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Ucraina. Il grande gioco tra gas, fascisti e preti

gas-ucrainaQuella che si sta combattendo in Ucraina non è solo una guerra civile, le forze coinvolte più o meno formalmente e gli interessi in ballo nel conflitto ci mostrano che la partita si gioca su un piano molto più complesso. Allo scontro interno alla classe dirigente ucraina infatti si sovrappone la contesa tra le potenze imperialiste.
Per capirlo non c’è bisogno di ascoltare i deliri e le minacce del potente di turno, che sia Tusk, Putin o Poroshenko. Continued…

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Il califfo i Saud gli Stati Uniti

Barack Obama, King AbdullahIl quotidiano “La Stampa” di mercoledì 24 settembre ha pubblicato le dichiarazioni di alcuni esponenti dell’opposione laica al regime di Bashar el Assad. Prevalevano i dubbi e le incertezze. Gli Stati Uniti un anno fa parevano sul punto di bombardare Assad: non lo fecero perché il maggior sponsor del regime siriano, la Russia di Putin, si mise di mezzo. Obama fece marcia indietro, dopo aver incassato il misero contentino della distruzione dell’arsenale chimico siriano.
Un segno, tra i tanti, che gli Stati Uniti non potevano più fare il bello e il cattivo tempo nell’area. D’altra parte due guerre vinte sul piano militare e perse clamorosamente su quello politico non sono uno smacco da poco per la più grande potenza militare del pianeta. I fallimenti in Iraq e Afganistan pesano come macigni.
Ad un anno dalla ritirata sulla Siria, gli Stati Uniti hanno promosso una coalizione per attaccare l’Is, il califfato islamico fondato a cavallo tra la Siria e l’Iraq da una delle formazioni che Arabia Saudita e Stati Uniti avevano foraggiato per combattere Assad. Un vero capovolgimento di fronte. Il governo siriano ha dato il proprio silenzio/assenso e, con ogni probabilità, anche Mosca ha dato il nulla osta.
Come in Afganistan gli Stati Uniti devono fronteggiare con le armi formazioni che ne hanno incassato l’appoggio ma poi hanno perseguito il propri scopi, rafforzandosi ed autonomizzandosi nell’area.
Oggi il Califfo Al Baghdadi esige tasse e controlla risorse petrolifere sufficienti a garantirgli di poter agire in proprio.
Anche la dinastia Saud, sponsor dell’Isis e di altre formazioni della galassia del radicalismo sunnita, vede ombre sul proprio dominio nell’area e – sia pure senza troppo impegno si schiera contro l’alleato di ieri.
La partita è ben lungi dall’essere chiusa e gli alleati di oggi possono essere i nemici di domani. Continued…

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Grecia. Un anno dall’assassinio di Pavlos: manifestazioni, scontri, arresti

Graffiti-for-Pavlos-Fyssas-4-940x500E’ trascorso un anno dall’assassinio di Pavlos Fyssas, rapper antifascista ucciso da una squadraccia di Crisi Arghì – Alba Dorata – la formazione neonazista greca distintasi per aggressioni ad immigrati e oppositori politici.
L’uccisione di Fyssas rappresentò una sorta di spartiacque, perché per la prima volta cadeva sotto i colpi dei nazisti un greco.
Mancavano pochi mesi alle elezioni e Nea Democrazia, il partito di centro destra alla guida del governo con i socialdemocratici del Pasok, temeva la concorrenza di Crisi Arghì. Scattò una durissima operazione di polizia, che decapitò l’organizzazione, incarcerandone i capi. La manovra non riuscì perché il responso delle urne raddoppiò i consensi dei fascisti.
Ad un anno dall’assassinio di Fyssas, Killah P., si sono svolte imponenti manifestazioni in tutta la Grecia. La manifestazione più importante si è tenuta il 18 settembre a Keratsini, il sobborgo ateniese dove venne ucciso il rapper, in cui ricordo è stata posta una stele.
La manifestazione è stata duramente attaccata dalla polizia, che ha mirato soprattutto al blocco anarchico.
Numerosi i feriti anche gravi e 64 gli arresti. Il 21 settembre 61 sono stati liberati in attesa di processo, altri tre sono ancora in carcere.

Sul fronte sociale in queste settimane è scattato un braccio di ferro tra dipendenti statali e governo contro i licenziamenti imposti dalla trojka.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Gheorgos, del gruppo dei comunisti anarchici di Atene.

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Affari e ginnastica: buona scuola di Renzi

skuolaRenzi gioca alle tre carte con gli insegnanti. Su un tavolo ci sono 150.000 precari a vita, dall’altro i docenti “anziani” di ruolo. La guerra tra le generazioni è lo sport preferito dal primo ministro democratico. Renzi è abile: in una società anziana ma giovanilista, strizza l’occhio ai precari che non chiedono che essere assunti, descrive gli insegnanti in ruolo come una casta privilegiata ed il gioco è fatto.
Se la dovessimo descrivere in pillole la “buona scuola” disegnata dal testo diffuso in settembre da Renzi è tutta qua.
I fatti sono invece altri. I centomila precari che sarebbero dovuti entrare in ruolo quest’autunno restano precari sino all’anno prossimo, quando Renzi ha promesso che le assunzioni riguarderanno almeno 150.000 persone.
In cambio si tagliano gli scatti d’anzianità, rendendo definitivo il blocco degli stipendi ed introducendo gli scatti su base meritocratica.
Nella scuola non ci saranno più precari, ma gli insegnanti saranno sempre più poveri e ricattabili. Continued…

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Disertare la guerra

2014 09 20 antimili irreali (00)Un sole estivo per una bella giornata d’autunno ha accolto gli antimilitaristi che si sono incontrati ai giardini (ir)reali per la giornata dei “Senzapatria”. Banchetti informativi, tanti striscioni, cibo e bevande, un’assemblea e, in serata, il concerto dei Fasti e degli N.N. sono stati gli ingredienti di un’iniziativa che ha avuto il suo fulcro nel confronto sull’urgenza di un’azione antimilitarista diffusa sui territori, che sappia inceppare il motore del militarismo.
Non basta opporsi alle guerre, occorne individuarne la radici per estirparle, nella consapevolezza che sempre più impalpabile è il confine tra la guerra esterna e quella interna, tra guerra e ordine pubblico, tra operazioni “umanitarie” e repressione delle insorgenze sociali.
Nell’assemblea svoltasi nel pomeriggio i vari interventi hanno messo in luce l’intima connessione semantica e materiale di un’agire politico che fa della guerra – quella interna non meno di quella esterna – l’orizzonte “normale” della nostra epoca.
Dall’assemblea è scaturita la necessità di infittire il lavoro informativo e, nel contempo, moltiplicare le iniziative di contrasto della militarizzazione, che si concreta nella presenza dei militari per le nostre strade, nei CIE, nei quartieri popolari, nelle discariche, a Chiomonte come a Kabul. Gli stessi interventi di riqualificazione urbana si sostanziano nell’espulsione violenta dei soggetti considerati indesiderabili. Primi tra tutti i poveri, gli oppositori sociali, coloro che rifiutano il feticcio della proprietà privata, che si oppongono alla trasformazione dei luoghi pubblici in posti dove ogni forma di socialità è mediata dal denaro.
Un terreno di lotta importante è quello contro le fabbriche di armi, che hanno nella nostra Regione numerose eccellenze, come gli stabilimenti Alenia di Torino e Caselle o la fabbrica di Cameri. Qui si fabbricano gli eurofighetr, là si assemblano gli F35.
La propaganda di guerra il prossimo mese di alimenterà delle celebrazioni per il centesimo anniversario della “vittoria” nella Prima Guerra mondiale.
Il mese di ottobre sarà occasione per moltiplicare le iniziative antimilitariste sul nostro territorio, con proiezioni, serate informative, azioni di lotta. Le giornate dal 1 al 4 novembre ne saranno il fulcro. Il primo novembre ci sarà la giornata dei disertori.

Di seguito alcune immagini della giornata: Continued…

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Sabotaggio No Tav. Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò: “io c’ero”

no tav bandiera terrostato14 maggio 2013. Un gruppo di No Tav compie un’azione di sabotaggio al cantiere di Chiomonte.
Quella notte venne danneggiato un compressore. Un’azione di lotta non violenta che il movimento No Tav assunse come propria.
Il 9 dicembre del 2013 vengono arrestati Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò .

Nonostante non sia stato ferito nessuno, gli attivisti sono accusati di attentato con finalità di terrorismo e di aver tentato di colpire gli operai del cantiere e i militari di guardia.
Ai quattro No Tav viene applicato il carcere duro, in condizioni di isolamento totale o parziale, sono trasferiti in carceri lontane per rendere più difficili le visite.
I riti di un potere sciolto da qualunque vincolo divengono un monito per tutti coloro che li appoggiano e potrebbero seguirne l’esempio.

La Cassazione ha smontato l’impianto accusatorio della Procura di Torino, negando che i fatti del 14 maggio possano giustificare l’utilizzo dell’articolo 270 sexies, che definisce la “finalità di terrorismo”. Le motivazioni vengono rese note il 27 giugno.

Il pronunciamento della Cassazione cancella solo la sentenza del riesame che dovrà rivalutare la posizione dei quattro No Tav il prossimo 6 ottobre.
Nel frattempo nell’aula bunker delle Vallette il processo va avanti.

Decine di migliaia di No Tav, sin dai primi giorni dopo gli arresti, hanno detto: “quella notte in Clarea c’ero anch’io”. Il 22 febbraio e il 10 maggio si sono svolte le manifestazioni più importanti, non è mancato giorno in cui non vi sia stata un’iniziativa di solidarietà attiva ai quattro No Tav.
Oggi in aula bunker Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò, per la prima volta dall’inizio del processo, hanno preso la parola, dicendo che quella notte, la notte del 14 maggio 2013, c’erano anche loro.

Radio Blackout ha ricevuto le registrazioni delle loro dichiarazioni.

Claudio

Chiara

Nicolò

Mattia

Aggiornamento al 25 settembre

Ascolta qui l’intervista dell’info di Blackout con Eugenio Losco, uno degli avvocati del collegio difensivo, dei quattro No Tav.

Di seguito la trascrizione delle dichiarazione dei quattro attivisti No Tav. Continued…

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Senzapatria. Antimilitaristi ai giardini (ir)reali il 20 settembre

2014 09 11 manif fat antimili 20 b copySabato 20 settembre
ore 15/24
presidio con banchetti, bar, cibo, concerti, performance, interventi, ai giardini reali (corso san maurizio angolo via rossini).

ore 15 banchetti, musica e interventi

ore 17 assemblea antimilitarista
Interventi su F35, business delle armi, occupazione militare del territorio dall’Afganistan alla Val Susa, passando per i CIE e i quartieri popolari di Torino, il paradigma bellico del nuovo millennio, scenari di guerra globale.

Bar e cena benefit lotte antimilitariste

Acolta l’intervista a Stefano Raspa del comitato contro Aviano 2000

…e quella a Domenico Argirò del movimento No F35

ore 21 concerto con
N.N. (agri-punk)
Fasti (indy-sperimentale)

a seguire dj set

L’Italia è in guerra da molti anni. Ne parlano solo quando un ben pagato professionista ci lascia la pelle: un po’ di retorica su interventi umanitari e democrazia, Napolitano che saluta la salma, una bella pensione a coniugi e figli.

È una guerra su più fronti, che si coniuga nella neolingua del peacekeeping, dell’intervento umanitario, ma parla il lessico feroce dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione.
Gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Lo rivela l’armamentario propagandistico che le sostiene. Le questioni sociali, coniugate sapientemente in termini di ordine pubblico, sono il perno dell’intera operazione.
Hanno applicato nel nostro paese teorie e tattiche sperimentate dalla Somalia all’Afganistan.
Se la guerra è filantropia planetaria, se condizione per il soccorso sono le bombe, l’occupazione militare, i rastrellamenti, se il militare si fa poliziotto ed insieme sono anche operatori umanitari il gioco è fatto. Continued…

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Eni in Nigeria. Soldi e veleni

nigeria_eniMatteo Renzi non ha intenzione di rimuovere i dirigenti dell’ENI, raggiunti da avvisi di garanzia per corruzione in Nigeria, un paese dove l’ENI ha ingenti interessi nello sfruttamento della ricchezza petrolifera del paese. Una ricchezza che rappresenta invece una dannazione per le popolazioni del Delta del Niger, che pagano con la salute le conseguenze dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo ma non godono in alcun modo dei profitti dell’oro nero.
Le pagine dei giornali hanno dato grande rilievo all’inchiesta che coinvolge i dirigenti del colosso italiano degli idrocarburi, accusati di corruzione per aver pagato qualche satrapo locale per garantirsi posizioni di vantaggio per i propri impianti sia di terra che di mare.
Quasi nulla l’attenzione per le responsabilità dell’ENI nell’avvelenamento del suolo, dell’acqua, dell’aria: le popolazioni del Delta, che vivono di agricoltura e pesca, sono duramente colpite da questa politica criminale.
Nonostante anche Amnesty abbia più volte denunciato le politiche di sfruttamento feroce e senza tutela dell’ambiente e per chi ci vive, i media vi hanno dedicato ben poca attenzione.
Da diversi decenni, le aziende petrolifere, presenti nel delta del fiume Niger in Nigeria – oltre all’Eni, Total e Shell – favorite da un tessuto normativo che non tutela le popolazioni dell’area, hanno fatto il bello e il cattivo tempo.
Eni opera in Nigeria, con la costituzione, negli anni sessanta, di Agip e l’avvio delle sue attività di esplorazione. Le fuoriuscite di petrolio dagli oleodotti gestiti da Eni sono un fenomeno ricorrente. Hanno contaminato i campi coltivati, le falde acquifere, le paludi e i fiumi dai quali le comunità traggono l’acqua per tutte le esigenze della vita quotidiana. Le conseguenze delle fuoriuscite sono aggravate da incendi e ritardi nella bonifica dei siti inquinati.
Nei siti produttivi di Eni sono inoltre presenti le torce di gas, bruciato durante l’estrazione del petrolio. A causa di questa pratica, detta gas flaring, gli abitanti convivono con una polvere nera che si deposita nelle case, sui vestiti e sugli alimenti e in molti lamentano problemi di salute, per effetto degli agenti nocivi e cancerogeni sprigionati da tali torce. La qualità di vita viene inoltre compromessa dal rumore delle torce di gas nonché dall’odore acre e dall’illuminazione che esse producono nell’area circostante ventiquattr’ore su ventiquattro.
Oltre a essere responsabile nei casi in cui l’azienda gestisce direttamente gli oleodotti, Eni lo è anche attraverso la sua partecipazione del 5% alla Joint Venture, costituita con la società statale nigeriana NNPC (Nigerian National Petroleum Company) e con le compagnie petrolifere Elf ed SPDC (Shell Petroleum Development Company): quest’ultima è la società sussidiaria del Gruppo Royal Dutch Shell e rappresenta il principale operatore della Joint Venture.
Un importante rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente sulle conseguenze dell’inquinamento da petrolio nel territorio dell’Ogoniland, una zona del delta del Niger, pubblicato il 4 agosto 2011, ha sottolineato che sebbene la Shell sia la principale responsabile degli effetti negativi degli impatti dell’estrazione di petrolio da parte della Joint Venture, gli altri partner di quest’ultima hanno anch’essi una parte di responsabilità. Eni è consapevole delle gravi mancanze delle operazioni realizzate dalla Joint Venture con la Shell e degli effetti negativi sui diritti umani e sull’ambiente.
Nel dicembre del 2012 la Corte di giustizia della Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas) ha dichiarato il governo nigeriano responsabile per i gravi e ripetuti abusi perpetrati delle compagnie petrolifere e sottolineato l’esigenza per il governo stesso di riportate tali società alle proprie responsabilità.
Un’ipotesi fantascientifica per una classe politica corrotta e legata a filo doppio agli interessi delle multinazionali, cui è permesso usare una propria polizia privata contro le popolazioni che protestano in difesa della propria salute e del territorio in cui vivono. La violenza di questi mercenari al servizio di ENI, Shell e Elf nei confronti di manifestanti inermi, contribuisce ad infittire le fila dei ribelli armati del Mend.

Ascolta l’intervista realizzata dall’info di Blackout con con Luca Saltalamacchia, avvocato che collabora con organizzazioni ambientaliste impegnate in Nigeria.

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Tav. Il bluff di Renzi

renzi-a-chiomonteHanno lavorato per una settimana: il cantiere/fortino di Chiomonte è stato tirato a lucido, le televisioni allertate, i quotidiani amici hanno gestito l’annuncio, la polizia in assetto antisommossa ha bloccato il ponte sul Clarea.
C’erano tutti. Digos, giornali, delegazione europea, e, sebbene non invitati, anche un buon numero di No Tav, che hanno raggiunto i propri terreni in Clarea aggirando il blocco del ponte passando dal sentiero alto.
Renzi all’ultimo minuto da deciso di non venire. Aveva poco tempo e c’erano le nuvole basse. L’elicottero non poteva volare. Tutti gli altri visitatori “illustri” sono passati dalla via maestra delle truppe di occupazione, l’autostrada A32. Lui no. O l’elicottero o niente.
Una foglia di fico che non copre le vere ragioni di un presidente del consiglio che non tollera le contestazioni: anche in questa occasione ha preferito tagliare la corda di fronte ai No Tav che lo aspettavano armati di fischietti e campanacci.
Renzi è Si Tav o No Tav a seconda della convenienza. Nel maggio del 2013, quando ancora l’ipotesi di guidare un governo era lontana, Renzi scriveva nel suo libro-manifesto Oltre la rottamazione: “Altro luogo comune: per creare posti di lavoro è necessario inventarsi l’ennesima grande opera. (…) le grandi opere non sono né un bene né un male in sé. Dipende da dove sono, quanto costano, quanto servono. (…) Non credo a quei movimenti di protesta che considerano dannose iniziative come la Torino-Lione. Per me è quasi peggio: non sono dannose, sono inutili. Sono soldi impiegati male..” (p. 106).
Oggi da presidente del consiglio suona una musica diversa. Ieri ha dichiarato alla stampa: “Mi pare di capire che da parte francese ci sia un problema che riguarda il finanziamento per i prossimi anni – ha detto il premier – ma si procede. (…) Io rispetto le posizioni di chi è contrario, almeno fino a quando non sfociano in atteggiamenti violenti contro le forze dell’Ordine, che voglio ringraziare. Anche per questo è mia intenzione andare al cantiere”.
La posizione del governo francese è chiara: non muoveranno un mezzo se non saranno sicuri di avere il finanziamento europeo del 40%. Renzi sa perfettamente che nemmeno il suo governo può fare a meno di quei soldi, sa anche che le procedure per averli non sono state completate.
Anche per questo motivo, all’ultimo minuto, ha deciso di tornare a Roma.
Pare abbia dichiarato l’intenzione di venire ad ottobre.
I No Tav lo aspetteranno. Pazienti ma decisi. Bugianen.

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No Tav. Tre giorni di lotta tra Torino e la Val Susa

no tav omnia sunt communiaMartedì 16 settembre. Con l’intervento di un consulente della difesa è ripreso a Torino, nell’aula bunker delle Vallette, il maxiprocesso a 53 No Tav alla sbarra per la resistenza allo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena e per la giornata di lotta del 3 luglio 2011. Il dibattimento è oramai giunto alle ultime battute e la Procura, rappresentata dal pm Nicoletta Quaglino, intende fare la requisitoria contro i 53 imputati interamente nella giornata del 30 settembre.
Numerosi No Tav erano presenti in aula per dare sostegno attivo ai 53.
Era la prima udienza senza i due PM con l’elmetto, Andrea Padalino e Antonio Rinaudo, cui è stato sfilato il processo sul quale hanno giocato la loro carriera. Sebbene le ragioni della Procura oggi guidata da Armando Spataro siano formalmente ineccepibili – troppi quattro PM per un processo che volge al termine – la decisione di mettere da parte i due PM più esposti mediaticamente ha il sapore agre della bocciatura. Resta in mano a Padalino e Rinaudo il processo contro i quattro attivisti accusati di terrorismo per un sabotaggio al cantiere di Chiomonte il 14 maggio del 2013. Si tratta tuttavia di una patata bollente che rischia di scottare chi se la ritrova tra le mani. Il prossimo 6 ottobre è stata fissata la nuova udienza del Tribunale del Riesame bocciato in maggio dalla sentenza della Cassazione perché l’imputazione di attentato con finalità di terrorismo è stata giudicata inconsistente. In quell’occasione i due PM dovranno riformulare l’accusa con argomenti abbastanza forti da convincere il Riesame a pronunciarsi in senso opposto alla Cassazione. Una strada decisamente in salita.
Il processo contro Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò riprenderà giovedì 18 settembre, sempre nell’aula bunker delle Vallette.
Ci saranno anche i No Tav per far sentire la propria solidarietà per attivisti accusati di una pratica rivendicata dall’intero movimento. All’ora di pranzo i No Tav si sposteranno in piazza Nizza per il pranzo e di lì in via Falcone e Borsellino 17b dove c’é la sede di LTF, il general contractor della Torino Lyon, per un pranzo condiviso, un presidio rumoroso e un’assemblea di piazza.

Ascolta l’intervista dell’info di Blackout ad Perino collegato con la radio dall’aula bunker delle Vallette. Perino nei giorni scorsi si è visto recapitare un avviso di conclusione indagini per istigazione a delinquere. Colpevole – come sempre – di non avere peli sulla lingua.

IMG_20140918_172410[1]Aggiornamento al 19 settembre

Qualche centinaio di No Tav ha partecipato all’udienza nell’aula bunker delle Vallette. Pochi momenti di tensione ci sono stati quando la polizia ha tentato di impedire l’ingresso in aula a tutti. Dopo un breve fronteggia mento è stato ripristinato l’ingresso a rotazione.

Dopo un pranzo condiviso in piazza Nizza i No Tav si sono spostati alla sede di LTF in via Falcone e Borsellino 17/b. Di fronte alla sede quasi clandestina della società erano schierata digos e polizia in antisommossa. Dopo un cacerolazo con pentole e fischietti, la giornata di è conclusa con un’assemblea.

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Sardegna. Luoghi a perdere

basi-militariLo scorso 9 settembre, dopo l’incendio scoppiato durante un’ennesima esercitazione militare nel poligono di Capo Frasca, il presidente della Regione Sardegna, Francesco Pigliaru ha dichiarato «Penso che Capo Frasca si possa chiudere». Sul tema delle servitù in materia di servitù militari. «Sono sovradimensionate, un gravame che appare sempre più ingiustificato, anche sul piano operativo», ha detto Pigliaru. Il presidente ha ipotizzato una riduzione di quasi 7mila ettari delle servitù nell’isola, pari al 21% dell’intero onere che al momento pesa sulla Sardegna e proporzionale alla contrazione del personale impiegato.
Il fronte istituzione dell’opposizione a basi e poligoni di guerra in Sardegna punta sulla conferenza Stato/Regioni per raccogliere i consensi dei sovranisti, molto numerosi nell’isola. . Persino L’Unione Sarda dell’imprenditore immobiliarista Sergio Zuncheddu si è impegnato in uma forte campagna mediatica contro le servitù militari.
La stessa manifestazione di sabato 13 a Capo Frasca è stata indetta da formazioni dell’arcipelago stalino/indipendentista ed inizialmente ha raccolto ben pochi consensi. Poi la manifestazione è cresciuta, raccogliendo adesioni molto più ampie e rimettendo in pista una prospettiva antimilitarista.
Oltre a Capo Frasca ci sono altre tre basi: il poligono del Salto di Quirra, quello di Teulada, e la base aerea di Decimomannu.
A Quirra, una sorta di  “zona franca”, lecito e illecito si sono attorcigliati in un nodo, stretto soprattutto dal silenzio militare. Giganteschi cumuli di munizioni, brillati con esplosioni tossiche. Nanoparticelle nocive di missili e bombe, sprigionate nell’aria all’uranio che non hanno risparmiato la natura circostante, né, tantomeno, la salute della popolazione civile, colpita da una straordinaria incidenza di patologie e forme tumorali. Popolazione lotta con le istituzioni: quelle sarde non meno di quelle italiane.
Nei quattro poligoni sardi vengono fatte esercitazioni militari sin dagli anni ’40. Qui la seconda guerra mondiale non è mai finita.
La lunga teoria di morti per tumori e leucemie, bambini e agnelli nati malformati, fondali e terreni pieni di ordigni inesplosi segna l’esistenza di luoghi dove si testano armi, si simulano condizioni di guerra, a discapito della vita e della salute di uomini donne e bambini che vivono nei paesi più vicini. Incalcolabili i costi di bonifiche forse impossibili. Negli Stati Uniti i luoghi scelti per questi giochi di guerra vengono definite “aree sacrificate per l’interesse nazionale”. Luoghi a perdere.

Non c’é mediazione possibile sulle servitù militari, sulle basi e sulle industrie armiere.
Vanno chiuse. Senza se e senza ma.

La manifestazione di sabato 13 a Capo Frasca potrebbe essere una buona occasione per rimettere in pista l’opposizione alla militarizzazione dei territori e delle nostre vite.

Anarres ne ha parlato con Guido Coraddu, anarchico e antimilitarista e sardo.

Ascolta la diretta

Aggiornamento al 14 settembre

Migliaia di persone hanno partecipato alla manifestazione al poligono di capo Frasca, circondando la base e facendo una sonora battitura. In un paio di punti gli antimilitaristi hanno tentato di tagliare le reti.  La polizia schiarata in antisommossa all’interno del recinto è dovuta indietreggiare per sottrarsi al lancio di sassi e fumogeni. Abbattute le reti in diversi punti buona parte dei manifestanti è riuscita ad entrare nella base.
Una manifestazione che, alla vigilia pareva giocarsi all’interno del circuito istituzionale, ha invece aperto una prospettiva di azione diretta popolare.

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Oltre le frontiere. La resistenza delle comunità federaliste e libertarie tra Siria e Iraq

donne curdeLa scorsa settimana la notizia della decapitazione di un giornalista statunitense, il trentunenne Steven Sotloff ha occupato le prime pagine dei giornali, sia pure con enfasi minore rispetto alla decapitazione del collega James Foley, che metteva in scena uno spettacolo comunicativo il cui obiettivo è ben al di là della minaccia agli Stati Uniti, per investire direttamente una più vasta platea internazionale, la stessa da cui provengono i miliziani dell’IS.
La coreografia (la tunica arancio che richiama le tute dei prigionieri di Guantanamo), la demolizione del mito del “nero” Obama e le sue promesse mancate, le minacce all’islam sciita, sono messaggi semplici ma potenti, capaci di dare forza all’immaginario dell’islam radicale.
Sui media main stream ci sono diversi attori: i feroci seguaci del califfo Al Baghdadi, i “curdi”, “l’imbelle” governo iracheno. Più sullo sfondo il regime dell’alawita Bashar el Hassad, contro il quale gli Stati Uniti hanno armato le formazioni islamiste che concorrono alla conquista del paese, il maggior sponsor di Hassad, la Russia putiniana, la Turchia che ha finanziato l’Is.
Il termine “curdi” nasconde più di quanto non riveli. I curdi di cui narrano i media nostrani – diversa è l’informazione negli stessi Stati Uniti – sono quelli della zona dell’Iraq sotto il controllo del PDK di Mas’ud Barzani, alleati con gli Stati Uniti, e “naturali” destinatari delle armi promesse anche dal governo italiano.
Mai entrate nella scena mediatica le formazioni guerrigliere del Rojava (Siria nord orientale) protagoniste della controffensiva che ha liberato numerose zone occupate dell’IS, che, curiosamente, ha interrotto la propria marcia su Baghdad per attaccare le zone curde controllate dalle formazioni libertarie, federaliste e femministe del Rojava e di alcune zone dello stesso Iraq.
Non per caso nel mirino dell’IS è entrato il campo profughi di Makhmur, che da vent’anni ospita curdi sfuggiti alle persecuzioni contro il PKK in Turchia.

Per capirne di più vale la pena ascoltare l’intervista dell’info di Blackout con Daniele Pepino, un compagno che conosce bene le zone curde che stanno sperimentando il confederalismo democratico.

Ascolta l’intervista

Guarda anche un video dove alcune donne raccontano la scelta di entrare nelle YPJ, formazioni di autodifesta popolare, costituite da sole donne.

Di seguito un lungo articolo di Daniele che ci fornisce il lessico essenziale per meglio capire la partita che si sta giocando tra Siria, Iraq. E non solo.
Per la prima volta da decenni il percorso intrapreso in Rojavà narra una storia che apre prospettive che vanno ben al di là delle montagne curde.

Le notizie dal Vicino e Medio Oriente si susseguono a un ritmo incalzante. Il Kurdistan si trova, ancora una volta, nell’occhio del ciclone, dilaniato dall’esplodere delle tensioni tra le potenze regionali che si spartiscono il suo territorio.

Non è semplice, in un simile scenario, fornire un quadro della situazione che non sia immediatamente superato dall’incedere degli eventi. I quintali di notizie, parole, immagini, vomitati dai mass media, invece di chiarire la complessità dello scenario mediorientale, contribuiscono a spargere una confusione che è tutt’altro che casuale.

Perciò ci sembra prioritario – nei limiti di quanto è possibile fare in un breve articolo – provare a fornire qualche strumento interpretativo utile a comprendere le dinamiche in corso con uno sguardo di più lungo periodo rispetto alla cronaca emergenziale del giorno dopo giorno.

Da un lato, è necessario ricordare come quel che accade in Kurdistan (e più in generale in Medio Oriente) sia sempre, anche, il precipitato dell’interazione di forze esterne, a cominciare dagli Stati che ne occupano il territorio, ossia la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran (a loro volta, peraltro, veicoli di uno scontro di interessi su scala mondiale).

Dall’altro, è bene sottolineare come ciò non precluda l’esistenza di specifiche dinamiche locali, le quali, anzi, dimostrano sempre più spesso come proprio questi momenti di crisi e disfacimento possano rappresentare le crepe da cui emergono nuovi percorsi di autonomia, rivolta e protagonismo popolare.

L’immagine costruita dal discorso mediatico dominante racconta, sostanzialmente, di una folle guerra di fanatici terroristi musulmani contro i quali l’Occidente è costretto a intervenire (per ragioni umanitarie, ça va sans dire!) appoggiando le uniche forze al momento in grado di opporvisi, ovvero “i curdi”. Per fornire qualche antidoto alle ambiguità e ai silenzi che caratterizzano tale ricostruzione, ci pare utile, in primo luogo, delineare chi sono realmente le forze in campo, cosa rappresentano, quali identità e progettualità incarnano (in particolare nel campo curdo). In secondo luogo [nella prossima “puntata”], proveremo a sondare i percorsi di autonomia popolare che nonostante tutto – compresa una censura mediatica impressionante – resistono e rappresentano una forza di rottura per niente trascurabile (sia da un punto di vista politico che militare), in particolare nel Kurdistan siriano (Rojava). Infine, cercheremo di abbozzare qualche riflessione di portata più generale sul senso degli eventi in corso.
Continued…

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Tra Mare Nostrum e Frontex Plus

frontex_plusNell’ultimo anno sono morti nel canale di Sicilia oltre 2000 uomini, donne, bambini. Una strage. Una strage di Stato, scritta nelle leggi che impediscono la libera circolazione delle persone nel nostro paese, come nel resto d’Europa.
Dopo i 360 morti nell’immane tragedia del 3 ottobre scorso il governo italiano decise di mettere in piedi una missione militare nel Mediterraneo, per intercettare le navi cariche di profughi e migranti che sono tornate a solcarlo quando è venuta meno la cortina d’acciaio per la quale l’Italia pagava profumatamente il governo libico.
Sin dalle prime battute è stato chiaro che il costo dell’operazione “Mare Nostrum” era enorme. Il governo italiano spende 9,5 milioni di euro al mese. Sia Monti che Renzi hanno bussato alle porte dell’Europa, pretendendo un impegno diretto degli altri paesi dell’Unione sulla frontiera sud. Dopo le centinaia di sbarchi di questi ultimi sei mesi, alcuni paesi europei sino sono impegnati a mettere a disposizione alcuni mezzi navali per mettere in campo l’operazione Frontex Plus. Dopo alcune settimane dall’annuncio Frontex Plus è ancora avvolta in una nebulosa.
L’unico dato sicuro è che potrà affiancare ma non sostituire Mare Nostrum, poiché i mezzi impiegati saranno del tutto inadeguati.
Frontex Plus dovrebbe partire il primo novembre ma la commissaria europea all’immigrazione Cecilia Malstroem non è ancora in grado di definire quale ne sarà la portata, sebbene si sappia già ora che sia l’area coperta, sia i mezzi impegnati non potranno essere che inferiori a quelli dell’operazione italiana.
Frontex Plus è destinata ad integrare ed incorporare due missioni internazionali già esistenti nel Mediterraneo: la Hermes e la Enea. Le navi Ue non si spingeranno però in acque internazionali, e avranno un ruolo di solo controllo e non di soccorso umanitario.
Il nodo è comunque quello dei finanziamenti: ad oggi non si sa esattamente quali Stati e con quali risorse parteciperanno all’iniziativa europea, che potrebbe sgonfiarsi come una ruota bucata se non ci saranno impegni concreti e precisi.

L’info di Blackout ne ha parlato con Federico, attivista antirazzista ed attento osservatore delle politiche sull’immigrazione e l’accoglienza dei profughi nel nostro paese.

Ascolta l’intervista

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Arquata. Giornata di blocchi No Tav

f1Arquata Scrivia. Lunga notte al presidio No Tav/No Terzo Valico di Arquata Scrivia, dove gli attivisti avevano deciso di resistere all’esproprio del terreno dove sorge il presidio, un terreno messo a disposizione di un No Tav del paese. In questo terreno si dovrebbe estendere il cantiere per cominciare la perforazione dei 39 chilometri di galleria per la linea ad alta velocità tra Genova e Tortona. La zona è ricca di amianto e l’intero scavo metterebbe a repentaglio la salute degli operai e della popolazione.
Se a questo si aggiunge che la nuova linea, ben lunghi dal favorire il trasferimento modale dalla gomma al ferro, garantisce un corridio ferroviario ai camion e ai container provenienti dal porto di Genova e diretti a Tortona ai piazzali della famiglia Gavio, le mani in pasta nel f6ricco business delle autostrade, emerge in modo chiaro la vocazione del governo di turno a finanziare con soldi pubblici un affare privato.
Questa mattina tre blocchi hanno chiuso tutti gli accessi alla zona. La polizia e gli esponenti del Cociv non si sono presentati e la zona è scarsamente militarizzata. In mattinata il Cociv, che è il general contractor dell’opera, ha dichiarato di aver rimandato l’esproprio. Evidentemente la presenza di qualche centinaio di No Tav ha determinato l’improvvisa decisione di rinunciare ad effettuare subito un’operazione annunciata sin dai primi giorni d’agosto, dopo la giornata di lotta del 30 luglio, quando i No Tav/No Terzo Valico hanno f22resistito tra cariche e lacrimogeni a numerosi tentativi di esproprio fissati per quella giornata.

Consapevoli che il Cociv ha tempo sino alla mezzanotte di oggi per effettuare l’esproprio, gli attivisti e i solidali provenienti da Torino, Milano, Genova e dalla Val Susa hanno deciso di mantenere i blocchi, che continuano quindi ad oltranza.
La presenza dei No Tav al presidio di Radimero ha impedito che oggi proseguissero i lavori nel cantiere limitrofo. Sono stati inoltre fermati i camion diretti al cantiere del Terzo Valico, rendendo così impossibile proseguire i lavori anche nei cantieri di Voltaggio e Liberna, dove era diretto parte del materiale trasportato dai camion costretti a fermarsi di fronte al presidio dei No Tav.

L’info di blackout ne ha parlato con Salvatore, attivista No Tav/No Terzo valico.

Ascolta la diretta

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Beffa No Tav. Una notte al cantiere: il video

2014 09 06 passeggiata in clareaNella notte tra il 4 e il 5 settembre un folto gurppo di No Tav ha fatto una visita a sorpresa al cantiere di Chiomonte.

Secondo quanto riferiscono i quotidiani La Stampa, Nuova Società e Repubblica,  gli attivisti (20, 40 o più a seconda delle versioni) hanno colto di sorpresa il sistema di sicurezza del cantiere, danneggiandolo in più punti e riuscendo a farvi ingresso.

Colpita una torre faro, i No Tav sono entrati all’interno del cantiere/fortino utilizzando delle scale ed hanno danneggiato una centralina elettrica che regola il funzionamento dell’illuminazione esterna al cantiere, quella che impedisce alla notte di avvolgere i boschi della Clarea. Simbolo della violenza dell’occupazione militare.

Inutile dire che i due PM con l’elmetto Andrea Padalino e Antonio Rinaudo hanno annunciato di essere già sulle tracce degli autori dell’incursione notturna.
Il giorno successivo è stato diffuso in rete un video dell’azione di contrasto dell’occupazione militare della Clarea.

Ve lo proponiamo di seguito:

Sabato 6 settembre dopo circa 300 No Tav hanno partecipato alla marcia notturna al cantiere. Un folto gruppo ha raggiunto il ponte sulla Dora, fronteggiando le truppe dell’antisommossa con battiture e fuochi d’artificio. Un altro gruppo si è fermato prima dell’ingresso dell’autostrada, dove si erano raccolte numerose camionette.  Questa mossa ha nei fatti scongiurato il pericolo che la polizia potesse accerchiare i No Tav nel tratto di strada tra il sottopasso dell’autostrada e il ponte. Una zona pericolosa, divenuta una trappola il 9 luglio 2013.

Nel corso della settimana di lotta No Tav dal 1 al 7 settembre vi sono state numerose altre iniziative.
Dal volantinaggio al mercato di Susa all’assedio all’hotel Napoleon, sino alla giornata di lotta ai cancelli che a Chiomonte chiudono via dell’Avanà, dove il 4 settembre si è ripetuto un appuntamento che, dopo il campeggio itinerante di luglio è continuato per tutto il mese di agosto.

Ascolta qui l’intervista dell’info di Blackout a Mimmo, uno degli over 50 promotori dell’iniziativa del mercoledì.

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