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I No Tav in marcia per la libertà di movimento

Nell’estate più bollente degli ultimi anni il movimento No Tav si è rimesso in marcia. L’8 luglio è stata una una giornata di lotta contro i blocchi e i divieti tra Chiomonte e Giaglione.
Ormai da mesi, oltre alle zone rosse stabili e straordinarie intorno all’area di cantiere, la polizia in occasione di marce notturne ha chiuso tutti gli ingressi di Giaglione, disponendosi sin sulla statale del Moncenisio, una zona lontana chilometri dalla Clarea.
Un’ulteriore passo verso la totale militarizzazione dell’area.
Questa volta, prudentemente, la polizia non si è fatta vedere nella prima parte della marcia, quando il corteo partito da Venaus si è guadagnato il bivio dei Passeggeri, la statale 25 e la provinciale per Giaglione.
Se avessero bloccato il corteo avrebbero rischiato che per ore restasse chiusa la strada che porta al valico del Moncenisio nelle prime ore di un fine settimana estivo.
Una possibilità che andrebbe esplorata e messa nella cassetta degli attrezzi del movimento che si batte contro la Torino Lyon, troppo spesso irretito dalla retorica della lotta al cantiere, dal fascino delle marce notturne, dalla mimesi dell’epopea degli anni passati.

Oggi servono altre strade. La pratica del blocco, se agita da molti insieme, può essere un modo per mettere in difficoltà l’avversario.

Uno dei tanti. Perchè l’ingranaggio del cantiere e dell’occupazione militare è ben oliato e occorre gettare tanta sabbia per incepparlo.
La polizia ha atteso i manifestanti lungo la strada delle Gorge che da Giaglione conduce alla Clarea occupata militarmente.
Poco dopo la cappelletta hanno montato uno sbarramento di acciaio, molto più solido del consueto: nonostante i numerosi tentativi di buttarlo giù ha resistito agli assalti dei manifestanti che hanno continuato a lungo battiture e slogan.
Un altro gruppo, passando per i sentieri alti e guadando il torrente, ha raggiunto l’area dove sorge la tettoia No Tav di fronte al cantiere.
Un cantiere che in questo periodo è quasi fermo: il tunnel geognostico è stato completato qualche mese fa, parte dei lavoratori sono stati licenziati, in barba alle promesse di Telt che sperava di fidelizzarli con la chimera del lavoro. Inutile lo sciopero di protesta di questi ultimi giorni.
Non si allenta invece la pressione disciplinare sull’area, dove truppe di montagna, polizia, carabinieri e guardia di finanza si danno il cambio per mantenere la sorveglianza al fortino di Clarea.
In questi stessi giorni sono arrivate le comunicazioni di esproprio di un migliaio di case
tra Susa, Bussoleno, Venaus.
Era importante dare un primo segnale.

Riprenderci le strade con una manifestazione diurna, aperta, partecipata
da tutti era l’obiettivo della giornata di lotta dell’8 luglio.
Ma non solo.
Da troppo tempo si sta allargando la distanza tra la minoranza che agisce e i più che plaudono, limitandosi alle grandi marce popolari, quando il movimento si raccoglie per dimostrare che l’opposizione all’opera è forte e radicata, nonostante la repressione, i giochi della politica, il tempo che passa, la tentazione della rassegnazione.

La manifestazione dell’8 luglio ha alluso ad una possibilità che diventa necessità ineludibile di fronte alle sfide che ci attendono.
È tempo che la lotta, l’azione diretta siano nuovamente patrimonio di tutti.

Oggi ancora nei paesi vicini al cantiere, domani per bloccare e rendere ingovernabile l’intera valle.

Noi eravamo presenti con uno spezzone rosso e nero, aperto dallo striscione “azione diretta autogestione” e da quello “il futuro non si delega”.

Abbiamo distribuito Un cielo senza stelle”, un nostro documento sul movimento e le prospettive della lotta, in vista dell’apertura dei nuovi cantieri, che segneranno l’avvio definitivo dei lavori per la realizzazione della linea ad alta velocità tra Torino e Lyon.

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Un cielo senza stelle. Di No Tav, delega, azione diretta

Si può chiudere in gabbia un cantiere, non un intera valle

Il governo vuole, costi quel che costi, imporre con la forza la realizzazione di una nuova linea ferroviaria inutile, costosissima, nociva per la salute e il territorio.

In ballo c’è molto più di un treno. In ballo c’è la necessità di piegare e disciplinare un movimento che lotta da 25 anni. Nel 2005 un’insurrezione popolare fermò un progetto ormai entrato nella fase esecutiva.
Il governo usò la forza, occupò militarmente il territorio, sgomberò con la violenza le barricate della Libera Repubblica di Venaus.
Fu obbligato a fare marcia indietro. Il governo capì che la valle era ormai divenuta ingovernabile, che la gente avrebbe moltiplicato blocchi e barricate. In quel dicembre nessuno era disposto a tornare indietro, tutti erano protagonisti. L’eco di quanto avveniva in valle attraversò la penisola, suscitando indignazione e simpatia. Le olimpiadi invernali erano ormai alle porte.
Nel 2011, dopo anni di melina, consapevole di aver riportato all’ovile solo qualche politico a caccia di poltrone, il governo decise di usare nuovamente la forza.
Non si fece prendere alla sprovvista: l’avanzata delle truppe di occupazione fu lentissima ma inesorabile, in un continuo crescendo di violenza e repressione.
La danza dei manganelli e dei lacrimogeni e il tintinnare di manette sono stati la cifra di questi ultimi sei anni.

La realizzazione di un’opera accessoria, un tunnel di sei chilometri e mezzo a Chiomonte, è costato processi, condanne, ossa rotte.
Oggi l’eco mediatica intorno al movimento No Tav si è spenta.
Non per caso.
Il momento è cruciale. A gennaio il parlamento italiano ha ratificato il trattato con la Francia sulla Torino Lyon, il CIPE ha approvato il progetto definitivo della tratta internazionale, sono partiti gli espropri e le procedure preliminari per l’inizio dei lavori per le opere accessorie in Bassa Valle, a Bussoleno, Susa, San Didero e Bruzolo.

La realizzazione della nuova linea ad alta velocità ferroviaria, che consegnerà la Val Susa al destino di corridoio logistico per le merci, è ormai giunto al momento dell’apertura dei cantieri.

Siamo prossimi al punto di non ritorno.
La vita degli abitanti cambierà per sempre. Camion carichi di smarino e polveri d’amianto percorreranno la valle a est come a ovest, mettendo a repentaglio la salute di tutti. Il dispositivo militare investirà poco a poco anche zone densamente abitate. La perdita di falde acquifere sarà inevitabile e irreversibile.
La lucida profezia fatta 25 anni fa dal movimento No Tav rischia di trasformarsi in dura realtà.

L’imposizione violenta dei nuovi cantieri non è l’unico pericolo. L’insidia maggiore è l’illusione della delega, la seduzione a 5Stelle che ha colpito tanta parte di un movimento, che pure è consapevole che la strada percorsa sinora è stata fatta appoggiandosi saldamente sulle due gambe di tutti.
La delega istituzionale rilegittima la macchina di chi si arroga il diritto di decidere per noi, di chi giocherà la sua partita ad un tavolo dove il banco vince sempre e prende tutto. Per prima la nostra libertà.
Liste civiche, referendum, giochi elettorali hanno inghiottito enormi energie, senza alcun risultato, se non quello di allontanare ancora di più le persone dall’impegno diretto, dall’azione sul territorio, dal confronto sulle strategie per mettere in difficoltà l’avversario. La partita che si gioca in Val Susa va ben oltre il treno. Se fosse stata solo una storia di treni sarebbe già finita da un pezzo. In ballo c’è la decisione di essere protagonisti delle scelte che riguardano la propria vita e il territorio dove si è scelto di vivere.
C’è chi chiama tutto questo democrazia. Noi non lo facciamo, perché sappiamo bene cosa sia la democrazia reale: un mero sistema di ricambio delle élite al potere, che costitutivamente tiene tutti lontani dai luoghi dove si decide.
Troppe volte la febbre elettorale ha attraversato la Val Susa assorbendo energie enormi, sottratte alla quotidianità della lotta.

Per fortuna qualche crepa comincia ad vedersi. É tempo di togliersi gli occhiali opachi dell’illusione istituzionale, per guardare in faccia la realtà cruda in cui siamo forzati a vivere.
La “sindaca No Tav” di Torino ha preso le distanze dai “pochi violenti” giustificando così le dure cariche contro gli spezzoni degli anarchici, dei centri sociali e dei No Tav al corteo del Primo Maggio.
Lo stesso giorno si era congratulata con il PM Rinaudo e con la polizia per gli arresti di sei anarchici attivi nelle lotte a Torino e in Valle. Rinaudo è il titolare di tante inchieste e processi contro i No Tav, gli antirazzisti, gli occupanti di case. Le parole della sindaca hanno lasciato il segno.
Poco più di un mese più tardi Appendino, usando la legge Minniti-Orlando sulla sicurezza urbana, ha fatto un’ordinanza che vieta la vendita di alcolici da asporto ai negozietti, dove compera chi non può permettersi i prezzi dei dehor della movida. É finita con le cariche della celere in mezzo alla gente che si rilassava in piazza Santa Giulia. Proibizionismo e manganello. Buoni e cattivi: chi vota e chi agisce. Uno schema che il movimento No Tav ha sempre respinto, perché troppe volte politici “amici” lo hanno usato per spingere alla rinuncia ad ogni resistenza attiva.
Tante volte la grande favola della democrazia si è sciolta come neve al sole. Ogni volta che libertà, solidarietà, uguaglianza vengono intese e praticate nella loro costitutiva, radicale alterità con un assetto sociale basato sul dominio, la diseguaglianza, lo sfruttamento, la competizione più feroce, la democrazia mostra il suo vero volto.
La democrazia reale ammette il dissenso, purché resti opinione ineffettuale, mero esercizio di eloquenza, semplice gioco di parola. Se il dissenso diviene attivo, se si fa azione diretta, se rischia di far saltare le regole di un gioco feroce, la democrazia si fa discorso del potere che nega legittimità ad ogni parola altra. Ad ogni ordine che spezzi quello attuale.

Il governo sta provando a logorarci. Fa conto sulla rassegnazione, sulla difficoltà a fermare cantieri difesi da esercito, polizia, carabinieri, blindati.
La ferita nella montagna di Chiomonte è aperta a fa male.
I sabotaggi, le marce notturne, i sassi e i fuochi d’artificio non hanno mai messo in difficoltà il dispositivo militare intorno al cantiere.
Il governo ha scelto con cura il terreno dove sfidare i No Tav. Un luogo disabitato, dove è stato facile prendere il controllo delle vie d’accesso e costruire un fortino chiuso e ben difeso. I militari e gli addetti delle ditte controllano le strade: ai No Tav restano solo i sentieri. Da qualche mese anche i sentieri sono difficili da raggiungere e percorrere. Continuare a “salutare” le truppe di occupazione con fuochi d’artificio ricambiati con lacrimogeni è un esercizio tanto pericoloso quanto inutile. Il governo ha imparato la lezione: al cantiere impiega truppe da montagna, gente abituata a stare nei boschi.

Un migliaio di persone sono state inquisite, processate e condannate, per aver partecipato attivamente ad un movimento che non ha mai voluto avere un mero ruolo testimoniale. Nei momenti cruciali i No Tav hanno saputo stringersi a chi veniva accusato di terrorismo per azioni di sabotaggio o di attacco al cantiere.
L’azione repressiva lungi dal dividere il movimento lo ha rinforzato nell’azione solidale, nell’appoggio ai carcerati, ai condannati. Ma ha scavato nel profondo. Non si sono scalfite le convinzioni, si è tuttavia allargata la distanza tra chi fa e chi applaude, ri-aprendo la strada a percorsi istituzionali e di delega.

La delega è un declivio che scende piano piano verso un precipizio, dove cade chi si trasforma in sostenitore di una lotta cui non partecipa più direttamente. É la differenza tra chi guarda una partita e chi scende in campo.
Le illusioni di carta costituzionale hanno fatto il resto.

Il movimento No Tav ha sulle spalle il peso della speranza che ha rappresentato per tanta gente di ogni dove.
Il rischio è l’usura dei sentimenti, anestesia del tempo che trascorre, il ripetersi dei passi già fatti, dei sentieri che conducono là dove la ferita si allarga. Ancora forte è tuttavia l’orgoglio di esserci, di tenere duro, di continuare a dare del filo da torcere ai nostri avversari.
Il grande tunnel di 60 chilometri nel massiccio dell’Ambin lo faranno scavando dentro la montagna, partendo dalla galleria di Chiomonte. Una scelta dettata dalla paura di aprire subito un grande cantiere a Susa. Il segno chiaro che, nonostante le dichiarazioni di vittoria, il governo continua a temere il movimento No Tav.
Il governo preferisce partire dal cuore della montagna, aumentando i costi, i tempi e i rischi pur di rendere difficile l’azione diretta.

C’è chi lo sa da tanto tempo, c’è chi lo ha imparato poco a poco. C’è chi invece non sa riconoscere la realtà.
Il governo ha scelto il suo terreno di gioco. Lì non vinceremo mai.
È importante che la memoria non vacilli: i No Tav hanno sostenuto ed appoggiato la pratica dell’azione diretta contro il cantiere e le ditte collaborazioniste, i blocchi delle strade e delle ferrovie, lo sciopero generale, le grandi marce e i sabotaggi.
Fermare il Tav è la ragion d’essere del movimento. Ma la strada per arrivarci è importante quanto la meta. In questa storia non ci sono scorciatoie. In ballo c’è molto di più di un treno: la libertà e la dignità di chi non tollera l’imposizione con la forza di una scelta non condivisa.
Il 2005 nessuno lo pianificò ma accadde. I primi a stupirci fummo noi. Le barricate, i tronchi in mezzo alla strada, il blocco delle strade furono la risposta all’occupazione militare. La gente smise di delegare e divenne protagonista della propria storia. Tutti insieme, per le strade e i sentieri. Con il grido degli indiani di valle si scese insieme nella neve, finché l’inverno dei poliziotti e dei manganelli su costretto ad andarsene. Loro erano i più forti, ma sapevano che il seme della rivolta che cresceva all’ombra del Rocciamelone rischiava di attecchire in ogni dove. E per un po’ quell’aria di libertà si diffuse per la penisola.
La partita non si giocò e non si vinse nel pratone sotto i piloni dell’autostrada che incombe su Venaus. Lì l’8 dicembre 2005 andò in scena solo l’ultimo atto. La partita la vinse la gente che poche ore dopo lo sgombero a Venaus bloccò strade, autostrade, ferrovie, paesi. Era il culmine di una storia cominciata molti anni prima. Una storia che si è nutrita del sapere condiviso che tanta gente ha saputo far proprio, impastandolo con l’acqua viva delle proprie aspirazioni ad un mondo di liber* ed eguali. Un mondo dove non sia normale che le merci contino più delle persone. Viviamo un tempo dove solo chi consuma è cittadino, mentre gli altri sono poco meno che scarti da seppellire. Magari in fondo al mare. 30.000 morti nel canale di Sicilia, uccisi dai governi di centro destra e da quelli di centro sinistra, mentre il movimento 5stelle annuncia che saprà fare di peggio, moltiplicando blocchi e frontiere.
Il movimento No Tav deve guardarsi allo specchio. Chi si illude che un governo a 5Stelle cancellerà il Tav, chi si appresta a fare campagna elettorale per Grillo e la premiata ditta Casaleggio e associati, riuscirà a dormire sonni tranquilli sapendo che questo governo intende fare politiche sociali apprezzate da fascisti e leghisti?

Nel 2005 la Valle divenne ingovernabile.
La Valle deve tornare ad essere ingovernabile.
Dobbiamo scegliere noi i tempi e i luoghi, perché il movimento popolare torni ad essere protagonista, perché il governo sia obbligato a fare marcia indietro. Si può chiudere in gabbia un cantiere, non un intera valle. I nuovi lavori ci offriranno occasioni nuove per mettere in difficoltà i nostri avversari, dipende solo da noi coglierle.
Siamo ad un punto di non ritorno. D’ora in poi ogni passo sarà importante. Tavoli ed urne servono a seppellire il movimento.

Lunghi anni di azione diretta, confronto orizzontale, costruzione di percorsi decisionali condivisi sono stati una straordinaria palestra di libertà. Tutti noi portiamo nei nostri cuori, nella memoria viva del nostro movimento Venaus e la Maddalena. Libere Repubbliche, vere comuni libertarie, dove la gerarchia si è spezzata facendo vivere un tempo altro.

Il futuro non si delega: oggi come allora solo l’azione diretta, senza passi indietro, può creare le condizioni per fermare ancora una volta la corsa folle, di chi antepone il profitto alla vita e alla libertà di tutti.

Camminiamo sotto un cielo senza stelle, ma conosciamo la strada.

Federazione Anarchica Torinese

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Ong in catene: più morti in mare

Il 4 luglio i principali quotidiani hanno aperto con il “fallimento” del vertice di Parigi tra Italia, Francia e Germania sull’immigrazione.
Macron ha negato l’accesso ai porti della Republique alle navi che raccolgono i migranti in difficoltà nel Mediterraneo. Il governo spagnolo lo ha seguito a ruota.
Un esito diverso era decisamente improbabile. Da due anni la Francia ha blindato la frontiera di Ventimiglia, la Svizzera il valico di Chiasso. A poche ore dal summit di Parigi è l’Austria ha deciso di inviare 750 militari al Brennero per bloccare l’accesso nel paese di migranti provenienti dall’Italia.

Nel primo semestre di quest’anno, complice una primavera estiva e un primo scorcio d’estate bollente, gli sbarchi sono aumentati rispetto allo stesso periodo del 2016. Pochi osservatori rilevano che il passaggio per il canale di Sicilia è l’unico aperto, dopo la chiusura della rotta balcanica e della via d’acqua dal Marocco alla Spagna.
Poche migliaia di profughi in più sono bastati a giustificare l’ennesimo squillo di trombe sull’eterna emergenza sbarchi. Le politiche emergenziali servono solo a mantenere un clima di allarme, utile a giustificare respingimenti, rimpatri di massa, eliminazione delle garanzie, esternalizzazione della repressione a chi tortura, stupra, incarcera, ricatta, uccide i migranti.

A farne le spese sarà la gente in viaggio. Gentiloni al vertice ha ottenuto la promessa dell’aumento delle quote di immigrati redistribuiti in Francia e Germania. Ma il bottino più grosso, che il presidente del consiglio italiano conta di portare a casa dopo il vertice di Tallinn in Estonia, è l’approvazione di un protocollo destinato a mettere sotto controllo le ONG, che operano nel Mediterraneo e di fatto costituiscono l’unica ancora di salvezza per il popolo dei gommoni.

In un incontro con il ministro degli esteri francese Collomb, tedesco De Maiziere e il commissario europeo Avramopoulos Minniti ha esposto il suo piano.
Il governo italiano intende interdire i porti del Bel Paese alle imbarcazioni che non accetteranno le condizioni fissate dal titolare degli Interni.
Le Ong potranno operare solo se accetteranno a bordo militari della guardia costiera, se terranno sempre acceso il trasponder, se non supereranno il limite delle acque territoriali libiche, se non segnaleranno la loro presenza ai migranti in difficoltà.

Inutile dire che Gentiloni e Minniti si sono ben guardati dal mettere in discussione i trattati di Dublino, che stabiliscono che i profughi e i richiedenti asilo sono tenuti a fare domanda nel paese dove approdano, anche la loro destinazione è un’altra.

In un’intervista uscita martedì 4 luglio sul quotidiano La Stampa Loris De Filippi, presidente della sezione italiana dell’ONG Medici senza Frontiere, che opera nel Mediterraneo con alcune imbarcazioni, ha detto chiaro che il protocollo non fermerà le migrazioni ma aumenterà il numero dei morti in mare. In questi anni il Mediterraneo è divenuto sudario per oltre 30.000 persone. I morti si aggiungeranno ai morti, nel silenzio e nell’indifferenza dei più.

La stretta sulle navi delle Ong che operano nel Mediterraneo è già partita. Ieri mattina una nave di Medici senza Frontiere, la Vos Prudence, è rimasta bloccata al porto di Palermo per questioni burocratiche. Poco prima che la nave salpasse, gli uomini della Capitaneria di Porto sono saliti a bordo per alcuni controlli rilevando che i documenti del direttore di macchina, che doveva sostituire un collega sbarcato a terra per motivi familiari, non erano in regola.

L’attacco e la criminalizzazione delle ONG, partito da Grillo, proseguito dal Procuratore capo di Catania Zuccaro, continuato su molti media, sta per produrre i propri frutti avvelenati e mortali.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Antonio Mazzeo.

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Diritto penale. Aumentano le pene si riducono le garanzie

La riforma del codice penale, del codice di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario è stata approvata in maniera definitiva il 23 giugno. Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 4 luglio, diventerà effettiva dopo trenta giorni, tranne le parti soggette a legge delega al governo.

Il provvedimento introduce importanti modifiche dell’ordinamento penale, sia sul piano del diritto sostanziale sia su quello del diritto processuale.

La riforma inasprisce le pene per furto, rapina, scippo e cambio elettorale politico-mafioso.
É significativo che vengano sanzionati ancora più duramente i reati contro la proprietà privata commessi dai poveri, che nel nostro paese già prevedevano pene molto pesanti.
Chiara la volontà di accontentare le pulsioni giustizialiste che attraversano parte del corpo sociale.

Vengono significativamente aumentati i termini di prescrizione, aumentando i casi di sospensiva già previsti dalla legge. Tra il processo di primo grado e quello di secondo grado è prevista una interruzione di un anno e mezzo. Sempre di un anno e mezzo è l’arresto del calcolo della prescrizione tra il processo d’appello e quello in Cassazione. Nei fatti la prescrizione è stata aumentata di tre anni. Alla faccia della asserita volontà di adeguamento alle richieste dell’Unione Europea, che sollecitava una maggiore celerità nell’azione penale, vengono nei fatti allungati i tempi a disposizione dell’apparato giudiziario per portare a termine i processi.
Un vero paradosso, che si nutre di pregiudizi radicati diffusi ad arte dai media, che amplificano alcuni casi di reati gravi estinti dalla prescrizione, nascondendo le obiettive responsabilità, anche politiche, della magistratura.
Il caso più recente ed eclatante è quello della Procura di Torino, che ha accelerato al massimo i procedimenti a carico del movimento No Tav, anche quelli più banali. Condanne e sanzioni pecuniarie sono state la leva potente usata contro un movimento vivo e pericoloso per l’ordine costituito, ben al di là della consistenza penale dei tanti procedimenti attuati contro gli attivisti.

La possibilità di difesa sono drasticamente ridotte dall’introduzione del dibattimento a distanza, tramite videoconferenza. Sinora era un provvedimento eccezionale, ora diviene la norma per chi è accusato di alcuni reati come mafia, associazione sovversiva, attentato con finalità di terrorismo.

I penalisti si sono opposti alla riforma sino all’ultimo, facendo numerosissimi “scioperi”, l’ultimo nella settimana precedente all’approvazione definitiva della nuova legge.

Una legge che conferma sia la natura di classe dell’ordinamento giudiziario, sia il suo utilizzo contro i movimenti di opposizione sociale.
Persino norme apparentemente più “liberali” come quella che introduce l’estinzione di alcuni reati per i quali è prevista la querela di parte e un massimo di pena di 4 anni, se le vittime vengono risarcite, hanno una chiara impronta di classe. Chi non ha soldi per i risarcimenti andrà in carcere.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Eugenio Losco, avvocato milanese, in prima fila nella difesa degli attivisti dei movimenti di opposizione sociale e dei migranti.

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La grande paura di piazza San Carlo

Torino 2 giugno 2017. Ogni anno il due giugno lo Stato italiano festeggia se stesso con parate e cerimonie militari. Gli antimilitaristi si mettono di mezzo per contrastare la retorica nazionalista, l’atrocità bellica messa in mostra tra lustrini e divise tirate a lucido. Il corteo attraversa il centro cittadino con numerose azioni comunicative. Dopo un lungo fronteggiamento con la polizia arriviamo in piazza Castello: i militari hanno chiuso in fretta il loro rito.
Siamo qui perché l’Italia è in guerra. Qualcuno ascolta, si avvicina, chiede. I più vengono assorbiti da gelati, bancarelle, artisti di strada, bagni nella fontana di piazza Castello.
La guerra c’è, ma è lontana. Non ci riguarda. Non ci tocca.

Torino 3 giugno 2017. A Cardiff si disputa la finale di Champion’s League tra Juventus e Real Madrid. In città è un tripudio di vessilli bianconeri, ambulanti con magliette, stendardi, fischietti, tifosi con la sciarpa. La Juve ha perso tutte le sette finali cui è arrivata. Quest’anno potrebbe essere quello del “triplete”: campionato, coppa Italia e coppa dei campioni. Tanti ci sperano.
In piazza San Carlo c’è il maxi schermo. L’appuntamento è lì. Finirà con 1527 feriti ufficiali, di cui quattro molto gravi. Mentre scrivo è arrivata la notizia che una delle donne schiacciate dalla folla si è spenta dopo 12 giorni di agonia.
Quando il Real chiude la partita infilando il quarto goal alla Juve, piazza San Carlo è ormai in preda al caos, al sangue, alla paura.

Io stavo cenando in una trattoria di Barriera. Il televisore trasmetteva il mesto secondo tempo juventino. Esco sul tre a uno. Mentre sono alla cassa la proprietaria dice “in piazza San Carlo c’è uno che spara con il mitra”. Apro internet e leggo di un attacco ai civili. È la serata dell’assalto sul London Bridge e mi convinco che non stia capitando nulla.

I tifosi si riversano in strada mesti e silenti. Le voci si moltiplicano: ora si parla di una bomba, anche da giornali e agenzie on line comincia a trapelare che qualcosa di grave stia succedendo.
Davanti al gelataio dove mi sono traghettata arriva trafelata una donna con un vistoso taglio sulla gamba, due amici la sorreggono. Siamo a chilometri da piazza San Carlo, ci sono le famigliole con i bimbi, le panchine, la fontanella. Un buon posto per fermarsi, lavare la ferita, chiedere del ghiaccio. Non si fermano: corrono barcollando come se fossero inseguiti.
Ma non c’è nessuno. Non c’è mai stato nessuno. Non è successo niente.
Nelle due settimane successive si susseguono le ipotesi sulla causa scatenante del panico. Un petardo, una transenna, un falso allarme, i motori dell’impianto di aerazione del parcheggio sotterraneo che ripartono all’improvviso. Serve una ragione che nasconda l’unica verità possibile. Quella che qualcuno sussurra ma i media e le istituzioni tacciono. L’Italia è in guerra.

Facciamo un passo indietro.
L’Italia è in guerra da molti anni. Su più fronti, interni ed esterni. Il paradigma bellico e la sua cornice propagandistica sono cambiati in modo radicale negli ultimi trent’anni. Il pacifismo degli sconfitti ma “brava gente” è morto da tempo. Una finzione potente ha chiuso in un sarcofago gli orrori coloniali, l’intervento in Spagna e la seconda guerra mondiale. Il sarcofago è ancora chiuso. Quando lo apriranno davvero sarà ormai inerte, come ogni passato che non è divenuto memoria, coscienza collettiva, forza reattiva.
Truppe italiane combattono per l’umanità, la giustizia, l’ordine internazionale o per battere il terrorismo, ma la guerra è sempre altrove. Lontana. E lontane, remote, estranee sono le vittime. I media eruttano di tanto in tanto immagini e notizie per offrire il giusto contorno emozionale alle missioni belliche delle truppe tricolori. Si consumano in fretta senza effetti collaterali.
Il ripudio della guerra è una frase dell’articolo 11 della Costituzione, quello che nessuno legge per intero e quindi pochi sanno che è l’articolo che stabilisce le condizioni per farla. Poco importa. La notizia che l’Italia è in guerra tarda ad arrivare, come quelle vecchie lettere che il caso faceva perdere nei magazzini delle Poste. Recapitate dopo decenni diventano l’archeologia di un rimpianto e nulla più.

In questi anni non sono mancati movimenti di opposizione al militarismo e alle missioni all’estero, ma faticano a permeare il corpo sociale, a divenire il fulcro di un agire che superi la dimensione testimoniale per farsi azione diretta. Eppure la guerra non è solo altrove.
A pochi passi dalle nostre case si producono e si testano le armi impiegate nelle guerre di ogni dove.
Le usano le truppe italiane nelle missioni di “pace” all’estero, le vendono le industrie italiane ai paesi in guerra. Queste armi hanno ucciso milioni di persone, distrutto città e villaggi, avvelenato irrimediabilmente interi territori.
In provincia di Torino l’industria bellica aerospaziale è uno dei settori trainanti, un business che non va mai in crisi. Queste perle della nostra produzione manifatturiera hanno il plauso bipartisan dei Pentastellati al Comune e dei Dem alla Regione.
Quest’anno all’Alenia di Caselle Torinese, oltre a costruire un nuovo lotto di cacciabombardieri Eurofighter, faranno anche droni da combattimento. Gli aerei senza pilota che estraniano chi uccide dalla morte che infligge. A migliaia di chilometri di distanza, seduti ad una consolle, misurano, prendono la mira, calcolano la velocità e l’impatto. Come in un video gioco. Solo i morti sono veri. Veri ma con la stessa immaterialità di un film.
Ogni giorno qualcuno muore nel Mediterraneo. Nei prossimi mesi ne moriranno di più: il governo ha deciso di mettere sotto controllo le navi dei volontari che assistono i migranti sui barconi. Presto guardia costiera e militari imporranno la loro presenza sulle imbarcazioni. A chi non ci sta verrà vietato di approdare in Italia.
Tra i sommersi e i salvati ci sono robusti muri materiali: la guardia costiera, le leggi sull’immigrazione, le prigioni per i senza carte, gli accordi con i paesi di transito per trattenimenti e rimpatri. In quei posti la gente in viaggio viene picchiata, torturata, stuprata, uccisa. I mandanti sono a Roma. Gentiloni, Minniti sono alla consolle: ad ogni click qualcuno muore.
Chi promuove guerre in nome dell’umanità paga il governo della Libia, della Turchia, del Niger, del Ciad, perché i profughi vengano respinti e deportati.
La guerra è in casa. Nelle strade delle nostre periferie, dove i nemici sono i poveri, gli immigrati, i senza tetto, chi si oppone ad un ordine sociale feroce.
Tra sommersi e salvati c’è anche una spessa muraglia simbolica. Noi e loro. Senza quella muraglia sarebbe più facile riconoscere la guerra. In Afganistan, in Iraq, nel Mediterraneo e dietro casa nostra.
Magari tra le bancarelle del mercato di Porta Palazzo dove il sangue di un ragazzo senegalese bagna le scarpe e il marciapiede, durante una normale operazione di polizia. È successo proprio a Torino dieci giorni dopo piazza San Carlo. Succede ogni giorno. Qualche volta qualcuno fa un video.
La retorica sulla sicurezza alimenta l’identificazione del nemico con il povero, per spezzare la solidarietà tra gli oppressi, affinché non si alleino contro chi li opprime. La retorica della sicurezza alimenta l’immaginario della guerra di civiltà, della paura della Jihad globale, mentre il governo italiano è alleato di paesi che finanziano chi semina il terrore.
Criminalizzare migranti e profughi mantiene salda l’illusione che la guerra sia altrove. Governo e opposizione soffiano sul fuoco della guerra tra i poveri come guerra di civiltà. Serve, nel male di vivere quotidiano, a rinforzare la sciocca speranza di stare dalla parte dei salvati.

Poi capita il catino infernale di piazza San Carlo. Le istituzioni cittadine e nazionali se la cavano moltiplicando divieti, puntando il dito sui venditori abusivi, blindando le piazze. Un altro pezzo di libertà che vola via nell’afa estiva.

Piazza San Carlo è ben altro. Dovremo imparare ad attraversarne lo spazio simbolico e reale se vogliamo che i nostri percorsi contro la guerra, il militarismo, l’estendersi dei meccanismi disciplinari trovino nuovi compagni di strada.
Probabilmente non sapremo mai cosa sia successo, quale scintilla abbia innescato le tre grandi ondate di panico, che hanno trasformato il salotto buono di Torino nell’anticamera di Kabul, Aleppo, Baghdad, Mosul…

In fondo conta poco, molto poco.
Sappiamo però che piazza San Carlo è lo specchio del nostro vivere, di un tempo, dove la guerra, che si finge non ci sia, ha infiltrato l’immaginario, colonizzandolo. Nei prossimi mesi il governo ci ruberà un altro pezzo di libertà, per proteggerci dalla paura di una guerra che non si deve nominare.

I semi della paura hanno attecchito nel profondo del corpo sociale. L’uomo con il mitra non c’era, nessuno ha sparato, ma il bilancio è quello di qualsiasi battaglia: morti e feriti.
Per anni ci siamo chiesti perché tanti, troppi, si girassero dall’altra parte di fronte agli uccisi, ai bambini annegati, alla gente che nella morsa dell’inverno guadava i torrenti della Macedonia, sfidava il deserto, le bande armate e gli eserciti. Per anni ci siamo chiesti perché si combattessero tante guerre senza significativi movimenti di opposizione.
Sebbene qualcosa in più sia successo nell’opposizione alle basi, ai poligoni, agli aeroporti militari, sarebbe inutile nascondersi che spesso le ragioni dell’antimilitarismo sono state rinforzate da lotte ambientali e per la salute.
È finito il tempo delle illusioni. Siamo in guerra e questa guerra ha un ampio consenso.

È finito anche il tempo dell’ambiguità possibile. Lo hanno capito bene i pentastellati, che dopo anni vissuti pericolosamente sullo spartiacque del razzismo di Stato, hanno fatto una veloce scelta di campo. Sono stati abili, miscelando corruzione e accoglienza. Dopo aver imbarcato e poi sbarcato i peggiori attrezzi di Mafia Capitale, Virginia Raggi si schiera contro il business dell’immigrazione e chiude le porte a profughi e migranti.
A Torino Chiara Appendino, sindaca No Tav con nuance ecologista, ha fatto un rimpasto in giunta, nominando assessore all’ambiente Unia, uno che si è fatto le ossa nei comitati per lo sgombero delle baraccopoli rom. A Mirafiori, dove i tetti della vecchia fabbrica sono distese di amianto, potranno dormire sonni tranquilli.
Il governo aveva battuto tutti d’anticipo, con le nuove leggi sull’immigrazione e la sicurezza urbana.
Fanno leva sulla paura per stringere le maglie del controllo, moltiplicare i dispositivi disciplinari, creare nuove prigioni.

Piazza San Carlo rappresenta uno spartiacque. Dal 3 giugno sappiamo che la paura ha spinto nella propria rete il pallone. Un autogol. Peccato non fosse un gioco.
Qualcuno, dall’interno della piazza ha osservato e poi scritto dell’incapacità di riconoscersi nell’altro, nel governare collettivamente la paura. Al di là di qualche episodio di solidarietà, il panico ha avuto la meglio su tutto.
Il governo della paura è la scommessa dei cacciatori di poltrone di ogni colore. Una partita che giocano con determinata ferocia.

Torino 12 giugno 2017. Al mercato via Porpora un uomo di mezza età ha rifiutato un volantino sulla campagna fascista contro le baraccopoli rom, dicendo “Devono bruciare vivi. Tutti.” È calmo, freddo, distante. Nonostante l’afa un brivido mi scende lungo la schiena.
Attraversare e comprendere la paura è necessario per sconfiggerla, per impedire che si trasformi in altra violenza, in pogrom, in baracche che bruciano, in blocchi stradali per fermare una dozzina di profughe. In plauso per la polizia che massacra un ragazzo africano.
Quando si muore di nulla, diventa più semplice uccidere per nulla. O, peggio, firmare una delega in bianco agli imprenditori politici del terrore.
La strada è in salita. Ma nella cassetta degli attrezzi dei movimenti di opposizione sociale si sono sedimentate pratiche e saperi capaci di spingere in direzione opposta e contraria la paura. Aprire le piazze, moltiplicare le reti di mutuo appoggio, far crescere nelle periferie luoghi di incontro, scambio conoscenza, opportunità di lotta è una scommessa forte ma necessaria.
La paura può cambiare di campo. Le ragioni di chi punta su una società di liber* ed eguali sempre più devono farsi pratica quotidiana.
Non è un gioco facile. Ma è l’unico che vale la pena giocare.
Maria Matteo
(quest’articolo è uscito sull’ultimo numero di Arivista)

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Ventimiglia. Nel fiume e per i boschi, per bucare la frontiera

Quando arriva l’estate a Ventimiglia il flusso di migranti diretti alla frontiera chiusa, più lento in inverno, si fa più fitto.
Ogni anno sorgono gli accampamenti. Posti dove aspettare l’occasione giusta per provare a passare in Francia. C’è anche un campo della Croce Rossa, che può ospitare sino a 300 persone, controllate, schedate, sotto costante minaccia di essere rispedite alla casella di partenza. I più fortunati rischiano di tornare al posto dove sono approdati mesi, a volte anni, prima. Per gli altri c’è la deportazione in Africa, in Asia, in uno dei tanti posti da dove la gente si mette in viaggio.

Quest’anno l’accampamento informale è sorto sulle rive del Roja, sotto i piloni dell’autostrada.
Lontano dalla vista dei turisti. Ma tanta prudenza non è bastata: il sindaco Ioculano, lo stesso del divieto a portare cibo ai ragazzi di passaggio dal suo paese, ha deciso di fare “pulizia”.
I 400 che bivaccavano sotto al viadotto hanno subito capito che non era più aria. Con mossa a sorpresa hanno anticipato le grandi pulizie e si sono messi in marcia.
Quando sono arrivate le ruspe del comune hanno trovato solo venti persone. Si sono affrettati a buttare nel cassonetto sacchi a pelo, vestiti, piccole suppellettili lasciati lì per necessità di viaggiare veloci, senza pesi.
Nella notte tra domenica 25 e lunedì 26 luglio quasi quattrocento ragazzi, in buona parte sudanesi sono partiti, usando il fiume come strada. Quando si sono affacciati sulla statale sono stati gasati ed hanno ripreso la marcia nel fiume, prendendo alla sprovvista la polizia, che li ha persi di vista. Troppo pericoloso seguirli nell’acqua.
Più tardi si sono divisi. Alla frazione Calvo una cinquantina si sono fermati a Torri, la maggior parte ha proseguito verso Olivetta San Michele e il valico di Fanghetto.

Molti hanno bucato la frontiera, circa 150 sono ancora nascosti nei boschi.
Martedì mattina è arrivato dalla Francia un pullman pieno di ragazzi rastrellati oltre l’impalpabile linea che divide il dominio degli uni e degli altri .

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Stefano Bertolino, videomaker freelance collaboratore di Fanpage, che sta seguendo i migranti.

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Turchia. Dal Pride alla marcia per la giustizia

Il Pride in Turchia si fa da 15 anni. Quest’anno, per la seconda volta consecutiva, il governo ha vietato il corteo.
Anche quest’anno il movimento glbti ha sfidato Erdogan scendendo in piazza in barba ai divieti. D’altra parte il primo Pride fu una sommossa, da cui tanti percorsi di libertà presero avvio.

I manifestanti hanno provato ad entrare a Taksim, ma la piazza era chiusa dall’antisommossa, che appena la folla è cresciuta sono entrati in azione.

La polizia ha usato proiettili di gomma e idranti per disperdere il corteo arcobaleno. Diverse decine di attivisti sono stati feriti. 35 le persone, tra cui un giornalista dell’Associated Press, sono state arrestate. Probabilmente potrebbero essere rilasciate nelle prossime ore.

In questi stessi giorni ha preso avvio una marcia per la giustizia e la libertà, diretta a piedi da Ankara a Istanbul.
La marcia è stata promossa dal CHP, il partito socialdemocratico, per protestare per l’arresto di Enis Berberoglu, deputato del partito, arrestato nei giorni scorsi.
Berberoglu è stato rinchiuso in carcere dopo una condanna in primo grado a 25 anni per “rivelazione di segreto di stato”. La sua colpa è aver collaborato all’inchiesta del quotidiano Cumhuriyet che pubblicò un reportage sui tir dei servizi segreti turchi, che, nel 2014, trasportavano armi dirette agli insorti dell’ISIS in Siria.
Con lui salgono a 12 i deputati imprigionati in Turchia nell’ultimo anno. Gli altri 11 fanno parte del Partito Democratico dei Popoli, la formazione che in Turchia ha promosso, dall’interno delle istituzioni, il Confederalismo Democratico, ottenendo sia l’ingresso al Parlamento, sia un buon successo nelle regioni curdofone.
La repressione violentissima scatenata negli ultimi due anni nel sud est del paese, ha portato alla destituzione e all’arresto di numerosi sindaci e cosindaci.

La marcia per la giustizia si sta allargando di tappa in tappa: cresce giorno dopo giorno e raccoglie adesioni ben oltre il bacino di consenso dei socialdemocratici turchi.
Ormai sono migliaia le persone in marcia che hanno affrontato anche il freddo e la neve, attraversando le montagne e poi proseguendo lungo l’autostrada.
Ora è diventata una spina nel fianco di Erdogan, che ha più volte minacciato i partecipanti di passare la parola alla polizia.

Ascolta la diretta di Blackout con Murat Cinar, videomaker, giornalista di origine turca, che vive da molti anni a Torino.

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Dall’attacco allo sciopero nei trasporti al G7 lavoro

La buona riuscita dello sciopero di trasporti e logistica di venerdì 16 giugno ha suscitato un ampio coro di proteste. Ha dato il “la” il segretario del PD Matteo Renzi, che chiede un’ulteriore stretta sul diritto di sciopero nel servizio pubblico, non pago del fitto reticolo normativo che lo imbriglia da anni.
Le ragioni dello sciopero scompaiono di fronte alla canea politica che si è scatenata negli scorsi giorni.
La questione è chiara. Chi lavora nei trasporti e nella logistica può fare davvero male al padrone. Il governo e la sua opposizione in parlamento mirano a dividere il fronte di lotta, moltiplicando le gabbie normative.

L’info di radio Blackout ne ha parlato con Stefano della CUB.
Ascolta la diretta

É stata l’occasione per riflettere sulle prospettive di lotta in un contesto che rende sempre più difficile essere efficaci e rispettare le regole. Spezzare le gabbie imposte dai governi è condizione indispensabile al moltiplicarsi di lotte che obblighino il governo a battere in ritirata.

Il prossimo G7 del lavoro, previsto a Torino dal 26 settembre a 1 ottobre, sarà un interessante banco di prova per il sindacalismo di base, autogestionario e conflittuale. Un appuntamento importante per tutti.
Ieri si è tenuto in Prefettura un vertice sulla sicurezza cui ha preso parte il ministro dell’Interno Marco Minniti. La proposta di spostare altrove il G7 è stata al momento respinta.
Il vertice si svolgerà solo alla reggia di Venaria, mentre la location al Lingotto è stata cancellata. Il timore di una insorgenza sociale spaventa sia il governo del paese, sia quello della città.

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I berberi del Rif come i Cabili?

Sono passati 16 anni dalla rivolta che scosse la Cabilia, la regione algerina abitata da popolazioni di lingua e cultura berbera.

La rivolta scattata nel Rif marocchino da maggio, che qualcuno ha paragonato a quella del 2011 in Tunisia, pare invece l’eco di quella algerina di inizio secolo.

Il Rif è la regione più povera e ribelle del regno del Marocco. All’inizio del secolo scorso Abd-el-Krim al Chattaabi, guidò una rivolta berbera, che tenne in scacco per anni le due Francia e Spagna.

Regione montuosa del nord del paese, è una delle parti più povere del regno di Mohammed VI, dove la rivolta cova sotto le ceneri.

La scintilla della rivolta è stata la morte di un venditore abusivo di pesce, stritolato intenzionalmente nel camion dell’immondizia nel quale era stato gettata la merce che gli era stata sequestrata. L’uomo aveva sfidato le autorità a macinarlo con il pesce ed è stato accontentato.
Le immagini di questa morte crudele e ingiusta hanno innescato una rivolta che dura.

I rivoltosi non hanno un progetto politico e sociale di vasto respiro. Le lotte si dipanano intorno ad alcuni obiettivi precisi: lavoro, centri culturali, scuole, fine della corruzione e della disoccupazione.
Obiettivi che rendono simile questa rivolta del Rif alla lotta dei berberi della Cabilia che, abbandonate aspirazioni stataliste, diedero vita a percorsi di autonomia e federalismo.

L’info di radio Blackout ne ha parlato con Karim Metref, un torinese di origine cabila.

Ascolta la diretta

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Cacerolazo contro la guerra ai poveri, i comitati razzisti, gli sgomberi a 5 Stelle

Nelle ultime settimane i “comitati spontanei” di destra hanno lanciato l’offensiva contro le baraccopoli di via Germagnano e strada dell’Aeroporto
Lunedì 19 giugno i fascisti e i comitati si erano dati apppuntamento di fronte al comune per chiedere lo sgombero dei campi rom.
In prima fila Forza Nuova e Casa Pound con i loro alias, “Noi di Barriera” e “Torino ai torinesi”. Dietro il coordinamento Torino Nord, vicino al Movimento Cinque Stelle, il comitato del nuovo assessore all’ambiente Alberto Unia, che ha accompagnato i razzisti quando si sono spostati in Prefettura.
Sull’angolo di una piazza pesantemente militarizzata, un cacerolazo rumoroso di antirazzisti e anarchici ha accolto con slogan, casseruole, fischietti e numerosi interventi chi da settimane sta alimentando la guerra ai poveri, il razzismo e l’aria di pogrom. In prima fila lo striscione “i rom torinesi come noi”. Una verità banale che, scritta su un pezzetto di stoffa, suscita reazioni sdegnate e stizzite tra chi vorrebbe alimentare il mito della irriducibile e criminale differenza dei rom.
Immorali, ladri, rapitori di bambini, da eliminare. Breve è il passo dall’invettiva all’attacco diretto, alla violenza, ai roghi di baracche, ai pestaggi.
Poco importa che i veri ladri di bambini siano le istituzioni che li portano via ai poveri. Poco importa che le irruzioni, controlli, fogli di via segnino le vite dei più piccoli in maniera indelebile.
Poco importa che nessuno scelga la povertà.
Poco importa che lo Stato italiano da decenni abbia puntato sulla finzione dei “campi sosta” per una popolazione che non è più nomade da generazioni. La fine del nomadismo ha coinciso con la fine dei mestieri tradizionali, ormai residuali in una società dell’usa e getta.
Ma c’è anche chi non ci sta, chi si mette di mezzo, chi resiste ai fascisti e ai dispositivi di marginalizzazione istituzionali, che contribuiscono, sotto una leggera maschera

buonista, al perpetuarsi dello stereotipo alle radici dell’antitsiganismo.
Da un balcone qualcuno ha deciso di rinfrescare le idee dei razzisti, tirando qualche secchiata d’acqua sui piccoli duci torinesi e i loro camerati, che, nonostante la calura non hanno gradito la doccia.
Il fragore delle pentole sommerge gli slogan razzisti.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Emilio, uno dei partecipanti al presidio antirazzista antifascista. Dal suo intervento emerge la difficoltà a superare lo stigma che investe i rom, uno stigma tanto potente, radicato e forte da permeare anche ambiti di movimento che praticano quotidianamente l’opposizione al razzismo, alla pulizia etnica, alla criminalizzazione di interi gruppi sociali ed etnici.

Una chiara lettura di classe fatica ad emergere. Una questione sulla quale è lecito interrogarsi dopo i tanti episodi di violenza fascista e istituzionale contro i rom delle baraccopoli, che si sono susseguiti negli ultimi anni.

Qui il volantino distribuito in piazza dalla Federazione Anarchica Torinese

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I fascisti vogliono la pulizia etnica di rom, immigrati e poveri. Fermiamoli!

Lunedì 19 giugno
ore 15,30 / 18,30
Cacerolazo antifascista antirazzista
in via Garibaldi angolo piazza Palazzo di città contro il presidio dei fascisti di Forza Nuova e dei Comitati razzisti

Sabato 17 giugno
ore 10,30 / 13 punto info itinerante tra il Balon e San Pietro in Vincoli contro sgomberi, razzismo e attacchi fascisti alle baraccopoli di via Germagnano e strada
dell’Aeroporto.

Una Barriera antifascista e antirazzista
Tira una brutta aria a Torino. Nelle ultime settimane i “comitati spontanei” di destra hanno animato presidi ed attacchi contro i rom.
La maggior parte vivono nelle baraccopoli ai margini della città. Quasi sempre in condizioni terribili. Niente acqua, riscaldamento, luce. Lampadine e televisori sono alimentati da generatori di corrente, quando ci sono i soldi per la benzina. Nelle stufe si brucia quel che si trova.
Ogni giorno all’alba dalla baracche esce gente che gira sino al tramonto per trovare nei bidoni dell’immondizia qualcosa da vendere nei mercati del sabato e della domenica. Pochi fortunati hanno un lavoro – elettricista, badante, addetto alle pulizie – ma nessuno affitta loro una casa.
Ogni giorno escono anche bambini e ragazzini con le cartelle per andare a scuola.
I fascisti di Casa Pound, sotto l’esile travestimento di comitato “Noi di Barriera”, provano a cavalcare il disagio della gente della zona per i fuochi che si levano dal campo di via Germagnano.
Nel mirino dei comitati i “fumi” dei falò accesi per liberare dalle loro guaine i fili di rame. Pochi sanno che i rottamatori di rame sono lavoratori in nero sfruttati da italianissimi imprenditori che si arricchiscono con il loro lavoro.
In questa zona ci sono fabbriche che emettono fumi che olezzano di uova marce, ma la destra punta l’indice contro i rom della baraccopoli.
I poveri che vivono riciclando e vendendo quello che trovano tra i rifiuti sono i capri espiatori ideali, in una delle città più inquinate d’Europa.
Sappiamo bene che quei fumi danneggiano la salute. Ma sappiamo guardare la luna e non il dito che la indica. L’inceneritore di Torino ogni giorno brucia immondizia e produce diossina, rifiuti tossici e filtri da smaltire. Il Comune di Torino potrebbe puntare sul riuso, il riciclo, la riduzione a zero dei rifiuti, chiudendo inceneritori e discariche. Ma sceglie il business.
La salute dei torinesi non interessa né al governo cittadino né a quello regionale, che da anni fa tagli alla spesa sanitaria.

I fascisti soffiano sul fuoco per scatenare la guerra tra poveri, perché chi fatica a vivere nelle nostre periferie non trasformi il disagio in guerra sociale, in lotta contro lo sfruttamento, l’oppressione, il dominio. Contro i padroni che ci rubano la vita e la salute ogni giorno della nostra vita.
Sabato scorso i fascisti hanno provato a scendere in via Germagnano. La gente delle baracche e gli anarchici li hanno fermati. La polizia ha spintonato e minacciato le famiglie, i bambini, dando copertura ai fascisti.
La violenza razzista era evidente. La gente non ha mollato. “Vergogna! Vergogna!” gridavano tutti.

I fascisti di Forza Nuova martedì 6 giugno, protetti dalla polizia hanno lanciato fiaccole sulle baracche del campo di strada dell’Aeroporto, facendo scoppiare incendi e seminando il panico tra le famiglie della baraccopoli, fuggite nella notte in mezzo ai rovi. Una bambina di tre anni è stata trovata solo dopo tre ore di affannose ricerche tra il buio e le urla razziste.
Il comitato “Torino ai torinesi” sta facendo leva sulla famiglia di Oreste Gianotto, morto lo scorso anno in un incidente in cui era coinvolta una ragazza del campo. Una vicenda dolorosa che, ad un anno di distanza, viene usata per invocare la pulizia etnica. La ragazza dopo un’ora dall’incidente si costituì alla polizia.
Ai fascisti non basta. Per loro la responsabilità è collettiva, perché gli abitanti del campo sono considerati “naturalmente criminali”. I triangoli neri erano messi sulle giacche dei rom e dei sinti mandati a morire nei lager razzisti. La logica è la stessa. I fascisti vogliono il pogrom, le fiamme, come alla Continassa e in via Vistrorio anni fa.
Appendino non ha – ancora – trovato i soldi per imitare Fassino, che sgomberò il campo di lungo Stura Lazio, spendendo cinque milioni di euro per la sua famelica corte di associazioni e cooperative del “sociale”.

I fascisti puntano il dito sulla giunta pentastellata, colpevole di non aver mantenuto la promessa di sgomberare le baraccopoli rom della città.
In realtà, da diversi mesi, è in corso uno sgombero strisciante dell’area, posta sotto sequestro dalla magistratura, perche dopo decenni di discariche legali ed abusive, la responsabilità dell’inquinamento viene rovesciata sugli ultimi arrivati, i rom immigrati dalla Romania.
Appendino gioca sul ricatto, la divisione, la paura. Ogni due o tre settimane scattano retate improvvise, con fogli di via e deportazioni dei senza documenti: le baracche degli esiliati vengono abbattute.
Agli altri raccontano la favola che se non protestano verranno risparmiati. In questi giorni Appendino ha nominato assessore “all’ambiente” Unia, uomo dei “Comitati”, per gettare in strada uomini, donne e bambini.

I rom sono nostri vicini di casa, gente della Barriera. Sono più poveri di tanti altri ma come tutti vorrebbero una casa e una vita migliore. Non hanno scelto le baracche e i bidoni dell’immondizia. I fascisti vogliono i roghi, vogliono la pulizia etnica. Il prossimo lunedì saranno di nuovo in piazza.

Fermiamo la guerra ai poveri, ai rom, agli immigrati!

Fermiamo i comitati razzisti!

Fermiamo lo sgombero a Cinque Stelle!

Casseruolata antifascista e antirazzista
in via Garibaldi angolo via Palazzo di città
lunedì 19 giugno
dalle ore 15,30 alle 18,30

Federazione Anarchica Torinese
corso Palermo 46
riunioni, aperte agli interessati, ogni giovedì alle 21

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Aggredito e mutilato. L’Italia vuole espellerlo

Una domenica come tante al parco Lambro. Un giovane salvadoregno con gli zii da cui abita da un anno sta passando lì la giornata. Aggredito da un ubriaco con una bottiglia rotta viene ferito molto gravemente: perde un occhio e dovrebbe sottoporsi a diversi interventi di chirurgia per sostituire il bulbo con una protesi. Lo Stato italiano non è d’accordo. Il ragazzo, entrato in Italia con visto turistico ed ospite dagli zii, è un clandestino senza documenti.
Nei suoi confronti viene disposto l’allontanamento coatto. In attesa del ricorso dei suoi legali, deve firmare due volte al giorno. Se verrà deportato non potrà essere essere operato.

Una vicenda che colpisce per la ferocia burocratica dello Stato che si accanisce contro una persona mutilata, bisognosa di cure.
Un clandestino, un uomo illegale, non ha diritti, né protezione, è solo un vuoto a perdere di cui disfarsi senza esitare.

La sua vicenda tuttavia ci ricorda che non c’è nessun modo legale di vivere nel nostro paese, quando scadono i permessi per studio o vacanza o quando si perde un lavoro regolare. Per molti immigrati la clandestinità è la norma, non l’eccezione.

L’unico modo di entrare in Italia con le carte è avere già in tasca un contratto di lavoro, firmato all’ambasciata italiana del proprio paese. Ovviamente nessuno lo ottiene mai: da anni i decreti flussi – sanatorie mascherate – non vengono fatti. Invece il governo moltiplica i dispositivi di controllo e repressione, fa accordi di rimpatrio, per il trattenimento in prigioni in Ciad, Libia, Niger. È l’esternalizzazione della guerra ai poveri, che rischiano morte, torture, sequestri e stupri. Da mesi si moltiplicano le deportazioni dirette con i paesi con cui l’Italia ha stretto accordi.

L’info di radio Blackout ne ha parlato con Eugenio Losco, avvocato che da anni segue migranti e oppositori sociali.

Un’occasione per fare il punto sull’iter applicativo delle nuove leggi sulla sicurezza urbana e l’immigrazione.
A Milano il sindaco e il prefetto stanno mettendo a punto un piano che fisserà alcune zone rosse urbane, principalmente quelle della movida meneghina, dove la mancanza di “decoro” dei poveri non verrà tollerata.

A Torino Appendino ha calato la sua carta contro la “movida molesta”, un bel regalo ai localini di San Salvario, del quadrilatero e di piazza Vittorio. I negozietti, i kebabbari, le gastronomie non potranno più vendere birra dopo le 20. Chi, senza troppi soldi, si prendeva due birrette da asporto da consumare con gli amici, sarà obbligato a portarsele calde dalle periferie dove il decreto non vale.

Ascolta la diretta con Eugenio

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Fermati i fascisti al campo rom. Cariche e fermi

Torino, 10 giugno. Casa Pound da mesi tenta di sbarcare in Barriera di Milano.
Il comitato “Noi di Barriera” è l’esile travestimento che usano per tentare di guadagnarsi un posto nel pulviscolo dei comitati delle tante anime della destra cittadina.
In autunno ci provarono nella zona del mercato di piazza Foroni ma rimediarono una magra figura e furono obbligati ad andarsene con la coda tra le gambe.

Casa Pound prova ora a cavalcare il disagio della gente di Barriera Nord per i fuochi che ogni tanto si levano dal campo. Da anni, in questa zona dove ci sono numerose fabbriche che emettono fumi che olezzano di uova marce, la destra punta l’indice contro i rom della baraccopoli di via Germagnano.

I poveri che vivono riciclando e vendendo quello che trovano tra i rifiuti sono i capri espiatori ideali, in una delle città più inquinate d’Europa.

Sul ponte sulla Stura intorno alle 16 ci sono una quarantina di fascisti con tricolori.
Dall’altro lato della strada alcuni abitanti del campo monitorano la situazione.
La polizia chiude dai due lati corso Vercelli per consentire ai fascisti di attraversare la strada per scendere in via Germagnano. Il piccolo duce torinese, Racca, si esibisce davanti alla telecamera di un camerata, lamentando un inesistente blocco della polizia. I fascisti cominciano a scendere.

In via Germagnano sale la rabbia degli abitanti che mettono due auto di traverso. Poi un gruppo di anarchici della FAT con lo striscione “I rom: torinesi come noi” si muovono per fermare i fascisti assieme ad alcune famiglie del campo. La celere guidata dalla digos scende di corsa e fa una breve carica. Qualche colpo di scudo, insulti e minacce per anarchici e famiglie. Tantissimi i bambini e i ragazzini.
La violenza razzista è evidente. La gente non molla. “Vergogna! Vergogna!” gridano tutti. La tensione è molto alta. Poi le solite associazioni “amiche dei rom” e finanziate dall’amministrazione cittadina diffondono ad arte la falsa notizia che tutto era a posto e la gente poteva tornare a casa. Qualcuno si allontana, diversi ragazzi invece restano. I fascisti non passano.
Casa Pound, andandosene, ha lasciato lo striscione sul ponte. In un batter d’occhio lo striscione viene strappato. Tre compagni vengono fermati, minacciati dalla polizia che solidarizza con un paio fascisti accorsi nel frattempo. Arriva qualche solidale. I compagni vengono rilasciati.

Casa Pound sta cercando di sottrarre a Fratelli d’Italia l’iniziativa razzista contro i campi rom. Devono fronteggiare la concorrenza di Forza Nuova, che martedì 6 giugno, protetta dalla polizia ha lanciato fiaccole sulle baracche del campo di strada dell’Aeroporto, facendo scoppiare incendi e seminando il panico tra le famiglie della baraccopoli, fuggite nella notte in mezzo ai rovi. Una bambina di tre anni è stata trovata solo dopo tre ore di affannose ricerche tra il buio e le urla razziste.
Il comitato “Torino ai torinesi” sta facendo leva sulla famiglia di Oreste Gianotto, morto lo scorso anno in un incidente probabilmente provocato da un’abitante del campo, poi costituitasi alla polizia.
Una vicenda dolorosa che, ad un anno di distanza, viene usata per invocare la pulizia etnica. La responsabilità è collettiva, perché gli abitanti del campo sono considerati “naturalmente criminali”. I triangoli neri erano messi sulle giacche dei rom e dei sinti mandati a morire nei lager razzisti. La logica è la stessa. I fascisti vogliono il pogrom.

I fascisti puntano il dito sulla giunta Appendino, colpevole di non aver mantenuto la promessa di sgomberare le baraccopoli rom della città.

In realtà, da diversi mesi, è in corso uno sgombero strisciante dell’area, posta sotto sequestro dalla magistratura, perche dopo decenni di discariche legali ed abusive, la responsabilità dell’inquinamento viene rovesciata sugli ultimi arrivati, i rom immigrati dalla Romania.

Appendino attua uno sgombero strisciante, giocando sul ricatto, la divisione, la paura.
Ogni due o tre settimane scattano retate improvvise, vengono distribuiti fogli di via e qualche deportazione, mentre le baracche degli esiliati vengono abbattute.
Agli altri raccontano che se non protestano verranno risparmiati.

Appendino non ha trovato i soldi per imitare Fassino, che sgomberò il campo di lungo Stura Lazio, spendendo cinque milioni di euro per la sua famelica corte di associazioni e cooperative del “sociale”.
Ma ai fascisti non basta. Vogliono i roghi e preparano nuove iniziative.

Lunedì 12 giugno ore 21
assemblea antirazzista e antifascista nei locali di radio Blackout in via Cecchi 21A.

Mercoledì 14 giugno ore 10,30
volantinaggio al mercato di via Porpora

Sabato 17 giugno ore 10,30 / 13 punto info itinerante tra il Balon e San Pietro in Vincoli

www.anarresinfo.noblogs.org

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Vaccini, complotti, salute, soldi

La decisione del governo di imporre la vaccinazione ai bambini con un decreto legge diventato operativo in questi giorni ha il sapore di un intervento a gamba tesa, che ben lungi dallo sconfiggere una delle tante versioni della teoria del complotto, contribuisce paradossalmente a rinforzarla.
Molti, anche tra coloro che non hanno una posizione antivax, hanno puntato il dito sulla ministra Lorenzin, considerata alleata delle Big Pharma nel business dei vaccini.
Come vedremo il core business di Big Pharma sono le malattie e non la prevenzione. Il vaccino contro l’epatite rende tre dollari, i medicinali per curare la malattia tra i 30 e i 40 dollari.
Resta il fatto che la formulazione del decreto è estremamente violenta. Se ogni imposizione di Stato è in se intollerabile, il ricatto sulla scuola e la minaccia di togliere i figli ai genitori inadempienti lo è più del consueto.

In questa vicenda si intrecciano più piani di riflessione, che abbiamo tentato di separare sul piano analitico, pur rendendoci conto che l’intrico è difficile da dipanare.

Chi sostiene che in ballo ci sia la libertà di cura non considera che i vaccini vengono fatti a bambini molto piccoli che non possono valutare rischi e vantaggi individuali e collettivi della pratica vaccinale.
Affidare ai genitori o allo Stato la decisione appare la classica scelta tra la padella e la brace.
Non solo. La pratica vaccinale inerisce una nozione i cui confini sono spesso difficili da individuare: la “salute pubblica”.
La libertà di non vaccinare i propri figli non solo li espone al rischio di contrarre gravi malattie ma espone tutti quelli che non possono essere vaccinati allo stesso rischio. Bambini affetti da gravi patologie non possono essere vaccinati, nei due terzi più poveri del pianeta ci sono milioni di bambini e adulti non vaccinati che potrebbero contrarre la malattia.
Risolvere la questione a colpi di decreti e imposizioni non è certo un buon modo per favorire il diffondersi di un’attitudine critica verso le mille teorie del complotto che spiegano tutto, senza farci capire nulla.
Lorenzin è la ministra del fertility day: il suo decreto rischia di avere il solo significativo effetto di far crescere il consenso al partito dei complotti, il M5S. Chi la può ritenere credibile quando impone la vaccinazione obbligatoria? Va da se che nessuno le proporrebbe di fare una seria campagna informativa sui vaccini. Chi ha visto gli spot del fertility day si potrebbe piegare dalle risate.

Resta il fatto che l’informazione è il nodo da sciogliere. Possiamo, grazie ad una rete di medici, ricercatori e studiosi che non si piegano né ai dicktat del governo, né alle pressioni di Big Pharma, né alle fantasie complottiste, costruire dal basso uno sguardo critico sulla nostra salute, sulla necessità di spezzare il legame tra business e benessere, lottare per l’eliminazione della proprietà intellettuale, batterci per un’educazione sanitaria diffusa.

La crescente sfiducia nelle istituzioni sanitarie, scosse da continue inchieste su ruberie, furti, malasanità, contribuisce ad accrescere la diffidenza verso la ricerca scientifica tout court. Questa sfiducia spesso investe anche chi lavora nella ricerca, spesso senza sovvenzioni né pubbliche né private.
La nostra salute, la salute di chi non ha soldi o ne troppo pochi per garantirsela, non interessa ai governi che si sono secceduti in questi anni. I continui tagli che hanno messo in ginocchio il circuito sanitario statale ne sono la prova. La scelta di aumentare la spesa di guerra è invece il segno che le risorse ci sono ma i vari esecutivi hanno preferito impiegarle per le imprese di morte, piuttosto che per la vita di noi tutti.

Il diffondersi della pratica vaccinale ha portato alla scomparsa di una malattia grave e mortale come il vaiolo. Lo stesso risultato è a portata di mano per difterite e poliomelite. Peccato che i movimenti no vax stiano mettendo a rischio questo obiettivo.
Paradossalmente il senso di sicurezza dovuto al successo della vaccinazione di massa, apre le porte al diffondersi di teorie che la suppongono inutile e dannosa.

Il vaccino tutela chi lo fa, perché impedisce l’insorgere della malattia, tutela anche i bambini immunodepressi e quelli che rischiano di sviluppare reazioni autoimmuni, che non possono essere vaccinati. Se i bambini sani sono vaccinati, quelli immunodepressi non rischiano di infettarsi.

Questa verità banale è oggi messa in discussione da un numero crescente di genitori che negli ultimi anni hanno deciso di non vaccinare i propri figli, perché spaventati dalla marea di informazioni diffuse in salsa simil scientifica in rete.
Chi naviga in internet e sceglie di fare un viaggio nel pianeta dei vaccini, scopre che più del 70% dei siti, pagine facebook, blog sono no vax, solo il 30% è favorevole.
É quindi ovvio che proprio chi vuole informarsi il più possibile nell’interesse dei propri figli, incappando in questa vera onda anomala antivax, finisca con il nutrire dubbi sull’opportunità di vaccinare i propri bambini.

Un buon metodo per orientarsi è prestare attenzione al fatto che in genere i no vax trovano spazio nelle pagine gestite dai numerosi complottisti che popolano il web.

Altro buon metodo è parlare con gli studiosi, i ricercatori, che fanno il loro lavoro avendo ben chiaro il ruolo delle Big Pharma, dello Stato e dei complottisti.

L’info di Blackout ne ha parlato con Ennio Carbone, un compagno che in passato è stato sentito più volte sul ruolo delle Big Pharma, il diffondersi delle epidemie, i poveri che muoiono di malattie curabili, la ricerca scientifica nel nostro paese.

Qui altri approfondimenti:

“Big Pharma. Affari o salute?”

“Ebola e Big Pharma”

“Il prezzo della vita. Come si vive e come si muore di sanità”

“Business e salute. Il giallo dei vaccini”

Ennio è Professore Ordinario di Patologia Generale all’Università della Magna Grecia

Adjunct Senior Lecturer presso il Dipartimento di Microbiologia, e Biologia Cellulare e dei Tumori (MTC) Karolinska Institutet, Stoccolma , Svezia.

Fa parte del Consiglio Direttivo Nazionale della Società Italiana di Immunologia, Immunologia Clinica ed Allergologia.

A lui abbiamo rivolto alcune semplici domande.

Come funziona il sistema immunitario?

Quali e quante sono le reazioni avverse ai vaccini?

A chi non devono essere fatti i vaccini? Anche agli immunodepressi o a quelli che sviluppano reazioni atopiche verrà imposta la vaccinazione?

Cos’è l’immunità di comunità?

Perché è calato il grado di vaccinazione in Europa?

Big Pharma e il business dei vaccini. Quali interessi sono in ballo?

Ascolta la diretta con Ennio

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Antimilitaristi in corteo. Cronaca di una giornata di lotta a Torino

Ogni anno il due giugno lo Stato italiano festeggia se stesso con parate e cerimonie militari. Uomini e mezzi sfilano con meccanica precisione, la meccanica precisione delle guerre moderne, tutte lontane, tutte umanitarie, tutte combattute per qualche principio scritto in solenni dichiarazioni sui diritti universali. Ogni due giugno gli antimilitaristi si mettono di mezzo per contrastare la retorica nazionalista, la ferocia bellica messa in mostra tra lustrini e divise tirate a lucido.

A Torino l’appuntamento era in piazza Statuto di fronte al monumento ai costruttori del Frejus, dove, dopo un breve climbing, è stato appeso uno striscione con la scritta “profughi annegati = omicidi di Stato”. Nella fontana sottostante e nel prato i fantocci di bimbi, abiti, scarpe, qualche giocattolo.

Poi si parte alla volta di piazza Castello, dove si terrà la cerimonia militarista. La polizia blocca l’accesso a via Cernaia: gli antimilitaristi imboccano via Garibaldi. Prima di corso Palestro, mentre gli uomini della polizia tentennano, viene immediatamente improvvisato un check point che chiude la strada per qualche decina di minuti.
Musica, interventi e slogan raccontano a chi passa che i militari nelle strade, la caccia ai senza documenti, il daspo per i poveri sono la normalità nella nostra città.
La strada è gremita di gente, che ascolta e legge. Sul furgone ci sono due striscioni “Daspo urbano, fogli di via: il fascismo ha il volto della democrazia”, “No a tutti gli eserciti”. In testa gli antimilitaristi hanno aperto lo striscione “Contro tutti gli eserciti per un mondo senza frontiere”.
Armati di telecamera di cartone e microfono finto alcuni compagni intervistano i passanti sulla guerra, il militarismo, le parate militari. Grande successo di critica e di pubblico: qualcuno fa anche ciao.

Si gira in piazza Palazzo di Città, dove di fronte al Comune viene appeso uno striscione con la scritta “L’alternativa è Chiara: polizia, tribunali, sgomberi… guerra ai poveri”. Un messaggio per la giunta a 5 Stelle che sta cementificando e militarizzando la città.
Un aereo e un carro armato vengono donati ad Appendino che si è più volte vantata per l’eccellenza piemontese nell’industria aerospaziale di guerra.
Un nuovo check point chiude l’intera piazza, mentre poco più in là sta per cominciare la cerimonia militarista.
Il corteo prosegue per piazza Castello. La polizia in assetto antisommossa si schiera e blocca tutti i lati di piazza Corpus Domini. Il fronteggiamento dura a lungo. Gli antimilitaristi gridano “Fuoco, fuoco al tricolore!”, “Mio nonno disertore me l’ha insegnato l’uomo finisce dove comincia il soldato”, “Gli unici stranieri, gli sbirri nei quartieri”.
I poliziotti si calano il casco, imbracciano i manganelli. Seguono lunghi minuti di tensione. A lato i compagni di Novara si schierano di fronte alla polizia con lo striscione contro gli F35.
La cerimonia in piazza Castello si chiude in fretta e furia, il corteo approda in piazza Castello, gremita di gente.

Anche quest’anno la cerimonia militarista è stata disturbata dai senzapatria, che con un corteo comunicativo si sono guadagnati la piazza, obbligando i militari a celebrare di corsa i propri riti.

Dopo il corteo gli antimilitaristi hanno raggiunto la Taz al Parco Michelotti, dove un compagno sardo ha raccontato le lotte contro le basi e i poligoni nell’isola. Ne è seguito in vivace dibattito.
In autunno a Torino si svolgerà nuovamente il “Defence and aerospace meeting”, la mostra dell’industria bellica aerospaziale.
Gli antimilitaristi stanno preparando una degna accoglienza ai produttori e ai mercanti di morte.

Di seguito il volantino distribuito al corteo:

“Contro tutti gli eserciti
Per un mondo senza frontiere

L’Italia è in guerra. A pochi passi dalle nostre case si producono e si testano le armi impiegate nelle guerre di ogni dove.

Le usano le truppe italiane nelle missioni di “pace” all’estero, le vendono le industrie italiane ai paesi in guerra. Queste armi hanno ucciso milioni di persone, distrutto città e villaggi, avvelenato irrimediabilmente interi territori.

All’Alenia di Caselle Torinese oltre ad un nuovo lotto di cacciabombardieri Eurofighter, da quest’anno produrranno anche droni da combattimento.

La spesa di guerra è 68 milioni di euro al giorno. Pensateci quando aspettate sei mesi una visita specialistica. Pensateci quando aspettate da decine di minuti l’autobus.

L’Italia è in guerra. Truppe italiane sono in Afganistan, in Iraq, in Val Susa, nel Mediterraneo e nelle strade delle nostre periferie, dove i nemici sono i poveri, gli immigrati, i senza casa, chi si oppone ad un ordine sociale feroce.
Il ministro dell’Interno Minniti ha promosso una legge sulla sicurezza urbana che prevede il daspo, il divieto ai senza casa, senza lavoro, senza documenti di vivere in certi quartieri. Un nuovo capitolo della guerra ai poveri, che saranno puniti perché dormono su una panchina o occupano una casa.

Ogni giorno qualcuno muore nel Mediterraneo. Nei prossimi mesi ne moriranno di più: il governo ha deciso di mettere sotto controllo le navi dei volontari che assistono i migranti sui barconi. Presto guardia costiera e militari imporranno la loro presenza sulle imbarcazioni. A chi non ci sta verrà vietato di approdare in Italia.

L’Italia è in guerra. Ma il silenzio è assordante.
La retorica sulla sicurezza alimenta l’identificazione del nemico con il povero, mira a spezzare la solidarietà tra gli oppressi, perché non si alleino contro chi li opprime.
La retorica della sicurezza alimenta l’immaginario della guerra di civiltà, della paura della Jihad globale, mentre il governo italiano è alleato di paesi che finanziano chi semina il terrore.

Chi promuove guerre in nome dell’umanità paga il governo libico e quello turco, e presto anche quelli di Niger e Ciad, perché i profughi vengano respinti e deportati.

Il silenzio è assordante. Il pensiero sulla sicurezza – lo stesso a destra come a sinistra – sembra aver paralizzato l’opposizione alla guerra, al militarismo, alla solidarietà a chi fugge persecuzioni e bombe.

Nel silenzio dei più c’è chi decide di mettersi di traverso, di sabotare le antenne assassine di Niscemi, di battersi contro le fabbriche d’armi, di fermare le esercitazioni di guerra, di aprire ed abbattere le frontiere, di gridare forte il proprio disgusto per la patria e il nazionalismo.

Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, soldati per le strade.

assemblea antimilitarista”

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