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La guerra sporca di Erdogan, la fiaccolata di Torino

IMG_20150730_224335I bombardamenti in Nord Iraq, gli scontri e gli arresti di massa in Turchia, le operazioni militari in Siria (Rojava), dimostrano che l’escalation militare a cui sta dando vita la Turchia è una guerra contro i curdi e la loro lotta per l’autodeterminazione, nonostante la propaganda mediatica continui a parlare di “guerra all’ISIS”.
Ben strana “guerra all’ISIS” quella in cui l’obiettivo principale sono le uniche forze che sul campo stanno combattendo lo Stato Islamico!
Nei fatti questa è la reazione della Turchia all’esperimento politico di autogoverno del Rojava, fatta con il beneplacito degli Stati Uniti e della Nato.
L’info di Blackout ne ha parlato con Daniele (collaboratore della Radio, autore di “Nell’occhio del ciclone, il popolo curdo tra guerra e rivoluzione”, e rientrato di recente da Nord Iraq e Siria). Nell’intervista sono stati affrontati gli ultimi accadimenti in Siria, cercando di svelarne le dinamiche di fondo.
Si è inoltre parlato della situazione in Nord Iraq, della rottura della tregua tra Ankara e PKK con i bombardamenti a tappeto di Qandil e delle altre zone controllate dalla guerriglia, di qual è il ruolo di Qandil e delle “zone liberate” sotto attacco, di qual è il posizionamento di Massoud Barzani e del PDK in questa partita, ecc.

Ascolta qui la diretta

Il 30 luglio per le strade di S. Salvario a Torino si è dipanata una fiaccolata di solidarietà, cui hanno partecipato circa trecento persone. Il segno che la lotta durissima che si sta svolgendo nel crocevia tra Turchia, Iraq e Siria è una scommessa importante per noi tutti.

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Cannabis legale? Pruderie proibizionista

cannabisCannabis legale? Nelle ultime settimane, complice la presentazione di un progetto di legge su una modestissima legalizzazione dell’uso della cannabis, il dibattito si è riaperto.
Ne abbiamo parlato con Robertino del collettivo antioproibizionista di Pisa, tra i promotori della street parade “Canapisa”.

Ascolta la diretta

Leggi l’articolo di Robertino uscito sull’ultimo numero di Umanità Nova:
“Sin dal loro apparire,‭ ‬tra la fine dell’Ottocento e gli anni‭ ’‬30‭ ‬del secolo del secolo scorso,‭ ‬le leggi antidroga hanno suscitato critiche sia per la loro evidente irrazionalità che per la pretesa di imporre un codice di comportamento in una delle sfere più intime delle persone,‭ ‬cioè cosa mettere e non mettere dentro il proprio corpo.‭ ‬Queste critiche per un lungo periodo sono rimaste confinate nell’ambito ristretto delle riviste accademiche di diritto e di medicina o tra le pagine della stampa libertaria‭ (‬il nostro Umanità Nova già nel‭ ‬1921‭ ‬pubblicava un durissimo articolo di Errico Malatesta contro la messa fuorilegge della cocaina in Francia‭)‬,‭ ‬ma‭ ‬sono diventate sempre più diffuse‭ ‬a partire dagli anni‭ ‘‬50‭ ‬con la diffusione della cannabis tra i giovani europei e nordamericani da una parte e con la conseguente repressione poliziesca dall’altra.‭ ‬Molti fanno risalire la data di nascita‭ “‬ufficiale‭” ‬delle mobilitazioni antiproibizioniste al‭ ‬25‭ ‬luglio‭ ‬1967‭ ‬quando il Times ‭ ‬di Londra ospitò in un’intera pagina a pagamento un appello per la legalizzazione della marijuana firmato dal filosofo Alaistair McIntyre,‭ ‬dallo psichiatra Ronald Laing,‭ ‬dal sociologo Tariq Ali,‭ ‬da tutti e quattro i membri dei Beatles‭ (‬secondo alcuni sarebbero stati proprio i componenti della boy band più famosa di tutti i tempi a pagare il costoso annuncio‭)‬,‭ ‬dal loro manager Brian Epstein e da altri personaggi della scena musicale e culturale britannica.‭ ‬Il giorno dopo anche Bertrand Russell esprimeva la propria adesione all’appello.‭ ‬L’evento che aveva scatenato la mobilitazione era stata,‭ ‬solo poche settimane prima,‭ ‬l’incarcerazione di Mick Jagger e Keith Richards dei Rolling Stones,‭ ‬in prigione dal‭ ‬29‭ ‬giugno per detenzione e uso di marijuana.‭ ‬La notizia aveva fatto rapidamente il giro di Londra e il clamore suscitato dalla carcerazione dei due artisti‭ ‬diventò l’occasione per attaccare il sistema giudiziario britannico e le leggi proibizioniste in‭ ‬particolare.‭ ‬La mobilitazione per i due Stones raggiunse il culmine il‭ ‬31‭ ‬luglio all’udienza conclusiva dell’appello,‭ ‬a cui partecipano centinaia di persone che invadono l’aula,‭ ‬i corridoi e il cortile del tribunale che accolsero con un tripudio generale la lettura della sentenza con cui il giudice revocava la condanna al carcere e ordinava l’immediata liberazione dei due musicisti.‭ ‬Pochi giorno dopo il quotidiano The Guardian dichiarava‭ “‬già morta‭” ‬la convenzione internazionale contro‭ “‬la droga‭” ‬entrata in vigore sotto l’egida dell’Onu e grazie alle pressioni del governo USA solo pochi anni prima.
Quasi mezzo secolo dopo,‭ ‬la War On Drugs infuria più che mai e si fa sempre più feroce,‭ ‬tanto che,‭ ‬come ha denunciato da tempo Amnesty International,‭ ‬non fa che allungarsi la lista dei Paesi che applicano la pena di morte per traffico di droga e ogni anno centinaia di persone vengono giustiziate in Cina,‭ ‬Arabia Saudita,‭ ‬Indonesia,‭ ‬Iran etc per quello che i giuristi definiscono‭ “‬un reato senza vittime‭”‬,‭ ‬nel senso che chi assume sostanze illecite‭ ‬ne ricava un danno,‭ ‬ma lo fa comunque in genere volontariamente e senza essere costretto‭ (‬esattamente come nessuno viene a costretto a rovinarsi il fegato mangiando‭ ‬5‭ ‬hamburger di fila o a farsi venire il diabete con una dieta zuccheri e junk food‭)‬.‭ Continued…

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Lo sciopero in gabbia

scioperosaeseCon grande pertinacia il governo, con il supporto di una massiccia campagna mediatica, rilancia l’iniziativa per una stretta della legislazione antisciopero, in particolare nei settori del trasporto e dell’igiene urbana.
Il meccanismo retorico dei media, che d’estate sono spesso a caccia di scandali, è sin banale: si prende qualche caso di disagio, reale o presunto, per additare i lavoratori come nemici dell’interesse generale. Lavoratori contro consumatori dunque come se la gran parte dei “consumatori” non fosse composta da lavoratori e come se non fosse interesse in primo luogo dei lavoratori il buon funzionamento dei servizi pubblici.
L’obiettivo immediato di questa campagna è evidente: lo smantellamento e la privatizzazione dei trasporti pubblici locali e delle imprese addette all’igiene urbana.
Rendere pressoché impossibile la lotta dei lavoratori di questi comparti favorirebbe questa operazione che interessa le imprese intenzionate a conquistare questi mercati e il ceto politico che gestirebbe la dismissione dei servizi.
Il dispositivo tecnico giuridico che alcuni parlamentari da tempo distintisi come avversari dei lavoratori, in particolare Pietro Ichino e Maurizio Sacconi, propongono è in apparenza “democratico”: riservare ai sindacati “maggiormente rappresentativi” e sottoporre a referendum vincolante il diritto all’indizione degli scioperi.
In questo modo si mette in opera un meccanismo micidiale che porterebbe all’impossibilità effettiva di scioperi efficaci. Basta domandarsi infatti chi gestirebbe i referendum in questione, che effetto avrebbe il frapporre tempi lunghi fra l’inizio delle procedure e l’indizione dello sciopero, che impatto avrebbe uno sciopero sottoposto a tanti vincoli.
Non solo. Di fronte alla trasformazione dei sindacati in erogatori di servizi è plausibile che la rappresentanza formale dei lavoratori misurata attraverso il numero degli iscritti a questo o a quel sindacato e ai voti in occasione delle elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie non abbia un nesso forte con la volontà dei lavoratori stessi per quanto riguarda le richieste salariali e normative, la decisione di fare sciopero, l’accettazione degli accordi.

Quando si sviluppa una tensione forte e i lavoratori si esprimono come una comunità di lotta, la rappresentanza formale costituitasi in un periodo di passività è uno strumento generalmente inadeguato nell’espressione dell’effettiva volontà dei lavoratori a meno che non sappia porsi come strumento di questa stessa volontà.
Se oggi il governo è orientato a un ulteriore restringimento delle libertà sindacali gran parte delle responsabilità va ai sindacati concertativi, che hanno fatto del monopolio della rappresentanza e della difesa dei propri interessi di ceto l’obiettivo al quale hanno sacrificato gli interessi e libertà dei lavoratori.

D’altra parte le leggi non sono che la rappresentazione ritualizzata di rapporti di forza: quando la bilancia pende dalla parte di chi sfrutta, le norme strangolano del tutto la residua capacità di lotta.
Ne consegue che l’asticella si alza, le uniche lotte efficaci diventano quelle illegali, il prezzo da pagare aumenta con il crescere della posta in gioco. Una posta di autonomia, di libertà, non per cambiare le regole, ma per rovesciare il tavolo di gioco.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Cosimo Scarinzi della Cub.

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Condannati gli antirazzisti torinesi: chi non ferma la barbarie ne è complice

filo-spinato-trib-gal-copyOggi il tribunale di Torino ha emesso la sentenza nel principale dei due processi contro 57 attivisti dell’assemblea antirazzista torinese. Il secondo si era chiuso in aprile con un sostanziale ridimensionamento delle richieste del PM. Oggi 31 antirazzisti sono stati condannati a pene tra i sei mesi e i tre anni e mezzo dal collegio composto da Gianetti, Ferrari e Ferrero.
Nonostante le richieste del PM Padalino siano state più che dimezzate, la sentenza è pesante.

Per le lotte antirazziste tra il 2008 e il 2009 oggi lo Stato italiano ha presentato il conto.
Furono tantissime le iniziative di quegli anni. Iniziative che, sia pure di minoranza, contribuirono a tenere accesi i riflettori ed a sostenere le lotte dentro i CIE, contro lo sfruttamento del lavoro migrante, contro la militarizzazione delle periferie.

Vogliono tappare la bocca e legare le mani a chi si ostina a voler cambiare un ordine sociale feroce, ingiusto, predatorio, razzista. Non ci riusciranno.

I 67 attivisti coinvolti nei due processi sono stati condannati per aver distribuito volantini e manifesti, per aver dato solidarietà attiva ai reclusi nei CIE, per aver contrastato la politica securitaria del governo e dell’amministrazione comunale. In altre parole sono stati condannati per avere idee di libertà e per aver cercato tradurle in pratica.

In questo secondo processo è entrato il presidio al Museo egizio – 29 giugno 2008 – per ricordare l’operaio egiziano ucciso dal padrone per avergli chiesto il pagamento del salario; la protesta – 20 marzo 2009 – alla lavanderia “La nuova”, che lavava i panni al CIE di corso Brunelleschi… l’occupazione simbolica del consolato greco di Torino, dopo l’assassinio di Alexis Grigoroupoulos… Decine iniziative messe insieme per cucire addosso ad un po’ di antirazzisti accuse tali da portarli in galera.

In questi anni – pur finita l’esperienza dell’Assemblea antirazzista, chi vi si era riconosciuto ha continuato, ciascuno a suo modo, a lottare per le strade di questa città.
Padalino ha sostenuto che la prova della criminalità degli antirazzisti è nella continuità delle lotte, che vanno avanti nonostante la repressione.

Le condanne di oggi sono lo specchio di un paese, i cui governi hanno puntato sul disciplinamento dei lavoratori immigrati, resi ricattabili da leggi che rendono inscindibile contratto di lavoro e permesso di soggiorno.
L’urgenza che spinse le lotte tra il 2008 e il 2009 è oggi ancora più forte. I razzisti della Lega, Casa Pound, Forza Nuova che attacca i profughi di guerra sono la punta di un iceberg, il cui grande corpo sommerso è rappresentato dal governo Renzi, dal blocco navale dell’UE di fronte alle coste libiche, dai braccianti che muoiono di lavoro raccogliendo pomodori. Un modello di disciplinamento dei lavoratori sperimentato con gli stranieri e oggi applicato anche agli italiani.

Oggi come ieri c’è chi si mette di mezzo, chi non accetta che sia normale il lavoro da schiavi, la morte in mare, le baracche, i CIE.

Di seguito la rivendicazione letta in tribunale da Maria e Emilio, due nostri compagni, oggi condannati dal tribunale a un anno e mezzo e 11 mesi di reclusione.

“Non siamo qui per difenderci.

I codici riducono le lotte sociali a reati, i pubblici ministeri le trasformano in accuse.

Le lotte per le quali siamo qui si sono dipanate tra il 2008 e il 2009.

Siamo qui per raccontare di un’urgenza. Un’urgenza che è venuta crescendo – giorno dopo giorno – nei luoghi che viviamo e nelle nostre coscienze.

I roghi fascisti contro i rom, le aggressioni contro gli immigrati, la cappa feroce del razzismo istituzionale già disegnavano il presente terribile nel quale siamo forzati a vivere.
La nostra era un’urgenza politica e sociale, ma, soprattutto, etica.

In quegli anni provammo a tessere una rete di solidarietà, per porre argine alla violenza e per gettare i semi di un agire comunicativo capace di rompere la tenaglia del razzismo diffuso nei quartieri popolari dove la guerra tra poveri era già una realtà.

Intrecciammo con altri i nostri percorsi di resistenza al razzismo, per mettere insieme intelligenze, energie, tempo, capacità e saperi e tentare di ridisegnare lo spazio sociale della nostra città. Uno spazio violato dalle retate della polizia contro gli immigrati, dai raid fascisti e razzisti, dalla presenza di un CIE dove la favola dell’eguaglianza dei diritti e delle libertà mostra – più che mai – l’atroce farsa della democrazia.
Uno spazio dove si vive male tutti, perché il lavoro che non c’è, che è precario, pericoloso, mal pagato è nella quotidianità di ciascuno. Uno spazio dove la martellante propaganda razzista crea solchi sempre più larghi, dove il risentimento verso gli ultimi prende il posto dell’odio per chi comanda e sfrutta tutti.

Occorreva rompere il muro del silenzio e dell’indifferenza, spezzare la cappa dell’odio.
La guerra tra poveri cancella la guerra sociale, distrugge la disponibilità all’incontro, corrode la solidarietà, apre la strada alla giungla sociale.
Ridisegnare il territorio significava in primo luogo presidiarlo, facendo sentire ad immigrati e clandestini la nostra presenza solidale. Ma non solo.
Abbiamo intrapreso un’offensiva culturale che spezzasse il cerchio della paura, aprisse spazi di incontro e relazione, ponendo le basi di un’azione comune contro i nemici di tutti, che restano quelli di sempre, i padroni che ci portano via la vita, giorno dopo giorno.

Abbiamo un solo rammarico. Non essere riusciti a fare di più.

Nella roulette russa della guerra sociale c’è chi affonda e chi resta a galla. Quando la marea sale cresce il numero dei sommersi.
Chi resta ai margini, chi non resiste non dica domani che non sapeva, non dica che non voleva.

Quando qualcuno ci chiederà dove eravamo quando bruciavano le baracche dei rom, quando la gente moriva in mare, quando i lavoratori immigrati erano poco più che schiavi, vorremmo poter rispondere che eravamo lì, tra gli altri, per metterci di mezzo, perché abbiamo sentito il suono della campana e abbiamo saputo che suonava per noi.

Non c’è più tempo. Se non ora, quando? Se non io, chi per me?

Chi non ferma la barbarie ne è complice.

Maria M. – Emilio P.”

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Senzapatria HC fest

senzapatria hc 01Qui qualche foto del Senzapatria HC fest benefit lotte antirazziste

hanno suonato:

-because the been (HC-Reggio Emilia)
-pretesto (speed core-torino)
senzapatria hc 03-tullamore (celtic punk-pavia)
-the spirits (HC-torino)
-Charles brigade (HC-milano)
-middle Finger (street punk-alba)
-anestesi (Punk hc- varese)

dj set DIY by loris e walter

Loris ha brevemente illustrato la vicenda dell’assemblea antirazzista per la quale sarà emessa sentenza il 23 luglio. Un lungo applauso ha accolto l’intervento.

Lo scorso 13 aprile è stata emessa la sentenza nel primo dei due processi in cui è stato diviso il procedimento.
Quattro antirazzisti sono stati condannati per aver affidato ad uno striscione e ad un megafono la storia di un piccolo gruppo di rom che, sei anni fa aveva deciso farla finita con la miseria.

Nulla di cui stupirci. Finché ci saranno baracche e chi le abita, finché ci sarà chi ha tutto e chi poco o nulla, finché ci saranno frontiere, galere, CIE, finché ci sarà chi lucra sulle vite altrui, ci sarà anche qualcuno che deciderà di non voler stare alle regole di questo mondo intollerabile e deciderà di mettersi di mezzo.

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Dall’Italia alla Grecia. L’ambiguità delle socialdemocrazie

renzi tasseRenzi annuncia di voler tagliare le tasse. Come Berlusconi. Renzi con ogni probabilità non taglierà le tasse, ma le aumenterà. Come Berlusconi. Da bravo venditore gli cambierà nome. Come con l’ICI, che non c’é più ma la pressione fiscale sulla casa è passata da 2 a 11 miliardi.
Ma Renzi non è Berlusconi. Renzi è l’erede della tradizione socialdemocratica, quella che affida la redistribuzione verso le classi meno abbienti alla tassazione, per mantenere la pace sociale in cambio di servizi, tutele, libertà.
Da tempo il PD offre pace sociale senza offrire nulla in cambio. Questo è in se un fatto. Renzi ha appena imposto una legge sulla scuola che porta a termine il progetto di aziendalizzazione dell’istruzione, mettendo sotto tutela gli insegnanti. Quelli che non si adegueranno agli obiettivi del preside manager avranno di fronte una strada in salita. Disciplina e liberismo: un bel cocktail miscelato dal sindaco d’Italia, sceriffo e manager.
Resta tuttavia il grande impatto simbolico di un annuncio, che segna una discontinuità radicale con una consolidata tradizione novecentesca, che sebbene ormai ridotta a simulacro, resisteva nell’immaginario e nella propaganda del PD.
Il segno, al di là dell’urgenza di recuperare visibilità con un annuncio “forte”, che l’illusione di un capitalismo dal volto umano è ormai tramontata.
Ne sanno qualcosa ad Atene.

L’info di Blackout ne ha parlato con Francesco, economista.

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Turchia. Bombe di Stato contro la ricostruzione di Kobane

suruc strageLa mattina di lunedì 20 luglio a Suruç nel giardino del centro culturale Amara è esplosa una bomba durante la conferenza stampa dell’organizzazione turca Federazione delle Associazioni dei Giovani Socialisti (SGDF). 32 morti e oltre 100 feriti, di cui alcuni in gravi condizioni, è il bilancio forse provvisorio della strage. Tra le vittime, oltre a numerosi giovani militanti socialisti, vi sono anche due compagni anarchici, entrambi di 19 anni. Evrim Deniz Erol e Alper Sapan, quest’ultimo faceva parte del gruppo Iniziativa Anarchica di Eskişehir ed era obiettore di coscienza al servizio militare.
Suruç è una cittadina a maggioranza curda in territorio statale turco, a ridosso del confine con la Siria ed è base per tutte le azioni di solidarietà rivolte verso Kobanê, che dista solo pochi chilometri. Per questo circa 300 membri del SGDF si trovavano presso il centro culturale per una conferenza stampa in cui stavano denunciando la repressione attuata dal governo turco allo scopo di impedire che i giovani militanti passassero il confine per lavorare a progetti di ricostruzione della città. Quasi contemporaneamente un altro attentato a Kobanê, vicino al valico di frontiera di Mürşitpınar, verso Suruç, faceva ulteriori vittime tra le forze curde di autodifesa. L’attentato al centro culturale Amara viene per ora attribuito allo Stato Islamico, in ogni caso è chiaro che l’attacco risponde agli interessi di coloro che vogliono bloccare in ogni modo qualsiasi possibilità di cambiamento sociale rivoluzionario nella regione, a partire dal governo turco e dai suoi sicari.

La ricostruzione di Kobanê e del Rojava è molto importante, perché oltre al bisogno di ricostruire infrastrutture, case ed ospedali, c’è anche l’impellenza di discutere come dovrà essere la città, come ricostruire la società, su quali basi. Ci sono diverse posizioni e differenti progetti, da una parte ci sono speculatori che aspettano di fare l’affare del secolo, mentre dall’altra ci sono rivoluzionari che vogliono far sorgere dalle macerie una società libera dalla proprietà privata.

Facciamo un passo indietro. Continued…

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Buio e luce. Di omicidio, stupro, e marò

maròLa vicenda dei due marò della Marina Militare Italiana accusati di aver ucciso due pescatori del Kerala, durante un’azione di pattugliamento a bordo della petroliera italiana Erika Lexie, forse si chiuderà a tarallucci e vino. E’ di qualche giorno fa la decisione della corte suprema indiana di affidare la risoluzione della vicenda ad un arbitrato internazionale.
Su questa vicenda le forze politiche istituzionali, con accenti più o meno marcati, sono state sostanzialmente unanimi nella pretesa che i “nostri” marò tornino a casa.
I due pescatori morti ammazzati sono scomparsi da una scena nella quale era loro riservato il ruolo di comparse. Eppure, a pochi giorni dall’inizio della missione navale europea Eunavfor, la vicenda della quale sono stati protagonisti i due fucilieri di marina dovrebbe indurre a qualche riflessione sulle possibili conseguenze di un’avventura militare, che è stata paragonata ad Atalanta, la missione antipirateria, durante la quale i due militari hanno sparato a due lavoratori del mare, scambiandoli per pirati. Quanti pescatori libici rischiano di essere presi per scafisti?
Sappiamo bene che omicidi, stragi, massacri compiuti da uomini e donne in divisa si trasformano in servizio alla Patria. L’uccisione di civili è sempre un increscioso incidente di percorso. Nulla più.
Nella neolingua dei politici e dei media main stream due persone accusate di omicidio, due assassini, si trasformano nei “nostri” due marò da portare a “casa”. “Nostri” e “casa” sono le parole chiave di un’operazione di falsificazione che trova la propria ragion d’essere nella nuance sentimentale familistica che viene declinata per mostrare l’uomo sotto la divisa. Meglio se padre e marito, figlio, fratello. Uno di noi, uno che è lontano da casa per noi. Quasi un eroe.
I due pescatori che a “casa” non torneranno più sono estranei, lontani, incivili.
In questi anni i media italiani registrano ogni caso di stupro, omicidio, femminicidio nel subcontinente indiano. All’improvviso la condizione delle donne indiane, le mogli che muoiono in incidenti domestici a base di alcol e fuoco, le ragazzine dalit stuprate e impiccate, la studente stuprata a morte su un bus sono saliti agli onori delle cronache main stream. In ogni dove le femministe sanno che in India, la condizione femminile, tradizionalmente durissima, è peggiorata con la modernità e con le meraviglie che la tecnica mette a disposizione di una cultura misogina. Gli aborti selettivi delle bambine hanno creato un enorme gap tra il numero delle donne e quello degli uomini, specie tra i giovani.
Probabilmente appena i “nostri” marò saranno tornati a “casa”, la condizione delle donne indiane uscirà dalla scena mediatica.
In compenso il militare di Marina che ha stuprato una ragazzina di 15 anni ha goduto di una cortina fumogena densissima. Sebbene la sua identità fosse nota, tuttavia il suo “mestiere” è rimasto in ombra.
Sin dalle prime ore è stato scritto che era “dipendente del ministero della difesa”. Una definizione che ci dice poco o niente. I più hanno pensato ad un impiegato. Alcuni media imprudenti hanno aggiunto che si doveva imbarcare per una missione un paio di giorni dopo lo stupro.
A questo punto i più scaltri tra i lettori della stampa main stream hanno capito che era un militare di professione della Marina militare italiana. Un marò. La parola non è stata usata dai quotidiani.
Usarla poteva gettare un’ombra sulla Marina Militare. Un’ombra sui “nostri” da portare a “casa”. Un marò che si comportava a Roma, come in una qualunque ben retribuita missione umanitaria in giro per il mondo, poteva appannare l’immagine di tutti i “nostri” ragazzi. Mica siamo in India!

La palma del peggio tocca al segretario di Rifondazione Comunista di Rimini, che, con fastidiosa verve giustizialista, scrive su facebook “Non è ora che impicchino i due marò? E subito si pente, si straccia le vesti, cancella il post e si dimette da segretario, per non rovinare ulteriormente l’immagine del suo partito.
L’immagine. L’ombra proiettata dalla lanterna magica, attraverso un foro strettissimo. Lo sguardo si fissa al centro e intorno c’é il buio.

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Eunavfor. Sul filo del rasoio

navi militariLo scorso maggio il Consiglio dei ministri degli Esteri e della Difesa dell’UE, ha approvato l’Agenda europea sulla Migrazione e Eunavfor Med, l’operazione di polizia che si propone di neutralizzare l’attività degli scafisti attivi nel Mediterraneo centro-meridionale.
In questi giorni la prima parte della missione è divenuta operativa, ma la questione, centrale per mesi nell’agenda dei principali media, oggi è uscita di scena.
Eppure Eunavfor Med è un’operazione militare. Un’operazione rischiosa in uno scenario sempre più difficile. E’ della scorsa settimana fa la decisione del governo Essebsi di proclamate lo stato di emergenza in Tunisia. Agli ormai consueti allarmi sui terroristi imbarcati sulle carrette dei profughi, fa sponda l’Isis che invita gli jihadisti ad imbarcarsi per l’Europa, per fare la guerra santa. I proclami dell’Isis non potranno che rinforzare i propositi di chi vuole rinforzare le mura della fortezza Europa, contribuendo ad alimentare la xenofobia.
Eunavfor Med mira a distruggere il modello di business messo a punto delle reti di scafisti e trafficanti di esseri umani identificando, catturando e distruggendo le imbarcazioni e le risorse da essi utilizzati. La missione si dovrebbe articolare in di tre fasi. La prima fase prevede l’identificazione e il monitoraggio dei network degli scafisti attraverso la raccolta e lo scambio di informazioni di intelligence e un’attività di pattugliamento rafforzata in acque internazionali. La seconda e la terza includono l’individuazione, la cattura e la distruzione delle risorse dei trafficanti rispettivamente in acque internazionali e libiche, senza escludere azioni sulla costa. Benché la decisione adottata il 18 maggio scorso dal Consiglio dei ministri degli esteri e della difesa abbia approvato la base legale dell’operazione che comprende tutte e tre queste fasi, Eunavfor Med non potrà essere attuata nelle fasi successive alla prima se non riceverà il mandato delle Nazioni Unite. E’ infatti necessario che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvi una risoluzione in base al capitolo 7 dello Statuto delle Nazioni Unite, in cui si prevede l’uso della forza “per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale”. La poswsibilità di un accordo resta tuttavia remota, visto il niet russo e la natura utopica di un governo di unità nazionale in Libia.
In assenza del mandato ONU, non potendo cioè agire nei porti e nelle acque libiche, lunedì 22 giugno, all’unanimità e sotto la guida dell’alto rappresentante UE Mogherini, i ministri degli esteri hanno potuto soltanto approvare la prima fase della missione.
L’operazione, che ha il suo quartier generale a Roma, comprende circa mille uomini, cinque navi da guerra, due sottomarini, tre aerei da pattugliamento marittimo, tre elicotteri, e due droni. I costi ammonterebbero a circa 14 milioni di euro. E’ prevista una collaborazione con la Nato – che porta avanti nel Mediterraneo la sua missione militare antiterrorismo Active Endeavour, lanciata nel 2001 – e diverse agenzie delle Nazioni Unite, oltre all’agenzia europea per la gestione delle frontiere esterne Frontex. Le modalità del coinvolgimento dell’Unione africana e di diversi Paesi arabi devono essere ancora precisate.
Eunavfor Med si inscrive oggi all’interno del piano quinquennale della nuova Agenda europea contro le organizzazioni che facilitano l’ingresso di senza documenti nel territorio dell’Unione e lungo tutte le rotte migratorie. Per monitorare i gruppi criminali organizzati che agiscono nel Mediterraneo, si attribuisce un ruolo chiave all’operazione JOT MARE, un team d’intelligence formato da agenti dell’Europol, l’ufficio di polizia europeo, ed esperti distaccati degli Stati membri.
Questa operazione è stata presentata come l’arma principale dell’Europa contro una nuova tratta degli schiavi ed è stata messa a punto utilizzando come modello la missione Atalanta con cui, dal 2008, l’Unione Europea combatte la pirateria nel Corno d’Africa. Il paragone è tuttavia debole. Sebbene prezzo del servizio che sono costretti a pagare sia spropositato, i migranti/rifugiati non sono gli schiavi degli scafisti ma piuttosto i loro clienti. In presenza di canali legali per raggiungere un posto sicuro in cui vivere o cercare opportunità di lavoro e vita migliori, la domanda per i servizi offerti dagli scafisti verrebbe meno e con essa le reti del crimine organizzato. Sono i divieti e i blocchi degli Stati a creare il business criminale. Se ci fosse la libera circolazione non ci sarebbe chi lucra sulla clandestinità né morti in mare.
La missione Atalanta ha ottenuto il mandato delle Nazioni Unite anche perché il governo provvisorio della Somalia allora al potere diede il suo appoggio alla missione. Sembra però molto improbabile che, anche nel caso in cui si formasse in Libia un governo di unità nazionale, questo darebbe il suo consenso ad Eunavfor med. Le autorità libiche sanno che si tratta di un’operazione militare che, come si legge nei protocolli riservati dell’Unione Europea recentemente pubblicati da WikiLeaks, potrebbe richiedere un impegno bellico di terra. Diversamente dalla guerra ai pirati, inoltre, Eunavfor Med dovrà misurarsi con il non banale problema di distruggere le imbarcazioni degli scafisti evitando che questi ultimi utilizzino i migranti come scudi umani.
Nulla è stato però detto per chiarire come questo sarà possibile. L’Europa preferisce imbarcarsi in una missione militare costosa e dagli “effetti collaterali” potenzialmente devastanti piuttosto che aprire le frontiere.
D’altro canto sono decenni che le fortune politiche dei partiti politici europei si giocano sul fronte dell’immigrazione.

Di questo e di tanto altro, dalla crisi greca alle politiche del governo Renzi sull’immigrazione, l’info di Blackout ha parlato con Alessandro Dal Lago, studioso delle politiche di gestione delle migrazioni.

Ascolta la chiacchierata

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No Tav. Blocchi al Moncenisio, grappoli di lacrimogeni a Chiomonte

CJrE-gjWUAADFY3La marcia dei No Tav francesi attraverso i paesi dove sono previste i cantieri per la realizzazione della tratta transalpina della Lyon Torino, tranquilla e partecipata durante i dieci giorni transalpini, si è incastrata in un gigantesco posto di blocco a Bar Cenisio, dove un tempo c’era il controllo di frontiera della polizia italiana. L’Unione Europea è un organismo a geografia variabile: di fronte a migranti e oppositori politici le frontiere si richiudono. Questa volta non è stato necessario ricorrere alla norma che consente la sospensione temporanea del trattato di Schengen. Otto blindati CJlgv22W8AAuKnzdell’antisommossa, piazzati di traverso sulla statale 25 del Moncenisio, hanno chiuso il passaggio alle cinquanta auto e furgoni che scendevano dal Moncenisio, dopo l’incontro con un gruppo di No Tav italiani al forte Varisella.

In un crescendo di arroganza, insulti e ridicolo la digos ha preteso di fotografare e controllare tutti i partecipanti alla marcia, bloccando per ore la statale in un venerdì pomeriggio di luglio. Una fila di chilometri si è formata lungo i tornanti della statale.
Erano ormai le 20,30 quando finalmente la colonna ha cominciato a scendere verso il campeggio di Venaus.
Il giorno successivo, dopo la rituale passeggiata in Clarea di tutti i viandanti No Tav, l’appuntamento era alla Gravella, nei pressi del cancello della centrale Iren, che delimita l’area della zona occupata a tre chilometri dal cantiere sotto i piloni dell’autostrada nell’area dove CJrCfOKW8AASSrzil torrente Clarea confluisce nella Dora. Sul ponte sulla Dora erano stati piazzati quattro jersey per sbarrare il passaggio.
Intorno alla mezzanotte, durante il concerto serale, i No Tav che affollavano l’area si sono spostati sul ponte per una battitura. La polizia, già schierata con idrante e uomini dell’antisommossa sull’altra sponda del fiume, al riparo dei jersey, ha usato acqua e gas per sgomberare il ponte, continuando i lanci per una buona mezz’ora anche nell’area dell’ex campeggio Gravella.

Lacrimogeni a grappoli hanno invaso tutta l’area, avvolta da una nebbia di gas. Gli spari sono continuati per oltre una buona mezz’ora.

La polizia è decisamente nervosa e reagisce oltre misura ad una banale protesta a chilometri dal cantiere.

Oggi appuntamento alle 13 al presidio di Susa per pranzo e assemblea

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Tanto peggio, tanto meglio: la strategia della jihad in Tunisia

TUNISIA-UNREST-TOURISMDopo la strage di Sousse costata la vita a 39 turisti europei per lo più di nazionalità britannica, l’info di Blackout ne ha parlato con Karim Metref, blogger e insegnante di origine cabila, per cercare di chiarire quali sono le dinamiche degli attentati che, dal Bardo a Sousse, stanno scuotendo in questi mesi il paese nordafricano.
La tipologia degli attentati e la scelta delle vittime dimostra la volontà di colpire la principale industria della Tunisia: quella turistica.
E’ evidente che la Tunisia, con un’agricoltura ai limiti della sussistenza e un’industria embrionale, che vive per lo più di commesse estere scarsamente stabili, il colpo dato all’immagine del paese e alla sua capacità di garantire la sicurezza dei turisti si concretizza come una mazzata formidabile alla possibilità del paese di garantirsi stabili introiti in valuta pregiata e di creare posti di lavoro.
La disoccupazione in Tunisia si trova stabilmente a livelli molto alti e riguarda una popolazione molto giovane, in crescita e con un buon livello di scolarizzazione. L’industria turistica in questi anni è stata la più valida alternativa all’emigrazione per quei giovani tunisini che quattro anni fa hanno dato vita alla “Rivoluzione dei gelsomini” che li ha sicuramente resi un po’ più liberi ma non ha certamente risolto i problemi della struttura economica del paese e, conseguentemente, non ha garantito loro né lavoro né reddito.
In questo quadro va inserita l’azione dell’attentatore jihadista sulla spiaggia di Sousse, e soprattutto la strategia che si delinea nella scelta degli obiettivi da parte della galassia islamista tunisina e dei suoi alleati nel mondo arabo, in primis Ansar el Sharia, ben radicato nella vicina Libia.
La Jihad prova a minare le fondamenta economiche del paese per spingere la gioventù tunisina verso una soluzione autoritaria di tipo islamico per risolvere la difficile situazione. In altre parole si tratta di aggravare una situazione in modo da porsi come unici possibili solutori della stessa.
Niente di nuovo sotto il sole e nei giochi di potere.

Ascolta la diretta con Karim

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No Tav Pride

DSC09689Quattro anni. Quattro lunghi anni sono trascorsi dalle giornate della Maddalena, quando l’area destinata a diventare cantiere venne liberata. I giorni della Libera Repubblica finirono il 27 giugno: dopo ore di resistenza le truppe dello Stato sgomberarono l’area, obbligandoci alla fuga per i boschi della Ramat e per i sentieri verso Giaglione. Da quel giorno il tricolore ha sostituito il treno crociato.

DSC09747Sono stati quattro anni di lotta contro l’occupazione militare, segnati da marce popolari e atti di sabotaggio, presidi e azioni notturne, proteste alle caserme, assedi agli alberghi e ristoranti che ospitano le truppe, blocchi di treni, strade e autostrade. A volte eravamo pochi altre volte tantissimi, ogni volta ciascuno era forte dell’appoggio degli altri.
DSC09827La mano dello Stato ha colpito con estrema violenza. Nel 2005 il movimento aveva obbligato alla resa il governo. Un’onta che andava lavata ad ogni costo: nessun esecutivo può permettere che i cittadini credano di poter alzare la testa, costringendo lo Stato a fare marcia indietro.
DSC09571Arresti, processi, condanne si sono abbattute su migliaia di No Tav. La mannaia della Procura di Torino è calata più volte sulle nostre teste.
L’ultimo anno è stato durissimo. Sebbene il movimento abbia reagito con intelligenza e coesione alle accuse di terrorismo, costruendo una campagna contro la repressione di DSC_4295grande efficacia, tuttavia ha segnato una battuta d’arresto sul piano delle lotte e, questione cruciale, della riflessione e del confronto sul futuro. Ne è conseguita la rarefazione, se non la sparizione, delle iniziative sparse sul territorio tra Torino e la Valsusa. L’unica presenza costante sono stati i presidi bisettimanali al cancello che a Chiomonte chiude strada dell’Avanà, una delle vie maestre per truppe e ditte collaborazioniste.
DSC_4830Non ci si può accontentare di resistere perché la questione vera è vincere, obbligare il governo a fare dietrofront, liberare le zone occupate, far crescere i percorsi di autonomia dall’istituito, ancora oggi ostaggio di persistenti illusioni elettorali.
L’offensiva mediatica dei nostri avversari ha costruito l’immagine falsa di un territorio pacificato a forza, piegato dalla repressione, ridotto al mero ruolo di testimone impotente dello scempio.

Era necessaria una risposta forte, chiara, popolare.
La manifestazione del 28 giugno nasce così.
Doveva essere ed è stata una giornata dell’orgoglio No Tav, una giornata in cui si dimostrava nella pratica che il movimento non era sconfitto, né impaurito, né sbandato.

Sapevamo bene che avrebbero vietato la circolazione nelle strade che, dalla statale 24, scendono verso il cancello della centrale Iren, come sapevamo che avrebbero dichiarato zona rossa sentieri e mulattiere.

Sapevamo che avrebbero piazzato jersey di ferro e cemento per chiudere le strade nei pressi del ponte sulla Dora in località Gravella. Abbiamo detto chiaro che non avremmo accattato blocchi e divieti.

Il 28 giugno l’alta Val Susa era vestita con i colori dell’estate. Un lungo serpentone è sceso lungo la statale 24 e, senza esitare ha imboccato la provinciale vietata dirigendosi verso i jersey. Le famiglie con bambini, gli anziani, chi non se la sentiva si è fermato al bivio per la Ramat, ma i più sono scesi, chi in prima fila, chi un poco più in là. Quando i primi manifestanti si sono avvicinati, è partito un fitto lancio di lacrimogeni che hanno reso l’aria irrespirabile per un lungo tratto di strada.

Poi il corteo si è ricompattato ed ha guadagnato il centro di Chiomonte, dove ci siamo rifocillati prima di imboccare via Roma, la strada che dal paese scende verso la Dora. Anche via Roma era vietata, anche qui, dopo il ponte, c’erano i jersey. Una lunga battitura, poi i jersey sono venuti giù tra fuochi d’artificio e slogan: la polizia ha sparato grandi quantità di gas nel bosco per investire i manifestanti anche durante la ritirata. Nel frattempo un gruppetto di No Tav ha guadato la Dora ed ha beffato la polizia violando l’area recintata infilandosi tra le vigne.
Il camion con l’amplificazione è stato fermato e due occupanti trattenuti in questura e denunciati, altri due No Tav sarebbero stati denunciati per resistenza aggravata.

I quotidiani del lunedì si sono scatenati, creando ad arte scenari improbabili di Black Bloc che si sarebbero staccati dal corteo, di divisioni tra buoni e cattivi ed altre logore favole. Chi ha coperto il volto voleva solo difendersi da occhi e telecamere della polizia, non dal nostro sguardo solidale, perché la scelta di violare i divieti e abbattere gli ostacoli era stata fatta da tutti noi in assemblea.

Non abbiamo inceppato la macchina dell’occupazione militare che stringe in una morsa un cantiere lontano chilometri. La nostra è stata un’azione simbolica. Un gesto di orgoglio, la dimostrazione pratica, che non ci siamo arresi né spaventati.

Un vero No Tav Pride.

Da oggi tuttavia sarà necessario riprendere i fili di un confronto a tutto campo, per creare le condizioni perché ancora una volta il governo sia obbligato alla resa. Se sapremo scegliere i nostri modi e i nostri luoghi potremo rendere ingovernabile il territorio. Ovunque.
Serviranno coraggio e intelligenza. Per liberare la Maddalena, per liberarci tutti.

(Quest’articolo uscirà sul prossimo numero del settimanale umanità nova)

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Pride di Istanbul: cariche, gas e cannoni ad acqua

pride istanbulLa polizia turca ha caricato violentemente il corteo del Gay Pride.

La polizia turca ha caricato violentemente il corteo del Gay Pride. Gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma contro i manifestanti del Gay Pride ad Istanbul. La marcia, in programma alle 17 di sabato 28 giugno, non ha fatto in tempo ad iniziare. La polizia in assetto antisommossa ha immediatamente bloccato le entrate di Istiklal, via icona della Istanbul turistica, aggredendo i manifestanti dalle vie laterali. Le persone si sono rifugiate dentro negozi e bar, cercando di sfuggire alla repressione della polizia. Numerosi i feriti. Avrebbe dovuto essere la tredicesima edizione della marcia dell’orgoglio Lgbtq in Turchia.
I manifestanti si erano dati appuntamento in piazza Taksim, storico luogo delle manifestazioni vietate e duramente represse in occasione del Primo Maggio e teatro dell’opposizione popolare al governo Erdogan ai tempi di Gezi Park. L’attacco poliziesco è stato giustificato con pretesti risibili, come la presenza nel corteo di “terroristi”, dai quali occorreva difendere i manifestanti a suon di gas e manganellate.
La Turchia non è un paese ufficialmente omofobo: non ci sono leggi che perseguitino le persone che eccedono la norma eterosessuale. Tuttavia la Turchia è al primo posto in Europa per attacchi anche mortali contro persone glibtq. Da quando al governo c’è il partito di Erdogan la situazione è ulteriormente peggiorata.
La prima edizione del Pride è stata nel 2003: quell’anno la partecipazione fu molto bassa, ma pian piano il numero dei partecipanti è aumentato: nel 2011 10.000 persone hanno aderito all’iniziativa. Dopo Gezi Park, dove la presenza di attivisti lgbtq fu molto ampia, al Pride del 2013 parteciparono 100.000 persone.
Quest’anno la festa si è trasformata in guerriglia: molti manifestanti si sono rifugiati nei bar e nelle terrazze, da dove provocavano la polizia gridando “scappa, scappa Erdogan, arrivano i gay!” oppure “basta, ne abbiamo abbastanza!” ma anche “noi siamo gay, noi esistiamo!” per finire con “Tutti insieme contro il fascismo!”
Gli attacchi contro il Gay Pride vanno messi nel conto di un governo che ha perso la maggioranza assoluta in parlamento dopo le ultime elezioni e si trova a dover dimostrare in primo luogo a se stesso di avere ancora in mano il bastone del comando.
Non solo.
La repressione di un corteo GLBTQ in pieno Ramadan è anche un messaggio rassicurante per l’elettorato islamista dell’AKP, la dimostrazione che il partito intende continuare a colpire duramente gli oppositori al progetto di una Turchia tradizionalista ed autoritaria.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Murat Cinar, giornalista indipendente e attento osservatore delle dinamiche che attraversano la società turca.

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Pride. A Torino e a Palermo

no tav si travOggi a Torino, Milano, Palermo c’é stato il Pride.
Vi proponiamo due testi, uno diffuso al Pride di Torino, l’altro a quello di Palermo.

Spazi privati, spazi di regime

Il Pride 2015 vogliamo godercelo, con i suoi colori, la sua allegria, la voglia di mostrare l’orgoglio Lgbqti e difendere, più in generale, i diritti di tutte e tutti.
Ce lo vogliamo godere nel modo che ci riesce meglio, e cioè riflettendo sugli spunti politici di questo appuntamento e sul contesto in cui si svolge.
Ribadiamo la nostra solidarietà a Vincenzo Rao​, condannato da un tribunale perché ha osato criticare le posizioni conservatrici e maschiliste di un magistrato. La sua vicenda conferma l’irriducibile incompatibilità tra libertà e potere: il recinto in cui vengono confinati i diritti – compreso quello di espressione – resta sempre un recinto, anche se ammantato di democrazia.
Adesso il recinto della legalità si fa sempre più stretto e violento. Ai problemi di sempre si aggiunge l’ipocrisia di chi governa Palermo per renderla «normale». Retate poliziesche nei quartieri popolari; ordinanze contro gli ambulanti (per lo più immigrati) per tutelare il presunto decoro del salotto buono della città; distruzione del verde pubblico; privatizzazione degli spazi e assalto della borghesia al centro storico.
Il sindaco Orlando stringe volentieri la mano ai curdi che lottano per la libertà, agli omosessuali che lottano per i diritti, ai palestinesi che lottano per la sopravvivenza; parla di spazi pubblici e spazi di rivolta; sostiene persino l’abolizione delle frontiere e del permesso di soggiorno sventolando la “Carta di Palermo”.
Nel frattempo, però, fa la guerra ai poveri e ai migranti, mantenendo inalterati gli equilibri (fondati sulla disuguaglianza) che da sempre reggono le sorti di questa città.
Il sindaco Orlando ama ripetere che Palermo è sempre stata una città multiculturale dove ognuno è una tessera di un mosaico.
Vero – aggiungiamo noi: purché ognuno resti al suo posto.

Libert’Aria

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Fuori i preti dalle mutande!

Per due mesi e mezzo Torino è stata ostaggio della chiesa cattolica. La città è stata militarizzata, i giardini reali e piazza Castello sono stati requisiti per i pellegrini. La kermesse clericale è stata occasione per infittire i dispositivi disciplinari, mettendo sotto sorveglianza un’intera città.

Sebbene le favole delle religioni prestino il fianco alla satira ed al guizzo salace, purtroppo la chiesa cattolica non fa affatto ridere.
Tutti i governi degli ultimi 20 anni si sono inginocchiati al soglio di Pietro, ed hanno garantito il finanziamento della chiesa cattolica con l’otto per mille, il pagamento degli stipendi degli insegnanti di religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado, soldi per ospedali e scuole confessionali, sostegno all’edilizia vaticana.
La pervasività della chiesa nelle vite delle persone va ben al dì là delle pecore felici con il loro pastore, per investire, tramite tante leggi dello Stato, la vita di tutti.
La straordinaria plasticità culturale che ha consentito ad una monarchia assoluta di attraversare duemila anni di potere e più di duecento anni di secolarizzazione, oggi è mirabilmente rappresentata dal gesuita venuto dall’Argentina a dare una ripulita all’immagine della chiesa, offuscata da infinite vicende di pedofilia, per non dire degli arresti eccellenti di alti prelati con le mani in pasta nelle stanze della finanza vaticana.

Dopo le dimissioni di Ratzinger, Bergoglio era l’uomo giusto nel momento giusto.
Occorreva un cambiamento di stile, per garantire che tutto potesse filare come sempre.
Bergoglio l’ha detto in modo chiaro che la costruzione del gender, la culturalità dei generi, l’attraversamento di identità sessuali, per non dire del radicalismo queer sono scelte ed approcci in contrasto con la dottrina. Ha tuttavia compreso che indicare la via della redenzione attraverso il perdono, poteva essere un buon modo per sedurre e riportare nel recinto le pecore nere e smarrite.

La chiesa di Francesco è misogina, omofobica e transfobica come quella di Benedetto XVI, ma nasconde la spada sotto la tonaca.
Una spada affilatissima nel cercare di spezzare la schiena a chi sceglie la libertà. Libertà come scommessa per ognuno e per l’intera società.

Chi crede che la chiesa di Francesco e quella delle sentinelle in piedi o del Family day siano diverse cade in in pericoloso errore prospettico. La Chiesa si adatta alle latitudini ed ai governi per restare in sella ed imporre la sottomissione a dio.

Bergoglio si è fatto le ossa negli anni della dittatura di Videla, quando era capo dei gesuiti argentini. Il suo ruolo è a dir poco ambiguo in una chiesa pesantemente collusa con i militari, che hanno torturato ed ucciso, facendone sparire i cadaveri, oltre trentamila uomini e donne, colpevoli di lottare per la libertà e la giustizia sociale.

Bergoglio chiede perdono per i roghi e le torture inflitte ai Valdesi ma si guarda bene dal chiedere perdono per il sostegno della chiesa cattolica ai criminali in divisa argentini.

Chi sa? Domani chiederà perdono per i roghi degli omosessuali Ma quale sarà il prezzo? Castità e senso di colpa?

Bergoglio è il cavallo di Troia che la chiesa cattolica usa per espugnare e devastare quel che resta della cultura laica e per chiudere i conti con chi aspira a relazioni sociali tra liberi ed eguali. Lo ha detto in modo chiaro: per evitare il conflitto sociale servono ammortizzatori.

Un tempo sulle ceneri degli omosessuali arsi vivi venivano sparsi odorosi semi di finocchio.
Semi che sono germinati in quella cenere ed oggi lanciano la propria sfida in ogni angolo del pianeta.

Sarebbe tuttavia un vero “peccato” che la norma eterosessuale finisse con l’imporre il proprio modello anche tra chi ha sviluppato una critica e una pratica radicale, dove l’identità diviene percorso e scommessa per tutti e per tutte. Fuori da ogni norma, fuori da ogni imposizione.
Non ci servono famiglie e lacci coniugali, né in chiesa né in comune.Liberiamoci dallo Stato e dalla Chiesa!

Federazione Anarchica Torinese

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Profughi. Fronte dell’Est

migranti goriziaMentre tutti i riflettori dei media sono puntati sugli sbarchi nel sud Italia e sulla vergognosa situazione a Ventimiglia vi è un altro “fronte” aperto, in Friuli-Venezia Giulia. Qui finisce la rotta di terra di tanti profughi di guerra e migranti.

Da diversi mesi il cosiddetto “corridoio balcanico” è tornato prepotentemente sulla mappa delle strade dell’immigrazione.
Ogni giorno, stipati in furgoni e camion o anche a piedi, decine e decine di persone varcano il confine fra Slovenia e Italia, un confine che, almeno sulla carta, è stato cancellato con l’ingresso della Slovenia nell’UE. La maggior parte degli uomini e donne che approdano in questo lembo di nord est vorrebbe proseguire verso altri paesi europei. Ma le leggi e la polizia inchiodano le frontiere d’Europa, aperte per i cittadini europei e per i ricchi viaggiatori, ma serrate per chi fugge guerre e persecuzioni.
Così, nelle province di Udine, Gorizia e Trieste negli ultimi mesi sono arrivati tantissimi immigrati e richiedenti asilo. Una parte ha trovato posto nelle strutture di accoglienza, che sono più attrezzate e ricettive che in altre Regioni, ma oggi non bastano più. Per gli altri (e si parla di alcune centinaia) solo la strada e poco altro.

La situazione è particolarmente drammatica a Gorizia dove quasi un centinaio di persone dormono in strada, bisognose di tutto e “inseguite” dalla vergognosa ordinanza anti-bivacco del sindaco che impedisce persino di dormire qualche ora su una panchina. La polizia li rastrella, li identifica e impedisce loro qualche ora di sonno all’aperto. Va da se che la scelta dell’amministrazione di centro destra, genera solo ghettizzazione e paura. Ben altra accoglienza avevano ricevuto i fascisti di Casa Pound che il 23 maggio a Gorizia, nel centenario della guerra di annessione di Trento e Trieste all’Italia, erano sfilati in mille inneggiando alla guerra patriottica. Sul palco per il comizio finale era salito anche un assessore della giunta goriziana.

In solidarietà a migranti e profughi, per un accoglienza degna e per la libertà di circolazione un po’ ovunque ci si sta dando da fare: a Pordenone sabato 20 giugno vi è stato un nuovo presidio di migranti e solidali che ha visto un centinaio di persone in piazza mentre a Udine e Gorizia da tempo sono attive reti autorganizzate dal basso che provvedono all’aiuto di chi dorme in strada.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Federico di Trieste

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