Lunedì 13 maggio aprile riunione antirazzista
Sabato 20 aprile – Il CIE tra la movida di Torino
Sabato 20 aprile
ore 19,30 aperibenefit antirazzisti sotto processo
ore 20,30 assemblea sui CIE con testimonianze
ore 22 presidio antirazzista itinerante per portare il CIE in mezzo alla città.
Appuntamento alle 19,30 in largo Saluzzo
"Baldacci ti ricordi di Fatih? Croce Rossa assassina!"
Questo striscione è apparso lo scorso mese davanti alla villa di Antonio Baldacci, responsabile del CIE di Torino.
Fatih era un immigrato tunisino senza documenti rinchiuso nel CIE di Torino. Nella notte del 23 maggio 2008 stava male. Per tutta la notte i suoi compagni di detenzione chiesero inutilmente aiuto.
La mattina dopo Fatih era morto.
Non venne eseguita nessuna autopsia.
Non sappiamo di cosa sia morto Fatih. Sappiamo però che in una struttura detentiva gestita dalla Croce Rossa nessuno lo ha assistito.
Due giorni dopo il colonnello e medico Baldacci dichiarerà "gli immigrati mentono sempre, mentono su ogni cosa".
Parole che ricordano quelle degli aguzzini di ogni dove.
Il 2 giugno 2008 un gruppo di antirazzisti si recò a casa Baldacci per un "cacerolazo". Si batterono le pentole davanti alla sua casa, si distribuirono volantini, si appesero striscioni.
La protesta di persone indignate per una morte senza senso.
Oggi quella protesta è entrata nel fascicolo del processo contro 67 antirazzisti, che lottarono e lottano contro le deportazioni, la schiavitù del lavoro migrante, la militarizzazione delle strade.
I 67 attivisti coinvolti nel processone sono accusati di fare volantini, manifesti, di lanciare slogan, di dare solidarietà ai reclusi nei CIE, di contrastare la politica securitaria del governo e dell'amministrazione comunale.
L’impianto accusatorio della procura si basa su banali iniziative di contestazione.
L'occupazione simbolica dell'atrio del Museo egizio - 29 giugno 2008 - per ricordare l'operaio egiziano ucciso dal padrone per avergli chiesto il pagamento del salario; la contestazione - 17 luglio 2008 - dell'assessore all'integrazione degli immigrati Curti, dopo lo sgombero della casa occupata da rom in via Pisa; la giornata - 11 luglio 2008 - contro la proposta di prendere le impronte ai bambini rom di fronte alla sede leghista di largo Saluzzo; la protesta - 20 marzo 2009 - alla lavanderia "La nuova", che lava i panni al CIE di corso Brunelleschi… ma l'elenco è molto più lungo. Decine iniziative messe insieme per costruire un apparato accusatorio capace di portare in galera un po’ di antirazzisti.
Nel CIE di Torino negli ultimi due mesi si sono susseguite le lotte e le rivolte. Tutte le sezioni del CIE sono state gravemente danneggiate. In febbraio la polizia ha pestato, gasato gli immigrati in rivolta dopo un fallito tentativo di fuga. Sei sono stati arrestati. Nonostante la repressione le lotte non si sono fermate. Per evitare la deportazione qualcuno si taglia, altri salgono sul tetto.
Il CIE è quasi inagibile. In alcune sezioni gli immigrati dormono su materassi gettati in terra. La scorsa settimana tutti i reclusi, ormai solo 47, hanno fatto uno sciopero della fame di due giorni. Per la libertà.
Nei CIE le lotte, le fughe, la gente che si taglia per sfuggire all'espulsione da lunghi anni sono pane quotidiano, come quotidiana è la resistenza di chi crede che, nell'Italia dei CIE, delle deportazioni, dei morti in mare, ribellarsi sia un'urgenza che ci riguarda tutti.
Per questa ragione non accetteremo che le lotte di quegli anni vengano rinchiuse in un’aula di tribunale: porteremo le nostre ragioni nelle strade di questa città, continueremo a portare il CIE per le strade di Torino.
Antirazzisti contro la repressione
Ti ricordi di Fatih?
Lunedì primo aprile pasquetta in Clarea
Sabato 16 marzo punto info No Tav
Martedì 5 marzo. Vilipendio alle forze armate e alla bandiera: anarchici a processo
Martedì5 marzo entra nel vivo il processo ad 11 anarchici, accusati di vilipendio alle forze armate.
Uno, Emilio, è anche accusato di vilipendio alla bandiera. Per questo gesto meramente simbolica rischia sino a due anni.
Nel codice penale della Repubblica italiana sono annidate numerose norme che puniscono chi dice la propria su istituzioni e simboli investiti dall’aura della sacralità. Così chi irride l’esercito o brucia una bandiera finisce in tribunale
.Nulla di cui stupirsi. Ammazzare, torturare, violentare, occupare città e paesi sono attività che in genere non vengono apprezzate. Trasformare una ginnastica di morte in attività onorevole, ben pagata è un’operazione che richiede riti e sacerdoti. Giudici e tribunali per chi non ci sta.
Alla faccia degli altisonanti principi che sancirebbero la libertà di dire la propria.
Facciamo un passo indietro. Era il 4 novembre del 2009, il giorno che lo Stato italiano dedica alle forze armate, nell’anniversario di quell’immane carneficina che fu la prima guerra mondiale.
Un plotone di soldati caricati a molla, dopo aver attraversato via Po, esibendo immagini e fotografie delle guerre dello Stato italiano compare a sorpresa in piazza Castello, dove, blindatissima, si è appena conclusa la cerimonia dell’ammaina bandiera.
I soldati attraversano la piazza sino al monumento ai Cavalieri d’Italia dove viene esposto un tricolore. La bandiera italiana, simbolo di un paese in guerra, simbolo di quell’infamia che si chiama amor patrio, viene data alle fiamme tra gli applausi di una piccola folla accorsa intorno al monumento.
I soldati a molla vengono ricaricati e riprendono la loro marcia di automi.
Nonostante le centinaia di uomini schierati a difesa della cerimonia degli assassini in divisa, qualche anarchico, senzapatria e disertore di tutte le guerre, è riuscito a ricordare i massacri che ieri come oggi vengono fatti sventolando la bandiera bianca rossa e verde.
A tre anni di distanza lo Stato presenta il conto.
L'udienza è fissata martedì 5 marzo alle 9 in aula 54 ingresso 20 del tribunale di Torino.
Sabato 23 febbraio ore 10/13 – Punto info solidale con gli antirazzisti sotto processo
Sabato 23 febbraio ore 10/13 punto info sul processo a 67 antirazzist*
a Porta Palazzo - sotto i portici all'angolo con corso Giulio
Rompere il silenzio
Negli ultimi vent’anni il disciplinamento dei lavoratori immigrati è stata ed è tuttora una delle grandi scommesse dei governi e dei padroni, che puntano sulla guerra tra poveri per spezzare il fronte della guerra di classe.
Nel nostro paese è stata costruita una legislazione speciale per gli immigrati, persone che, sebbene vivano in questo paese, devono sottostare a regole che ne limitano fortemente la libertà.
Chi si oppone alle politiche e alle leggi discriminatorie e oppressive nei confronti degli immigrati entra nel mirino della magistratura.
Tre anni fa la Procura giocò la carta dell’associazione a delinquere ed arrestò sei antirazzisti. Il teorema non resse in Cassazione ma la Procura voleva comunque mandare alla sbarra l’Assemblea Antirazzista torinese.
Oggi la Procura mette in scena un processo alle lotte. In due atti.
Il primo atto va in scena il 27 febbraio
Mercoledì 27 febbraio ore 9 al tribunale di Torino –corso Vittorio 130 - aula 46 ingresso 17 prima udienza del processo a 67 antirazzisti
Sabato 2 marzo “Il CIE nel salotto della città” presidio itinerante per il centro cittadino. Appuntamento alle 15 in piazza Castello
venerdì 15 febbraio. Matti da slegare: serata antipsichiatrica
Venerdì 15 febbraio
ore 20 corso Palermo 46
Presentazione del collettivo antipsichiatrico "Francesco Mastrogiovanni"
aperibenefit per il telefono antipsichiatico
video sugli ospedali pscichiatrici giudiziari
Il collettivo antipsichiatrico “Francesco Mastrogiovanni” nasce dall’incontro di persone diverse che hanno sentito l’urgenza di dar voce, corpo e forza alla propria indignazione.
Un’indignazione di chi sa che nel nostro paese basta la firma di un medico, quella di un sindaco ed il gioco è fatto. Uomini e donne smettono di essere uomini e donne, liberi di scegliere la propria vita, liberi di decidere se assumere o meno dei farmaci, liberi di scegliere una cura. Uomini e donne vengono presi con la forza, rinchiusi in un repartino psichiatrico, riempiti di psicofarmaci e spesso legati ai letti. Prigionieri senza possibilità di parola, perché la parola di chi finisce in repartino è parola alienata. In tutti i sensi. Parola priva di senso, parola privata di senso perché chi parla non è ragionevole. Non è ragionevole, perché la ragione è fuori dal repartino, perché la ragione è solo del potere che imprigiona, lega con corde chimiche e di cotone.
Lunedì 18 febbraio – l’antirazzismo non si arresta
Il prossimo 27 febbraio prende il via il primo dei due processoni agli antirazzisti (il secondo inizierà il 13 giugno), che riguardano decine di compagni/e imputati per l'intenso ciclo di lotte contro i CIE e i pacchetti sicurezza del periodo 2008-2009.
Alcuni compagni coinvolti e diversi solidali si stanno incontrando ed hanno dato il via ad un confronto per definire in vista del processo iniziative di sostegno alle nostre ragioni, da tenersi tanto dentro il tribunale quanto in città, per ribadire nella pratica la necessità dell'azione diretta contro le varie forme di oppressione verso gli immigrati oggi in atto (affare CIE/emergenza Nord Africa, sfruttamento nelle campagne, nelle fabbriche, nelle cooperative, controlli nelle strade etc.)
La prima iniziativa in cantiere è "Portiamo il CIE nel salotto della città", presidio itinerante con gabbia. L'appuntamento è alle 14,30 del 23 febbraio.
Lunedì 18 febbraio ore 18,30 in via Cecchi 21a
domenica 10 fiaccolata No Tav a Mattie. Lele e Cri liberi!
Due No Tav di Mattie, Christian ed Emanuele, sono stati arrestati dalla polizia dopo l'assalto al cantiere No Tav dell'8 febbraio.
L’accusa nei loro confronti è di danneggiamento aggravato e resistenza.
Domenica 10 febbraio il comitato No Tav del loro paese ha organizzato una fiaccolata solidale. L’appuntamento è alle 20,30 in piazza del Comune a Mattie.
Venerdì 8 febbraio cineClandestino presenta “Django scatenato” – benefit antirazzisti
Venerdì 8 febbraio
cineClandestino presenta
Django scatenato
by Q. S. ore 21 nella nostra crota in corso Palermo 46
senza biglietto - libero benefit per gli antirazzisti torinesi sotto processo.
La recensione su Carmilla
Ti ricordi Fathi?
Il primo di due processi a 40 e 58 antirazzisti torinesi comincia mercoledì 27 febbraio ore 9 aula 46 ingresso 17 piano terra
5 febbraio – riunione del collettivo antipsichiatrico “francesco mastrogiovanni”
Martedì 5 febbraio
riunione del collettivo antipschiatrico "Francesco Mastrogiovanni"
alle ore 21
in corso Palermo 46
Nell’assemblea del 16 novembre “La psichiatria uccide. Il caso di Francesco Mastrogiovanni” è scaturita la proposta di dar vita anche a Torino ad un’esperienza di resistenza alla psichiatria, che riesca a rendere meno opache le mura dei repartini, dei luoghi dove l’arbitrio psichiatrico continua a macinare le vite da tanti uomini e donne. Occorre fare informazione, occorre lottare.
A quarant’anni dalla chiusura dei manicomi la psichiatria continua a torturare e, qualche volta, anche a uccidere.
In parlamento da tempo c’è un progetto di legge per far riaprire le prigioni per i “matti”, discariche sociali per contenere e reprimere gli incompatibili.
Negli incontri del 27 novembre e del 17 dicembre e dell'8 gennaio questa proposta ha cominciato a mettere gambe.
A dicembre si è costituito il collettivo antipsichiatrico Francesco Mastrogiovanni: da febbraio sarà attivo un telefono disponibile una sera a settimana per dare una mano a chi vuole resistere agli abusi della psichiatria.
In programma anche proiezioni video, banchetti e serate informative.
Venerdì 15 febbraio
ore 20
Aperibenefit per il telefono antipsichiatrico e presentazione dell'iniziativa.
lunedì 14 gennaio processo agli antifascisti
Lunedì 14 gennaio - ore 13 in aula 55 – nuova udienza del processo contro quattro antifascisti accusati di furto aggravato per aver strappato manifesti affissi dal partito La Destra in occasione della marcia su Roma.
Nell’ultima udienza, svoltasi il 20 dicembre, il fascista chiamato a testimoniare ha suonato la stessa canzone dei sui colleghi intervenuti in luglio, parlando di manifesti strappati e non rubati, asserendo con faccia di bronzo invidiabile che la coincidenza con l’anniversario della marcia su Roma era del tutto casuale. Anche lui ha comunque ripetuto quanto sostenuto dai suoi due colleghi.
Sin da luglio e poi nuovamente a dicembre il buon senso avrebbe suggerito che la farsa terminasse, cancellando l’accusa di furto.
Ma, lo sappiamo, il buon senso non appartiene ai luoghi dove si consuma la vendetta di Stato.
Lunedì è fissato il terzo atto di questa triste farsa.
In quell’occasione oltre ad un ultimo fascista, verranno sentiti i compagni.
Cena anti-natalizia sabato 22 dicembre
Come ogni anno torna puntuale la cena anticlericale. Appuntamento sabato 22 dicembre dalle 20,30 in corso Palermo 46.
Menù eretico e esposizione spettacolare del Pres-Empio autogestito: ciascuno porti la sua statuetta, decorazione, disegno per arricchirlo.
La cena è benefit per i processi contro antifascisti, antirazzisti, no tav. Chiediamo almeno 18 euro a chi li ha, meno a chi ne ha meno, anche niente a chi non ne ha.
La sede di corso Palermo 46 compie quest’anno i suoi primi 30 anni: un’occasione in più per festeggiare.
Prenotazioni 338 6594361
Mail: fai_to@inrete.it
15 dicembre. Punto info antifascista
Sabato 15 dicembre ore 10 punto info antifascista e deposizione di fiori alla lapide dei martiri della Camera del Lavoro, in piazza XVIII dicembre.
Giovedì 20 dicembre ore 11 – aula 55 – processo agli antifascisti
Torino, 18 dicembre 1922. Le squadracce fasciste al comando Pietro Brandimarte, torturarono e assassinarono sindacalisti, anarchici, socialisti. Tra loro Pietro Ferrero, anarchico della UAI, segretario della FIOM, torturato ed ucciso barbaramente.
In piazza XVIII dicembre, di fronte alla vecchia stazione di Porta Susa, c’è una lapide che ricorda le vittime dello squadrismo fascista.
Quello che pochi sanno è che nel dopoguerra Brandimarte venne reintegrato nell’esercito e seppellito con gli onori militari. L’Italia democratica imprigiona i partigiani, libera e onora i fascisti.
Milano, 15 dicembre 1969. L’anarchico Pino Pinelli viene ucciso nei locali della questura di Milano e gettato dal quarto piano per simulare un suicidio. Tre giorni prima una strage di Stato, fatta da fascisti agli ordini del governo, aveva fatto 16 morti nella sede della banca dell’agricoltura in piazza Fontana a Milano. La questura e i media puntarono il dito sugli anarchici: Pietro Valpreda si farà tre anni di carcere prima che la pressione delle piazze porti alla sua liberazione.
Per quella strage ancora oggi non ci sono colpevoli, l’omicidio di Pinelli venne archiviato come “malore attivo”. Lo Stato non processa se stesso.
Torino, 20 dicembre 2012. Entra nel vivo il processo contro quattro anarchici accusati di furto aggravato per aver strappato manifesti fascisti, affissi per l’anniversario della marcia su Roma.
3 dicembre – A Lyon, a Lyon!
Lunedì 3 dicembre
Manifestazione No Tav a Lyon
in occasione del vertice Monti/Hollande
ore 12 Place Brotteaux
Il 3 dicembre, in occasione del vertice sulla Torino Lyon, Monti porterà a Hollande le foto dei lavori in Clarea tra filo spinato e polizia e il fascicoli della procura.
Basteranno a cancellare il parere negativo della corte dei conti francese?
Forse sì, forse no. In fondo il disciplinamento dei movimenti contro la devastazione ambientale è interesse comune dei due governi attivamente impegnati a chiudere i conti con chi non ci sta.
I No Tav, sebbene non invitati, hanno deciso che non possono mancare all’appuntamento. Un’occasione in più per mostrare a Monti e Hollande che il movimento non si arrende alla loro violenza. Anzi!
Venerdì 30 novembre. Assemblea contro la repressione con avvocati e imputati

Tra tribunali & polizia
interverranno gli avvocati Eugenio Losco e Mauro Straini di Milano e alcuni imputati nei processi No Tav e antirazzisti
ore 21 in corso Palermo 46
Processi ai No Tav, agli antirazzisti, agli antifascisti…
…non si contano più i procedimenti penali che coinvolgono attivisti politici nel nostro paese
Quando lo Stato non può o non vuole più usare ammortizzatori del conflitto sociale, la parola passa alla repressione.
In piazza i poliziotti pestano gasano torturano. Poi parte il lavoro delle procure.
Con il pretesto dell’emergenza - rifiuti, sicurezza, terremoto - hanno militarizzato il territorio, piazzato i soldati nelle strade, nei CIE, nei cantieri.
L’apparato sanzionatorio dei vari “pacchetti sicurezza” legittima i sindaci ed i loro vigili urbani a comportarsi come sceriffi ed a moltiplicare i divieti.
La normativa sull’immigrazione si è configurata come nuova legge razziale. I provvedimenti legislativi che hanno dato corpus giuridico ad un diritto diseguale, sono un’aberrazione anche per chi crede nell’universalismo liberale.
Certo. Senza solide basi materiali eguaglianza e libertà sono solo vacui principi: la distanza tra la forma e la sostanza è comunque molto grande. Tuttavia la sanzione giuridica della disuguaglianza ha avuto una valenza simbolica e reale enorme. Un modello esteso anche agli oppositori politici e sociali.
L’azione della magistratura ha operato una vera torsione del diritto, introducendo di fatto il criterio della responsabilità collettiva. L’utilizzo di un reato da tempi di guerra come “devastazione e saccheggio”, il moltiplicarsi di procedimenti basati sui reati associativi costruiti intorno alle lotte, la supposizione che basti andare ad una manifestazione per essere responsabili di quanto vi capita, sono i perni intorno ai quali sono stati operati arresti, rinvii a giudizio, condanne. La scelta dei soggetti da colpire, costruita sui dossier delle polizie politiche, la digos e i ros, consente operazioni apparentemente “neutre”, in realtà ben mirate.
Gli spazi di contestazione politica e sociale sono stati colpiti in modo drammatico, investendo le pratiche di lotta dei movimenti.
È la democrazia. Reale.
Torino – martedì 27 novembre – incontro antipsichiatrico
Nell’assemblea dello scorso 16 novembre “La psichiatria uccide. Il caso di Francesco Mastrogiovanni” è scaturita la proposta di un ulteriore incontro per discutere della possibilità di dar vita anche a Torino ad un’esperienza di resistenza alla psichiatria, che riesca a rendere meno opache le mura dei repartini, dei luoghi dove l’arbitrio psichiatrico continua a macinare le vite da tanti uomini e donne. Occorre fare informazione, occorre lottare.
A quarant’anni dalla chiusura dei manicomi la psichiatria continua a torturare e, qualche volta, anche a uccidere.
In parlamento da tempo c’è un progetto di legge per far riaprire le prigioni per i “matti”, discariche sociali per contenere e reprimere gli incompatibili.
Per discuterne ci incontriamo
martedì 27 novembre alle ore 21 in corso Palermo 46
martedì 20 novembre assemblea popolare No Tav a Bussoleno
Trivelle e militari a Susa. Martedì 13 novembre appuntamento al presidio di Susa
Nella notte tra il 12 e il 13 novembre decine di blindati e centinaia di uomini in armi hanno militarizzato l'area tra la borgata Tra due Rivi e S. Giuliano di Susa. La zona dell'autoporto è completamente bloccata dai mezzi della polizia, che sorvegliano tre trivelle portate nella notte in Val Susa.
Ieri il ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri non si è fatta vedere né al Municipio di Chiomonte, né al cantiere/fortino di Clarea. Nonostante avesse annunciato da tempo la data all'ultimo ha dato forfait, con il pretesto di altri impegni.
Il sindaco Pinard si è dovuto accontentare di un invito alla riunione del comitato per l'ordine e la sicurezza tenutasi in prefettura a Torino.
All'appuntamento erano invece presenti i No Tav, che hanno presidiato sia la zona del Municipio a Chiomonte sia l'area del cantiere/fortino della Maddalena.
La mossa del ministro non si è fatta attendere. Sin dalla serata le strade e l'autostrada sono state trapuntate dalle luci blu dei lampeggianti. In nottata il blitz con le trivelle.
Si trivella in zone ben note, dove non servono sondaggi. Ma questo - è chiaro - è l'ennesimo sondaggio politico, per saggiare e spezzare la resistenza No Tav.
In vista del vertice tra Monti e Hollande fissato per il 3 dicembre a Lyon il governo italiano vuole dimostrare di avere sotto controllo la situazione anche nell'area dove dovrebbe sorgere il mega cantiere per il tunnel di base. Non solo. Mercoledì 21 novembre comincia il processo ai No Tav per lo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena e per la manifestazione della settimana successiva: il governo vuole dare una ulteriore prova di forza.
Sarà un buon banco di prova per una lotta che - inutile illudersi - non si combatterà nella trincea di Clarea ma per le strade della Val Susa. E non solo.
Appuntamento oggi - 13 novembre - ore 17,30 al presidio di Susa - zona San Giuliano all'uscita dell'autostrada.
per evitare blocchi e rallentamenti si consiglia di ascoltare radio blackout sui 105,250 delle modulazioni di frequenza
sabato 10 novembre – punto info antimilitarista in via Po
Sabato 10 novembre
dalle 15,30 alle 19
Punto info antimilitarista in via Po 16
Per info e contatti:
Federazione Anarchica Torino
corso Palermo 46 – ogni giovedì dalle 21
338 6594361 fai_to@inrete.it
Sabato 10 novembre ore 10 volantinaggio all’Ikea di Collegno in solidarietà ai lavoratori in lotta pestati dalla polizia e licenziati dalla polizia
Sabato 10 novembre ore 10
Volantinaggio all’Ikea di Collegno in solidarietà ai lavoratori in lotta pestati dalla polizia e licenziati dalla polizia.
Solidarietà con i lavoratori Ikea di Piacenza
Botte e licenziamenti
Ikea vende un’immagine di azienda vicina alla gente, aperta alle proposte, vicina alle esigenze di chi lavora ma è solo una patina, un’operazione pubblicitaria.
I lavoratori che non si adeguano ai ritmi e allo stile Ikea vengono fatti fuori. Senza apparire, perché il lavoro sporco lo fanno le cooperative cui vengono appaltati i lavori di facchinaggio.
L’area logistica di Piacenza è una distesa enorme di capannoni e edifici anonimi. Col minimo comune denominatore dello sfruttamento. Il magazzino Ikea è l'emblema del nuovo schiavismo: contratti non rispettati, minacce di licenziamento, salari pagati la metà di quella prevista.
Da quasi un mese i lavoratori del deposito centrale Ikea di Piacenza sono in lotta per migliori condizioni di lavoro e per un salario dignitoso. Sono in buona parte immigrati e, quindi, più ricattabili: in questo paese se perdi il lavoro, perdi il permesso di soggiorno e rischi di essere espulso, anche se vivi qui da molti anni, anche se i tuoi figli sono nati qui.
La risposta alle lotte è stata chiara: manganellate, botte, lacrimogeni e licenziamenti. Più volte la polizia è intervenuta per sciogliere con la violenza i picchetti, spaccando teste e mandando la gente all’ospedale. Nelle foto diffuse dai media e dai blog si vedono i lavoratori seduti in terra, picchiati e gasati dagli uomini dell’antisommossa.
Ma la lotta dei lavoratori prosegue: nemmeno le manganellate, le botte e i lacrimogeni la fermano.
Il blocco delle merci è quasi quotidiano, mercoledì un corteo ha attraversato la città di Piacenza.
Nei giorni scorsi Ikea ha annunciato una riduzione del lavoro a causa delle proteste: immediatamente il consorzio CGS ha prospettato 107 licenziamenti che si aggiungono ai 14 licenziati delle scorse settimane. Una vera serrata per obbligare i lavoratori a cedere, per metterli gli uni contro gli altri.
A Piacenza la solidarietà dei lavoratori di altre cooperative della logistica, di lavoratori di altri settori ha consentito ai facchini in lotta di resistere alla violenza e ai ricatti.
La solidarietà tra gli sfruttati è l’arma più forte contro chi si fa ricco sulla nostra vita.
Chi visita i negozi Ikea spera di trovare i mobili a meno prezzo. In tempi di crisi, di precarietà del lavoro, di riduzione del salario, di aumento dei prezzi risparmiare qualche soldo è importante. Ma ancora più importante è sapere che lavoratori e padroni non stanno sulla stessa barca. Noi siamo incatenati al remo, mentre il padrone si gode i frutti delle nostre fatiche: per lui la crisi non c’è.
Chi va all’Ikea è un lavoratore sfruttato come quelli che a Piacenza lottano per vivere un po’ meglio.
Ciascuno di noi può fare qualcosa per dare una mano ad altri lavoratori. Chi sa? Magari entrare ma comperare un altro giorno.
Forse l’Ikea, che bada solo al profitto e non all’etica, capirà che licenziare non le conviene più tanto.
Per info e contatti:
Federazione Anarchica Torino
corso Palermo 46 – ogni giovedì dalle 21
338 6594361 fai_to@inrete.it
http://anarresinfo.noblogs.org
6 ottobre. Marcia No Tav a Serravalle
Dopo un’estate intensissima, tra presidi e blocchi degli espropri, il movimento contro la linea ad alta velocità tra Genova è Tortona sta vivendo momenti cruciali. Pur non essendo riuscito a contrastare le prime trivellazioni e l’avvio dei lavori a Trasta, nei pressi di Genova, il movimento è cresciuto con nuovi comitati ed un allargamento del fronte No Tav alle zone dell’alessandrino dove sono previste le cave per lo smaltimento dello smarino prodotto dagli scavi per il Tav. Nella sola Alessandria saranno ben quattro.
Mercoledì 3 ottobre una fiaccolata di oltre duecento persone ha circondato il quartiere a Trasta: significativa la partecipazione dei bambini dei genitori e degli insegnanti della scuola elementare, prima destinata alla chiusura, oggi al soffocamento in mezzo all’area dei lavori.
Nei paesi, con la complicità di quasi tutti i sindaci, il Cociv tra tentando di comperare l’assenso della gente più colpita dal Tav, ma sinora i risultati sono stati del tutto deludenti.
Sabato 6 ottobre il movimento popolare farà una marcia che ripercorrerà quella del 2006 tra Serravalle ed Arquata. L’appuntamento è per le 14 inpiazza Coppi a Serravalle.
Ascolta l’intervista rilasciata a radio Blackout da Salvatore Corvaio del comitato di Alessandria.
Giovedì 4 ottobre. Punto info: “il Tav, le pietre e il lavoro
Giovedì 4 ottobre
alle 17 alle 20
in via Po 16
Punto informativo su Tav e lavoro
Quest’estate il movimento No Tav ha lanciato la campagna “c’è lavoro e lavoro”, una campagna di denuncia e boicottaggio attivo delle ditte coinvolte nei lavori preparatori per la nuova linea ad alta velocità che il governo intende imporre ad una popolazione che non la vuole. Non la vuole perché devasterà inutilmente il territorio, mettendo a repentaglio la salute di tutti e sperperando montagne di soldi pubblici, nonostante non serva a nulla.Il traffico di merci tra l’Italia e la Francia è in costante diminuzione, la linea attuale è ampiamente sottoutilizzata, perché vi passano al massimo 80 treni al giorno mentre ne potrebbero viaggiare oltre duecento. Ci direte che queste sono valutazioni di parte? Si, senza dubbio: peccato che i calcoli siano stati fatti dagli esperti del governo, non da quelli del movimento No Tav.
La gente della Val Susa, come tanti anche a Torino, non vuole il Tav al punto di lottare per vent’anni in condizioni sempre più dure, tra quotidiane menzogne mediatiche, crescenti violenze di polizia, arresti, gas e manganelli.
Non si contano più i feriti di questa lotta: più d’uno è andato vicino a lasciarci la pelle, con la testa spaccata, fulminato da un traliccio, con l’orbita sfondata da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo.
Centinaia di poliziotti, carabinieri, soldati reduci dal massacro in Afganistan difendono una area militarizzata, dove stanno cominciando i lavori per un tunnel geognostico preliminare alla costruzione della nuova linea. Hanno impiegato un anno e mezzo per costruire un fortino e per metterci un paio di trivelle, perché sono stati fermati e rallentati dai No Tav. Quest’opera servirà - il Tav in Italia è costato dieci volte di più che nel resto dell’Europa - ad arricchire i politici di professione e i loro amici nella potente lobby del cemento e del tondino.
I No Tav sono decisi a non mollare.
I partiti che ci governano usano i mezzi più abietti per cercare di scatenare una guerra tra poveri, facendo leva sul ricatto del lavoro. La crisi si sta mangiando il nostro futuro: i governi che si sono succeduti hanno fatto una sola politica: finanziare le imprese – che, come Fiat, dopo poco levano le tende e cercano qualcuno più povero da sfruttare –e tagliare i servizi.
I tagli alla scuola, alla sanità, al trasporto pubblico, agli asili alla previdenza hanno peggiorato le vite di tutti coloro che non possono permettersi cliniche private, licei esclusivi, la prima classe sul freccia rossa. Centinaia di migliaia di posti di lavoro sono stati persi a causa della politica di austerità imposta dai governi. Solo nelle ferrovie se ne sono persi oltre 95.000. Con conseguente perdita di sicurezza e qualità del trasporto.
Eppure per i partiti del Tav, quelli di destra come quelli di sinistra, gli unici posti che contano sono le poche centinaia che verrebbero impiegate se davvero i lavori per il tunnel di base prendessero l’avvio.
Per tutta l’estate in valle ma soprattutto a Torino, i deputati del PD Stefano Esposito e Antonio Boccuzzi hanno fatto affiggere in città un manifesto gigantesco con la scritta. C’è chi tira le pietre e sfascia il paese. Noi stiamo con chi lavora”.
Boccuzzi è scampato per caso alla strage della Thyssen, prima di fare l’onorevole faceva l’operaio. Lo saprà che ogni chilometro di galleria per l’alta velocità costruita in Italia è costato la vita ad un operaio? Lo saprà che la ditta incaricata del tunnel di Chiomonte, la CMC di Ravenna, vicinissima al suo partito, ha costruito le gallerie che hanno devastato il Mugello, ha le mani in pasta nella Salerno Reggio Calabria e in mille altre grandi opere? Lo saprà Boccuzzi che nelle zone terremotate dell’Emilia e della Romagna i bambini ed i ragazzi vanno a scuola nei container? Riesce Boccuzzi ad immaginare che ci sarebbe bisogno di tantissimo lavoro per ricostruire le scuole e le case dei terremotati? Che gli operai della CMC potrebbero costruire scuole, invece di devastare la Val Susa? Lo sa che per una visita e un esame specialistico urgente bisogna aspettare anche un anno? Lo sa che l’amianto e l’uranio hanno ucciso migliaia e migliaia di persone in Piemonte e che le montagne della Val Susa ne sono piene?
Noi pensiamo che non possa non saperlo, noi pensiamo che il potere corrompa.
Boccuzzi ed il suo compagno di merende Esposito si riempiono la bocca di etica del lavoro, ma quella che propagandano è soltanto la logica del profitto per i soliti pochi.
Portare l’etica nel lavoro significa interrogarsi su cosa si produce, su come lo si produce, su perché lo si produce, significa mettere sottosopra questo mondo ingiusto.
I No Tav stanno dalla parte di chi lavora, contro chi sfrutta e, a volte, mutila e uccide. I No Tav non sono nemici degli operai ma delle ditte collaborazioniste che lucrano sulla vita e sul futuro di tutti, non ultimi coloro che vi lavorano. Se Boccuzzi l’ha dimenticato passando dalla tuta blu alla divisa da deputato, se Esposito da politico di mestiere sa solo dove tira il vento dei soldi e del potere, noi non lo dimentichiamo di certo.
Lottare si può. Il ricatto del lavoro si sconfigge mettendo i padroni con le spalle al muro. Negli anni Settanta gli operai delle officine Moncenisio in Val Susa decisero che non volevano più produrre armi: lottarono finché non obbligarono la ditta a riconvertire la produzione. Hanno rischiato il posto, perché non se la sentivano di produrre giocattoli di morte.
Diciamo che c’è lavoro e lavoro, perché sappiamo che nel mondo che vogliamo ci sarebbe spazio e libertà per tutti, che le scelte sarebbero condivise da ciascuno, che non ci sarebbero più merci ma solo le cose utili per una vita dignitosa per tutti.
Per arrivarci, di fronte ad un avversario che si fa nemico, di fronte a chi spara lacrimogeni come proiettili, a chi occupa e militarizza, ribellarsi è giusto, resistere necessario.
No Tav Autogestione – Torino
notavautogestione@inventati.org
Solidarietà con gli anarchici bielorussi in carcere
Il 23 Settembre prossimo avranno luogo in Bielorussia le elezioni per il rinnovo del parlamento. La Bielorussia è uno Stato particolarmente autoritario, retto col pugno di ferro da Alexander Lukaschenko, un residuato dello stalinismo che mescola autoritarismo e capitalismo. Fra i detenuti politici che si trovano nelle carceri del Paese vi sono 6 compagni anarchici (Ihar Alinevich, Mikalai Dziadok, Artsiom Prakapenka, Pavel Syramolatau, Aliaksandr Frantskievich e Jauhen Vas’kovich), arrestati tra l’autunno 2010 e l’inverno 2011 e condannati nel Maggio 2011 a pene detentive che vanno dai 3 agli 8 anni con l’accusa di aver compiuto una serie di azioni dirette contro simboli del capitale e dello Stato. La vicenda legata alle azioni dirette in oggetto ed ai metodi inquisitori utilizzati dalle forze repressive bielorusse sono narrate in due documentari che consiglio di vedere per conoscere meglio i retroscena della vicenda:
- “Anarchy. Direct action. Impartial”, documentario in due parti realizzato dalla Anarchist Black Cross della Bielorussia nel 2011 ( qui la prima parte, qui invece la seconda) per attivare i sottotitoli in italiano cliccare sull’aposito tasto che si trova in basso a destra sulla schermata dei video);
- “Disregarding The Law” (anche qui è possibile attivare i sottotitoli, stavolta in inglese).
Nell’Agosto di quest’anno l’Internazionale delle Federazioni Anarchiche, su invito della Croce Nera Anarchica bielorussa, ha lanciato un appello per una mobilitazione internazionale dal 22 al 23 Settembre a favore dei prigionieri politici detenuti nel Paese. Attualmente l’Unione Europea esercita pressioni sul governo di Lukaschenko affinchè liberi i prigionieri politici, uno status che dall’Ottobre 2011 riguarda anche i sei compagni anarchici in questione grazie al riconoscimento da parte di organizzazioni per i diritti umani. Finora Lukaschenko ha “graziato” 30 prigionieri politici dopo che questi avevano avanzato una richiesta ufficiale di perdono con implicita ammissione di colpa a lui personalmente indirizzata, cosa che gli anarchici rifiutano di fare. A Lukaschenko interessa uscire da vincitore in questa situazione, evitando sanzioni politiche o economiche da parte dell’UE e cercando di far passare la liberazione dei detenuti politici come un suo personale atto di benevolenza che implica la richiesta personale ed il pentimento. Ma i compagni anarchici non sono merce da barattare sul tavolo delle trattative tra burocrati di questo o quell’altro Stato, perciò è richiesta la nostra solidarietà attiva. L’Internazionale delle Federazioni Anarchiche saluta positivamente qualsiasi azione solidale per la liberazione dei compagni in Bielorussia a partire da ora, fino alle giornate del 22/23 Settembre ed eventualmente anche oltre.
Genova 2001. L’ultima galleria
“L’ultima galleria” è la più bella canzone che sia stata dedicata a Genova 2001. Anarres ne ha chiacchierato con l’autore, Alessio Lega, che ha attraversato le giornate di Genova prendendo la propria dose di manganellate e gas, ma incontrando anche un’umanità forte della propria opposizione a questo mondo intollerabile.
Ascolta l'intervista
Ascolta la canzone di Alessio
Ascolta le considerazioni di Anarres sulle condanne dei 10 compagni divenuti capro espiatorio per gli scontri di Genova 2001
Leggi anche l’articolo “Le rovine di Bolzaneto” e il comunicato della Federazione Anarchica Italiana
Bombe tricolori. Martedì 17 luglio punto info sulla guerra dell’Italia in Afganistan
Martedì 17 luglio
punto info sulla guerra dell’Italia in Afganistan
ore 20,30 in via Po 16
Bombe tricolori
Siamo in guerra. Lo sapevate? Lo sapevate che da diversi giorni i cacciabombardieri AMX bombardano a tappeto la regione di Farah in Afganistan?
Nel governo tecnico il ministro della guerra non poteva che essere un militare, uno che la guerra la fa fino in fondo, senza fare finta di fare la pace. Il ministro Di Paola, ammiraglio già comandante della NATO, ha deciso di usare anche i bombardieri italiani per colpire l’Afganistan. L’ultimo tassello di morte nel puzzle dell’intervento italiano in Afganistan ha trovato il suo posto.
Nel silenzio.
Come se fosse una cosa normale che qualcuno sganci bombe in nome nostro dall’altra parte del mondo per un massacro di cui si è smarrito ogni perché, foss’anche quello della propaganda della lotta al terrorismo. Dopo l’attacco alla Torri gemelle l’amministrazione Bush giustificò l’aggressione feroce all’Afganistan come operazione antiterrorismo. Sul piatto l’uccisione di Bin Laden, la lotta all’islamismo radicale e, ciliegina sulla torta, la libertà femminile.
Cosa sia la libertà femminile nell’Afganistan “liberato” dalle truppe occidentali ce lo racconta l’immagine di una donna infagottata nel suo burka e massacrata a fucilate, dopo una condanna per adulterio.
Bin Laden lo hanno ammazzato nel territorio di un paese alleato come il Pakistan, l’integralismo ha continuato a mietere vittime per ogni dove, perché l’occupazione militare dell’Afganistan, le torture, i rapimenti, le bombe, i rastrellamenti hanno rinfocolato l’odio e moltiplicato le capacità attrattive del jhad, la guerra santa.
La guerra santa si alimenta della ferocia dei propri nemici. Il disciplinamento delle società governate dai salafiti stringe in una morsa le vite di milioni di uomini. E donne.
In modo speculare la guerra al terrorismo ha ridotto le libertà di tutti nei paesi occidentali, dove torture, detenzioni extragiudiziarie, controlli e repressione sono aumentati.
La guerra oggi si coniuga nella neolingua del peacekeeping, dell’intervento umanitario, ma parla il lessico feroce dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione.
Martedì 10 luglio. Vilipendio all’esercito e alla bandiera: processo a Torino
Il 10 luglio comincia il processo ad 11 anarchici, accusati di vilipendio alle forze armate. Uno è anche accusato di vilipendio alla bandiera.
Nel codice penale della Repubblica italiana sono annidate numerose norme che puniscono chi dice la propria su istituzioni e simboli investiti dall’aura della sacralità. Così chi irride l’esercito o brucia una bandiera finisce in tribunale.
Nulla di cui stupirsi. Ammazzare, torturare, violentare, occupare città e paesi sono attività che in genere non vengono apprezzate. Trasformare una ginnastica di morte in attività onorevole, ben pagata è un’operazione che richiede riti e sacerdoti. Giudici e tribunali per chi non ci sta.
Alla faccia degli altisonanti principi che sancirebbero la libertà di dire la propria.
Facciamo un passo indietro. Era il 4 novembre del 2009, il giorno che lo Stato italiano dedica alle forze armate, nell’anniversario di quell’immane carneficina che fu la prima guerra mondiale.
Un plotone di soldati caricati a molla, dopo aver attraversato via Po, esibendo immagini e fotografie delle guerre dello Stato italiano compare a sorpresa in piazza Castello, dove, blindatissima, si è appena conclusa la cerimonia dell’ammaina bandiera.
I soldati attraversano la piazza sino al monumento ai Cavalieri d’Italia dove viene esposto un tricolore. La bandiera italiana, simbolo di un paese in guerra, simbolo di quell’infamia che si chiama amor patrio, viene data alle fiamme tra gli applausi di una piccola folla accorsa intorno al monumento.
I soldati a molla vengono ricaricati e riprendono la loro marcia di automi.
Nonostante erano le centinaia di uomini schierati a difesa della cerimonia degli assassini in divisa, qualche anarchico, senzapatria e disertore di tutte le guerre, è riuscito a ricordare i massacri che ieri come oggi vengono fatti sventolando la bandiera bianca rossa e verde.
A tre anni di distanza lo Stato presenta il conto.
La prima udienza è fissata domani alle 9 in aula 52 ingresso 20 del tribunale di Torino.
Blocchi stradali e cortei spontanei contro la riforma del lavoro
Mercoledì 27 giugno. Oltre 400 lavoratori metalmeccanici hanno bloccato lo svincolo dell’autostrada Torino-Milano al casello di Chivasso contro la riforma del mercato del lavoro su cui oggi il Governo chiede il voto di fiducia alla Camera. Sono gli operai delle fabbriche Daytec, Mac, Emarc e Federal Mogul. Un altro blocco stradale è stato effettuato alla rotonda di corso Allamano a Torino da circa 200 lavoratori della Graziano e di altre aziende più piccole della zona. Un corteo di alcune centinaia di lavoratori di aziende come Olivetti, Comdata e con delegazioni da Scarmagno e dall’alto canavese ha attraversato le strade di Ivrea.
Torino. Marcia dei sans papier e processo agli antirazzisti
Martedì 25 giugno. Tappa torinese della marcia europea dei Sans Papier. Appuntamento alle 17 in corso Giulio Cesare angolo via Borgodora
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Mercoledì 27 giugno il GUP decide sul rinvio a giudizio di 40 antirazzisti torinesi.
La sentenza verrà pronunciata a porte chiuse.
Sulla vicenda leggi qui
Torino. Solidarietà alle popolazioni terremotate
La solidarietà è uno dei cardini sui quali gira il mondo che vogliamo. Così come l’autogestione, l’azione diretta, il mutuo appoggio.
Le notizie che ci arrivano dall’Emilia scossa dal terremoto ci raccontano una realtà fatta di ricatto occupazionale, militarizzazione delle tendopoli e controllo capillare del territorio.
Una storia già vista all’Aquila, che potrebbe ripetersi anche nella bassa emiliana.
Nelle regioni colpite da calamità tanto innaturali, quanto è innaturale lavorare la notte in capannoni fatti di nulla per costare poco, ormai da tempo lo Stato – tramite la protezione civile e l’esercito - sperimenta meccanismi disciplinari che possono divenire modello da generalizzare anche in altre situazioni.
Ma c’è chi non ci sta. Molti terremotati provano a sottrarsi alla morsa della protezione civile: ci sono tendopoli autogestite e gente che ha piantato le tende nei parchi pubblici o nel giardino di casa. Ancor più numerosi sono i solidali che non intendono passare dalla protezione civile.
Molti compagni e compagne si sono attivati e si stanno attivando per sostenere le tendopoli autogestite, raccogliendo e distribuendo direttamente le cose che servono.
Per capirne di più ascolta l’intervista a Simone fatta da radio Blackout
Anche noi abbiamo deciso, nel nostro piccolo, di dare un contributo.
Questo giovedì abbiamo iniziato una prima raccolta di soldi che destineremo alla cassa di Solidarietà Libertaria gestita dai compagni della FAI Reggiana, perché li usino per quel che serve ai terremotati.
La raccolta continua giovedì 14 giugno.
Chi vuole contribuire può passare dalla sede di Corso Palermo 46 e versare direttamente i soldi.
Vi aspettiamo numerosi.
Per contatti ed info:
Federazione Anarchica Torinese –FAI
Corso Palermo 46 – riunioni ogni giovedì alle 21 - 338 6594361 – fai_to@inrete.it
Sul sito del settimanale Umanità Nova trovate un elenco – in costante aggiornamento – di punti di raccolta fondi e materiali nelle varie città.
L’Italia delle baracche, delle seconde case e delle occupazioni abitative
I primi dati emersi dal censimento Istat fotografano un paese che in 10 anni è diventato più povero.
Mentre era in corso la conferenza stampa di presentazione del sondaggio decennale, in strada i precari dell’Istat, che avevano lavorato per il censimento, protestavano per essere assunti in modo stabile.
In questi dieci anni sono più che triplicate le famiglie residenti in Italia che dichiarano di abitare in baracche, roulotte, tende o abitazioni simili: 71.101 contro le 23.336 del 2001. Ma la cifra reale è certamente superiore: tanti, specie gli immigrati senza carte, restano invisibili.
Non è invece un paradosso, ma il contraltare speculare di questa “precarietà abitativa”, il fatto che nello stesso periodo il numero delle case “censite” (come sappiamo ce ne sono almeno un paio di milioni “clandestine”) sia aumentato dell'11%.
Ci sono 14.176.371 edifici (dalle palazzine alle ville unifamilairi), l'11% in più rispetto al 2001; mentre gli appartamenti sono 28.863.604, di cui 23.998.381 occupate da residenti (83%), mentre il resto sono “seconde” o terze case, o immobili sfitti. Queste ultime, rispetto al precedente censimento, sono aumentate un po' meno: solo del 5,8%. In pratica, dunque, abbiamo un aumento delle abitazioni molto più alto di quello della popolazione (la variazione positiva è data soltanto dall'immigrazione), ma al tempo stesso triplicano coloro che vivono in alloggi di fortuna, homeless veri e propri, anche se non clochard. Lavoratori poveri, in genere, che non si possono permettere l'affitto e tantomeno il mutuo.
Anarres ne ha parlato con Francesco Carlizza
scarica l’audio
Emilia di Parma ha invece raccontato dell’ultima occupazione nelle città emiliana, la trentesima in dieci anni. Qualche settimana fa alcune famiglie erano state sgomberate da uno stabile di via Bengasi: le stesse famiglie, coadiuvate dalla Rete Diritti in Casa”, hanno occupato un’altra casa vuota in via Liguria.
Il Primo Maggio e gli anarchici di Chicago
Il primo maggio 1886 a Chicago, oltre 50.000 lavoratori proclamano lo sciopero per imporre al padronato le otto ore lavorative. In un clima di tensione, e di numerose provocazioni poliziesche, si susseguono cortei, comizi ed iniziative varie. Il 3 maggio, davanti alle fabbriche Mc Cormick, in Haymarket square, si svolge un presidio di lavoratori per impedire azioni di crumiraggio, durante il quale prendono la parola gli esponenti più importanti del movimento operaio, tra cui i militanti anarchici, che consideravano la campagna per le otto ore solo come un primo passo verso la rivoluzione sociale. Al termine dell’iniziativa, alcuni agenti delle “forze dell'ordine” caricano i manifestanti, iniziando a sparare all'impazzata. Il risultato è di quattro morti e centinaia di feriti.
La reazione operaia non si fa attendere ed il giorno seguente, 4 maggio, ventimila lavoratori e lavoratrici si ritrovano in Haymarket square, il luogo della strage. I leader anarchici, Spies, Parsons e Fielden, parlano alla folla, in un clima carico di tensione, ma fondamentalmente pacifico e tranquillo. La polizia inizia comunque a caricare i manifestanti. Una bomba scoppia in mezzo ad un plotone di poliziotti. La polizia spara sulla folla e subito inizia una campagna repressiva nei confronti degli operai e dei sindacalisti.
Le prime vittime di questa caccia al sovversivo sono proprio gli esponenti maggiormente di spicco del movimento dei lavoratori, ovvero gli anarchici che avevano dato forza e coscienza al movimento di lotta: August Spies, Samuel Fielden, Adolph Fischer, George Engel, Michael Schwab, Louis Lingg, Oscar Neebe e Albert Parsons.
Il processo inizia il 21 giugno 1886 nella Corte di Cooke County. Sulla base della composizione della giuria- uomini d'affari, loro impiegati ed un parente di uno dei poliziotti morti - tutto lascia supporre che la sentenza in pratica sia già stata scritta. Non c'è nessuna prova a carico degli imputati; tre di loro erano stati oratori, assai moderati, al comizio di Haymarket, altri due non c'erano nemmeno andati, gli ultimi tre avevano lasciato la manifestazione prima dello scoppio della bomba. Proprio perché non ci sono prove il processo si svolge su un piano puramente ideologico, ad essere sotto accusa è in realtà l'anarchismo, il socialismo e il movimento operaio.
Il 19 agosto sette degli otto imputati vengono condannati a morte: Adolph Fischer, August Spies, George Engel e Albert Parsons vengono impiccati l'11 novembre del 1887. Louis Lingg sfugge alla forca, a cui era stato condannato, suicidandosi in carcere il giorno prima dell'esecuzione. Samuel Fielden e Michael Schwab, in seguito alla domanda di clemenza, vengono graziati nel 1893, così come Oscar Neebe, condannato inizialmente a 15 anni.
Il primo Maggio, il giorno della rivolta di Haymarket, è divenuto giorno di lotta per i lavoratori di ogni parte del mondo.
Di queste origini rimosse del Primo Maggio abbiamo parlato con Claudio Venza
Ascolta il suo intervento
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Conflitto sociale e sindacalismo di Stato
Nonostante le misure del governo Monti siano una vera mazzata per i redditi e per le tutele di chi lavora, al di là di qualche improvvisa e veloce fiammata, non ci sono segnali di ripresa dello scontro di classe. Se, non, ovviamente, da parte dei padroni. Alla vigilia del primo maggio abbiamo provato a fare un ragionamento sullo stato del conflitto sociale nel nostro paese: il ruolo del sindacalismo di Stato, la complessa parabola delle organizzazioni di base, le condizioni per lo sviluppo di lotte capaci di mettere davvero in difficoltà Stato e Padroni.
Ascoltatevi la lunga chiacchierata con Pietro Stara.
Prima parte
Seconda parte
25 aprile – fiori, ricordo e bicchierata alla lapide partigiano anarchico Ilio Baroni
Lo Stato tortura e uccide. Da Franco Serantini a Giuseppe Uva
A quarant'anni dalla morte di Franco Serantini l'assemblea degli Anarchici Toscani ha deciso di organizzare a Pisa, per il 12 maggio, una manifestazione nazionale anarchica.
Oggi più che mai è doveroso riprendersi le piazze e le strade della città con un corteo, forti anche delle ragioni e delle idee per cui Franco lottava.
Quello del 12 maggio non è solo un corteo per tenere viva la memoria della criminalità dello Stato ma per ribadire che pestaggi, torture, uccisioni sono ancora pratica diffusa contro oppositori politici, movimenti sociali e, soprattutto, immigrati, poveri, senzacasa, tossicodipendenti… Nelle strade, nelle carceri, nei CIE
Anarres ne ha discusso con Robertino Barbieri di Pisa: ascolta l'intervista a radio Blackout
Di seguito l’appello per il corteo
SABATO 12 MAGGIO
Pisa – Piazza Sant'antonio – ore 15
Franco Serantini faceva parte del gruppo anarchico Pinelli di Pisa, che aveva sede in via San Martino. La volontà di lottare per una società di liberi e di eguali lo univa ai compagni ed a tanti altri giovani proletari, in una fase di grande fermento sociale; era sicuramente una pagina nuova della sua giovane e difficilissima vita, che aveva conosciuto l'abbandono, l'orfanotrofio e la durezza delle istituzioni.
L'impegno di Franco si dispiegava nelle iniziative sociali di quegli anni, come l'esperienza del “mercato rosso” nel quartiere popolare del CEP, ma anche, in senso specificamente politico, nella campagna contro la strage di Stato, per la difesa della memoria di Pinelli, per la scarcerazione di Valpreda e di altri compagni. Dopo le grandi lotte del '68 e del '69, padroni e fascisti cercavano di rialzare la testa rispondendo con la strategia della tensione e sferrando una feroce campagna antianarchica.
Il 5 maggio del 1972 Franco partecipa ad una presidio contro il comizio del fascista Niccolai
Il presidio viene duramente attaccato dalla polizia. Franco viene circondato sul Lungarno Gambacorti da un gruppo di poliziotti del I Raggruppamento celere di Roma, e pestato a sangue. Portato nel carcere Don Bosco, Franco sta male, ma le sue condizioni vengono ignorate, nonostante si aggravino rapidamente. Dopo due giorni di agonia e coma, Franco muore. E' il 7 maggio 1972.
I suoi funerali vedono una grande partecipazione popolare.
Anno dopo anno, si susseguono le manifestazioni di piazza in sua memoria. Inoltre, a Torino gli viene dedicata una scuola, a Pisa una lapide viene collocata all'ingresso di palazzo Thouar, dove Franco visse nell'ultimo periodo della sua vita. Negli anni nascerà in città la biblioteca a lui intitolata, e nella piazza S. Silvestro, nota a tutti come piazza Serantini, verrà posto un monumento dedicato a Franco, dono dei cavatori di Carrara.
In una situazione sociale e politica come quella che stiamo attraversando, in cui aumenta la stretta della repressione, in cui si giunge persino a parlare di leggi speciali contro gli anarchici, sentiamo la necessità di unirci in un momento di lotta comune.
Per questo gli Anarchici Toscani invitano tutti i compagni a partecipare a livello nazionale alla manifestazione del 12 maggio.
Una manifestazione che porterà in piazza non solo una parte della storia del Movimento Anarchico, ma anche un aspetto importante della memoria della città di Pisa.
A 40 anni di distanza da quei fatti siamo nuovamente di fronte ad un attacco feroce da parte dello Stato e dei suoi apparati repressivi contro ogni manifestazione di dissenso.
Dai recenti arresti ai danni dei compagni e delle compagne del movimento NO TAV che da venti anni si oppone alla costruzione dell'alta velocità in val di Susa, passando per gli innumerevoli episodi di repressione e costante minaccia che gli apparati repressivi operano, ormai quotidianamente, nei diversi contesti di lotta. E accanto alla repressione attuata con manganelli e lacrimogeni, quella pervasiva e diffusa del controllo sociale contro tutti coloro che muovono una critica radicale al paradigma dominante e desiderano sperimentare la praticabilità di un metodo e di un agire basati sulla libertà, sulla giustizia sociale, sull'eguaglianza reale e soprattutto sulla solidarietà.
Perché tutto questo è pratica rivoluzionaria.
La repressione ed il controllo sociale si realizzano massimamente nelle istituzioni totali e nelle strutture detentive. Ecco dunque le politiche razziste e la reclusione e deportazione dei migranti in istituzioni repressive come i CIE; ecco la recrudescenza neofascista, alimentata dalle istituzioni, dalla chiesa, dai padroni. Una violenza che si scatena, come nei casi di Torino e di Firenze, ora contro i rom, ora contro lavoratori senegalesi, ora contro qualsiasi settore sociale marginale.
Si cerca di dividere il fronte degli sfruttati, sempre più esteso a causa degli attacchi alle generali condizioni di vita, alimentando l'odio dello straniero e la rottura di meccanismi di solidarietà.
In questo contesto, per i governi risulta fondamentale rafforzare il razzismo e il fascismo.
Si rende quindi necessario oggi come 40 anni fa combattere con la solidarietà ogni forma di fascismo, razzismo ed esclusione. Per una società che spezzi le catene dei confini fisici e mentali che attualmente ci vengono imposti ed entro i quali ci vogliono costringere.
Facciamo appello a tutti coloro che vorranno scendere in piazza per ricordare Franco Serantini, anarchico, rivoluzionario.
Facciamo appello a tutti coloro che vorranno scendere in piazza contro la repressione, contro il razzismo, contro ogni fascismo.
Per una società di liberi e di eguali.
Anarchici Toscani
per contatti e adesioni: anarchicitoscani@autistiche.org
Trapani. Sgomberati i cantieri navali dopo sette mesi di occupazione
A circa sette mesi dall’inizio della lotta dei portuali, istituzioni e proprietà hanno concertato un’azione repressiva al fine di stroncare la resistenza degli operai licenziati in dicembre. Una lotta che negli ultimi tempi era passata dalla resistenza al progetto, con l'intento di fare a meno del padrone, costituendo una cooperativa intenzionata a fare da se.
Alle 5,30 di questa mattina, i reparti antisommossa di polizia, carabinieri e guardia di finanza hanno sgomberato il presidio permanente del Collettivo lavoratori in lotta del Cantiere Navale di Trapani (C.N.T.)
In questo modo, le forze dell'ordine hanno consentito l'ingresso nell'area del Cantiere - disposto dalla proprietà - ad una manciata di lavoratori della Satin, società "madre" della C.N.T. spa.
Dopo lo sgombero, i lavoratori del Collettivo hanno organizzato un presidio davanti il palazzo della Prefettura e, in mattinata, è stata ricevuta una delegazione. Intanto, gli operai sono ancora in piazza per discutere sul da farsi. Dopo la cassa integrazione, l'occupazione di una petroliera e i licenziamenti, gli operai non hanno mai ricevuto proposte concrete e affidabili che andassero nella direzione di un pieno reintegro.
Antonio ha ribadito l'importanza della lotta, la volontà di non cedere, la spinta all'azione diretta, la chiara matrice di classe di un agire contro i crumiri ma soprattutto contro il padrone che sfrutta e umilia.
No Tav. La scure e la resistenza
Intervista ad Alberto Perino prendendo le mosse da un'affollata assemblea No Tav a Settimo Torinese. Nonostante due camionette di carabinieri, due blindati, un paio di macchine dei vigili e la consueta manciata di digos la partecipazione popolare è stata ampia, libera, vivace. Tante le famiglie con bambini. Segno inequivocabile che si aprono sempre nuove falle nel muro della propaganda criminalizzante nei confronti del movimento No Tav.
L'intervista si è poi dipanata sulle imponenti misure repressive che la magistratura e il governo stanno costruendo sul movimento No Tav.
Si va dalla proposta di legge in discussione in commissione giustizia della Camera che prevede pene da uno a cinque anni per i blocchi stradali e ferroviari, all'arresto di un No Tav milanese per aver attaccato un adesivo ad un bancomat, ai nuovi avvisi di garanzia che stanno arrivando contro chi ha accupato l'autostrada per 14 ore l'8 dicembre scorso.
Il governo vuole disciplinare il movimento No Tav, perché è consapevole che la posta in gioco è ben più alta della bella torta del Tav, perchè sanno che la capacità di autogestione delle lotte, sta gettando le basi per forme di autogoverno popolare irriducibile ai giochi della delega e della rappresentanza.
Poveri e malati: quando la sanità è un lusso
In Piemonte la malattia è sempre più malattia sociale. Da un'intervista ad un medico di base di zona Vanchiglia pubblicata sul quindicinale on line NuovaSocietà emerge il collegamento diretto tra diminuzione dei redditi e crescita delle malattie.
Chi campa con meno di mille euro la mese tra pagare una bolletta e una visita specialistica non di rado opta per la bolletta.
Ne consegue che sia la prevenzione delle malattie - unico modo per ridurre le spese in una cornice etica - sia la cura di patologie anche gravi spesso vengono trascurate per ragioni economiche.
In fondo alla scala sociale troviamo gli immigrati e i profughi.
Ascolta l'intervista a radio Blackout a Santa Di Prima, medico ospedaliero e volontaria della microclinica Fathi.
Riforma militare: più guerre e affari per tutti
Il ministro/ammiraglio Di Paola ha presentato la legge delega per la riforma militare. Tradotto dal formale al concreto significa che la proposta del ministro non è che un canovaccio genericissimo sul quale il governo vuole una delega in bianco. L'ex comandante militare della Nato ha parlato di "una riforma strutturale, profonda che nasce dall'esigenza di tener conto del nuovo scenario internazionale pur nell'ambito della difficoltà di reperire risorse finanziarie" dovuta alla crisi.
La riforma prevede una riduzione del personale – civile e militare – della Difesa e un incremento nelle spese per armamenti e “missioni all’estero”. Gran clamore ha fatto la notizia che l’Italia acquisterà “solo” 90 cacciabombardieri F35, anziché i 135 previsti inizialmente. Peccato che la spesa non diminuirà, perché l’aumento contestuale del prezzo di questi aerei fa sì che il costo per la collettività resti invariato.
Per quanto riguarda la riduzione di spesa per il personale siamo di fronte al classico gioco delle tre carte: sposto di qua, sposto di là e alla fine non sai dove ho messo la carta con il fante in tenuta di guerra. Ormai da molti anni le forze armate sono impiegate sul fronte interno: militarizzazione di zone colpite da alluvioni e terremoti, sorveglianza di strade e centri di detenzione, utilizzo nelle aree dichiarate strategiche, per bloccare le lotte sociali e territoriali contro discariche, inceneritori, Tav. I costi della guerra interna vengono spostati su altri dicasteri, ma, il risultato non cambia. Anzi. Nei prossimi anni dobbiamo attenderci un sempre maggiore attivismo sul fronte “interno”.
C’è una effettiva riduzione del personale inoperativo, ma la spesa nemmeno in questo caso si riduce perché le risorse vengono spostate per rendere più mortalmente efficaci i nostri “ragazzi” in gita di guerra all’estero.
È previsto anche una sorta di ruolo imprenditoriale delle forze armate nell’acquisto e vendita di sistemi d’arma. Non più solo la cessione di vecchie armi da rottamare, ma commercio delle ultime e più sofisticate tecnologie di morte.
Ne abbiamo parlato con Stefano Raspa del Comitato contro Aviano 2000 di Pordenone.
Grecia. Il muro di Evros e la guerra all’immigrazione
La Grecia ha deciso: il muro lungo il confine con la Turchia si farà. Lo ha annunciato il ministro "per la protezione dei cittadini" Michalis Chrisochoidis. L'Unione Europea non finanzierà il progetto, peraltro caldeggiato da Sarkozy, ma non si opporrà a quello che l'incaricata UE Cecilia Malmström, ha definito un "affare interno".
La pressione dell’estrema destra xenofoba, che i sondaggi danno in crescita, il tentativo di spezzare il fronte della lotta di classe giocando la carta della guerra tra poveri, sono all’origine della scelta di dare una ulteriore svolta disciplinare all’immigrazione nel paese ellenico.
Molti immigrati sono afgani, spesso minorenni, cui è negato l’asilo politico o il riconoscimento dello status di profughi, perché provengono da una paese “democratico” e non hanno “motivo” di fuggire.
Tanti si ammassano in campi di fortuna alle spalle di Patrasso, nella speranza di guadagnare un passaggio clandestino verso l’Italia. Nel nostro paese se ne parla solo quando qualcuno muore schiacciato dalle ruote di un camion cui si era aggrappato.
Il muro di Evros è solo uno dei tasselli – forse solo il più visibile – di una politica di repressione dell’immigrazione clandestina, che nei prossimi mesi porterà alla costruzione di 30 centri di detenzione da mille posti l’uno.
Nei quartieri periferici di Atene, la grande città dove si concentrano gran parte degli immigrati che provano, attraverso la Grecia, ad approdare nell’Europa più ricca, si moltiplicano le aggressioni fasciste.
Ne abbiamo parlato con Georgios del gruppo di comunisti libertari di Atene.
A11 No Tav. Diffondere la resistenza: cronache dalle città
In numerosissime città l’11 aprile – giorno degli espropri No Tav – si sono svolte iniziative di lotta in risposta all’appello del movimento No Tav.
Le cronache da Milano, Palermo, Alessandria, Paola, Trieste, Pordenone, Udine.
Federico da Trieste & Pordenone ed Udine
La parabola della Lega Nord
Da movimento a partito di governo, l’itinerario della Lega Nord da Gemonio a Roma.
La Lega è un partito come gli altri? La vicenda di ordinario malaffare che vede protagonista la famiglia del padre/padrone/padrino della formazione padana parrebbe sancire definitivamente l’ingresso della Lega nel pantheon delle formazioni politiche italiane.
C'è il rischio che finisca in secondo piano l’anomalia profonda di un partito dell’estrema destra xenofoba che entra nella stanza dei bottoni e contribuisce a scrivere le pagine più nere della storia del nostro paese – leggi razziste, respingimenti in mare, centri di detenzione – ma viene considerato un partito come gli altri.
Il walzer di ruberie, conti neri e affari di famiglia che sta mettendo in un angolo il conducator padano contribuisce a rafforzare la terrificante aura di “normalità” che accompagna ormai da lunghi anni il partito di Bossi.
Il declinare nella categoria della farsa la mitologia raccogliticcia della Lega ha contribuito a celare la lunga ombra scura che questo partito proietta. Ma la farsa è ormai volta in tragedia da lunghi anni.
Ascolta la chiacchierata a radio Blackout di Dario Padovan, sociologo dell’Università di Torino.
La riforma del lavoro: il mercato delle braccia
Vite senza valore. L’incidente alla La.Fu.met di Villastellone
Ecologia con le ali. Questo è lo slogan della La.Fu.met, ditta di Villastellone specializzata nel trattamento di rifiuti industriali, riciclo di bombolette, depurazione di reflui fangosi.
Da anni gli operai – salario massimo di mille euro al mese – denunciavano la scarsa sicurezza delle condizioni di lavoro. Uno di loro è stato licenziato a dicembre.
Il 26 marzo cinque lavoratori – tutti di origine magrebina - si sono gravemente ustionati per un’esplosione in una delle macchine usate per il riciclo delle bombolette.
Ad una settimana dall’incidente il PM Guariniello ha aperto un’inchiesta, con l’ipotesi del dolo. Secondo gli operai "L`azienda sapeva che le bombolette erano pericolose"
Per vuotare le bombolette in passato veniva utilizzata una macchina che forava e vuotava una ad una le bombolette integre o semipiene da smaltire. Il procedimento era troppo lungo e poco conveniente, l’azienda decise di spedirle ad uno stabilimento tedesco che provvedeva a trattarle. Nel 2010 un operaio morì per uno scoppio durante la lavorazione e i tedeschi posero una condizione per continuare il trattamento: “Fornitecele in contenitori di sicurezza”. Da quel momento i pezzi a rischio non sono più finiti in Germania. Però le bombolette da trattare arrivavano alla La.Fu.met con la scritta “vuoto”. Negli anni si sono susseguiti gli incidenti. Il 26 marzo per poco cinque operai, ancora oggi ricoverati in gravi condizioni al CTO di Torino, non ci hanno lasciato la pelle. I loro compagni di lavoro hanno bloccato la produzione e sono scesi in sciopero per due giorni.
La strage del lavoro, è uno dei tanti tasselli della guerra di classe. Le statistiche ci consegnano l’arida contabilità di un massacro che si allarga sempre più, anno dopo anno.
Radio Blackout ne ha parlato con Simone Bisacca, avvocato ed esperto di diritto del lavoro.
Guerra di classe tra disoccupazione, crollo dei redditi, povertà
I dati sulla disoccupazione come quelli sui redditi degli italiani mostrano un paese, dove i padroni fanno la guerra di classe e segnano ogni giorno nuovi punti.
La disoccupazione è arrivata al 9,3 %. Di questi i giovani sono il 31,9 % e metà di loro sono donne meridionali. La povertà avanza, mentre i redditi di vive sfruttando il lavoro altrui, crescono giorno dopo giorno.
Ascolta l'intervista realizzata da radio Blackout a Francesco Carlizza.
La strage della memoria nel film di Giordana

È stato presentato lunedì in anteprima il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage, dedicato alla strage di Piazza Fontana dove morirono 17 persone. La diciottesima vittima, il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, venne assassinato la notte del 15 dicembre 1969 nella stanza dal responsabile della squadra politica, il commissario Luigi Calabresi.
Il film di Giordana santifica la figura del poliziotto che in quegli anni si guadagnò il soprannome di "commissario finestra", glorifica Aldo Moro, il futuro promotore del compromesso storico tra DC e PCI, cela il contesto politico e sociale di quegli anni, promuove la tesi degli opposti stragismi.
Lo Stato stragista viene assolto da ogni responsabilità, tutte da attribuire a servizi "deviati", fascisti e, chi sa?, magari anche qualche anarchico coglione.
Il revisionismo in salsa PD, quello buonista dell'incontro tra la vedova dell'assassino e quella dell'assassinato, si dispiega liberamente nel film di Giordana
Ne abbiamo parlato con Massimo Varengo, testimone di quegli anni lontani, della cui memoria Giordana fa strage
Pioltello. Corteo contro lo sgombero del presidio
Gli operai delle cooperative Esselunga hanno deciso di battersi contro lo sfruttamento e il caporalato, rischiando il proprio posto di lavoro. In questa lotta si sono riconosciuti tanti altri lavoratori, poiché il sistema Esselunga è lo stesso cui sono obbligati ogni giorno migliaia di lavoratori in buona parte immigrati.
Dal 7 ottobre, quando la lotta ha preso avvio, si sono susseguite le iniziative: assemblee, scioperi, blocchi, manifestazioni.
Sabato 24 marzo un lungo corteo ha attraversato le vie di Pioltello, con lunghe soste per cercare un confronto con la gente del paese. Buona l’accoglienza nelle zone popolari dove abitano tanti dei lavoratori immigrati/schiavi, che in questi mesi hanno deciso di alzare la testa.
Numerose le manifestazioni di solidarietà dalle persone affacciate ai balconi e fuori dai negozi della zona.
Al corteo hanno partecipato lavoratori di numerose altre cooperative di altre località: segno che la solidarietà e il mutuo appoggio tra le lotte è di giorno in giorno più forte.
La manifestazione è stata la risposta allo sgombero del presidio permanente del 20 marzo.
Il giudice si era pronunciato favorevolmente al reintegro di primi tre lavoratori licenziati dalla cooperativa Safra ma l’azienda non ha riaperto i cancelli ai tre operai e ha preteso lo sgombero del presidio, che il sindaco Democratico della città ha subito ordinato.
Ascolta la testimonianza a radio Blackout di Maurizio Fratus, un compagno in prima linea nelle lotte e nel presidio.
Abitare a Torino tra Imu, sfratti e speculazioni
Quanto peserà la nuova IMU sulle famiglie? Molto dipende dalle diverse città e dalla composizione del nucleo familiare, ma per alcuni capoluogo l'impatto dell'Imposta Municipale Unica sarà consistente: fra le città dove il peso sarà maggiore vi sono Roma, Milano, Bologna e Firenze. Secondo i Consumatori, fra ricadute dirette e indirette si può prevedere un aggravio di 590 euro annui a famiglia. Quella sulla casa è sempre più un'emergenza sociale. Tra nuove tasse, fitti alle stelle, mutui capestro sono sempre più quelli che perdono un tetto. Intanto a Torino, dopo le speculazioni di Spina Due e Spina tre potrebbe essere ai blocchi di partenza un nuovo blocco di cemento e affari tra lo scalo Vanchiglia e la Barriera di Milano. Da molti anni invece non si fanno case popolari, poco fruttuose per la potente lobby del cemento e del tondino. A Torino tuttavia sta crescendo la lotta per la casa, tra resistenza agli sfratti e occupazioni abitative.
Ascolta l'intervista a Renato Strumia, bancario, sindacalista ed esperto di questioni economiche:
Articolo 18. Monti chiude la partita
Articolo 18 e ammortizzatori sociali. Il governo considera chiusa la partita: ultimo incontro con le parti sociali giovedì pomeriggio. In ogni caso non verrà siglato nessun accordo.
Monti si leva di impiccio di fronte al possibile "No" della CGIL sull'articolo 18 e rimanda la riforma al vaglio del Parlamento. A questo punto la palla passa a Bersani e al PD.
"Decideremo quanto prima come procedere dal punto di vista legislativo", ha detto Monti. "In questo nuovo sistema si ascoltano le parti sociali ma non si da' "a nessuno il potere di veto".
Monti fa eco a Napolitano che aveva esortato i sindacati a «far prevalere l'interesse generale su qualsiasi interesse e calcolo particolare». Per interesse generale Napolitano intende quello dei padroni, per interesse particolare, quello di chi viene sfruttato ogni giorno da un padrone.
Napolitano vuole la fine delle lotta di classe, con la resa senza condizioni dei lavoratori. I sindacati di Stato sono sul punto di accontentarlo. I lavoratori, strangolati dalla crisi, dall'aumento di tariffe e dalla riduzione di salari e garanzie saranno disponibili a fare altrettanto?
Ascolta l'intervista a Cosimo Scarinzi della CUB
Tra Roma e Atene? Camusso!
La partita sul lavoro sta arrivando alle strette finali. Sul piatto il disciplinamento definitivo dei salariati – l’articolo 18 – e l’erosione degli ammortizzatori sociali.
Anarres ne ha discusso con Pietro Stara.
Un’analisi che ha travalicato la contingenza per investire gli ultimi vent’anni, vent’anni nei quali si è ridefinito il ruolo e lo status dei maggiori sindacati, che, dopo la stagione concertativa, stanno, non senza conflitti e difficoltà, passando ad un ruolo di vera e propria complicità.
La propensione genetica a farsi Stato dei maggiori sindacati italiani, Cgil, Cisl, Uil, pur nettamente inscritta nel loro DNA, si accentua alla boa tra gli anni ’70 e ’80. L’autorganizzazione operaia, l’autonomia reale dei soggetti sociali che avevano segnato il ritmo tra il ’69 e il ’79 cede il passo alla vischiosa palude degli anni ’80.
Il sindacalismo di stato, la cui natura è ben dimostrata dalla continua osmosi dei suoi maggiori dirigenti a cariche direttive nelle aziende pubbliche, smessa la veste di regolatore del conflitto sociale che ne aveva caratterizzato l’azione sin dal secondo dopoguerra, di fatto si è trasformato in azienda di servizi ed interfaccia dell’apparato statale verso i lavoratori.
Il sindacalismo di Stato è tale perché sostituisce un chiaro interesse di parte, quello delle classi sfruttate, con l’interesse “generale”, ben descritto dalla formula della “responsabilità verso il Paese”. Si va dal “compromesso socialdemocratico” alla cogestione dei meccanismi di controllo della conflittualità del lavoro.
Il sindacato, che pure era stato determinante nel sopire le spinte anticapitaliste in cambio di diritti, garanzie, salario diviene elemento decisivo nell’ammortizzazione di ogni forma di conflitto foss’anche di mera difesa delle briciole di libertà e reddito strappate dalle lotte dei lavoratori.
La vicenda dei fondi pensione ben esemplifica l’attitudine dei sindacati concertativi a porsi come veri collettori e distributori di risorse economiche.
I sindacati “di stato” hanno allargato sempre più la loro sfera di influenza e il loro ruolo di mediatori e narcotizzatori del conflitto sociale. Chi si chiede perché Roma non si accende come Atene, chi si chiede quale è il limite di sopportazione dei lavoratori del nostro paese, deve tenere conto che in Grecia l’autonomia della società civile, la capacità di autorganizzazione, ha mandato in soffitta ogni spinta alla delega a partiti e sindacati di “sinistra”.
Ad Atene come a Roma governano i tecnici voluti dalle banche, dall’UE, dal Fondo Monetario, dalla governance mondiale che salta ed elude le istanze locali, foss’anche quelle dello Stato/nazione.
Ma a Roma, seduta al tavolo con Monti c’è Camusso. E poco, indietro, Angeletti e Bonanni.
La palla è in mano ai lavoratori. Spetta loro comprendere che la partita è truccata, che tutti i campionati sono truccati da anni, che i capitani delle squadre vanno a cena negli stessi ristoranti
Ascolta la chiacchierata con Pietro Stara
Scarica l’audio dell’intervista
Immigrazione. Una guerra non dichiarata
“Contrastare la clandestinità è un dovere di civiltà”.
Queste sono state le parole del ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri all’inaugurazione del Centro nazionale di coordinamento per l’immigrazione, lo scorso 15 febbraio a Roma. Tale centro dovrebbe essere una base organizzativa per i diversi corpi di polizia e le forze armate (carabinieri, guardia di finanza, marina militare e capitaneria di porto) impegnati nella guerra ai migranti. Non c’è altro termine per descrivere ciò che i governi europei, e quelli affacciati sul mare in primis, stanno mettendo in pratica lungo la fascia costiera del Mediterraneo: militarizzazione delle coste, uso dei più avanzati dispositivi tecnologici, cacce all’uomo per rinchiudere uomini e donne dentro lager in cui la vita umana non vale nulla. Perché i Centri di Identificazione ed Espulsione sono lager, lo abbiamo sempre detto e lo ribadiamo.
Questo l'incipit di un lungo articolo di Raffaele Viezzi
Ascolta l'intervista di Raffaele a radio Blackout su immigrazione, CIE, informazione negata, permesso a punti, repressione
18 marzo 1871. La Comune di Parigi: una memoria che non si arrende
Il diritto uguale di tutti ai beni e alle gioie di questo mondo, la distruzione di ogni autorità, la negazione di ogni freno morale, ecco, se si scende alla radice delle cose, la ragion d’essere dell’insurrezione del 18 marzo e il programma della terribile associazione che le ha fornito un esercito.
(Inchiesta parlamentare sull'insurrezione del 18 marzo 1871)
I comunardi abolirono l'esercito - allora la ferma durava dai 3 ai 5 anni - e lo sostituirono con la Guardia Nazionale, una struttura armata popolare e volontaria:.
Fu proclamata la totale separazione dalla chiesa abolendo i privilegi degli ecclesiastici; le fabbriche abbandonate dai padroni furono gestite da cooperative di operai. Fu soppresso il lavoro di notte nei forni e abolita l'istituzione dei sensali del lavoro. Furono occupati gli appartamenti liberi e sospese le sentenze di sfratto e morosità. Furono rimessi ai depositanti tutti gli oggetti del Monte di Pietà che non avessero un valore superiore ai 25 franchi. Gli alti funzionari, come i giudici, erano eletti e la loro carica era revocabile in qualsiasi momento: il loro salario non doveva essere superiore a quello di un operaio qualificato. Venne soppressa ogni distinzione tra figli legittimi e naturali, tra sposati e conviventi, si sostenne l’uguaglianza e la libertà femminile.
La Comune di Parigi venne soffocata nel sangue nell’ultima settimana del maggio 1871. Decine di migliaia di fucilati e deportati.
Ma la memoria di quella ribellione, di quel tentativo cosciente di scrivere e vivere un storia altra, è memoria resistente. Una ribellione, la cui inattualità colpisce come un pugno nello stomaco, interrogandoci sulle miserie del nostro presente e sulle possibilità intatte che – basta volerlo – quell’esperienza ci offre ogni giorno.
Ascolta l’intervista di Anarres a Roberto Prato su radio Blackout
Afganistan. Ferocia e debolezza del gigante americano
L’ultima strage di civili l’hanno attribuita ad un soldato ubriaco e pazzo. Ma non ci crede nessuno. Lo stesso governo/fantoccio guidato da Hamid Karzai ha preso le distanze da quest’ennesimo atto di ferocia gratuita. Ormai lo fa da mesi, perché nemmeno le esili strutture “democratiche” volute dagli Stati Uniti per mettere in scena lo spettacolo della democrazia, sono in grado di reggere l’impatto delle operazioni notturne dei soldati della coalizione ISAF.Queste operazioni notturne, con tanto di rastrellamenti e sequestri illegali di civili, raramente si concludono senza lasciare sul terreno nuove vittime. Nonostante le ripetute proteste del parlamento afgano, dello stesso Karzai e della Loya Jirga, gli americani e i loro alleati si sono rifiutati di far cessare queste incursioni sanguinarie.
La strage della provincia di Kandahar con ogni probabilità - lo confermerebbe la presenza di un elicottero sui due villaggi colpiti – si inserisce nel quadro di queste azioni di terrorismo verso la popolazione civile, nel tentativo di erodere il sostegno alla guerriglia talebana.
Questa strage ha un precedente storico nella guerra del Vietnam, che, specie negli USA è lo spettro di guerra infinita che ormai accompagna l’avventura militare afgana. A Mylai, il 16 marzo 1968, vennero uccisi 347 civili, tra cui molte donne – spesso anche stuprate – bambini ed anziani. Alla fine i soldati ammazzarono anche gli animali domestici e diedero fuoco al villaggio. A far scattare la strage fu il sospetto che una famiglia sostenesse i vietcong. Sul tenente William Calley, che guidava le truppe, venne insinuato il dubbio che fosse psichicamente instabile. A capo della commissione di inchiesta era un uomo destinato ad una folgorante carriera, il futuro segretario di Stato, Colin Powell, che concluse che i rapporti tra americani e popolazione vietnamita erano comunque ottimi. Calley venne condannato all’ergastolo e ai lavori forzati, ma, per decisione del presidente Nixon venne subito messo ai domiciliari nella sua casa a Fort Benning e tornò in libertà tre anni e mezzo dopo.
L’Afganistan sta diventando sempre più una sorta di Vietnam per gli statunitensi, incapaci di cogliere la complessità etnica, geografica, religiosa, politica di un paese che non si può definire nei termini della nazione in senso occidentale, dove i governi americani hanno più volte cambiato fronte e dove, soprattutto, non hanno saputo trovare alleati tra popolazioni disprezzate e vessate per oltre un decennio.
Ne abbiamo parlato con Marco Rossi, autore di numerosi articoli e di un libro, “Afganistan senza pace”, uscito qualche anno fa per le edizioni Zero in Condotta.
Ascolta il suo intervento
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Fukushima un anno dopo
Giappone. È trascorso un anno dal disastroso sisma che devastò il paese, provocando il gravissimo l'incidente nucleare alla centrale di Fukushima, dopo il quale un’area di venti chilometri intorno alla centrale è stata evacuata.
L’incidente, che per gravità è paragonabile solo a quello di Chernobyl in Ucraina, ha provocato un inquinamento grave del mare e, quindi, della fauna ittica.
Poco a poco stanno emergendo le gravi responsabilità della TEPCO, la società proprietaria degli impianti, dell'agenzia per la sicurezza e del governo giapponese nel nasconderne la gravità.
Oggi solo 3 reattori su 54 funzionano in Giappone mentre cresce il movimento antinucleare. Imponenti manifestazioni si sono svolte l'11 marzo in occasione dell'anniversario dello tsunami che ha colpito il paese.
Abbiamo fatto il punto sulla situazione con Marco Tafel, attivista ecologista ed antinucleare.
Fronte del lavoro. L’affondo di Fornero, Monti e la Tobin Tax
Mercoledì 14 marzo. Incontro tra il ministro del welfare Fornero e CGIL, CISL; UIL e UGL su ammortizzatori sociali e articolo 18.
Il giorno precedente Fornero - a margine di un convegno alla Farnesina - aveva dichiarato che, senza l'accordo preventivo dei sindacati, non era disponibile a mettere sul tavolo una "paccata di miliardi" per gli ammortizzatori sociali. Una sorta di ultimatum ai sindacati.
Il 14 marzo invece Fornero garantisce che i soldi per gli
ammortizzatori ci sono e che non verranno prelevati dalla previdenza.
Nei fatti l'intera trattativa verte su un sussidio da fame (tolto a pensioni, cassa integrazione e mobilità) e su licenziamenti più facili, giustificati per motivi "economici" e "disciplinari".
Niente "paccata di miliardi", solo tanto fumo per non far vedere che l'arrosto se l'è già mangiato qualcun altro. Mettere l'accento solo sull'articolo 18 rischia di nascondere la decisiva partita sugli ammortizzatori sociali.
Se il compromesso su questo tema fosse dignitoso - anche se al ribasso - Camusso potrebbe alzarsi dal tavolo delle trattative indossando la sua brava foglia di fico.
La “flessibilità in uscita”, l’equivalente in neolingua della “libertà di licenziare”, non è la sola richiesta di Governo e Confindustria. Anche la “flessibilità in entrata” diventa elemento di trattativa, dove la maggiore liberalizzazione delle assunzioni viene mascherata con la riduzione delle tipologie contrattuali precarie. Di fatto siamo di fronte alla definitiva precarizzazione del lavoro in entrata: tutti uguali, tutti apprendisti. Magari a vita.
La riforma degli ammortizzatori sociali mira a dare altro nome a cassa integrazione e indennità di disoccupazione, ma i soldi per fare questa operazione saranno meno di quelli che servono con le norme attuali.
I lavoratori, soprattutto su quelli di aziende che chiudono o che si ristrutturano, sopportano e sopporteranno sempre più il peso ed i costi della crisi, mentre si regalano soldi alle aziende e si prestano soldi alle banche con interessi risibili. Così le stesse banche possono investire sul debito pubblico e ricavarne guadagni enormi.
Ne abbiamo parlato con Stefano Capello della CUB
Scarica l’audio dell’intervista
Sullo sfondo l’incontro tra Monti e Merkel, le chiacchiere sulla Tobin tax, il sanguinoso “salvataggio della Grecia.









































