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Manette e marijuana

marijuana manetteGli amanti della libera coltivazione della marijuana hanno ricevuto dai media nostrani un bel pesce d’aprile. Nel pomeriggio di martedì 1° aprile, radio, TV e giornali, poco prima della votazione finale alla Camera dei Deputati del cosiddetto Decreto Svuotacarceri, hanno iniziato a diffondere la notizia che tra le depenalizzazioni previste vi fosse anche quella della coltivazione della cannabis per uso personale. La notizia ha subito fatto il giro dei social network, ma è finita anche sulle pagine dei giornali e sono fiorite le fantasie di piante di ganja che si godevano finalmente indisturbate il sole nei balconi e nei giardini. Peccato, però, che all’interno dello Svuotacarceri (che le carceri le svuoterà poco e chissà quando, visto che si tratta di una legge delega, cioè di un provvedimento che richiede che il Governo entro 18 mesi emani i relativi decreti legislativi), l’unica modifica prevista in merito alla coltivazione di sostanze stupefacenti riguardi solo ed esclusivamente le violazioni commesse da istituti universitari e laboratori pubblici di ricerca che hanno ottenuto autorizzazione ministeriale alla coltivazione per scopi scientifici, sperimentali o didattici. Attualmente, se questi istituti autorizzati dal Ministero non osservano le prescrizioni cui l’autorizzazione e’ subordinata, commettono il reato di cui all’art. 28, comma 2 del Testo Unico sugli stupefacenti, che prevede  l’arresto sino ad un anno, mentre in futuro non incorreranno più in sanzioni penali ma solo pecuniarie. Chi, invece, coltiva piante di cannabis senza autorizzazione ministeriale – che come detto puo’ essere concessa solo a istituti universitari e laboratori pubblici di ricerca – continua ad essere perseguito penalmente, esattamente come prima e rischia di andare in galera.
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La morte di D’Ambrosio. Un malore attivo?

d'ambrosioForse alla fine il giudice Gerardo D’Ambrosio, recentemente scomparso, sconterà la sentenza con cui prosciolse Calabresi e gli altri poliziotti della Questura di Milano dall’accusa di aver torturato ed ucciso l’anarchico Pinelli.
La sua condanna sarà quella damnatio memoriae che sempre colpisce i servitori troppo zelanti.
Tramontata mani pulite, tramontata l’epoca delle “toghe rosse”, di Gerardo S’Ambrosio resterà solo l’incredibile acrobazia giuridica con cui metterà la pietra tombale definitiva sulla morte di Giuseppe Pinelli. Dopo la strage di piazza Fontana, centinaia di anarchici vennero fermati ed interrogati da una polizia già chiaramente orientata nell’addossare loro la responsabilità della strage. Giuseppe Pinelli era uno dei tanti: venne detenuto e interrogato illegalmente per tre giorni, assassinato e gettato dalla finestra del quarto piano per mettere in scena un suicidio. Una scena così male allestita che presto rivelerà mille crepe.
Occorreva mettere una pezza, salvare i poliziotti, senza ripetere l’insostenibile menzogna del suicidio.
Così nacque la tesi del “malore attivo”.
Né suicidio, né omicidio. Pinelli morì per malore.
Questo, in sostanza, il succo della sentenza con cui il giudice D’Ambrosio scrisse la parola “fine” alle indagini della magistratura sul caso Pinelli. Era il 1975, erano passati quasi 6 anni da quella notte del 15 dicembre ’69.
“Un malore per il compromesso storico” titolava così il redazionale di commento a quella sentenza uscito sul numero 43 della rivista “A” 43 (dicembre ’75/gennaio ’76).
Una sentenza che sancì la “verità di Stato” sulla morte del ferroviere anarchico, sindacalista dell’USI, attivo nella solidarietà alle vittime della repressione, Giuseppe Pinelli.
Lo stato non poteva condannare i suoi fedeli servitori, non poteva incolpare se stesso. Come previsto, li assolse in istruttoria, autoassolvendosi.
D’Ambrosio resterà nella memoria come il becchino che gettò l’ultima palata di terra sulla tomba di Pino.

Ascolta la diretta realizzata da Anarres con Massimo Varengo, un compagno che ha attraversato quella vicenda e, al di là della memoria, sa offrirci una riflessione che investe il senso stesso della grande partita che si giocò in quegli anni tra l’apparato statale – e i suoi amici dell’eversione nera – e i movimenti che fecero la scommessa di rimettere in gioco una prospettiva rivoluzionaria:

Ascolta sullo stesso argomento anche la diretta fatta dall’info di Blackout con con Paolo Finzi, da 43 anni redattore di A, compagno ed amico di Giuseppe Pinelli.

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Tav. Tribunali e polizia

no tav liberi“A sarà dura!” ha gridato Claudio dalla gabbia nella quale era rinchiuso nella maxi aula 1 del tribunale di Torino. Claudio è uno dei quattro compagni accusati di terrorismo per un’azione di sabotaggio al cantiere di Chiomonte del 14 maggio dello scorso anno. Arrestato il 9 dicembre con Chiara, Mattia e Nicolò, dopo un mese al carcere delle Vallette a Torino, è stato trasferito nella sezione di alta sorveglianza del carcere di Ferrara, dove è passato dall’isolamento totale al semi isolamento. La volontà della Procura torinese è spezzare la resistenza dei quattro attivisti imponendo loro un regime carcerario duro e ogni possibile restrizione della libertà, compresa quella di presenziare ai propri processi.
Già il 1 aprile Claudio era stato obbligato a seguire in videoconferenza la prima udienza di un processo per resistenza in cui era imputato a Torino.
C’era il rischio concreto che anche per la prima udienza del processo ai No Tav per una “colazione” ai cancelli della Centrale Iren a Chiomonte, gli fosse negata la possibilità di partecipare di persona.
Il 10 aprile, dopo giorni di incertezza, Claudio è stato portato a Torino per il processo. Ad attenderlo una piccola folla di solidali.
Oltre a Claudio alla sbarra erano anche Andrea a Giobbe.
Le accuse nei loro confronti sono gravissime: tentata rapina, sequestro di persona, resistenza aggravata in concorso. Nel mirino un episodio del 16 novembre del 2012, quando, durante un presidio/blocco a Chiomonte, ci fu un diverbio con un poliziotto in borghese che scattava fotografie: poco dopo vennero fermati Claudio e Andrea.
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Veneto. Profondo nero

05_ponte_mosca-_legafascismoIl recente arresto di 24 indipendentisti veneti accusati di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e di sovvertimento dell’ordine democratico ha riacceso i riflettori sul nord est. L’immediato schierarsi della Lega Nord a fianco degli arrestati ha una forte ambivalenza. Buona parte degli arrestati hanno attraversato, a volte da protagonisti, il sentiero leghista, ma non ne fanno (più) parte. Anzi! Spesso sono aspramente critici verso la Lega, accusata di tradimento della causa del Nord.
L’attuale dirigenza leghista ne è certo consapevole, ma probabilmente spera di ridare una pennellata di colore ad un’immagine appannata dalle innumerevoli indagini per l’uso “allegro” delle finanze pubbliche. Le elezioni sono vicine e i pronostici poco accattivanti, al punto che dopo l’avanzata del Front National alle elezioni amministrative francesi, Marine Le Pen preferisce corteggiare un recalcitrante Grillo. Grillo a sua volta cerca di dare la spallata definitiva alla Lega, alludendo ad un Italia prerisorgimentale, divisa in grandi Stati.
A Verona il sindaco Flavio Tosi era riuscito in parte a smarcarsi dalla debacle leghista, dopo gli scandali che hanno fatto a pezzi il cerchio magico bossiano. Uno smarcamento costruito nell’alleanza con il fior fiore della Verona fascista, cui ha assegnato posti di potere e ampia impunità alle squadracce che agiscono indisturbate in città.
Anche Tosi deve tuttavia fare i conti con un’inchiesta sulla gestione allegra della cosa pubblica che rischia di travolgerlo.
Tosi è l’emblema di un Veneto nerissimo, la cui storia è ben più inquietante di quella dei secessionisti arrestati. Lo stesso Tosi è stato condannato per propaganda razzista.
Nella sua amministrazione sono entrati fascisti come Andrea Miglioranzi, uno dei fondatori di “Veneto fronte skinhead” e leader del gruppo nazi-punk “Gesta Bellica”, i cui testi antisemiti e xenofobi esaltano Erich Priebke e Rudolf Hess. Tosi nel 2006 lo aveva nominato con la nazionalalleata Cametti a capo Miglioranzi dell’Istituto veronese per la Resistenza. La poltrona gli scottò presto le natiche e su obbligato ad abbandonarla dall’ondata di indignazione che si levò anche nella nerissima Verona.
Il blocco di potere che si è raggrumato intorno a Tosi allunga un’ombra scura sul Veneto della piccola imprenditoria feroce del miracolo ormai abortito.
Tra sghei e saluti romani il tanko di provincia, pare meno importante. Resta il fatto che, nonostante i media e gli stessi protagonisti abbiano scelto l’abusato cliché del “golpe” da operetta, il fantasma feroce dei nazionalismi che hanno insanguinato l’Europa a cavallo tra i due secoli, ci ricorda che, nonostante il folclore, il sogno delle piccole patrie potrebbe trasformare anche da noi la farsa in tragedia.

Ne abbiamo parlato con Emanuele Del Medico, già autore de “All’estrema destra del padre”.

Ascolta la diretta

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OPG. Una follia senza fine

opgGli OPG dipendono dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dentro ci sono secondini e psichiatri, le regole sono pressoché identiche a quelle delle carceri.
Ospitano circa 1500 uomini e donne abbandonati a loro stessi, in condizioni di degrado disumano.
Vi sono imprigionate persone fuoriuscite dal sistema giudiziario classico per essere state giudicate incapaci d’intendere e volere, e, quindi, non imputabili in seguito ad una perizia psichiatrica che ne avrebbe stabilito la “pericolosità sociale”.
Dal 1975 li chiamano Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ma il nome non ha cambiato la cosa. La legge Basaglia che ha chiuso i manicomi non ha toccato queste strutture a metà tra un manicomio ed un carcere: sono sorvegliati da secondini, gestiti da psichiatri.
Sono riservati ai “matti” che commettono reati e ai detenuti che il carcere ha fatto diventare “matti”. Spesso l’OPG viene usato per “punire” il detenuto che si ribella e decide di lottare.

La narrazione psichiatrica definisce lo status di chi perde ogni “diritto”, persino quelli che mantengono i carcerati, perche privo di ragione. Per chi commette un reato ma viene giudicato “matto” non sono previste pene ma “misure di sicurezza” che hanno come finalità la “difesa sociale”.
La durata della detenzione in OPG è indeterminata: viene revocata solo quando un magistrato, sulla base del parere di uno psichiatra, dichiara che è venuta meno la pericolosità sociale, un concetto intrinsecamente ambiguo, perché che si nutre delle paure che attraversano il corpo sociale, spesso segnate da un chiaro discrimine di classe.
Il malato-recluso non può mai sapere quando uscirà, solo il magistrato di sorveglianza, a sua discrezione, può decidere quando la pena avrà fine.
Spesso la reclusione negli OPG diventa una sorta di ergastolo bianco, di reclusione a vita: la durata della prigionia non ha alcuna attinenza con il reato per il quale si era originariamente perseguiti.
L’unica vera funzione dell’OPG è quella di discarica sociale dove gettare gli “indesiderabili”.

Nel 2010 la commissione sull’efficacia del Servizio Sanitario Nazionale effettuò un’inchiesta sul campo, che rese visibile, anche grazie ad un video girato all’interno degli OPG, la cruda realtà di queste prigioni. Il parlamento decretò che venissero chiuse entro il 31 marzo 2013. Il termine per la chiusura venne prorogato di un anno. Il primo aprile il presidente della Repubblica Napolitano ha firmato un secondo anno di proroga.
I 1500 corpi, privati della dignità di persone, costretti ad assumere psicofarmaci, spesso legati ai letti, secondo Napolitano, secondo il governo del rampante Renzi, possono aspettare.
Aspettare nello squallore di camerate luride, bagni indecenti, violenza diffusa delle guardie.
La chiusura degli OPG dovrebbe infatti coincidere con l’apertura di strutture più piccole, senza secondini, strutture più decorose.
Sebbene le associazioni e i gruppi che lottano contro gli abusi della psichiatria si battano per la chiusura immediata degli OPG, perché il superamento di ogni istituzione totale è comunque una vittoria, tuttavia i mini OPG che li potrebbero sostituire, sarebbero comunque manicomi. Serve infatti a poco chiudere gli OPG, se non si cancella la legge che li rende possibili. Nelle nuove strutture, più accoglienti, finirebbero sempre persone accusate, giudicate incapaci d’intendere e volere da un’arbitraria perizia psichiatrica. Poco importa se sono stati arrestati per piccoli reati: chi entra nel girone infernale della detenzione psichiatrica, sa che è entrato ma non sa se e quando uscirà.
Il meccanismo della “stecca”, ossia il potere degli psichiatri di prorogare all’infinito la detenzione, non cambierebbe.
I gruppi antipsichiatrici denunciano da tempo il rischio che i nuovi OPG, più “umani”, divengano il traino per un ritorno dei manicomi. Per tutti.

Ascolta la diretta con Robertino Barbieri di Psychoattiva dall’info di Blackout

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Le reti andranno giù. Corteo ad Arquata

terzo-valicoSabato 5 aprile una marcia popolare No Tav attraverserà il paese per raggiungere il cantiere del Terzo Valico a Radomero.
La nuova linea ad alta velocità tra Genova ed Arquata è detta “terzo valico” perché su quella tratta ci sono già due ferrovie ampiamente sottoutilizzate.
Chi racconta la favola dello scambio modale tra gomma e ferro nasconde i reali interessi per un’opera che, non per errore, si conclude sui piazzali dove convergono i Tir sui quali verrebbero caricati i container. Il complesso logistico è proprietà del gruppo Gavio, il re delle autostrade, primo supporter dei 53 chilometri di gallerie, scavate in zone che i rapporti dell’Arpa descrivono come ricca di amianto.
Amianto in provincia di Alessandria significa le migliaia di morti dell’Eternit di Casale Monferrato.
Per difendere il proprio futuro dalla logica del profitto, che devasta l’ambiente e mette a repentaglio la salute di interi paesi, la gente della valle Scrivia sta ingrossando un movimento che si rafforza nella lotta.
La manifestazione del 22 febbraio a Pozzolo, nel giorno della solidarietà ai No Tav accusati di terrorismo per un sabotaggio al cantiere della Maddalena, è finita con otto chilometri di recinzione abbattuta, metro per metro, da un popolo in lotta.
Non sono mancate le intimidazioni di stampo mafioso da parte di alcuni lavoratori alle dipendenze di ditte che in più di un’occasione, sono state accusate di collusione con le n’drine.
Era un movimento di protesta, si sta trasformando in un movimento di azione diretta.
Nella conferenza stampa di ieri i No Tav No Terzo Valico hanno detto chiaro che le reti di Radomero andranno giù.
Un buon motivo per essere ad Arquata il 5 aprile.

L’appuntamento è alle 14 alla stazione di Arquata.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Salvatore del Coordinamento Comitati contro il terzo valico

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Da Trapani a Gradisca. Etica e affari

allo-specchio_g1Si è chiusa con 13 richieste di rinvio a giudizio l’inchiesta giudiziaria sugli appalti al Cie e al Cara di Gradisca d’Isonzo. Il gup ha fissato per il prossimo 2 luglio l’udienza preliminare per tredici imputati.
Tra cui il viceprefetto Gloria Sandra Allegretto e il ragioniere capo della Prefettura Telesio Colafati accusati di falso materiale e ideologico in atti pubblici. I vertici di Connecting people, il consorzio siciliano che gestisce dal 2008 i due centri, vanno alla sbarra per associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato e a inadempienze di pubbliche forniture.

Gli imputati sono Giuseppe Scozzari presidente del Consiglio di amministrazione e legale rappresentante della Connecting people, Ettore Orazio Micalizzi vice presidente del Cda, Vittorio Isoldi direttore di Connecting people, il direttore del Cie Giovanni Scardina, e quella del CARA Gloria Savoia, Mauro Maurino componente del Cda e Giuseppe Vito Accardo sindaco supplente.

I vertici del “sinistro” consorzio avrebbero ottenuto somme ben più alte di quelle dovute sulla gestione degli immigrati. Avrebbero presentato fatture dove era gonfiato il numero di immigrati presenti al CARA e al CIE. Scozzari e la sua allegra compagnia si sarebbero intascato persino i soldi, che in base al capitolato d’appalto, erano destinati per l’acquisto di carte telefoniche e acqua.
Al vice prefetto Allegretto e al funzionario della Prefettura viene contestato il fatto di non aver verificato la congruità delle fatture presentate e di averle vistate autorizzandone il pagamento.

Si va dal 2008 al 2011, i tre anni in cui Connecting people ha gestito il centro di via Udine dopo aver vinto l’appalto. La gestione è poi proseguita ed è tuttora affidata al consorzio siciliano perché la gara d’appalto lo scorso anno non è stata aggiudicata per un vizio formale che ha escluso la vincitrice, una cordata guidata dalla francese Gepsa.

Sin qui i fatti.
Non possiamo dire di essere stupiti. Chi sgomita per gestire una struttura detentiva, lo fa per i soldi. In questi anni i professionisti dell’umanitario di soldi se ne sono messi in tasca tantissimi. Secondo calcoli del Ministero dell’Interno la macchina delle espulsioni costa intorno ai 18 milioni di euro l’anno, parte dei quali presi dalle tasce dei lavoratori immigrati con permesso di soggiorno, gente uscita dalla clandestinità che potrebbe tornarci se resta senza lavoro.
Uno dei paradossi feroci del paese degli italiani brava gente.

Difficile dimenticare l’arrogante sicumera di Mauro Maurino, responsabile di Connecting People a Torino, che, nel 2009 aveva tentato di aggiudicarsi la gestione del CIE di corso Brunelleschi.
Ad un gruppo di antirazzisti che gli avevano occupato l’ufficio, dichiarò che, la loro gestione, una gestione di “sinistra”, sarebbe stata sicuramente preferibile a quella della Croce Rossa. Mentre parlava agitava il treccione a dred e si lisciava il costosissimo maglione etnico.
Da quel momento divenne uno degli interlocutori preferiti del giornalista di nera del quotidiano “La Stampa”, Massimo Numa, che lo intervistava in occasione di rivolte al CIE o iniziative degli antirazzisti.
D’altra parte, ai responsabili della Croce Rossa, in prima fila il responsabile di allora, il colonnello e poi generale Antonio Baldacci, era stato imposto il silenzio stampa. Decisamente poco edificanti furono le dichiarazioni rilasciate dopo la morte di Fathi Nejl, un tunisino lasciato morire nel CIE, nonostante fosse gravemente malato.

Quest’anno la gara per l’assegnazione del CIE di Torino è stata disertata persino dalla Croce Rossa: troppo basso il guadagno, in una struttura sull’orlo del collasso, semidistrutta dalle continue rivolte.
Nel frattempo proseguono in sordina i due maxi processi contro 67 antirazzisti torinesi. Per chi fosse interessato le prossime udienze si terranno mercoledì 9venerdì 11 aprile.

Il CIE di Gradisca è chiuso da mesi, nonostante l’area blu, distrutta nel 2011, sia stata ristrutturata. Sebbene le altre sezioni del Centro restino in attesa di lavori che tardano ad iniziare, tuttavia la mancata riapertura parziale è certamente dovuta a ragioni politiche, non ultima, dopo l’inchiesta che ha travolto Connecting People, quella di trovare un gestore che accetti le basi d’asta al ribasso che hanno caratterizzato le gare di appalto dell’ultimo periodo in tutt’Italia.

Ancora aperto è il CIE di Trapani Milo. A metà gennaio il Prefetto Falco ne aveva annunciato la chiusura per ristrutturazione. Il Centro trapanese, considerato una struttura modello, ha infatti il record di fughe, le ultime solo tre giorni fa. Per tappare i buchi del colabrodo di contrada Milo sono previsti nuovi e più sofisticati sistemi di sorveglianza, muri più alti e filo spinato.
Durante la chiusura Falco avrebbe provato a dipanare la matassa ingarbugliata della gestione del centro. Cacciata la famigerata cooperativa Oasi, la cui gestione del CIE di Modena, ne aveva accelerato la chiusura, Falco si era ritrovato la patata bollente della cooperativa palermitana Glicine, che pur essendosi aggiudicata l’appalto, aveva deciso di rinunciare.
I giochi della politica e degli affari hanno rimescolato le carte: il centro trapanese è rimasto aperto, senza gestore. I reclusi, cui mancava persino la carta igienica, hanno dato vita a nuove proteste, rendendo ancora incandescente il clima.
Secondo alcuni la Croce Rossa potrebbe aggiudicarsi presto la gestione del Centro.

Anarres ne ha parlato con un antirazzista trapanese, Alberto La Via. Ne è scaturita una chiacchierata a tutto campo, che è stata anche occasione per fare il punto sulle lotte dei richiedenti asilo nei tre CARA del trapanese.

Ascolta la diretta

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10 maggio. Corteo No Tav a Torino

torino 10 maggiocorteoIl movimento No Tav ha lanciato un appello per una manifestazione popolare a Torino in solidarietà con i No Tav accusati di “terrorismo”. Di seguito il testo dell’appello.
“Colpevoli di resistere
Il 14 maggio. a Torino si aprirà il processo a carico di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò accusati di terrorismo per il sabotaggio di un compressore.
Attraverso l’accusa di terrorismo contro alcuni NO TAV si vogliono colpire tutte le lotte.
Sabato 10 maggio ore 14 (ritrovo in Piazza Adriano)
Manifestazione popolare a Torino
perché
Chi attacca alcuni di noi, attacca tutte e tutti
perché
Le loro bugie, i loro manganelli, le loro inchieste non ci fermano
Resistiamo allo spreco delle risorse, alla  devastazione del territorio, alla rapina su i  salari, le  pensioni e la sanità.
Chiara, Claudio ,Niccolò , Mattia liberi subito.
Movimento No Tav”

Ascolta Alberto Perino che presenta la giornata per l’info di Blackout

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Guerra. Mitraglia sul Mare Nostrum

mare nostrumSiamo sul ponte dell’unità della Marina militare italiana Aliseo, impegnata nell’operazione “mare nostrum”. C’é un inseguimento, si odono tre scariche di artiglieria, i proiettili colpiscono l’imbarcazione in fuga. Uno stacco. Poi si vede l’imbarcazione trainata a gran velocità dall’Aliseo finché il natante non si piega su un fianco, cominciando ad affondare.
Dopo la diffusione di questo video, girato da qualche militare in servizio sull’Aliseo, la Marina militare diffonde una nota nella quale si sostiene che bordo c’erano solo nove scafisti, tutti arrestati. Una versione strampalata che cerca di mettere una falla su un buco bello grosso. Il buco nell’omertà di Stato sull’operazione “Mare Nostrum”. Le regole di ingaggio delle unità impegnate nell’operazione Mare Nostrum non prevedono la facoltà di sparare. Anche agli scafisti.
La verità che questo video mostra è semplice.

Nel Mediterraneo l’Italia fa la guerra ai migranti. Non dichiarata, certo, ma di guerra indubbiamente si tratta. Le strategie, gli attori, gli strumenti, le alleanze e le modalità d’intervento sono quelli di tutte le guerre. E causano morte. Morti, tanti morti.
L’Operazione Mare Nostrum fu annunciata dal ministro Mario Mauro dopo la strage del 3 ottobre, quando a poche miglia da Lampedusa annegarono 364 tra donne, uomini e bambini provenienti dal continente africano e dal Medio oriente. Quei morti furono un mero casus belli. La nuova crociata contro chi fugge dalle ingiustizie, lo sfruttamento, gli ecocidi, era stata preparata infatti da mesi in tutti i suoi dettagli. Governo e Stato maggiore hanno rispolverato ad hoc l’armamentario linguistico delle ultime decadi: operazione militare e umanitaria, l’hanno ipocritamente definita, perché le guerre non devono mai essere chiamate con il loro nome per non turbare l’opinione pubblica.
Quando il governo Letta mise in mare l’operazione era chiaro che quella umanitaria era la solita foglia di fico che mal copriva le vergogne della frontiera. Il Mare è Nostro, non è nè deve essere un mare di mezzo. Non è il luogo dell’incontro della solidarietà. Non è né deve essere un ponte, ma una barriera, che spesso inghiotte le vite di chi prova ad attraversarla: molti sono morti e moriranno, tanti altri finiscono nelle reti.
Le cronache raccontano di salvataggi, non parlano dei respinti in mare, non parlano della sorte di chi sbarca. Tanti sono profughi di guerra, fuggono alle persecuzioni, ai bombardamenti, arrivano dalla Somalia, dall’Eritrea, dalla Siria; tanti altri sono migranti in cerca di fortuna.
Quando sbarcano vengono “disinfettati”, rivestiti, identificati e poi lasciati in strada con un foglio di via. “Mare Nostrum” è anche questo: una fabbrica di clandestini. I CIE sono a pezzi, i Cara scoppiano, un foglio di via risolve tutto: chi lo riceve diventa invisibile, deve diventare invisibile. E’ finito il tempo delle emergenze di Maroni, il ministro dell’Interno leghista che ammassava tutti a Lampedusa, nella speranza vana che l’Europa gli togliesse le castagne dal fuoco. I governi Monti, Letta, Renzi non ne vogliono più sapere di “emergenze” di titoloni sulla stampa estera, della corte di giustizia europea che marchia l’Italia come paese dove i poveri sono sottoposti a trattamenti inumani e degradanti.
Il governo italiano ha puntato agli accordi con la Libia: droni tricolori sin nel Fezzan, al confine del deserto, militari libici addestrati nel Bel Paese, carceri per immigrati in Libia.
Gli accordi con la Libia non reggono: il paese è in preda al caos, il business della carne umana è molto proficuo e, chi sa?, il governo italiano potrebbe farsi tentare da un’altra avventura militare dopo quella del 2011.

Il confine tra guerra interna e guerra esterna è sempre più impalpabile.

Ascolta la diretta realizzata dall’info di Blackout con Antonio Mazzeo, giornalista e blogger, in prima fila sul fronte dell’informazione.

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Ex Moi. Un anno di autogestione

mg_6316-copiaIl 30 marzo dello scorso anno 200 profughi rimasti in strada dopo la fine “dell’emergenza nordafrica“, occuparono una casa del villaggio olimpico, la “ex Moi” in via Giordano Bruno.
Tre palazzine rimaste vuote per 7 anni, divennero la nuova casa per uomini e donne, che il governo italiano aveva buttato in strada dal 28 febbraio 2013, quando per decreto era stata fissata la fine della protezione. Chiuse le strutture di accoglienza, ai profughi sono stati dati 500 euro in cambio di una firma su documento che liberava lo Stato italiano di ogni responsabilità nei loro confronti.
Nonostante la spesa esorbitante di un miliardo e 300 milioni di euro, ai profughi della guerra in Libia non era stato garantito alcun percorso di inserimento nella nostra società.
Per un anno e mezzo trascorso i profughi erano stati parcheggiati senza prospettive, tra incuria, assistenzialismo e mera carità.
Strutture in condizioni indegne, senza acqua calda e riscaldamento, persone stipate in posti sovraffollati, disservizi e malaffare sono stati il risultato della gestione emergenziale imposta da un governo che aveva deciso di elargire un miliardo e 300 milioni di euro ad una miriade di associazioni del terzo settore, che garantirono poco o nulla nulla di quanto previsto per loro sulla carta.
Ai rifugiati provenienti dalla Libia non venne data alcuna opportunità di rendersi autonomi, indipendenti ed inserirsi nei nostri territori. Niente corsi di formazione, nessuna traccia dell’inserimento lavorativo, zero inserimento abitativo.
Ancora una volta “l’emergenza umanitaria” era stata una buona occasione di lucro per le tante organizzazioni del terzo settore che l’avevano gestita, bandando a ricavarne il più possibile.

Occupare una casa vuota è stata la scelta di lotta e di autonomia di gente che lo Stato italiano voleva invisibile, dispersa tra le vie di una nuova cavalcata per l’Europa delle frontiere, nascosta in qualche buco per clandestini, accampata nelle campagne della raccolta e delle schiavitù.

Il 17 gennaio di quest’anno alle palazzine dell’Ex Moi si è aggiunta la casa occupata in via Madonna delle Salette, uno stabile di proprietà dei preti, abbandonato del 2008. Una prima risposta alle crescenti esigenze abitative dei profughi accorsi anche da altre regioni, una possibilità in più di costruire percorsi di autogestione.

Per un primo bilancio di un anno di lotta ascolta l’intervista con Nicola del Comitato di appoggio ai profughi.

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