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Agli incroci del labirinto

Si chiama Simona. Mentre scrivo si trova al centro grandi ustionati di Torino. Non può vedere né sentire nulla: è stata sedata ed intubata, per evitarle sofferenze terribili. Stava andando al lavoro, quando nel parcheggio è stata raggiunta da Mario D’Uonno, l’uomo che da oltre due anni la perseguita in un crescendo di insulti, violenze e minacce. Pochi giorni prima era sfuggita ad un tentativo di speronamento, questa volta non ce l’ha fatta. É stata inseguita, bloccata, picchiata. Infine l’uomo ha preso la tanica di benzina che aveva preparato, l’ha gettata sull’auto ed ha appiccato il fuoco. Prima di perdere conoscenza Simona ha gridato “è stato lui”.
Lui che sui social aveva scritto “Ti manderò all’inferno. Fosse l’ultima cosa che faccio”. Detto e fatto.
Simona non è una vittima. Aveva dato parola alla persecuzione, aveva denunciato le angherie che subiva. Anche per questo Mario D’Uonno ha cercato di bruciarla viva, di annientarla.

Sui media e sui giornali si è scatenata la canea di chi chiede più polizia e repressione, di chi parla di “amore malato”, di “sfera affettiva”, di questioni “private”.

Le statistiche dell’ultimo anno ci dicono che nel nostro paese il numero di omicidi è ancora calato. Se si scorporano i dati emerge che è diminuito il numero degli uomini uccisi, resta invece stabile quello delle donne ammazzate.
Nell’aridità di questi calcoli è la cifra della guerra contro la libertà femminile. Una guerra che non si deve nominare, che viene sistematicamente travestita da malattia, eccesso, eccezione. Raptus e follia sono il paravento che copre il non detto, il non dicibile.
La violenza contro le donne è un fatto del tutto “normale” nel nostro paese e su scala planetaria. Normale perché non ha nulla di eccezionale, strambo, folle; normale perché viene agita da uomini di tutte le età, di tutti i ceti sociali, di ogni livello di istruzione.
Il disconoscimento della guerra contro le donne, innescata dai tanti percorsi di libertà ed autonomia che hanno segnato gli ultimi quarant’anni, ha rimesso in pista il femminismo. Un femminismo consapevole che la posta in gioco è alta, che nulla è scontato, che la lotta al patriarcato è necessaria per ogni reale trasformazione verso la libertà e l’uguaglianza di soggetti, che lo sguardo femminista sottrae agli stereotipi di genere e consegna all’avventura del superamento delle identità precostituite ed imposte. Continued…

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Arance insanguinate e ruspe: dalla Diciotti a Rosarno

Nell’ennesimo rogo nella Baraccopoli di Rosarno è morto un lavoratore immigrato. Si chiamava Moussa Ba ed era originario del Senegal. Non è il primo e probabilmente non sarà l’ultimo, perché la precarietà dei rifugi di plastica e legno, dove vivono buona parte dei braccianti della piana di Gioia Tauro, è tale che basta una scintilla ad innescare roghi devastanti, che inghiottono case e vite. Il ministro dell’Interno ha riproposto la sua ricetta, ruspe e sgomberi, ma per il momento le sue sono solo parole, perché la ricchezza del comparto agroalimentare della zona si fonda sulle povertà dei lavoratori schiavi.
Ai braccianti africani nessuno affitta una casa. Chi lo fa propone contratti di qualche mese, il tempo della stagione della raccolta e poi via, lontano, non importa dove.
Pochi però possono aspirare ad un tetto in affitto, troppo basse le paghe, troppe le persone rimaste a casa cui spedire qualche soldo.
I lavoratori sono pagati a cottimo (“0,50 centesimi per ogni cassetta di arance, 1 euro per i mandarini”) o a giornata: “Poco più del 90% percepisce tra i 25 ed i 30 euro al giorno, il 7,17% ha un guadagno compreso tra 30 e 40 euro e il 2% riceve addirittura meno di 25 euro.
Le tende di plastica, le baracche fatte di lamiere recuperate, legno e quel che capita sono l’unico riparo.
Difficilmente Salvini manderà qui le sue ruspe. Rosarno non è il CARA di Mineo né quello di Castelnuovo di Porto, postacci dai quali sono stati cacciati nelle scorse settimane i migranti diventati clandestini per decreto legge.
Rosarno è una miniera d’oro. Continued…

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Un’eccentrica periferia torinese. Cronache sovversive

L’attacco all’Asilo, l’accusa di associazione sovversiva, la normalizzazione violenta di un quartiere

Era l’alba del 7 febbraio. Sin dalla tarda notte c’erano stati segnali d’allarme: decine di mezzi blindati della polizia in movimento per la città. La sorpresa, programmata con cura, non aveva funzionato. Quando un esercito di poliziotti, carabinieri, guardie di finanza e Digos hanno fatto irruzione all’Asilo occupato di via Alessandria, cinque anarchici sono riusciti a salire sul tetto. Vi rimarranno per oltre 30 ore, nonostante il freddo rigido e l’assedio degli uomini e delle donne della polizia politica.
La stessa mattina la polizia entrava nella casa occupata di corso Giulio Cesare per effettuare alcuni arresti.
Lo sgombero di una delle occupazioni storiche della città è coinciso con l’Operazione “Scintilla“, che la Procura torinese ha aperto nei confronti di una trentina di attivisti contro la macchina delle espulsioni e i CPR, le prigioni amministrative per immigrati senza documenti. Il pubblico ministero Manuela Pedrotta ha chiesto ed ottenuto la detenzione in carcere per sei anarchici.
L’accusa, rispolverata per l’occasione, è di associazione sovversiva, l’articolo 270 del codice penale, uno dei tanti strumenti affinati nei decenni per colpire chi si unisce per trasformare radicalmente l’assetto politico e sociale in cui tanta parte dell’umanità è forzata a vivere. Un’accusa che colpisce l’identità politica al di là dei singoli episodi che vengono assemblati per criminalizzare le lotte, tentare di isolare compagni e compagne dal contesto sociale in cui si muovono.
Continued…

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Solidarietà ai compagni dell’Asilo!

Siamo solidali con i compagni e le compagne dell’Asilo Occupato sgomberato. In città è calato un pesante clima di repressione: alle prime luci dell’alba di ieri la polizia ha fatto irruzione in via Alessandria e nella Casa occupata di corso Giulio Cesare, per eseguire diversi arresti e per sgomberare l’Asilo.
Celerini giunti da ogni parte d’Italia, un intero quartiere militarizzato e chiuso dalla polizia sono gli ingredienti di un attacco frontale a una storica esperienza di autogestione in città, un’alternativa reale all’abbandono e alla speculazione capitalista, alle logiche della competizione e della sopraffazione. L’operazione poliziesca, condotta dalla questura di Torino con particolare violenza, è il frutto maturo del “decreto sicurezza” e delle misure liberticide del governo 5Stelle-Lega. Nel nome della legalità, della sicurezza e del “decoro” si intende consolidare l’ordine autoritario colpendo a fondo le condizioni di vita degli oppressi e degli sfruttati.
L’accusa di associazione sovversiva è scattata contro decine di compagni, per sei dei quali la ben nota PM Pedrotta ha chiesto ed ottenuto la detenzione in carcere. L’applicazione dell’articolo 270 del codice è un attacco alle lotte contro i CPR e contro l’intera macchina delle espulsioni: ben chiara è la volontà di colpire chi non accetta l’ordine politico e sociale in cui siamo forzati a vivere.
Di fronte a queste accuse siamo tutti sovversivi. Tutti impegnati contro le prigioni per migranti e le deportazioni dei senza carte.

Il Ministro dell’interno e la sindaca Appendino non hanno perso l’occasione per dare aria alla bocca, congratulandosi con la polizia per l’operazione repressiva nel cuore di Aurora. I media mainstream sfoderano le loro armi migliori contribuendo al processo di criminalizzazione di ogni forma di dissenso sociale.

Ora più che mai è fondamentale non chinare la testa, continuare a battersi per la difesa e la riappropriazione degli spazi sociali autogestiti e ribadire che i veri terroristi sono lo Stato e i suoi cani da guardia.
Solidali con chi occupa, solidali con chi lotta.

Liber* Tutt*!

I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese – FAI
corso Palermo 46 – riunioni, aperte agli interessati, ogni giovedì alle 21

Di seguito il comunicato emesso dalla Commissione di Corrispondenza della FAI

Siamo tutti sovversivi!

Solidarietà all’Asilo occupato!

Continued…

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Socialmente pericolosi

La procura di Torino ha chiesto l’applicazione della sorveglianza speciale e il divieto di dimora nella loro città per cinque torinesi. Jack, Eddi, Davide, Jacopo e Paolo hanno fatto la scelta di andare in Siria. Quattro di loro si sono uniti alle unità di difesa del popolo e alle unità di difesa delle donne, uno è stato ad Afrin per raccontare l’assedio, la resistenza, lo sfollamento dopo l’attacco e l’invasione turca della regione, che, con le altre della Siria del nord, dal 19 luglio 2012, sperimentavano relazioni politiche e sociali più eque, libere, femministe ed ecologiste.

In questo primo scorcio del 2019 una minaccia terribile incombe sull’intero Rojava: dopo il ritiro delle truppe statunitensi, l’esercito turco potrebbe sferrare il proprio attacco all’intera regione, per cancellare l’esperienza della rivoluzione democratica e riaprire le porte al Califfato, ormai quasi sconfitto dopo anni di una guerra durissima, nella quale sono morti tanti uomini e donne. Alcuni di loro venivano da molto lontano. Di inizio gennaio la notizia che, nella battaglia di Deir Zor è morto Giovanni, che era partito da Bergamo per combattere l’Isis.
L’Isis che, a cavallo tra la Siria e l’Iraq, aveva costruito uno stato confessionale, dove torture, stupri ed esecuzioni erano mostrate al mondo in segno di forza e di sfida, è stata quasi sconfitta grazie alle unità di autodifesa del Rojava. L’Isis, che in Europa e nel mondo, ha compiuto centinaia di massacri, oggi è in grave difficoltà grazie a chi ha rischiato e perso la vita per bloccare il fascismo islamico, viene usata come pretesto per serrare sempre più le frontiere ai migranti in viaggio.
Chi ha combattuto l’Isis e difeso l’esperienza del confederalismo democratico in Rojava e nelle altre zone liberate della Siria e dell’Iraq, viene considerato “socialmente pericoloso” dalla Procura di Torino.
Un paradosso solo apparente.
L’Isis è un problema quando qualcuno spara, si fa esplodere, assale con un camion gente per le strade, le piazze, gli stadi, i bar, i locali d’Europa. Tutto cambia ad altre latitudini, dove a morire sono altri, specie se pretendono di sovvertire l’ordine politico, sociale, culturale dei paesi in cui vivono. Sono lontani e “pericolosi”, per il rischio di contagio in un’area del mondo, dove la bilancia delle alleanze si misura sulle possibilità di controllo di risorse, vie di comunicazione, delle varie potenze imperiali che si contendono il pianeta. In quest’ottica spesso i vari fondamentalismi islamici sono stati alleati preziosi, che tuttavia, giocando in proprio, talora si sono trasformati in nemici assoluti.
In quest’area il perno del Grande Gioco è la Turchia, membro della NATO, con recenti buoni rapporti con la Russia, che a sua volta ha obiettivi imperialisti nell’area, che la guerra in Siria e l’insurrezione sanguinosamente repressa nelle regioni curdofone interne aveva momentaneamente messo in difficoltà.
Il forte appoggio dato all’Isis è stato un boomerang per la democratura di Erdogan, che tuttavia oggi, dopo la pacificazione violenta delle tante forme di opposizione interna, gli accordi con l’Europa per il blocco dei profughi siriani, l’intesa con la Russia, che ha permesso l’occupazione del cantone curdofono di Afrin, si prepara a chiudere i conti con il Rojava.

Continued…

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Contro la (sacra) famiglia. Liber*

Piazza San Carlo, il salotto buono di Torino, è attraversata da una folla densa, intenta al passeggio che intervalla gli acquisti. Manca pochissimo a Natale. In piazza campeggiano da un lato l’albero luminescente, dall’altro il “Calendario dell’Avvento” di Luzzati, una sorta di presepe. Tutto pagato dal comune e dalle solite banche sponsor.
Quest’anno a sorpresa c’erano anche le anarcofemministe, che, al suono di canzoni anticlericali e femministe, hanno aperto uno striscione con la scritta “Contro la (sacra) famiglia. Libere e liberi!”.
Alcuni passanti erano indignati, altri curiosi, altri ancora hanno apprezzato l’iniziativa.
La polizia, che presidia il centro storico, non si è accorta di nulla.
Una piccola rottura dell’ordine simbolico e materiale, che il governo della città e quello del paese, impongono in occasione delle feste cattoliche di fine anno.
Di seguito il volantino distribuito in piazza. Continued…

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Di madamin, ciamponie e altre amenità

Dire è fare. L’agire comunicativo è intrinsecamente politico. Persino quando incontriamo nostra madre e le diciamo “ciao mamma” raccontiamo di noi e della cultura in cui siamo immersi, narriamo una relazione particolare, specifica, potente. Se, salutandola, le dicessimo “ciao Renata” muteremmo di segno alla relazione. Per la maggior parte delle persone agiremmo per sottrazione, elidendo con quel banale saluto la relazione con lei. Negandola come “mamma” la insulteremmo. Così penserebbero i più. Solo l’esplicitazione conflittuale dell’aspirazione a relazioni diverse potrebbe mutare di segno al nostro “ciao Renata”, trasformandolo in allusione ad un diverso ordine del mondo.

Torniamo, ad una settimana dal grande corteo No Tav dell’8 dicembre e a oltre un mese dal presidio Si Tav del 10 novembre, alle “7 madamine”.
I fatti sono arcinoti: sette esponenti della borghesia torinese hanno assunto mediaticamente il compito di promotrici della manifestazione, non senza qualche malumore tra politici e imprenditori vari, in prima fila il fanatico del Tav Mino Giachino.

Madamin è l’espressione coniata dai media per designarle. Apparentemente un epiteto benevolo, che riassume le caratteristiche di pacatezza, gentilezza e bon ton tipiche della borghesia subalpina. O, meglio, delle donne della borghesia subalpina. In realtà, un modo per rinchiuderle in uno stereotipo femminile.

Il piemontese è una lingua sessista. Come tante altre, d’altro canto.

Quando ci si rivolge ad un uomo, se ha cessato di essere un ragazzo, lo si chiama “monsù”. Per le donne esiste una gamma più ampia. Una ragazza non sposata è una “tota”, una donna sposata ma ancora giovane è una “madamin”, una donna sposata di una “certa” età è una “madama”. Infine una donna non sposata e non più giovane è un “toton”. Toton è al maschile ed ha chiaro sapore dispregiativo. Nessuno lo direbbe in faccia alla diretta interessata, se non volesse intenzionalmente ferirla. É più pesante dell’italiano “zitella”, perché una donna non sposata è automaticamente privata del proprio sesso. Se non ti sposi è segno che non vuoi o non puoi essere donna. Un disvalore.

Continued…

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Lucia Perez, uccisa due volte

Il 5 dicembre in Argentina le donne hanno scioperato, una giornata di indignazione e lotta di fronte ad un terribile femminicidio coperto dalla magistratura, con una sentenza che lo nega.

Nello stesso giorno abbiamo fatto punto info e volantinaggio a Palazzo Nuovo, dove è stato appeso uno striscione.
Di seguito il volantino distribuito:

Siamo le ancelle
ci hai condannate
ci hai ammazzate

nell’aria appese
lo spasmo ai piedi
non era giusto

la lancia avevi
e la parola
al tuo comando

nell’aria appese
ci hai condannate
ci hai ammazzate

(estratto di Filastrocca – Il canto di Penelope – M.Atwood)

Lucia Perez è stata una donna argentina. Nel 2016, quando aveva 16 anni, è stata drogata, violentata, torturata e uccisa da tre uomini. La notizia di questi giorni è che i responsabili delle sue sofferenze e della sua morte terribile sono stati condannati per questioni relative alla vendita di droga e nulla altro.

La violenza estrema è la punta dell’iceberg. Le coltellate, il fuoco, la stretta feroce che serra la gola, i pugni, il colpo di pistola troncano la vita, annientano il nemico. Annientare è far diventare nulla chi prima era qualcuno. C’è chi lo fa con freddezza, chi con rabbia, chi persino con paura, ma il fine resta lo stesso: imporre se stessi sino alle estreme conseguenze.
Questo è il senso di ogni omicidio.
Quando sotto i colpi cade una donna, il senso muta. Il termine femminicidio descrive l’uccisione di una donna in quanto donna. L’uccisione di una donna in quanto donna ha un significato intrinsecamente politico. Per paradosso il femminicidio è un atto politico, proprio perché ne viene nascosta, dissimulata, negata la politicità.
I femminicidi avvengono ad ogni latitudine, in Argentina come in Italia, e ovunque la libertà delle donne, i nostri corpi liberi sfidano il patriarcato.
Tanta parte della violenza maschile sulle donne è una reazione all’autonomia acquisita in decenni di lotte. Continued…

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Torino. Una piazza borghese. E le sue paure

La piazza Si Tav del 10 novembre a Torino, a saperla osservare, ci racconta della persistenza del mito del progresso e della velocità. Il motore dello sviluppo, del benessere e del saldo ancoraggio al treno del primo mondo.
La piazza Si Tav, piazza borghese, per bene, torinese, che si alimenta del ricordo di Cavour e del canale di Suez, sogna un Piemonte che non c’è più. E non tornerà.
È una piazza la cui principale novità è il suo stesso esserci, la scelta di scendere in campo e di rendere visibile un aggregato sociale, che usualmente è restio a farlo.
Il paragone con la marcia dei 40.000 colletti bianchi della Fiat al termine dell’ultimo braccio di ferro tra la classe operaia torinese e i padroni della città appare tuttavia del tutto incongruo. In questi ultimi 40 anni tanta acqua è passata sotto i ponti della città dei tre fiumi.
I colletti bianchi difendevano, pagati e spinti dal padrone, una posizione di piccolo privilegio che ritenevano inattaccabile. Pochi anni dopo i fatti dimostrarono quanto grande fosse stato il loro errore. I protagonisti di quella marcia e i loro figli, colletti bianchi per via ereditaria, vennero licenziati, quando il padrone decise che non servivano più.
Ma. L’errore più grande lo commisero gli operai in lotta da trentacinque giorni davanti ai cancelli della Fiat. Credettero al sindacato, che già aveva pronto l’accordo che barattava ventimila licenziati con sessantamila cassaintegrati. La grande epopea dei lavoratori della città-fabbrica non finì per la marcia degli impiegati Fiat, ma per la resa ad un sindacato che stava cambiando pelle, avendo già mutato anima negli anni del compromesso socialdemocratico.
Se in quei giorni fosse partito un appello a tornare in piazza, la marcia dei “40.000” sarebbe scomparsa nel nulla e nessuno la ricorderebbe.
Quella vicenda si incise a sangue nella memoria collettiva, perché spianò la strada alla vendetta padronale, che fu implacabile.
Torino si è trasformata radicalmente. La città della Fiat, pensata e costruita come città fabbrica, ha lasciato il posto alla città immaginata tra il Politecnico, la stessa Fiat, le Banche e il partito Democratico. Città di servizi, turismo e grandi eventi. Gli antichi borghi operai, luogo di crescente marginalità sociale, sono costantemente sospesi tra riqualificazioni escludenti e il parco giochi per carabinieri, militari e poliziotti.
Evocare la marcia dei “40.000” è un abile artificio retorico per proclamare la vittoria prima di aver vinto.
Questa volta però, alla faccia del governo pentastellato della città, che si è affrettato ad aprire un’interlocuzione con i Si Tav, il movimento No Tav non ha esitato e ha lanciato un corteo per l’8 dicembre che, partendo da piazza Statuto, quella della rivolta del 1962 contro la UIL, si concluderà in piazza Castello, nello stesso luogo dei Si Tav.
La partita è quindi ancora apertissima.
Ed è meno banale di quanto sembri, perché ci racconta della città com’è ora, non di quella del tempo andato.
La borghesia scende garbatamente in piazza per rimettere a posto le cose, per fare ordine, per spiegare alla sindaca Appendino chi comanda in città.
La piazza Si Tav del 10 novembre è la piazza dei padroni. Basta dare un’occhiata all’elenco delle associazioni promotrici per rendersene conto. Si va dalle associazioni padronali a quelle del commercio per arrivare alle organizzazioni sindacali degli edili di CGIL, CISL e UIL, che questa volta non hanno problemi a stare nella stessa piazza dei padroni. Non devono più fingere. Continued…

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In nome del padre. Lo Stato etico di Salvini e Di Maio

Diritti civili, buoni sentimenti, Costituzione Repubblicana, Europa sono alcuni degli ingredienti della salsa con cui le sinistre post governative e quelle orfane di governo provano a rifarsi la faccia e riconquistare i consensi perduti tra i governi Monti, Renzi e Gentiloni.
Un impasto che difficilmente reggerà la cottura dei prossimi mesi ed anni. Privo di lievito si sgonfierà.
Vent’anni di berlusconismo sono passati invano. La sicumera di una sinistra convinta della propria superiorità intellettuale e morale è tale da sottovalutare gli avversari di oggi non meno di quelli di ieri.
L’esibita volgarità di Matteo Salvini, la cialtroneria di Luigi Di Maio, l’intollerabile burattino Conte nutrono le illusioni di rivalsa degli orfani di potere, incapaci di cogliere a pieno la pervasività del populismo gialloverde.
Intendiamoci. É probabile che il “popolo” di queste sinistre sparse e zoppicanti esprima un’indignazione autentica per le politiche feroci contro i poveri, i senza casa, i senza reddito, la gente in viaggio attraverso le frontiere. Sin troppo facile sarebbe chiedersi quanta di quest’indignazione restasse sotto traccia quando Minniti lanciava la caccia ai migranti e il divieto di soccorso in mare.
Se sono pochi i dubbi sulla natura strumentale del riposizionamento della dirigenza del Partito Democratico e dei pianeti nati dopo il suo big bang, resta tuttavia la possibilità che anche queste piazze moderate possano cogliere la lieve distanza pratica tra il governo Gentiloni e l’attuale diarchia Salvini Di Maio, liberando energie per l’allargarsi di un conflitto sociale oggi ai minimi storici.
Non solo. Oggi scontiamo l’ambiguità di settori diversi e concorrenti della sinistra extraistituzionale, che restringono ulteriormente gli spazi di lotta, azione diretta e sottrazione conflittuale dall’istituito.
I post autonomi puntano sul caos sistemico ma mantengono aperto il credito al Movimento 5 Stelle, “ostaggio” della cattivissima Lega.
Settori sindacali e politici con simpatie rosso brune non disdegnano il populismo antieuropeista del governo, mantenendo un atteggiamento ambiguo.

La situazione non è facile e potrebbe peggiorare. Continued…

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Sciopero generale. Prima gli sfruttati

E’ andata bene. Il corteo che ha percorso il centro di Torino ha raccolto oltre millecinquecento persone.

Non era una scommessa facile. Gli attivisti dei gruppi politici e delle organizzazioni sindacali che hanno costruito lo sciopero e la manifestazione del 26 ottobre ne erano consapevoli. Abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo spinti dall’urgenza di riattraversare il territorio cittadino con una manifestazione che mettesse al centro le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici, che, nonostante i tempi bui, si battono nei posti di lavoro, per le strade e i quartieri. Lavoratori e lavoratrici che sanno che nulla viene regalato, che si ottengono risultati mettendo in difficoltà i padroni e i governi, facendo loro del male, costruendo un fronte ampio, in cui si intersecano le lotte per il salario e la diminuzione d’orario con quelle ambientali, antimilitariste, antirazziste, di opposizione alla stretta securitaria.
Nei settimane precedenti assemblee, presidi, volantinaggi, hanno preparato lo sciopero in città.
Due sere prima sono stati appesi striscioni firmati FAI di sostegno allo sciopero all’INPS, Unione Industriale, Elpe, Cgil, Microtecnica, luoghi simbolo dello sfruttamento e delle lotte in corso. All’INPS, in corso Giulio Cesare, è stato appeso lo striscione “Né con Fornero né con Salvini! 26 ottobre sciopero generale!”. All’Elpe di via Tollegno, agenzia interinale, una delle centrali del lavoro in affitto, precario e senza tutele, è stato appeso lo striscione “No ai nuovi caporali! 26 ottobre sciopero generale!”. All’Unione Industriali è stato appeso lo striscione “Padroni… la pacchia è finita! 26 ottobre sciopero generale!”. Alla sede della CGIL in via Pedrotti è stato appeso lo striscione “Contro i burocrati, per l’autorganizzazione dei lavoratori. 26 ottobre sciopero generale!”. Alla Microtecnica di piazza Graf è stato appeso lo striscione “Chiudere le fabbriche di morte. 26 ottobre sciopero generale!” Continued…

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Sciopero. Striscioni all’INPS, Unione Industriali, Elpe, Cgil, Microtecnica

Questa notte sono apparsi striscioni in sostegno allo sciopero generale del 26 ottobre.

All’ingresso dell’INPS, in corso Giulio Cesare, è stato appeso lo striscione “Né con Fornero né con Salvini! 26 ottobre sciopero generale”.
Un segnale forte e chiaro alla Lega che ha promesso di cancellare la legge Fornero, ma in realtà, nella migliore delle ipotesi, chi andrà in pensione prima dei 67 anni o dei 43 anni e 10 mesi di lavoro, avrà una pensione molto bassa, dopo aver lavorato per tutta la vita.
Potremo scegliere tra smettere di lavorare e fare la fame o continuare a lavorare finché non moriamo. Nella sostanza la stessa truffa del governo Gentiloni.
Il “governo del cambiamento” fa in modo che tutto cambi, perché tutto resti come prima. Continued…

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Il seme dell’odio

Hannah Arendt, osservatrice al processo ad Eichmann, il “contabile dello sterminio”, che si atteggiava a grigio burocrate, scrisse di “banalità del male”. Probabilmente, al di là delle polemiche che suscitò all’epoca la sua rappresentazione di uno dei responsabili dello sterminio di milioni di persone, Arendt non poteva sospettare la fortuna che avrebbe avuto nei decenni successivi la sua amara constatazione su quanto conformista, insignificante, convenzionale, incolore fosse il male.
Oggi sappiamo che Eichmann era ben più che un mero “contabile”, bravo nel rendere più veloci, semplici, efficaci le modalità con le quali a ritmi da catena di montaggio, si raccoglievano, selezionavano, spogliavano, uccidevano e bruciavano i corpi di milioni di persone eliminate come polli allevati in batteria. Con la stessa, quieta, indifferenza. Resta il fatto che tanti furono gli esecutori materiali dello sterminio, come tanti vi collaborarono mettendo a frutto le proprie competenze tecniche, giuridiche, mediche, amministrative. Chi non collaborò attivamente sapeva ed approvava. La grandissima parte di queste persone non era né sadica né incline alla violenza.
Tanta cinematografia statunitense degli anni successivi ha confezionato un’immagine della dittatura nazista deformata dalle esigenze di propaganda del momento. La Germania Ovest era un’alleata preziosa durante la guerra fredda con l’Unione Sovietica. Il cinema costruì la narrazione, falsa ma potente, di una Germania schiacciata dal tallone dell’elite hitleriana e dalle SS, dove il popolo e l’esercito erano ignari ostaggi di una macchina feroce.
Sappiamo che non è così. Sappiamo che la “soluzione finale” era narrata nei cinegiornali, sappiamo che la deportazione e l’uccisione degli ebrei europei era approvata e plaudita, sappiamo che tutto venne codificato in un solido apparato legislativo.
Sappiamo che il Terzo Reich godeva dell’appoggio di un’ampia maggioranza della popolazione, perché era quel che era. Punto.
Altrimenti non vi sarebbe stata Auschwitz.
I 12 anni di nazismo venivano ridotti ad una parentesi di follia. Irripetibile.
Nel 1963 Arendt, nello specchio di Eichmann vide riflessa la normalità dello sterminio. Una banale procedura. Così banale che potrebbe ripetersi.
Non allo stesso modo, ma con la stessa ineluttabile semplicità. Semplice come la vita di ogni giorno, come la quotidianità che si nutre di ripetizioni, di piccoli rituali, di procedure consolidate. Continued…

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L’altro Pride. Contro frontiere e decoro

Giugno è il mese del Pride. La giornata dell’orgoglio delle persone omosessuali, transessuali, queer, bisex, intersex nasce dopo la rivolta di 49 anni fa a a New York. Stanch* di violenze, irrisioni, soprusi della polizia quelli dello
Stonewall alzarono la testa e attaccarono la polizia. Il primo Pride fu un riot.

A Torino il Pride è un’imponente sfilata attraversata da decine di
migliaia di persone. Ma Stonewall è lontana, lontanissima da Torino.

Il Pride anno dopo anno è diventato un ibrido tra un carnevale, una passerella istituzionale e uno evento commerciale.
C’è sempre meno spazio per le voci critiche, per un approccio intersezionale, per chi vuole che libertà e diritti siano per tutti, anche per gli esclusi dal grande banchetto, per i migranti, i poveri, i rom, i senza casa.
Lo slogan di quest’anno era “Nessun dorma”, una maniera
appena accennata di alludere alle componenti omofobe, maschiliste, transfobiche del governo giallo-verde. Senza esagerare, senza permettersi critiche al governo della città e a quello della Regione. In punta di piedi, per non
disturbare troppo.
Non poteva essere altrimenti, perché le istituzioni erano in testa al corteo.
La sfilata del 16 giugno è stata organizzata dal Coordinamento Torino Pride con il patrocinio di Comune di Torino, Regione Piemonte, Consiglio regionale del Piemonte, Torino Metropolitana, Provincia di Cuneo, Provincia di Novara. Tra gli sponsor la Coop, la Gtt, Il corpo di polizia municipale della città di Torino.

La sfilata, cui ogni carro entrava solo pagando, è stata tenuta sotto controllo dalla polizia di Stato e dal servizio d’ordine di due compagnie private, i City Angels, noti per la pulizia etnica a San Salvario e l’Hydra Service, i picchiatori prezzolati al servizio del PD, tristemente noti per i loro interventi muscolari contro ogni forma di opposizione sociale. Noi li ricordiamo per il camion dello spezzone anarchico e antimilitarista spaccato il primo maggio 2011, ma i loro bastoni si sono esibiti in molte altre occasioni.

Quest’anno al Torino Pride gli attivist* di “Nessun* Norma!”, il Pride contro frontiere e decoro del 28 giugno hanno distribuito volantini, che sono immediatamente entrati nel mirino della polizia, che li ha circondati pretendendo di sequestrarli, per le immagini satiriche
stampate sul retro. Immagini considerate offensive, perché non è lecito burlare ministri e sindaci. Specie se si tratta di Salvini, Fontana e Appendino. Diverse compagn* sono state identificate e minacciate dalla digos. Alla fine gli uomini e le donne della polizia politica si sono accontentat* di sequestrare solo una parte del materiale.

Ma non è finita lì. Più tardi è stato aperto uno striscione in via Po ed acceso qualche fumogeno per attirare l’attenzione. Sullo striscione campeggiava la scritta “Il Pride è rivolta. Contro frontiere, decoro, istituzionalizzazione. Nessun Norma” Lo striscione è stato due volte rimosso dal servizio d’ordine del Pride. Un fumogeno è stato lanciato addosso alle persone.

La repressione al Pride istituzionale ha dato una bella spruzzata di pepe a chi stava organizzando il corteo indecoroso del 28 giugno.

In maggio individui e gruppi diversi, che si erano intrecciati nelle lotte contro le frontiere, gli sgomberi, la repressione hanno cominciato ad incontrarsi per costruire un altro Pride. Una scommessa che ha visto accanto Ah Squeerto e Studenti Indipendenti, Manituana e Federazione Anarchica, Breacktheborder e l’infoshock del Gabrio.
Una scommessa difficile, che si è dovuta scontrare con l’indifferenza e l’ostilità di chi, anche nei movimenti di opposizione sociale, nonostante tutto, preferiva affacciarsi al Pride istituzionale. Non Una di Meno, rete “transfemminista ed intersezionale”, avrebbe potuto
portare un contributo importante all’iniziativa, invece si è divisa senza raggiungere una sintesi, ma, nei fatti partecipando attivamente, sia pure in tono minore, solo al Pride istituzionale dove sono stati distribuiti volantini, fatti interventi e portate a spasso le matrioske.
Una brutta scivolata della Rete torinese, preoccupante in un clima politico e culturale sempre più difficile.

Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti, mentre le periferie sono in bilico tra riqualificazioni escludenti e un parco giochi per carabinieri, alpini e poliziotti.
E non può che andare peggio. Se Appendino riuscirà ad aggiudicarsi il carrozzone olimpico del 2026, il restyling della città costerà caro a chi non corrisponde ai criteri di decoro urbano.
Sfruttamento, lavori precari e pericolosi, morti in mare, leggi razziste, militari per le strade, guerra sono i tasselli del puzzle che disegna il nostro vivere.
La gente delle periferie sente in bocca il sapore agre di una vita sempre più precaria, cedendo alle tentazioni populiste e nazionaliste, rischiando di scivolare sul declivio della guerra tra poveri.

Il governo della città è stato per decenni nelle mani del Partito Democratico.
Da due anni governano i Cinque Stelle. La nuova sindaca è apprezzata dalle banche e dai padroni.
Bisognava che tutto cambiasse perché ogni cosa restasse come prima. Appendino fa la guerra ai rom, sguinzaglia i vigili urbani a caccia di mendicanti, lavavetri, spacciatori di accendini, senza casa.

Chi aveva creduto alla retorica della democrazia penta stellata sta scoprendo che per i poveri non è cambiato nulla. I posti occupati che non hanno accettato la normalizzazione a Cinque Stelle sono stati sgomberati. La baraccopoli rom di corso Tazzoli è stata demolita per la “sicurezza” degli abitanti gettati in strada.
La retorica della “cittadinanza” partecipativa sceglie chi includere e chi escludere, nel gioco feroce delle poltrone, del potere, delle alleanze.
Appendino prepara la vetrina olimpica, cementifica la città, si congratula con la polizia che arresta gli anarchici… sfila in testa al Pride e benedice le famiglie arcobaleno.

Il 28 giugno l’altro Pride ha attraversato il centro cittadino, nonostante il nuovo questore avesse imposto divieti di sapore squisitamente politico. Piazza Palazzo di città, dove ha sede il comune, è stata chiusa e blindata da Digos e poliziotti in assetto antisommossa. Un blocco risibile di fronte alla folla queer che li fronteggiava, irrideva, mimava. Il segno che i timori per “l’ordine pubblico” erano solo paura di corpi ed identità erranti indisponibili a farsi rinchiudere in una gabbia dorata, dove il prezzo della “libertà” è l’accettazione delle linee di cesura che attraversano il nostro spazio sociale.
Cartelli con le “coppie di fatto” danno il segno di una critica intollerabile per la questura e la prefettura, la lunga mano del governo sui territori.
Chiara Appendino e Lorenzo Fontana, la sindaca gay friendly ed il ministro della famiglia omofobo e maschilista. Merkel ed Erdogan, Di Maio e Salvini, le coppie oscene del teatro politico.

Il corteo, cresciuto lungo il percorso, ha sostato in piazza Castello, percorso via Po e via Accademia tra musica, balli, corpi liberi e interventi. In corso Vittorio è dilagato su tutti e quattro i viali sino
alla blindatissima stazione di Porta Nuova, vera frontiera invisibile nel cuore di Torino. Ogni giorno, da mesi, i binari da dove partono i treni diretti in Val Susa sono sorvegliati da pattuglie interforze di poliziotti e militari, che selezionano i passeggeri. Se sei nero, anche se hai un documento in tasca ed un biglietto, ti rimandano indietro. La frontiera con la Francia erige i suoi muri nel cuore di Torino.
Le frontiere sono linee su una mappa. Sottili righe scure fatte di nulla che uomini armati in divisa rendono vere.
Le frontiere dividono e uccidono.
Nel Mediterraneo e in montagna. Nei ghetti dei raccoglitori di frutta e pomodori, nei cantieri dove la sicurezza è un lusso.
Nei tanti interventi durante il corteo abbiamo ricordato Blessing e Mamadou, uccisi dalle frontiere chiuse al Montgenevre, Soumaila Sacko ammazzato dalla lupara al servizio dei padroni.
Le frontiere sono in mezzo a noi. Sono le leggi sul decoro che cacciano i poveri dai luoghi pubblici, sono le leggi sulla proprietà che negano una casa a chi non ce l’ha.
Sono le frontiere tra i sessi, che piegano i corpi e le soggettività erranti alle regole della famiglia, nucleo “etico” che ingabbia le relazioni, fissa i ruoli, nega la possibilità di percorsi individuali fuori dal reticolo patriarcale, statale, religioso.
Il corteo si è concluso con una festa al Valentino benefit per il rifugio autogestito Chez Jesus di Claviere.

Libertà, uguaglianza, solidarietà. I tre principi che costituiscono la modernità, rompendo la gerarchia che modellava l’ordine formale del mondo, hanno il loro lato oscuro, un’ombra lunga fatta di esclusione, discriminazione, violenza.
Questi principi tengono saldamente fuori tanta parte dell’umanità. Poveri, donne, omosessuali, transessuali, bambini, stranieri erano/sono esclusi dall’accesso a questi diritti. La loro universalità, formalmente neutra, è modellata sul maschio adulto, benestante, bianco, eterosessuale. Il resto è margine. Chi non è pienamente umano non può essere “cittadino”, soggetto di diritto.
Chi non è pienamente umano non può aspirare alle libertà degli uomini.
Una libertà regolata, imbrigliata, incasellata. La cultura dominante ne determina le possibilità, le leggi dello Stato ne fissano limiti e condizioni. Per chi ne è escluso si tratta di privilegi, per chi vi è inscritto diviene una gabbia normativa.
Come il matrimonio. Un legame sancito dallo Stato (e dalla chiesa) che fissava la diseguaglianza e l’asservimento delle donne, sottomesse al marito alla cui tutela venivano affidate. Eterne minorenni passavano dalla potestà paterna a quella maritale.
Le lotte che hanno segnato le tante vie della libertà femminile hanno in parte cancellato quella servitù. Ma ne hanno pagato il prezzo. Il prezzo dell’emancipazione femminile è l’adeguamento all’universale, che resta saldamente maschile, bianco, benestante ed eterosessuale.
Lo spazio della sperimentazione, della messa in gioco dei percorsi identitari, tanto radicati nella cultura da sembrare «naturali», tende ad estinguersi, polverizzato dalle cazzutissime donne in divisa, dalle manager in carriera, dal femminismo della differenza che inventa le gerarchie femminili per favorire manovre di lobbing. Tutto deve diventare “normale”, vendibile, controllabile.
Le differenze tra le persone non sono iscritte nella natura o nella cultura, ma offrono una possibilità, la possibilità che ha sempre chi si libera: cogliere le radici soggettive ed oggettive della dominazione per reciderle inventando nuovi percorsi.
Percorsi possibili solo fuori e contro il reticolo normativo stabilito dallo Stato, che, non per caso, nega diritti e tutele alle persone che scelgono di non sposarsi.
La strada del movimento lgbtqi è stata ed è ancora in netta salita. Fascisti e preti continuano le loro crociate per escludere dall’umanità una sua parte. Le discriminazioni, la violenza statale e culturale sono molto forti.
Chi vorrebbe le stesse possibilità degli eterosessuali – adozioni, pensione di reversibilità, diritto alla cura del partner – deve adeguarsi ad un modello rigido di relazione costruita sulla coppia e sui loro figli, alla legalizzazione dei sentimenti, delle passioni, della tenerezza.
Chi sceglie di starne fuori, di fare altre strade, non può avere questi privilegi anche se eterosessuale.
La normalizzazione delle nostre identità erranti è il prezzo per accedere ad alcune libertà che si ottengono solo con il matrimonio, un legame sancito e regolato dallo Stato. È un prezzo che tanti non sono dispost* a pagare.
Abbiamo attraversato la città con la leggerezza di chi si scioglie da vincoli e lacci. Con la stessa leggerezza attraversiamo le nostre vite.
Senza frontiere, che separino i sommersi dai salvati, i cittadini e gli stranieri.
Il percorso di autonomia individuale si costruisce nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato e dal capitalismo. La solidarietà ed il mutuo appoggio si possono praticare attraverso relazioni libere, plurali, egualitarie.
Una scommessa che spezza l’ordine. Morale, sociale, economico.

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Aquarius. La stretta finale sulle ONG

La nave Aquarius della ONG SOS Mediterranee con a bordo 629 naufraghi provenienti dalla Libia, dopo due giorni di stallo in acque internazionali, trasborderà parte dei migranti su unità militari italiane, per dirigersi verso il porto spagnolo di Valencia.

Sembrava un’operazione come tante altre. L’Aquarius si è mossa in base alle indicazioni ricevute dal coordinamento della guardia costiera di Roma. Dopo aver salvato i passeggeri di due gommoni, uno già affondato, l’altro in grave difficoltà, ha accolto a bordo altre persone ripescate da unità della marina italiana.
In un primo tempo la guardia costiera aveva indicato Messina come approdo sicuro. L’Aquarius era in viaggio verso quel porto, quando è arrivato lo stop del governo.

La chiusura dei porti italiani è stata decisa dal responsabile della guardia costiera, il ministro dei trasporti e infrastrutture, Danilo Toninelli.
La situazione di stallo seguita alla mossa di Toninelli e Salvini si è sbloccata grazie alla decisione presa dal nuovo governo spagnolo, guidato dal socialista Sanchez.

La partita apertasi lo scorso anno con l’attacco del ministro dell’Interno Minniti alle ONG, che ha portato al sequestro di navi e all’incriminazione dei membri dell’equipaggio, da Jugend Rettet a Proactiva Open Arms, è tutt’altro che chiusa. I porti sono interdetti solo alle ONG. La nave della marina militare Diciotti, con a bordo 800 persone, approderà nelle prossime ore a Catania.

Salvini aveva disertato la riunione dei ministri degli Interni dell’Unione Europea, che la scorsa settimana si sono riuniti per discutere la bozza di riforma del regolamento di Dublino voluta soprattutto da Francia, Germania e paesi nordici ma fortemente contrastata dai paesi dell’est del cosiddetto gruppo di Visegrad, capeggiato dall’Ungheria di Orban.
Salvini, che si è detto molto vicino alle posizioni di chiusura totale delle frontiere caldeggiata e praticata dal gruppo di Visegrad, sulla riforma del regolamento di Dublino è su posizioni opposte. In perfetta continuità con il governo Gentiloni, che, con toni diversi, ma uguale sostanza, aveva contestato la bozza di riforma, perché lascia intatto il principio dell’accoglienza nel primo paese di approdo. Solo dopo 8 anni, se ha ottenuto lo status di rifugiat*, chi è arrivato in uno dei paesi della sponda sud dell’Europa, potrebbe spostarsi in uno degli altri paesi europei.

Il governo Conte sa bene che la partita europea ha tempi lunghi e possibilità limitate, preferisce quindi sferrare l’attacco finale alle ONG che operano nel Mediterraneo. Un colpo ad effetto per accontentare il proprio elettorato. Una partita nella quale oggi Salvini sostiene di aver segnato un punto, fingendo di aver obbligato un altro paese europeo ad aprire i propri porti. Un gioco che probabilmente durerà poco.
Innegabile l’abilità con cui il governo ha condotto l’operazione: grande durezza verbale, ma estrema prudenza.
Il richiamo alla solidarietà europea mette a nudo uno dei nodi irrisolti dal 2011. Allora Maroni giocò la carta del ricatto, concentrando migliaia di profughi della guerra per la Libia a Lampedusa in condizioni terribili in un clima di tensione crescente, ma dovette arrendersi di fronte ai secchi dinieghi dell’UE.
In una notte settemila profughi furono imbarcati e trasferiti in campi tende colabrodo, da dove si riversarono verso le frontiere, che, per un po’ furono molto permeabili.
I tentativi di instaurare un principio di solidarietà di fronte all’esodo dalla Siria devastata dalla guerra civile, si infransero contro i muri che sorsero sempre più fitti, in un’Europa dove rispuntarono i confini.
Oggi il debole tentativo di riforma del trattato di Dublino si infrange contro quei muri.

Ora Salvini prova a giocare di anticipo convocando a Roma una conferenza sulla Libia, cui ha invitato la Francia, la Tunisia, Al Sarraj, “presidente libico” con limitato controllo sulla Tripolitania e Haftar, il militare vicino ad Egitto e Russia, padrone della Cirenaica.
Lo scopo dell’incontro, che precederebbe di pochi giorni il vertice europeo su Dublino 3, è chiudere la rotta libica, pagando per il servizio. A fine mese il ministro dell’Interno volerebbe in Libia per distribuire le mazzette necessarie ad oliare chi controlla le rotte dei migranti, scafisti e gestori dei lager.
Salvini ricalca le orme del suo predecessore, che si recò in Libia a pochi giorni dal proprio insediamento, promise navi, addestratori e soldi ad Al Sarraj. In agosto pagò direttamente le milizie che controllano il traffico degli esseri umani.

Secondo indiscrezioni pubblicate da El Pais ma non confermate dalla Commissione, il governo italiano avrebbe intenzione di bloccare il finanziamento di 3 miliardi di euro che l’Unione europea si è impegnata a destinare alla Turchia, con l’accordo con Ankara del 2016, per fermare l’arrivo dei migranti sulle coste europee. Il governo italiano intenderebbe chiedere che la somma venga destinata alla Libia. Una megatangente per i predoni che controllano l’ex colonia italiana.
Una mossa ardita, ma abile, anche se si esaurisse nell’effetto annuncio, perché potrebbe dar fiato alle pulsioni antieuropeiste, che attraversano il DNA di questo governo.

Sullo sfondo, invisibili, restano 629 uomini, donne e bambini della Aquarius diretti a Valencia. E i tanti altri che si giocano la vita sui sentieri montani, nelle gallerie ferroviarie, in mare e nel deserto, tra mercanti d’uomini e scafisti in abito da ministro. Come Salvini e Toninelli, che per propaganda, li usano come pedine di una scacchiera.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Riccardo Gatti dell’ONG Proactiva Open Arms.

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