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Il grande complotto. Ebraico

Prendete un pizzico di paura, la convinzione che qualcuno abbia interesse a distruggere la vostra vita, mescolate con i fantasmi che vi offrono tv e tabloid, mescolate con cura e cuocete a fuoco lento. Se la ricetta funziona vi sarete costruiti un piccolo inferno personale. Capita a tante persone. Alcune finiscono drogate di farmaci e segregate nei repartini, altre se la cavano e riprendono a vivere, altre ancora riempiranno le pagine della cronaca nera.
La nostra cultura bolla con lo stigma della follia chi si sente perseguitato, controllato, manipolato.
Vivere con agio la propria vita non è sempre facile.
Se la stessa ricetta viene assunta collettivamente da interi gruppi umani, poiché la follia non può essere contagiosa, diventa evidente l’esistenza di un complotto.
Ogni “prova” che confuti il complotto ne dimostra l’esistenza. I complottisti sono impermeabili a qualunque argomentazione: nulla intacca la convinzione che qualcuno trami per far scomparire sia loro sia il loro mondo. La cospirazione è la chiave che apre tutte le porte, che mette ordine nel caos. Credere che tutto quello che succede faccia parte di un piano terribile è al contempo spaventoso e rassicurante. Le teorie del complotto danno ordine al caos, danno senso alla paura, offrono un nemico da combattere e annientare.
Chiunque neghi il complotto fa ovviamente parte del complotto. Nel migliore dei casi è un fantoccio mosso da fili invisibili.
Chi ordisce un complotto disegna la trama di un tappeto che altri tesserano per lui. Nell’iconografia complottista alcuni simboli sono ricorrenti: c’è il burattinaio, la figura invisibile che muove i fili delle vite altrui, l’ombra che regge le sorti del mondo. Anche l’occhio massonico è molto gettonato.

Il complottismo non è frutto di una banale infatuazione per la letteratura fantastica. Le teorie del complotto si basano quasi sempre su elementi reali, ma irrealizzati in una narrazione che trae alimento da una virtuale cassetta degli attrezzi dove è depositato un universo simbolico da usare ed adattare al momento.

La maggioranza delle persone non riesce né a conoscere né a controllare i fatti che ne decidono la vita. I complotti sono come le religioni: spiegano tutto e indicano la via della salvezza.
Morire di tumore perché si mangiano cibi pieni di pesticidi, perché si beve acqua e si respira aria inquinata è un fatto.
Armi chimiche uccidono le popolazioni di paesi nemici. Anche questo è un fatto.
Sostenere che gli scarichi degli aerei civili siano scie chimiche prodotte per ucciderci ne è la declinazione complottista.

Il mondo virtuale dell’economia finanziaria ha effetti enormi nelle vite di miliardi di persone. È innegabile.
L’idea che le banche e chi le controlla abbiano il progetto di dominare il mondo assoggettandolo al potere di una ristretta elite intrinsecamente perversa ed etnicamente coesa è alla radice di un filone complottista che ha giustificato pogrom e campi di sterminio.

Hitler è morto nel 1945 nel bunker della Cancelleria a Berlino ma la credenza in un complotto giudaico per dominare il mondo (ri)vive nel complottismo contemporaneo. Per evitare l’accusa di antisemitismo tutto resta sottotraccia. Non detto, sussurrato. Detto e poi negato.
La demonizzazione dei ebrei è opera della religione cristiana nelle sue varie confessioni. La chiesa cattolica condannava l’usura e prometteva l’inferno agli usurai. Questo stigma ha fatto sì che gli ebrei, cui era vietato in Italia e in vari altri paesi possedere e coltivare la terra, facessero i mestieri loro consentiti, tra cui il prestare denaro per interesse.
La diffidenza cattolica per la finanza si mescola con il pregiudizio antiebraico sino a divenire un amalgama indistinguibile.
I “Protocolli dei Savi di Sion”, un documento fabbricato in Russia nel 1903, riconosciuto come falso già nel 1921, ha avuto uno straordinario successo internazionale. I “Protocolli” hanno continuato a girare per decenni. Quel testo, il cui nucleo era il complotto ebraico per prendere il controllo del mondo, era la “prova” di convinzioni molto profonde.
Un cortocircuito logico che è alla base di ogni teoria del complotto, che, come un uroboro, si morde la coda avvolgendosi all’infinito su se stesso.
Gli ebrei erano perfetti per il ruolo che veniva (e viene ancora) loro attribuito. Strani e stranieri in tutti i luoghi dove hanno vissuto erano il nemico per eccellenza, quello che vive accanto a te e cospira per farti fuori. I ghetti, i roghi, le persecuzioni, i campi di sterminio sono stati pulizia etnico religiosa preventiva.
La nascita dello Stato di Israele, nella striscia di terra tra il fiume Giordano e il Mediterraneo a sud del Libano, ha segnato un forte distacco culturale dall’ebraismo della diaspora, perché ha fondato un nazionalismo ebraico con un legame con la terra e i suoi mestieri, oltre alla rinascita di una lingua quasi morta.
Questo fatto di portata epocale non ha scalfito le convinzioni dei complottisti. Anzi! È stata loro offerta l’occasione di dare un luogo, una testa, un cervello ad una cospirazione i cui tentacoli sono diffusi ovunque in Europa e negli Stati Uniti.
Occorre tuttavia riconoscere che Israele è anche investito di una profonda ambivalenza simbolica, perché offre un luogo per mantenere la “tradizione”, per cancellare il cosmopolitismo di tanta parte delle comunità sparse per il mondo.

Si potrebbe pensare che il complotto ebraico sia un attrezzo spuntato, roba da vecchi fascisti. Invece no.
Le teorie della cospirazione trovano ogni giorno nuovi adepti, il virus complottista si diffonde nel web e si moltiplica e rafforza di click in click.

Non è certo un caso che nel nostro paese il grande complotto raccolga consensi soprattutto tra gli esponenti del Movimento 5 Stelle, che giustificano ogni aporia, ogni fallimento, ogni contraddizione con la grande cospirazione delle banche, dei media e dei partiti contro la monarchia ereditaria virtuale di Grillo e Casaleggio. Il comico si è distinto in numerose occasioni per le proprie uscite antisemite e razziste.
Dopo la morte di Rothschild, gli orfani dell’uomo simbolo di ogni cospirazione pluto-giudaico-massonica avevano perso la pietra miliare dei complotti del secolo.
Morto un Paperone ebreo, se ne trova subito un altro. È il turno di George Soros.

Il giornalista Del Grande, in vacanza nelle prigioni turche per un paio di settimane, non ha mai nascosto la propria avversione per la dinastia Assad. È stato attaccato dalla “sinistra” filo russa e filo siriana perché un suo progetto sarebbe stato finanziato proprio da Soros, il Paperone statunitense di origine ungherese.
Altri giornalisti, finiti nei guai lavorando in zone di guerra, pur pagati da capitalisti e banchieri, proprietari di radio, TV e giornali, non sono entrati nel mirino delle falangi rosse e rosso brune, nostalgiche dell’Unione Sovietica.

Grillo, seguito a ruota dal procuratore capo di Catania Zuccaro, ha sparato a zero sulle ONG, che raccolgono naufraghi nel Mediterraneo, accusandole di essere colluse con gli scafisti.

Salvini ha fatto di meglio alzando la posta. Il 2 maggio ha dichiarato: “Sono sempre più convinto che sia in corso un chiaro tentativo di sostituzione etnica di popoli con altri popoli. Questa non è un’immigrazione emergenziale ma organizzata che tende a sostituire etnicamente il popolo italiano con altri popoli, lavoratori italiani con altri lavoratori. È un’immigrazione che tende a scardinare economicamente il sistema italiano ed europeo”. I flussi migratori innescati da guerre, desertificazione, povertà sono sempre stati il babau leghista. In queste affermazioni c’è tuttavia un salto di qualità. Un grande complotto per eliminare gli italiani, per sostituirli con altri. Gli immigrati poveri sono i le pedine di un grande burattinaio intenzionato a distruggere l’Italia dall’interno con un esercito di immigrati.
Salvini fa il nome del burattinaio. È George Soros. “Non c’entrano guerre, diritti umani e disperazione. È semplicemente un’operazione economica e commerciale finanziata da gente come Soros. Per quanto mi riguarda metterei fuorilegge tutte le istituzioni finanziate anche con un solo euro da gente come Soros. Non dovrebbero poter mettere piede in Italia né loro, né le associazioni da gente come lui finanziate”. Gente come lui. Cosa significa? Salvini, prudente, non dice la parola che apre tutte le porte, la parola che spiega tutto, la chiave che rende credibile ogni cospirazione.
Lo farà qualche giorno dopo il Fatto Quotidiano, il giornale più vicino alla galassia pentastellata.
La pubblicazione di un pacco di mail hackerate alla “Open Society Foundation” del magnate statunitense è l’occasione buona. Il Fatto cita Dc Leaks che giustifica la pubblicazione delle mail sottratte dal database dell’organizzazione filantropica perché “Soros è l’architetto di ogni colpo di Stato degli ultimi 25 anni”. Con un titolo così ti aspetteresti rivelazioni bomba. Niente di tutto questo. C’è un elenco di dossier sui finanziamenti elargiti, sulle politiche di questo o di quello, sulla posizione dei paesi europei di fronte alla crisi in Ucraina. Dc Leaks scrive che Soros è di origine ebraica. Quelli del Fatto evidenziano in neretto.
Non servono prove, il Paperone è ebreo. Basta la parola. Nei commenti qualcuno si indigna, molti alzano ancora di più il tiro. L’ebreo continua ad essere il nemico. Sempre straniero, estraneo, pericoloso, aspira come il diavolo a controllare il mondo.
Siamo all’eterno ritorno dell’eguale. I fantasmi del Novecento non sono stati seppelliti ad Auschwitz.
La lunga fila di morti nei lager non è stata un orrendo rito di espiazione. Il coltello sacrificale affondato in corpi umani trattati come capri da offrire per placare le ire di un dio iracondo è un’immagine suggestiva, ma estranea alla logica complottista.

Lo scorso maggio l’incendio doloso di una roulotte dove viveva una famiglia rom è stata spiegata dai media come affare “interno” alla comunità. Un po’ di falsità mal condite ha liquidato con leggerezza l’omicidio di due bambine e di una ragazza. Sui social media le incitazioni al genocidio sono diventate normali. Quasi banali.
I nazisti giustificarono lo sterminio dei rom, perché, pur ariani, avevano contaminato i loro geni, viaggiando e mescolandosi con altri. Il razzismo del terzo Reich era sostanzialista, si basava sulla convinzione che vi siano gruppi umani naturalmente inferiori. I rom, diversamente dagli ebrei che sono costitutivamente perversi, sono diventati mostri perché hanno tradito la loro natura.
Follia? Si è folli da soli, quando la “follia” è condivisa diventa un movimento politico. É come l’omicidio. Se a uccidere è uno solo l’omicidio resta un crimine gravissimo, se benedetto da una bandiera e da una divisa, si trasforma in eroismo.

Il razzismo differenzialista oggi è molto più raffinato e, quindi, pervasivo, grazie ad un sapiente utilizzo di attrezzi teorici che attingono ad un patrimonio culturale più ampio.
Teorici come Alain De Benoist, esplicitamente schierati a destra, sono riusciti a fare breccia anche in ambienti apparentemente molto distanti.
De Benoist è attento alle questioni ambientali, critico dell’industrialismo, fautore di un razzismo differenzialista su base culturale.
Sul Fatto Quotidiano scrive regolarmente Massimo Fini, il fondatore di Movimento Zero, una formazione che raccoglie vecchi attrezzi della destra profonda, cercando audience nei movimenti ambientalisti, facendo leva sulla critica alla modernità e sul ritorno al primitivo.
Il nocciolo del pensiero di De Benoist ne spiega il crescente successo, la capacità di dar vita ad una corrente rosso-bruna al passo con i tempi. Al centro è la tradizione. Non una tradizione, ma tutte. Tutte buone, tutte positive, purché restino integre. I flussi migratori spezzano le tradizioni, le meticciano e annullano nel grande mondo della merce tutta eguale ad ogni latitudine. Le migrazioni, nel pensiero della Nuova Destra, vanno bloccate e respinte, nell’interesse di tutti, migranti compresi.
Non serve più costruire lager nel cuore dell’Europa, allo sterminio provvederanno guerre, fame, carestie, desertificazione.

Il nemico per De Benoist è la mescolanza, il confronto, che annacqua le varie culture, le annienta di fronte alla pervasività anomica della finanza, del mondialismo, della fine del rapporto identitario tra popolo e terra.
L’economia finanziaria diventa il nemico per eccellenza, perché recide le radici, perché globalizza l’economia, quella buona, quella che produce.
Facile cogliere l’assonanza con i temi di certa sinistra, orfana dello Stato, padre, madre, nazione. Poco importa che la delocalizzazione delle produzioni abbia volatilizzato anche la produzione manufatturiera. Il nemico sono le banche, non i padroni che producono, rubando la vita di chi lavora, senza nessuna attenzione al colore della pelle o al suono della lingua.
L’antisemitismo riprende forza grazie alla sottigliezza di una destra, che articola il razzismo in modo più sottile, abile, intrigante.
Il populismo di destra e di sinistra si abbevera alla stessa fonte. La grande cospirazione della finanza è il tratto che accomuna le formazioni che in Europa, ma non solo in Europa, si battono contro la moneta unica, l’apertura delle frontiere, la libera circolazione di uomini e capitali.
Fanno leva sulla paura, sull’incertezza per il futuro, sulla fine delle tutele e delle garanzie. E trovano un nemico. L’immigrato povero che sbarca sulle nostre coste. Il magnate ebreo che usa l’immigrazione per distruggere le tradizioni, per governare il mondo.

M. M. (quest’articolo è uscito sull’ultimo numero di Arivista)

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Contro tutte le gabbie. Per uno spazio pubblico non statale. No Zoo(m), no privatizzazione

Lo zoo a Torino venne chiuso 30 anni fa. Torino fu tra le prime città a mettere la parola fine ad una terribile storia di reclusione e sofferenza.
Una storia che potrebbe ricominciare tra breve. La giunta a Cinque Stelle, che governa la città da un anno, ha confermato la scelta dell’amministrazione targata PD di trasformare l’area del parco Michelotti in un nuovo zoo. Uno zoo al passo con i tempi, dove accanto ad alcuni animali “esotici” avremo una “fattoria didattica”, il mulino bianco con animali vivi a recitare su un canovaccio da favoletta disney. La realtà degli allevamenti veri è molto diversa: sono luoghi di tortura e morte, per produrre carne, uova, pelle, piume, latte, salumi.

Il progetto della società Zoo(m) consentirà al comune di fare cassa. Il business è business. I soldi non puzzano. Poco importa che poco più di un anno fa Appendino avesse fatto grandi promesse pur di ottenere una manciata di voti in più.

Noi non abbiamo votato nessuno e non abbiamo nulla da recriminare.
Ci spiace tuttavia che tante persone si siano illuse che qualcosa in città sarebbe cambiato.
Oggi sappiamo che occorreva che tutto cambiasse perché tutto restasse come prima.

Nelle periferie ci sono ovunque divieti e posti di blocco. Le retate a caccia di immigrati senza documenti, per cacciare chi non ha casa né reddito sono diventate normali.
Nuove gabbie per uomini, donne e altri animali si moltiplicano. Il ministro dell’Interno Minniti ha dichiarato guerra ai poveri. Le leggi approvate dal parlamento prescrivono il moltiplicarsi delle prigioni per migranti senza documenti. I sindaci hanno ora il potere di vietare ai poveri di vivere in certe zone della città. In difesa del “decoro”. Quando la sicurezza coincide con il decoro crescono le zone rosse e i divieti.

Lungo le rive del Po c’è un’area cintata, chiusa con un lucchetto, dove vivono senza chiedere il permesso uomini, piante e animali.
Non basta dire no allo Zoo(m). Occorre riprendersi la libertà di decidere senza deleghe né padrini politici.
Occorre mettersi di mezzo, bloccare i lavori, occupare il parco e farne un luogo di resistenza. Non è facile? Senza dubbio!
La logica della pressione istituzionale è comunque perdente. Carte bollate e ricorsi respinti dimostrano che non si può giocare una partita con le carte truccate. Ormai dovrebbe essere evidente a tutti.

Al parco Michelotti e in tutta la città possiamo trasformare le zone rosse in luoghi liberi, battendo la logica del business e la città vetrina. La smart city, al centro di un reticolo comunicativo e di un’offerta di “svago” redditizio, mette a valore l’immagine, nascondendo la violenza delle relazioni sociali, dello sfruttamento umano e animale.
Noi crediamo che la liberazione animale e quella umana vadano di pari passo. La liberazione animale scissa da un percorso di lotta antifascista, antirazzista, antisessista non ci interessa.
Due anni fa eravamo nel campo rom di via Germagnano mentre fascisti con le fiaccole e certi animalisti sfilavano per chiedere lo sgombero e la distruzione delle baracche dove vivono uomini, donne e bambini.
Eravamo al campo rom di Lungo Stura Lazio quando si è consumata l’ultima fase dello sgombero e della demolizione delle casette di tanta povera gente. Dopo la polizia sono arrivati quelli del canile armati di gabbie per deportare i cani e i gatti che abitavano lì. Siamo orgogliosi di esserci messi di mezzo anche in quell’occasione.

Al Parco Michelotti abbiamo la possibilità di trasformare la finzione partecipativa in realtà.
Dipende solo da noi. Possiamo abbattere le recinzioni e decidere insieme come vivere e attraversare questo luogo nel rispetto di quello che c’è, offrendo a tutti la possibilità di aprire uno spazio veramente pubblico. Pubblico e non statale. Autogestito da chi è interessato ad averne cura.

Federazione Anarchica Torinese

Corso Palermo 46 – le riunioni, aperte agli interessati, sono ogni giovedì alle 21

(questo volantino è stato distribuito a Torino in queste settimane)

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G7. Vertice freddo, clima bollente

Niente di nuovo al vertice dei G7 svoltosi il 26 e 27 maggio a Taormina.
Trump questa volta non si è smentito, ribadendo la propria decisione di rigettare l’accordo per il clima, siglato a Parigi nell’autunno del 2015. Erano passate poche settimane dagli attentati al Bataclan, allo stadio e in alcuni ristoranti. Parigi era militarizzata, gli attivisti che si diedero appuntamento per una manifestazione in occasione dell’apertura della conferenza sui cambiamenti climatici, ebbero un primo assaggio dello stato di emergenza proclamato da Hollande.

Chi analizzò quegli accordi non potè che constatare quanto esili e poco efficaci erano le misure concrete che i partecipanti all’incontro avevano deciso di adottare.
Gli effetti del Climate change sono ormai tanto forti da essere percepiti come normali da tanta gente. C’era una volta l’inverno… è una favola che i più giovani sentono raccontare sempre più spesso.

Quegli accordi, se anche Donald Trump non fosse Doanld Trump non erano certo in grado di invertire la rotta. Forse neppure di fermare la discesa sempre più rapida e ripida. Più probabile un mero rallentamento.
La logica del profitto, la logica capitalista da valore solo a quello che rende. Per questa ragione i privilegiati del mondo hanno da qualche anno a disposizione i prodotti della Green Economy. Per gli altri, quelli da meno di un dollaro al giorno, resta il privilegio di cercare nell’immondizia qualcosa con cui sopravvivere.

L’allora primo ministro francese Laurent Fabius a sigillo della COP 21 dichiarò solennemente che “L’accordo di Parigi permette ad ogni delegazione di ritornare al proprio paese a testa alta.‭ ‬Il nostro impegno collettivo vale di più della somma di quelli singoli.‭ ‬La nostra responsabilità verso la storia è immensa.‭” ‬

Una retorica vuota che si è infranta definitivamente a Taormina, con il mancato accordo sulle questioni climatiche, che qualcuno sperava ancora possibile.

La consapevolezza‭ ‬che qualcosa si stia modificando a livello climatico è ormai diffusa non solo tra gli addetti che analizzano i dati scientifici ma anche tra coloro che delegano ai rappresentanti istituzionali la soluzione dei problemi del vivere quotidiano.‭

Per questo nessun governante due anni fa volle rimanere fuori dall’inquadratura festante‭ “‬dell’accordo mediatico‭”‬.‭ ‬Le aspettative dell’opinione pubblica non potevano essere deluse‭ …‬.‭ ‬un fattore che ha certamente pesato sull’allineamento di ben‭ ‬195‭ ‬nazioni.‭ ‬A tutti è chiaro che il‭ “‬problema clima‭”‬,‭ ‬con gli eventi atmosferici che di volta in volta lo caratterizzano,‭ ‬ha dimensioni globali ed è altrettanto indubitabile che le scelte di questi decenni influenzaranno la‭ “‬storia‭” ‬futura.‭

Trump ha costruito la propria immagine sul rigetto della dimensione universalista tipica della governance mondiale, facendosi paladino degli americani “rovinati dalla globalizzazione”, la gente della Rust Belt che sogna la vecchia Detroit come i melanesiani sognvano i loro Cargo della salvezza pieni di divinità.
Poco importa che lo stesso Trump sia un Paperone come tanti, una via di mezzo tra Donald Duck e Silvio Berlusconi. Quello che importa è l’immaginario che rappresenta. Un immaginario che relega le questioni climatiche tra i passatempi dei ricchi sinistri, indifferenti alle sorti dei bianchi impoveriti e spaventati degli Stati Uniti.
Una storia, che nella sua diversa declinazione peninsulare, conosciamo sin troppo bene.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Marco Tafel, esperto di questioni ambientali, autore di numerosi articoli sul climate change.

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Sicilia. Il flop del vertice, il corteo dei No G7

Il G7 di Taormina è stato un sostanziale fallimento. Gli Stati Uniti non hanno voluto cercare una mediazione su temi cuciali come l’ambiente, le politiche protezionistiche, immigrazione. Trump mira a fare accordi bilaterali, evitando di impegnare gli Stati Uniti su tavoli più ampi e complessi.
L’unico punto su cui tutti sono d’accordo è il contrasto al terrorismo. La chiave che apre le porte di ogni politica di guerra, chiusura delle frontiere, controllo capillare e stretta in materia di sicurezza. Pazienza se nel gioco delle alleanze ci finiscano anche Stati noti per finanziare i nemici pubblici come Al Quaeda e Isis.

Il G7 in Sicilia conferma il ruolo fondamentale dell’isola per le guerre di oggi e di domani. Taormina è stata scelta, oltre che per la cornice che offriva ai grandi della terra, per ragioni squisitamente simboliche. Fu l’unica località siciliana a sfuggire alla conquista araba, perché, arroccata in alto sullo Jonio, potè godere di una posizione privilegiata.
Il dibattito sul G7 in Sicilia ha coinvolto tutte le realtà politiche e sociali isolane sin dallo scorso autunno.
Analisi simili ma divergenti strategie hanno portato ad una divaricazione di percorsi, specie nelle tappe di avvicinamento all’appuntamento, che le realtà in prima fila nella lotta contro le installazioni militari, le basi di guerra e il militarismo avrebbero voluto a Niscemi.
La scelta di convergere a Taormina non era scontata.
Per molti comunque il G7 era un fatto con cui fare i conti, utile a rinforzare la lotta conrtro la militarizzazione dell’isola, non certo una vetrina che facesse da specchio a quella più grande e lustra riservata ai potenti.
Il G7, al di là della due giorni di iniziative territoriali, è stato occasione preziosa per allargare l’informazione, nell’auspicio che possa aprirsi una nuova stagione di conflitto.

A Niscemi il 23 aprile c’era stata un’assemblea antimilitarista, il 25 maggio ci è passata la carovana migranti. Taormina è stata teatro di un’iniziativa in una piazza periferica e blindata il 13 maggio. Il 20 maggio altra iniziativa ad Augusta, cittadina sede dell’approdo della VI Flotta americana e sede di uno dei più importanti depositi militari NATO e USA.
Tre settimane prima del G7, non sono arrivati i soldi promessi dal governo ma 10.000 tra militari e varie forze di polizia. Aeroporti e coste sono stati militarizzati, moltiplicando divieti e limitazioni persino per gli abitanti, obbligati a limitazioni e badge, negozi chiusi e controlli ossessivi. Sono stati fatti numerosi fogli di via a manifestanti diretti in Sicilia.
A Taormina sono state vietate tutte le manifestazioni. Solo a Giardini Naxos è stato autorizzato un corteo.
Il 26 maggio a Giardini c’è stata un’assemblea, a Catania il “controverrtice dei popoli, con interventi di attivisti guatemaltechi, messicani, africani, oltre a relatà antirazziste, femministe, no muos. In serata presidio e corteo sino alla sede di Frontex.

Sabato 27 maggio Giardini Naxos ha un aspetto spettrale. In terra, in mare e nel cielo c’erano militari di guardia. I negozi e le scuole sono stati chiusi con ordinanza del sindaco, le vetrine sono state coperte con lamierini e truciolato, mentre tra slogan, cartelli e striscioni, sfilava il corteo dei No G7.
Gli abitanti, arroccati sui balconi e sul lungomare hanno osservato curiosi il passaggio di manifestanti, tra i due e i tremila. I mass media avevano descritto a tinte fosche il corteo per scoraggiare la partecipazione popolare.
Nonostante gli strettissimi controlli lungo le strade dell’isola e al casello autostradale di Giardini, alla fine una decina di pullman e centinaia di auto sono riusciti ad entrare nella cittadina ionica.
Il corteo ha lasciato un segno positivo con il suo passaggio su un territorio che ha subito il peso di una macchina organizzativa opprimente, che ha svuotato alberghi e ristoranti e le attività che ruotano attorno al turismo, rendendo difficile la vita degli abitanti.
A fine corteo c’è stato un breve contatto tra la testa del corteo e il blocco della celere, finito con qualche manganellata e il consueto aerosol di lacrimogeni.
Spenti i riflettori già si profilano all’orizzonte nuovi appuntamenti.
Il primo luglio a Niscemi con una nuova manifestazione nazionale contro le antenne assassine e l’occupazione militare.
Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Pippo Gurrieri dei comitati No Muos.

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Alessandria. Corteo contro le cave e il terzo valico

Alessandria 27 maggio. Un migliaio di attivisti hanno attraversato il centro cittadino contro le cave di Sezzadio e di Alessandria e contro i lavori per la realizzazione della nuova linea ad alta velocità tra Alessandria e Tortona. Una linea costruita attraverso una zona ricca di amianto, con grave rischio per chi lavora e per chi vive lungo i tragitto e nei posti di conferimento dello smarino.
Folta la delegazione di cittadini e comitati della Valle Bormida, da anni in prima fila contro le nuove discariche. Discariche che la lobby del terzo valico vuole aperte in fretta perché quelle esistenti, pur lavorando a pieno regime, stanno scoppiando.
Le cave già aperte funzionano a pieno regime: nella cava “ Clara e buona” di Alessandria vengono scaricati da cento a duecento camion che viaggiano quotidianamente senza protezione.
Il Cociv e la Regione hanno fretta di approvare l’aggiornamento del Piano cave del Terzo valico per gli 11 milioni di metri cubi di roccia e terra scavate nell’Appennino.
Il piano prevede due cave in piccolo paese dell’acquese, Sezzadio. Oltre alla discarica di rifiuti industriali della Riccoboni già autorizzata dalla Provincia sulla falda acquifera, il consorzio vuole portare da 355 mila a 666 mila metri cubi di smarino nella cava di cascina Opera Pia 2.

Anche la cava di Voltaggio è arrivata al limite. 900 mila metri cubi di smarino finiranno nella cave di pianura intasando la provinciale 160 della Val Lemme con i camion, e di lì la Valle Scrivia tra Arquata e Vignole Borbera, dove sono attivi due cantieri del Terzo valico. Il Cociv intende trasportare il materiale di scavo a Cerano e Romentino nel novarese, ad Alessandria, Frugarolo, Bosco Marengo, Pozzolo, Novi.
Secondo l’Arpa il metodo utilizzato per valutare la presenza di amianto ha un margine d’errore del 98%.

La scelta della data, a dieci giorni dalle elezioni, non era delle più felici. Nel mirino di molti manifestanti era la sindaca a candidata alla rielezione al Comune di Alessandria Rita Rossa. Rossa, come presidente delle provincia ha presto accantonato ogni riserva su amianto e salute di fronte ad un piatto di 11 milioni di compensazioni.
Post disobbedienti e alcuni comitati hanno dato al corteo il sapore agre del referendum su Rossa. Per la lista pentastallata e per quella di sinistra è stata un’occasione di propaganda gratuita, che il movimento contro Tav-terzo valico e discariche avrebbe potuto e dovuto dribblare.
D’altra parte l’esperienza disastrosa della lista No Tav di Arquata, che lo scorso anno trascinò nella sua sconfitta anche i comitati di lotta, avrebbe dovuto suggerire una certa prudenza, anche a chi si fa sedurre dalle sirene istutuzionali.
Importante la presenza di uno spezzone rosso e nero, che ha portato in piazza le ragioni dell’autogestione e dell’azione diretta.

Il corteo, ampio e popolare, è stato un’occasione importante per il movimento di lotta. C’erano 30 trattori, moltissimi agricoltori. Dopo lo spezzone anarchico che era poco distante dalla testa del corteo, c’erano il sindacato di base e le associazioni ambientaliste, oltre ai comitati contro il terzo valico piemontesi e liguri e una delegazione di No Tav da Torino e Val Susa.
I comitati popolari hanno ribadito la volontà mettersi di mezzo, contro chi mette a repentaglio acqua, vita e salute, per realizzare una piattaforma logistica per la ditta Gavio. Un matrimonio di interesse tra la gomma e il ferro, tra il porto di Genova e i piazzali della logistica tortonese. Un’opera inutile e dannosa per chi vive nel basso Piemonte. Molti, lo hanno dimostrato il 27 maggio, non sono disposti a chinare la testa.

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Parma. Processo per stupro

Era il settembre del 2010. In piazza c’era la Festa delle Barricate, nella sede della RAF, la Rete Antifascista, una ragazza appena diciottenne viene ripetutamente violentata da più uomini.

Lei è quasi priva di coscienza. Ha bevuto qualcosa da un bicchiere. La mattina dopo si sveglia sola e nuda nella sede vuota. Si riveste, va in stazione, torna a casa.
Negli anni successivi le viene affibbiato un nomignolo. La chiamano fumogeno. Ci vorranno cinque anni perché “Claudia” capisca il perché.

Nel corso di un indagine su una bomba carta a Casa Pound i carabinieri effettuano numerose perquisizioni. Nel cellulare di un esponente dell’ormai disciolta RAF trovano un video. Il video dello stupro di gruppo di quella lontana notte di settembre.
Il video viene mostrato a Claudia. Sola, in una caserma dei carabinieri, Claudia vede un video, dove lei è oggetto inanimato. Quel video in quei lunghi cinque anni lo avevano visto in tanti a Parma.

Nessuno ha riconosciuto pubblicamente la violenza consumata sul corpo di Claudia nella sede della Raf.
Parte l’inchiesta, scattano gli arresti. In tre, Concari, Cavalca e Pucci sono accusati di stupro di gruppo, altri vengono inquisiti per favoreggiamento.

Vari settori di movimento a Parma assumono un atteggiamento omertoso e “prudente”. Molti puntano il dito su Claudia, accusata di aver fatto i nomi dei suoi stupratori. Claudia viene cacciata da molti luoghi di movimento. Un’appestata, un’infame. La violenza di quella notte la investe in altra forma.
In tribunale, come spesso accade, sul banco degli imputati ci finisce lei. La difesa dei tre uomini accusati di stupro punta a screditarla, con i modi usuali in certi processi. Claudia è una facile, una che va con tutti, una prostituta. Le sue scelte libere diventano la leva sulla quale costruire una tesi difensiva, che non riconosce dignità alle donne stuprate, che abbiano una vita sessualmente libera.
Il nodo è il consenso. Ma non in tribunale.
Claudia è sola, va al processo con l’avvocato d’ufficio.
Questa vicenda era destinata a venire dimenticata presto.
Questa volta capita qualcosa. La strada della libertà delle donne non è stata fatta invano. Claudia incontra compagne e compagni che ascoltano la sua storia e la raccontano in un documento che spezza il velo di omertà che copriva gli stupratori.
Da allora ai processi non è più sola.

Il 9 maggio, dopo mesi di sospensione, il processo è ripreso.
Un gruppo di femministe erano al tribunale per dare sostegno a Claudia. Per la prima volta i sostenitori dei tre stupratori non si fanno vedere.

In aula si consuma un’ulteriore violenza. È il turno di uno psichiatra cui la difesa dei tre uomini ha dato l’incarico di fare una perizia. Lo psichiatra parla ed ogni parola è una pietra scagliata contro Claudia. Le sue parole si incardinano sulla lettura della relazione della psicologa che segue la ragazza: lo psichiatra non ha mai parlato con lei.
Claudia è descritta come bipolare, schizzata, una che nei guai ci entra a capofitto. Una che se l’è cercata. E chi se la cerca, si sa, diventa automaticamente stuprabile.
E, soprattutto diventa poco credibile. Chi entra nel mirino della psichiatria perde la libertà di parola, perché la voce dei “matti” è sempre stonata, fuori dal coro, aliena ed alienata, priva di ragione e di ragioni.
Lo sguardo psichiatrico trasforma chi ne viene investito in persona incapace di intendere e di volere, di capire e di decidere.
Claudia lascia l’aula. Fuori ci sono compagne e compagni pronti a raccoglierne la voce e darle eco.

Anarres ne ha parlato con una delle compagne che ha redatto il documento detto delle “4 crepe”, che per primo ha dato voce a Claudia, rompendo il silenzio intorno a questa vicenda.

Ascolta qui l’approfondimento

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Tunisia. Tra crisi, rivolta sociale e jihad

Le prime elezioni municipali dopo “Rivoluzione dei gelsomini” si svolgeranno entro la fine dell’anno. Lo ha dichiarato la scorsa settimana il presidente della repubblica Beji Caid Essebsi, in discorso alla nazione, che ha toccato i principali nodi problematici emersi dalle piazze. E che ha nel mancato decentramento del potere verso le amministrazioni locali – previsto dalla nuova Costituzione – uno dei suoi nodi.

Rabbia e richieste di «pane e dignità» tornano ad infiammare le zone interne del paese, svantaggiate rispetto alla costa. Una protesta sociale simile a quella che nel 2011 partì da Sidi Bouzid per travolgere il paese e il regime di Ben Ali. Per questo Essebsi nel suo discorso ha annunciato che d’ora in poi ci sarà l’esercito a difesa dei siti industriali e delle principali fonti produttive (fosfato, petrolio, gas), spesso bloccate dalle proteste dei giovani disoccupati.
L’ordine, emanato d’intesa con il Consiglio per la sicurezza nazionale, è destinato a sollevare nuove polemiche.

A fine marzo nel governatorato di Tataouine, nel sud, alcuni giovani disoccupati hanno ostacolato le attività di diverse compagnie petrolifere bloccandone il trasporto stradale.
All’inizio di aprile il Kef, nel nord-ovest, è insorto per la chiusura di una fabbrica di cavi elettrici della società tedesca Coroplast, intenzionata a rilocalizzare la produzione ad Hammamet, lasciando a casa 430 lavoratori (in maggioranza donne). Hammamet è logisticamente meglio connessa.
Il 19 aprile i disoccupati di Jendouba, sempre nel nord-ovest, hanno manifestato domandando a gran voce una soluzione per la cronica mancanza di opportunità di impiego nella zona, mentre il 20 aprile uno sciopero generale è stato indetto a Kef.
Crescono le tensioni intorno al polo siderurgico di El Fouladh, che il governo vorrebbe cedere a investitori esteri, nonostante l’opposizione dei lavoratori.
Il 22 maggio un manifestante di 18 anni è morto in ospedale a Tataouine per le ferite riportate negli scontri con le forze dell’ordine che intendevano sgomberare i manifestanti del sit-in di El Kamour. Il giovane potrebbe essere stato investito da un’autovettura della polizia in manovra. I media locali parlano anche di altri feriti.
A Tataouine la polizia il 23 maggio ha fatto ancora ricorso all’uso di gas lacrimogeni per disperdere la folla di giovani radunati da settimane in sit-in a El Kamour per chiedere misure concrete per l’occupazione e maggiori fondi per lo sviluppo regionale. Una parte dei manifestanti ha accettato nei giorni scorsi le misure proposte dal governo, un’altra parte ha invece deciso di proseguire nelle rivendicazioni.

Il vento della Jihad
Sempre più forti sono invece i segnali di un’offensiva islamista dal sud che spaccherebbe in due il paese, portandolo alla guerra civile.
Sono 27.371 i tunisini aspiranti jihadisti cui le autorità del Paese hanno impedito di raggiungere i territori di combattimento. Lo ha affermato il 20 aprile il ministro dell’Interno di Tunisi, Hedi Mejboub, durante un’audizione al Parlamento del Bardo precisando che dei 3.000 jihadisti di nazionalità tunisina che si trovano ancora nelle zone di conflitto, il 60% è in Siria, il 30% in Libia e il restante 10% disperso in altri paesi. Il 96% di questi combattenti è rappresentato da uomini di età compresa tra i 24 e i 35 anni.

Per quanto riguarda invece i foreign fighters di ritorno Mejdoub ha sottolineato che degli 800 ufficialmente tornati in Tunisia, 190 si trovano attualmente in carcere, 37 in libertà controllata mentre 55 sono stati uccisi dalle forze dell’ordine durante azioni di guerra in Tunisia.

La Tunisia è il paese da cui è partito il maggior numero di combattenti della jihad: è più che un’ipotesi la tesi che, specie al sud le tensioni sociali possano incanalarsi nella guerra santa.

Ascolta l’intervista dell’info di radio Blackout a Karim Metref, blogger, insegnante, scrittore di origine kabila.

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La vendetta della Procura. Perquisiti quattro anarchici per la solidarietà a Laura

Nella notte tra venerdì e sabato la Digos ha perquisito le abitazioni di quattro compagni e compagne della Federazione Anarchica Torinese. Sono stati sequestrati cellulari, computer, abiti.
Le perquisizioni sono state disposte dal PM Rinaudo, che sta indagando per diffamazione e imbrattamento. Nel mirino di Rinaudo le scritte comparse a fine marzo in solidarietà a “Laura”, una donna stuprata due volte, la prima da un collega di lavoro, Massimo Raccuia, la seconda dal tribunale che lo ha assolto. Un collegio di sole donne, presieduto dalla giudice Diamante Minucci, ha stabilito che Laura non è credibile. Non è credibile perché ha detto solo “no”, “no, basta”, per fermare l’uomo che la stuprava. Per il tribunale di Torino dire “Basta” non è sufficiente. La donna stuprata deve avere sul corpo i segni della violenza, deve urlare, deve essere disposta a morire per essere creduta.
Sono passati vent’anni da quando venne cambiata la legge che considerava lo stupro un “delitto contro la morale”. Lo stupratore non faceva violenza ad una donna, ma al suo “onore” e a quello di tutti i suoi parenti maschi. Nel 1996, dopo decenni di manifestazioni femministe, la violenza sessuale venne ascritta ai “delitti contro la persona”.
Tutto cambiava ma molto rimase come prima. In tanti, troppi processi la donna stuprata siede sul banco degli imputati: la sua vita viene messa a nudo nelle aule dei tribunali. La sua parola non basta. Non basta mai. Il discrimine ovvio, quello del consenso, viene costantemente messo in dubbio. La cultura patriarcale continua a celebrare i propri fasti nei sacrari della giustizia di Stato.

La sentenza di assoluzione di Massimo Raccuia ha suscitato ampia indignazione in tutta Italia.
Tante le manifestazioni di solidarietà a Laura, culminate nella giornata di lotta del 12 aprile, quando, in tantissime città si sono tenuti presidi di fronte ai tribunali.

Le scritte comparse davanti al tribunale di Torino e alla sede della Croce Rossa di via Bologna hanno ripetuto quanto veniva scritto e detto in tante piazze della penisola: “La giudice Minucci protegge chi stupra”, “Raccuia stupratore”.
La storia di Laura è simile a tante altre. Raccuia aveva una buona posizione in Croce Rossa, Laura all’epoca era una precaria, già vittima di violenze durante l”infanzia. Nel nostro paese una donna su tre ha subito molestie o stupri. I violenti giocano sulla paura, sul ricatto del lavoro, dei figli, sulla minaccia di altri, peggiori, soprusi, umiliazioni.
Lo stupro non ha nulla a che fare con la sessualità, la violenza contro le donne, la violenza di genere è esercizio di potere, è la reazione della cultura patriarcale alla libertà che le donne si sono prese, pezzo dopo pezzo. Anche a costo della vita.
“Lo stupratore non è un malato ma il figlio sano del patriarcato” era scritto su uno dei cartelli esposti al tribunale di Torino dalla Rete Non Una di Meno.
La cultura dello stupro si alimenta di sentenze come quella di Diamante Minucci, che ha disposto la trasmissione degli atti alla Procura di Torino, perché proceda per calunnia nei confronti di Laura, la donna violentata da Raccuia. Un’ulteriore violenza.
Le scritte al tribunale e alla Croce Rossa sono state rivendicate dal gruppo anarco-femminista “Emma Goldman” con un comunicato pubblicato su Indymedia Barcellona.
Non possiamo non condividerne le conclusioni.
“Stupratori e giudici ci vorrebbero spaventate e piegate, ma la nostra forza è nella solidarietà, nel mutuo appoggio, nella denuncia di violenze e abusi sui muri della città, nei posti dove viviamo, dove lavoriamo, dove studiamo, dove camminiamo, dove ci divertiamo.
Impariamo a riconoscerci, per lottare insieme contro chi ci vuole vittime e indifese.
Non lo siamo. Abbiamo imparato ad autodifenderci. Le nostre vite valgono.”

Come altre volte la sentenza di assoluzione di uno stupratore poteva restare un trafiletto in cronaca. Le scritte al tribunale hanno rotto il silenzio, dando un segnale forte e chiaro alla giudice Minucci e all’intero apparato giudiziario di Torino.
La sacralità del tribunale è stata infranta: per questa ragione sono scattate perquisizioni e sequestri per qualche scritta su un muro.
In piena sintonia con il “nuovo corso” inaugurato dal governo Gentiloni con le leggi sulla sicurezza urbana.

Il PM Rinaudo ci accusa di imbrattamento e diffamazione. Nel decreto di perquisizione si legge che siamo stati scelti perché anarchici attivi nella rete femminista Non Una di Meno.
Inutile negarlo. Siamo anarchici, anarchiche, femminist*.

Quelle scritte, chiunque le abbia tracciate sul muro, le ha fatte anche a nome nostro.

I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese

Leggi il comunicato della Commissione di Corrispondenza della FAI

Il comunicato della rete Non Una di Meno Torino

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Marcia No Tav. Il futuro non si delega!

Sabato 6 maggio il movimento No Tav ha promosso una grande marcia da Bussoleno a San Didero.
Appuntamento ore 12 alla stazione di Bussoleno

Uno spezzone anarchico parteciperà alla marcia con lo striscione “Il futuro non si delega! Azione diretta autogestione”.

Il governo vuole, costi quel che costi, imporre con la forza la realizzazione di una nuova linea ferroviaria inutile, costosissima, nociva per la salute e il territorio.

In ballo c’è molto più di un treno. In ballo c’è la necessità di piegare e disciplinare un movimento che ha saputo resistere e lottare per 25 anni. Nel 2005 un’insurrezione popolare fermò un progetto ormai entrato nella fase esecutiva. Nel 2011, dopo anni di melina, consapevole di aver riportato all’ovile solo il leader istituzionale del movimento, il governo decise di usare nuovamente la forza. La realizzazione di un’opera accessoria, un tunnel di sei chilometri e mezzo a Chiomonte, è costato processi, condanne, ossa spezzate.

Un migliaio di persone sono state inquisite, processate e condannate, per aver partecipato attivamente ad un movimento che non ha mai voluto avere un mero ruolo testimoniale.

Oggi l’eco mediatica intorno al movimento No Tav si è spenta.
Non per caso.
Il momento è cruciale. A gennaio il parlamento italiano ha ratificato il trattato con la Francia sulla Torino Lyon, il CIPE ha approvato il progetto definitivo della tratta internazionale, sono partiti gli espropri e le procedure preliminari per l’inizio dei lavori in Bassa Valle, a Bussoleno, Susa, San Didero e Bruzolo.

La realizzazione della nuova linea ad alta velocità ferroviaria, che consegnerà la Val Susa al destino di corridoio logistico per le merci è ormai giunto al momento dell’apertura dei cantieri.

Cantieri enormi che modificheranno per sempre la vita degli abitanti, mettendo a repentaglio la salute di tutti. Camion carichi di smarino e polveri d’amianto percorreranno la valle a est come a ovest, il dispositivo militare oggi presente solo a Chiomonte investirà anche zone densamente abitate. La perdita di falde acquifere sarà inevitabile e irreversibile.
La lucida profezia fatta 25 anni fa dal movimento No Tav rischia di trasformarsi in dura realtà.

Il governo sta provando a logorarci. Fa conto sulla rassegnazione, sulla difficoltà a fermare cantieri difesi da esercito, polizia, carabinieri blindati.
La ferita nella montagna di Chiomonte è aperta a fa male.
Il movimento No Tav ha sulle spalle il peso della speranza che ha rappresentato per tanta gente di ogni dove.
Il rischio è l’usura dei sentimenti, anestesia del tempo che trascorre, il ripetersi dei passi già fatti, dei sentieri che conducono là dove la ferita si allarga. Forte è tuttavia l’orgoglio di esserci, di tenere duro, di continuare a dare del filo da torcere ai nostri avversari.
Il grande tunnel lo faranno scavando dentro la montagna, partendo dalla galleria di Chiomonte. Una scelta costosa e rischiosa. Una scelta dettata dalla paura di aprire subito un grande cantiere a Susa. Il segno chiaro che, nonostante le dichiarazioni di vittoria, il governo continua a temere il movimento No Tav.

L’imposizione violenta dei nuovi cantieri non è l’unico pericolo. Il pericolo maggiore è l’illusione della delega, la seduzione a 5Stelle che ha colpito tanta parte di un movimento, che pure è consapevole, che la strada percorsa sinora è stata fatta appoggiandosi saldamente sulle due gambe di tutti.

L’azione repressiva lungi dal dividere il movimento lo ha rinforzato nell’azione solidale, nell’appoggio ai carcerati, ai condannati. Ma ha scavato nel profondo. Non si sono scalfite le convinzioni, si è tuttavia allargata la distanza tra chi fa e chi applaude, ri-aprendo la strada a percorsi istituzionali e di delega.

La delega istituzionale rilegittima la macchina di chi si arroga il diritto di decidere per noi, di chi giocherà la sua partita ad un tavolo dove il banco vince sempre e prende tutto. Per prima la nostra libertà.

Troppe volte la febbre elettorale ha attraversato la Val Susa assorbendo energie enormi, sottratte alla quotidianità della lotta.

Qualche crepa comincia a vedersi. La “sindaca No Tav” di Torino ha preso le distanze dai “pochi violenti” giustificando così le violente cariche contro gli spezzoni degli anarchici, dei centri sociali e dei No Tav al corteo del Primo Maggio.
Lo stesso giorno si era congratulata con il PM Rinaudo e con la polizia per gli arresti di sei anarchici attivi nelle lotte a Torino e in Valle. Lo stesso Rinaudo protagonista di tante inchieste contro i No Tav.
Le parole di Appendino sono destinate a lasciare il segno.
Troppe volte politici “amici” le hanno usate per spingere alla rinuncia ad ogni resistenza attiva.

Tante volte la grande favola della democrazia si è sciolta come neve al sole. Ogni volta che libertà, solidarietà, uguaglianza vengono intese e praticate nella loro costitutiva, radicale alterità con un assetto sociale basato sul dominio, la diseguaglianza, lo sfruttamento, la competizione più feroce, la democrazia mostra il suo vero volto.
La democrazia reale ammette il dissenso, purché resti opinione ineffettuale, mero esercizio di eloquenza, semplice gioco di parola. Se il dissenso diviene attivo, se si fa azione diretta, se rischia di far saltare le regole di un gioco feroce, la democrazia si fa discorso del potere che nega legittimità ad ogni parola altra. Ad ogni ordine che spezzi quello attuale.

È importante che la memoria non vacilli: i No Tav hanno sostenuto ed appoggiato la pratica dell’azione diretta contro il cantiere e le ditte collaborazioniste, i blocchi delle strade e delle ferrovie, lo sciopero generale, le grandi marce e i sabotaggi.
Fermare il Tav, costringere il governo a tornare su una decisione mai condivisa dalla popolazione locale è la ragion d’essere del movimento No Tav.
L’8 dicembre 2005 fu il culmine della rivolta contro il TAV. Ma già allora non era c’era in ballo molto di più: la libertà e la dignità di chi non tollerava l’imposizione con la forza di una scelta non condivisa.
Nessuno lo pianificò ma accadde. I primi a stupirci fummo noi. Le barricate, i tronchi in mezzo alla strada, il blocco delle strade furono la risposta all’occupazione militare.
La Valle divenne ingovernabile.
La Valle deve tornare ad essere ingovernabile.

Lunghi anni di azione diretta, confronto orizzontale, costruzione di percorsi decisionali condivisi sono stati una straordinaria palestra di libertà. Tutti noi portiamo nei nostri cuori, nella memoria viva del nostro movimento Venaus e la Maddalena. Libere Rebubbliche, vere comuni libertarie, dove la gerarchia si è spezzata facendo vivere un tempo altro.

Il futuro non si delega: oggi come allora solo l’azione diretta, senza passi indietro, può creare le condizioni per fermare ancora una volta la corsa folle, di chi antepone il profitto alla vita e alla libertà di tutti.

Vi aspettiamo numerosi.

I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese

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Torino. Primo Maggio al manganello

Piove a dirotto. La piazza del Primo Maggio si stringe sotto ai portici, si affolla al bar. I compagni lavorano alacremente per allestire il camion per lo spezzone anarchico. Un uomo ci dice. “Piove, ma sono qui lo stesso. Che ci facevo a casa? Ho 54 anni e ho perso il lavoro. Un altro posto non lo trovo più. Per me è finita.” La piccola storia di uno è lo specchio del nostro vivere sempre più gramo. Due giorni dopo sui quotidiani i dati Istat sulla disoccupazione segnalano una lieve riduzione della disoccupazione giovanile nella fascia tra i 18 e 24 anni, mentre si allarga la schiera dei disoccupati ultracinquantenni. È la fine di una parabola iniziata decenni fa. Quando la precarietà diventa l’orizzonte normale, i dinosauri della stagione delle tutele e dei diritti vengono spremuti e gettati via, i giovani educati sin dalla scuola alla flessibilità, campano di “lavoretti” ed escono dalle statistiche. In ogni caso oltre il 34 % dei giovani che lo cercano, non trovano un lavoro. Chi lo trova sente ogni giorno il sapore amaro della servitù salariata, grazie ad un ordine sociale dove le nostre vite non valgono nulla.
Sempre più uomini e donne sono diventati vuoti a perdere e lo resteranno. Non servono, sono eccedenze inutili. Scarti.

La piazza non si riempie, quelli del PD temono contestazioni e non si fanno nemmeno vedere, si piazzano avanti.
Nei fatti la frattura simbolica e reale è netta. Sindacati di Stato, il PD e poco altro in testa, dietro lo spezzone di post-autonomi e post-disobba, poi quello anarchico e gli striscioni della diaspora rifondata.

Il corteo avanza veloce. Tanta pioggia, poca gente. Quando la parte finale del corteo raggiunge via Roma la Questura schiera l’antisommossa. In piazza San Carlo i comizi sono appena cominciati, i settori più radicali del corteo non devono entrare in piazza.
La polizia carica quattro volte. Teste e braccia rotte, lividi e contusioni. Tre manifestanti sono fermati e condotti in Questura, da dove saranno rilasciati in serata.
Dopo le cariche il corteo si ricompatta e raggiunge la piazza deserta e spazzata dalla pioggia. Le immagini delle cariche attraversano il web. Nel pomeriggio un paio di consiglieri pentastellati parlano di cariche ingiustificate. La sindaca Appendino il tre maggio “condanna le violenze”, con un discorso triste e legalitario che non accontenta nessuno. Appendino è stata eletta drenando molti voti a destra e a sinistra. Deve pagare dazio a tutto il proprio elettorato senza perdere troppi consensi. Vorrebbe essere la sindaca di tutti, dalla polizia agli antagonisti.
In quest’occasione, dopo le dichiarazioni della consigliera a 5Stelle Daniela Albano che chiedeva che fosse vietata ai sindacati la manifestazione dell’anno prossimo, Appendino ha concesso ben poco, stigmatizzando le “violenze di pochi” che avrebbero impedito alla maggioranza pacifica di manifestare il proprio dissenso.
Un’operazione di fine equilibrismo politico che finora le è riuscita abbastanza bene, anche se è lecito supporre che qualche malumore serpeggi nel sottobosco che circonda la politica di palazzo.
Una desolante pantomima di fronte alla violenza che il ministero dell’Interno e i suoi bracci armati scatenano ogni anno a Torino, per pacificare la piazza, per far sì che la storia cominciata ad Haymarket nel 1886 venga sepolta e dimenticata. Il segretario della CISL-FIM Chiarle vorrebbe trasformare il primo maggio in una festa di paese, con salsicce alla brace, stand e musica.
Non ci preoccupa. Se i sindacati di Stato e i partiti istituzionali abbandoneranno la piazza, sapremo riempirla con un altro Primo Maggio di lotta e sciopero generale.
Lo spezzone anarchico quest’anno è sceso in piazza “per un mondo senza servi né padroni per un Primo Maggio di lotta nel Luna Park a 5 Stelle”.
Sul furgone erano appesi due striscioni “Stop deportazioni” e “Cgil, Cisl, Uil nemici dei lavoratori”. In apertura lo striscione “Contro Stato e padroni azione diretta”
Segnali forti e chiari per sindacati di Stato, governo del paese e della città.

Nessuno stupore che la polizia abbia fermato e poi caricato il corteo, nessuno stupore che sindacati di Stato, PD e amministrazione comunale volessero impedirci di attraversare con le nostre voci e i nostri corpi la piazza del Primo Maggio.
Abbiamo resistito, ci siamo ricompattati dopo le cariche, abbiamo finito il corteo.
Ma la nostra giornata non è finita lì.
Abbiamo raggiunto Milano, piazzale Loreto, dove abbiamo partecipato alla manifestazione organizzata da sindacati di base, anarchici, centri sociali, che ha attraversato la periferia. Alcune migliaia di lavoratori hanno risposto all’appello per un corteo anticapitalista, internazionalista.
Anche a Milano piove a dirotto. Il corteo che attraversa la zona tra via Padova e viale Monza è vivace e combattivo.
C’erano i lavoratori della logistica, dei servizi, della sanità, dei trasporti che hanno scelto la strada dell’autorganizzazione e della lotta.
Una piazza ben diversa da quella del mattino a Milano, dove sindacati di stato e partiti governativi, sono stati lo specchio di un ceto burocratico, che, ormai inutile persino a sopire le lotte, è divenuto totalmente dipendente dai finanziamenti statali.
Nelle strade dell’immigrazione milanese si sono udite le voci di chi fa picchetti e rischia, di chi non piega la testa, di chi ha scelto la lotta quotidiana.

Noi sfiliamo con lo striscione “Daspo urbano, fogli di via, il fascismo ha il volto della democrazia” all’interno dello spezzone della Federazione Anarchica Milanese, che per prima ha lanciato l’appello per il corteo.

In serata i fattorini di Deliveroo di Torino, in turno e fuori turno, si collegano alla centrale e, uno dopo l’altro, rifiutano le corse. Intorno alle 20,30 sul sito di Deliveroo appare l’annuncio della sospensione del servizio. Tutto bloccato, nessuna consegna. Da tempo in lotta per ottenere tutti un minimo di ore lavorate e per decidere i propri turni, i rider sono riusciti ad inceppare la macchina, a scioperare.
Un buon sapore di Primo Maggio anche a Torino.
Nonostante la cura al manganello la mattina siamo arrivati nella piazza del Primo Maggio, nel segno della lotta per un mondo senza Stati, padroni, eserciti, frontiere.
E continueremo a farlo.

i compagni e le compagne della federazione anarchica torinese

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Muri invisibili. Quando il decoro diventa sicurezza

“Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre strumenti volti a rafforzare la sicurezza delle città e la vivibilità dei territori e di promuovere interventi volti al mantenimento del decoro urbano”

Il decreto legge sulla sicurezza urbana del ministro dell’Interno Minniti comincia così.
Ogni parola ricalca la logica con cui da quarant’anni in Italia vengono affrontate le questioni sociali e i movimenti di lotta anti istituzionali.
Tutto è racchiuso nei tre termini chiave dell’incipit, sapientemente incardinati gli uni negli altri per rendere indispensabili, indifferibili, immodificabili le nuove norme.
“Straordinaria necessità ed urgenza”.
Siamo in costante stato di emergenza, pressati da urgenze e necessità che urlano. Urlano sulle pagine dei quotidiani del governo e delle opposizioni.
L’emergenza ha giustificato, governo dopo governo, misure repressive che hanno allargato la linea di cesura tra le classi, eretto muri, trasformato il Mediterraneo in un cimitero di guerra.
Poveri, immigrati, senza casa, profughi sono nel mirino. È la loro stessa esistenza ad essere messa in discussione.

L’Italia non è l’Africa, né gli Stati Uniti. I poveri non vivono in ghetti e slum separati, lontani dal centro, dai mezzi di comunicazione, controllabili da apparati polizieschi che sorvegliano che nessuno si avventuri fuori. Distanza, mancanza di mezzi pubblici o privati, persino barriere fisiche separano il mondo di sopra da quello di sotto. Cosa succeda lì non importa a nessuno. Gli scarti, gli inutili, quelli che vivono sul margine e “del” margine, sono stipati in aree che sono enormi discariche umane. In certe megalopoli africane o asiatiche la discarica è ben più di una metafora, è il luogo dove sorgono le baracche, costruite con i rifiuti da gente che vive di rifiuti.
In Italia campano di raccolta, riuso e vendita di rifiuti solo i rom rumeni e slavi.
I braccianti stagionali immigrati delle nostre campagne abitano in ghetti tra tende, plasticoni e accrocchi di lamiera.
Gli altri poveri, quelli delle città, italiani ed immigrati, stanno accanto ai meno poveri, non lontani dai ricchi.

I nuovi poveri
La povertà sta aggredendo anche chi, sino ad un paio di decenni fa, credeva di essere al sicuro. Casa di proprietà, lavoro, pensione, qualche soldo da parte, i figli all’università. Oggi tante delle certezze che facevano sentire al riparo il piccolo ceto medio sono scomparse, frantumate. Il futuro non è più quello di una volta.
In questi settori pesca a mani nude la destra sociale nelle sue varie incarnazioni, da quelle più brutali a quelle più paludate. A fare il miglior raccolto sono i pentastellati, che mescolano la retorica partecipativa con le seduzioni di una leadership carismatica puntellata da un pizzico di partito/azienda ereditario.
Tra bancarellari e tassisti, piccoli commercianti e impiegati alligna l’illusione che sicurezza e decoro siano due facce della medesima medaglia.
A Torino la sindaca a Cinquestelle ha promesso ai comitati spontanei di quartiere, tutti o quasi promossi dall’estrema destra xenofoba e razzista, la possibilità di cogestire le scelte sul decoro delle periferie. In cambio i comitati dovranno reperire i fondi necessari per la manutenzione degli spazi pubblici. Va da se che al decoro potrebbe contribuire una certa pulizia etnica e sociale.
Anche in periferia lo spazio pubblico ambisce a diventare vetrina, per affrontare le sfide di una città che si candida a snodo nevralgico in un reticolo di strade, commerci reali e virtuali dove il successo dipende dalla capacità di attrarre eventi, centri direzionali, spazi espositivi. La concorrenza è spietata e le pulizie vanno fatte in fretta.
Avviene a Torino, una città che, senza rottura di continuità, dopo decenni di governo di centro-sinistra, è oggi targata 5 stelle. La ridefinizione dello spazio urbano per una sua messa a valore che escluda la povertà è una scelta che oltrepassa i confini del capoluogo piemontese.

Smaltire le eccedenze
I decreti sicurezza di Minniti hanno inaugurato la campagna elettorale del PD contro Lega e 5 Stelle, ma sarebbe miope non cogliere che la partita elettorale è solo un tassello nel mosaico del governo.
Il disegno sotteso alle norme sulla sicurezza urbana, ha un chiaro valore strategico.
Isolare, allontanare, ghettizzare i poveri implica la presa d’atto che un numero crescente di esseri umani sono vuoti a perdere, non riciclabili, né riassorbibili.
Per chi non ha in tasca un passaporto della Repubblica Italiana ed è privo di permesso di soggiorno Minniti ha solo affinato le tecniche elaborate nei decenni dai suoi predecessori. Nuove galere amministrative, accordi per respingimenti ed espulsioni, riduzione secca degli scarni diritti dei richiedenti asilo. Minniti ha dato un tocco di classe, introducendo il lavoro non retribuito per i profughi.
Il governo, che taglia i fondi per la sanità, la scuola, il trasporto pubblico, offre ai sindaci e ai prefetti strumenti che non miglioreranno le liste di attesa negli ospedali, né aumenteranno le corse di tram e bus, ma potrebbero far crescere la sicurezza percepita dai ceti medi impoveriti, che si sono accorti che la rete sospesa sotto il trapezio delle loro vite è stata tagliata.
Non potendo fugare lo spettro della povertà viene loro offerta la possibilità di allontanare i più poveri da stazioni, aeroporti, case occupate, giardini pubblici.
Difficile sopravvivere per chi fa accattonaggio o piccoli commerci, se viene imposto il divieto di usare gli spazi urbani e di muoversi liberamente.

Diritto amministrativo del nemico
I poveri vanno puniti perché sono poveri.
I giovani dei quartieri popolari, i disoccupati, i mendicanti, i senzatetto, i migranti vanno allontanati, nascosti, privati delle loro risibili libertà e diritti. Continued…

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25 aprile. Il filo delle lotte

Nello spazio urbano le tracce del passato sono anche snodi di una memoria che si alimenta grazie alle lotte che ri-attaversano le strade, le piazze, i posti dove si lavora, si studia, ci si incontra per fare nulla.
Oggi la spalletta del ponticello su un canale ormai interrato da decenni è naturale luogo di incontro per i nuovi abitanti del quartiere, che si affacciano curiosi ogni 25 aprile, quando gli anarchici della FAT si ritrovano per intrecciare i fili rossi e neri che legano le lotte di ieri a quelle di oggi.
La sera precedente una veloce contestazione alla fiaccolata istituzionale ha messo al centro la campagna di lotta al fascismo che ritorna nelle leggi sulla sicurezza urbana e i migranti.
Un anziano senegalese si avvicina e chiede della storia della città dove vive da qualche tempo, dopo lunghi anni in Lombardia. Si parla dell’Italia e della memoria che non c’è, quella di un colonialismo feroce. Lui racconta della Franc’Afrique e ci offre una memoria in grigio, mentre parla del padre, che ha combattuto per difendere dai nazisti la Francia, sebbene desiderasse la fine della dominazione della Republique.
Si avvicina a osserva la lapide che ricorda il partigiano Ilio Baroni, operaio alle ferriere, morto lì combattendo i nazisti. Ci saluta dicendo che vuole saperne di più, passerà a trovarci.
La gente prende e legge i volantini.
Siamo in tanti. Poi una giovane compagna ricostruisce la storia di Baroni, la giovinezza in Toscana, le persecuzioni dei fascisti, l’approdo in Barriera, l’attività clandestina, il confino, la lotta partigiana, i sabotaggi e gli scioperi, il giorno dell’insurrezione. Una compagna più anziana parla dell’oggi, della vita grama, delle lotte che, oggi come allora, attraversano il quartiere.
La memoria è cosa viva finché resta qualcuno che la fa propria. Ogni anno in quest’angolo di Barriera si rinnova un impegno di lotta che ciascuno deve a se stesso, a chi c’era prima e a chi ci sarà dopo.

Qui il volantino distribuito in piazza

Il sabato successivo gli anarchici della FAT sono al Balon contro il Daspo urbano, le deportazioni, i morti in mare. Qui puoi vedere qualche foto

Il sabato precedente erano al corteo antifascista che da piazza Graf ha raggiunto il Valentino. Qui qualche immagine

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25 aprile. Oggi come ieri: per un mondo senza stati, eserciti, padroni

Ilio Baroni, operaio toscano emigrato a Torino negli anni venti, era comandante della VII brigata Sap delle Ferriere.
Le Sap, Squadre di Azione Patriottica sabotavano la produzione, diffondevano clandestinamente volantini antifascisti e si preparavano all’insurrezione. Molti, tra il ’43 e il ’45, sono stati arrestati, torturati, fucilati o deportati. Ilio, nome di battaglia ”il Moro”, è protagonista di azioni di guerriglia.
Il 25 aprile 1945 Torino è paralizzata dallo sciopero generale, scoppia l’insurrezione, la città diventa in breve un campo di battaglia.
Baroni e i suoi attaccano la stazione Dora e si guadagnano un successo. Giunge una richiesta d’aiuto dalla Grandi Motori. Il Moro non esita ad aiutare i compagni nel mezzo di una battaglia furiosa, e cade sotto il fuoco. È il 26 aprile.
Ilio Baroni non potrà vedere il momento per cui ha lottato duramente tutta la vita…

Ma il fascismo non è morto il quell’aprile…
Sfruttamento, lavori precari e pericolosi, morti in mare, leggi razziste, militari per le strade, guerra sono i tasselli del puzzle che disegna il nostro vivere. Oggi come nel 1945 la democrazia è un’illusione di libertà e giustizia, che somiglia sempre più al fascismo.
Anche quest’anno il 25 aprile ci incontriamo alla lapide di Ilio Baroni, lì nel posto dove è caduto combattendo. La pietra che lo ricorda è nel centro del quartiere operaio di Barriera di Milano, all’angolo tra corso Giulio e corso Novara.
Oggi rimane solo un pezzo di muro con la pietra, il nome, la foto scolorita.
Sino ad una trentina di anni fa quel muro era la spalletta di un ponte su un piccolo canale.
Era una zona di fabbriche ed un borgo di operai. Operai combattivi, gli stessi dell’insurrezione contro la guerra e il carovita del 1917, quelli dell’occupazione delle fabbriche, della resistenza al fascismo, gli anarchici che durante gli anni più bui della dittatura mantennero in piedi un gruppo clandestino, la gente degli scioperi del marzo ’43.
Oggi sono quasi del tutto scomparsi anche i ruderi di quelle fabbriche. Delle ferriere, dove lavorava Baroni, restano solo gli imponenti travoni di acciaio in mezzo ad un improbabile parco urbano tra ipermercati e multisale.
Il cuore del quartiere è cambiato. La Barriera aveva resistito agli anni dell’immigrazione dal sud, facendosi teatro di grandi lotte tra fabbrica, scuola, quartiere, eludendo il rischio della guerra tra poveri e del razzismo per costruire un orizzonte comune tra gli sfruttati, gli oppressi. Quegli anni ormai trascolorano nella memoria di chi li ha vissuti, come un’avventura ricca di promesse. Promesse mai mantenute, perché troppa era la fiducia nell’illusione che il partito comunista potesse prendere il potere e cambiare tutto. Gli eredi di quella storia, affogata nei gulag staliniani, impallidita nelle coop rosse diventate imprese come tante, oggi governano il paese in nome del liberismo e all’insegna del manganello.
La gente delle periferie sente in bocca il sapore agre di una vita sempre più precaria.
Oggi vivere qui è più difficile che in passato: non è solo questione dei soldi che mancano e del lavoro che non c’è, e, se c’è è sempre più nero, pericoloso, precario. C’è un disagio diffuso che non sempre si fa percorso di lotta, ci sono fascisti, leghisti e comitati spontanei, che soffiano sul fuoco cercando di alimentare la guerra tra poveri, puntando il dito contro i tanti immigrati africani, magrebini, cinesi, rumeni, peruviani che ci abitano.
Il governo della città è stato per decenni nelle mani degli eredi di Togliatti, il comunista che ha graziato i fascisti, i repubblichini torturatori ed assassini, e seppellito in galera gli anarchici che hanno combattuto il fascismo prima e dopo le date ufficiali della resistenza. Gli stessi che hanno imbalsamato la Resistenza, rinchiudendola in una teca avvolta nel tricolore.
Oggi governano i Cinque Stelle. Bisognava che tutto cambiasse perché ogni cosa restasse come prima. La nuova sindaca è apprezzata dalle banche e dai padroni. Qualcuno ha creduto alle sue promesse di partecipazione, ma sta scoprendo che per i poveri non è cambiato nulla. La sindaca a Cinquestelle ha promesso ai comitati spontanei di quartiere, tutti o quasi promossi dall’estrema destra xenofoba e razzista, la possibilità di cogestire le scelte sul decoro delle periferie. In cambio i comitati dovranno reperire i fondi necessari per la manutenzione degli spazi pubblici. L’idea di decoro dei 5Stelle è identica a quella del governo Gentiloni, che ha fatto una legge sulla sicurezza urbana, che prevede il daspo, il divieto ai poveri di vivere in certi quartieri.

Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti, mentre le periferie sono in bilico tra riqualificazioni escludenti e un parco giochi per carabinieri, alpini e poliziotti.
Da qualche anno il vento sta cambiando anche se per ora è solo una brezza lieve.
Noi ogni 25 aprile ci ritroviamo alla lapide: si parla, si brinda, si chiacchiera con chi passa. Non è solo una commemorazione. È la scelta tenace per i tanti di noi che in questo quartiere sono nati e continuano a vivere, di alimentare il venticello che segnala il mutare dei tempi.
Annodiamo i fili della memoria di ieri con le lotte di oggi.
Le lotte che vedono in prima fila altri partigiani, quelli che si battono contro i militari nelle strade, che lottano contro i padroni che si fanno ricchi su chi lavora, che cercano di impedire sfratti e deportazioni, che vanno in strada contro il razzismo e il fascismo.
Oggi come allora i partigiani sono trattati da banditi, terroristi, delinquenti. Oggi come allora la gente delle periferie sta imparando da che parte stare.
I partigiani di Barriera in quel lontano aprile hanno combattuto perché volevano un mondo libero, senza schiavitù salariata.
Il loro sogno continua ogni giorno nella lotta per una società di liberi ed eguali. Senza Stato né padroni.

federazione anarchica torinese
corso palermo 46 – riunioni- aperte agli interessati – ogni giovedì alle 21

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Torino. Contestazione alla fiaccolata del 25 aprile

La sindaca penta stellata Appendino e il governatore democratico Chiamparino hanno aperto la fiaccolata istituzionale del 25 aprile. Quest’anno i No Tav più moderati si sono accodati al corteo, paghi della formale opposizione all’opera della sindaca, del “vorrei ma non posso”.
Un gruppo di anarchici ha aperto uno striscione di fronte al corteo che sfilava, con la scritta “Daspo urbano, fogli di via. Il fascismo ha il volto della democrazia”.

Di seguito il volantino distribuito al corteo.
Il 25 aprile del 1945 Torino insorse. Nelle periferie si combatteva contro la dittatura e l’occupazione militare, per farla finita con i padroni e chi li serviva.
Gli operai delle fabbriche torinesi misero in gioco la vita perché i loro pronipoti non dovessero fare i conti con sfruttamento selvaggio, disoccupazione, precarietà.
I volontari delle Sap non protessero gli stabilimenti per riconsegnarli ai padroni. A decine morirono combattendo strada per strada per impedire ai fascisti e ai nazisti in ritirata di farli saltare. Il loro sogno lo stringevano tra le mani: le fabbriche, come nel 1920, erano di chi ci lavorava.

Oggi come nel 1945 in questa città, capitale degli sfratti e della disoccupazione, la democrazia è un’illusione di libertà e giustizia, che somiglia sempre più al fascismo.
Sfruttamento, lavori precari e pericolosi, morti in mare, leggi razziste, militari per le strade, guerra sono i tasselli del puzzle che disegna il nostro vivere.
La gente delle periferie sente in bocca il sapore agre di una vita sempre più precaria.
Il governo della città è stato per decenni nelle mani degli eredi di Togliatti, il comunista che ha graziato i fascisti, i repubblichini torturatori ed assassini, e seppellito in galera tanti partigiani. Sono gli stessi che hanno imbalsamato la Resistenza, rinchiudendola in una teca avvolta nel tricolore.
Oggi governano i Cinque Stelle. Bisognava che tutto cambiasse perché ogni cosa restasse come prima. La nuova sindaca è apprezzata dalle banche e dai padroni.
Appendino sta imitando Fassino, facendo la guerra ai rom delle baracche lungo la Stura.
Qualcuno ha creduto alle sue promesse di partecipazione, ma sta scoprendo che per i poveri non è cambiato nulla. La sindaca a Cinquestelle ha promesso ai comitati spontanei di quartiere, tutti o quasi promossi dall’estrema destra xenofoba e razzista, la possibilità di cogestire le scelte sul decoro delle periferie.
Torino si è trasformata da città dell’auto a vetrina di grandi eventi, un grande Luna Park per turisti, mentre le periferie sono in bilico tra riqualificazioni escludenti e un parco giochi per carabinieri, alpini e poliziotti.

L’idea di decoro dei 5Stelle è identica a quella del governo Gentiloni, che ha fatto una legge sulla sicurezza urbana, che prevede il daspo, il divieto ai poveri di vivere in certi quartieri. Le nuove leggi scrivono un nuovo capitolo della guerra ai poveri.
Hai perso la casa, vivi in strada, ti arrangi con qualche lavoretto? Cerchi riparo alla stazione, ti siedi sulle panchine, ti infili nella sala d’aspetto di un ospedale? Il sindaco e il prefetto possono multarti e cacciarti dal tuo quartiere, dalla tua città, dall’angolo dove dormi, perché sei un problema per il decoro cittadino. Se sei povero la responsabilità è tua, non di chi si arricchisce sul lavoro altrui, non di un sistema politico e sociale che nega una vita decorosa alla maggior parte della popolazione del pianeta.

Ci raccontano che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che liberismo e democrazia garantiscono pace, libertà, benessere. Ci raccontano le favole e pretendono che ci crediamo.

Per il governo chi occupa una casa vuota offende il decoro, i proprietari che affittano a prezzi altissimi sono invece bravi cittadini.
Per la nuova legge chi occupa, oltre alle solite denunce, rischia di essere allontanato dal proprio quartiere, o dalla propria città.
Il sindaco e il prefetto possono importi il Daspo, il divieto ad andare in quei posti. Se ci torni rischi l’arresto.

In questo 25 aprile vogliamo annodare i fili della memoria di ieri con le lotte di oggi.
Le lotte che vedono in prima fila altri partigiani, quelli che si battono contro i militari nelle strade, che lottano contro i padroni che si fanno ricchi su chi lavora, che cercano di impedire sfratti e deportazioni, che vanno in strada contro il razzismo e il fascismo.
Oggi come allora i partigiani sono trattati da banditi, terroristi, delinquenti.
I partigiani in quel lontano aprile hanno combattuto perché volevano un mondo libero, senza schiavitù salariata.
Il loro sogno continua ogni giorno nella lotta per una società di liberi ed eguali. Senza Stato né padroni.

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Turchia: Erdogan eletto dittatore. Con brogli

Erdogan ha vinto il referendum costituzionale del 16 aprile. Il si ha prevalso sul no di stretta misura, il 51,3 contro il 48,7. Secondo la Rete dei giornalisti indipendenti, la BIA-NET, al voto si sono recati circa l’84% degli aventi diritto. Sin dalle prime ore l’opposizione ha denunciato brogli e irregolarità: video che mostrano schede timbrate a pacchi, seggi chiusi per gli osservatori indipendenti, polizia nei pressi dei seggi nonostante la legge lo vieti.
La decisione più clamorosa è stata presa proprio dall’Ente Superiore per le Elezioni (YSK). Durante la giornata elettorale si sono moltiplicate le segnalazioni di schede prive di timbro ufficiale dell’Ente. Con ogni probabilità un lavoro di copisteria improvvisato all’ultimo momento. Dopo le denunce lo YSK ha deciso di contare comunque anche le schede non ufficiali.

Per la prima volta l’OSCE ha denunciato brogli e sollevato dubbi sulla regolarità del voto. Secondo l’OSCE ci sarebbero almeno due milioni e mezzo di schede dubbie. Se si calcola che lo scarto ufficiale tra il si e il no è di un milione e 300mila voti, ne consegue che il risultato potrebbe essere capovolto.
Inutile dire che difficilmente l’uomo forte della Turchia, da domenica 16 aprile, uomo solo al comando, lo permetterà.
Secondo gli osservatori dell’OSCE il voto per il referendum turco non è stato all’altezza degli standard internazionali e la campagna elettorale non si è svolta in un clima di equità.
Sono migliaia gli oppositori politici in carcere, che stanno attuando un durissimo sciopero della fame. Decine di giornali, tv, radio e siti di opposizione sono stati chiusi. Nelle zone curdofone molti abitanti, che avevano abbandonato città e quartieri distrutti dalla guerra civile, non sono stati iscritti al registro dei votanti e non hanno potuto partecipare al voto.
Gli anarchici del DAF hanno invece fatto campagna astensionista, denunciando un gioco che, anche quando è regolare, è fatto con carte truccate.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Murat Cinar, giornalista torinese di origine turca, che, oltre ad una disamina dei numerosi indizi che consentono di parlare apertamente di brogli, ci ha illustrato la riforma e ha fatto una prima analisi del voto, che appare meno scontato di quanto ci si aspettasse.

Più del 50% del paese è contro questa costituzione, un numero di cittadini che non è composto solo dall’elettorato del Chp e dell’Hdp. I no sono composti anche dagli elettori di Erdogan che lo voterebbero anche domani, ma che non vogliono che abbia tanto potere. E poi ci sono la maggior parte degli elettori dei nazionalisti del Mhp.

Questo è il profilo dell’elettore no: repubblicani, sinistra e un 15-20% dell’elettorato di Erdogan. Ovvero le coste dell’Egeo (roccaforte Chp), una parte del sud-est che è fortezza dell’Hdp con alcune perdite (Maras, Urfa, Antep, Adiyaman, Mus, Kars che teoricamente dovrebbero seguire la linea Hdp ma hanno votato sì), la costa mediterranea che, se ha delle municipalità in mano all’Akp, ha votato per lo più no.
Inoltre nel Kurdistan turco è molto forte un partito tradizionalista, islamista curdo, che ha votato massicciamente per la riforma. Sono gli stessi che durante le proteste durante l’assedio dell’Isis a Kobane, attaccarono le manifestazioni di protesta, lasciando sul terreno quasi 60 morti.

Per il sì hanno votato conservatori, nazionalisti radicali, zone rurali, ma anche una parte dei kurdi: le città più politicizzate a sud est hanno votato no, ma quelle più conservatrici vivono una frattura. Forse hanno voluto mandare un messaggio a Erdogan: ti sosteniamo se molli l’alleanza con i nazionalisti.

Tredici su 58 paesi all’estero hanno detto sì. Significa che in 45 ha prevalso il no: in Cina, Russia, Usa, Australia, penisola araba e nella maggior parte dei paesi europei.

In Germania, Austria, Belgio, Olanda, Belgio, dove ha prevalso il sì, operano associazioni conservatrici e fondamentaliste. Da anni lavorano per conto di Erdogan e dell’Akp all’estero. Stiamo parlando di sistemi di fraternità, comunità religiose, reti di imprenditori che hanno la sua stessa ideologia, la stessa cosa che in Turchia fanno da più di 30 anni le comunità religiose. Non accade a Smirne e Istanbul, ma nelle zone rurali è così: una tradizione feudale e conservatrice che si è trasferita all’estero.
Anche i comizi vietati hanno favorito il si, rinforzando il messaggio “tutti ci vogliono male, siamo in pieno sviluppo e provano a fermarci”. Un sapiente cocktail tra i richiami all’impero Ottomano e ai suoi nemici di un tempo con la spinta modernista e cementificatrice che è la cifra dell’era Erdogan.

Secondo un sondaggio effettuato prima del referendum, moltissimi cittadini non conoscevano il pacchetto di riforme, su cui era stata indetta la consultazione referendaria.
Si tratta di 18 punti, la maggior parte dei quali concerneva l’aumento del potere del Presidente della Repubblica dal punto di vista legislativo, giuridico ed amministrativo.

La riforma è stata proposta dal partito al governo, l’AKP, Partito dello Sviluppo e della Giustizia) ma fortemente appoggiata dal secondo partito all’opposizione, il MHP (Partito del Movimento Nazionalista).
Nelle elezioni del 2015 Erdogan puntava alla maggioranza assoluta per attuare la sua riforma senza intralci. Erdogan, pur vincendo le elezioni, non aveva i parlamentari necessari ad avere mano libera. Ha quindi stretto alleanza con il MHP.

L’11 ottobre del 2016 il Presidente Generale del MHP, Devlet Bahceli, durante l’intervento nel suo gruppo parlamentare, ha dichiarato che avrebbe appoggiato il partito di governo per una ridefinizione in senso presidenzialista della Repubblica turca. Questa scelta ha finito con lo spaccare in due il partito nazionalista.
L’alleanza tra AKP e MHP, nonostante molte tensioni interne ai due schieramenti e numerosi franchi tiratori, ha raggiunto il quorum necessario all’approvazione delle nuove norme.
Quindici giorni dopo la votazione parlamentare del 10 febbraio, il presidente della Repubblica, Erdogan, ha fissato il referendum che si sarebbe svolto il 16 aprile.

I cambiamenti più rilevanti riguardano la trasformazione della Turchia in una Repubblica presidenziale, con un forte accentramento di poteri non bilanciati né dal parlamento, né dagli organi giudiziari.
Vediamoli nel dettaglio:

– É stata abbassata da 25 a 18 anni l’età necessaria per essere eletti in parlamento. Ne consegue, che in un paese dove non è prevista l’obiezione di coscienza, i parlamentari diventeranno esenti dall’obbligo di fare il militare.

– Il Presidente della Repubblica da solo potrà nominare e revocare i Ministri oppure sopprimere un Ministero. Non ci sarà più bisogno del voto di fiducia per dare legittimità al governo, che sarà espressione diretta del presidente. Anche l’indizione di elezioni anticipate diventerà molto difficile.

– Il Presidente della Repubblica ha il diritto di non riconoscere il Parlamento eletto e di far ripetere le elezioni.

– Il Presidente della Repubblica può presentare ed emanare i decreti di legge senza chiedere il parere del Parlamento.

– Il Presidente della Repubblica ha il comando supremo delle forze militari del Paese.

– Il Presidente della Repubblica può dichiarare lo stato d’emergenza senza chiedere il parere del governo o del parlamento e senza limiti per la proroga dello stato di emergenza.

– Il Presidente della Repubblica potrà nominare e licenziare gli amministratori e i dirigenti di diversi enti pubblici, quindi avrà un potere decisionale nell’istruzione, arte, economia, media, sicurezza nazionale, previdenza sociale.

– Il Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri (HSYK-HSK) sarà presieduto dal Ministro della Giustizia ed un suo membro apparterrà allo stesso Ministero, tre altri membri saranno nominati dal Presidente della Repubblica e gli altri membri dalla maggioranza del Parlamento.

– Il bilancio sarà preparato e presentato al Parlamento dal Presidente della Repubblica che potrà porre il veto sulla sua approvazione.

– Se il Presidente della Repubblica fosse sotto indagine, l’unico luogo in cui dovrà presentarsi, dopo una lunga e difficile fase di votazione parlamentare, sarebbe la Corte Costituzionale, ossia l’organismo i cui membri sono per la maggior parte nominati dallo stesso Presidente della Repubblica.

La Turchia da domenica è una dittatura elettiva. Come la Germania ai tempi di Adolf Hitler.

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