

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Il pacchetto di Minniti su immigrazione e “sicurezza urbana”

Sul fronte della guerra ai poveri il governo si è dotato di nuove armi.
Sebbene non ci siano ancora i testi dei due nuovi decreti legge su immigrazione e sicurezza urbana approvati dal Consiglio dei ministri, il senso dell’operazione è chiaro.

I CIE cambiano nome e diventano CPR, centri per il rimpatrio, ma la sostanza non cambia. Ce ne sarà uno per ogni regione. L’unica novità è che dovrebbero essere più piccoli e sorgere lontani dai centri urbani, “vicini agli hub di comunicazione”. Oggi quelli rimasti aperti dopo le rivolte sono solo quattro.
Minniti ha annunciato che i fondi per i rimpatri assistiti saranno raddoppiati.
Stretta anche per i profughi, cui viene negato il diritto al ricorso in caso di respingimento della domanda di asilo. In compenso i richiedenti asilo potranno riempire il tempo, in attesa della sentenza sul loro futuro, lavorando gratis, “in favore delle collettività locali”. Ogni comune, in accordo con la Prefettura locale, potrà richiederne l’impiego per attività di “pubblica utilità”. Le cooperative che gestiscono i profughi non garantiscono i loro diritti? Non gli insegnano la lingua, non offrono assistenza legale? Non importa! Grazie al nuovo governo i profughi saranno “messi al lavoro” volontariamente. Quanti si negheranno, nell’illusione che qualche mese di lavoro al verde pubblico o per le strade possa “fare curriculum” per le commissioni territoriali?

Appena respinta la domanda di asilo si perde ogni diritto all’accoglienza: così le strutture hanno più spazi per i nuovi arrivati. Minniti spinge nella clandestinità e getta in strada migliaia di persone e chiama tutto questo “sicurezza”.

Il daspo dei sindaci, il provvedimento adottato dal ministero dell’Interno, per garantire “il decoro urbano” ha caratteri più fumosi.

“Di fronte a reiterati elementi di violazioni di alcune regole in un determinato territorio – ha spiegato Minniti – le autorità possono proporre che chi li ha commessi non possa più frequentare quel determinato territorio”.

Secondo i giornali potrebbe scattare il daspo sull’intera città o per specifici luoghi o quartieri, “di fronte a reiterati elementi di violazioni di alcune regole in un determinato territorio”.

Quali regole? Certo non quelle del codice penale che hanno un proprio ambito di applicazione. Secondo la stampa nel mirino ci sarebbero accattoni, writer, prostitute, gente che bivacca. Poveri ed irregolari. Forse anche chi, nelle città, lotta con i poveri e gli irregolari che cercano di aprirsi spazi di vita. Questi decreti si basano, come diversi altri dispositivi già adottati, alla logica del diritto penale del nemico.

Il ministro vuole attuare le stesse politiche auspicate dalle destre xenofobe senza usare il loro linguaggio.

E dice: “non abbiamo bisogno di sindaci sceriffi o di un ministro dell’Interno sceriffo, abbiamo bisogno di cooperazione tra territorio e Stato”
Nella conferenza stampa di presentazione dei due decreti, ha esordito dichiarando che “la sicurezza urbana va intesa come un grande bene pubblico”.
La neolingua del ministro dell’Interno ha il sapore acre della burocrazia che trita le vite delle persone per il bene di tutti.

Ascolta la diretta dell’informazione di radio Blackout con Eugenio Losco, avvocato milanese, che cura la difesa di migranti e compagni.

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Milano. Corteo per la liberazione dei prigionieri politici in Turchia

Si è tenuta sabato 11 febbraio a, la manifestazione nazionale indetta dagli organismi di rappresentanza della comunità curda in Italia per la liberazione di Ocalan e di tutti i prigionieri politici in in contemporanea con quella che si teneva a Strasburgo.

Un corteo vivo, partecipativo, denso di slogan e di comizi volanti – forte della presenza dei numerosi curdi giunti, con diversi autobus, da varie parti d’Italia (Roma, Firenze, Torino, Napoli, ecc.) e di quella di numerosi solidali (gruppi, partiti, centri sociali, sindacati) – ha percorso le vie del centro di Milano, partendo da Porta Venezia per concludersi a Largo Cairoli, ove si sono tenuti i comizi finali.

Al corteo ha partecipato oltre un centinaio di anarchiche e – provenienti anche da altre città, Alessandria, Livorno, Torino, Trieste, Cremona, Bergamo, Roma, Ragusa… – che ha dato vita ad un vivace spezzone rossonero, a dimostrazione dell’impegno che da tempo il movimento libertario sta riversando a favore della lotta di resistenza nelle zone liberate della , contro la brutale repressione esercitata dal regime di Erdogan, in solidarietà del movimento anarchico turco. In particolare è stato ricordato il caso del periodico anarchico Meydan e del compagno anarchico Umut Firat che con l’arma dello sciopero della fame ha inteso protestare contro il brutale trattamento e le torture che i detenuti subiscono nelle carceri.

L’ANSA non ha mancato di dimostrare la sua parzialità nel fare la cronaca del corteo: i 4-5 mila partecipanti sono stati derubricati ad “alcune centinaia”, notizia poi ripresa da tutta la stampa mainstream.

“Contro il silenzio complice” titolava il volantino della FA di Milano distribuito in centinaia di copie; ne abbiamo avuto un’ulteriore dimostrazione.

Qui trovi il volantino diffuso

Qui l’appello per lo spezzone rossonero

Qui la mozione del convegno della FAI a sostegno della DAF

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La marea sale ancora

Non era scontato. Non era scontato che, dopo l’imponente manifestazione femminista del 26 novembre 2016 e la grande assemblea del giorno successivo, il nuovo appuntamento della rete femminista “Non una di meno” lanciato per il 5 e il 6 febbraio a Bologna fosse colto da tanta gente. La marea continua a salire: 1500 persone hanno partecipato agli otto tavoli di lavoro e alla plenaria conclusiva nei locali della facoltà di giurisprudenza del capoluogo emiliano. Tanti i luoghi, gli accenti, le storie, le vite, i percorsi politici e sociali che si sono incrociati in due giorni di confronto, quasi sempre pacato, mai semplice.
Negli ultimi anni è nato un movimento femminista capace di porre al centro la questione dell’identità, che non è biologica, ma politica e sociale. Questo movimento sta smontando la logica binaria che ha segnato altri percorsi. A “Non una di meno” partecipano donne e uomini, le cui identità sono difformi, spurie, fuori dagli schemi.
È un femminismo che colloca la lotta al patriarcato agli incroci dove si interseca con questioni come la classe, la razza, la gerarchia. Non accetta che la libertà e la sicurezza delle donne possa divenire alibi per moltiplicare la pressione disciplinare, i dispositivi securitari e repressivi.
Il movimento nasce sulla spinta di quelli sudamericani contro la violenza maschile sulle donne e fa parte di una rete transnazionale in rapida crescita. È un movimento di lotta che sta cercando, tramite il confronto e la ricerca del consenso, di articolare un discorso pubblico, un “piano femminista” contro la violenza di genere.
Un discorso che si sta definendo nei tavoli di discussione, che si sono costituiti a Roma il 27 novembre, e che, tramite mailing list nazionali e svariate articolazioni territoriali si sono sviluppati in ogni dove.

A Bologna l’intersezione dei linguaggi mostrava la trama sottesa alle tele intessute da ciascun*. In molt* invece era forte la tensione a condividere i vissuti, per dare parola politica a quanto viene relegato ai margini, rinchiuso nel privato. Privato in tutta la profonda ambiguità di un termine che è gabbia normativa e indice di sottrazione da una sfera pubblica ancora declinata al maschile, universale, bianco, eterosessuale.
Anche nei luoghi di “movimento”. Un’inchiesta realizzata a Roma in alcuni posti autogestiti ha rivelato che un terzo delle compagne ha subito violenze e molestie in spazi di aggregazione politica e sociale, in cui l’antisessismo è formalmente un valore condiviso. Le statistiche ci dicono che la percentuale nazionale è identica. I “nostri” posti sono autogestiti, crocevia di lotte ed esperienze, luoghi dove si prefigura il mondo che vorremmo, ma non sono esenti dal sessismo, dalla violenza di genere. Fare i conti con questa realtà, individuare strategie per riconoscerla, raccontarla, affrontarla e combatterla è l’obiettivo del tavolo sul sessismo nei movimenti, cui ho partecipato con altr* compagn* dell’assemblea antisessista di Torino.

Oltre a quello sul sessismo nei movimenti c’erano altri sette tavoli tematici: legislativo e giuridico; lavoro e welfare; educazione alle differenze; femminismo migrante; salute sessuale e riproduttiva; narrazione della violenza attraverso i media; percorsi di fuoriuscita dalla violenza.
L’obiettivo dichiarato della due giorni era, oltre al dibattito sul piano femminista contro la violenza di genere, la definizione degli obiettivi dello sciopero globale delle donne di mercoledì 8 marzo.
Questi tavoli hanno lavorato in contemporanea, in un’alternanza tra momenti collettivi e approfondimenti di gruppo, con una pratica orizzontale, libertaria, inclusiva.
I grandi numeri e il grande entusiasmo mostrano un movimento in crescita, ancora aurorale, che si trova in bilico tra la ricerca dell’interlocuzione istituzionale e la tensione a costruire autogestione e conflitto fuori dalle gabbie normative imposte dallo Stato, fuori dalle relazioni di sfruttamento cui ci costringe la società di classe.
Molti i nodi rimasti aperti. In alcuni tavoli sono prevalse, non senza un aspro dibattito, tentazioni stataliste. Nel tavolo “lavoro” la spinta ad ottenere basi materiali per sottrarsi ai rapporti violenti ha prodotto una nuova declinazione del “reddito di cittadinanza” traslato in “reddito di autodeterminazione”, da cui emerge con termini innovativi una trama usurata. E pericolosa. Affidare alla tutela statale la propria autonomia è un ossimoro, figlio di una perdurante illusione statalista. Tuttavia il dibattito è stato molto più ampio, articolato, complesso, aperto, nel ricercare una fuoriuscita dalla condanna ai lavori di cura non retribuiti, che non poggiasse sulle mani e sulle spalle delle donne migranti.
Il tavolo giuridico, ma forse era inscritto nel suo DNA politico, si è chiuso nel gioco delle convenzioni e dei diritti formali, quelli, che in altri ambiti, servono ad emettere severe condanne postume.

Decisamente più interessante l’esito del tavolo “educare alle differenze”, che, contro la logica delle “pari opportunità” vuole “coltivare un sapere critico verso le relazioni di potere fra i generi e verso i modelli stereotipati di femminilità e maschilità”.
Al tavolo sulla fuoriuscita dalla violenza, cui hanno partecipato soprattutto le donne dei centri antiviolenza, è stato affermato il netto rifiuto dell’istituzionalizzazione dei centri antiviolenza, la rivendicazione del ruolo politico di chi ci lavora, che nega la logica assistenzialista, dando spazio alle donne, non più vittime ma protagoniste.

Molto concreto, mirato al contrasto del racconto mediatico prevalente e alla costruzione di percorsi comunicativi femministi il lavoro del tavolo comunicazione.

Il tavolo sul femminismo migrante, pur scontando l’aporia della scarsa partecipazione delle donne straniere, ha formulato l’obiettivo di cancellare le leggi razziste, i cie, le deportazioni.
Il dibattito si è concentrato sulle gabbie che stringono d’assedio le vite migranti, strangolate da leggi razziste, che tengono sotto costante ricatto chi, per mantenere il permesso, non può perdere il lavoro.
Molte donne senza lavoro eccetto quello non retribuito tra le mura democratiche, sono vincolate al permesso del marito e quindi sotto doppio ricatto.

Al tavolo sulla salute si è parlato di riconquista dei consultori, di rendere liberi e sicuri l’aborto, la contraccezione, l’accesso agli esami.

Intorno a questi temi è stato costruito lo sciopero dell’8 marzo, senza fare sconti alla CGIL, che non aveva proclamato lo sciopero ma pretendeva di essere parte del percorso. Nessuno sconto neppure a quei settori del sindacalismo di base, che pur proclamando sciopero l’8 marzo, non hanno accettato di far convergere sull’8 lo sciopero convocato il 17 febbraio contro la buona scuola.
A Bologna nella plenaria finale il comunicato inviato dalla CGIL è stato sommerso dai fischi, mentre fragorosa è stata l’approvazione verso le proposte più radicali.
I prossimi mesi ci diranno se le tele che stiamo tessendo sono robuste, capaci di contrastare il riformismo, le seduzioni welfariste, le illusioni sui “diritti”, che pure hanno fatto capolino nei vari tavoli.

Sono già molti gli avvoltoi che si aggirano con in tasca una proposta normalizzante, una struttura permanente, una tutela politica.
Non penso che avranno vita facile. La misura è colma. “Non una di meno” è una promessa che ciascuna fa a quelle che mancano. Ma anche una promessa che ciascuna fa a se stessa, Il patriarcato si (ri)afferma mettendo sotto ricatto quotidiano le nostre vite. Le donne uccise, stuprate, picchiate, umiliate, perseguitate, derise sono un monito per tutte le altre. La servitù volontaria è una tentazione forte, specie se sei sola. I movimenti, le reti femministe, i luoghi sottratti al sessismo ci danno la forza collettiva per attaccare, per strapparci di dosso il ruolo di vittime, per costruire la strada che va dal genere all’individuo. Non mera astrazione giuridica ma mutevole e concreto approdo per tutte, per tutti, per tuttu.

Maria Matteo

(Quest’articolo uscirà sul prossimo numero di A rivista)

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Turchia. Attacco al giornale anarchico Meydan, lotta in carcere

In Turchia il tentato colpo di stato del 15 luglio 2016, culmine di una lotta per il potere interna allo Stato, è stato utilizzato per scatenare una feroce repressione contro ogni forma di dissenso dal Presidente turco Erdoğan. Il blocco di potere conservatore-religioso dell’AKP che guida il paese, con il sostegno delle forze nazionaliste si prepara a portare a compimento, nel nome della “difesa della democrazia”, il processo di involuzione autoritaria in atto già da alcuni anni.

In questo contesto anche gli anarchici sono nel mirino della repressione, così come le altre forze rivoluzionarie e il movimento curdo.

Nel dicembre scorso il responsabile editoriale del giornale anarchico Meydan è stato condannato a oltre un anno di carcere. Meydan è un mensile, è il giornale anarchico più diffuso nella regione, e sulle sue pagine vengono presentate le posizioni del movimento anarchico, si formulano analisi sulla complessa situazione in Turchia e Kurdistan, sono pubblicati articoli di carattere storico ed economico, si commentano notizie locali e si da visibilità a lotte e resistenze a livello globale, con collaborazioni anche internazionali. Questo periodico è quindi un punto di riferimento importante per l’anarchismo nella regione.

Immediatamente dopo il colpo di stato, con la messa al bando di numerose associazioni, organizzazioni e giornali della sinistra rivoluzionaria, le autorità avevano posto i sigilli anche alla sede della redazione di Meydan a Istanbul. Già nei primi mesi del 2016 erano state avviate delle indagini per “propaganda o apologia dei metodi di un’organizzazione terroristica” in relazione ad alcuni articoli pubblicati sul giornale. Anche appoggiandosi a queste accuse era stata imposta la chiusura della sede della redazione.

Proprio una di queste indagini aperte dall’Ufficio del Procuratore Capo di Istanbul ha portato il 22 dicembre scorso alla condanna ad un anno e tre mesi del compagno Hüseyin Civan, responsabile della redazione di Meydan. L’accusa riguardava alcuni articoli apparsi sul numero 30 del giornale, uscito a dicembre 2015, articoli che tra l’altro parlavano proprio della politica di terrore messa in atto dallo Stato turco.

Per ora il compagno non è stato incarcerato, l’opposizione alla sentenza, presentata dagli avvocati della difesa, ha permesso ad Hüseyin di guadagnare un po’ di tempo. Intanto Meydan continua ad essere pubblicato nonostante i divieti e la repressione, l’ultimo numero è uscito proprio in queste settimane.

Questa condanna è un fatto molto grave che dimostra la volontà del governo turco di togliere la voce al movimento anarchico. Il fatto che questo avvenga nel contesto di una più vasta azione repressiva del governo non ne riduce l’importanza, ma anzi conferma che è in atto una forte involuzione autoritaria. Infatti nel contesto turco non solo tutta la sinistra rivoluzionaria è stretta nella morsa della repressione, ma anche l’opposizione borghese e più in generale le varie forme di dissenso sono colpite duramente dal governo, basti ricordare l’arresto di giornalisti e direttori di importanti testate giornalistiche come Cumhuriyet.

La condanna nei confronti del responsabile editoriale di Meydan e i procedimenti ancora in corso contro il giornale sono solo un aspetto della repressione nei confronti degli anarchici da parte del governo turco, un aspetto certo grave per la volontà di ridurre al silenzio un importante periodico del movimento, ma non il più violento.

Il movimento anarchico ha infatti dovuto affrontare negli ultimi anni le forme più violente della repressione statale per il suo continuo impegno rivoluzionario nella lotta antimilitarista, nel sostenere le battaglie dei lavoratori, nelle lotte sociali ed ambientali, nel supporto alla lotta per la libertà del popolo curdo. Quando nel 2015 il terrore di Stato colpì con le bombe prima a Suruç e poi ad Ankara furono uccisi anche compagni anarchici membri dei gruppi più attivi nel paese. Inoltre, anche se le ondate di arresti non hanno ancora colpito in modo massiccio il movimento anarchico, vi sono compagni anarchici costretti nelle carceri delle Stato che turco continuano la loro lotta, come Umut Firat, anarchico rivoluzionario e collaboratore di Meydan che ha appena terminato uno sciopero della fame durato un mese e mezzo. Lo sciopero mirava a difendere la propria identità di prigioniero rivoluzionario e per ottenere migliori condizioni di vita, lottando contro l’irrigidimento del regime di carcerazione per i prigionieri politici dopo il tentato colpo di stato.
Potete ascoltare qui la diretta con Anarres di Dario, l’autore di questo articolo

L’11 febbraio al corteo per la liberazione dei prigionieri politici a Milano ci sarà uno spezzone anarchico e libertario
L’appuntamento è alle 14 da corso Venezia angolo via Palestro

Qui potete leggere il comunicato della Federazione Anarchica Milanese in solidarietà agli anarchici turchi

E qui un loro testo analitico sulla situazione in Turchia

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Vertice di Malta. Muri, blocchi, campi di concentramento

Venerdì 3 febbraio a Malta si è svolto il vertice Ue sui migranti, con il chiaro obbiettivo di blindare il confine con la Libia, bloccando le partenze.
In un’Europa divisa su tutto, l’unico accordo è sui muri, pattugliamenti, rastrellamenti, respingimenti. Nel Mediterraneo toccherà alla guardia costiera libica, pagata, attrezzata ed addestrata dall’Italia, il compito di bloccare i migranti.
Al vertice l’UE ha appoggiato l’accordo sottoscritto il giorno precedente tra Italia e il governo di Al Sarraj.

L’accordo l’Italia – Libia prevede soldi in cambio di polizia, controlli e centri di detenzione in Libia. Sebbene il protocollo siglato confermi gli accordi sottoscritti negli anni precedenti e, in particolare quello del 2008 tra il governo italiano e quello libico, oggi la Libia è divisa in almeno tre fazioni che rivendicano il potere e si spartiscono il paese. Difficilmente il governo Al Sarraj riuscirà a fare il lavoro per cui viene pagato, chiudendo la rotta libica. Sino al 2011 e alla guerra scatenata da Francia e Gran Bretagna per il controllo della Libia, il blocco delle partenze, le deportazioni di massa, i campi di concentramento e le espulsioni nel deserto costarono enormi sofferenze a migliaia di migranti picchiati, stuprati, uccisi, venduti. Un piano architettato a Roma e realizzato nelle prigioni e nei deserti libici. Lo stesso schema, ripetuto nel 2017, renderà comunque la strada della gente in viaggio più costosa, più pericolosa, più mortale.

Gli accordi promossi dal ministro dell’Interno Minniti e sostenuti dall’Unione Europea faranno migliaia di vittime, senza ottenere il risultato sperato, tuttavia saranno strumenti potenti per i governi di fronte alle tornate elettorali italiane, francesi, tedesche.

Una dura condanna all’accordo arriva dall’Asgi, l’associazione studi giuridici sull’immigrazione che in un comunicato spiega: ” L’Ue   e il governo italiano aggirano il dovere di accogliere persone in fuga da persecuzioni e  guerre con una politica estera in materia di immigrazione basata in gran parte su accordi stipulati con governi dittatoriali o incapaci di garantire l’incolumità dei propri cittadini. Con questi accordi, prosegue l’Asgi, l’Ue e l’Italia violano il principio di non refoulement in quanto esigono che paesi terzi blocchino, con l’uso della forza, il passaggio di persone con un chiaro bisogno di protezione internazionale”.

Gli accordi e le convenzioni umanitarie sono l’abito bello che l’Europa dei muri e delle frontiere veste per le commemorazioni e i gran galà della politica. Per il resto sono carta straccia. Ogni tanti un ricorso, raccattato su una spiaggia piena di morti, in fondo ad una galera libica arriva provoca una condanna dell’Italia per trattamenti inumani e degradanti, per tortura. Prima pagina in profilo basso, due parole di rammarico istituzionale, poi la giostra riprende come prima.

Il MEDU – Medici per diritti umani in un proprio comunicato racconta la condizione dei migranti intrappolati in Libia. Di seguito qualche stralcio dal loro comunicato:
“La Libia è oggi per i migranti un grande campo di concentramento, sfruttamento e tortura gestito da una miriade di milizie, gruppi armati e bande criminali di dimensioni e caratteristiche tra le più svariate.

L’accordo (italo-libico, ndr) è inumano nel suo impianto perché ha palesemente come unico obiettivo quello di “fare muro” nel Canale di Sicilia per bloccare gli sbarchi in Italia senza preoccuparsi della sorte di centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini destinati a rimanere intrappolati nell’inferno libico.

I diritti umani, la cui difesa avrebbe dovuto essere l’asse portante dell’accordo, vengono citati solo una volta nel memorandum, nell’articolo 5, e in un modo che li fa apparire niente di più che un orpello di circostanza: “Le Parti si impegnano ad interpretare e applicare il presente Memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani di cui i due Paesi siano parte.”. Non dimentichiamoci che la Libia non ha neppure sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

L’intensità e l’estensione delle violenze commesse sui migranti in Libia è di una gravità senza precedenti e gli operatori di Medici per i Diritti Umani (MEDU) ne sono quotidianamente testimoni nelle attività di cura e ascolto delle persone appena sbarcate in Italia e assistite nei progetti di riabilitazione delle vittime di tortura in Sicilia e a Roma (vedi ESODI Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa ).

Oltre il 90% dei migranti intercettati da MEDU ha subito torture, abusi e violenze ripetute, quasi sempre in Libia. Le pessime condizioni igienico-sanitarie e il disumano sovraffollamento, le quotidiane percosse e altri tipi di traumi contusivi sono le forme più comuni e generalizzate di maltrattamenti nei centri di detenzione e di sequestro .

Vi sono poi le percosse ai piedi (falaka); le torture per sospensione e posizioni stressanti (ammanettamento, posizione in piedi per un tempo prolungato, ecc); le ustioni provocate con gli strumenti più svariati; le minacce ai danni propri o delle proprie famiglie; gli stupri e gli oltraggi sessuali; gli oltraggi religiosi e altre forme di trattamenti degradanti; la privazione di cure mediche; il lavoro in condizioni di schiavitù, l’obbligo di assistere a torture e trattamenti crudeli ai danni di altre persone.

Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso, torturato o gravemente percosso. Come ricorda con indelebili parole uno di loro: ‘una volta che arrivi in Libia smetti di essere considerato un essere umano’.”

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Alessandro Dal Lago.

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Francia. Candidati e manganelli

Le primarie del partito socialista hanno avuto un esito inatteso: il candidato alle elezioni sarà Benoît Hamon. L’ex ministro dell’istruzione ha sconfitto le primarie l’ex primo ministro Manuel Valls nel ballottaggio del 29 gennaio.

Hamon è considerato un candidato di “sinistra”, espressione del disagio di fronte alle politiche sociali e securitarie del suo partito, che oggi rischia di fare la fine del Pasok greco, a lungo primo partito ellenico, polverizzato dalle politiche sociali antipopolari.
La vittoria di Hamon potrebbe dare una spinta al candidato centrista Emmanuel Macron, in corsa per la presidenza contro il conservatore François Fillon e la candidata del Front national Marine Le Pen. Fillon è in difficoltà dopo l’inchiesta che lo ha colpito, per aver assunto i propri familiari come finti collaboratori parlamentari ben pagati, ma non intende mollare.
La pur prevedibile discesa in campo della leader del Front National, Marine Le Pen, ha fatto sobbalzare i mercati europei. Le Pen, nel discorso di candidatura di lunedì 7 febbraio a Lyon, oltre ai temi cari alla sua propaganda, in primis il contrasto all’immigrazione, ha buttato sul piatto l’uscita dall’euro, dalla Nato, dall’UE. L’uscita della Francia dall’Unione Europea sancirebbe di fatto la fine dell’UE.

Se a questo si aggiunge che nel programma di Le Pen ci sono le 35 ore lavorative e la riduzione dell’età pensionabile, ben si spiegano i sondaggi che la danno prima al ballottaggio.

L’informazione di radio Blackout ne ha parlato con Gianni Carrozza che tiene la trasmissione “Vive la sociale!”a radio Frequence Plurielle di Parigi.

In chiusura si è anche parlato del pestaggio e stupro subito da Theo Frank, un giovane abitante del sobborgo parigino di Aulnay-sous-Bois, pestato a sangue e stuprato con un manganello da quattro poliziotti, che si sono accaniti contro di lui, durante un “normale” controllo.
Da alcuni giorni la banlieau è scossa da manifestazioni, barricate, auto incendiate.

Ascolta la diretta con Gianni

 

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