Una riflessione sul movimento dei forconi, sui blocchi degli autotrasportatori, sulla debolezza del modello di relazioni economiche e sociali nel quale siamo immersi.
Bastano pochi giorni di stop nel trasporto su gomma e niente funziona più: le nostre vite sono ingranaggi di una macchina che non controlliamo e non possiamo controllare, ma che ci conduce alla catastrofe ambientale, sociale, politica.
Tra luci ed ombre un movimento popolare ampio e complesso.
Ne abbiamo parlato con Alberto La Via di Trapani.
L’Italia delle baracche, delle seconde case e delle occupazioni abitative
I primi dati emersi dal censimento Istat fotografano un paese che in 10 anni è diventato più povero.
Mentre era in corso la conferenza stampa di presentazione del sondaggio decennale, in strada i precari dell’Istat, che avevano lavorato per il censimento, protestavano per essere assunti in modo stabile.
In questi dieci anni sono più che triplicate le famiglie residenti in Italia che dichiarano di abitare in baracche, roulotte, tende o abitazioni simili: 71.101 contro le 23.336 del 2001. Ma la cifra reale è certamente superiore: tanti, specie gli immigrati senza carte, restano invisibili.
Non è invece un paradosso, ma il contraltare speculare di questa “precarietà abitativa”, il fatto che nello stesso periodo il numero delle case “censite” (come sappiamo ce ne sono almeno un paio di milioni “clandestine”) sia aumentato dell'11%.
Ci sono 14.176.371 edifici (dalle palazzine alle ville unifamilairi), l'11% in più rispetto al 2001; mentre gli appartamenti sono 28.863.604, di cui 23.998.381 occupate da residenti (83%), mentre il resto sono “seconde” o terze case, o immobili sfitti. Queste ultime, rispetto al precedente censimento, sono aumentate un po' meno: solo del 5,8%. In pratica, dunque, abbiamo un aumento delle abitazioni molto più alto di quello della popolazione (la variazione positiva è data soltanto dall'immigrazione), ma al tempo stesso triplicano coloro che vivono in alloggi di fortuna, homeless veri e propri, anche se non clochard. Lavoratori poveri, in genere, che non si possono permettere l'affitto e tantomeno il mutuo.
Anarres ne ha parlato con Francesco Carlizza
scarica l’audio
Emilia di Parma ha invece raccontato dell’ultima occupazione nelle città emiliana, la trentesima in dieci anni. Qualche settimana fa alcune famiglie erano state sgomberate da uno stabile di via Bengasi: le stesse famiglie, coadiuvate dalla Rete Diritti in Casa”, hanno occupato un’altra casa vuota in via Liguria.
Il Primo Maggio e gli anarchici di Chicago
Il primo maggio 1886 a Chicago, oltre 50.000 lavoratori proclamano lo sciopero per imporre al padronato le otto ore lavorative. In un clima di tensione, e di numerose provocazioni poliziesche, si susseguono cortei, comizi ed iniziative varie. Il 3 maggio, davanti alle fabbriche Mc Cormick, in Haymarket square, si svolge un presidio di lavoratori per impedire azioni di crumiraggio, durante il quale prendono la parola gli esponenti più importanti del movimento operaio, tra cui i militanti anarchici, che consideravano la campagna per le otto ore solo come un primo passo verso la rivoluzione sociale. Al termine dell’iniziativa, alcuni agenti delle “forze dell'ordine” caricano i manifestanti, iniziando a sparare all'impazzata. Il risultato è di quattro morti e centinaia di feriti.
La reazione operaia non si fa attendere ed il giorno seguente, 4 maggio, ventimila lavoratori e lavoratrici si ritrovano in Haymarket square, il luogo della strage. I leader anarchici, Spies, Parsons e Fielden, parlano alla folla, in un clima carico di tensione, ma fondamentalmente pacifico e tranquillo. La polizia inizia comunque a caricare i manifestanti. Una bomba scoppia in mezzo ad un plotone di poliziotti. La polizia spara sulla folla e subito inizia una campagna repressiva nei confronti degli operai e dei sindacalisti.
Le prime vittime di questa caccia al sovversivo sono proprio gli esponenti maggiormente di spicco del movimento dei lavoratori, ovvero gli anarchici che avevano dato forza e coscienza al movimento di lotta: August Spies, Samuel Fielden, Adolph Fischer, George Engel, Michael Schwab, Louis Lingg, Oscar Neebe e Albert Parsons.
Il processo inizia il 21 giugno 1886 nella Corte di Cooke County. Sulla base della composizione della giuria- uomini d'affari, loro impiegati ed un parente di uno dei poliziotti morti - tutto lascia supporre che la sentenza in pratica sia già stata scritta. Non c'è nessuna prova a carico degli imputati; tre di loro erano stati oratori, assai moderati, al comizio di Haymarket, altri due non c'erano nemmeno andati, gli ultimi tre avevano lasciato la manifestazione prima dello scoppio della bomba. Proprio perché non ci sono prove il processo si svolge su un piano puramente ideologico, ad essere sotto accusa è in realtà l'anarchismo, il socialismo e il movimento operaio.
Il 19 agosto sette degli otto imputati vengono condannati a morte: Adolph Fischer, August Spies, George Engel e Albert Parsons vengono impiccati l'11 novembre del 1887. Louis Lingg sfugge alla forca, a cui era stato condannato, suicidandosi in carcere il giorno prima dell'esecuzione. Samuel Fielden e Michael Schwab, in seguito alla domanda di clemenza, vengono graziati nel 1893, così come Oscar Neebe, condannato inizialmente a 15 anni.
Il primo Maggio, il giorno della rivolta di Haymarket, è divenuto giorno di lotta per i lavoratori di ogni parte del mondo.
Di queste origini rimosse del Primo Maggio abbiamo parlato con Claudio Venza
Ascolta il suo intervento
Scarica l’audio
Conflitto sociale e sindacalismo di Stato
Nonostante le misure del governo Monti siano una vera mazzata per i redditi e per le tutele di chi lavora, al di là di qualche improvvisa e veloce fiammata, non ci sono segnali di ripresa dello scontro di classe. Se, non, ovviamente, da parte dei padroni. Alla vigilia del primo maggio abbiamo provato a fare un ragionamento sullo stato del conflitto sociale nel nostro paese: il ruolo del sindacalismo di Stato, la complessa parabola delle organizzazioni di base, le condizioni per lo sviluppo di lotte capaci di mettere davvero in difficoltà Stato e Padroni.
Ascoltatevi la lunga chiacchierata con Pietro Stara.
Prima parte
Seconda parte
Lo Stato tortura e uccide. Da Franco Serantini a Giuseppe Uva
A quarant'anni dalla morte di Franco Serantini l'assemblea degli Anarchici Toscani ha deciso di organizzare a Pisa, per il 12 maggio, una manifestazione nazionale anarchica.
Oggi più che mai è doveroso riprendersi le piazze e le strade della città con un corteo, forti anche delle ragioni e delle idee per cui Franco lottava.
Quello del 12 maggio non è solo un corteo per tenere viva la memoria della criminalità dello Stato ma per ribadire che pestaggi, torture, uccisioni sono ancora pratica diffusa contro oppositori politici, movimenti sociali e, soprattutto, immigrati, poveri, senzacasa, tossicodipendenti… Nelle strade, nelle carceri, nei CIE
Anarres ne ha discusso con Robertino Barbieri di Pisa: ascolta l'intervista a radio Blackout
Di seguito l’appello per il corteo
SABATO 12 MAGGIO
Pisa – Piazza Sant'antonio – ore 15
Franco Serantini faceva parte del gruppo anarchico Pinelli di Pisa, che aveva sede in via San Martino. La volontà di lottare per una società di liberi e di eguali lo univa ai compagni ed a tanti altri giovani proletari, in una fase di grande fermento sociale; era sicuramente una pagina nuova della sua giovane e difficilissima vita, che aveva conosciuto l'abbandono, l'orfanotrofio e la durezza delle istituzioni.
L'impegno di Franco si dispiegava nelle iniziative sociali di quegli anni, come l'esperienza del “mercato rosso” nel quartiere popolare del CEP, ma anche, in senso specificamente politico, nella campagna contro la strage di Stato, per la difesa della memoria di Pinelli, per la scarcerazione di Valpreda e di altri compagni. Dopo le grandi lotte del '68 e del '69, padroni e fascisti cercavano di rialzare la testa rispondendo con la strategia della tensione e sferrando una feroce campagna antianarchica.
Il 5 maggio del 1972 Franco partecipa ad una presidio contro il comizio del fascista Niccolai
Il presidio viene duramente attaccato dalla polizia. Franco viene circondato sul Lungarno Gambacorti da un gruppo di poliziotti del I Raggruppamento celere di Roma, e pestato a sangue. Portato nel carcere Don Bosco, Franco sta male, ma le sue condizioni vengono ignorate, nonostante si aggravino rapidamente. Dopo due giorni di agonia e coma, Franco muore. E' il 7 maggio 1972.
I suoi funerali vedono una grande partecipazione popolare.
Anno dopo anno, si susseguono le manifestazioni di piazza in sua memoria. Inoltre, a Torino gli viene dedicata una scuola, a Pisa una lapide viene collocata all'ingresso di palazzo Thouar, dove Franco visse nell'ultimo periodo della sua vita. Negli anni nascerà in città la biblioteca a lui intitolata, e nella piazza S. Silvestro, nota a tutti come piazza Serantini, verrà posto un monumento dedicato a Franco, dono dei cavatori di Carrara.
In una situazione sociale e politica come quella che stiamo attraversando, in cui aumenta la stretta della repressione, in cui si giunge persino a parlare di leggi speciali contro gli anarchici, sentiamo la necessità di unirci in un momento di lotta comune.
Per questo gli Anarchici Toscani invitano tutti i compagni a partecipare a livello nazionale alla manifestazione del 12 maggio.
Una manifestazione che porterà in piazza non solo una parte della storia del Movimento Anarchico, ma anche un aspetto importante della memoria della città di Pisa.
A 40 anni di distanza da quei fatti siamo nuovamente di fronte ad un attacco feroce da parte dello Stato e dei suoi apparati repressivi contro ogni manifestazione di dissenso.
Dai recenti arresti ai danni dei compagni e delle compagne del movimento NO TAV che da venti anni si oppone alla costruzione dell'alta velocità in val di Susa, passando per gli innumerevoli episodi di repressione e costante minaccia che gli apparati repressivi operano, ormai quotidianamente, nei diversi contesti di lotta. E accanto alla repressione attuata con manganelli e lacrimogeni, quella pervasiva e diffusa del controllo sociale contro tutti coloro che muovono una critica radicale al paradigma dominante e desiderano sperimentare la praticabilità di un metodo e di un agire basati sulla libertà, sulla giustizia sociale, sull'eguaglianza reale e soprattutto sulla solidarietà.
Perché tutto questo è pratica rivoluzionaria.
La repressione ed il controllo sociale si realizzano massimamente nelle istituzioni totali e nelle strutture detentive. Ecco dunque le politiche razziste e la reclusione e deportazione dei migranti in istituzioni repressive come i CIE; ecco la recrudescenza neofascista, alimentata dalle istituzioni, dalla chiesa, dai padroni. Una violenza che si scatena, come nei casi di Torino e di Firenze, ora contro i rom, ora contro lavoratori senegalesi, ora contro qualsiasi settore sociale marginale.
Si cerca di dividere il fronte degli sfruttati, sempre più esteso a causa degli attacchi alle generali condizioni di vita, alimentando l'odio dello straniero e la rottura di meccanismi di solidarietà.
In questo contesto, per i governi risulta fondamentale rafforzare il razzismo e il fascismo.
Si rende quindi necessario oggi come 40 anni fa combattere con la solidarietà ogni forma di fascismo, razzismo ed esclusione. Per una società che spezzi le catene dei confini fisici e mentali che attualmente ci vengono imposti ed entro i quali ci vogliono costringere.
Facciamo appello a tutti coloro che vorranno scendere in piazza per ricordare Franco Serantini, anarchico, rivoluzionario.
Facciamo appello a tutti coloro che vorranno scendere in piazza contro la repressione, contro il razzismo, contro ogni fascismo.
Per una società di liberi e di eguali.
Anarchici Toscani
per contatti e adesioni: anarchicitoscani@autistiche.org
Trapani. Sgomberati i cantieri navali dopo sette mesi di occupazione
A circa sette mesi dall’inizio della lotta dei portuali, istituzioni e proprietà hanno concertato un’azione repressiva al fine di stroncare la resistenza degli operai licenziati in dicembre. Una lotta che negli ultimi tempi era passata dalla resistenza al progetto, con l'intento di fare a meno del padrone, costituendo una cooperativa intenzionata a fare da se.
Alle 5,30 di questa mattina, i reparti antisommossa di polizia, carabinieri e guardia di finanza hanno sgomberato il presidio permanente del Collettivo lavoratori in lotta del Cantiere Navale di Trapani (C.N.T.)
In questo modo, le forze dell'ordine hanno consentito l'ingresso nell'area del Cantiere - disposto dalla proprietà - ad una manciata di lavoratori della Satin, società "madre" della C.N.T. spa.
Dopo lo sgombero, i lavoratori del Collettivo hanno organizzato un presidio davanti il palazzo della Prefettura e, in mattinata, è stata ricevuta una delegazione. Intanto, gli operai sono ancora in piazza per discutere sul da farsi. Dopo la cassa integrazione, l'occupazione di una petroliera e i licenziamenti, gli operai non hanno mai ricevuto proposte concrete e affidabili che andassero nella direzione di un pieno reintegro.
Antonio ha ribadito l'importanza della lotta, la volontà di non cedere, la spinta all'azione diretta, la chiara matrice di classe di un agire contro i crumiri ma soprattutto contro il padrone che sfrutta e umilia.
No Tav. La scure e la resistenza
Intervista ad Alberto Perino prendendo le mosse da un'affollata assemblea No Tav a Settimo Torinese. Nonostante due camionette di carabinieri, due blindati, un paio di macchine dei vigili e la consueta manciata di digos la partecipazione popolare è stata ampia, libera, vivace. Tante le famiglie con bambini. Segno inequivocabile che si aprono sempre nuove falle nel muro della propaganda criminalizzante nei confronti del movimento No Tav.
L'intervista si è poi dipanata sulle imponenti misure repressive che la magistratura e il governo stanno costruendo sul movimento No Tav.
Si va dalla proposta di legge in discussione in commissione giustizia della Camera che prevede pene da uno a cinque anni per i blocchi stradali e ferroviari, all'arresto di un No Tav milanese per aver attaccato un adesivo ad un bancomat, ai nuovi avvisi di garanzia che stanno arrivando contro chi ha accupato l'autostrada per 14 ore l'8 dicembre scorso.
Il governo vuole disciplinare il movimento No Tav, perché è consapevole che la posta in gioco è ben più alta della bella torta del Tav, perchè sanno che la capacità di autogestione delle lotte, sta gettando le basi per forme di autogoverno popolare irriducibile ai giochi della delega e della rappresentanza.
Poveri e malati: quando la sanità è un lusso
In Piemonte la malattia è sempre più malattia sociale. Da un'intervista ad un medico di base di zona Vanchiglia pubblicata sul quindicinale on line NuovaSocietà emerge il collegamento diretto tra diminuzione dei redditi e crescita delle malattie.
Chi campa con meno di mille euro la mese tra pagare una bolletta e una visita specialistica non di rado opta per la bolletta.
Ne consegue che sia la prevenzione delle malattie - unico modo per ridurre le spese in una cornice etica - sia la cura di patologie anche gravi spesso vengono trascurate per ragioni economiche.
In fondo alla scala sociale troviamo gli immigrati e i profughi.
Ascolta l'intervista a radio Blackout a Santa Di Prima, medico ospedaliero e volontaria della microclinica Fathi.
Riforma militare: più guerre e affari per tutti
Il ministro/ammiraglio Di Paola ha presentato la legge delega per la riforma militare. Tradotto dal formale al concreto significa che la proposta del ministro non è che un canovaccio genericissimo sul quale il governo vuole una delega in bianco. L'ex comandante militare della Nato ha parlato di "una riforma strutturale, profonda che nasce dall'esigenza di tener conto del nuovo scenario internazionale pur nell'ambito della difficoltà di reperire risorse finanziarie" dovuta alla crisi.
La riforma prevede una riduzione del personale – civile e militare – della Difesa e un incremento nelle spese per armamenti e “missioni all’estero”. Gran clamore ha fatto la notizia che l’Italia acquisterà “solo” 90 cacciabombardieri F35, anziché i 135 previsti inizialmente. Peccato che la spesa non diminuirà, perché l’aumento contestuale del prezzo di questi aerei fa sì che il costo per la collettività resti invariato.
Per quanto riguarda la riduzione di spesa per il personale siamo di fronte al classico gioco delle tre carte: sposto di qua, sposto di là e alla fine non sai dove ho messo la carta con il fante in tenuta di guerra. Ormai da molti anni le forze armate sono impiegate sul fronte interno: militarizzazione di zone colpite da alluvioni e terremoti, sorveglianza di strade e centri di detenzione, utilizzo nelle aree dichiarate strategiche, per bloccare le lotte sociali e territoriali contro discariche, inceneritori, Tav. I costi della guerra interna vengono spostati su altri dicasteri, ma, il risultato non cambia. Anzi. Nei prossimi anni dobbiamo attenderci un sempre maggiore attivismo sul fronte “interno”.
C’è una effettiva riduzione del personale inoperativo, ma la spesa nemmeno in questo caso si riduce perché le risorse vengono spostate per rendere più mortalmente efficaci i nostri “ragazzi” in gita di guerra all’estero.
È previsto anche una sorta di ruolo imprenditoriale delle forze armate nell’acquisto e vendita di sistemi d’arma. Non più solo la cessione di vecchie armi da rottamare, ma commercio delle ultime e più sofisticate tecnologie di morte.
Ne abbiamo parlato con Stefano Raspa del Comitato contro Aviano 2000 di Pordenone.
Grecia. Il muro di Evros e la guerra all’immigrazione
La Grecia ha deciso: il muro lungo il confine con la Turchia si farà. Lo ha annunciato il ministro "per la protezione dei cittadini" Michalis Chrisochoidis. L'Unione Europea non finanzierà il progetto, peraltro caldeggiato da Sarkozy, ma non si opporrà a quello che l'incaricata UE Cecilia Malmström, ha definito un "affare interno".
La pressione dell’estrema destra xenofoba, che i sondaggi danno in crescita, il tentativo di spezzare il fronte della lotta di classe giocando la carta della guerra tra poveri, sono all’origine della scelta di dare una ulteriore svolta disciplinare all’immigrazione nel paese ellenico.
Molti immigrati sono afgani, spesso minorenni, cui è negato l’asilo politico o il riconoscimento dello status di profughi, perché provengono da una paese “democratico” e non hanno “motivo” di fuggire.
Tanti si ammassano in campi di fortuna alle spalle di Patrasso, nella speranza di guadagnare un passaggio clandestino verso l’Italia. Nel nostro paese se ne parla solo quando qualcuno muore schiacciato dalle ruote di un camion cui si era aggrappato.
Il muro di Evros è solo uno dei tasselli – forse solo il più visibile – di una politica di repressione dell’immigrazione clandestina, che nei prossimi mesi porterà alla costruzione di 30 centri di detenzione da mille posti l’uno.
Nei quartieri periferici di Atene, la grande città dove si concentrano gran parte degli immigrati che provano, attraverso la Grecia, ad approdare nell’Europa più ricca, si moltiplicano le aggressioni fasciste.
Ne abbiamo parlato con Georgios del gruppo di comunisti libertari di Atene.
A11 No Tav. Diffondere la resistenza: cronache dalle città
In numerosissime città l’11 aprile – giorno degli espropri No Tav – si sono svolte iniziative di lotta in risposta all’appello del movimento No Tav.
Le cronache da Milano, Palermo, Alessandria, Paola, Trieste, Pordenone, Udine.
Federico da Trieste & Pordenone ed Udine
La parabola della Lega Nord
Da movimento a partito di governo, l’itinerario della Lega Nord da Gemonio a Roma.
La Lega è un partito come gli altri? La vicenda di ordinario malaffare che vede protagonista la famiglia del padre/padrone/padrino della formazione padana parrebbe sancire definitivamente l’ingresso della Lega nel pantheon delle formazioni politiche italiane.
C'è il rischio che finisca in secondo piano l’anomalia profonda di un partito dell’estrema destra xenofoba che entra nella stanza dei bottoni e contribuisce a scrivere le pagine più nere della storia del nostro paese – leggi razziste, respingimenti in mare, centri di detenzione – ma viene considerato un partito come gli altri.
Il walzer di ruberie, conti neri e affari di famiglia che sta mettendo in un angolo il conducator padano contribuisce a rafforzare la terrificante aura di “normalità” che accompagna ormai da lunghi anni il partito di Bossi.
Il declinare nella categoria della farsa la mitologia raccogliticcia della Lega ha contribuito a celare la lunga ombra scura che questo partito proietta. Ma la farsa è ormai volta in tragedia da lunghi anni.
Ascolta la chiacchierata a radio Blackout di Dario Padovan, sociologo dell’Università di Torino.
La riforma del lavoro: il mercato delle braccia
Vite senza valore. L’incidente alla La.Fu.met di Villastellone
Ecologia con le ali. Questo è lo slogan della La.Fu.met, ditta di Villastellone specializzata nel trattamento di rifiuti industriali, riciclo di bombolette, depurazione di reflui fangosi.
Da anni gli operai – salario massimo di mille euro al mese – denunciavano la scarsa sicurezza delle condizioni di lavoro. Uno di loro è stato licenziato a dicembre.
Il 26 marzo cinque lavoratori – tutti di origine magrebina - si sono gravemente ustionati per un’esplosione in una delle macchine usate per il riciclo delle bombolette.
Ad una settimana dall’incidente il PM Guariniello ha aperto un’inchiesta, con l’ipotesi del dolo. Secondo gli operai "L`azienda sapeva che le bombolette erano pericolose"
Per vuotare le bombolette in passato veniva utilizzata una macchina che forava e vuotava una ad una le bombolette integre o semipiene da smaltire. Il procedimento era troppo lungo e poco conveniente, l’azienda decise di spedirle ad uno stabilimento tedesco che provvedeva a trattarle. Nel 2010 un operaio morì per uno scoppio durante la lavorazione e i tedeschi posero una condizione per continuare il trattamento: “Fornitecele in contenitori di sicurezza”. Da quel momento i pezzi a rischio non sono più finiti in Germania. Però le bombolette da trattare arrivavano alla La.Fu.met con la scritta “vuoto”. Negli anni si sono susseguiti gli incidenti. Il 26 marzo per poco cinque operai, ancora oggi ricoverati in gravi condizioni al CTO di Torino, non ci hanno lasciato la pelle. I loro compagni di lavoro hanno bloccato la produzione e sono scesi in sciopero per due giorni.
La strage del lavoro, è uno dei tanti tasselli della guerra di classe. Le statistiche ci consegnano l’arida contabilità di un massacro che si allarga sempre più, anno dopo anno.
Radio Blackout ne ha parlato con Simone Bisacca, avvocato ed esperto di diritto del lavoro.
Guerra di classe tra disoccupazione, crollo dei redditi, povertà
I dati sulla disoccupazione come quelli sui redditi degli italiani mostrano un paese, dove i padroni fanno la guerra di classe e segnano ogni giorno nuovi punti.
La disoccupazione è arrivata al 9,3 %. Di questi i giovani sono il 31,9 % e metà di loro sono donne meridionali. La povertà avanza, mentre i redditi di vive sfruttando il lavoro altrui, crescono giorno dopo giorno.
Ascolta l'intervista realizzata da radio Blackout a Francesco Carlizza.
La strage della memoria nel film di Giordana

È stato presentato lunedì in anteprima il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage, dedicato alla strage di Piazza Fontana dove morirono 17 persone. La diciottesima vittima, il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, venne assassinato la notte del 15 dicembre 1969 nella stanza dal responsabile della squadra politica, il commissario Luigi Calabresi.
Il film di Giordana santifica la figura del poliziotto che in quegli anni si guadagnò il soprannome di "commissario finestra", glorifica Aldo Moro, il futuro promotore del compromesso storico tra DC e PCI, cela il contesto politico e sociale di quegli anni, promuove la tesi degli opposti stragismi.
Lo Stato stragista viene assolto da ogni responsabilità, tutte da attribuire a servizi "deviati", fascisti e, chi sa?, magari anche qualche anarchico coglione.
Il revisionismo in salsa PD, quello buonista dell'incontro tra la vedova dell'assassino e quella dell'assassinato, si dispiega liberamente nel film di Giordana
Ne abbiamo parlato con Massimo Varengo, testimone di quegli anni lontani, della cui memoria Giordana fa strage
Pioltello. Corteo contro lo sgombero del presidio
Gli operai delle cooperative Esselunga hanno deciso di battersi contro lo sfruttamento e il caporalato, rischiando il proprio posto di lavoro. In questa lotta si sono riconosciuti tanti altri lavoratori, poiché il sistema Esselunga è lo stesso cui sono obbligati ogni giorno migliaia di lavoratori in buona parte immigrati.
Dal 7 ottobre, quando la lotta ha preso avvio, si sono susseguite le iniziative: assemblee, scioperi, blocchi, manifestazioni.
Sabato 24 marzo un lungo corteo ha attraversato le vie di Pioltello, con lunghe soste per cercare un confronto con la gente del paese. Buona l’accoglienza nelle zone popolari dove abitano tanti dei lavoratori immigrati/schiavi, che in questi mesi hanno deciso di alzare la testa.
Numerose le manifestazioni di solidarietà dalle persone affacciate ai balconi e fuori dai negozi della zona.
Al corteo hanno partecipato lavoratori di numerose altre cooperative di altre località: segno che la solidarietà e il mutuo appoggio tra le lotte è di giorno in giorno più forte.
La manifestazione è stata la risposta allo sgombero del presidio permanente del 20 marzo.
Il giudice si era pronunciato favorevolmente al reintegro di primi tre lavoratori licenziati dalla cooperativa Safra ma l’azienda non ha riaperto i cancelli ai tre operai e ha preteso lo sgombero del presidio, che il sindaco Democratico della città ha subito ordinato.
Ascolta la testimonianza a radio Blackout di Maurizio Fratus, un compagno in prima linea nelle lotte e nel presidio.
Abitare a Torino tra Imu, sfratti e speculazioni
Quanto peserà la nuova IMU sulle famiglie? Molto dipende dalle diverse città e dalla composizione del nucleo familiare, ma per alcuni capoluogo l'impatto dell'Imposta Municipale Unica sarà consistente: fra le città dove il peso sarà maggiore vi sono Roma, Milano, Bologna e Firenze. Secondo i Consumatori, fra ricadute dirette e indirette si può prevedere un aggravio di 590 euro annui a famiglia. Quella sulla casa è sempre più un'emergenza sociale. Tra nuove tasse, fitti alle stelle, mutui capestro sono sempre più quelli che perdono un tetto. Intanto a Torino, dopo le speculazioni di Spina Due e Spina tre potrebbe essere ai blocchi di partenza un nuovo blocco di cemento e affari tra lo scalo Vanchiglia e la Barriera di Milano. Da molti anni invece non si fanno case popolari, poco fruttuose per la potente lobby del cemento e del tondino. A Torino tuttavia sta crescendo la lotta per la casa, tra resistenza agli sfratti e occupazioni abitative.
Ascolta l'intervista a Renato Strumia, bancario, sindacalista ed esperto di questioni economiche:
Articolo 18. Monti chiude la partita
Articolo 18 e ammortizzatori sociali. Il governo considera chiusa la partita: ultimo incontro con le parti sociali giovedì pomeriggio. In ogni caso non verrà siglato nessun accordo.
Monti si leva di impiccio di fronte al possibile "No" della CGIL sull'articolo 18 e rimanda la riforma al vaglio del Parlamento. A questo punto la palla passa a Bersani e al PD.
"Decideremo quanto prima come procedere dal punto di vista legislativo", ha detto Monti. "In questo nuovo sistema si ascoltano le parti sociali ma non si da' "a nessuno il potere di veto".
Monti fa eco a Napolitano che aveva esortato i sindacati a «far prevalere l'interesse generale su qualsiasi interesse e calcolo particolare». Per interesse generale Napolitano intende quello dei padroni, per interesse particolare, quello di chi viene sfruttato ogni giorno da un padrone.
Napolitano vuole la fine delle lotta di classe, con la resa senza condizioni dei lavoratori. I sindacati di Stato sono sul punto di accontentarlo. I lavoratori, strangolati dalla crisi, dall'aumento di tariffe e dalla riduzione di salari e garanzie saranno disponibili a fare altrettanto?
Ascolta l'intervista a Cosimo Scarinzi della CUB
Tra Roma e Atene? Camusso!
La partita sul lavoro sta arrivando alle strette finali. Sul piatto il disciplinamento definitivo dei salariati – l’articolo 18 – e l’erosione degli ammortizzatori sociali.
Anarres ne ha discusso con Pietro Stara.
Un’analisi che ha travalicato la contingenza per investire gli ultimi vent’anni, vent’anni nei quali si è ridefinito il ruolo e lo status dei maggiori sindacati, che, dopo la stagione concertativa, stanno, non senza conflitti e difficoltà, passando ad un ruolo di vera e propria complicità.
La propensione genetica a farsi Stato dei maggiori sindacati italiani, Cgil, Cisl, Uil, pur nettamente inscritta nel loro DNA, si accentua alla boa tra gli anni ’70 e ’80. L’autorganizzazione operaia, l’autonomia reale dei soggetti sociali che avevano segnato il ritmo tra il ’69 e il ’79 cede il passo alla vischiosa palude degli anni ’80.
Il sindacalismo di stato, la cui natura è ben dimostrata dalla continua osmosi dei suoi maggiori dirigenti a cariche direttive nelle aziende pubbliche, smessa la veste di regolatore del conflitto sociale che ne aveva caratterizzato l’azione sin dal secondo dopoguerra, di fatto si è trasformato in azienda di servizi ed interfaccia dell’apparato statale verso i lavoratori.
Il sindacalismo di Stato è tale perché sostituisce un chiaro interesse di parte, quello delle classi sfruttate, con l’interesse “generale”, ben descritto dalla formula della “responsabilità verso il Paese”. Si va dal “compromesso socialdemocratico” alla cogestione dei meccanismi di controllo della conflittualità del lavoro.
Il sindacato, che pure era stato determinante nel sopire le spinte anticapitaliste in cambio di diritti, garanzie, salario diviene elemento decisivo nell’ammortizzazione di ogni forma di conflitto foss’anche di mera difesa delle briciole di libertà e reddito strappate dalle lotte dei lavoratori.
La vicenda dei fondi pensione ben esemplifica l’attitudine dei sindacati concertativi a porsi come veri collettori e distributori di risorse economiche.
I sindacati “di stato” hanno allargato sempre più la loro sfera di influenza e il loro ruolo di mediatori e narcotizzatori del conflitto sociale. Chi si chiede perché Roma non si accende come Atene, chi si chiede quale è il limite di sopportazione dei lavoratori del nostro paese, deve tenere conto che in Grecia l’autonomia della società civile, la capacità di autorganizzazione, ha mandato in soffitta ogni spinta alla delega a partiti e sindacati di “sinistra”.
Ad Atene come a Roma governano i tecnici voluti dalle banche, dall’UE, dal Fondo Monetario, dalla governance mondiale che salta ed elude le istanze locali, foss’anche quelle dello Stato/nazione.
Ma a Roma, seduta al tavolo con Monti c’è Camusso. E poco, indietro, Angeletti e Bonanni.
La palla è in mano ai lavoratori. Spetta loro comprendere che la partita è truccata, che tutti i campionati sono truccati da anni, che i capitani delle squadre vanno a cena negli stessi ristoranti
Ascolta la chiacchierata con Pietro Stara
Scarica l’audio dell’intervista
Immigrazione. Una guerra non dichiarata
“Contrastare la clandestinità è un dovere di civiltà”.
Queste sono state le parole del ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri all’inaugurazione del Centro nazionale di coordinamento per l’immigrazione, lo scorso 15 febbraio a Roma. Tale centro dovrebbe essere una base organizzativa per i diversi corpi di polizia e le forze armate (carabinieri, guardia di finanza, marina militare e capitaneria di porto) impegnati nella guerra ai migranti. Non c’è altro termine per descrivere ciò che i governi europei, e quelli affacciati sul mare in primis, stanno mettendo in pratica lungo la fascia costiera del Mediterraneo: militarizzazione delle coste, uso dei più avanzati dispositivi tecnologici, cacce all’uomo per rinchiudere uomini e donne dentro lager in cui la vita umana non vale nulla. Perché i Centri di Identificazione ed Espulsione sono lager, lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo.
Questo l'incipit di un lungo articolo di Raffaele Viezzi
Ascolta l'intervista di Raffaele a radio Blackout su immigrazione, CIE, informazione negata, permesso a punti, repressione
18 marzo 1871. La Comune di Parigi: una memoria che non si arrende
Il diritto uguale di tutti ai beni e alle gioie di questo mondo, la distruzione di ogni autorità, la negazione di ogni freno morale, ecco, se si scende alla radice delle cose, la ragion d’essere dell’insurrezione del 18 marzo e il programma della terribile associazione che le ha fornito un esercito.
(Inchiesta parlamentare sull'insurrezione del 18 marzo 1871)
I comunardi abolirono l'esercito - allora la ferma durava dai 3 ai 5 anni - e lo sostituirono con la Guardia Nazionale, una struttura armata popolare e volontaria:.
Fu proclamata la totale separazione dalla chiesa abolendo i privilegi degli ecclesiastici; le fabbriche abbandonate dai padroni furono gestite da cooperative di operai. Fu soppresso il lavoro di notte nei forni e abolita l'istituzione dei sensali del lavoro. Furono occupati gli appartamenti liberi e sospese le sentenze di sfratto e morosità. Furono rimessi ai depositanti tutti gli oggetti del Monte di Pietà che non avessero un valore superiore ai 25 franchi. Gli alti funzionari, come i giudici, erano eletti e la loro carica era revocabile in qualsiasi momento: il loro salario non doveva essere superiore a quello di un operaio qualificato. Venne soppressa ogni distinzione tra figli legittimi e naturali, tra sposati e conviventi, si sostenne l’uguaglianza e la libertà femminile.
La Comune di Parigi venne soffocata nel sangue nell’ultima settimana del maggio 1871. Decine di migliaia di fucilati e deportati.
Ma la memoria di quella ribellione, di quel tentativo cosciente di scrivere e vivere un storia altra, è memoria resistente. Una ribellione, la cui inattualità colpisce come un pugno nello stomaco, interrogandoci sulle miserie del nostro presente e sulle possibilità intatte che – basta volerlo – quell’esperienza ci offre ogni giorno.
Ascolta l’intervista di Anarres a Roberto Prato su radio Blackout
Afganistan. Ferocia e debolezza del gigante americano
L’ultima strage di civili l’hanno attribuita ad un soldato ubriaco e pazzo. Ma non ci crede nessuno. Lo stesso governo/fantoccio guidato da Hamid Karzai ha preso le distanze da quest’ennesimo atto di ferocia gratuita. Ormai lo fa da mesi, perché nemmeno le esili strutture “democratiche” volute dagli Stati Uniti per mettere in scena lo spettacolo della democrazia, sono in grado di reggere l’impatto delle operazioni notturne dei soldati della coalizione ISAF.Queste operazioni notturne, con tanto di rastrellamenti e sequestri illegali di civili, raramente si concludono senza lasciare sul terreno nuove vittime. Nonostante le ripetute proteste del parlamento afgano, dello stesso Karzai e della Loya Jirga, gli americani e i loro alleati si sono rifiutati di far cessare queste incursioni sanguinarie.
La strage della provincia di Kandahar con ogni probabilità - lo confermerebbe la presenza di un elicottero sui due villaggi colpiti – si inserisce nel quadro di queste azioni di terrorismo verso la popolazione civile, nel tentativo di erodere il sostegno alla guerriglia talebana.
Questa strage ha un precedente storico nella guerra del Vietnam, che, specie negli USA è lo spettro di guerra infinita che ormai accompagna l’avventura militare afgana. A Mylai, il 16 marzo 1968, vennero uccisi 347 civili, tra cui molte donne – spesso anche stuprate – bambini ed anziani. Alla fine i soldati ammazzarono anche gli animali domestici e diedero fuoco al villaggio. A far scattare la strage fu il sospetto che una famiglia sostenesse i vietcong. Sul tenente William Calley, che guidava le truppe, venne insinuato il dubbio che fosse psichicamente instabile. A capo della commissione di inchiesta era un uomo destinato ad una folgorante carriera, il futuro segretario di Stato, Colin Powell, che concluse che i rapporti tra americani e popolazione vietnamita erano comunque ottimi. Calley venne condannato all’ergastolo e ai lavori forzati, ma, per decisione del presidente Nixon venne subito messo ai domiciliari nella sua casa a Fort Benning e tornò in libertà tre anni e mezzo dopo.
L’Afganistan sta diventando sempre più una sorta di Vietnam per gli statunitensi, incapaci di cogliere la complessità etnica, geografica, religiosa, politica di un paese che non si può definire nei termini della nazione in senso occidentale, dove i governi americani hanno più volte cambiato fronte e dove, soprattutto, non hanno saputo trovare alleati tra popolazioni disprezzate e vessate per oltre un decennio.
Ne abbiamo parlato con Marco Rossi, autore di numerosi articoli e di un libro, “Afganistan senza pace”, uscito qualche anno fa per le edizioni Zero in Condotta.
Ascolta il suo intervento
Scarica l’audio
Fukushima un anno dopo
Giappone. È trascorso un anno dal disastroso sisma che devastò il paese, provocando il gravissimo l'incidente nucleare alla centrale di Fukushima, dopo il quale un’area di venti chilometri intorno alla centrale è stata evacuata.
L’incidente, che per gravità è paragonabile solo a quello di Chernobyl in Ucraina, ha provocato un inquinamento grave del mare e, quindi, della fauna ittica.
Poco a poco stanno emergendo le gravi responsabilità della TEPCO, la società proprietaria degli impianti, dell'agenzia per la sicurezza e del governo giapponese nel nasconderne la gravità.
Oggi solo 3 reattori su 54 funzionano in Giappone mentre cresce il movimento antinucleare. Imponenti manifestazioni si sono svolte l'11 marzo in occasione dell'anniversario dello tsunami che ha colpito il paese.
Abbiamo fatto il punto sulla situazione con Marco Tafel, attivista ecologista ed antinucleare.
Fronte del lavoro. L’affondo di Fornero, Monti e la Tobin Tax
Mercoledì 14 marzo. Incontro tra il ministro del welfare Fornero e CGIL, CISL; UIL e UGL su ammortizzatori sociali e articolo 18. Il giorno precedente Fornero - a margine di un convegno alla Farnesina - aveva dichiarato che, senza l'accordo preventivo dei sindacati, non era disponibile a mettere sul tavolo una "paccata di miliardi" per gli ammortizzatori sociali. Una sorta di ultimatum ai sindacati.
Il 14 marzo invece Fornero garantisce che i soldi per gli ammortizzatori ci sono e che non verranno prelevati dalla previdenza.
Nei fatti l'intera trattativa verte su un sussidio da fame (tolto a pensioni, cassa integrazione e mobilità) e su licenziamenti più facili, giustificati per motivi "economici" e "disciplinari".
Niente "paccata di miliardi", solo tanto fumo per non far vedere che l'arrosto se l'è già mangiato qualcun altro. Mettere l'accento solo sull'articolo 18 rischia di nascondere la decisiva partita sugli ammortizzatori sociali.
Se il compromesso su questo tema fosse dignitoso - anche se al ribasso - Camusso potrebbe alzarsi dal tavolo delle trattative indossando la sua brava foglia di fico.
La “flessibilità in uscita”, l’equivalente in neolingua della “libertà di licenziare”, non è la sola richiesta di Governo e Confindustria. Anche la “flessibilità in entrata” diventa elemento di trattativa, dove la maggiore liberalizzazione delle assunzioni viene mascherata con la riduzione delle tipologie contrattuali precarie. Di fatto siamo di fronte alla definitiva precarizzazione del lavoro in entrata: tutti uguali, tutti apprendisti. Magari a vita.
La riforma degli ammortizzatori sociali mira a dare altro nome a cassa integrazione e indennità di disoccupazione, ma i soldi per fare questa operazione saranno meno di quelli che servono con le norme attuali. I lavoratori, soprattutto su quelli di aziende che chiudono o che si ristrutturano, sopportano e sopporteranno sempre più il peso ed i costi della crisi, mentre si regalano soldi alle aziende e si prestano soldi alle banche con interessi risibili. Così le stesse banche possono investire sul debito pubblico e ricavarne guadagni enormi.
Ne abbiamo parlato con Stefano Capello della CUB
Scarica l’audio dell’intervista
Sullo sfondo l’incontro tra Monti e Merkel, le chiacchiere sulla Tobin tax, il sanguinoso “salvataggio della Grecia.
Ascolta la veloce intervista dell’economista Carlizza
Scarica l’audio
Gli indirizzi dei No Tav arrestati il 26 gennaio
IVREA
Casa circondariale
corso Vercelli 165, 10115 Ivrea (TO)
- Luca Cientanni
SALUZZO
Casa di reclusione, loc.so Cascina Felicina
12037 Saluzzo (CN)
- Giorgio Rossetto (trasferito per punizione l'8 febbraio)
TORINO
Casa circondariale “Lorusso e Cotugno”
via Pianezza 300 - 10151 Torino
- Alessio Del Sordo
MILANO
Carcere San Vittore - Piazza Filangeri 2 - 20123 Milano
- Maurizio Ferrari
- Niccolò Garufi
- Marcelo Damian Jara Marin
TRENTO
Casa Circondariale, via Beccaria, 13 - Loc. Spini di Gardolo
38014 Gardolo – TN
- Juan Antonio Sorroche Fernandez
Maja Cekur (Torino), Federico Guido (Robassomero), Zeno Rocca (Padova), Gabriela Avossa (Torino), Tobia Imperato (Torino), Samuele Gullino (Asti), Giuseppe Conversano (Torino), Kalisa Lorenzo Minani (Milano), Antonio Ginetti (Pistoia), Damiano Calabrò (Roma), Gabriele Filippi (Genova), Fabrizio Maniero - Jack (Torino), Matteo Grieco - Mambo (Torino) sono stati trasferiti ai domiciliari. Mario Nucera (Bussoleno) e Guido Fissore (Villarfocchiardo) hanno l'obbligo di dimora.
Filippo Marco Baldini, Nicola Arboscelli sono ancora liberi






