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G7. É tempo che la paura cambi di campo

Il fronte del lavoro pare essersi inabissato nell’immaginario di tanta parte dei movimenti di opposizione. La trasformazione sociale è processo che non incardina più la guerra di classe alla contrapposizione tra capitale e lavoro, tra dominanti e dominati.
Come se la lunga serie di sconfitte degli ultimi trent’anni avesse reso inessenziale questo terreno di lotta, come se la diversa configurazione materiale dello sfruttamento rendesse marginale lo spazio e il tempo del lavoro.
In realtà stato e padroni continuano a fare la guerra di classe con crescente durezza.
Se lo studio era stato una delle maggiori conquiste per i figli dei lavoratori degli anni Settanta, ora, con il trucco dell’alternanza tra scuola e lavoro, i ragazzi vengono avviati alla servitù salariata già negli anni della scuola. Imparare a lavorare gratuitamente è un addestramento al domani che li aspetta. Spesso studenti e famiglie sono complici di questa trappola perché sperano di acquisire punti per affrontare al meglio la giungla lavorativa.

La statalizzazione del movimento dei lavoratori, che nel dopoguerra aveva garantito, a prezzo di lotte molto dure, tutele e diritti, ma ne aveva smorzato la carica rivoluzionaria, sembra essere la ricetta vecchia per i tempi nuovi. Se la disoccupazione – al 10,9% quella generale, al 40% quella giovanile – è divenuta strutturale dopo la quarta rivoluzione industriale, se la precarietà è sempre più diffusa tra chi lavora, la ricetta del reddito garantito dallo Stato è insieme un’illusione e una trappola.
Non per caso il governo ha promosso un’elemosina ad una manciata di persone in povertà assoluta, a condizione che queste si pieghino a condizioni e controlli che ne certifichino la “buona volontà” di uscirne. Il reddito di inclusione stabilisce che la povertà è una colpa, che chi è povero se l’è meritato e per “riemergere” deve comportarsi secondo canoni stabiliti dallo Stato. La ricetta applicata da anni ai rom, sta per essere estesa anche ai poveri italiani.
L’elemosina di Stato, anche se avesse la forma giuridica del diritto e non quella cattolica dell’aiuto, è comunque parte del problema e non la sua soluzione.
La disoccupazione, la precarietà strutturale nei suoi diversi modi, non possono essere affrontate con lotte e trattative rinchiuse nel reticolo statale. Vengono stanziate risorse per gli ammortizzatori del conflitto sociale solo quando la radicalità del conflitto obbliga Stato e padroni a fare un passo indietro. Altrimenti il meglio cui si possa aspirare è un’elemosina offerta in cambio dell’obolo versato nell’urna elettorale.
Perché sprecare le forze grandi o piccole che si riescono a mettere in campo per ottenere quello che Stato e padroni sono disposti concedere in cambio della pace sociale? La pace sociale è un uroboro, un serpente che si morde la coda, perché è il punto di partenza per un nuovo attacco dei padroni.

Non solo.
Le linee di cesura tra oppressi ed oppressori sono molteplici ed è grazie ai movimenti antisessisti, ambientalisti, antirazzisti che se ne è evidenziata l’importanza, offrendo un orizzonte più ampio alla prefigurazione di una diversa organizzazione sociale e politica.
É peraltro merito di chi, nei movimenti, ha evitato la trappola della riduzione della complessità del reale ad un unico orizzonte interpretativo, aver colto la necessità di adottare un punto di vista intersezionale. In altre parole: i fili immaginari che rappresentano le linee di cesura, pur separati per necessità analitica, nei fatti si intrecciano e vanno fotografati nel loro attorcigliarsi, senza privilegiare una chiave esplicativa tra le altre.

L’approccio libertario a questi temi, costitutivamente segnato da una maggiore capacità di cogliere la complessità sociale nei suoi aspetti materiali e culturali, deve tuttavia affinare i propri strumenti analitici.

La sfida è grande, le difficoltà enormi. Prova ne è l’emergere di tentazioni sovraniste, autarchiche, iperstataliste, che aprono la via a formazioni di “sinistra” che approdano a lidi dall’agre sapore rossobruno. Lo stesso successo di una aggregazione costitutivamente ambigua, giustizialista e statalista, liberale e protezionista come il Movimento 5 stelle la dice lunga sulla natura reattiva ed intrinsecamente reazionaria, delle risposte agli effetti della globalizzazione capitalista.
Il rischio, evidente, è la crescita della destra sociale, che i temi della sovranità, dell’intervento statale in economia sa trattarli molto bene, facendo leva sulla paura, sulla chiusura identitaria, sul razzismo.
Il governo Gentiloni, che pure ha segnato un punto alla destra, con gli accordi con le milizie libiche e la cacciata delle Ong dal Mediterraneo, mantiene una politica economica liberale, che ha fatto della precarietà l’orizzonte “normale” di vita per la maggioranza di chi vive nel nostro paese.

É tempo che la paura cambi di campo. É tempo che siano padroni e governanti a dover temere quelle che un tempo, e non per sbaglio, venivano chiamate le classi pericolose. Pericolose per un’ordine del mondo basato sullo sfruttamento, sulla dominazione, sulla schiavitù salariata.
Il G7 lavoro che si svolge alla reggia di Venaria rappresenta una straordinaria occasione per i movimenti di opposizione sociale di smontare la retorica dello sviluppo, della “crescita” infinita, che caratterizza le potenze che ogni anno si incontrano per allineare le politiche sul lavoro, per promuovere le legislazioni che stanno schiacciando sotto un tallone di ferro i chi per vivere deve vendere le proprie capacità ed il proprio tempo.
I lavorator* francesi il 12 settembre hanno dato un segnale forte e chiaro. La prima legge che ha demolito diritti e tutele venne fimata dall’attuale presidente della Republique, Macron. Due anni fa la lunga primavera di lotta contro la Loi Travail dimostrò che “l’emergenza terrorismo”, le leggi speciali e la repressione non fermavano né confondevano chi sapeva che i propri nemici siedono sui banchi del governo e nei consigli di amministrazione di banche ed aziende.

Il G7 sarà anche un’occasione per rimettere al centro chi agisce le lotte, grandi e piccole, che provano a fare del male alla controparte, per obbligarla a fare un passo indietro, sul terreno del salario, della sicurezza, dell’orario lavorativo, della qualità dei servizi nelle scuole, negli ospedali, nei trasporti.

La decisione di fare un corteo in periferia, in Barriera di Milano, è la scommessa di riannodare i fili della guerra di classe, in un quartiere dove la lotta per la casa, il reddito, la servitù del lavoro è anche lotta contro la militarizzazione, le retate, le repressione. Sono passati cent’anni dall’agosto 1917. La Barriera era al centro dello sciopero generale e dell’insurrezione contro la guerra e la fame. Le barricate messe a difesa del quartiere sono incise nella memoria di chi oggi ha raccolto il testimone di quelle lotte.
Il corteo del 29 settembre attraverserà le strade del quartiere e si concluderà con un’assemblea in cui prenderanno parola i protagonisti delle lotte. Gli addetti alle pulizie nelle scuole, i lavoratori dei trasporti e della logistica, quelli delle fabbriche, i precari e i fattorini, gli immigrati sotto il ricatto della clandestinità.

Il corteo che, il giorno successivo, da un’altra periferia, quella delle case dormitorio, tra il carcere e lo stadio si dirigerà verso la Reggia blindatissima dove si svolgerà il vertice, è legato alla dimensione simbolica della rappresentazione pubblica dell’inimicizia verso una bella fetta dei signori del mondo. La scommessa è che anche questo corteo abbia una ampia partecipazione popolare, che dia un segnale forte e chiaro in vista delle sfide durissime dei prossimi mesi

Che i signori del mondo sappiano che ci sarà la pace sociale quando gerarchia, oppressione, sfruttamento saranno solo parole sui libri di storia.

(questo articolo è uscito sull’ultimo numero di Umanità Nova)

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Non Una di Meno. Perquisizione per la solidarietà a Laura

Ieri mattina tre esponenti della digos si sono presentati a casa di Francesca, un’attivista di Non Una di Meno di Torino, per una perquisizione domiciliare. Cercavano abiti e cellulare. Il provvedimento è stato firmato dal PM Antonio Rinaudo in seguito alla denuncia per diffamazione presentata da Massimo Raccuia.

Chi è Massimo Raccuia? I muri di Torino e i cartelli portati in piazza dalle femministe parlano chiaro. “Massimo Raccuia” è uno stupratore.
Facciamo un passo indietro. Torniamo al 15 febbraio di quest’anno.
Quel giorno al Tribunale di Torino, un collegio di tre giudici donne, presieduto da Diamante Minucci ha assolto con formula piena Massimo Raccuia, ex commissario della CRI, accusato di violenze e stupro. Nelle motivazioni della sentenza si evince che Laura, la donna che ha accusato il suo collega e superiore alla Croce Rossa, non avrebbe avuto una reazione adeguata alle circostanze. Laura si sarebbe limitata a dire “Basta!” “Basta!”. Non aveva urlato, non si era fatta pestare a sangue. Per il collegio giudicante se non urli, se non c’è il sangue, se ti limiti a dire no, a dire “basta” non c’è violenza, non c’è sopraffazione, non c’è umiliazione.
Non solo.
Le giudici hanno trasmesso gli atti alla Procura per avviare un procedimento per calunnia contro Laura. Quella sentenza è l’ennesima che trasforma la donna stuprata in imputata; ancora una volta i riflettori vengono puntati su chi subisce violenza, mettendone in dubbio la credibilità e scandagliandone la vita privata in ogni particolare..

Per Diamante Minucci e le altre due giudici del collegio, dire “Basta” non è sufficiente. Bisogna gridare, correre a farsi fare un test di gravidanza, farsi lacerare la carne e suon di botte.
Per Minucci e le altre due giudici del collegio il discrimine è il martirio. Se lo stupratore non lascia il segno, se la donna non grida aiuto, allora è chiaro che ci stava.
Raccuia è un dirigente, Laura una precaria, già vittima delle violenze durante l”infanzia. Una storia che somiglia a tante altre: in Italia una donna su tre ha subito molestie o stupri. I violenti giocano sulla paura, sul ricatto del lavoro, dei figli, sulla giusta reticenza delle donne a rivolgersi ai tribunali, dove le loro vite sono frugate ed indagate, dove la loro libertà è sempre sul banco degli accusati.
Stupratori e giudici ci vorrebbero spaventate e piegate, ma la nostra forza è nella solidarietà, nel mutuo appoggio.
Raccontare per le strade la storia di Laura serve a far si che la paura cambi di campo.
Il 1 aprile un corteo ha attraversato il centro cittadino per raccontare la storia di Laura e per esprimere la solidarietà e l’indignazione delle donne della rete “Non Una di Meno” di Torino.

Il 12 aprile alle 12 davanti ai palazzi di giustizia di decine di città ci sono stati presidi contro la violenza dei tribunali in sostegno a Laura.
Molto numeroso e rumoroso quello svoltosi a Torino, dove la Questura aveva provato a bloccare l’iniziativa, minacciando divieti e sanzioni.
In tante ci siamo ritrovate davanti al tribunale con cartelli, striscioni e slogan. Poi il presidio si è trasformato in un breve corteo che si è guadagnato il mercato, dove tanti si sono fermati ad ascoltare i brevi comizi.

Francesca è stata perquisita per la partecipazione a quel presidio.
Non Una di Meno di Torino ha emesso un immediato comunicato di solidarietà, che potete leggere qui

Ascolta la diretta dell’info di Radio Blackout con Francesca

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Contro il G7 lavoro. Per un mondo senza servi e senza padroni

Tutti a Torino il 29 e 30 settembre per gettare sabbia nel motore dei potenti!

A fine settembre alla reggia di Venaria si incontreranno i ministri del lavoro, dell’industria e della ricerca di Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Francia, Giappone, Germania e Canada.
L’incontro doveva svolgersi a Torino, ma in luglio gli appuntamenti torinesi, comprese le cene e le visite culturali, sono stati cancellati o spostati a Venaria. Solo gli sherpa delle delegazioni verranno ospitati nell’albergo di lusso di piazza Carlina, fiore all’occhiello della “nuova” Torino, quella che negli ultimi vent’anni ha allontanato dal centro gli abitanti più poveri, cambiando poco a poco pelle.

La decisione di relegare il summit nella reggia di Venaria è stata presa perché il governo teme le contestazioni di chi non ha casa, reddito, pensione, di chi fa mille lavori precari e supersfruttati, di chi non crede che il lavoro gratuito sia educativo.
Il governo ha paura che tanti si ribellino a chi sta costruendo un futuro peggiore del presente che siamo forzati a vivere.
L’impegno dei movimenti sociali in vista del G7 è ovviamente di rendere reali i timori di Gentiloni, Minniti, Padoan…
Torino è stata per decenni uno dei laboratori, dove si sono sperimentate imponenti strategie di asservimento e controllo sociale, indispensabili alle grandi trasformazioni in atto. È quindi luogo simbolico e reale di uno scontro di classe durissimo, dove governanti e padroni, nonostante i tanti punti segnati, esitano a confrontarsi.

Dall’auto al Luna Park
Torino si è convertita da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti, mentre le periferie sono in bilico tra riqualificazioni escludenti e un parco giochi per carabinieri, alpini e poliziotti.
Sfruttamento, lavori precari e pericolosi, morti in mare, leggi razziste, militari per le strade, guerra sono i tasselli del puzzle che disegna il nostro vivere.
La gente delle periferie sente in bocca il sapore agre di una vita sempre più precaria.
L’amministrazione è stata per decenni nelle mani del Partito Democratico.
Oggi governano i Cinque Stelle. Bisognava che tutto cambiasse perché ogni cosa restasse come prima. La nuova sindaca è apprezzata dalle banche, dai padroni, da settori del movimento No Tav, da alcuni centri sociali e dai comitati xenofobi e razzisti. Un gran minestrone sulla cui tenuta è lecito interrogarsi, senza tuttavia farsi eccessive illusioni su possibili rapide implosioni.
Appendino imita Fassino: fa la guerra ai rom delle baracche lungo la Stura, sguinzaglia i vigili urbani a caccia di mendicanti, lavavetri, spacciatori di accendini, senza casa.
Chi aveva creduto alla retorica della partecipazione sta scoprendo che per i poveri non è cambiato nulla. La sindaca a Cinquestelle ha subito applicato le leggi del governo Gentiloni sulla sicurezza urbana. É finita con le cariche della celere contro chi beveva una birretta in via santa Giulia.

La criminalizzazione della povertà
Lo scorso 29 agosto il consiglio dei ministri ha approvato il decreto legislativo che attua la legge, approvata nel marzo scorso, sul reddito di inclusione (ReI). Una manciata di soldi per una minoranza esigua, una mossa dallo squisito sapore elettorale. Ma anche un ulteriore salto di paradigma. I beneficiari degli assegni vengono messi sotto tutela, sottoposti al costante controllo dei servizi sociali, perché sono tenuti a dimostrare di voler uscire da uno stato del quale sono considerati responsabili.
È la quadratura del cerchio del governo del nobile Gentiloni. Per chi si piega c’è l’elemosina di Stato, per chi lotta multe, galera, manganelli e daspo urbano.
Se sei povero la responsabilità è tua, non di chi si arricchisce sul lavoro altrui, non di un sistema politico e sociale che nega una vita decorosa alla maggior parte della popolazione del pianeta.
Per il governo chi occupa una casa vuota offende il decoro, i proprietari che affittano a prezzi altissimi sono invece bravi cittadini.

Ci raccontano che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che liberismo e democrazia garantiscono pace, libertà, benessere. Ci raccontano le favole e pretendono che ci crediamo.
Il governo dice che non ci sono soldi per ospedali, trasporti locali, scuole. Ma spende 68 milioni di euro al giorno per fare la guerra.
Gentiloni investe in telecamere, polizia, militari per le strade. L’Italia ha pagato le milizie che controllano la costa libica e gestiscono il traffico di esseri umani, petrolio e armi, perché blocchino i profughi delle guerre combattute con armi made in Italy. In agosto sono seccamente diminuiti gli sbarchi. Chi resta intrappolato finisce nelle galere libiche, dove omicidi, torture, ricatti e stupri sono il pane quotidiano. Nuovi lager stanno sorgendo nel cuore dell’Africa subsahariana.
Il candidato premier a 5Stelle Di Maio plaude la violenza poliziesca contro gli immigrati del ministro dem Minniti.

Sul fronte del lavoro
In questi anni i padroni si sono arricchiti, i poveri sono diventati più poveri.
Il lavoro non c’è o è precario, pericoloso, malpagato.
Il job act ha fatto piazza pulita delle poche tutele rimaste a chi lavora, lasciando mano libera ai padroni.
Soffiano sul fuoco della guerra tra poveri, per mettere i lavoratori italiani contro quelli immigrati. Ci vogliono divisi per poterci meglio comandare e sfruttare.
Chi si fa ricco con il lavoro altrui non guarda in faccia nessuno. Chi governa racconta la favola che sfruttati e sfruttatori stanno sulla stessa barca ed elargisce continui regali ai padroni.
Il governo vuole la fine delle lotta di classe, la resa senza condizioni dei lavoratori.
Cigl, Cisl e Uil, veri sindacati di Stato, firmano contratti indecenti, frenano le lotte, pur di mantenere i propri burocrati e i propri privilegi.
C’è chi non ci sta, chi si ribella ad un destino già scritto, chi vuole riprendersi il futuro.
Sono gli antimilitaristi, che lottano contro le basi militari, le fabbriche d’armi, la militarizzazione dei nostri quartieri. Sono i prigionieri dei CIE che bruciano le celle e scavalcano i muri. Sono gli sfrattati che non si rassegnano alla strada e si prendono le case vuote. Sono i lavoratori che bloccano e occupano magazzini e strade per vivere meglio.

Questo G7 è un occasione per dare visibilità a chi lotta, per riprenderci le periferie, per dimostrare, che al di là della retorica su sviluppo, innovazione, ricerca, il vertice di Venaria è solo la vetrina lucida dietro alla quale c’è una realtà dove tanta parte del genere umano è diventata inutile, persino per chi si fa ricco sulla povertà altrui. Chi lavora è una pedina intercambiabile in una macchina che corre veloce la sua galoppata senza limiti. Neppure quelli fisici di un pianeta allo stremo.

Per qualcuno la partita si gioca nella visibilità mediatica delle contestazioni, a costo di relegarle in zone in bilico tra il nulla metropolitano e i quartieri dormitorio della Torino del secolo scorso. Per tanti altri il vertice è una buona occasione per raccogliere le forze in vista delle dure sfide dell’autunno.
Le aree post autonome, come di consueto si muovono cercando di mantenere il complesso equilibrio tra conflitto di piazza ed interlocuzioni istituzionali in vista della tornata elettorale di primavera. Nonostante il fallimento della partita sul referendum costituzionale, continuano ad agitare lo spauracchio del ducetto di Rignano, ma sono in affanno di fronte all’esplicitarsi delle posizioni paraleghiste del premier in pectore Di Maio.
I sindacati di base non hanno saputo cogliere l’occasione, strangolati dalla competizione intorno ai rituali scioperi d’autunno, ed hanno annunciato e poi ritirato lo sciopero del 29 settembre.

Nonostante queste indubbie difficoltà ampi settori di movimento si stanno organizzando in vista del G7. Iniziative si svolgeranno in tutto il mese con un focus sul 28, 29 e 30 settembre, quando sono previste le principali manifestazioni.

Gli anarchici federati di Torino stanno costruendo spezzoni rossi e neri e fanno appello a tutti per una partecipazione ampia.

Cambiare la rotta è possibile. Con l’azione diretta, aprendo spazi politici non statali, moltiplicando le esperienze di autogestione, intessendo reti sociali che sappiano inceppare la macchina e rendano efficaci gli scioperi, le lotte territoriali.

Roviniamo la vetrina dei padroni del mondo! No al G7!
Un mondo senza sfruttati né sfruttatori, senza servi né padroni, un mondo di liberi ed eguali è possibile.
Tocca a noi costruirlo.

Ecco gli appuntamenti per gli spezzoni rossoneri:

Venerdì 29 settembre
ore 17,30
Corteo dei lavoratori e delle lavoratrici contro il G7
Partenza da Corso G. Cesare
n. 11, vicino a Porta Palazzo (ex stazione Torino-Ceres)
assemblea finale ai giardinetti tra corso Giulio e via Montanaro

Sabato 30 settembre
ore 14
Corteo contro il G7
Ritrovo quartiere Vallette in
direzione Reggia di Venaria

per info: fai_to@inrete.it

i compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese

 

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Libia. Migranti, milizie e servizi segreti

Francesca Mannocchi, giornalista free lance, che collabora con numerose testate italiane e internazionali, è stata la prima a scrivere, già il 25 agosto, degli accordi tra governo italiano e milizie libiche per il blocco delle partenze. Il suo reportage, uscito in inglese su Middle East Eye, ha trovato conferma nei giorni successivi negli articoli pubblicati da Reuters e Associated Press.

“Una prima intuizione sull’esistenza di una diplomazia parallela l’ho avuta a fine agosto. Ero in Libia. Per la prima volta a Zawiya e a Sabratha sono arrivati convogli di aiuti umanitari. Mi sono chiesta perché fossero stati inviati in una zona dove non ce n’era particolare bisogno. Sono andata lì ed ho cominciato a fare domande, per capire cosa ci fosse dietro a quei pacchi arrivati a Sabratha”.
É noto a tutti che in quella zona una diplomazia parallela esiste da tempo ed è targata ENI.
“Io ho in mano un documento che dimostra che la milizia dei Dabbashi ha un accordo per la protezione del compound di Mellita”.
Questa volta c’era qualcosa in più in ballo.
La scomparsa delle partenze di migranti nell’ultimo mese e mezzo doveva avere una ragione. Il traffico di esseri umani è uno dei maggiori business libici: lo stop alle partenze doveva avere una solida base materiale.
In Italia si racconta la favola che i trafficanti sarebbero stati bloccati dalla cosiddetta “guardia costiera libica”, grazie all’addestramento offerto dal governo Gentiloni. Una “notizia” che ha il sapore della “barzelletta”.
“Chi incassa milioni di euro facendo partire centinaia di migliaia di persone, non si fa certo bloccare da qualche pattuglia in più in mare e tantomeno dalla diplomazia libica.
Mi sono perciò chiesta quale prezzo stessimo pagando per l’interruzione delle partenze.
Tutte le fonti che ho raccolto, fonti diverse e non in contatto le une con le altre, sia in Italia che in Libia mi hanno confermato trattative tra i servizi segreti italiani e le milizie. Non solo quelle di Sabratha, ma anche quelle della zona ovest di Tripoli, di Misurata e di Beni Walid.
Io non ho prove di quanto dico, ma le fonti che ho consultato sono tante, diverse tra loro e alcune mi hanno descritto i nostri servizi come molto generosi.
Come ai tempi dei trattati stretti tra Berlusconi e Gheddafi nel 2008, ce lo dirà il tempo, ce lo dirà la storia quali saranno le conseguenze di questi accordi verbali e informali.
Conosco a fondo la Libia e mi chiedo cosa accadrà quando finiranno i soldi, gli aiuti, l’invio di armi. Ritengo che l’Italia diventerà profondamente ricattabile.
Sto lavorando sui nomi delle milizie coinvolte, in primis quella Dabbashi, che non per caso ha scortato gli aiuti umanitari italiani dal porto di Tripoli a Sabratha. La stessa milizia ha chiesto l’apertura di un proprio ufficio nel compound di Mellita, non accontentandosi più dei soli proventi della protezione dell’impianto ENI, ma forse provando a prendere direttamente una stecca sulla produzione. Questa milizia, oltre ad essere una delle più forti per numero di uomini, gestisce da tempo i traffici di petrolio e gas.
Nonostante la Libia abbia un’importanza strategica per gli approvvigionamenti energetici italiani, si fa fatica a far emergere informazioni, mentre la propaganda continua a definire “centri di accoglienza” le prigioni libiche.”

I media main stream hanno ignorato le informazioni diffuse da varie testate in lingua inglese sugli accordi, affiancando la notizia della dipartita dal Mediterraneo delle navi delle ONG con quella della secca riduzione delle partenze e degli sbarchi. Contribuendo in tal modo a criminalizzare le ONG, gettando nel contempo polvere sugli accordi con le milizie.
Le stesse ONG, in buona parte dipendenti da finanziamenti statali, non hanno saputo/voluto battere i pugni sul tavolo. L’unica eccezione rilevante è “Medici senza frontiere”, che ormai da due anni rifiuta di prendere sovvenzioni statali, perché non vuole essere complice delle scelte politiche del governo sull’immigrazione. La decisione venne presa dopo la chiusura delle frontiere lungo la rotta balcanica.
“Oggi c’è il rischio che le ONG diventino complici delle politiche governative in Libia”.
La richiesta alle ONG di partecipare alla gestione delle prigioni per migranti in Libia è molto ambigua, perché in Libia nessuna organizzazione può agire senza l’accordo con le milizie. Qualche mese fa “Sette funzionari e delle Nazioni Unite e dodici uomini della scorta vennero derubati e sequestrati tra Zawiya e Sabratha dalle milizie della zona. Sono stati liberati dopo una lunga trattativa e non hanno mai raggiunto il centro di detenzione dove erano diretti. Mi fa soltanto sorridere l’idea che oggi le ONG e la stessa UNHCR possano lavorare nei centri.
In Libia, secondo fonti del ministero dell’interno ci sono 24 centri di detenzione ”ufficiali’. Io lavoro in Libia da anni ma sono riuscita a visitarne solo sei. Gli altri non si sa dove siano, quante persone ci siano dentro.
Io sospetto che verranno attrezzati due o tre centri a beneficio di giornalisti e associazioni umanitarie, mentre di tutti gli altri si continuerà a non sapere nulla. Alcuni centri che ho visitato sono stati chiusi, ma nessuno sa dove siano finiti i migranti che ci stavano dentro.
La domanda che faccio è semplice: ‘ci sono le condizioni perché UNU e ONG possano lavorare in Libia?’ Io credo di no. Nella sola Tripoli nel solo mese di giugno ci sono stati 281 rapimenti.
Finirà che le ONG e l’ONU apriranno uffici a Tripoli o a Misurata e non faranno uscire i propri funzionari dalle otto del mattino alle due del pomeriggio. Non credo che questo migliorerà la condizione dei migranti nei centri di detenzione in Libia.”

Ascolta l’intervista a Francesca Mannocchi

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Dov’è Santiago Maldonado? Presidio da Benetton per il desaparecido della democrazia

Desaparecido. Scomparso. Questa parola viene usata solo in spagnolo, perché solo in questa lingua assume il significato che hanno saputo imprimerle i regimi autoritari che negli anni Settanta hanno insanguinato l’America Latina.
Durante la dittatura di Videla sparirono circa 30.000 persone. Sequestrate, torturate per settimane, mesi, infine gettate in mare ancora vive da aerei militari.
I figli delle prigioniere incinta nacquero in galere segrete come l’ESMA, vennero presi dagli aguzzini dei loro genitori che li spacciarono per propri.

Pochi sanno che nei decenni trascorsi dalla fine della dittatura ci sono stati 310 desaparecidos. Desaparecidos della democrazia. Di loro non si sa più nulla.
Il primo agosto la stessa sorte è capitata a Santiago Maldonado, che lottava a fianco dei Mapuche della Patagonia argentina e cilena contro la multinazionale italiana Benetton.
Le terre mapuche, sfruttate in passato da compagnie inglesi, dal 1990 sono di proprietà di Benetton, che le ha trasformate in enormi pascoli per pecore da lana.
Uno dei tanti casi di land grabbing, furto legale di enormi porzioni di territorio, sottratte alle popolazioni che ci vivevano. La forma “moderna” del colonialismo.
Dal primo agosto Santiago è scomparso, “desaparecido”, inghiottito da un potere che non guarda in faccia nessuno, pur di continuare a fare affari.
Quel giorno si trovava a Pu lof en resistencia a Cushamen, quando un centinaio di poliziotti in assetto antisommossa hanno fatto irruzione, sparando proiettili di gomma e di piombo.
La gente è fuggita attraversando il fiume per ripararsi dalle pallottole. Santiago non è riuscito a guadagnare l’altra sponda e si è nascosto dietro ad un albero. Qui i suoi compagni hanno sentito i poliziotti gridare che ne avevano preso uno. Caricato su un mezzo della polizia non è più stato visto. La polizia nega di averlo arrestato.

Soraya Maicoño quel giorno si trovava per strada ed è stata fermata e trattenuta per sei ore sulla ruta 40, mentre la Gendarmeria reprimeva la comunità Pu Lof en Resistencia di Cushamen. Ha visto Pablo Noceti, capo di Gabinetto del Ministero di Sicurezza della Nazione, passare più volte di lì.
Ha anche notato che tra i pick-up che si dirigevano a Pu Lof c’erano anche quelli della tenuta Leleque di Benetton. Entravano nel commissariato, tornavano a Leleque, andavano a Pu Lof. Anche loro davano ordini, indicazioni. Erano al corrente di quello che succedeva. Era già successo il 10 gennaio, quando Ronald McDonald, amministratore generale delle tenute di Benetton, prestò il camion del ranch per trasportare i cavalli che avevano sequestrato ai mapuche.
Prima di entrare nel governo di Mauricio Macrì, Pablo Noceti era stato l’avvocato dei militari accusati di aver partecipato alle torture e alle sparizioni degli oppositori politici e sociali argentini durante la dittatura. Noceti aveva messo in dubbio le prove giudiziarie definendole “una vendetta politica” e mettendo in discussione l’impossibilità della prescrizione per tali crimini.
L’uomo giusto al posto giusto, pronto ad accusare di terrorismo le organizzazioni mapuche, mentre Santiago Maldonado era vittima del terrorismo di Stato. In vesti democratiche.
Il giorno prima del sequestro di Santiago, il 31 luglio, membri delle comunità mapuche protestavano davanti al tribunale federale di Bariloche per l’arresto arbitrario di Facundo Jones Huala: sono stati colpiti dalla Gendarmeria Nazionale e dal reparto di Assalto Tattico della polizia aeroportuale di sicurezza, con proiettili di gomma sparati ad altezza d’uomo. Nove persone sono state arrestate e molte altre sono state ferite.
Il primo settembre centocinquantamila persone hanno attraversato il centro di Buenos Aires, mostrando cartelli e gridando a gran voce “Donde esta Santiago Maldonado?”, “Dov’è Santiago Maldonado?” “Lo abbiamo salutato vivo, vogliamo rivederlo vivo.”

In questi giorni fonti anonime della polizia federale hanno fatto filtrare la notizia non confermata che Santiago sarebbe morto per le torture subite durante la detenzione.
Nella lunga storia della lotta Mapuche per la propria terra, chiare sono le responsabilità dei governi che si sono succeduti.
Altrettanto chiare le responsabilità del gruppo Benetton. Dietro alla facciata antirazzista, ci sono i feroci colonialisti del nuovo millennio.
Le maglie colorate di Benetton si sono macchiate del sangue di tanta gente che lottava. Come Santiago Maldonado.

In varie città italiane sono state promosse iniziative di fronte ai negozi Benetton.

A Torino
Giovedì 14 settembre
Dov’è Santiago Maldonado?
Presidio al negozio Benetton di via Roma 121 – vicino a piazza San Carlo. Ore 17,30

 

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Alluvione a Livorno: la solidarietà dei cittadini

Una bomba d’acqua. Eccezionale? Non più. Ormai da anni la tragica alleanza tra mutamento climatico, cementificazione, scarsa cura del territorio, provoca disastri e allunga la lista dei morti e delle devastazioni.

Gli anarchici livornesi, in un comunicato emesso nelle prime ore dopo l’alluvione scrivono:
“Una volta passata la fase più tragica sarà certo necessaria una riflessione, perché non si può pensare che si tratti solo di una calamità naturale. Per quanto possa essere stata forte la tempesta della notte tra il 9 e il 10 settembre, per quanto il clima secco possa aver contribuito a creare le condizioni per quanto è avvenuto, non possono essere trascurate altre questioni, innanzitutto i tagli ai servizi di manutenzione dei fossi nelle aree intorno alla città e lo stato dei corsi d’acqua che attraversano la zona, in particolare del Rio Ardenza e del Rio Maggiore.
Unico aspetto positivo si è avuto nella solidarietà spontanea, decisiva in alcune zone per iniziare a liberare le case e le cantine da fango e detriti, cominciare ad aprire le strade e pulire gli argini, per spostare le auto trascinate nel corso dell’alluvione che impedivano il transito dei mezzi di soccorso. Senza l’intervento diretto dei volontari, che hanno agito come potevano, senza una coordinazione con le autorità, le quali si sono dimostrate assenti, la situazione sarebbe certo peggiore.
Per questo sosteniamo le iniziative di solidarietà concreta organizzata dal basso che dopo gli importanti interventi spontanei di oggi si sta strutturando meglio per l’attività dei prossimi giorni.”

A peggiorare la situazione c’è il versamento di liquami oleosi dalla centrale ENI che sta inquinando l’area già colpita dall’alluvione.

Centinaia di persone si sono rimboccate le maniche e sono andate nei quartieri più colpiti per dare una mano. Mentre scriviamo ci sono ancora case isolate, senz’acqua, luce ed energia elettrica. Solo la solidarietà dei volontari ha consentito a migliaia di persone di resistere.

L’info di Blackout ne ha parlato con Dario, uno dei tanti che in questi giorni, ha imbracciato una pala per dare una mano.

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Carmagnola: il Comune vieta “Bella Ciao”, il Coro Moro va via

Il Coro Moro nasce nelle Valli di Lanzo dall’incontro tra attivisti antirazzisti e No Tav e un gruppo di giovani rifugiati ed immigrati africani.

Oggi è una realtà conosciuta in tutto il Piemonte, per il suo repertorio di canzoni popolari piemontesi e di lotta.

La scorsa domenica avrebbero dovuto esibirsi alla Fiera del Peperone di Carmagnola con il loro consueto repertorio. Tra le tante c’è sempre “Bella ciao”.
Il Comune di Carmagnola, non nuovo a queste uscite, chiede ai ragazzi del Coro di cancellare dalla scaletta la canzone simbolo della resistenza al fascismo. L’assemblea del Coro rifiuta e preferisce ritirarsi. Il vicesindaco Inglese si offre di pagare comunque il cachet pattuito di 600 euro purché la notizia non trapeli.
Il Coro Moro rifiuta. In breve la censura di Bella Ciao cantata da un Coro, nato dall’incontro tra attivisti e giovani in fuga da guerra e persecuzioni, buca i media, diventando un boomerang per l’amministrazione di centro destra della città dei Peperoni.

“#CoroMoro canta #bellaciaononsitocca, se no: Ciao!”, è il messaggio lanciato dal gruppo su Facebook.

L’info di Blackout ne ha parlato con Luca Baraldo del Coro Moro.

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La cacciata delle ONG e l’accordo con gli scafisti

Che l’aria stesse cambiando lo si è capito quest’inverno. Il 2 febbraio il nuovo ministro dell’Interno Minniti ha siglato un accordo con il governo Al Sarraj in Libia, benedetto il giorno successivo dal vertice di Malta. Una mossa che assumeva mero sapore propagandistico, per acquistare consensi in vista di elezioni che all’epoca parevano molto vicine. Il governo Al Sarraj non controlla neppure Tripoli, le due o tre “guardie costiere” sono parte del traffico di esseri umani, un affare molto lucroso nella Libia devastata da sei anni di guerra. Il capo della guardia costiera di Zawiya è anche capo di una delle milizie che gestiscono le partenze.
In realtà l’accordo con Al Sarraj porterà soldi, armi e pattugliatori in Libia e sarà il primo tassello del mosaico di Minniti. Il ministro si è fatto le ossa alla scuola di Cossiga e per lunghi anni ha avuto la delega ai servizi segreti, nei tanti governi dove è stato sottosegretario agli Interni.
Il suo capolavoro è la cacciata dal Mediterraneo delle navi delle tante ONG, che negli ultimi anni si sono assunte il compito di ripescare in mare naufraghi e gente abbandonata su barconi alla deriva.
Un lavoro fatto intessendo infiniti fili e facendo leva sulle spinte che arrivavano dai propri stessi avversari politici. In prima fila Salvini e Grillo, che hanno puntato l’indice contro le ONG accusandole di essere complici degli scafisti. Si sono poi uniti al coro alcuni magistrati siciliani come il Procuratore di Catania Zuccaro, che, pur dichiarando di non avere prove, si è detto certo che ci fosse del marcio nell’attività delle navi delle ONG impegnate nel Mediterraneo. Il lavoro di criminalizzazione è durato mesi, per preparare il terreno all’ultima offensiva.
All’inizio dell’estate, in un clima emergenziale suscitato ad arte dai media, è saltato fuori il codice da imporre alle ONG, pena la chiusura dei porti. Un cappio al collo, che rende nei fatti quasi inutile muoversi nel Mediterraneo. Poliziotti a bordo, strumenti che segnalano la propria posizione, divieto di mettersi lungo le rotte della gente in viaggio. La maggior parte delle Ong non ha sottoscritto il codice. Le minacce della guardia costiera libica di impiegare le armi ha portato al ritiro dal Mediterraneo di gran parte delle imbarcazioni delle Ong ribelli. In questo momento nel canale di Sicilia sono rimaste solo due navi impegnate in operazioni di ricerca e soccorso.
In agosto gli sbarchi sono stati meno di un settimo di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente
Il 25 agosto su Middle East Eye compare un articolo di Francesca Mannocchi che ha raccolto numerose testimonianze sugli accordi tra uomini dei servizi segreti italiani e le milizie che controllano la costa libica tra Zawiya e Sabratha, i porti da cui partono la maggior parte delle imbarcazioni dirette in Italia.
Tra Tripoli e Zawiya ci sono meno di 50 chilometri e otto posti di blocco. L’unico modo per raggiungerla è via mare.
“Poche settimane dopo l’emanazione del Codice per le ONG, la costa di Zawiya è avvolta nel silenzio.” (…) Un testimone riferisce “del complesso e delicato equilibrio di potere tra le diverse milizie che gestiscono i vari traffici di esseri umani, petrolio e altro”. “Altre fonti riferiscono che la quiete dei porti tra Zawiya e Sabratha ha un prezzo. Non si spiegherebbe altrimenti come un’area che per anni è stata il crocevia del traffico di esseri umani sia diventata all’improvviso calma.” (…) Il costo negoziato per ottenere il blocco delle partenze per almeno un mese sarebbe di cinque milioni di dollari.
Il governo italiano smentisce qualsiasi accordo con gli scafisti, ma già a fine agosto nuove prove emergono da un articolo dell’Associated Press. La milizia “Martire Abu Anas al Dabbashi” di Sabratha collabora da anni con il governo italiano, perché si occupa della sicurezza dell’impianto ENI di Mellita.
Assieme alla “Brigata 48” gestiscono tutti i traffici in quel tratto di costa. Entrambe le formazioni armate sono controllate da membri del clan Dabbashi, ossia i “re del traffico di migranti”. Il capo della prima conferma l’intesa con gli italiani.

In questi stessi giorni Minniti ha dichiarato alla stampa di essere “preoccupato per le condizioni dei migranti nelle prigioni libiche”.
Negli stessi giorni è stato stipulato un accordo per la realizzazione di campi di concentramento per immigrati in Ciad, in Mali e in Niger. La ciliegina sulla torta del ministro dell’Interno.
La linea di confine si sposta a sud, oltre il deserto dove i “diritti umani”, nozione sulla quale spesso in Italia si misura l’altrui civiltà, hanno una diversa declinazione.

L’info di Blackout ne ha parlato con Alessandro Dal Lago.

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Reddito di schiavitù

Il 29 agosto il consiglio dei ministri ha approvato il decreto legislativo che attua la legge, approvata nel marzo scorso, sul reddito di inclusione (ReI).
Il presidente del consiglio Gentiloni sostiene che per la prima volta l’Italia si dota di uno strumento contro la povertà. Il ministro del lavoro Poletti parla di una legge che impegna tutte le istituzioni a stare a fianco dei più poveri, “uno strumento che abbiamo costruito attraverso un rapporto di dialogo e di positiva collaborazione con le associazioni rappresentate dall’Alleanza contro la povertà”.
Vale la pena dare un’occhiata alla fredda realtà dei numeri.
Il ReI è una goccia nel mare: le persone in povertà assoluta (cioè in condizione di incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard di vita minimo accettabile) sono 4 milioni e 600 mila, secondo i dati Istat relativi al 2015, e nel 2016 non sono certo diminuite. Il provvedimento del governo, che andrà a regime nel gennaio 2018, riguarderà solo pochi fortunati: un milione e ottocentomila persone, magari raccomandate dall’Alleanza “per” la povertà. La cifra impegnata è ridicola: per il solo servizio del debito (interessi passivi ecc.) il governo italiano paga più di ottanta miliardi l’anno, che vanno nelle tasche delle banche, dell’aristocrazia finanziaria, degli specultatori.
Per dare un’idea dell’impegno del governo e dell’importanza che dà alla lotta contro la povertà, basta pensare che il solo rigassificatore offshore di Livorno, ormeggiato da anni al largo e inattivo, è costato 900 milioni di euro, più della metà del fondo stanziato per il 2018. La sollecitudine è dimostrata dal fatto che si attende il 2018 per dare attuazione ad una legge approvata nel marzo 2017. Forse il Governo spera che qualcuno nell’attesa muoia di malattie, di freddo o di fame, così da risparmiare ancora qualcosa.

In realtà, si tratta di una vittoria politica delle organizzazioni legate alla gerarchia vaticana. L’interlocutore del governo, l’Alleanza contro la povertà in Italia, nasce da un’idea di Cristiano Gori, docente all’Università Cattolica di Milano, ed è promossa grazie al contributo delle Acli. Le Acli curano il coordinamento politico-organizzativo. La partecipazione all’Alleanza è aperta a tutti i soggetti sociali interessati alla lotta contro la povertà assoluta in Italia; aderiscono al momento all’alleanza Acli, Action Aid, Anci, Azione Cattolica Italiana, Caritas Italiana, Cgil- Cisl-Uil, Cnca, Comunità di S. Egidio, Confcooperative, Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Federazione Nazionale Società di San Vincenzo De Paoli Consiglio Nazionale Italiano – ONLUS, fio.PSD, Fondazione Banco Alimentare ONLUS, Forum Nazionale del Terzo Settore, Lega delle Autonomie, Movimento dei Focolari, Save the Children, Jesuit Social Network.

Spostare la questione del reddito dal salario e dai servizi sociali all’assistenza legata al controllo sociale è una vittoria della borghesia e della interpretazione cattolica dei rapporti fra le classi sociali.
Del resto, per gli sfruttati, per i ceti popolari l’azione del governo è sempre una minaccia: i fondi per la sedicente lotta alla povertà sono stati tolti ai servizi sociali, alla scuola, alla sanità: si combatte la povertà accentuandone le cause: tagli all’assistenza, alla sanità, alla scuola; tagli alle pensioni e all’occupazione. Qualsiasi cosa faccia il governo, segua una politica di austerità o di investimenti, a pagare sono sempre le classi subordinate.

Se l’egemonia cattolica è evidente nella nascita e nell’organizzazione dell’Alleanza, altrettanto chiara lo è nella linea politica. Il documento costitutivo prende atto della povertà crescente, e del fatto che questa povertà non scomparirà con la fine della crisi economica. Al tempo stesso prende atto della maggiore difficoltà in cui si trovano i ceti svantaggiati, a causa dei tagli che hanno colpito le varie forme di assistenza, i servizi pubblici, la sanità, la scuola. Ma la presa d’atto del fenomeno della povertà e di alcune delle sue cause politiche e sociali non si trasforma in un’azione concreta per la rimozione di queste cause, si limita ad un’azione volta da una parte ad alleviare gli eccessi, mentre d’altra parte colpevolizza la vittima dell’impoverimento dovuto alla vittoria dei padroni nella guerra di classe degli ultimi trent’anni. L’Alleanza contro la povertà sostiene infatti che il contributo economico deve essere accompagnato da servizi alla persona, volti ad organizzare diversamente la propria vita e ad impegnarsi per uscire dalla povertà: “chi è in povertà assoluta ha diritto al sostegno pubblico e il dovere d’impegnarsi a compiere ogni azione utile a superare tale situazione”, si sostiene nel documento costitutivo dell’Alleanza.

Mentre gli strumenti legati alla prestazione lavorativa, come la Cassa Integrazione Guadagni o la defunta assicurazione contro la disoccupazione involontaria, non prevedono alcun impegno attivo, cioè riconoscono la non responsabilità del lavoratore nella crisi o nella disoccupazione, la colpevolizzazione del povero è il perno del reddito di inclusione, perché prevede che, oltre all’evidente stato di necessità, certificato dall’ISE, si accompagni un impegno concreto per uscire dallo stato di bisogno, seguendo un percorso elaborato dalle strutture di servizi. In questo modo si ottengono due risultati: si separa il reddito dalla prestazione lavorativa, diventa pura e semplice elargizione caritatevole; si trasforma il reddito, il ReI, in uno strumento di controllo sociale: tutti i comportamenti devianti, come l’autorganizzazione, l’azione diretta, per non parlare della partecipazione ad organizzazioni politiche o sindacali sovversive, potranno essere usati per dimostrare il non adempimento del percorso, e quindi la possibile revoca della misura economica.

L’info di Blackout ne ha parlato con Tiziano, autore di due approfondimenti usciti su Umanità Nova.

Ascolta la diretta

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Corrispondenza dal fronte di Raqqa

A fine agosto sono ripresi i combattimenti sul fronte di Raqqa, interrotti per oltre un mese per l’offensiva turca contro il cantone di Efrin, in Rojava.
Cekdar Agir è il nome di battaglia di un anarchico torinese, che combatte in Siria nelle brigate Ypg.
All’info di Blackout ha inviato gli ultimi aggiornamenti sulla durissima battaglia che si sta combattendo nella capitale del Califfato.
La testimonianza risale al primo settembre.

Ascolta Cekdar Agir 

Di seguito la trascrizione del suo intervento.

“L’operazione “Ira dell’Eufrate” é ripartita il 24 agosto, dalla fine di luglio per una ventina di giorni l’operazione si era quasi totalmente bloccata, uno dei motivi sono gli attacchi portati avanti dall’esercito Turco sul lato di Efrin.
Dal 24 agosto per circa una settimana, dal lato est si è avanzato di circa 400 metri, per liberare quasi mezzo chilometro la resistenza da parte dei miliziani dell’Isis è stata poca.
Raqqa è una città fantasma e la conquista di nuove postazioni è stata molto veloce, l’unico pericolo sono le mine che purtroppo hanno portato la morte di 2 compagni delle Sdf, esse sono mine di vario tipo tra cui anche incendiarie, alcuni compagni sono rimasti feriti gravemente.
I miliziani dell’Isis per rallentare l’avanzata delle Sdf continuano ad attaccare con macchine esplosive, esse a volte vengono neutralizzate dai raid della coalizione, gli aerei individuano le macchine che sfrecciano ad alta velocità, la tattica dell’isis per prevenire i raid e quella di colorare le macchine con lo stesso colore delle macchine in possesso alle Sdf.
La città é piena di tunnel in cui a volte i Daesh attaccano le Sdf, in molti casi i gruppi di miliziani che portano avanti questi tipi di attacchi,sono stati quasi sempre neutralizzati.
Lo stato islamico continua a colpire le Sdf con lanci di mortai specialmente di notte, ogni 5/10 minuti vengono lanciati sia verso l’est che verso l’ovest della città, continuano anche i lanci di razzi rpg, e in città sono sempre presenti i cecchini dell’Isis.
L’operazione nell’ultima settimana é accelerata, un mese fa in mano ai Daesh rimanevano più o meno 3 chilometri quadrati di territorio nell’ovest della città, adesso si é ridotta più o meno a un chilometro e 200 metri, le truppe del cantone di Jezira hanno avanzato verso il centro della città superando le mura vecchie, i tempi che vengono dati per la liberazione di Raqqa sono di due mesi.
Partecipano all’operazione “Ira dell’Eufrate” le varie etnie presenti in Siria, Arabi, Curdi, Turcomanni, Armeni e Assiri, sono presenti alcune truppe arabe di Efrin fra cui alcune fuoriuscite dall’Fsa, ci sono anche le forze cristiane assire denominate Msf. Ci sono anche le Ybs, unità di resistenza di Shengal, la città nel nord dell’Iraq, che nel 2014 subì un duro attacco da parte dell’Isis. I Daesh avevano compiuto un vero e proprio massacro verso gli Yezidi: circa 7.500 persone furono deportate dai monti di Shengal e molte donne furono rivendute come schiave, oppure date come spose ai miliziani dell’Isis, per le strade di Shengal i Daesh non si fecero scrupolo a tagliare le teste anche a bambini di un anno.
Le forze di Shengal sono presenti in città anche per vendicare gli yezidi massacrati nel 2014.
Su alcuni giornali sono uscite molte polemiche contro le Sdf e le forze statunitensi, per i bombardamenti sui civili, per cui l’Onu vorrebbe aprire un corridoio umanitario. Raqqa è una città fantasma, non c’é nessuno per strada e i civili che sono in città sono in mano all’Isis: chi ha potuto è fuggito.
A Tabqa i Daesh utilizzarono i civili come arma di contrattazione: l’Isis minacciò di sgozzare i civili se non li avessero fatti fuggire, e quindi le Sdf decisero di far fuggire i miliziani dell’Isis per salvare la vita di centinaia di persone, un convoglio di 200 persone fuggì dalla città. Qui credo che non ci sia la possibilità di aprire un corridoio: la città è piena di mine e per strada non ci sono civili, ci sono i combattenti dell’Isis che sparano a ogni cosa che si muove, certamente i civili non possono muoversi e andarsene, purtroppo sono sotto tiro dei bombardamenti anche se si cerca di essere i più precisi possibili.

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I No Tav in marcia per la libertà di movimento

Nell’estate più bollente degli ultimi anni il movimento No Tav si è rimesso in marcia. L’8 luglio è stata una una giornata di lotta contro i blocchi e i divieti tra Chiomonte e Giaglione.
Ormai da mesi, oltre alle zone rosse stabili e straordinarie intorno all’area di cantiere, la polizia in occasione di marce notturne ha chiuso tutti gli ingressi di Giaglione, disponendosi sin sulla statale del Moncenisio, una zona lontana chilometri dalla Clarea.
Un’ulteriore passo verso la totale militarizzazione dell’area.
Questa volta, prudentemente, la polizia non si è fatta vedere nella prima parte della marcia, quando il corteo partito da Venaus si è guadagnato il bivio dei Passeggeri, la statale 25 e la provinciale per Giaglione.
Se avessero bloccato il corteo avrebbero rischiato che per ore restasse chiusa la strada che porta al valico del Moncenisio nelle prime ore di un fine settimana estivo.
Una possibilità che andrebbe esplorata e messa nella cassetta degli attrezzi del movimento che si batte contro la Torino Lyon, troppo spesso irretito dalla retorica della lotta al cantiere, dal fascino delle marce notturne, dalla mimesi dell’epopea degli anni passati.

Oggi servono altre strade. La pratica del blocco, se agita da molti insieme, può essere un modo per mettere in difficoltà l’avversario.

Uno dei tanti. Perchè l’ingranaggio del cantiere e dell’occupazione militare è ben oliato e occorre gettare tanta sabbia per incepparlo.
La polizia ha atteso i manifestanti lungo la strada delle Gorge che da Giaglione conduce alla Clarea occupata militarmente.
Poco dopo la cappelletta hanno montato uno sbarramento di acciaio, molto più solido del consueto: nonostante i numerosi tentativi di buttarlo giù ha resistito agli assalti dei manifestanti che hanno continuato a lungo battiture e slogan.
Un altro gruppo, passando per i sentieri alti e guadando il torrente, ha raggiunto l’area dove sorge la tettoia No Tav di fronte al cantiere.
Un cantiere che in questo periodo è quasi fermo: il tunnel geognostico è stato completato qualche mese fa, parte dei lavoratori sono stati licenziati, in barba alle promesse di Telt che sperava di fidelizzarli con la chimera del lavoro. Inutile lo sciopero di protesta di questi ultimi giorni.
Non si allenta invece la pressione disciplinare sull’area, dove truppe di montagna, polizia, carabinieri e guardia di finanza si danno il cambio per mantenere la sorveglianza al fortino di Clarea.
In questi stessi giorni sono arrivate le comunicazioni di esproprio di un migliaio di case
tra Susa, Bussoleno, Venaus.
Era importante dare un primo segnale.

Riprenderci le strade con una manifestazione diurna, aperta, partecipata
da tutti era l’obiettivo della giornata di lotta dell’8 luglio.
Ma non solo.
Da troppo tempo si sta allargando la distanza tra la minoranza che agisce e i più che plaudono, limitandosi alle grandi marce popolari, quando il movimento si raccoglie per dimostrare che l’opposizione all’opera è forte e radicata, nonostante la repressione, i giochi della politica, il tempo che passa, la tentazione della rassegnazione.

La manifestazione dell’8 luglio ha alluso ad una possibilità che diventa necessità ineludibile di fronte alle sfide che ci attendono.
È tempo che la lotta, l’azione diretta siano nuovamente patrimonio di tutti.

Oggi ancora nei paesi vicini al cantiere, domani per bloccare e rendere ingovernabile l’intera valle.

Noi eravamo presenti con uno spezzone rosso e nero, aperto dallo striscione “azione diretta autogestione” e da quello “il futuro non si delega”.

Abbiamo distribuito Un cielo senza stelle”, un nostro documento sul movimento e le prospettive della lotta, in vista dell’apertura dei nuovi cantieri, che segneranno l’avvio definitivo dei lavori per la realizzazione della linea ad alta velocità tra Torino e Lyon.

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Ong in catene: più morti in mare

Il 4 luglio i principali quotidiani hanno aperto con il “fallimento” del vertice di Parigi tra Italia, Francia e Germania sull’immigrazione.
Macron ha negato l’accesso ai porti della Republique alle navi che raccolgono i migranti in difficoltà nel Mediterraneo. Il governo spagnolo lo ha seguito a ruota.
Un esito diverso era decisamente improbabile. Da due anni la Francia ha blindato la frontiera di Ventimiglia, la Svizzera il valico di Chiasso. A poche ore dal summit di Parigi è l’Austria ha deciso di inviare 750 militari al Brennero per bloccare l’accesso nel paese di migranti provenienti dall’Italia.

Nel primo semestre di quest’anno, complice una primavera estiva e un primo scorcio d’estate bollente, gli sbarchi sono aumentati rispetto allo stesso periodo del 2016. Pochi osservatori rilevano che il passaggio per il canale di Sicilia è l’unico aperto, dopo la chiusura della rotta balcanica e della via d’acqua dal Marocco alla Spagna.
Poche migliaia di profughi in più sono bastati a giustificare l’ennesimo squillo di trombe sull’eterna emergenza sbarchi. Le politiche emergenziali servono solo a mantenere un clima di allarme, utile a giustificare respingimenti, rimpatri di massa, eliminazione delle garanzie, esternalizzazione della repressione a chi tortura, stupra, incarcera, ricatta, uccide i migranti.

A farne le spese sarà la gente in viaggio. Gentiloni al vertice ha ottenuto la promessa dell’aumento delle quote di immigrati redistribuiti in Francia e Germania. Ma il bottino più grosso, che il presidente del consiglio italiano conta di portare a casa dopo il vertice di Tallinn in Estonia, è l’approvazione di un protocollo destinato a mettere sotto controllo le ONG, che operano nel Mediterraneo e di fatto costituiscono l’unica ancora di salvezza per il popolo dei gommoni.

In un incontro con il ministro degli esteri francese Collomb, tedesco De Maiziere e il commissario europeo Avramopoulos Minniti ha esposto il suo piano.
Il governo italiano intende interdire i porti del Bel Paese alle imbarcazioni che non accetteranno le condizioni fissate dal titolare degli Interni.
Le Ong potranno operare solo se accetteranno a bordo militari della guardia costiera, se terranno sempre acceso il trasponder, se non supereranno il limite delle acque territoriali libiche, se non segnaleranno la loro presenza ai migranti in difficoltà.

Inutile dire che Gentiloni e Minniti si sono ben guardati dal mettere in discussione i trattati di Dublino, che stabiliscono che i profughi e i richiedenti asilo sono tenuti a fare domanda nel paese dove approdano, anche la loro destinazione è un’altra.

In un’intervista uscita martedì 4 luglio sul quotidiano La Stampa Loris De Filippi, presidente della sezione italiana dell’ONG Medici senza Frontiere, che opera nel Mediterraneo con alcune imbarcazioni, ha detto chiaro che il protocollo non fermerà le migrazioni ma aumenterà il numero dei morti in mare. In questi anni il Mediterraneo è divenuto sudario per oltre 30.000 persone. I morti si aggiungeranno ai morti, nel silenzio e nell’indifferenza dei più.

La stretta sulle navi delle Ong che operano nel Mediterraneo è già partita. Ieri mattina una nave di Medici senza Frontiere, la Vos Prudence, è rimasta bloccata al porto di Palermo per questioni burocratiche. Poco prima che la nave salpasse, gli uomini della Capitaneria di Porto sono saliti a bordo per alcuni controlli rilevando che i documenti del direttore di macchina, che doveva sostituire un collega sbarcato a terra per motivi familiari, non erano in regola.

L’attacco e la criminalizzazione delle ONG, partito da Grillo, proseguito dal Procuratore capo di Catania Zuccaro, continuato su molti media, sta per produrre i propri frutti avvelenati e mortali.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Antonio Mazzeo.

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Diritto penale. Aumentano le pene si riducono le garanzie

La riforma del codice penale, del codice di procedura penale e dell’ordinamento penitenziario è stata approvata in maniera definitiva il 23 giugno. Pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 4 luglio, diventerà effettiva dopo trenta giorni, tranne le parti soggette a legge delega al governo.

Il provvedimento introduce importanti modifiche dell’ordinamento penale, sia sul piano del diritto sostanziale sia su quello del diritto processuale.

La riforma inasprisce le pene per furto, rapina, scippo e cambio elettorale politico-mafioso.
É significativo che vengano sanzionati ancora più duramente i reati contro la proprietà privata commessi dai poveri, che nel nostro paese già prevedevano pene molto pesanti.
Chiara la volontà di accontentare le pulsioni giustizialiste che attraversano parte del corpo sociale.

Vengono significativamente aumentati i termini di prescrizione, aumentando i casi di sospensiva già previsti dalla legge. Tra il processo di primo grado e quello di secondo grado è prevista una interruzione di un anno e mezzo. Sempre di un anno e mezzo è l’arresto del calcolo della prescrizione tra il processo d’appello e quello in Cassazione. Nei fatti la prescrizione è stata aumentata di tre anni. Alla faccia della asserita volontà di adeguamento alle richieste dell’Unione Europea, che sollecitava una maggiore celerità nell’azione penale, vengono nei fatti allungati i tempi a disposizione dell’apparato giudiziario per portare a termine i processi.
Un vero paradosso, che si nutre di pregiudizi radicati diffusi ad arte dai media, che amplificano alcuni casi di reati gravi estinti dalla prescrizione, nascondendo le obiettive responsabilità, anche politiche, della magistratura.
Il caso più recente ed eclatante è quello della Procura di Torino, che ha accelerato al massimo i procedimenti a carico del movimento No Tav, anche quelli più banali. Condanne e sanzioni pecuniarie sono state la leva potente usata contro un movimento vivo e pericoloso per l’ordine costituito, ben al di là della consistenza penale dei tanti procedimenti attuati contro gli attivisti.

La possibilità di difesa sono drasticamente ridotte dall’introduzione del dibattimento a distanza, tramite videoconferenza. Sinora era un provvedimento eccezionale, ora diviene la norma per chi è accusato di alcuni reati come mafia, associazione sovversiva, attentato con finalità di terrorismo.

I penalisti si sono opposti alla riforma sino all’ultimo, facendo numerosissimi “scioperi”, l’ultimo nella settimana precedente all’approvazione definitiva della nuova legge.

Una legge che conferma sia la natura di classe dell’ordinamento giudiziario, sia il suo utilizzo contro i movimenti di opposizione sociale.
Persino norme apparentemente più “liberali” come quella che introduce l’estinzione di alcuni reati per i quali è prevista la querela di parte e un massimo di pena di 4 anni, se le vittime vengono risarcite, hanno una chiara impronta di classe. Chi non ha soldi per i risarcimenti andrà in carcere.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Eugenio Losco, avvocato milanese, in prima fila nella difesa degli attivisti dei movimenti di opposizione sociale e dei migranti.

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La grande paura di piazza San Carlo

Torino 2 giugno 2017. Ogni anno il due giugno lo Stato italiano festeggia se stesso con parate e cerimonie militari. Gli antimilitaristi si mettono di mezzo per contrastare la retorica nazionalista, l’atrocità bellica messa in mostra tra lustrini e divise tirate a lucido. Il corteo attraversa il centro cittadino con numerose azioni comunicative. Dopo un lungo fronteggiamento con la polizia arriviamo in piazza Castello: i militari hanno chiuso in fretta il loro rito.
Siamo qui perché l’Italia è in guerra. Qualcuno ascolta, si avvicina, chiede. I più vengono assorbiti da gelati, bancarelle, artisti di strada, bagni nella fontana di piazza Castello.
La guerra c’è, ma è lontana. Non ci riguarda. Non ci tocca.

Torino 3 giugno 2017. A Cardiff si disputa la finale di Champion’s League tra Juventus e Real Madrid. In città è un tripudio di vessilli bianconeri, ambulanti con magliette, stendardi, fischietti, tifosi con la sciarpa. La Juve ha perso tutte le sette finali cui è arrivata. Quest’anno potrebbe essere quello del “triplete”: campionato, coppa Italia e coppa dei campioni. Tanti ci sperano.
In piazza San Carlo c’è il maxi schermo. L’appuntamento è lì. Finirà con 1527 feriti ufficiali, di cui quattro molto gravi. Mentre scrivo è arrivata la notizia che una delle donne schiacciate dalla folla si è spenta dopo 12 giorni di agonia.
Quando il Real chiude la partita infilando il quarto goal alla Juve, piazza San Carlo è ormai in preda al caos, al sangue, alla paura.

Io stavo cenando in una trattoria di Barriera. Il televisore trasmetteva il mesto secondo tempo juventino. Esco sul tre a uno. Mentre sono alla cassa la proprietaria dice “in piazza San Carlo c’è uno che spara con il mitra”. Apro internet e leggo di un attacco ai civili. È la serata dell’assalto sul London Bridge e mi convinco che non stia capitando nulla.

I tifosi si riversano in strada mesti e silenti. Le voci si moltiplicano: ora si parla di una bomba, anche da giornali e agenzie on line comincia a trapelare che qualcosa di grave stia succedendo.
Davanti al gelataio dove mi sono traghettata arriva trafelata una donna con un vistoso taglio sulla gamba, due amici la sorreggono. Siamo a chilometri da piazza San Carlo, ci sono le famigliole con i bimbi, le panchine, la fontanella. Un buon posto per fermarsi, lavare la ferita, chiedere del ghiaccio. Non si fermano: corrono barcollando come se fossero inseguiti.
Ma non c’è nessuno. Non c’è mai stato nessuno. Non è successo niente.
Nelle due settimane successive si susseguono le ipotesi sulla causa scatenante del panico. Un petardo, una transenna, un falso allarme, i motori dell’impianto di aerazione del parcheggio sotterraneo che ripartono all’improvviso. Serve una ragione che nasconda l’unica verità possibile. Quella che qualcuno sussurra ma i media e le istituzioni tacciono. L’Italia è in guerra.

Facciamo un passo indietro.
L’Italia è in guerra da molti anni. Su più fronti, interni ed esterni. Il paradigma bellico e la sua cornice propagandistica sono cambiati in modo radicale negli ultimi trent’anni. Il pacifismo degli sconfitti ma “brava gente” è morto da tempo. Una finzione potente ha chiuso in un sarcofago gli orrori coloniali, l’intervento in Spagna e la seconda guerra mondiale. Il sarcofago è ancora chiuso. Quando lo apriranno davvero sarà ormai inerte, come ogni passato che non è divenuto memoria, coscienza collettiva, forza reattiva.
Truppe italiane combattono per l’umanità, la giustizia, l’ordine internazionale o per battere il terrorismo, ma la guerra è sempre altrove. Lontana. E lontane, remote, estranee sono le vittime. I media eruttano di tanto in tanto immagini e notizie per offrire il giusto contorno emozionale alle missioni belliche delle truppe tricolori. Si consumano in fretta senza effetti collaterali.
Il ripudio della guerra è una frase dell’articolo 11 della Costituzione, quello che nessuno legge per intero e quindi pochi sanno che è l’articolo che stabilisce le condizioni per farla. Poco importa. La notizia che l’Italia è in guerra tarda ad arrivare, come quelle vecchie lettere che il caso faceva perdere nei magazzini delle Poste. Recapitate dopo decenni diventano l’archeologia di un rimpianto e nulla più.

In questi anni non sono mancati movimenti di opposizione al militarismo e alle missioni all’estero, ma faticano a permeare il corpo sociale, a divenire il fulcro di un agire che superi la dimensione testimoniale per farsi azione diretta. Eppure la guerra non è solo altrove.
A pochi passi dalle nostre case si producono e si testano le armi impiegate nelle guerre di ogni dove.
Le usano le truppe italiane nelle missioni di “pace” all’estero, le vendono le industrie italiane ai paesi in guerra. Queste armi hanno ucciso milioni di persone, distrutto città e villaggi, avvelenato irrimediabilmente interi territori.
In provincia di Torino l’industria bellica aerospaziale è uno dei settori trainanti, un business che non va mai in crisi. Queste perle della nostra produzione manifatturiera hanno il plauso bipartisan dei Pentastellati al Comune e dei Dem alla Regione.
Quest’anno all’Alenia di Caselle Torinese, oltre a costruire un nuovo lotto di cacciabombardieri Eurofighter, faranno anche droni da combattimento. Gli aerei senza pilota che estraniano chi uccide dalla morte che infligge. A migliaia di chilometri di distanza, seduti ad una consolle, misurano, prendono la mira, calcolano la velocità e l’impatto. Come in un video gioco. Solo i morti sono veri. Veri ma con la stessa immaterialità di un film.
Ogni giorno qualcuno muore nel Mediterraneo. Nei prossimi mesi ne moriranno di più: il governo ha deciso di mettere sotto controllo le navi dei volontari che assistono i migranti sui barconi. Presto guardia costiera e militari imporranno la loro presenza sulle imbarcazioni. A chi non ci sta verrà vietato di approdare in Italia.
Tra i sommersi e i salvati ci sono robusti muri materiali: la guardia costiera, le leggi sull’immigrazione, le prigioni per i senza carte, gli accordi con i paesi di transito per trattenimenti e rimpatri. In quei posti la gente in viaggio viene picchiata, torturata, stuprata, uccisa. I mandanti sono a Roma. Gentiloni, Minniti sono alla consolle: ad ogni click qualcuno muore.
Chi promuove guerre in nome dell’umanità paga il governo della Libia, della Turchia, del Niger, del Ciad, perché i profughi vengano respinti e deportati.
La guerra è in casa. Nelle strade delle nostre periferie, dove i nemici sono i poveri, gli immigrati, i senza tetto, chi si oppone ad un ordine sociale feroce.
Tra sommersi e salvati c’è anche una spessa muraglia simbolica. Noi e loro. Senza quella muraglia sarebbe più facile riconoscere la guerra. In Afganistan, in Iraq, nel Mediterraneo e dietro casa nostra.
Magari tra le bancarelle del mercato di Porta Palazzo dove il sangue di un ragazzo senegalese bagna le scarpe e il marciapiede, durante una normale operazione di polizia. È successo proprio a Torino dieci giorni dopo piazza San Carlo. Succede ogni giorno. Qualche volta qualcuno fa un video.
La retorica sulla sicurezza alimenta l’identificazione del nemico con il povero, per spezzare la solidarietà tra gli oppressi, affinché non si alleino contro chi li opprime. La retorica della sicurezza alimenta l’immaginario della guerra di civiltà, della paura della Jihad globale, mentre il governo italiano è alleato di paesi che finanziano chi semina il terrore.
Criminalizzare migranti e profughi mantiene salda l’illusione che la guerra sia altrove. Governo e opposizione soffiano sul fuoco della guerra tra i poveri come guerra di civiltà. Serve, nel male di vivere quotidiano, a rinforzare la sciocca speranza di stare dalla parte dei salvati.

Poi capita il catino infernale di piazza San Carlo. Le istituzioni cittadine e nazionali se la cavano moltiplicando divieti, puntando il dito sui venditori abusivi, blindando le piazze. Un altro pezzo di libertà che vola via nell’afa estiva.

Piazza San Carlo è ben altro. Dovremo imparare ad attraversarne lo spazio simbolico e reale se vogliamo che i nostri percorsi contro la guerra, il militarismo, l’estendersi dei meccanismi disciplinari trovino nuovi compagni di strada.
Probabilmente non sapremo mai cosa sia successo, quale scintilla abbia innescato le tre grandi ondate di panico, che hanno trasformato il salotto buono di Torino nell’anticamera di Kabul, Aleppo, Baghdad, Mosul…

In fondo conta poco, molto poco.
Sappiamo però che piazza San Carlo è lo specchio del nostro vivere, di un tempo, dove la guerra, che si finge non ci sia, ha infiltrato l’immaginario, colonizzandolo. Nei prossimi mesi il governo ci ruberà un altro pezzo di libertà, per proteggerci dalla paura di una guerra che non si deve nominare.

I semi della paura hanno attecchito nel profondo del corpo sociale. L’uomo con il mitra non c’era, nessuno ha sparato, ma il bilancio è quello di qualsiasi battaglia: morti e feriti.
Per anni ci siamo chiesti perché tanti, troppi, si girassero dall’altra parte di fronte agli uccisi, ai bambini annegati, alla gente che nella morsa dell’inverno guadava i torrenti della Macedonia, sfidava il deserto, le bande armate e gli eserciti. Per anni ci siamo chiesti perché si combattessero tante guerre senza significativi movimenti di opposizione.
Sebbene qualcosa in più sia successo nell’opposizione alle basi, ai poligoni, agli aeroporti militari, sarebbe inutile nascondersi che spesso le ragioni dell’antimilitarismo sono state rinforzate da lotte ambientali e per la salute.
È finito il tempo delle illusioni. Siamo in guerra e questa guerra ha un ampio consenso.

È finito anche il tempo dell’ambiguità possibile. Lo hanno capito bene i pentastellati, che dopo anni vissuti pericolosamente sullo spartiacque del razzismo di Stato, hanno fatto una veloce scelta di campo. Sono stati abili, miscelando corruzione e accoglienza. Dopo aver imbarcato e poi sbarcato i peggiori attrezzi di Mafia Capitale, Virginia Raggi si schiera contro il business dell’immigrazione e chiude le porte a profughi e migranti.
A Torino Chiara Appendino, sindaca No Tav con nuance ecologista, ha fatto un rimpasto in giunta, nominando assessore all’ambiente Unia, uno che si è fatto le ossa nei comitati per lo sgombero delle baraccopoli rom. A Mirafiori, dove i tetti della vecchia fabbrica sono distese di amianto, potranno dormire sonni tranquilli.
Il governo aveva battuto tutti d’anticipo, con le nuove leggi sull’immigrazione e la sicurezza urbana.
Fanno leva sulla paura per stringere le maglie del controllo, moltiplicare i dispositivi disciplinari, creare nuove prigioni.

Piazza San Carlo rappresenta uno spartiacque. Dal 3 giugno sappiamo che la paura ha spinto nella propria rete il pallone. Un autogol. Peccato non fosse un gioco.
Qualcuno, dall’interno della piazza ha osservato e poi scritto dell’incapacità di riconoscersi nell’altro, nel governare collettivamente la paura. Al di là di qualche episodio di solidarietà, il panico ha avuto la meglio su tutto.
Il governo della paura è la scommessa dei cacciatori di poltrone di ogni colore. Una partita che giocano con determinata ferocia.

Torino 12 giugno 2017. Al mercato via Porpora un uomo di mezza età ha rifiutato un volantino sulla campagna fascista contro le baraccopoli rom, dicendo “Devono bruciare vivi. Tutti.” È calmo, freddo, distante. Nonostante l’afa un brivido mi scende lungo la schiena.
Attraversare e comprendere la paura è necessario per sconfiggerla, per impedire che si trasformi in altra violenza, in pogrom, in baracche che bruciano, in blocchi stradali per fermare una dozzina di profughe. In plauso per la polizia che massacra un ragazzo africano.
Quando si muore di nulla, diventa più semplice uccidere per nulla. O, peggio, firmare una delega in bianco agli imprenditori politici del terrore.
La strada è in salita. Ma nella cassetta degli attrezzi dei movimenti di opposizione sociale si sono sedimentate pratiche e saperi capaci di spingere in direzione opposta e contraria la paura. Aprire le piazze, moltiplicare le reti di mutuo appoggio, far crescere nelle periferie luoghi di incontro, scambio conoscenza, opportunità di lotta è una scommessa forte ma necessaria.
La paura può cambiare di campo. Le ragioni di chi punta su una società di liber* ed eguali sempre più devono farsi pratica quotidiana.
Non è un gioco facile. Ma è l’unico che vale la pena giocare.
Maria Matteo
(quest’articolo è uscito sull’ultimo numero di Arivista)

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Ventimiglia. Nel fiume e per i boschi, per bucare la frontiera

Quando arriva l’estate a Ventimiglia il flusso di migranti diretti alla frontiera chiusa, più lento in inverno, si fa più fitto.
Ogni anno sorgono gli accampamenti. Posti dove aspettare l’occasione giusta per provare a passare in Francia. C’è anche un campo della Croce Rossa, che può ospitare sino a 300 persone, controllate, schedate, sotto costante minaccia di essere rispedite alla casella di partenza. I più fortunati rischiano di tornare al posto dove sono approdati mesi, a volte anni, prima. Per gli altri c’è la deportazione in Africa, in Asia, in uno dei tanti posti da dove la gente si mette in viaggio.

Quest’anno l’accampamento informale è sorto sulle rive del Roja, sotto i piloni dell’autostrada.
Lontano dalla vista dei turisti. Ma tanta prudenza non è bastata: il sindaco Ioculano, lo stesso del divieto a portare cibo ai ragazzi di passaggio dal suo paese, ha deciso di fare “pulizia”.
I 400 che bivaccavano sotto al viadotto hanno subito capito che non era più aria. Con mossa a sorpresa hanno anticipato le grandi pulizie e si sono messi in marcia.
Quando sono arrivate le ruspe del comune hanno trovato solo venti persone. Si sono affrettati a buttare nel cassonetto sacchi a pelo, vestiti, piccole suppellettili lasciati lì per necessità di viaggiare veloci, senza pesi.
Nella notte tra domenica 25 e lunedì 26 luglio quasi quattrocento ragazzi, in buona parte sudanesi sono partiti, usando il fiume come strada. Quando si sono affacciati sulla statale sono stati gasati ed hanno ripreso la marcia nel fiume, prendendo alla sprovvista la polizia, che li ha persi di vista. Troppo pericoloso seguirli nell’acqua.
Più tardi si sono divisi. Alla frazione Calvo una cinquantina si sono fermati a Torri, la maggior parte ha proseguito verso Olivetta San Michele e il valico di Fanghetto.

Molti hanno bucato la frontiera, circa 150 sono ancora nascosti nei boschi.
Martedì mattina è arrivato dalla Francia un pullman pieno di ragazzi rastrellati oltre l’impalpabile linea che divide il dominio degli uni e degli altri .

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Stefano Bertolino, videomaker freelance collaboratore di Fanpage, che sta seguendo i migranti.

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Roviniamo la vetrina dei padroni del mondo! No al G7! Un mondo senza sfruttati né sfruttatori, senza servi né padroni, un mondo di liberi ed eguali è possibile. Tocca a noi costruirlo. Ecco gli appuntamenti per gli spezzoni rossoneri: Venerdì 29 settembre ore 17,30 Corteo dei lavoratori e delle lavoratrici contro il G7 Partenza da Corso G. Cesare n. 11, vicino a Porta Palazzo (ex stazione Torino-Ceres) assemblea finale ai giardinetti tra corso Giulio e via Montanaro Sabato 30 settembre ore 14 Corteo contro il G7 Ritrovo quartiere Vallette in direzione Reggia di Venaria per approfondimenti leggi quest'articolo per info: fai_to@inrete.it