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Trident Juncture. Birgi, trampolino della NATO del terzo millennio

birgiLa Sicilia laboratorio sperimentale della NATO. L’aeroporto di Trapani Birgi trampolino di lancio delle forze NATO del Terzo Millennio, per un’alleanza militare sempre più aggressiva, flessibile e globale. Tra lo Stretto di Gibilterra e il Mediterraneo centrale e i grandi poligoni di guerra di Spagna, Portogallo e Italia 30.000 militari, 200 velivoli e 50 unità navali di 33 nazioni per la più grande esercitazione NATO dalla fine della guerra fredda. Ospiti d’eccezione, i manager delle industrie militari di 15 Paesi. Molto interessati. I frequenti decolli e atterraggi comportano rischi elevatissimi per il traffico passeggeri di Birgi e per le migliaia di abitanti delle città di Trapani e Marsala e delle Isole Egadi? Poco interessa!

“La prevista esercitazione internazionale Trident Juncture 2015, inizialmente pianificata per il prossimo autunno e che avrebbe portato oltre 80 velivoli e circa 5.000 militari di varie nazionalità a operare sull’aeroporto sardo di Decimomannu e a permanere nei territori circostanti per quattro settimane, è stata da tempo riprogrammata sull’aeroporto di Trapani”. L’annuncio, ai primi di giugno, è dell’ufficio stampa dello Stato maggiore dell’Aeronautica militare italiana. Trident Juncture 2015, la “più grande esercitazione NATO dalla fine della guerra fredda”, come è stata definita dal Comando generale dell’Alleanza Atlantica, avrà come centro nodale lo scalo aereo siciliano: dal 28 settembre al 6 novembre, cacciabombardieri, grandi velivoli da trasporto e aerei spia decolleranno dalle piste di Birgi per simulare attacchi contro unità navali, sottomarini e target terrestri e testare i nuovi sistemi di distruzione di massa.

Ascolta la diretta  dell’info di radio Blackout con Antonio Mazzeo, autore dell’articolo che state leggendo, comparso inizialmente su “Casablanca. Le siciliane” e sul blog dell’autore.

Al ministero della Difesa, a Roma, si smentisce che il trasferimento dei war games in Sicilia sia stato determinato dalle azioni di lotta dei comitati locali sardi che si oppongono all’asfissiante processo di militarizzazione della Sardegna. Eppure, in un primo momento, una nota del comando militare aveva riportato testualmente che nell’Isola “erano venute a mancare le condizioni per operare con la serenità necessaria per un’attività di tale portata e complessità, che coinvolgerà tutte le aeronautiche dei Paesi NATO”. Poi, invece, hanno spiegato che dietro il dirottamento a Trapani di uomini e mezzi alleati c’erano solo ragioni di tipo tattico o geografiche. “In relazione allo svolgimento dell’esercitazione Trident Juncture 2015 – spiega lo Stato maggiore dell’Aeronautica – la scelta della base di Trapani, unitamente ad altre aree operative nazionali utilizzate dalle altre componenti, è stata presa in considerazione per motivi eminentemente logistici, operativi e di distanze percorribili per ottimizzare le risorse a disposizione e per la pregressa esperienza maturata nel corso di altre operazioni condotte sulla base”.


Trident Juncture
interesserà lo spazio aereo e marittimo compreso tra lo Stretto di Gibilterra e il Mediterraneo centrale e i grandi poligoni di guerra di Spagna, Portogallo e Italia. Sotto la supervisione del JFC – Joint Force Command Neaples (JFC), il comando alleato con quartier generale a Lago Patria (Napoli), prenderanno parte alla maxi esercitazione oltre 30.000 militari, 200 velivoli e 50 unità navali di 33 nazioni (i 28 membri NATO più 5 partner internazionali). Ospiti d’eccezione, i manager delle industrie militari di 15 Paesi, onde consentire una “conoscenza più amplia e più profonda tra il settore produttivo e il regime addestrativo dell’Alleanza”, come dichiarato dal Comando NATO di Bruxelles. “Trident Juncture è finalizzata all’addestramento e alla verifica delle capacità dei suoi assetti aerei, terrestri, navali e delle forze speciali, nell’ambito di una forza ad elevata prontezza d’impiego e tecnologicamente avanzata, da utilizzare rapidamente ovunque sia necessario”, spiegano i vertici militari. “L’esercitazione simulerà uno scenario adattato alle nuove minacce, come la cyberwar e la guerra asimmetrica e rappresenterà, inoltre, per gli alleati ed i partner, l’occasione per migliorare l’interoperabilità della NATO in un ambiente complesso ad alta conflittualità” Continued…

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Con il Barocchio, contro sgomberi, galere e manicomi

psico siringaDante avrebbe parlato di legge del contrappasso, il principio che regola la pena eterna dei dannati in base ai loro vizi peggiori. Il vizio di chi occupa una casa, libera uno spazio, pratica la condivisione, si ribella alla mercificazione delle relazioni è la libertà. La Regione Piemonte al posto di uno spazio autogestito ha progettato una galera che chiuda con lacci chimici, corde e sbarre i “folli rei”.
Questo il destino del Barocchio di Grugliasco, che rischia lo sgombero e la demolizione per far posto ad una REMS, una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, l’ultima metamorfosi del manicomio criminale, dopo la chiusura dei sei OPG – Ospedali Psichiatrici Giudiziari – della scorsa primavera.

La Regione Piemonte è in ritardo con la costruzione delle due REMS che dovrebbero accogliere i prigionieri piemontesi oggi ancora rinchiusi nell’OPG di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova. Trasformare il centro residenziale vicino alla casa occupata e il Barocchio stesso in REMS “provvisoria” è il coniglio nel cappello del prestigiatore Saitta, l’assessore regionale alla Sanità.

Peccato che il diavolo sappia fare le pentole ma non i coperchi: la decisione di prendere due piccioni con una fava, lo sgombero del Barrocchio e la galera psichiatrica, si sta rivelando un boomerang per l’amministrazione Chiamparino, perché la lotta contro le Rems e quella per la difesa del Barocchio si stanno saldando, allargando il fronte di lotta.

Come anarchici saremo al fianco di chi si batte contro le nuove galere psichiatriche e per la difesa di uno spazio autogestito. Anche noi abbiamo lo stesso il vizio tenace, quello della libertà.

Solidarietà al Barocchio! Nessuno sgombero, nessuna galera, nessun manicomio!

I compagni e le compagne della Federazione Anarchica Torinese

Per approfondimenti leggi il comunicato del Collettivo Antipsichiatrico “Francesco Mastrogiovanni”

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Contro tutti i manicomi! Contro la psichiatria! Difendiamo il Barocchio Squat!

no-carcere2Con la delibera 30 marzo 2015, n. 42-1271, la Giunta regionale piemontese ha programmato gli interventi finalizzati al superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), concentrandosi sull’apertura di 2 REMS (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), di cui una presso la Comunità “il Barocchio” di Grugliasco, adiacente al Barocchio Squat.

Nel totale silenzio delle istituzioni, nei prossimi mesi si procederà al trasferimento degli attuali “utenti in cura” della Comunità verso un’altra struttura residenziale, come fossero “merci”, e allo sgombero della casa occupata per “bonificare” l’area in cui sorgerà il miniOPG.

Le REMS infatti non rappresentano un superamento degli OPG, come invece sostiene la legge 81/2014 che ne ha stabilito la chiusura dal 1 aprile 2015, ed infatti a Castiglione delle Stiviere a Mantova, il passaggio da OPG a REMS si è di fatto limitato al cambiamento della targa all’ingresso!
Un’altra riforma nominalistica insomma, come quella che nel 1945 ne aveva cambiato il nome da “Manicomio Criminale” a “Manicomio giudiziario”, e poi ancora nel 1975 al più rassicurante “Ospedale psichiatrico giudiziario”.

Si chiudono i sei manicomi criminali, per aprire nuove strutture in ogni regione, magari più accoglienti, gestite da personale sanitario e non più dall’amministrazione penitenziaria, ma al cui interno continuerebbero a perpetrarsi arbitrarietà, ingiustizie e reclusione prolungata ed immotivata, visto che, finito di scontare la pena, i reclusi saranno comunque costretti a seguire dei programmi terapeutico-riabilitativi individuali attivati dai DSM, ossia una presa in carico vitalizia del “malato” che prevede il trasferimento in altre strutture psichiatriche territoriali e l’inizio di un processo infinito di assistenza psichiatrica e di reinserimento sociale, promesso ma mai raggiunto, legato ad attività e percorsi coercitivi, obbligatori e repressivi.
Nelle REMS, così come era nei vecchi manicomi, la responsabilità della custodia dei reclusi, viene affiancata al concetto di “cura” e passa tutto nelle mani della psichiatria, che nasce proprio come scienza della normalizzazione e della reclusione, prima di elevarsi a “scienza medica”, come dimostra il fatto che la reclusione manicomiale è storicamente antecedente ai trattamenti e alle cure psichiatriche.
Con la nuova legge non si è inoltre superato il concetto di pericolosità sociale, alla base di queste istituzioni, che è una nostra pesante eredità fascista: la normativa sugli OPG risale infatti al codice Rocco del 1930, e risente della considerazione che allora si aveva della malattia mentale, alla sua lombrosiana associazione alla violenza e al reato: il “folle” era considerato incurabile, pericoloso, irresponsabile e quindi da isolare dalla società e da rinchiudere per sempre in un’istituzione manicomiale, in un’ottica di profilassi sociale volta a preservare il potere e la comunità da comportamenti deviati, e quindi devianti.
Si chiude una scatola, per aprirne un’altra! Come se il manicomio fosse un luogo e non un concetto, un’idea! Ed in più a Torino, si decide di farlo volendo sbarazzarsi di una realtà, come quella del Barocchio Squat, che in questi 23 anni di occupazione ha sperimentato e praticato l’unica alternativa – se tale può considerarsi! – all’internamento psichiatrico, e cioè una cultura non segregazionista e di esclusione, fondata su principi e metodi di libertà, di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane, quindi del tutto opposti a quelli repressivi e omologanti delle istituzioni psichiatriche e carcerarie.
Pertanto esprimiamo la nostra solidarietà al Barocchio Squat, sicuri che la città di Torino non resterà indifferente di fronte allo sgombero di una delle sue storiche occupazioni, e pronti a lottare a fianco di tutti coloro che vogliono imprigionarci all’interno di manicomi e carceri.

Contro lo sgombero di tutte le realtà occupate autogestite e libere

Contro l’apertura di tutte le REMS, e di ogni nuovo manicomio

Contro tutte le carceri e i progetti di finanziamento delle sezioni psichiatriche presso le strutture penitenziarie. La delibera regionale prevede infatti un finanziamento di ben 400mila euro al reparto di osservazione Psichiatrica “il Sestante” del Carcere delle Vallette. Le istituzioni carcerarie si servono così della psichiatria per stemperare il conflitto, e garantirsi così un più semplice controllo della massa dei detenuti, costretti a subire la reclusione e per di più in gravi situazioni di degrado e  sovraffollamento.

Contro la psichiatria, i suoi luoghi e i suoi abusi, certi che non ci possa essere alcuna possibilità di “cura”, riabilitazione e reinserimento sociale finché non ci sarà il consenso, la volontà e la libertà degli individui. La legge 180/78 che ha chiuso i manicomi, come quella che ha oggi ha chiuso gli OPG, ha lasciato agli psichiatri la possibilità di “curare” e drogare coercitivamente le persone, di sequestrare i cittadini e imprigionarli in un repartino o in una comunità per un giudizio arbitrario sul loro pensieri e comportamenti. I fatti di cronaca di questi ultimi mesi, con ben tre morti uccisi durante una procedura di TSO (trattamento sanitario obbligatorio) ne sono l’esempio: i ricoveri non sono quasi mai volontari, poiché la possibilità di un TSO viene sempre usato come ricatto; la maggior parte dei provvedimenti è legalmente non corretto, sia per mancanza della visita dei 2 medici e la convalida del sindaco e del giudice tutelare, sia per la mancanza delle tre condizioni per cui, secondo la legge, si dovrebbe eccezionalmente optare per un ricovero coatto (la presenza di alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, il rifiuto delle cure, l’impossibilità di attivare altre misure di assistenza e cura rispetto al ricovero ospedaliero); la violenza con cui le persone vengono prelevate e costrette al ricovero, quasi sempre messa in atto dalle forze dell’ordine e non da personale sanitario. Altre vicende di cronaca ci hanno reso evidente inoltre che anche dentro queste nuove strutture “postmanicomiali” le persone vengono drogate coercitivamente senza avere informazioni sui farmaci somministrati e che provocano dipendenza e gravi effetti collaterali, non possono avvalersi dei diritti ad essi garantiti dalla legge (in materia di libera uscita in caso di ricovero volontario, di libertà nelle visite, di poter visionare la cartella clinica, etc), nonché maltrattate e contenute: caso esemplare è quello di Francesco Mastrogiovanni, in TSO nell’ospedale San Luca a Vallo della Lucania, trovato morto dopo essere stato legato mani e piedi al letto dell’ospedale, senza acqua né cibo, per oltre 80 ore, e di cui ci sarà la sentenza del processo di secondo grado nel mese di settembre.

Siamo tutti socialmente pericolosi!

Collettivo antipsichiatrico “Francesco Mastrogiovanni”

Riunioni ogni lunedì alle 21 presso la FAI – Torino in corso Palermo 46 – mail: antipsichiatriatorino@inventati.org
telefono antipsichiatrico 345 61 94 300

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Grecia. Riprende la lotta contro le miniere d’oro

skouries2La lotta contro il cantiere della miniera d’oro di Skuries è ripartita quest’estate con un campeggio di lotta. Lo scorso anno l’opposizione alla concessione dell’area montana di Skuries alla società canadese Eldorado Gold aveva subito una forte battuta di arresto.
Le elezioni locali, vinte da formazioni contrarie alle miniere, avevano indotto ampi settori della popolazione, sotto pressione per la durissima repressione, a delegare al fronte istituzionale l’opposizione alla devastazione del territorio. In un anno il cantiere ha fatto passi da gigante, mentre il l’amministrazione di Megali Panaghia, il comune di cui fa parte Skuries, si è impantanata in questioni tecnico-legali, senza bloccare i lavori.
La parola è quindi tornata ai comitati di lotta, che hanno dato vita a numerose azioni di lotta durante la settimana di campeggio che si è svolta a metà agosto. Il 23 agosto c’è stata una grossa manifestazione a Skuries. La polizia ha attaccato con gas sparati ad altezza d’uomo, i manifestanti hanno risposto con pietre e molotov. Il bilancio è di alcuni feriti. Un intero pullman è stato intercettato dalla polizia che ha fermato 74 persone, arrestandone quattro che avevano rifiutato di fornire le generalità. Il giorno successivo i quattro – tutti stranieri – sono stati assolti ma ne è stata decretata l’espulsione dal paese.
Il governo greco, in palese crisi di consensi all’interno del suo stesso partito, la cui area giovanile ha partecipato alla manifestazione di domenica 23 agosto, ha giocato la sua carta, decretando la sospensione dei lavori a Skuries. Con un anno di ritardo.
L’azione diretta, la lotta popolare hanno nuovamente in mano il gioco, solo nei prossimi mesi sapremo se la mossa di Alexis Tsipras lo abbia salvato in corner, riuscendo ad ammortizzatore del conflitto.

Per saperne di più ascolta l’intervista a Iannis, attivista No Miniere, realizzata dall’info di Blackout prima dell’annuncio del blocco dei lavori

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Lo scoppio della bolla cinese

shangaiIl crollo delle borse, partito dalla Cina e propagatosi al resto del mondo, segnala l’arrivo di una nuova crisi che ci colpirà mentre ancora stiamo subendo gli effetti della crisi precedente.

La Cina sta vivendo una crisi di crescita. Non aumenta la domanda interna, diminuiscono gli investimenti e le esportazioni, il governo cinese teme che il rallentamento della crescita possa causare tensioni sociali.

I paesi emergenti e quelli produttori di materie prime, subiscono la diminuita domanda cinese e stanno entrando in crisi.

La crisi dell’economia reale si riflette sull’economia finanziaria e, visto che le borse mondiali sono ai massimi, il rischio dell’esplosione della bolla speculativa è elevato.

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Andrea, ucciso dai vigili e dalla psichiatria

andrea soldiAndrea Soldi è stato ammazzato perché non voleva più rincitrullire per gli psicofarmaci a lento rilascio, perché voleva un’alternativa alla gabbia chimica in cui era rinchiuso da anni.

Le foto che lo ritraggono mostrano un ragazzo normale, le cronache ci raccontano di un omone di 150 chili. Nessuno ha scritto che una delle prima conseguenze dell’abuso di psicofarmaci è spesso l’obesità.

E’ il terzo morto in poco meno di un mese.
Prima di lui era toccato a Massimiliano Manzone di Agnone nel Cilento e a Mauro Guerra di Sant’Urbano in provincia di Padova. Anche Mauro, come Andrea, aveva tentato di sottrarsi ad un TSO, fuggendo nei campi, scalzo e in mutande. Raggiunto da un carabiniere si era difeso, mentre il collega, estratta la pistola, lo aveva freddato.

Di seguito il volantino distribuito dal Collettivo antipsichiatrico Francesco Mastrogiovanni di Torino in occasione del presidio antipsichiatrico tenutosi il 18 agosto in piazzale Umbria, vicino alla panchina dove Andrea trascorreva i suoi pomeriggi, la stessa panchina dove è stato strangolato dal repartino affari speciali dei vigili urbani, incaricato di eseguire il TSO.

“In Italia i manicomi sono stati chiusi alla fine degli anni Settanta, ma l’orrore psichiatrico non è mai finito: gabbie chimiche, camicie di forza, letti di contenzione, elettroshock, lobotomia continuano a segnare le vite di chi finisce imbrigliato nelle reti della psichiatria, visto che questa ha la possibilità di sequestrare e imprigionare le persone a causa di un giudizio arbitrario sulla base del loro comportamento o del loro pensiero.
Ogni tanto qualcuno ci lascia anche la pelle.
E’ successo ad Andrea Soldi, un uomo di 45 anni, che è morto il 5 agosto scorso a Torino, ucciso dai vigili urbani che lo stavano sottoponendo a un TSO (Trattamento sanitario obbligatorio), e che parecchi testimoni hanno visto prendere e stringere per il collo fino a diventare cianotico, ammanettare e buttare privo di vita a testa in giù su una barella, la stessa con la quale è arrivato al pronto soccorso già morto. Andrea, che tutti ricordano come una persona tranquilla, non si era presentato alla mensile visita psichiatrica, in quanto non voleva sottoporsi all’abituale iniezione a lento rilascio di haldol, un potente e dannoso neurolettico, che provoca dipendenza e gravi effetti collaterali, tra cui anche la psicosi per cui veniva “curato”.
In Italia la legge stabilisce che i ricoveri debbano essere volontari (TSV), ma che si possa comunque ricorrere alla coercizione quando l’individuo presenta alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, oppure rifiuti la terapia psichiatrica, oppure non possa essere assistito in altro modo rispetto al ricovero ospedaliero. L’eccezionalità del provvedimento dovrebbe essere garantita dall’iter attuativo: il TSO deve essere disposto con provvedimento del Sindaco del Comune di residenza, su proposta motivata da un medico e convalidata da uno psichiatra operante nella struttura sanitaria pubblica, e inviato al Giudice Tutelare operante sul territorio che deve convalidarlo entro 48h. E’ chiaro come il confine tra TSV e TSO sia assolutamente labile, proprio per la possibilità del ricovero obbligatorio, usato continuamente come ricatto in caso di mancata accondiscendenza al volere dei medici, e all’effettiva impossibilità di fondo di rifiutare le cure.
Nel caso di Andrea sembrerebbero non esserci i presupposti per attuare la procedura, in quanto il secondo medico che lo ha visitato gli avrebbe proposto un’alternativa da lui accettata. Perché allora ha posto la sua firma sul provvedimento, se si sarebbe potuto evitare il ricovero forzato in repartino? E per di più Andrea si sarebbe dimostrato disponibile ad accettare quest’altra soluzione, non rifiutando quindi del tutto le “cure”.  E perché i vigili urbani si sono fatti loro carico, invece del personale sanitario, di attuare il provvedimento, assassinando brutalmente l’uomo sotto gli occhi dei suoi amici e di tutta la gente che con lui trascorreva il tempo nella piazzetta, su quelle panchine a cui Andrea si era aggrappato per sfuggire all’ennesima cattura, all’ennesima prepotenza, all’ennesima violenza farmacologica? Uccidere per “curare”?!
Basta TSO! Basta psichiatria! La nostra voce è quella di Andrea e quella di tutte le persone che in questi anni sono morte per mano degli psichiatri, poiché si opponevano giustamente a delle cure non volute, spesso inutili e sempre dannose e invalidanti.
E se questo è quello che succede fuori, nelle strade e davanti agli occhi di tutti, basta solo immaginare quello che avviene all’interno dei repartini, degli OPG, delle REMS, delle cliniche e in tutti quei luoghi dove la psichiatria tiene rinchiuse le persone e attua quelle “cure” che altro non sono che dispositivi normalizzanti, disciplinari e punitivi.
I comportamenti delle persone, siano essi “anormali” e devianti, così come il dolore e la sofferenza, non sono una “malattia”. E la prigione psichiatrica, con i suoi lacci chimici e fisici, non è una “cura”. La psichiatria non è una disciplina medica, ma piuttosto una scienza del controllo, che investe come un treno in corsa le vite di chi non ci sta dentro, di chi eccede la norma e dà fastidio. Chi rifiuta le gabbie, chi ha una visione critica nei confronti della società e del sistema, chi non accetta di gonfiarsi di psicofarmaci, chi vive in strada, chi è solo, rischia la reclusione nel repartino, il TSO, la contenzione, l’umiliazione, la dipendenza forzata da droghe legali.
Se rifiuti le cure dimostri di essere malato: una “follia”! La “normale” follia psichiatrica.

Collettivo antipsichiatrico Francesco Mastrogiovanni
antipsichiatriatorino@inventati.org
345 61 94 300”

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La guerra sporca di Erdogan, la fiaccolata di Torino

IMG_20150730_224335I bombardamenti in Nord Iraq, gli scontri e gli arresti di massa in Turchia, le operazioni militari in Siria (Rojava), dimostrano che l’escalation militare a cui sta dando vita la Turchia è una guerra contro i curdi e la loro lotta per l’autodeterminazione, nonostante la propaganda mediatica continui a parlare di “guerra all’ISIS”.
Ben strana “guerra all’ISIS” quella in cui l’obiettivo principale sono le uniche forze che sul campo stanno combattendo lo Stato Islamico!
Nei fatti questa è la reazione della Turchia all’esperimento politico di autogoverno del Rojava, fatta con il beneplacito degli Stati Uniti e della Nato.
L’info di Blackout ne ha parlato con Daniele (collaboratore della Radio, autore di “Nell’occhio del ciclone, il popolo curdo tra guerra e rivoluzione”, e rientrato di recente da Nord Iraq e Siria). Nell’intervista sono stati affrontati gli ultimi accadimenti in Siria, cercando di svelarne le dinamiche di fondo.
Si è inoltre parlato della situazione in Nord Iraq, della rottura della tregua tra Ankara e PKK con i bombardamenti a tappeto di Qandil e delle altre zone controllate dalla guerriglia, di qual è il ruolo di Qandil e delle “zone liberate” sotto attacco, di qual è il posizionamento di Massoud Barzani e del PDK in questa partita, ecc.

Ascolta qui la diretta

Il 30 luglio per le strade di S. Salvario a Torino si è dipanata una fiaccolata di solidarietà, cui hanno partecipato circa trecento persone. Il segno che la lotta durissima che si sta svolgendo nel crocevia tra Turchia, Iraq e Siria è una scommessa importante per noi tutti.

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Cannabis legale? Pruderie proibizionista

cannabisCannabis legale? Nelle ultime settimane, complice la presentazione di un progetto di legge su una modestissima legalizzazione dell’uso della cannabis, il dibattito si è riaperto.
Ne abbiamo parlato con Robertino del collettivo antioproibizionista di Pisa, tra i promotori della street parade “Canapisa”.

Ascolta la diretta

Leggi l’articolo di Robertino uscito sull’ultimo numero di Umanità Nova:
“Sin dal loro apparire,‭ ‬tra la fine dell’Ottocento e gli anni‭ ’‬30‭ ‬del secolo del secolo scorso,‭ ‬le leggi antidroga hanno suscitato critiche sia per la loro evidente irrazionalità che per la pretesa di imporre un codice di comportamento in una delle sfere più intime delle persone,‭ ‬cioè cosa mettere e non mettere dentro il proprio corpo.‭ ‬Queste critiche per un lungo periodo sono rimaste confinate nell’ambito ristretto delle riviste accademiche di diritto e di medicina o tra le pagine della stampa libertaria‭ (‬il nostro Umanità Nova già nel‭ ‬1921‭ ‬pubblicava un durissimo articolo di Errico Malatesta contro la messa fuorilegge della cocaina in Francia‭)‬,‭ ‬ma‭ ‬sono diventate sempre più diffuse‭ ‬a partire dagli anni‭ ‘‬50‭ ‬con la diffusione della cannabis tra i giovani europei e nordamericani da una parte e con la conseguente repressione poliziesca dall’altra.‭ ‬Molti fanno risalire la data di nascita‭ “‬ufficiale‭” ‬delle mobilitazioni antiproibizioniste al‭ ‬25‭ ‬luglio‭ ‬1967‭ ‬quando il Times ‭ ‬di Londra ospitò in un’intera pagina a pagamento un appello per la legalizzazione della marijuana firmato dal filosofo Alaistair McIntyre,‭ ‬dallo psichiatra Ronald Laing,‭ ‬dal sociologo Tariq Ali,‭ ‬da tutti e quattro i membri dei Beatles‭ (‬secondo alcuni sarebbero stati proprio i componenti della boy band più famosa di tutti i tempi a pagare il costoso annuncio‭)‬,‭ ‬dal loro manager Brian Epstein e da altri personaggi della scena musicale e culturale britannica.‭ ‬Il giorno dopo anche Bertrand Russell esprimeva la propria adesione all’appello.‭ ‬L’evento che aveva scatenato la mobilitazione era stata,‭ ‬solo poche settimane prima,‭ ‬l’incarcerazione di Mick Jagger e Keith Richards dei Rolling Stones,‭ ‬in prigione dal‭ ‬29‭ ‬giugno per detenzione e uso di marijuana.‭ ‬La notizia aveva fatto rapidamente il giro di Londra e il clamore suscitato dalla carcerazione dei due artisti‭ ‬diventò l’occasione per attaccare il sistema giudiziario britannico e le leggi proibizioniste in‭ ‬particolare.‭ ‬La mobilitazione per i due Stones raggiunse il culmine il‭ ‬31‭ ‬luglio all’udienza conclusiva dell’appello,‭ ‬a cui partecipano centinaia di persone che invadono l’aula,‭ ‬i corridoi e il cortile del tribunale che accolsero con un tripudio generale la lettura della sentenza con cui il giudice revocava la condanna al carcere e ordinava l’immediata liberazione dei due musicisti.‭ ‬Pochi giorno dopo il quotidiano The Guardian dichiarava‭ “‬già morta‭” ‬la convenzione internazionale contro‭ “‬la droga‭” ‬entrata in vigore sotto l’egida dell’Onu e grazie alle pressioni del governo USA solo pochi anni prima.
Quasi mezzo secolo dopo,‭ ‬la War On Drugs infuria più che mai e si fa sempre più feroce,‭ ‬tanto che,‭ ‬come ha denunciato da tempo Amnesty International,‭ ‬non fa che allungarsi la lista dei Paesi che applicano la pena di morte per traffico di droga e ogni anno centinaia di persone vengono giustiziate in Cina,‭ ‬Arabia Saudita,‭ ‬Indonesia,‭ ‬Iran etc per quello che i giuristi definiscono‭ “‬un reato senza vittime‭”‬,‭ ‬nel senso che chi assume sostanze illecite‭ ‬ne ricava un danno,‭ ‬ma lo fa comunque in genere volontariamente e senza essere costretto‭ (‬esattamente come nessuno viene a costretto a rovinarsi il fegato mangiando‭ ‬5‭ ‬hamburger di fila o a farsi venire il diabete con una dieta zuccheri e junk food‭)‬.‭ Continued…

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Lo sciopero in gabbia

scioperosaeseCon grande pertinacia il governo, con il supporto di una massiccia campagna mediatica, rilancia l’iniziativa per una stretta della legislazione antisciopero, in particolare nei settori del trasporto e dell’igiene urbana.
Il meccanismo retorico dei media, che d’estate sono spesso a caccia di scandali, è sin banale: si prende qualche caso di disagio, reale o presunto, per additare i lavoratori come nemici dell’interesse generale. Lavoratori contro consumatori dunque come se la gran parte dei “consumatori” non fosse composta da lavoratori e come se non fosse interesse in primo luogo dei lavoratori il buon funzionamento dei servizi pubblici.
L’obiettivo immediato di questa campagna è evidente: lo smantellamento e la privatizzazione dei trasporti pubblici locali e delle imprese addette all’igiene urbana.
Rendere pressoché impossibile la lotta dei lavoratori di questi comparti favorirebbe questa operazione che interessa le imprese intenzionate a conquistare questi mercati e il ceto politico che gestirebbe la dismissione dei servizi.
Il dispositivo tecnico giuridico che alcuni parlamentari da tempo distintisi come avversari dei lavoratori, in particolare Pietro Ichino e Maurizio Sacconi, propongono è in apparenza “democratico”: riservare ai sindacati “maggiormente rappresentativi” e sottoporre a referendum vincolante il diritto all’indizione degli scioperi.
In questo modo si mette in opera un meccanismo micidiale che porterebbe all’impossibilità effettiva di scioperi efficaci. Basta domandarsi infatti chi gestirebbe i referendum in questione, che effetto avrebbe il frapporre tempi lunghi fra l’inizio delle procedure e l’indizione dello sciopero, che impatto avrebbe uno sciopero sottoposto a tanti vincoli.
Non solo. Di fronte alla trasformazione dei sindacati in erogatori di servizi è plausibile che la rappresentanza formale dei lavoratori misurata attraverso il numero degli iscritti a questo o a quel sindacato e ai voti in occasione delle elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie non abbia un nesso forte con la volontà dei lavoratori stessi per quanto riguarda le richieste salariali e normative, la decisione di fare sciopero, l’accettazione degli accordi.

Quando si sviluppa una tensione forte e i lavoratori si esprimono come una comunità di lotta, la rappresentanza formale costituitasi in un periodo di passività è uno strumento generalmente inadeguato nell’espressione dell’effettiva volontà dei lavoratori a meno che non sappia porsi come strumento di questa stessa volontà.
Se oggi il governo è orientato a un ulteriore restringimento delle libertà sindacali gran parte delle responsabilità va ai sindacati concertativi, che hanno fatto del monopolio della rappresentanza e della difesa dei propri interessi di ceto l’obiettivo al quale hanno sacrificato gli interessi e libertà dei lavoratori.

D’altra parte le leggi non sono che la rappresentazione ritualizzata di rapporti di forza: quando la bilancia pende dalla parte di chi sfrutta, le norme strangolano del tutto la residua capacità di lotta.
Ne consegue che l’asticella si alza, le uniche lotte efficaci diventano quelle illegali, il prezzo da pagare aumenta con il crescere della posta in gioco. Una posta di autonomia, di libertà, non per cambiare le regole, ma per rovesciare il tavolo di gioco.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Cosimo Scarinzi della Cub.

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Condannati gli antirazzisti torinesi: chi non ferma la barbarie ne è complice

filo-spinato-trib-gal-copyOggi il tribunale di Torino ha emesso la sentenza nel principale dei due processi contro 57 attivisti dell’assemblea antirazzista torinese. Il secondo si era chiuso in aprile con un sostanziale ridimensionamento delle richieste del PM. Oggi 31 antirazzisti sono stati condannati a pene tra i sei mesi e i tre anni e mezzo dal collegio composto da Gianetti, Ferrari e Ferrero.
Nonostante le richieste del PM Padalino siano state più che dimezzate, la sentenza è pesante.

Per le lotte antirazziste tra il 2008 e il 2009 oggi lo Stato italiano ha presentato il conto.
Furono tantissime le iniziative di quegli anni. Iniziative che, sia pure di minoranza, contribuirono a tenere accesi i riflettori ed a sostenere le lotte dentro i CIE, contro lo sfruttamento del lavoro migrante, contro la militarizzazione delle periferie.

Vogliono tappare la bocca e legare le mani a chi si ostina a voler cambiare un ordine sociale feroce, ingiusto, predatorio, razzista. Non ci riusciranno.

I 67 attivisti coinvolti nei due processi sono stati condannati per aver distribuito volantini e manifesti, per aver dato solidarietà attiva ai reclusi nei CIE, per aver contrastato la politica securitaria del governo e dell’amministrazione comunale. In altre parole sono stati condannati per avere idee di libertà e per aver cercato tradurle in pratica.

In questo secondo processo è entrato il presidio al Museo egizio – 29 giugno 2008 – per ricordare l’operaio egiziano ucciso dal padrone per avergli chiesto il pagamento del salario; la protesta – 20 marzo 2009 – alla lavanderia “La nuova”, che lavava i panni al CIE di corso Brunelleschi… l’occupazione simbolica del consolato greco di Torino, dopo l’assassinio di Alexis Grigoroupoulos… Decine iniziative messe insieme per cucire addosso ad un po’ di antirazzisti accuse tali da portarli in galera.

In questi anni – pur finita l’esperienza dell’Assemblea antirazzista, chi vi si era riconosciuto ha continuato, ciascuno a suo modo, a lottare per le strade di questa città.
Padalino ha sostenuto che la prova della criminalità degli antirazzisti è nella continuità delle lotte, che vanno avanti nonostante la repressione.

Le condanne di oggi sono lo specchio di un paese, i cui governi hanno puntato sul disciplinamento dei lavoratori immigrati, resi ricattabili da leggi che rendono inscindibile contratto di lavoro e permesso di soggiorno.
L’urgenza che spinse le lotte tra il 2008 e il 2009 è oggi ancora più forte. I razzisti della Lega, Casa Pound, Forza Nuova che attacca i profughi di guerra sono la punta di un iceberg, il cui grande corpo sommerso è rappresentato dal governo Renzi, dal blocco navale dell’UE di fronte alle coste libiche, dai braccianti che muoiono di lavoro raccogliendo pomodori. Un modello di disciplinamento dei lavoratori sperimentato con gli stranieri e oggi applicato anche agli italiani.

Oggi come ieri c’è chi si mette di mezzo, chi non accetta che sia normale il lavoro da schiavi, la morte in mare, le baracche, i CIE.

Di seguito la rivendicazione letta in tribunale da Maria e Emilio, due nostri compagni, oggi condannati dal tribunale a un anno e mezzo e 11 mesi di reclusione.

“Non siamo qui per difenderci.

I codici riducono le lotte sociali a reati, i pubblici ministeri le trasformano in accuse.

Le lotte per le quali siamo qui si sono dipanate tra il 2008 e il 2009.

Siamo qui per raccontare di un’urgenza. Un’urgenza che è venuta crescendo – giorno dopo giorno – nei luoghi che viviamo e nelle nostre coscienze.

I roghi fascisti contro i rom, le aggressioni contro gli immigrati, la cappa feroce del razzismo istituzionale già disegnavano il presente terribile nel quale siamo forzati a vivere.
La nostra era un’urgenza politica e sociale, ma, soprattutto, etica.

In quegli anni provammo a tessere una rete di solidarietà, per porre argine alla violenza e per gettare i semi di un agire comunicativo capace di rompere la tenaglia del razzismo diffuso nei quartieri popolari dove la guerra tra poveri era già una realtà.

Intrecciammo con altri i nostri percorsi di resistenza al razzismo, per mettere insieme intelligenze, energie, tempo, capacità e saperi e tentare di ridisegnare lo spazio sociale della nostra città. Uno spazio violato dalle retate della polizia contro gli immigrati, dai raid fascisti e razzisti, dalla presenza di un CIE dove la favola dell’eguaglianza dei diritti e delle libertà mostra – più che mai – l’atroce farsa della democrazia.
Uno spazio dove si vive male tutti, perché il lavoro che non c’è, che è precario, pericoloso, mal pagato è nella quotidianità di ciascuno. Uno spazio dove la martellante propaganda razzista crea solchi sempre più larghi, dove il risentimento verso gli ultimi prende il posto dell’odio per chi comanda e sfrutta tutti.

Occorreva rompere il muro del silenzio e dell’indifferenza, spezzare la cappa dell’odio.
La guerra tra poveri cancella la guerra sociale, distrugge la disponibilità all’incontro, corrode la solidarietà, apre la strada alla giungla sociale.
Ridisegnare il territorio significava in primo luogo presidiarlo, facendo sentire ad immigrati e clandestini la nostra presenza solidale. Ma non solo.
Abbiamo intrapreso un’offensiva culturale che spezzasse il cerchio della paura, aprisse spazi di incontro e relazione, ponendo le basi di un’azione comune contro i nemici di tutti, che restano quelli di sempre, i padroni che ci portano via la vita, giorno dopo giorno.

Abbiamo un solo rammarico. Non essere riusciti a fare di più.

Nella roulette russa della guerra sociale c’è chi affonda e chi resta a galla. Quando la marea sale cresce il numero dei sommersi.
Chi resta ai margini, chi non resiste non dica domani che non sapeva, non dica che non voleva.

Quando qualcuno ci chiederà dove eravamo quando bruciavano le baracche dei rom, quando la gente moriva in mare, quando i lavoratori immigrati erano poco più che schiavi, vorremmo poter rispondere che eravamo lì, tra gli altri, per metterci di mezzo, perché abbiamo sentito il suono della campana e abbiamo saputo che suonava per noi.

Non c’è più tempo. Se non ora, quando? Se non io, chi per me?

Chi non ferma la barbarie ne è complice.

Maria M. – Emilio P.”

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Senzapatria HC fest

senzapatria hc 01Qui qualche foto del Senzapatria HC fest benefit lotte antirazziste

hanno suonato:

-because the been (HC-Reggio Emilia)
-pretesto (speed core-torino)
senzapatria hc 03-tullamore (celtic punk-pavia)
-the spirits (HC-torino)
-Charles brigade (HC-milano)
-middle Finger (street punk-alba)
-anestesi (Punk hc- varese)

dj set DIY by loris e walter

Loris ha brevemente illustrato la vicenda dell’assemblea antirazzista per la quale sarà emessa sentenza il 23 luglio. Un lungo applauso ha accolto l’intervento.

Lo scorso 13 aprile è stata emessa la sentenza nel primo dei due processi in cui è stato diviso il procedimento.
Quattro antirazzisti sono stati condannati per aver affidato ad uno striscione e ad un megafono la storia di un piccolo gruppo di rom che, sei anni fa aveva deciso farla finita con la miseria.

Nulla di cui stupirci. Finché ci saranno baracche e chi le abita, finché ci sarà chi ha tutto e chi poco o nulla, finché ci saranno frontiere, galere, CIE, finché ci sarà chi lucra sulle vite altrui, ci sarà anche qualcuno che deciderà di non voler stare alle regole di questo mondo intollerabile e deciderà di mettersi di mezzo.

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Dall’Italia alla Grecia. L’ambiguità delle socialdemocrazie

renzi tasseRenzi annuncia di voler tagliare le tasse. Come Berlusconi. Renzi con ogni probabilità non taglierà le tasse, ma le aumenterà. Come Berlusconi. Da bravo venditore gli cambierà nome. Come con l’ICI, che non c’é più ma la pressione fiscale sulla casa è passata da 2 a 11 miliardi.
Ma Renzi non è Berlusconi. Renzi è l’erede della tradizione socialdemocratica, quella che affida la redistribuzione verso le classi meno abbienti alla tassazione, per mantenere la pace sociale in cambio di servizi, tutele, libertà.
Da tempo il PD offre pace sociale senza offrire nulla in cambio. Questo è in se un fatto. Renzi ha appena imposto una legge sulla scuola che porta a termine il progetto di aziendalizzazione dell’istruzione, mettendo sotto tutela gli insegnanti. Quelli che non si adegueranno agli obiettivi del preside manager avranno di fronte una strada in salita. Disciplina e liberismo: un bel cocktail miscelato dal sindaco d’Italia, sceriffo e manager.
Resta tuttavia il grande impatto simbolico di un annuncio, che segna una discontinuità radicale con una consolidata tradizione novecentesca, che sebbene ormai ridotta a simulacro, resisteva nell’immaginario e nella propaganda del PD.
Il segno, al di là dell’urgenza di recuperare visibilità con un annuncio “forte”, che l’illusione di un capitalismo dal volto umano è ormai tramontata.
Ne sanno qualcosa ad Atene.

L’info di Blackout ne ha parlato con Francesco, economista.

Ascolta la diretta

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Turchia. Bombe di Stato contro la ricostruzione di Kobane

suruc strageLa mattina di lunedì 20 luglio a Suruç nel giardino del centro culturale Amara è esplosa una bomba durante la conferenza stampa dell’organizzazione turca Federazione delle Associazioni dei Giovani Socialisti (SGDF). 32 morti e oltre 100 feriti, di cui alcuni in gravi condizioni, è il bilancio forse provvisorio della strage. Tra le vittime, oltre a numerosi giovani militanti socialisti, vi sono anche due compagni anarchici, entrambi di 19 anni. Evrim Deniz Erol e Alper Sapan, quest’ultimo faceva parte del gruppo Iniziativa Anarchica di Eskişehir ed era obiettore di coscienza al servizio militare.
Suruç è una cittadina a maggioranza curda in territorio statale turco, a ridosso del confine con la Siria ed è base per tutte le azioni di solidarietà rivolte verso Kobanê, che dista solo pochi chilometri. Per questo circa 300 membri del SGDF si trovavano presso il centro culturale per una conferenza stampa in cui stavano denunciando la repressione attuata dal governo turco allo scopo di impedire che i giovani militanti passassero il confine per lavorare a progetti di ricostruzione della città. Quasi contemporaneamente un altro attentato a Kobanê, vicino al valico di frontiera di Mürşitpınar, verso Suruç, faceva ulteriori vittime tra le forze curde di autodifesa. L’attentato al centro culturale Amara viene per ora attribuito allo Stato Islamico, in ogni caso è chiaro che l’attacco risponde agli interessi di coloro che vogliono bloccare in ogni modo qualsiasi possibilità di cambiamento sociale rivoluzionario nella regione, a partire dal governo turco e dai suoi sicari.

La ricostruzione di Kobanê e del Rojava è molto importante, perché oltre al bisogno di ricostruire infrastrutture, case ed ospedali, c’è anche l’impellenza di discutere come dovrà essere la città, come ricostruire la società, su quali basi. Ci sono diverse posizioni e differenti progetti, da una parte ci sono speculatori che aspettano di fare l’affare del secolo, mentre dall’altra ci sono rivoluzionari che vogliono far sorgere dalle macerie una società libera dalla proprietà privata.

Facciamo un passo indietro. Continued…

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Buio e luce. Di omicidio, stupro, e marò

maròLa vicenda dei due marò della Marina Militare Italiana accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala, durante un’azione di pattugliamento a bordo della petroliera italiana Erika Lexie, forse si chiuderà a tarallucci e vino. E’ di qualche giorno fa la decisione della corte suprema indiana di affidare la risoluzione della vicenda ad un arbitrato internazionale.
Su questa vicenda le forze politiche istituzionali, con accenti più o meno marcati, sono state sostanzialmente unanimi nella pretesa che i “nostri” marò tornino a casa.
I due pescatori morti ammazzati sono scomparsi da una scena nella quale era loro riservato il ruolo di comparse. Eppure, a pochi giorni dall’inizio della missione navale europea Eunavfor, la vicenda della quale sono stati protagonisti i due fucilieri di marina dovrebbe indurre a qualche riflessione sulle possibili conseguenze di un’avventura militare, che è stata paragonata ad Atalanta, la missione antipirateria, durante la quale i due militari hanno sparato a due lavoratori del mare, scambiandoli per pirati. Quanti pescatori libici rischiano di essere presi per scafisti?
Sappiamo bene che omicidi, stragi, massacri compiuti da uomini e donne in divisa si trasformano in servizio alla Patria. L’uccisione di civili è sempre un increscioso incidente di percorso. Nulla più.
Nella neolingua dei politici e dei media main stream due persone accusate di omicidio, due assassini, si trasformano nei “nostri” due marò da portare a “casa”. “Nostri” e “casa” sono le parole chiave di un’operazione di falsificazione che trova la propria ragion d’essere nella nuance sentimentale familistica che viene declinata per mostrare l’uomo sotto la divisa. Meglio se padre e marito, figlio, fratello. Uno di noi, uno che è lontano da casa per noi. Quasi un eroe.
I due pescatori che a “casa” non torneranno più sono estranei, lontani, incivili.
In questi anni i media italiani registrano ogni caso di stupro, omicidio, femminicidio nel subcontinente indiano. All’improvviso la condizione delle donne indiane, le mogli che muoiono in incidenti domestici a base di alcol e fuoco, le ragazzine dalit stuprate e impiccate, la studente stuprata a morte su un bus sono saliti agli onori delle cronache main stream. In ogni dove le femministe sanno che in India, la condizione femminile, tradizionalmente durissima, è peggiorata con la modernità e con le meraviglie che la tecnica mette a disposizione di una cultura misogina. Gli aborti selettivi delle bambine hanno creato un enorme gap tra il numero delle donne e quello degli uomini, specie tra i giovani.
Probabilmente appena i “nostri” marò saranno tornati a “casa”, la condizione delle donne indiane uscirà dalla scena mediatica.
In compenso il militare di Marina che ha stuprato una ragazzina di 15 anni ha goduto di una cortina fumogena densissima. Sebbene la sua identità fosse nota, tuttavia il suo “mestiere” è rimasto in ombra.
Sin dalle prime ore è stato scritto che era “dipendente del ministero della difesa”. Una definizione che ci dice poco o niente. I più hanno pensato ad un impiegato. Alcuni media imprudenti hanno aggiunto che si doveva imbarcare per una missione un paio di giorni dopo lo stupro.
A questo punto i più scaltri tra i lettori della stampa main stream hanno capito che era un militare di professione della Marina militare italiana. Un marò. La parola non è stata usata dai quotidiani.
Usarla poteva gettare un’ombra sulla Marina Militare. Un’ombra sui “nostri” da portare a “casa”. Un marò che si comportava a Roma, come in una qualunque ben retribuita missione umanitaria in giro per il mondo, poteva appannare l’immagine di tutti i “nostri” ragazzi. Mica siamo in India!

La palma del peggio tocca al segretario di Rifondazione Comunista di Rimini, che, con fastidiosa verve giustizialista, scrive su facebook “Non è ora che impicchino i due marò? E subito si pente, si straccia le vesti, cancella il post e si dimette da segretario, per non rovinare ulteriormente l’immagine del suo partito.
L’immagine. L’ombra proiettata dalla lanterna magica, attraverso un foro strettissimo. Lo sguardo si fissa al centro e intorno c’é il buio.

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Eunavfor. Sul filo del rasoio

navi militariLo scorso maggio il Consiglio dei ministri degli Esteri e della Difesa dell’UE, ha approvato l’Agenda europea sulla Migrazione e Eunavfor Med, l’operazione di polizia che si propone di neutralizzare l’attività degli scafisti attivi nel Mediterraneo centro-meridionale.
In questi giorni la prima parte della missione è divenuta operativa, ma la questione, centrale per mesi nell’agenda dei principali media, oggi è uscita di scena.
Eppure Eunavfor Med è un’operazione militare. Un’operazione rischiosa in uno scenario sempre più difficile. E’ della scorsa settimana fa la decisione del governo Essebsi di proclamate lo stato di emergenza in Tunisia. Agli ormai consueti allarmi sui terroristi imbarcati sulle carrette dei profughi, fa sponda l’Isis che invita gli jihadisti ad imbarcarsi per l’Europa, per fare la guerra santa. I proclami dell’Isis non potranno che rinforzare i propositi di chi vuole rinforzare le mura della fortezza Europa, contribuendo ad alimentare la xenofobia.
Eunavfor Med mira a distruggere il modello di business messo a punto delle reti di scafisti e trafficanti di esseri umani identificando, catturando e distruggendo le imbarcazioni e le risorse da essi utilizzati. La missione si dovrebbe articolare in di tre fasi. La prima fase prevede l’identificazione e il monitoraggio dei network degli scafisti attraverso la raccolta e lo scambio di informazioni di intelligence e un’attività di pattugliamento rafforzata in acque internazionali. La seconda e la terza includono l’individuazione, la cattura e la distruzione delle risorse dei trafficanti rispettivamente in acque internazionali e libiche, senza escludere azioni sulla costa. Benché la decisione adottata il 18 maggio scorso dal Consiglio dei ministri degli esteri e della difesa abbia approvato la base legale dell’operazione che comprende tutte e tre queste fasi, Eunavfor Med non potrà essere attuata nelle fasi successive alla prima se non riceverà il mandato delle Nazioni Unite. E’ infatti necessario che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvi una risoluzione in base al capitolo 7 dello Statuto delle Nazioni Unite, in cui si prevede l’uso della forza “per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale”. La poswsibilità di un accordo resta tuttavia remota, visto il niet russo e la natura utopica di un governo di unità nazionale in Libia.
In assenza del mandato ONU, non potendo cioè agire nei porti e nelle acque libiche, lunedì 22 giugno, all’unanimità e sotto la guida dell’alto rappresentante UE Mogherini, i ministri degli esteri hanno potuto soltanto approvare la prima fase della missione.
L’operazione, che ha il suo quartier generale a Roma, comprende circa mille uomini, cinque navi da guerra, due sottomarini, tre aerei da pattugliamento marittimo, tre elicotteri, e due droni. I costi ammonterebbero a circa 14 milioni di euro. E’ prevista una collaborazione con la Nato – che porta avanti nel Mediterraneo la sua missione militare antiterrorismo Active Endeavour, lanciata nel 2001 – e diverse agenzie delle Nazioni Unite, oltre all’agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne Frontex. Le modalità del coinvolgimento dell’Unione africana e di diversi Paesi arabi devono essere ancora precisate.
Eunavfor Med si inscrive oggi all’interno del piano quinquennale della nuova Agenda europea contro le organizzazioni che facilitano l’ingresso di senza documenti nel territorio dell’Unione e lungo tutte le rotte migratorie. Per monitorare i gruppi criminali organizzati che agiscono nel Mediterraneo, si attribuisce un ruolo chiave all’operazione JOT MARE, un team d’intelligence formato da agenti dell’Europol, l’ufficio di polizia europeo, ed esperti distaccati degli Stati membri.
Questa operazione è stata presentata come l’arma principale dell’Europa contro una nuova tratta degli schiavi ed è stata messa a punto utilizzando come modello la missione Atalanta con cui, dal 2008, l’Unione Europea combatte la pirateria nel Corno d’Africa. Il paragone è tuttavia debole. Sebbene prezzo del servizio che sono costretti a pagare sia spropositato, i migranti/rifugiati non sono gli schiavi degli scafisti ma piuttosto i loro clienti. In presenza di canali legali per raggiungere un posto sicuro in cui vivere o cercare opportunità di lavoro e vita migliori, la domanda per i servizi offerti dagli scafisti verrebbe meno e con essa le reti del crimine organizzato. Sono i divieti e i blocchi degli Stati a creare il business criminale. Se ci fosse la libera circolazione non ci sarebbe chi lucra sulla clandestinità né morti in mare.
La missione Atalanta ha ottenuto il mandato delle Nazioni Unite anche perché il governo provvisorio della Somalia allora al potere diede il suo appoggio alla missione. Sembra però molto improbabile che, anche nel caso in cui si formasse in Libia un governo di unità nazionale, questo darebbe il suo consenso ad Eunavfor med. Le autorità libiche sanno che si tratta di un’operazione militare che, come si legge nei protocolli riservati dell’Unione Europea recentemente pubblicati da WikiLeaks, potrebbe richiedere un impegno bellico di terra. Diversamente dalla guerra ai pirati, inoltre, Eunavfor Med dovrà misurarsi con il non banale problema di distruggere le imbarcazioni degli scafisti evitando che questi ultimi utilizzino i migranti come scudi umani.
Nulla è stato però detto per chiarire come questo sarà possibile. L’Europa preferisce imbarcarsi in una missione militare costosa e dagli “effetti collaterali” potenzialmente devastanti piuttosto che aprire le frontiere.
D’altro canto sono decenni che le fortune politiche dei partiti politici europei si giocano sul fronte dell’immigrazione.

Di questo e di tanto altro, dalla crisi greca alle politiche del governo Renzi sull’immigrazione, l’info di Blackout ha parlato con Alessandro Dal Lago, studioso delle politiche di gestione delle migrazioni.

Ascolta la chiacchierata

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