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Referendum, complotti e altre narrazioni

Triste il tempo che ha bisogno di eroi”. Lo diceva il Galileo immaginato da Brecht, un uomo che avrebbe voluto vivere un’epoca in cui non dovesse scegliere tra la vita e l’abiura della propria dignità umana. Sappiamo che Galileo scelse di vivere e non possiamo permetterci di biasimarlo.

I nostri tempi sono tanto lontani da quelli dell’astronomo che vide come giravano il sole ed i pianeti, ma negò quel che sapeva, da costringerci a formulare un differente lessico per raffigurarli.
Sono tuttavia tempi tristi.
L’epopea eroica dei nostri giorni è racchiusa in narrazioni su cui è una bestemmia chiedere l’onere della prova .

La Costituzione nata dalla Resistenza è uno di questi. I sostenitori del rigetto della riforma costituzionale bocciata dal referendum confermativo del 4 dicembre, hanno sostenuto che la lotta partigiana, la Resistenza al nazifascismo, hanno costituito il cemento della carta costituzionale. Cambiarla avrebbe significato tradire la Resistenza.
Così il no al Referendum è diventato per certa sinistra una crociata antifascista.

Questo racconto trae il proprio alimento da un sentire diffuso, difficile da interrogare con le mere armi della critica, nei fatti impermeabile perché si nutre di una Resistenza ormai mitica e, quindi, storicamente inattingibile.

Tuttavia l’epopea partigiana è ed è stata nocciolo sentimentale di tante esperienze diverse, da consentire, anche sul piano inclinato della retorica, di cogliere linee di cesura, capaci di incrinare il Mito, facendo riemergere se non la storia, una memoria non condivisa e pacificata. Quella della lotta antifascista dagli anni Venti alla seconda metà degli anni Quaranta, quella di chi, riconoscendosi nella componente rivoluzionaria dell’epopea partigiana, ha intrecciato i fili delle lotte di ieri con quelle di oggi.

Una parte importante di quelli che hanno combattuto il fascismo e la dittatura erano internazionalisti che lottavano perché la resistenza al fascismo si trasformasse in rivoluzione.
Nessuno di loro si sarebbe identificato tra i padri e le madri della Repubblica nata dalla Resistenza, perché nessuno di loro voleva una società di classe, perché molti rigettavano il patriottismo, lo stato e la sua pretesa di avocare a se il monopolio della violenza.
Come è finita è noto. La Resistenza venne disarmata e poi imbalsamata nella guerra di liberazione nazionale. I partigiani che continuarono la lotta dopo il 25 aprile, quelli che l’avevano iniziata ben prima dell’8 settembre 1943, finirono in carcere, mentre Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista e ministro della giustizia, firmava l’amnistia per i fascisti. Tutto cambiò, ma molto di quello che contava rimase come prima.
La lunga teoria di stragi di Stato che ha segnato il percorso della Repubblica nata dalla Resistenza, ne è il segno, perché la stessa funzione pacificatrice della socialdemocrazia in salsa PCI, stentò ad imporsi in un paese, dove forte era la tensione a volere di più che la fine della guerra e del fascismo, in un paese dove i fascisti, sconfitti, ma saldamente ai loro posti nei gangli della macchina statale, continuarono ad operare.
Un riferimento ideale alla Resistenza che non ne ha saputo/voluto cogliere le fratture si è trasformata in mero espediente retorico utile all’ammucchiata referendaria, del tutto vano in una prospettiva di radicale trasformazione sociale.
Tanto vano da non cogliere che la crociata per la Costituzione era in ritardo di qualche anno e che i centralisti di ieri si trasformavano oggi nei fautori della devolution, imposta a suo tempo dalla Lega per mantenere l’alleanza con il carrozzone berlusconiano. Incredibile poi il silenzio sull’introduzione nel dettato costituzionale del pareggio in bilancio, che pure mise sotto scacco la pretesa di usare i soldi che lo Stato ricava dalla tassazione per i fini mutualistici cui allude la stessa Costituzione: salute, istruzione, mobilità pubblica.

Nei fatti la distanza tra la costituzione formale e quella reale è sempre stata grande. L’Italia è in guerra da trentacinque anni, senza che queste guerre siano mai state proclamate. Di fronte alla durezza di questo fatto, che importanza poteva avere lo snellimento della procedura per dichiarare guerra? Si trattava di un semplice adeguamento della Costituzione formale a quella reale.
Le leggi, quelle generali che definiscono l’ordinamento dello Stato, come quelle ordinarie, sono spesso niente più che la rappresentazione ritualizzata dei rapporti di forza all’interno della società. Non solo. La codifica in legge delle istanze dei movimenti popolari imbriglia le tensioni che si sono espresse con forza dirompente, rinchiudendole in una gabbia normativa.
Il job act renziano è il momentaneo punto di approdo di tre decenni di smantellamento di un sistema di tutele e garanzie, che fu il precipitato normativo di lotte le cui ambizioni erano ben più ampie. L’esaurirsi della spinta propulsiva di quelle lotte ha aperto la strada alla reazione.
Più in generale la Costituzione della Repubblica Italiana difende la proprietà privata, affida allo Stato il monopolio legittimo della violenza, garantito da polizia e forze armate, prevede tribunali, carceri, guerre, confini.

Continued…

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In giro per uffici postali

In un sabato mattina di gennaio, nell’aria sporca di Torino, appena bagnata da una lieve pioggerellina, un gruppo di antirazzisti, si è fatto un giro a sorpresa in una decina di uffici postali.
Uno striscione con la scritta “stop deportazioni”, cartelli, volantini e un megafono tascabile per raccontare alla gente in fila per un pacco, una raccomandata, un bancomat che Mistral Air, la compagnia aerea delle Poste ha una convenzione con il ministero dell’Interno per la deportazione degli stranieri senza documenti. A tutti l’invito a portare una cartolina alle Poste, per fermare i voli,per inceppare la macchina delle espulsioni.
C’è chi ascolta, chi chiede, chi resta indifferente, chi è solidale. In alcuni uffici dirigenti ed impiegati si agitano, invocando divieti e proibizioni. Forse sono gli stessi che si commuovono per i bimbi morti sulle spiagge del Mediterraneo. In un ufficio la direttrice si ferma a parlare: ha sposato uno straniero, conosce le gabbie di carta, la vita grama di chi vive nel timore che una pattuglia lo intercetti, spezzando il filo della vita che si è costruito. Altri invece gridano, si lamentano per le scritte che in città raccontano questa storia.

Molti, i più, leggono il volantino, poi lo ripiegano e lo mettono in tasca.

La campagna di informazioni su Mistral Air e le altre compagnie che fanno voli di deportazione continua sabato 18 febbraio dalle 10,30 alle 12,30 con un presidio nei pressi dell’ufficio postale di corso Giulio Cesare 7. Se piove il presidio diventa itinerante.

Scarica a diffondi la cartolina per Poste Italiane.

Di seguito il volantino della campagna:

Posta aerea
Gli esseri umani non sono pacchi postali

Mistral Air, la compagnia aerea di Poste Italiane, non trasporta lettere, pacchi e cartoline… ma deporta rifugiati e migranti in paesi dove non vogliono tornare.
Fuggono guerre, miseria, persecuzioni, dittature. C’è chi non vuole sottostare ad un matrimonio forzato e chi non intende fare il soldato. C’è anche chi, semplicemente, vuole andare in Europa, perché desidera un’altra vita.
Tutti si trovano di fronte frontiere chiuse, filo spinato, polizia ed esercito. Continued…

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Romania. L’onda giustizialista

Per sette giorni la Romania è stata attraversata da imponenti manifestazioni popolari. Ogni giorno una folla crescente, con i colori della bandiera nazionale, ha dato vita ad una protesta, che, per ampiezza, è stata paragonata con le lotte che provocarono la caduta del dittatore Nicolae Ceausescu.

I manifestanti hanno chiesto,ed ottenuto il ritiro di un decreto, che sebbene ufficialmente varato per contrastare il sovraffollamento carcerario, è stato considerato un regalo ai politici ed imprenditori accusati di corruzione. Tra loro anche politici molto vicini all’attuale coalizione di governo.

Nonostante il governo del socialdemocratico Sorin Grindeanu abbia ceduto, le proteste non sono cessate. Lunedì sera decine di migliaia di persone sono scese in piazza a Bucarest e in molte altre città per chiedere le dimissioni del governo e nuove elezioni anticipate. I manifestanti, appoggiati sin dalle prime ore dal presidente della repubblica, il conservatore di destra Klaus Iohannis, non si accontentano.
Il decreto revocato per la protesta popolare depenalizzava l’abuso d’ufficio e altri reati di corruzione. Anche lunedì c’è stata una manifestazione parallela di sostenitori del governo, radunatisi sotto il palazzo presidenziale.

In Romania la questione della corruzione è molto sentita: è tra i temi di tutte le campagne elettorali.

L’attuale compagine governativa, un’alleanza tra socialdemocratici e liberali, ha ottenuto una netta maggioranza alle elezioni politiche tenutesi lo scorso dicembre, tuttavia la gran parte dei rumeni non si sente rappresentata né dal governo né dall’opposizione. Alle elezioni di dicembre ha partecipato soltanto il 40% degli aventi diritto. La maggioranza ha disertato le urne, segno di una diffusa disaffezione alle dinamiche istituzionali.

In questo movimento sono confluite anche istanze ecologiche radicali, come il movimento che lotta contro le miniere d’oro a Rosa Montana. Queste istanze ambientaliste si mescolano a potenti tensioni di carattere nazionalista e protezionista.

Negli ultimi anni, anche grazie ai massicci investimenti di numerosi imprenditori italiani, il paese ha avuto una forte crescita, che tuttavia non ha prodotto maggiore benessere, tanto che l’emigrazione è ancora molto forte.
Forte anche la tensione verso le multinazionali insediatesi nel paese, per godere del basso costo del lavoro, considerate come corpi estranei in chiave nazionalista.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Ionut, un compagno rumeno.

Qui puoi leggere in inglese l’analisi degli anarco-comunisti di Ravna

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I primi dieci giorni di Donald Trump

Le proteste a Seattle – 29 gennaio 2017
(JASON REDMOND/AFP/Getty Images)

La cerimonia di insediamento di Donald Trump è stata accompagnata da imponenti marce femministe e antisessiste. La settimana successiva, dopo la decisione di bandire l’ingresso ai cittadini di alcuni stati a prevalente religione musulmana e quella di sospendere l’accoglienza ai profughi, manifestazioni di protesta si sono svolte nei principali aeroporti statunitensi.
Il “muslim ban” prevede il blocco per almeno 90 giorni degli ingressi da paesi giudicati tout court a “rischio terrorismo islamico”: Siria,  Sudan, Libia, Somalia, Yemen, Iran e Iraq. Iran e Iraq hanno replicato attuando un provvedimento analogo nei confronti dei cittadini statunitensi. L’Arabia Saudita, il paese da cui provenivano quasi tutti gli attentatori dell’11 settembre, è invece stata esclusa dalla bad list del presidente.
Stretta pesante anche sul programma di accoglienza per i rifugiati: un blocco di 120 giorni dei visti, definiti dalla Casa Bianca “necessario per riesaminare” (in senso restrittivo) i meccanismi di accoglienza.
Le proteste hanno attraversato il paese da New York a Los Angeles fin sotto alla Casa Bianca con lo slogan “no al bando no al muro”. Il “muro” è la nuova barriera che Trump vuole realizzare al tra Usa e Messico. La protesta ha invaso soprattutto gli aeroporti di 57 città Usa dove decine di migliaia di persone hanno espresso solidarietà alle centinaia di viaggiatori che sono stati bloccati dal mandato esecutivo di Trump, che, avendo decorso immediato, ha incastrato negli aeroporti moltissime persone prese alla sprovvista.
Donald Trump è riuscito a catalizzare un vasto fronte di opposizione sociale che aveva disertato le urne, ma non intende disertare le piazze. Anzi.
Il licenziamento del ministro della giustizia, ribelle alle imposizioni di Trump in materia di immigrazione, e la nomina di Steve Bannon, un suprematista bianco al consiglio di sicurezza del presidente, sono le ultime mosse di un uomo deciso a realizzare a testa bassa il proprio programma protezionista, di chiusura delle frontiere, di guerra aperta alle libertà femminili, di discriminazione nei confronti delle forti minoranze non bianche del paese.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con con Robertino, un compagno che conosce bene la situazione e i movimenti negli States, che ha tracciato un quadro delle forze politiche e sociali scese in campo in questi primi dieci giorni di presidenza di “The Donald”.
Di seguito un articolo di Robertino uscito sul settimanale Umanità Nova

#DisruptJ20

Sabato‭ ‬21‭ ‬gennaio il primo giorno della presidenza di Donald è stato salutato dalle proteste di milioni di persone che hanno partecipato alla‭ “‬Marcia delle donne‭”‬.‭ ‬La manifestazione principale è stata quella di Washington a cui hanno partecipato almeno‭ ‬250mila persone secondo la polizia‭ (‬ma più di mezzo milione secondo le organizzatrici‭)‬,‭ ‬ma ne sono state organizzate altre‭ ‬672‭ ‬in tutto il mondo,‭ ‬di cui più di cinquecento solo negli Stati Uniti,‭ ‬con tra l’altro più di‭ ‬150mila manifestanti a Chicago e più di‭ ‬100mila a Boston.‭ ‬Settantacinque ci sono state in Europa,‭ ‬con cortei che hanno raccolto decine di migliaia di persone a Londra,‭ ‬a Parigi,‭ ‬a Berlino,‭ ‬a Madrid e ad Amsterdam.‭ ‬A Sydney sono state circa‭ ‬3mila ‭ ‬le persone che hanno marciato dal parco di Hyde fino al consolato americano,‭ ‬mentre in Nuova Zelanda,‭ ‬si erano raccolte dinanzi al consolato americano e nelle strade di Auckland circa‭ ‬2mila persone.‭ ‬Anche una squadra di ricercatori che attualmente si trovano nell’oceano Antartico ha aderito alla Women’s March.‭
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Gradisca. Il SAP vuole il silenzio sul CIE

A Gorizia, di fronte alla prefettura nella centralissima piazza della Vittoria si è svolto un presidio contro la riapertura del CIE di Gradisca. A fine anno il ministro dell’Interno ha dichiarato di voler riaprire i CIE chiusi da tempo ed di volerne uno per ogni regione.

Le realtà antirazziste della regione hanno lanciato un primo segnale di lotta. contro questa ipotesi. L’iniziativa è stata caratterizzata da numerosi interventi che hanno illustrato le ragioni della totale opposizione a queste prigioni amministrative per senza documenti.
In quell’occasione sono stati raccontate diverse storie di violenza da parte delle forze del disordine nel CIE di Gradisca. Questo Centro, per tutti gli anni in cui è stato aperto, è stato uno dei più caldi, sia per le rivolte e proteste interne che per le numerose fughe.

Sono stati proprio i reclusi a chiudere il centro distruggendolo e dandolo alle fiamme più volte. Intenso è stato anche il fronte di informazione e lotta delle realtà antirazziste regionali prima e dopo l’apertura l’apertura del lager. Quelle lotte sono costate anche denunce e botte.

L’ultima denuncia è stata annunciata mezzo stampa all’indomani del presidio del 7 gennaio. Sara, una compagna del Germinal di Trieste, è stata denunciata per calunnia e minacce dal sindacato di polizia SAP. Sara, durante il presidio ha letto una lettera dei reclusi di Gradisca, che raccontavano le ragioni di un lungo sciopero della fame nel 2010. In questa lettera venivano anche denunciati i pestaggi della polizia all’interno del centro.

Ascolta la diretta di Blackout con Sara, che ha detto chiaro che le denunce della polizia non solo non fermano le lotte, ma anzi sono uno sprone ad intensificare le iniziative, per impedire la riapertura del CIE di Gradisca.

Leggi la lettera dei prigionieri di Gradisca:

“Noi stiamo scioperando perché il trattamento è carcerario, abbiamo soltanto due ore d’aria al giorno, una al mattino e una la sera, siamo tutti rinchiusi qui dentro, non possiamo uscire.
Ci sono tre minorenni qui dentro, sono tunisini e hanno sedici anni, ci chiediamo come mai li hanno messi qui se sono minorenni?
Il cibo fa schifo, non si può mangiare, ci sono pezzi di unghie, capelli, insetti. Siamo abbandonati, nessuno si interessa di noi, siamo in condizioni disumane.
La polizia spesso entra e picchia. Circa tre mesi fa con una manganellata hanno fatto saltare un occhio ad un ragazzo, poi l’hanno rilasciato perché stava male e non volevano casini, e quando è uscito, senza documenti non poteva più fare nulla contro chi gli aveva fatto perdere l’occhio.
Ci trattano come delle bestie.
Alcuni operatori [della cooperativa Connecting People che gestisce il Centro, n.d.r.] usano delle prepotenze, ci trattano male, ci provocano, ci insultano per aspettare la nostra reazione, così poi sperano di mandarci in galera, tanto danno sempre ragione a loro.
C’è un ragazzo in isolamento che ha mangiato le sue feci. L’hanno portato in ospedale e l’hanno riportato dentro. È da questa mattina che lo sentiamo urlare, nessuno è andato a vederlo, se non un operatore che l’ha trattato in malo modo.
Il direttore fa delle promesse quando ci sono delle rivolte, poi passano le settimane e non cambia mai niente.
Da due giorni siamo in sciopero della fame e il medico non è mai entrato per pesarci o per fare i controlli, entra solo al mattino per dare le terapie.
Continueremo a scioperare finché non cambieranno le cose, perché sei mesi sono troppi e le condizioni troppo disumane.
Questo non è un posto ma un incubo, perché siamo nella merda, è assurdo che si rimanga in queste gabbie. Sappiamo che molta gente sa della esistenza di questi posti e di come viviamo. E ci si chiede, ma è possibile che le persone solo perché non hanno un pezzo di carta debbano essere rinchiuse per sei mesi della loro vita?”

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Minniti. Il figlioccio di Cossiga

Chi è il nuovo ministro dell’Interno? L’uomo che vuole riaprire i CIE, altri 16 oltre i 4 ancora funzionanti a singhiozzo? Uno dei suoi primi atti è stato un tour nel Mediterraneo per trattare con i vari governi il blocco delle partenze e il rimpatrio rapido dei migranti indesiderati.

Antonio Mazzeo sul suo blog ne traccia un lucido profilo.

Ve proponiamo di seguito alcuni stralci:
“(…) La promozione di Domenico “Marco” Minniti da sottosegretario con delega ai servivi segreti a ministro dell’Interno rappresenta una novità più che inquietante alla luce dei nuovi programmi di contrasto delle migrazioni “irregolari” o di gestione dell’ordine pubblico e repressione del dissenso. Non è certo un caso, poi, che il cambio al Viminale avvenga alla vigilia dei due appuntamenti internazionali che hanno convinto a rinviare sine die la fine della legislatura: la celebrazione del 60° anniversario della firma del Trattato istitutivo della Cee (il 25 marzo a Roma), ma soprattutto il vertice dei Capi di Stato del G7 a Taormina il 26 e 27 maggio. Marco Minniti, di comprovata fede Nato, vicino all’establishment ultraconservatore degli Stati Uniti d’America e alle centrali d’intelligence più o meno occulte del nostro Paese appare infatti come il politico più “adeguato” per consolidare il giro di vite sicuritario sul fronte interno e strappare a leghisti e centrodestra il monopolio della narrazione sul “pericolo” immigrato. Curriculum vitae e trame tessute in questi anni ci spiegano come e perché.
Originario di Reggio Calabria, una laurea in filosofia e una lunga militanza nel Pci prima, nel Pds e nei Ds dopo, nel 1998 Minniti viene chiamato a ricoprire l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (premier l’amico Massimo D’Alema), anche allora con delega ai servizi per le informazioni e la sicurezza; l’anno seguente, con le operazioni di guerra Nato in Serbia e Kosovo, Minniti assume il coordinamento del Comitato interministeriale per la ricostruzione dei Balcani. Nel 2001 viene eletto per la prima volta alla Camera dei deputati e con la costituzione del governo Amato, è nominato sottosegretario alla Difesa per la cooperazione militare con Ue, Nato e Stati Uniti e la promozione dell’industria bellica (ministro Sergio Mattarella).Con il ritorno di Silvio Berlusconi alla guida di Palazzo Chigi, Minniti assume il ruolo di capogruppo Ds in Commissione Difesa e componente della delegazione italiana all’Assemblea dei parlamentari presso il comando generale della Nato. A Bruxelles il politico calabrese fa da relatore del gruppo di lavoro sull’Europa sud-orientale e la partnership Ue-Nato, perorando l’ingresso nell’Alleanza di Albania, Croazia e Macedonia. Nel novembre 2005 è Minniti a presiedere ilconvegno nazionale Ds su “difesa e industria bellica in Italia”, relatori, tra gli altri, ministri, capi delle forze armate e manager delle holding belliche. “Chiedo un maggiore impegno a sostegno del complesso militare-industriale, per ottenere finanziamenti aggiuntivi per nuovi sistemi d’arma e rafforzare la difesa europea con la costituzione di battaglioni da combattimento che si coordino con la Forza di pronto intervento Nato”, fu l’accorato appello di Minniti ai compagni di partito.
Con Romano Prodi alla guida del governo (2006), Minniti torna a fare il viceministro dell’Interno dedicandosi in particolare alle prime “emergenze” sbarchi di migranti in sud Italia. L’anno dopo, l’(ex) fido dalemiano offre il proprio appoggio nelle primarie per la scelta del segretario del neonato Pd a Walter Veltroni e ottiene l’incarico di segretario regionale in Calabria. Rieletto alla Camera nel 2013, Minniti è nominato sottosegretario della Presidenza del Consiglio da Enrico Letta, con delega ai servizi segreti, incarico confermatogli dal successore Renzi. La guerra a tutto campo contro il “terrorismo islamico” diviene un pallino fisso del capo politico dell’intelligence. Il 1° settembre 2016 a Palazzo Chigi s’insedia un’inedita creatura di Minniti: la “commissione di studio sul fenomeno dell’estremismo jihadista”. Coordinatore il prof. Lorenzo Vidino, docente alla George Washington University (accademia privata che ha forgiato alcuni potenti funzionari del dipartimento di Stato Usa e della CIA), in commissione siedono docenti di atenei italiani, la ricercatrice dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv Benedetta Berti e alcuni noti editorialisti come il direttore diLimes Lucio Caracciolo, Carlo Bonini di Repubblica e Marta Serafini del Corriere della Sera. Nei giorni scorsi Minniti e Gentiloni hanno presentato una prima elaborazione del pool di esperti. “I percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi: nelle carceri da un lato e nella rete web dall’altro”, ha spiegato Gentiloni. “Insieme alla vigilanza massima e alla prevenzione per il rischio che la minaccia si riproponga, il governo è impegnato su politiche migratorie che devono coniugare l’attitudine umanitaria con politiche di rigore ed efficacia nei rimpatri”. Meno diplomatico il neoministro Minniti che ha preferito ai rimpatri la declinazione “espulsione”, preoccupato per il “pericolo crescente” della connectionmigranti irregolari – terrorismo. Con l’obiettivo di accelerare le espulsioni e rafforzare il controllo militare alla frontiera meridionale, Marco Minniti ha pianificato un tour mediterraneo per incontrare capi di Stato e ministri. I primi di gennaio si è recato a Tunisi e Tripoli per discutere di cooperazione bilaterale contro l’immigrazione clandestina e la “minaccia terroristica”. La missione in Libia, in particolare, segna “l’inizio di una nuova fase di cooperazione tra i due Paesi”, dicono dal Viminale: Minniti e al Sarraj hanno concordato l’impegno ad affrontare insieme ogni forma di contrabbando e protezione delle frontiere, in particolare al confine meridionale, quello con Ciad e Sudan. Sempre a gennaio Minniti si recherà a Malta e in Egitto. Il governo chiede ai paesi nordafricani e ai partner sub-sahariani (Niger, Ciad, Somalia, Nigeria, Mali, Senegal) d’implementare i programmi elaborati in ambito Ue per impedire – manu militari – che i migranti provenienti dalle zone più interne del continente raggiungano le coste del Mediterraneo, creando altresì in loco grandi centri-hub di “assistenza e rimpatrio” di chi fugge da guerre e carestie. Alle onerose missioni navali per intercettare i barconi di migranti, il Viminale preferirebbe invece puntare sull’uso di sofisticati apparati d’intelligence, come ad esempio i satelliti militari Cosmo Skymed e i droni, sia quelli spia che armati, “strumenti fondamentali in ogni contesto asimmetrico”.
Per coloro che riusciranno a portare a termine dolorose odissee nel deserto e pericolose traversate in mare, onde “prevenire e reprimere” ogni possibile collegamento tra il fenomeno dell’immigrazione clandestina e il terrorismo, Marco Minniti prevede un ulteriore giro di vite in termini di indagini, identificazioni e prelievo forzato di impronte digitali, possibilmente anche le schedature informatiche biometriche e del dna. “Dobbiamo ricondurre a unità il duplice problema della minaccia terroristica interna fatta di foreign fighters e potenziali lupi solitari e, dall’altra parte, del contrasto all’Isis attraverso un’efficace gestione dei flussi migratori che ne arricchiscono le finanze”, scrivono i più stretti collaboratori del ministro. Una prima bozza di piano anti-migranti 2017 è stata presentata a fine anno da Minniti e dal capo della Polizia Franco Gabrielli. Annunciando una “stagione di tolleranza zero”, si punta a raddoppiare in pochi mesi il numero delle espulsioni grazie al coinvolgimento delle forze dell’ordine e degli enti locali. In tutto il territorio nazionale saranno istituiti nuovi centri di identificazione ed espulsione “da 80-100 posti al massimo”, confinanti con porti e aeroporti. “In questi nuovi Cie saranno trattenuti solo gli immigrati irregolari che presentino un profilo di pericolosità sociale, come spacciatori o ladri”, annuncia il Viminale. Rimpatri volontari o assistiti e “lavori socialmente utili” per i sempre meno numerosi migranti “regolari” o quelli legittimati a richiedere l’asilo.
L’ennesima controffensiva in nome della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo trova un suo retroterra ideologico nelle elaborazioni della poco nota ma influente Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), centro studi sui temi d’intelligence costituito a Roma nel novembre 2009 da Marco Minniti e dal Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga. (…).

Qui potete ascoltare un’intervista a Mazzeo della redazione info di Blackout

Di seguito vi proponiamo una scheda sull’ICSA curata sempre da Mazzeo.

Eterogeneo per ideologie e orientamenti politici anche se in buona parte i cuori battono per l’ordine sociale e la conservazione, il consiglio scientifico della Fondazione ICSA testimonia la portata e la forza della rete di relazioni istituzionali, nazionali e internazionali, realizzata nel tempo da Marco Minniti. Si tratta di una lunga lista di Capi di Stato Maggiore delle forze armate e dell’Arma dei carabinieri; comandanti dei reparti speciali della Nato e dei servizi segreti; segretari e consiglieri militari di presidenti del consiglio e ministri; diplomatici, magistrati, responsabili della security di importanti holding economiche; giornalisti, professori universitari e finanche consulenti e analisti della CIA e dei dipartimenti statunitensi per la lotta al terrorismo.

Continued…

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Belgrado. I rifugiati nella morsa del gelo

La rotta balcanica si sarebbe chiusa nel marzo del 2016, quando l’Unione europea pagò il governo turco per fermare l’arrivo dei profughi sulle coste greche. Per alcuni, come la Germania e la Svezia, l’accordo ha funzionato e il numero dei profughi arrivati nel 2016 è drasticamente calato rispetto all’anno precedente. Tuttavia centinaia di persone hanno continuato a utilizzare questo percorso per raggiungere l’Europa nordoccidentale, affidandosi ai passeur e percorrendo sentieri pericolosi e impervi nel corso di uno degli inverni più rigidi degli ultimi anni. Secondo alcune stime, i profughi bloccati lungo la rotta balcanica sono al momento centomila.

Per molti la rotta balcanica si è fermata a Belgrado. Migliaia di profughi, provenienti dall’Afganistan, dal Pakistan, dalla Siria, dall’Iraq vivono in un capannone abbandonato della vecchia stazione ferroviaria della capitale serba. Niente acqua, niente di niente, solo un pasto distribuito da alcuni volontari. E il gelo. In questi giorni le temperature notturne hanno raggiunto i meno 20. Quelli che arrivano a Belgrado sono i più fortunati: chi resta impigliato in Ungheria rischia la galera.
Nel paese, secondo i dati dell’Unhcr, ci sono in questo momento circa settemila persone bloccate sulla rotta dei Balcani: la maggior parte sono migranti in transito che vorrebbero raggiungere il Nord Europa.
Quest’estate si erano accampati nei parchi cittadini, da dove sono stati sgomberati con la forza. L’approdo nei capannoni della ex stazione è stato una scelta necessaria per prendersi un tetto, anche se precario e lurido, e per resistere ai tentativi di internamento nei campi.
Il governo serbo ha minacciato più volte di cacciarli, nessuno di loro, compresi ragazzini e bambini, vuole andare nei centri ufficiali, perché sanno che calore e zuppa sarebbero l’anticamera della deportazione.

Sull’intera area è pronto un progetto di riqualificazione, che comporterà lo sgombero dei rifugiati e la cacciata degli abitanti poveri della zona. Il “Belgrade Waterfront” è finanziato dallo Stato, che fornirà i terreni, e dalla Eagle Hills, società di Abu Dhabi specializzata nello “sviluppo di centri urbani”. Il nuovo complesso comprenderà case e alberghi di lusso, centri commerciali, uffici e una torre di 200 metri, il “Kula Beograd”. Trent’anni di lavoro e di 3,5 miliardi di euro di spesa.

Intanto ogni notte qualcuno prova a passare in Croazia, incastrato sotto ad un camion, pagando qualcuno, ma solo pochi riescono a continuare il viaggio. Molti erano già arrivati in Austria, ma il feroce gioco dell’oca dell’Europa delle frontiere li ha ricacciati indietro.

Invece gli arrivi dall’Ungheria continuano con lo stesso ritmo del periodo prima della chiusura delle frontiere. L’unica differenza è che oggi il passaggio è clandestino e i passeur si fanno pagare a caro prezzo.

Nevica ormai da un mese. Molti sono morti assiderati lungo il viaggio. Vite che non valgono nulla, presto dimenticate. Da tutti, ma non dai parenti ed che li hanno visti partire e da quelli da cui non arriveranno più. Le frontiere d’Europa sono segnate dal dolore e dalla sofferenza della gente in viaggio. Dolore e sofferenza che potrebbero volgersi in rabbia e rivolta. Dipenderà da tutti noi che rabbia e rivolta non si declinino nel lessico della jihad ma in quello della libertà.

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Saluggia. Scorie, acqua e soldi

Il deposito nazionale per le scorie nucleari, destinato ad accogliere la pesante eredità dell’avventura nucleare italiana, non è stato costruito. Non è stato neppure scelto il posto dove farlo. Di tanto in tanto circolano rumores infondati su questa o quella località.

L’ultimo tentativo reale venne fatto a Scanzano Ionico, dove una cava salina era stata indicata come bara ideale per l’immondizia nucleare.

Il posto sembrava perfetto. Un sindaco fascista con un trascorso di tangenti per gestione di traffici di rifiuti speciali, un piccolo paese della Basilicata, la promessa di cascata di soldi per compensare il rischio. Come è finita oggi lo ricordano in pochi. Una rivolta popolare scuote il paese: statali e ferrovia sono bloccate dalla gente di Scanzano per due settimane, il sindaco deve barricarsi in casa, la polizia deve fare dietrofront.
La mobilità dell’intera Basilicata va in tilt. Il governo cede e ritira il progetto.

Le scorie restano dove sono. In Piemonte. Tra Trino Vercellese, Bosco Marengo e, soprattutto, Saluggia, è concentrato il 73% delle scorie italiane.

Il deposito nazionale delle scorie italiane è, nei fatti, a Saluggia. Il posto peggiore per i rischi idrogeologici, perché Saluggia è al centro di un triangolo, tracciato dalla Dora Baltea e due canali. Sotto passano le falde acquifere che alimentano l’acquedotto del Monferrato.
Qualche anno fa l’alluvione mise a rischio di inquinamento l’intera area e, in almeno un’occasione, è stata dimostrata la radioattività della falda superficiale.
Tra pochi anni sarà completato il Cemex, una bara di cemento, che dovrebbe rendere più sicuro il sito “temporaneo”. Quello “definitivo” venne deciso con una legge del 2003, dopo l’annuncio del 1999. Sono passati 17 anni e nulla è successo. Persino la Carta dei siti papabili, in teoria pronta da due anni,non è mai stata resa nota. Evidentemente si temono ripercussioni nelle urne.

Una domanda sorge spontanea. Perché Saluggia e gli altri paesi soggetti a servitù nucleari non insorgono? Perché non si muove quasi nulla?
La risposta è semplice ed ha parecchi zeri. 15 milioni di euro all’anno per le compensazioni.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Lorenzo Bianco, attivista antinuclearista.

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Grillo chiama, Minniti risponde

“Sono annegate circa 100 persone, per lo più donne e bambini, in quattro diversi naufragi nel Canale di Sicilia. Non in un altro tempo e in un altro mondo, ma una settimana fa, il giorno di Natale, davanti alle nostre coste. La notizia è apparsa nelle pagine interne dei quotidiani ed è subito svanita, cancellata da articoli sui cenoni festivi, sulle star recentemente defunte e sulle nuove tensioni tra Usa e Russia. D’altronde, si stima che nel solo 2016 siano morti in mare 5000 migranti. E quindi, cento più o cento meno…
E così in questi anni, giorno dopo giorno, ci siamo abituati a questa strage invisibile, di cui non sono responsabili terroristi o nemici dell’umanità, e che quindi appare una fatalità da attribuire a vaghe astrazioni (è la crisi globale, signora mia). In cambio, però, i cittadini di Goro insorgono se una decina di donne e bambini, scampati ai naufragi, vengono assegnati al loro villaggio, sommerso dalla nebbia. E se un Amri, freddato a Sesto San Giovanni, era stato nelle nostre galere, ecco che Grillo – sì, quello che scavalca a destra Salvini ed è così amato a sinistra – esige un giro di vite contro i clandestini, espulsioni immediate e il potenziamento delle forze dell’ordine.
Se Grillo chiama, Minniti risponde. Questa specie di commissario Montalbano dall’aria feroce, che è stato al governo con chiunque (D’Alema, Amato, Prodi e oggi Gentiloni), a suo tempo grande amico di Cossiga e auto-promosso esperto di sicurezza e intelligence, ha deciso di intervenire a gamba tesa sulla questione migranti. E quindi, apprendiamo oggi dalla stampa, retate a più non posso di feroci lavavetri, venditori di fiori e lavapiatti abusivi, espulsioni in massa e Centri di Identificazione ed Espulsione in ogni regione. Non solo: il tarantolato Minniti si appresta a volare in Africa per stipulare nuovi patti con i paesi di provenienza dei migranti, un po’ recalcitranti a riprendersi i loro figli emigrati.
Così, mentre gli italiani residenti in Inghilterra si apprestano a far causa al governo May che li vuole espellere, noi tentiamo di ricacciare in Africa quelli che hanno traversato deserti e mari per sopravvivere in Europa. Ma riuscirà Minniti nella sua coraggiosa impresa? Non credo proprio. Quanto costeranno i voli per rimandare in Egitto, Libia, Tunisia e Nigeria. non solo i cittadini di questi stati, ma tutti gli altri, afghani, etiopi, siriani, centro-africani? E basteranno quattro soldi, elargiti da Gentiloni-Minniti, per convincere detti stati a prendersi, cioè a internare, tutti quelli che vogliamo cacciare noi e che non sono cittadini loro?
La riposta è sempre no. Dove hanno fallito Amato, Prodi, Berlusconi e Renzi, non riuscirà Minniti. Tuttavia avremo migliaia di internati in più nei Cie, nuovi sbarchi, nuovi giri di vite, tensioni con la Ue e la solita solfa di Grillo e Salvini che incitano i cittadini a protestare. Così il buon senso svanisce tra ipocrisia, urla forcaiole e giri di vite, mentre in mezzo al Mediterraneo la gente continua ad annegare.”

In questo suo scritto, Alessandro Dal Lago butta sul piatto la tounee di Minniti in Africa trattare la restituzione di un po’ di esseri umani in eccesso, la violenta invettiva xenofoba di Grillo, i morti che non contano nel grande sudario azzurro del Mare di Mezzo.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Alessandro Dal Lago

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Aiutiamoli a casa loro. Immaginario post (neo) coloniale della dipendenza africana

L’immaginario dominante sull’Africa raffigura un continente povero e bisognoso d’aiuto. Una falsità costruita sulle narrazioni coloniali e post coloniali.

Vi proponiamo uno scritto di Karim Metref, originariamente uscito su “Divagazioni”. Metref, blogger, insegnante di origine kabila, da molti anni vive a Torino.

Qui potete leggere la prima parte.

Qui la seconda. 

Qui puoi ascoltare la lettura commentata proposta nella puntata di Anarres del 23 dicembre 2016

Riso amaro per l’Africa

Il 5 dicembre 1992, sulla spiaggia di Mogadiscio, l’allora ministro francese della salute, Bernard Kouchner, si fa riprendere dalle telecamere delle Tv di mezzo mondo mentre scende da una nave di aiuti umanitari con un sacco di riso sulle spalle.

La nave, secondo lo stato e i media francesi, contiene riso raccolto dai bambini francesi. In effetti, nelle scuole dell’esagono, durante le settimane precedenti lo sbarco, era stata organizzata una campagna intitolata “Riso per la Somalia”. I bambini francesi sono arrivati, tutti, a scuola con uno o due chili di riso da mandare ai bambini somali. Ma sembra che il riso che arriva alle popolazioni affamate del corno d’Africa non è nei pacchi da un chilo che si vendono nei supermercati. È contenuto nei soliti sacchi da 25 chili degli aiuti alimentari. In ogni caso, lo stato francese non aveva bisogno dell’aiuto dei bambini per riempire un paio di navi di aiuti alimentari. Aveva solo bisogno di fare una mega operazione di propaganda per mascherare un intervento militare in un intervento umanitario. Era l’inizio del concetto di “guerre umanitarie”.

Quella operazione propagandistica ma anche la figura stessa di Bernard Kouchner sono in vari modi simbolici dell’evoluzione dell’immagine dell’Africa nel linguaggio politico e mediatico occidentale Post(neo)coloniale. Medico di formazione, Kouchner è il fondatore di Medici Senza Frontiere e di Médecins du monde, due grosse strutture umanitarie francesi. Viene quindi dalla cooperazione umanitaria per approdare in politica e diventare uno dei principali paladini del “diritto-dovere di ingerenza”. Nozione che ha portato alla quasi totalità degli interventi militari dei paesi della Nato dalla fine della guerra fredda a Oggi.

Poveri loro

Dal dopo indipendenza dei paesi africani si è lavorato a lungo sull’immaginario occidentale (e anche africano) sull’idea che l’Occidente, in particolare, i paesi ricchi, in generale (cioè compresi paesi come le petromonarchie arabe, il Giappone, la corea del Sud…) aiutano l’Africa con miliardi di Dollari ogni anno. A questo immaginario di Africa mendicante, voragine di aiuti esteri e che nonostante il generoso aiuto di tutti va sempre peggio, hanno lavorato gli stati, l’Onu, il sistema bancario, i media e anche le agenzie di solidarietà internazionale.

Per 60 anni ci hanno bombardato di parole e immagini di una Africa che vive a carico del mondo. L’immagine del bambino africano rachitico invade gli schermi del mondo. Invece del lupo cattivo, è il bambino del Biafra che diventa lo spauracchio di chi non vuole finire la sua zuppa: mangia altrimenti diventi come lui.

Partono le grandi operazioni di “solidarietà”, i lanci di cibo dagli elicotteri, le distribuzioni dai camion. Partono i grandi concerti di musica. I giovani vanno ai concerti live a Londra, Parigi e Los Angeles. Si divertono un sacco e sono pure convinti di aver fatto del bene all’Africa.

L’immagine dell’Africa affamata nutre ogni tipo discorso:

– quello pietistico dei missionari: sono i nostri fratelli deboli, hanno fame, aiutateci ad aiutarli.

– Quello delle Ong: Sono esseri umani come noi, non ce la fanno da soli, aiutateci ad aiutarli,

– Quello della cooperazione di stato: sono degli stati che non sono in grado di svilupparsi da soli, useremo soldi pubblici per aiutarli,

– Quello dell’ONU: alcuni stati membri non ce la fanno da soli, la banca mondiale, gli stati più ricchi li devono aiutare a svilupparsi,

– Quello del Fondo monetario e della Banca Mondiale: gli stati poveri hanno bisogno dei prestiti e dell’assistenza nostra per trovare una via verso lo sviluppo,

– Quello delle multinazionali: siamo in Africa perché non è in grado da sola di sfruttare le sue ricchezze,

– Infine con gli esodi, anche negli ambienti di estrema destra xenofoba cresce il discorso di chi dice: non devono venire qui da noi, aiutiamoli a casa loro.

Tutti vogliono aiutare l’Africa. L’unica che sembra non voler aiutarsi è l’Africa stessa.

La realtà che viene esclusa dalla narrazione post (neo) coloniale è il fatto che i flussi economici (legali e/o sommersi) dall’Africa verso il resto del mondo sono infinitamente superiori a quelli dei così detti aiuti. Non è l’Africa ad essere in debito con il mondo è il mondo che è in debito con l’Africa.
Continued…

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Merry crisis and happy new fear

La strage nel Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” di Trapani non smette di parlarci, a distanza di diciassette anni, con la potenza evocativa di un fatto brutale che si proietta, ancora oggi, sulla cronaca di ogni giorno.
Dopo tutti questi anni, lo scenario globale è drasticamente peggiorato. I flussi migratori sono aumentati, e davvero non potrebbe essere altrimenti.
Dalla polverizzazione del Medioriente, dove le potenze straniere muovono le loro pedine a tutela di inconfessabili interessi, passando per il martoriato continente africano, è facile constatare che la guerra è ormai una condizione permanente in cui sono costretti a vivere milioni di persone.
Le politiche degli stati e delle élites che gestiscono potere e risorse economiche sono orientate alla sistematica destabilizzazione di aree sempre più vaste del pianeta. Guerra e terrorismo globale sono gli strumenti, complementari e speculari, per l’approvvigionamento delle risorse e delle fonti energetiche, per il controllo dei territori, per la produzione di armamenti, per la conquista di nuovi mercati, per la manipolazione del consenso, per la costruzione di campagne elettorali.
È da tutto questo che donne e uomini continuano a scappare, anche a costo della vita. È a causa di tutto questo che si continua a morire di immigrazione.
Chi scappa dai bombardamenti o dai coltelli dello Stato islamico, chi fugge dalla povertà e dall’assenza di prospettive, trova – quando è fortunato – muri e filo spinato, botte e umiliazioni, schedature e discriminazioni, sfruttamento e intimidazioni. Chi non è abbastanza fortunato, semplicemente crepa: in fondo al mare, dentro un tir, sotto a un treno.
Tutto questo si ripete ancora, da almeno diciassette anni, da quando Trapani finì sui giornali di tutta Italia per l’incendio di una casa di riposo adibita a centro di detenzione per immigrati.
Oggi una capillare opera di propaganda istituzionale, agita su più livelli – dal nazionale al locale – vorrebbe addirittura contrabbandare un presunto “modello-Trapani” come buon esempio di efficienza e accoglienza sulla base del funzionamento dell’Hotspot di Milo. Certo, tutto va a meraviglia: gli immigrati che sbarcano al Ronciglio (e che non si trovano in una bara adagiata sul molo), vengono fotosegnalati e smistati verso il destino che solerti funzionari stabiliscono per loro. Questo è il modello di accoglienza di un’Europa che, continuando a produrre clandestinità, non concepisce corridoi umanitari e canali sicuri che consentano alle persone (siano essi migranti economici o profughi di guerra) di non intraprendere viaggi allucinanti nella speranza di essere intercettati da un mercantile o da una nave militare.
Nel 2017, intanto, l’Italia dei voucher e del precariato, delle grandi opere e delle mazzette, della mafia e della corruzione, spenderà per le forze armate almeno 23,4 miliardi di euro (64 milioni al giorno): tutti soldi sottratti all’occupazione, alla sanità, all’istruzione, al risanamento del territorio, a una più equa distribuzione delle risorse. Alla faccia della crisi.
Ma le priorità, in tutto il mondo, sono ben altre: chiusura delle frontiere e militarizzazione della società in nome della paura, del sospetto, della guerra al terrorismo.
La loro guerra e il loro terrorismo. I morti e le macerie sono soltanto nostri.

Coordinamento per la Pace – Trapani

ricordando Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti, Nasim e tutte le vittime dei confini, delle guerre e del terrore, in ogni angolo del pianeta

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Nell’Italia dei voucher

I dati forniti dall’INPS sono secchi ed impietosi. Calano le assunzioni a tempo indeterminato, c’è stata un impennata nell’utilizzo dei vaucher.

Molti ancora non sanno di che si tratti, anche se il meccanismo è da decenni lo stesso: una maniera legale per avere al proprio servizio lavoratori formalmente autonomi in realtà dipendenti precari e senza alcun diritto.
Un collaboratore esterno non necessario licenziarlo: basta comunicare che le sue prestazioni non erano più richieste. Prima dei vaucher c’erano i co.co.co e i co.co.pro. Il “pro” sta per progetto. Se il progetto è finto, ed era sempre finto, il lavoratore poteva impugnare il contratto precario e chiedere l’assunzione. Una vera rogna per i poveri datori di lavoro, impegnati a mantenere intatti i propri profitti in tempi di crisi.
I voucher introdotti con il job act sono la risposta alla angosce degli imprenditori. Formalmente, va da se, sono tutt’altro. Sarebbero un modo per evitare il lavoro in nero, “normale”, quando si assume un lavoratore per una collaborazione breve e occasionale. Il voucher prevede che una parte dei soldi finisca all’INPS. Inutile dire che chi fa un lavoretto continua a farlo in nero: tutti preferiscono incassare tutto e subito, senza gettare nulla nel calderone dell’INPS.

I voucher vengono utilizzati in maniera crescente per pagare i precari, travestiti da lavoratori autonomi.

Lo stesso ministro del lavoro, di fronte ai dati diffusi dall’INPS, ha dichiarato che il “job act è una buona legge”, ma può essere corretta se la pratica evidenzia che qualcosa non funziona.

Chi credesse che Poletti abbia un sussulto di interesse per la condizione precaria si ricreda subito. Presto la Consulta si pronuncerà sull’ammissibilità del referendum sul job act: se dovesse passare potrebbe convenire al governo Gentiloni fare qualche ritocchino alla legge piuttosto che affrontare il verdetto delle urne.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Stefano Capello.

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Sala. In equilibrio sulla Piastra

Il primo dicembre la sede di di Expo di via Meravigli è stata perquisita dal Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Milano. L’iniziativa degli investigatori rientra nell’inchiesta sull’assegnazione dei lavori sulla piastra dei servizi (ovvero la serie di lavori preparatori alla costruzione dei padiglioni) su cui indaga la procura generale di Milano. L’asta era stata vinta dalla società Mantovani con un ribasso del 42 per cento su una base d’asta di 272 milioni di euro.

L’inchiesta, una delle più importanti tra quelle relative a Expo, sembrava destinata a chiudersi con un’archiviazione. Ma il Gip Andrea Ghinetti si era opposto alla richiesta della Procura e il fascicolo per corruzione e turbativa d’asta (la gara più rilevante da 149 milioni di euro), era stato tolto ai pm dalla procura generale che l’aveva avocata a sé affidandola al pg Felice Isnardi che successivamente ha chiesto la proroga delle indagini, che altrimenti sarebbero scadute di lì a breve.

Cinque gli indagati nell’inchiesta: gli ex manager Antonio Acerbo e Angelo Paris, l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita e gli imprenditori Ottaviano ed Erasmo Cinque.
Dagli atti richiesta di prolungamento dell’inchiesta è saltato fuori il nome del sindaco di Milano Beppe Sala, all’epoca direttore generale e commissario straordinario per Expo.
Sala è sotto indagine per la firma retrodatata su un paio di nomine, un fatto in se di poco conto. Infatti, dopo una breve pausa, una sorta di autosospensione virtuale Sala sta per tornare a Palazzo Marino.
L’aspetto interessante di questa vicenda, non è tanto o (sol)tanto nell’inchiesta che tocca anche il sindaco, quanto nel sistema delle grandi manifestazioni, dei mega appalti, dei grandi carrozzoni succhia soldi.

Sala diventa commissario Expo dopo che inchieste e scandali avevano spazzato via la cordata che aveva gestito il carrozzone precedente. Quello che sta accadendo ora era ampiamente prevedibile, perché inscritto nella logica di drenaggio di enormi risorse pubbliche per foraggiare le imprese amiche di questo o di quello. Il tutto in fretta, con budget bassissimi che si gonfieranno dopo. Non c’è interesse per altro che non siano il circo e i biglietti da staccare.

Le inchieste successive sono la normale coda di questo sistema, dove lo stesso avvicendamento delle elite è regolato per via giudiziaria da tangentopoli in poi. Non per caso tutto cominciò proprio a Milano.

Il malaffare e le inchieste che ne sono la coda sono parte della modalità regolativa che si è imposta in questi anni. Le leggi adottate per limitare i rischi e aggirare le norme di tutela della salute, dell’ambiente, della sicurezza sul lavoro, a volte non bastano a coprire la melma dei cantieri, dove dall’ingresso secondario ogni giorno entravano i lavoratori in nero, che costruivano il baraccone di quel circo sgangherato e costosissimo che è stata Expo 2015.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Abo, tra gli animatori del comitato No Expo.

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No Zoo(m). Passeggiata s-catenata contro ogni gabbia

Nel pomeriggio di domenica 18 dicembre a Torino si è svolta un’iniziativa contro la privatizzazione del Parco Michelotti e l’apertura di un nuovo zoo e contro ogni gabbia fisica e mentale. Dalle carceri ai CIE, dalle Rems ai repartini psichiatrici sino alle frontiere che fermano e imprigionano migranti e profughi.
La “passeggiata s-catenata” è partita dalla “gabbia” di fronte alla Biblioteca Geisser, ha attraversato il ponte della Gran Madre per poi giungere in Via Po, dove è stato fatto un presidio informativo con banchetti, musica, e una mostra di opere d’arte sul tema gabbie. Si è tenuta anche un’assemblea aperta con numerosi interventi. Durante la passeggiata sono stati esposti ed appesi striscioni e cartelli con messaggi di protesta e libertà. Distribuiti diversi volantini con uno spottino informativo in loop sull’acquisizione del parco da parte dell’azienda Zoom s.p.a. che si è aggiudicata il bando trentennale dell’area.

La prossima iniziativa è stata fissata per il mese di gennaio.

Ascolta la diretta di radio Blackout con Arianna.

Qui puoi leggere il volantino distribuito dalla Federazione Anarchica Torinese

Qui qualche foto della giornata 

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Roma. Gli abiti nuovi della giunta Raggi

Lunedì scorso è avvenuto l’incontro al Campidoglio per la ridefinizione della giunta romana. Il meeting ha decretato la nomina di Luca Bergamo, ex PD, come nuovo vicesindaco della giunta comunale a 5 Stelle. L’attuale assessore alla Cultura del Campidoglio ha preso il posto del dimissionario, Daniele Frongia, che ha mantenuto le deleghe alle Politiche giovanili e allo Sport. Passo indietro invece per Massimo Colomban, imprenditore trevigiano vicino a Casaleggio, e assessore alle Partecipate della giunta pentastellata di Roma, già candidato perdente del centro-destra in Veneto. Pinuccia Montanari, già nella giunta di Del Rio a Reggio Emilia, è la nuova assessora alla Sostenibilità Ambientale. Prenderà il posto di Paola Muraro, sotto indagine per reati ambientali e responsabile di aver restituito smalto al re delle discariche Manlio Cerroni, che da lei ricevette la nomina a consulente tecnico di parte dalla Gesenu, società commissariata per mafia.

Nel frattempo, dopo l’arresto del fidato dirigente Raffaele Marra, proveniente dagli ambienti del neo-fascismo e di fatto responsabile delle dimissioni di Carla Rainieri (ex-capo di gabinetto), la sindaca Virginia Raggi ha dichiarato ai giornalisti che se dovesse mai arrivarle un avviso di garanzia per la firma degli atti compiuti da Marra (compresa la nomina di uno dei fratelli di Marra a capo del Dipartimento Turismo), valuterà il da farsi, prima di allora non intende pensarci affatto.

Di tutto questo e molto altro l’info di Blackout parlato con Francesco, che ci ha restituito un quadro generale della situazione nella Roma Capitale.

Ascolta la diretta

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