Skip to content


Sardegna. Luoghi a perdere

basi-militariLo scorso 9 settembre, dopo l’incendio scoppiato durante un’ennesima esercitazione militare nel poligono di Capo Frasca, il presidente della Regione Sardegna, Francesco Pigliaru ha dichiarato «Penso che Capo Frasca si possa chiudere». Sul tema delle servitù in materia di servitù militari. «Sono sovradimensionate, un gravame che appare sempre più ingiustificato, anche sul piano operativo», ha detto Pigliaru. Il presidente ha ipotizzato una riduzione di quasi 7mila ettari delle servitù nell’isola, pari al 21% dell’intero onere che al momento pesa sulla Sardegna e proporzionale alla contrazione del personale impiegato.
Il fronte istituzione dell’opposizione a basi e poligoni di guerra in Sardegna punta sulla conferenza Stato/Regioni per raccogliere i consensi dei sovranisti, molto numerosi nell’isola. . Persino L’Unione Sarda dell’imprenditore immobiliarista Sergio Zuncheddu si è impegnato in uma forte campagna mediatica contro le servitù militari.
La stessa manifestazione di sabato 13 a Capo Frasca è stata indetta da formazioni dell’arcipelago stalino/indipendentista ed inizialmente ha raccolto ben pochi consensi. Poi la manifestazione è cresciuta, raccogliendo adesioni molto più ampie e rimettendo in pista una prospettiva antimilitarista.
Oltre a Capo Frasca ci sono altre tre basi: il poligono del Salto di Quirra, quello di Teulada, e la base aerea di Decimomannu.
A Quirra, una sorta di  “zona franca”, lecito e illecito si sono attorcigliati in un nodo, stretto soprattutto dal silenzio militare. Giganteschi cumuli di munizioni, brillati con esplosioni tossiche. Nanoparticelle nocive di missili e bombe, sprigionate nell’aria all’uranio che non hanno risparmiato la natura circostante, né, tantomeno, la salute della popolazione civile, colpita da una straordinaria incidenza di patologie e forme tumorali. Popolazione lotta con le istituzioni: quelle sarde non meno di quelle italiane.
Nei quattro poligoni sardi vengono fatte esercitazioni militari sin dagli anni ’40. Qui la seconda guerra mondiale non è mai finita.
La lunga teoria di morti per tumori e leucemie, bambini e agnelli nati malformati, fondali e terreni pieni di ordigni inesplosi segna l’esistenza di luoghi dove si testano armi, si simulano condizioni di guerra, a discapito della vita e della salute di uomini donne e bambini che vivono nei paesi più vicini. Incalcolabili i costi di bonifiche forse impossibili. Negli Stati Uniti i luoghi scelti per questi giochi di guerra vengono definite “aree sacrificate per l’interesse nazionale”. Luoghi a perdere.

Non c’é mediazione possibile sulle servitù militari, sulle basi e sulle industrie armiere.
Vanno chiuse. Senza se e senza ma.

La manifestazione di sabato 13 a Capo Frasca potrebbe essere una buona occasione per rimettere in pista l’opposizione alla militarizzazione dei territori e delle nostre vite.

Anarres ne ha parlato con Guido Coraddu, anarchico e antimilitarista e sardo.

Ascolta la diretta

Aggiornamento al 14 settembre

Migliaia di persone hanno partecipato alla manifestazione al poligono di capo Frasca, circondando la base e facendo una sonora battitura. In un paio di punti gli antimilitaristi hanno tentato di tagliare le reti.  La polizia schiarata in antisommossa all’interno del recinto è dovuta indietreggiare per sottrarsi al lancio di sassi e fumogeni. Abbattute le reti in diversi punti buona parte dei manifestanti è riuscita ad entrare nella base.
Una manifestazione che, alla vigilia pareva giocarsi all’interno del circuito istituzionale, ha invece aperto una prospettiva di azione diretta popolare.

Posted in antimilitarismo, Inform/Azioni.

Tagged with , , , , , , , , .


Oltre le frontiere. La resistenza delle comunità federaliste e libertarie tra Siria e Iraq

donne curdeLa scorsa settimana la notizia della decapitazione di un giornalista statunitense, il trentunenne Steven Sotloff ha occupato le prime pagine dei giornali, sia pure con enfasi minore rispetto alla decapitazione del collega James Foley, che metteva in scena uno spettacolo comunicativo il cui obiettivo è ben al di là della minaccia agli Stati Uniti, per investire direttamente una più vasta platea internazionale, la stessa da cui provengono i miliziani dell’IS.
La coreografia (la tunica arancio che richiama le tute dei prigionieri di Guantanamo), la demolizione del mito del “nero” Obama e le sue promesse mancate, le minacce all’islam sciita, sono messaggi semplici ma potenti, capaci di dare forza all’immaginario dell’islam radicale.
Sui media main stream ci sono diversi attori: i feroci seguaci del califfo Al Baghdadi, i “curdi”, “l’imbelle” governo iracheno. Più sullo sfondo il regime dell’alawita Bashar el Hassad, contro il quale gli Stati Uniti hanno armato le formazioni islamiste che concorrono alla conquista del paese, il maggior sponsor di Hassad, la Russia putiniana, la Turchia che ha finanziato l’Is.
Il termine “curdi” nasconde più di quanto non riveli. I curdi di cui narrano i media nostrani – diversa è l’informazione negli stessi Stati Uniti – sono quelli della zona dell’Iraq sotto il controllo del PDK di Mas’ud Barzani, alleati con gli Stati Uniti, e “naturali” destinatari delle armi promesse anche dal governo italiano.
Mai entrate nella scena mediatica le formazioni guerrigliere del Rojava (Siria nord orientale) protagoniste della controffensiva che ha liberato numerose zone occupate dell’IS, che, curiosamente, ha interrotto la propria marcia su Baghdad per attaccare le zone curde controllate dalle formazioni libertarie, federaliste e femministe del Rojava e di alcune zone dello stesso Iraq.
Non per caso nel mirino dell’IS è entrato il campo profughi di Makhmur, che da vent’anni ospita curdi sfuggiti alle persecuzioni contro il PKK in Turchia.

Per capirne di più vale la pena ascoltare l’intervista dell’info di Blackout con Daniele Pepino, un compagno che conosce bene le zone curde che stanno sperimentando il confederalismo democratico.

Ascolta l’intervista

Guarda anche un video dove alcune donne raccontano la scelta di entrare nelle YPJ, formazioni di autodifesta popolare, costituite da sole donne.

Di seguito un lungo articolo di Daniele che ci fornisce il lessico essenziale per meglio capire la partita che si sta giocando tra Siria, Iraq. E non solo.
Per la prima volta da decenni il percorso intrapreso in Rojavà narra una storia che apre prospettive che vanno ben al di là delle montagne curde.

Le notizie dal Vicino e Medio Oriente si susseguono a un ritmo incalzante. Il Kurdistan si trova, ancora una volta, nell’occhio del ciclone, dilaniato dall’esplodere delle tensioni tra le potenze regionali che si spartiscono il suo territorio.

Non è semplice, in un simile scenario, fornire un quadro della situazione che non sia immediatamente superato dall’incedere degli eventi. I quintali di notizie, parole, immagini, vomitati dai mass media, invece di chiarire la complessità dello scenario mediorientale, contribuiscono a spargere una confusione che è tutt’altro che casuale.

Perciò ci sembra prioritario – nei limiti di quanto è possibile fare in un breve articolo – provare a fornire qualche strumento interpretativo utile a comprendere le dinamiche in corso con uno sguardo di più lungo periodo rispetto alla cronaca emergenziale del giorno dopo giorno.

Da un lato, è necessario ricordare come quel che accade in Kurdistan (e più in generale in Medio Oriente) sia sempre, anche, il precipitato dell’interazione di forze esterne, a cominciare dagli Stati che ne occupano il territorio, ossia la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran (a loro volta, peraltro, veicoli di uno scontro di interessi su scala mondiale).

Dall’altro, è bene sottolineare come ciò non precluda l’esistenza di specifiche dinamiche locali, le quali, anzi, dimostrano sempre più spesso come proprio questi momenti di crisi e disfacimento possano rappresentare le crepe da cui emergono nuovi percorsi di autonomia, rivolta e protagonismo popolare.

L’immagine costruita dal discorso mediatico dominante racconta, sostanzialmente, di una folle guerra di fanatici terroristi musulmani contro i quali l’Occidente è costretto a intervenire (per ragioni umanitarie, ça va sans dire!) appoggiando le uniche forze al momento in grado di opporvisi, ovvero “i curdi”. Per fornire qualche antidoto alle ambiguità e ai silenzi che caratterizzano tale ricostruzione, ci pare utile, in primo luogo, delineare chi sono realmente le forze in campo, cosa rappresentano, quali identità e progettualità incarnano (in particolare nel campo curdo). In secondo luogo [nella prossima “puntata”], proveremo a sondare i percorsi di autonomia popolare che nonostante tutto – compresa una censura mediatica impressionante – resistono e rappresentano una forza di rottura per niente trascurabile (sia da un punto di vista politico che militare), in particolare nel Kurdistan siriano (Rojava). Infine, cercheremo di abbozzare qualche riflessione di portata più generale sul senso degli eventi in corso.
Continued…

Posted in autogoverno, Inform/Azioni, internazionale.


Tra Mare Nostrum e Frontex Plus

frontex_plusNell’ultimo anno sono morti nel canale di Sicilia oltre 2000 uomini, donne, bambini. Una strage. Una strage di Stato, scritta nelle leggi che impediscono la libera circolazione delle persone nel nostro paese, come nel resto d’Europa.
Dopo i 360 morti nell’immane tragedia del 3 ottobre scorso il governo italiano decise di mettere in piedi una missione militare nel Mediterraneo, per intercettare le navi cariche di profughi e migranti che sono tornate a solcarlo quando è venuta meno la cortina d’acciaio per la quale l’Italia pagava profumatamente il governo libico.
Sin dalle prime battute è stato chiaro che il costo dell’operazione “Mare Nostrum” era enorme. Il governo italiano spende 9,5 milioni di euro al mese. Sia Monti che Renzi hanno bussato alle porte dell’Europa, pretendendo un impegno diretto degli altri paesi dell’Unione sulla frontiera sud. Dopo le centinaia di sbarchi di questi ultimi sei mesi, alcuni paesi europei sino sono impegnati a mettere a disposizione alcuni mezzi navali per mettere in campo l’operazione Frontex Plus. Dopo alcune settimane dall’annuncio Frontex Plus è ancora avvolta in una nebulosa.
L’unico dato sicuro è che potrà affiancare ma non sostituire Mare Nostrum, poiché i mezzi impiegati saranno del tutto inadeguati.
Frontex Plus dovrebbe partire il primo novembre ma la commissaria europea all’immigrazione Cecilia Malstroem non è ancora in grado di definire quale ne sarà la portata, sebbene si sappia già ora che sia l’area coperta, sia i mezzi impegnati non potranno essere che inferiori a quelli dell’operazione italiana.
Frontex Plus è destinata ad integrare ed incorporare due missioni internazionali già esistenti nel Mediterraneo: la Hermes e la Enea. Le navi Ue non si spingeranno però in acque internazionali, e avranno un ruolo di solo controllo e non di soccorso umanitario.
Il nodo è comunque quello dei finanziamenti: ad oggi non si sa esattamente quali Stati e con quali risorse parteciperanno all’iniziativa europea, che potrebbe sgonfiarsi come una ruota bucata se non ci saranno impegni concreti e precisi.

L’info di Blackout ne ha parlato con Federico, attivista antirazzista ed attento osservatore delle politiche sull’immigrazione e l’accoglienza dei profughi nel nostro paese.

Ascolta l’intervista

Posted in immigrazione, Inform/Azioni, internazionale.

Tagged with , , , .


Arquata. Giornata di blocchi No Tav

f1Arquata Scrivia. Lunga notte al presidio No Tav/No Terzo Valico di Arquata Scrivia, dove gli attivisti avevano deciso di resistere all’esproprio del terreno dove sorge il presidio, un terreno messo a disposizione di un No Tav del paese. In questo terreno si dovrebbe estendere il cantiere per cominciare la perforazione dei 39 chilometri di galleria per la linea ad alta velocità tra Genova e Tortona. La zona è ricca di amianto e l’intero scavo metterebbe a repentaglio la salute degli operai e della popolazione.
Se a questo si aggiunge che la nuova linea, ben lunghi dal favorire il trasferimento modale dalla gomma al ferro, garantisce un corridio ferroviario ai camion e ai container provenienti dal porto di Genova e diretti a Tortona ai piazzali della famiglia Gavio, le mani in pasta nel f6ricco business delle autostrade, emerge in modo chiaro la vocazione del governo di turno a finanziare con soldi pubblici un affare privato.
Questa mattina tre blocchi hanno chiuso tutti gli accessi alla zona. La polizia e gli esponenti del Cociv non si sono presentati e la zona è scarsamente militarizzata. In mattinata il Cociv, che è il general contractor dell’opera, ha dichiarato di aver rimandato l’esproprio. Evidentemente la presenza di qualche centinaio di No Tav ha determinato l’improvvisa decisione di rinunciare ad effettuare subito un’operazione annunciata sin dai primi giorni d’agosto, dopo la giornata di lotta del 30 luglio, quando i No Tav/No Terzo Valico hanno f22resistito tra cariche e lacrimogeni a numerosi tentativi di esproprio fissati per quella giornata.

Consapevoli che il Cociv ha tempo sino alla mezzanotte di oggi per effettuare l’esproprio, gli attivisti e i solidali provenienti da Torino, Milano, Genova e dalla Val Susa hanno deciso di mantenere i blocchi, che continuano quindi ad oltranza.
La presenza dei No Tav al presidio di Radimero ha impedito che oggi proseguissero i lavori nel cantiere limitrofo. Sono stati inoltre fermati i camion diretti al cantiere del Terzo Valico, rendendo così impossibile proseguire i lavori anche nei cantieri di Voltaggio e Liberna, dove era diretto parte del materiale trasportato dai camion costretti a fermarsi di fronte al presidio dei No Tav.

L’info di blackout ne ha parlato con Salvatore, attivista No Tav/No Terzo valico.

Ascolta la diretta

Posted in ambiente, Inform/Azioni, no tav.

Tagged with , , , , .


Beffa No Tav. Una notte al cantiere: il video

2014 09 06 passeggiata in clareaNella notte tra il 4 e il 5 settembre un folto gurppo di No Tav ha fatto una visita a sorpresa al cantiere di Chiomonte.

Secondo quanto riferiscono i quotidiani La Stampa, Nuova Società e Repubblica,  gli attivisti (20, 40 o più a seconda delle versioni) hanno colto di sorpresa il sistema di sicurezza del cantiere, danneggiandolo in più punti e riuscendo a farvi ingresso.

Colpita una torre faro, i No Tav sono entrati all’interno del cantiere/fortino utilizzando delle scale ed hanno danneggiato una centralina elettrica che regola il funzionamento dell’illuminazione esterna al cantiere, quella che impedisce alla notte di avvolgere i boschi della Clarea. Simbolo della violenza dell’occupazione militare.

Inutile dire che i due PM con l’elmetto Andrea Padalino e Antonio Rinaudo hanno annunciato di essere già sulle tracce degli autori dell’incursione notturna.
Il giorno successivo è stato diffuso in rete un video dell’azione di contrasto dell’occupazione militare della Clarea.

Ve lo proponiamo di seguito:

Sabato 6 settembre dopo circa 300 No Tav hanno partecipato alla marcia notturna al cantiere. Un folto gruppo ha raggiunto il ponte sulla Dora, fronteggiando le truppe dell’antisommossa con battiture e fuochi d’artificio. Un altro gruppo si è fermato prima dell’ingresso dell’autostrada, dove si erano raccolte numerose camionette.  Questa mossa ha nei fatti scongiurato il pericolo che la polizia potesse accerchiare i No Tav nel tratto di strada tra il sottopasso dell’autostrada e il ponte. Una zona pericolosa, divenuta una trappola il 9 luglio 2013.

Nel corso della settimana di lotta No Tav dal 1 al 7 settembre vi sono state numerose altre iniziative.
Dal volantinaggio al mercato di Susa all’assedio all’hotel Napoleon, sino alla giornata di lotta ai cancelli che a Chiomonte chiudono via dell’Avanà, dove il 4 settembre si è ripetuto un appuntamento che, dopo il campeggio itinerante di luglio è continuato per tutto il mese di agosto.

Ascolta qui l’intervista dell’info di Blackout a Mimmo, uno degli over 50 promotori dell’iniziativa del mercoledì.

Posted in antimilitarismo, Inform/Azioni, no tav.

Tagged with , , , , , , .


Niscemi. I No Muos invadono la base

invasionemuos2014Sabato 9 agosto. Migliaia di attivisti hanno preso parte alla manifestazione contro le antenne di guerra. Il corteo è partito da Contrada Ulmo dirigendosi verso la base dell’esercito statunitense in barba ai divieti imposti dalla Questura. Come il 9 agosto dello scorso anno un buon numero è riuscito ad entrare nella base, dove da giovedì una delle antenne è occupata da sette No Muos.
Dopo la partenza alcuni No Muos hanno dato alle fiamme i fogli dei via e i divieti di dimora imposti dalla polizia e dalla magistratura. Una bella risposta a chi credeva di allontanarli dalle lotte.
Il corteo era aperto dalle mamme No Muos, in prima linea nella lotta contro il sistema Muos e contro tutte le antenne, le cui emissioni hanno provocato tumori specie tra i più piccoli.
Senza dimenticare che le antenne vecchie e nuove sono un tassello importante del sistema di comunicazione militare statunitense per le guerre di oggi e di domani.
Il corteo ha percorso il perimetro della base fino ad arrivare a ridosso delle antenne dove erano saliti i sette attivisti.
Quando le reti sono state tagliate e i No Muos in testa al corteo hanno cominciato ad entrare la polizia ha caricato. Più in là sono stati aperti altri varchi e i manifestanti si sono riversati nell’area della base raggiungendo l’antenna occupata.
Un’importante giornata di lotta di un movimento che non si arrende.
Tre dei sette sull’antenna hanno deciso di scendere: continua la resistenza degli altri quattro.

Posted in ambiente, antimilitarismo, Inform/Azioni.

Tagged with , , , , .


Libia. Il grande gioco tra sangue e petrolio

libiaLa Libia è attraversata da una guerra per bande che sta frantumando il paese, rendendo sempre più difficile la vita sia ai libici sia ai numerosi profughi subsahariani che ci vivono. Mercoledì 6 agosto c’é stato un blackout totale. A Tripoli internet, la rete dei cellulari e l’acqua funzionano a singhiozzo.
Anche l’assistenza sanitaria è a rischio, perché il governo filippino ha chiesto ai 13mila lavoratori immigrati nel paese di lasciare la Libia. Ben tremila filippini lavoravano in Libia come infermieri e medici.
Il parlamento, eletto il 25 giugno, in una consultazione in cui gli islamisti al potere dopo la guerra civile scatanatasi dopo l’intervento di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti ed Italia nel paese, sono ora in minoranza, si è riunito per la prima volta a Tobruk, 1500 chilometro da Tripoli. Tobruk è nell’estremo est del paese, molto vicino alla frontiera egiziana.
Lunedì 4 agosto 160 parlamentari su 188 hano eletto presidente del parlamento il giurista Aguila Salah Iss. Alla votazione non hanno preso parte i deputati vicini ai Fratelli Musulmani che hanno boicottato la votazione, perché sia il Gran Mufti al-Ghariani e il presidente uscente Abu Sahmain, sostenuto dagli islamisti, hanno detto che ritengono incostituzionale la nuova Assemblea.
Un’assemblea parlamentare quasi in esilio, perché sia la capitale Tripoli, che il maggiore centro della Cirenaica, Bengasi sono teatro di feroci combattimenti.

Gli Stati Uniti e quasi tutti i Paesi europei hanno rimpatriato i propri connazionali ed evacuato le proprie rappresentanze, con l’eccezione dell’ambasciata italiana che rimane aperta. Gli interessi italiani nell’ex colonia sono ancora fortissimi e il governo Renzi non può certo permettersi di abbandonare il campo. Già nel 2011, dopo mesi alla finestra il governo italiano decise di intervenire in Libia, rompendo l’alleanza con il governo di Muammar Gheddafi, per contrastare il piano franco inglese di sostituire l’Italia sia nerll’interscambio commerciale sia nel ruolo di referente privilegiato in Europa.
L’Italia riuscì in quell’occasione a mantenere i contratti dell’ENI, ma, nonostante le assicurazioni delle nuove autorità libiche, non è mai riuscita ad ottenere l’outsourcing della repressione dell’immigrazione già garantito da Gheddafi. In questi giorni il governo moltiplica gli allarmi sull’emergenza immigrati, ma, nei fatti la crisi libica rende difficile richiudere la frontiera sud.

Per profughi e migranti la situazione nel paese è terribile. L’Alto commissariato Onu per i rifiugati, che ha lasciato Tripoli a causa degli scontri, segnala che circa 30mila persone hanno passato il confine con la Tunisia la scorsa settimana, mentre ogni giorno 3.000 uomini attraversano la frontiera con l’Egitto; sono soprattutto egiziani che lavoravano in Libia, ma anche libici che possono permettersi la fuga. Tuttavia, la condizione peggiore è quella dei rifugiati provenienti dall’Africa subsahariana. “Sono quasi 37mila – spiega l’agenzia Onu – le persone che abbiamo registrato; nella sola Tripoli, più di 150 persone provenienti da Eritrea e Somalia hanno chiamato il nostro numero verde per richiedere medicinali o un luogo più sicuro dove stare. Stiamo anche ricevendo chiamate da molti siriani e palestinesi che si trovano a Bengasi e che hanno un disperato bisogno di assistenza”.

Gli africani neri rischiano la pelle. Uomini delle milizie entrano nelle case che danno rifugio ai profughi, che vengono derubati di ogni cosa e spesso uccisi. Molti maschi vengono rapiti e ridotti in schiavitù: vengono obbligati a fare i facchini durante gli spostamenti, le donne vengono invece sistematicamente stuprate. Nelle carceri, dove i migranti subsahariani sono detenuti finché pagano un riscatto, la situazione è peggiorata: oltre ai “consueti” abusi ai prigionieri è negato anche il cibo.

Le divisioni storiche tra Tripolitania, Cirenaica, e Fezzan sono divenute esplosive. Al di là della partita politica c’é la lotta senza quartiere per il controllo delle risorse, in primis il petrolio.
Dopo la caduta di Moammar Gheddafi tre estati fa, i vari governi che si sono succeduti non sono riusciti a imporsi sui circa 140 gruppi tribali che compongono la Libia. Il 16 maggio Khalifa Haftar, ex generale dell’esercito, a capo della brigata Al Saiqa ha attaccato il parlamento e lanciato l’offensiva contro le forze islamiste, particolarmente forti nella Cirenaica, la regione di Bengasi. Oggi a Bengasi le milizie islamiste hanno preso il controllo della città mentre il generale Haftar controllerebbe solo l’aeroporto. I gruppi jihadisti, riuniti nel Consiglio della Shura dei rivoluzionari di Bengasi, hanno proclamato un emirato islamico. Tra di loro, ci sono anche i salafiti di Ansar al Sharia.
Haftar, che alcuni ritengono agente della CIA, è sostenuto da Egitto e Algeria e, forse, dagli stessi Stati Uniti non ha le forze per prendere il controllo della regione. La coalizione contro di lui comprende sia gli islamisti sia laici che non lo considerano un golpista.
La politica statunitense nella regione è all’insegna delle ambigue alleanze che caratterizzano da un paio di decenni le scelte delle varie amministrazioni. In Libia Obama sostiene Haftar, mentre in Siria appoggia le milizie quaediste anti Assad, le stesse che in Iraq hanno invaso il nord, controllando Mosul e la cristiana piana di Ninive. D’altro canto il sostegno verso il governo dello shiita Nouri al Maliki è solo verbale: nessuna iniziativa militare è stata sinora intrapresa contro il Califfato di Al Baghdadi. Al Quaeda, un brand buono per tante occasioni, è come un cane feroce, che azzanna i tuoi avversari, ma sfugge completamente anche al controllo di chi lo nutre e l’ha nutrito per decenni. L’Afganistan ne è la dimostrazione.
Nello scacchiere geopolitico in Libia, chi pare aver perso la partita sono state le formazioni vicine ai Fratelli Musulmani sostenute dal Qatar, a sua volta apoggiato dalla Francia.

A Tripoli la situazione è fuori controllo: lo scontro è tra la milizia di Zintan, una città del nordovest, e un gruppo armato nato dall’alleanza delle milizie di Misurata e di alcuni gruppi islamisti. Dal 13 luglio, gli scontri, con oltre 100 morti, si concentrano attorno all’aeroporto, controllato dai primi e bombardato dai secondi. La scorsa settimana, per vari giorni la capitale è stata coperta dal fumo di un deposito di carburante, colpito da alcuni razzi da qui arriva parte del petrolio importato in Italia con il gasdotto Greenstream, che copre il 10-11% dei consumi nazionali.

Se le formazioni quaediste dovessero prendere il controllo dei pozzi petroliferi le conseguenze sarebbero gravi soprattutto per la Tunisia e per i paesi africani.

Questa situazione mette in luce la decadenza degli Stati Uniti, che fanno di un’alchimia da stregoni una strategia. Un gioco complesso che sempre meno produce i risultati desiderati.
Oltre la scacchiera dei grandi giochi restano le migliaia e migliaia di uomini, donne, bambini massacrati.

Anarres ne ha parlato con Karim Metref, un torinese di origine Kabila, insegnante, blogger, attento osservatore di quanto accade in nord Africa.

Ascolta l’intervista

Posted in Inform/Azioni, internazionale.

Tagged with , , , , .


No Muos. Un campeggio di lotta

2014 09 07 campeggio no muosGiovedì 7 agosto. Ad un anno di distanza dalla grande manifestazione popolare che invase la base statunitense di Niscemi, nel segno di un’opposizione concreta all’installazione del sistema di controllo satellitare nella sughereta di Niscemi, il movimento rilancia con una settimana di campeggio resistente e con una manifestazione di lotta il 9 agosto.
L’anno appena trascorso è stato segnato dalla fine dei lavori per l’installazione delle antenne, dall’inasprirsi della repressione, dalla tentazione della rassegnazione.
Quest’estate di lotta è un’importante occasione di rilancio per un movimento che in questi mesi ha continuato il proprio lavoro di informazione sul territorio, per aprire nuove possibilità ad un’agire che oggi mira ad impedire che le antenne vengano attivate.
Quando l’intero sistema sarà attivato su scala planetaria offrirà una straordinaria arma all’esercito statunitense, che potrà controllare i territori che vuole colpire per indirizzare i droni carichi di bombe su obiettivi ovunque nel mondo.
Il ministero dell’Interno ha deciso di tentare la carta della repressione preventiva, dando il foglio di via da Niscemi a 29 attivisti siciliani e vietando al corteo del 9 di attraversare la sughereta. Il pretesto per il divieto è la delicatezza dell’ecosistema. Peccato che tanta attenzione ai danni ambientali non tocchi gli abitanti di Niscemi sottoposti da decenni alle radiazioni delle altre antenne della base statunitense.
Un gioco sporco che mostra in controluce la trama di chi lo fa.

Anarres ne ha parlato con Pippo Gurrieri, attivista No Muos.

Ascolta la diretta

Posted in ambiente, antimilitarismo, Inform/Azioni, repressione/solidarietà.

Tagged with , , , , .


I dolori del giovane Renzi

renziIl più giovane e dinamico capo del governo italiano (dopo Benito Mussolini) corre molto ma inciampa spesso.
In un paio di giorni ha dovuto incassare la bocciatura della confcommercio, che ha giudicato nullo l’effetto del taglio dell’Irpef per la ripresa dei consumi, e la delusione dei quattromila insegnanti che hanno visto sfumare la pensione mentre erano in dirittura d’arrivo.
Nonostante i frequenti scivoloni Renzi, tra un colpo di fiducia, una tagliola e una brasatura di massa degli emendamenti sta spazzando via la seconda camera elettiva dello Stato, prepara un’ennesima legge elettorale con l’asso pigliatutto per consolidare la democratura italiana.
Nonostante le statistiche lo diano in lieve calo di popolarità, riesce ancora a rappresentare il nuovo che avanza, mascherando il taglio di migliaia di posti di lavoro nella pubblica amministrazione per lotta alla burocrazia.
Ovviamente la tenuta si vedrà nel tempo. In un paese dove amicizie e clientele resistono nei decenni Renzi rischia di perdere per strada alcuni preziosi segmenti della sua base.
Il taglio di metà dei distacchi sindacali nel pubblico impiego – se ha alimentato la fama del leader che non guarda in faccia nessuno – ha allungato la fila degli scontenti.
Di oggi la notizia che la Cgil ha deciso di sottoporre alla Commissione europea la riforma del lavoro. Camusso non ha proclamato un’ora di sciopero contro le misure del governo, ma gioca la carta europea per punzecchiare il Primo Ministro.
Renzi dal canto suo imita Peron e cerca di instaurare una relazione diretta con il “popolo” tagliando i ponti con gli organismi di intermediazione sociale come il sindacato (post) concertativo e la stessa Confindustria.

L’info di blackout ne ha parlato con Cosimo Scarinzi della Cub.

Ascolta la diretta

Anarres ha discusso con Pietro Stara del populismo renziano, che più che in Mussolini, pare specchiarsi nell’argentino Juan Peron.

Ascolta la chiacchierata

 

Posted in Inform/Azioni, lavoro, politica.

Tagged with , , .


Rom a Torino. Demolite altre baracche

sgombero campo romMartedì 5 agosto. Le ruspe demoliscono un’altra porzione della baraccopoli sorta lungo le rive dello Stura, di fronte all’Iveco. E’ la seconda volta in poche settimane. I giornali parlano di degrado, abusivi, pulizia.
I rom di lungo Stura Lazio sono quasi tutti rumeni. In Romania non ci sono campi “nomadi” perché non ci sono nomadi. Chi arriva in Italia o in Francia viene etichettato come “nomade”, vagabondo, perdigiorno e relegato nei campi. Sono i campi che ti rendono zingaro, persona di passaggio per volontà dello Stato.
I mestieri tradizionali della gente rom, la riparazione delle pentole, l’addestramento dei cavalli, gli spettacoli di strada sono scomparsi come tanti altri mestieri “tradizionali” dei gagi.
I calderai rom, che viaggiavano in una regione, passando ogni anno o stagione sono spariti come i fini ebanisti piemontesi, cui la città di Torino dedica le vie.
Il nomadismo era legato al lavoro: sparito il lavoro, sparito il nomadismo. I contadini poveri piemontesi cent’anni fa in inverno andavano in Francia a fare i muratori: il loro era un nomadismo stagionale. Ogni primavera valicavano nuovamente le Alpi per tornare alle loro case.
I sinti piemontesi, che vivono nella nostra regione da 700 anni, parlano un dialetto piemu da campagnini non viaggiano più. Gli unici sinti che si muovono ancora sono quelli dei circhi: i giostrai viaggiano sempre meno, si cercano un posto fisso e lì vivono la loro vita.

Gli sgomberati di lungo Stura Lazio non hanno prospettive di trovare una casa. Più facile trovare un lavoro che una casa. Chi non ha una casa è tout court pericoloso. Così come l’uroboro che si morde la coda nutrendosi di se stesso, il razzismo istituzionale genera politiche di esclusione sociale: l’esclusione alimenta a sua volta il razzismo.

Nei fatti gli sgomberi di queste settimane sono solo operazioni di facciata. Non tutte le baracche sono state tirate giù e presto l’area tornerà a popolarsi di uomini, donne e bambini che non hanno altro posto che un’area alluvionabile e pericolosa lontana anni luce dalle case dove vivono i gagi.
Gli stessi gagi che profittano della presenza delle baracche per trasformare l’area nella propria discarica abusiva. I cronisti dei quotidiani cittadini cesellano la loro prosa su quei cumuli di immondizia. La dignità di chi è forzato a viverci viene schiacciata da un pregiudizio che si autoalimenta.

Ascolta la diretta fatta dall’info di blackout con Cecilia, antirazzista torinese

Posted in immigrazione, Inform/Azioni, repressione/solidarietà, torino.

Tagged with , , , .


Chiomonte. Colazione (e pranzo) No Tav ai cancelli della centrale

partita a bocce quadreMercoledì 6 agosto. Giornata di lotta ai cancelli che chiudono strada dell’Avanà nei pressi della centrale Iren al ponte sulla Dora. Una quarantina di No Tav, sin dalle sei e mezza del mattino, hanno fatto colazione di fronte all’ingresso della zona occupata, mettendo in difficoltà l’apparato disciplinare e le ditte collaborazioniste. I camion delle imprese che ogni giorno passano di lì per entrare nell’area del tunnel sono stati obbligati a fare il giro dall’autostrada.
Un altro gruppo di No Tav ha fatto un giro di monitoraggio del cantiere. Il presidio ai cancelli va avanti sino al tardo pomeriggio.
Dopo la colazione è scattata una partita a bocce quadre.
La “colazione a Chiomonte”, ripresa la scorsa settimana dopo mesi di stop, raccoglie sempre più attivisti, decisi a punzecchiare le truppe di occupazione per l’intero mese di agosto. E oltre.

Ascolta la diretta  dell’info di blackout con Mimmo (e con Paolo) attivisti No Tav della banda degli over 50

Posted in ambiente, Inform/Azioni, no tav.

Tagged with , , .


No F35. Un business esplosivo

PRESIDIO NO F-35Il primo agosto si è svolto un presidio No F35 a Cameri, di fronte all’ingresso dello stabilimento, dove sono in fase di assemblaggio 6 (forse 8) F35, i cacciabombardieri “invisibili” prodotti dalla statunitense Loockeed Martin, in joint venture con l’italiana Alenia che fornisce i cassoni alari.
Un segnale del movimento No F35, che lungi dall’essersi rassegnato, continua la propria lotta per la chiusura dello stabilimento novarese e di tutte le fabbriche di morte.
L’info di blackout ne ha parlato con Domenico, antimilitarista novarese in prima fila nella lotta. un’occasione per fare il punto sull’acquisto dei bombardieri, sulla necessità di creare una rete di mutuo appoggio, che si dia nella concretezza della lotta.

Ascolta la diretta

Posted in antimilitarismo, Inform/Azioni.

Tagged with , , , .


Calcidica. Campeggio contro le miniere d’oro

σκουριές μεταλλεία χαλκιδική χρυσός μεγάλη παναγιά παναγία δάσος οικολογική καταστροφή διαμαρτυρίαLa lotta contro l’estrazione dell’oro nella penisola calcidica dura da molti anni. Ha avuto nuovo impulso con la decisione di aprire una cava a cielo aperto, dall’impatto ambientale molto forte.
É cominciata dal bosco di Skouriés l’attuazione del progetto della Ellenikos Xrisos Spa, impresa di estrazione mineraria appartenente per il 95% alla multinazionale canadese Eldorado Gold e per il 5% all’industriale greco Bobola.
Al movimento di resistenza ha partecipato buona parte della popolazione locale. Uomini, donne, giovani ed anziani hanno preso parte alle manifestazioni in montagna di avvicinamento al cantiere, ignorate dai media e brutalmente represse dalla polizia. Caccia all’uomo per i boschi e i lacrimogeni ci ricordano gli scenari della lotta al Tav.
Il 17 febbraio dello scorso anno una cinquantina persone a volto coperto ha attaccato, dandogli fuoco, il cantiere di Skouriés e tutti i mezzi e le attrezzature della ditta.
Dopo la demolizione del cantiere si è aperta una spietata caccia all’uomo con l’unico scopo di abbattere il morale di tutti gli abitanti che si oppongono al progetto. Il giorno successivo decine di persone vennero portate in questura, prelevate da casa, nei locali, per strada. Altri vennero trattenuti con l’accusa di essere i mandanti morali dell’azione.
Le indagini non approdarono a nulla. Il 7 marzo del 2013 le forze dell’”ordine” sono passate alla rappresaglia. A Ierissòs – una cittadina di 3.000 abitanti dove tutti sono contro le miniere con il pretesto di interrogare cinque persone e di perquisirne le abitazioni diversi plotoni di celere e squadre antiterrorismo armate di tutto punto fecero irruzione nel paese nel tentativo di occuparlo militarmente. La gente fece una barricata all’ingresso del paese. A suon di lacrimogeni il paese venne messo in stato di assedio e di terrore: la polizia entrò nelle case sfondando le porte, sotto gli occhi dei bambini, nel passaggio gasarono un liceo durante le ore di lezione, mandando diverse persone all’ospedale.
La repressione è stata durissima.
Nei mesi seguenti i lavori per allestire la miniera sono andati avanti. Quasi ultimata è la strada di collegamento tra Skouries e Megali Panaghia.
I comitati popolari hanno deciso di fare un campeggio resistente tra il 22 e il 31 agosto.
Il campeggio si terrà in montagna, non lontano dal cantiere. Sarà un’iniziativa di confronto sui temi della “crescita” e della repressione. Sono stati invitati esponenti delle lotte contro le miniere in Europa e attivisti di altri movimenti contro le grandi opere e la devastazione ambientale.
Sarà anche un campeggio di lotta. L’intento esplicito è quello di riuscire a bloccare il cantiere.

L’info di Blackout ne ha parlato con Jannis, un compagno di Megali Panaghia.

Ascolta l’intervista

Posted in ambiente, Inform/Azioni, internazionale.

Tagged with , , , , , .


Tav. Polveri sottili, repressione pesante

vento-in-Clarea_2-24-gen-2014-660x330Il limite delle polveri sottili in Clarea è stato più volte traforato. I dati, che l’Arpa rende noti in maniera lacunosa, sono però molto chiari: la salute di noi tutti è in pericolo.
I No Tav, attenti nel monitorare i danni ambientali provocati dal cantiere del tunnel geognostico in Clarea, stanno facendo un attento lavoro di informazione.
Venerdì a Giaglione si terrà una serata informativa sulle polveri.
L’info di Blackout ne ha parlato con Claudio Cancelli, del Politecnico di Torino, tra i primi a denunciare i rischi di un’opera che i governi definiscono “strategica”, continuando a pigiare il pedale dello sviluppo, nonostante tutti i dati dimostrino l’inutilità della Torino Lyon.
Cancelli, che è uomo curioso, ha fatto una ricerca per capire in che senso il Tav in Val Susa fosse strategico ed ha fatto la scoperta interessante che la natura “strategica” del grande tunnel degli affari è stata decisa dal ministero degli Interni, ossia dall’apparato repressivo dello Stato.
Dall’analisi delle polveri, dalla certa presenza di rocce di amianto e uranio, l’intervista si è spostata sull’incrudirsi della pressione disciplinare, sulla crescita dei poteri dell’esecutivo, sulla subordinazione di buona parte dei media e degli intellettuali alla narrazione dominante sulle grandi opere e sui “comitatini” (l’espressione è di Matteo Renzi) che vi si oppongono.

Ascolta l’intervista a Claudio Cancelli

Scarica il volantone sulle polveri sottili

Posted in ambiente, Inform/Azioni, no tav.

Tagged with , , , , , .


Serravalle. Resistenza agli espropri

2014 07 30 terzo valico 2Mercoledì 3o luglio. Centinaia di persone per tutto il giorno sono state per le strade di Arquata, Serravalle e Pozzolo per provare ad impedire la realizzazione degli espropri preliminari alla realizzazione del Terzo Valico.
E’ stata una lunga giornata di lotta. I No Tav No Terzo Valico sin dalle prime ore dell’alba hanno dato vita a tre presidi, nelle zone dove i proprietari delle case avevano deciso di resistere. Imponente la presenza delle forze dell’ordine in assetto antisommossa.
Intorno alle 8,30 polizia e carabinieri hanno chiuso la strada provinciale che collega Serravalle ed Arquata: dai blindati sono scesi un centinaio di agenti in assetto antisommossa. I No Tav hanno protetto con una catena umana i terreni che il Cociv voleva espropriare. Polizia e Carabinieri sono avanzati e hanno incominciato a spingere con gli scudi.
Poi un rappresentante del Cociv ha dichiarato di aver eseguito l’esproprio, perché aveva scattato da lontano una foto della casa protetto da un nugolo di poliziotti.
Dopo questa farsa gli attivisti si sono diretti nel bosco di via Moriassi fra Serravalle e Arquata dove erano previsti altri espropri.
Qui sono state erette barricate di tronchi e sterpaglie. La polizia, dopo aver rimosso la barricata ha caricato e sparato lacrimogeni.
Dopo la prima carica i No Tav si sono ricompattati continuando ad impedire l’accesso ai terreni. Sono continuati i lanci di lacrimogeni e ci sono state altre cariche ma polizia e Cociv non sono riusciti a raggiungere i terreni. La solita foto da distante e si sono dileguati. Lo stesso copione si è poi ripetuto a Moriassi all’imbocco della strada per Radimero e alla Crenna dove la polizia ha nuovamente caricato e manganellato. L’unico esproprio che sono riusciti ad eseguire secondo le procedure di legge è quello previsto a Pozzolo dove le forze dell’ordine che hanno bloccato nuovamente la strada provinciale impedendo alla maggioranza degli esponenti dei comitati di raggiungere l’area.
Numerosi manifestanti sono stati feriti durante le cariche nel bosco di Moriassi: un ragazzo ha un taglio alla testa, le ambulanze hanno medicato un anziano colpito da manganellate e calci, ed altri feriti più lievi.
La resistenza continua. In serata un’assemblea ha deciso una fiaccolata ad Arquata per domenica 3 agosto.

L’info di Blackout ha realizzato tre dirette con Salvatore, attivista No Terzo valico.

Ascolta la prima

Ascolta la seconda

Ascolta la terza

Posted in ambiente, Inform/Azioni, no tav.

Tagged with , , , .