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Germanwings. Depressione e turbocapitalismo

flat_earth2Sono trascorsi più di dieci giorni dal disastro aereo nel quale sono morte 150 persone che viaggiavano sull’airbus 320 della Germanwings diretto da Barcellona a Dusseldorf.
Da quando è stata diffusa la notizia che la causa più probabile del disastro è stata la decisione volontaria del copilota Andreas Lubitz, che ha così ucciso se stesso e altre 150 persone, la notizia non ha mai lasciato le pagine dei giornali main stream. Questa mattina era ancora in prima pagina del Corriere e della Stampa. Al centro di tutto la minuziosa dissezione mediatica della cosiddetta “malattia mentale” del copilota, il rimpallo di responsabilità sulla mancanza di controlli, le richieste di maggiori misure di sicurezza. Nessuno, o quasi, ha provato a osservare la vicenda con gli occhi diversi. Ogni anno cresce la schiera dei suicidi, alcuni dei quali decidono di morire ammazzando anche qualcun altro. Nessuno o quasi ha notato che la depressione, la tristezza, il disagio del vivere siano una costante nelle nostre società, dove nessuno o quasi corrisponde agli stereotipi proposti dall’immaginario pubblicitario, che, per vendere un prodotto, vende, insieme, uno stile di vita ideale. Chi non è adeguato, chi non si sente all’altezza ne patisce. A volte il patimento diventa intollerabile.

Uno dei pochi a riflettere su questi temi è stato Franco Berardi, “Bifo”, che ha scritto un articolo, che è rimbalzato su blog e socialnetwork in modo virale.

L’info di radio Blackout lo ha sentito per una riflessione sulla vita quotidiana al tempo della precarietà. Precarietà del lavoro, della vita, del futuro.

Ascolta la diretta

Di seguito il suo articolo:

Nella cabina di pilotaggio

Dicono che il giovane pilota Andreas Lubitz avesse sofferto di crisi depressive e avesse tenuto nascoste le sue condizioni psichiche all’azienda per cui lavorava, la Lufthansa. I medici consigliavano un periodo di assenza dal lavoro. La cosa non è affatto sorprendente: il turbo-capitalismo contemporaneo detesta coloro che chiedono di usufruire dei permessi di malattia, e detesta all’ennesima potenza ogni riferimento alla depressione. Depresso io? Non se ne parli neanche. Io sto benissimo, sono perfettamente efficiente, allegro, dinamico, energico, e soprattutto competitivo. Faccio jogging ogni mattina, e sono sempre disponibile a fare straordinario. Non è forse questa la filosofia del low cost? Non suonano forse le trombe quando l’aereo decolla e quando atterra? Non siamo forse circondati ininterrottamente dal discorso dell’efficienza competitiva? Non siamo forse quotidianamente costretti a misurare il nostro stato d’animo con l’allegria aggressiva delle facce che compaiono negli spot pubblicitari? Non corriamo forse il rischio di essere licenziati se facciamo troppe assenze per malattia? 
Adesso i giornali (gli stessi giornali che da anni ci chiamano fannulloni e tessono le lodi della rottamazione degli inefficienti) consigliano di fare maggiore attenzione nelle assunzioni. Continued…

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Reggio Emilia. No opg, no rems, no psichiatria

2015 03 28 reggio no opg (1)Il 31 marzo chiudono i sei OPG – ospedali psichiatrici giudiziari –e dovrebbero aprire le REMS – residenze per l’applicazione delle misure di sicurezza. Sino al 1975 si chiamavano “manicomi criminali”, il cambiamento di nome non mutò la natura di questi posti, dove finiscono gli uomini e le donne che, pur riconosciuti responsabili di aver infranto le leggi, vengono dichiarati incapaci di intendere e di volere e rinchiusi in queste strutture a metà tra il carcere e il manicomio.

Dopo anni di rinvii questi luoghi, dove sono costrette circa 750 persone, vengono chiusi. Dovrebbero essere sostituiti dalle REMS. Un nuovo nome perché nulla cambi? Difficile dirlo ora con esattezza. Un fatto è certo: gli opg, strutture degradate, fatiscenti, luride, dove i corpi e le menti delle persone sono ingabbiati, hanno suscitato orrore e riprovazione tali che il governo Renzi è stato obbligato a non rinviare più la loro chiusura.
Le REMS, che passeranno sotto il controllo del ministero della Salute, lasciando a quello di Grazia e Giustizia la sorveglianza esterna, saranno più simili a CIE e manicomi classici che a galere.
Ne dovrebbero aprire due per regione, e dovrebbero “ospitare” solo i prigionieri della regione.
Secondo la legge 81 dello scorso maggio non dovrebbero esservi rinchiuse più di 20 persone. Di certo solo alcune Regioni hanno aperto le REMS, le altre, come Piemonte e Liguria, chiedono soldi o si sono rivolte al privato per stringere convenzioni, o hanno taciuto alle richieste dei due ministri. E’ il caso della Regione Veneto.

E’ probabile che le REMS saranno luoghi più puliti e decorosi. Inoltre l’eliminazione del meccanismo della “stecca”, ossia il prolungamento infinito della detenzione su ordine di uno psichiatra che vi dichiara “socialmente pericolosi”, dovrebbe impedire gli ergastoli bianchi. In OPG, diversamente dalle galere, si sa quando si entra, non si sa mai quando si esce. Oggi la nuova norma impone che la reclusione nelle REMS, non dovrebbe andare oltre il massimo della pena edittale.
Difficile dire se e come questa norma verrà davvero applicata. Nell’imminenza del 31 marzo si è scatenata una campagna mediatica che gioca la carta della paura verso il pazzo pericoloso ed assassino. C’è chi li vorrebbe nei repartini delle carceri e chi invoca maggiore sorveglianza.

Sulla carta le REMS non saranno certo un luogo di villeggiatura volontaria. Se spariranno celle e secondini, resteranno le sbarre e la vigilanza armata all’esterno. Come nei CIE. Le REMS si configurano come nuova forma di detenzione amministrativa.
Al termine dell’iter i prigionieri non saranno in ogni caso liberi di andare dove vorranno, perché potrebbero finire in comunità oppure restare in carico ai servizi psichiatrici territoriali, che impongono a chi finisce nel loro mirino bombardamenti chimici e codici di comportamento. Chi rifiuta le gabbie chimiche rischia l’imposizione di un TSO – trattamento sanitario obbligatorio.

Chi esce dall’OPG o da una REMS resta sempre sotto controllo psichiatrico, perché la psichiatria, “scienza” del controllo sugli individui, gode dell’impunità e si sottrae a ogni verifica. Lo status di malato imposto a chi è fuori dalla norma consente ogni arbitrio. Persino la volontà di vivere una vita autonoma, sottraendosi alla schiavitù chimica, è interpretata come “sintomo di malattia”. La parola del “matto” è parola alienata in se, perché il “matto” sfugge all’ordine del discorso e viene sottoposto al discorso dell’ordine, rappresentato dalla psichiatria.
Il venir meno dell’orrore manicomiale nelle sue manifestazioni più crude non prelude ad un attenuazione del controllo psichiatrico. Anzi! La parziale erosione dello stigma apre le porte ad un approccio più invasivo, socialmente diffuso delle pratiche psichiatriche. La estensione dell’uso di psicofarmaci tra le persone “normali”, l’invenzione di nuove malattie, la psichiatria imposta sin dalla più tenera età, la presenza di psicologi sui luoghi di lavoro e nelle scuole, l’imposizione di test che impongono la verifica delle attitudini personali come criterio per l’assunzione o per l’attribuzione di una mansione, ci raccontano di una società che chiude e manicomi e li sparge sul territorio.

La chiusura degli OPG, l’opposizione all’apertura delle REMS, la lotta contro il pregiudizio e la pratica psichiatrica sul territorio sono stati al centro di un corteo – circa 300 i partecipanti – che si è tenuto a Reggio Emilia il 28 marzo. Per la prima volta da decenni la lotta alla psichiatria è scesa in piazza riempiendo le vie del centro cittadino di una delle sei città italiane, oltre ad Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Castiglione delle Stiviere, Montelupo Fiorentino, che ospita(va)no un OPG. L’Emilia è anche una delle prime Regioni d aver aperto una REMS, quella di Bologna.

Nei giorni precedenti i media e la polizia avevano lanciato l’allarme, spingendo i negozianti ad abbassare le saracinesche per paura di scontri e disordini. Nonostante l’allarme dei media e le ronde di polizia nei negozi, il centro era pieno di gente ed il corteo, organizzato dai collettivi antipsichiatrici di numerose località italiane, è stato fortemente comunicativo. La presenza di polizia, normale in una grande città, è parsa fuori dall’ordinario in un piccolo centro come Reggio Emilia.
Dopo il corteo i manifestanti si sono dati appuntamento al Buco del Signore, la periferia dove c’è l’OPG e, accanto, il carcere. Musica, interventi, qualche petardo e un po’ di fumogeni per un veloce saluto ai reclusi dell’OPG. Un breve momento di tensione c’è stato quando dai due lati della strada sono state schierate le truppe antisommossa, ma sono state subito ritirate, perché rischiavano di essere travolte dal ridicolo.

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Salvini e Chiamparino fuori da Torino

timthumb.phpSabato mattina – era il 28 marzo – a Torino veniva tracciata per le strade della città una sorta di “pista anarchica” che collegava vari luoghi del potere criminale – il palazzo della “giustizia”, le prigioni, le centrali di polizia – nel ricordo di Edoardo Massari “Baleno”, morto suicida alle Vallette diciassette anni fa. Gli era da poco stata comunicata la decisione del tribunale che avrebbe atteso in carcere il processo per associazione sovversiva e per vari sabotaggi in Val Susa. I guardiani dell’ordine democratico volevano seppellirlo in galera. Di recente ci hanno riprovato con sette No Tav, accusati di terrorismo per un sabotaggio in Clarea

Nel pomeriggio di questo 28 marzo le stesse guardie hanno protetto i razzisti e fascisti della Lega Nord, Fratelli d’Italia, Forza Italia e Sovranità, questi ultimi i nuovi vermi nella putredine fascista firmata Casa Pound. Non più di quattrocento sono stati quelli che “amano la Nazione e sostengono Salvini”, chiamati in piazza Solferino per “mandare Fassino a casa”.
Sono stati invece almeno cinque volte di più gli antirazzisti che si sono dati appuntamento in Piazza Castello per mettere i bastoni tra le ruote del neo-fascista e per ricordare che Salvini e Chiamparino hanno lo “stesso destino: fuori da Torino”.

Pochi minuti dopo la partenza, la polizia risponde con una carica: diversi i fermati che saranno poi rilasciati (ad eccezione di un antifascista portato alle Vallette) e un ferito grave. Passa poco tempo prima di un nuovo tentativo di fermare il corteo. I lacrimogeni lanciati all’angolo tra via XX Settembre e via Barbaroux fanno in fretta ad invadere lo spazio tra le vetrine del centro, fino in via Garibaldi e oltre, spingendo manifestanti verso piazza Castello e il Duomo. E’ qui, in piazza San Giovanni, che il corteo si ricompone partendo per le strade del quadrilatero, toccando piazza Savoia, piazza Emanuele Filiberto, Porta Palazzo e piazza della Repubblica, per poi tornare in piazza Castello.

In tutto questo tempo in Piazza Solferino pochissime persone ascoltavano i politicanti dell’estrema destra che non diversamente dal contestato PD non sono altro che complici e responsabili di quella democrazia che ci vuole divisi in “cittadini” e “immigrati”, tra immigrati “regolari” e quelli “clandestini”, che toglie la casa a chi non si permette più l’affitto, che cancella ogni possibilità di curarsi ai malati poveri. Quella democrazia che distrugge, sfrutta, opprime e bombarda.
Contro i rappresentanti di questo sistema, in tanti hanno ribadito che il fascismo ed ogni forma di oppressione altro non troveranno a Torino che i corpi e la determinazione di quelle/i che lottano contro l’ingiustizia e per un mondo di liber* ed eguali.

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I rom, il comune e il ras delle soffitte

2013-03-fassinoIl Comune sgombera il campo rom mentre A.I.Z.O. versa i soldi nelle tasche di Molino, “Ras delle soffitte”

«In corso Vigevano c’è un edificio che “accoglie” diverse famiglie. Si trova sopra ad una discoteca non isolata acusticamente, che mette musica dal martedì alla domenica, è sorvegliato da videocamere e l’uso del suo spazio è soggetto ad un regolamento severo: divieto di avere ospiti durante la notte, proibizione di “ingombrare” i corridoi anche solo con i passeggini, divieto di sostare sul marciapiede antistante, 2 euro per fare una lavatrice (con il proprio detersivo). L’housing sociale di Corso Vigevano è gestito da un’associazione la cui presidente, in una conversazione privata, ha dichiarato che “Questo posto è abbastanza vicino al centro, ma è un quartiere di miserabili, marocchini, tunisini… va bene per rom.” »

(C. Vergnano, 2015, “La città possibile. L’etnicizzazione di un conflitto urbano”, libera traduzione dal catalano)

E’ ormai di dominio pubblico un fatto che si conosceva da tempo e che avevamo anticipato: l’immobile di Corso Vigevano 41, nel quale sono state collocate in regime di “social housing” diverse famiglie del campo rom di Lungo Stura, è direttamente amministrato ed indirettamente posseduto da Giorgio Molino.

I soldi stanziati dal Ministero dell’Interno per il progetto “La città possibile” del Comune di Torino finiscono così anche nelle tasche di colui che è meglio noto come “Ras delle soffitte”, dal momento che ha costruito il proprio impero affittando tuguri e mansarde fatiscenti a profughi e clandestini a prezzi impossibili (da 300 a 600 euro al mese per un posto letto) ed è per questo stato anche condannato ai domiciliari nel 2007.

Con buona pace dei fascisti e dei razzisti, mentre centinaia di Rom migranti finiscono in mezzo alla strada, i soldi finiscono nelle tasche di pochi italianissimi speculatori.
Continued…

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Convegno sui Rom senza i Rom: antirazzisti/e rovinano la vetrina della Città di Torino

cle1Il 19 marzo è stata una gran brutta giornata per gli apprendisti stregoni del Comune di Torino.
Era tutto perfetto. L’operazione “la città possibile” era un ingranaggio ben oliato che funzionava senza intoppi. Duecento rom meritevoli di “emergere” dal campo di Lungo Stura Lazio, il più grande insediamento spontaneo d’Europa, piazzati temporaneamente in strutture di social housing, erano il fiore all’occhiello con il quale Torino si vendeva come prima città italiana ad aver cancellato la vergogna dei campi. Peccato che l’operazione, costata cinque milioni di euro del ministero dell’Interno, abbia riempito le casse di una bella cordata di cooperative ed associazioni amiche, mentre ai rom “meritevoli” ha offerto due anni sotto ad un tetto, purché si rispettino regole di comportamento che lederebbero la dignità di un bambino di tre anni.
Agli altri seicento il Comune di Torino ha offerto la strada o la deportazione.
Duecento tra adulti e bambini sono stati sgomberati il 26 febbraio. 150 persone sono state rastrellate mercoledì 18 marzo, portate in questura, denudate e perquisite. Alla gran parte sono stati consegnati fogli di via che impongono di lasciare il paese entro un mese, due sono stati portati al CIE, uno probabilmente è già stato deportato.
Il tam tam aveva battuto la notizia che giovedì sarebbe stata sgomberata “la fossa”, la zona del campo abitata dai calderasc.
Poi, a sorpresa, il tribunale dei diritti dell’uomo ha imposto al governo lo stop dello sgombero, perché, non si possono buttare in strada uomini, donne e bambini senza offrire un’alternativa.
Un granello di sabbia ha cominciato a sporcare la vetrina luccicante del Comune.
Nel pomeriggio di giovedì 19 al Campus “Luigi Einaudi” c’era l’inaugurazione di un convegno sui rom, senza i rom. Non invitati c’erano anche gli antirazzisti di Gattorosso Gattonero che hanno aperto uno striscione, si sono presi il microfono per leggere un documento degli abitanti di Lungo Stura Lazio, gli unici a non essere mai stati interpellati su quanto veniva deciso ed attuato sui loro corpi, sulle loro vite, sul futuro dei loro figli.
Il vicesindaco Elide Tisi ha dato forfait all’ultimo momento, limitandosi a inviare una lettera. L’eco delle voci dei senza voce è comunque risuonata nell’aula nuova e linda del Campus.
Pochi chilometri di strada da Lungo Stura Lazio, anni luce di repressione e disprezzo dalle baracche dove i rom vivono da anni tra topi e fango. La prima volta che le vedi quelle baracche fanno orrore. Poi ti accorgi che sono state dipinte, che ci sono le tendine alle finestre, dietro cui brillano candele e luci scarne. E ti accorgi che l’orrore vero è quello di tanti giorni all’alba, tra lampeggianti, antisommossa e vigili urbani con il manganello e i guanti.
Nei giorni successivi i quotidiani hanno dato ampio risalto alla notizia dello stop momentaneo imposto dalla corte dei diritti dell’uomo, concedendo ampia facoltà di replica sia a Tisi, sia a Borgna, il pubblico ministero che lo scorso maggio aveva posto sotto sequestro l’area.
Neanche una riga è stata concessa al documento dell’assemblea degli abitanti del campo.
Anarres ne ha parlato con Cecilia di Gattorosso Gattonero.
Ascolta la diretta

Di seguito il comunicato di Gatto Rosso Gatto Nero e il testo dell’assemblea degli abitanti di Lungo Stura Lazio:
Continued…

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Torino, ex Moi. Corteo contro lo sgombero

2015 03 14 corteo ex moi 014Le hanno inaugurate nel 2006 per le Olimpiadi invernali. Poi, passata la festa, chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. Le palazzine dell’ex villaggio olimpico sette anni dopo erano ancora vuote. Nessuno aveva voluto comprare queste case fatte di sputo e cemento. Nel marzo del 2013 sono state occupate dai profughi e rifugiati rimasti in strada dopo la fine della cosiddetta “emergenza nord africa”, un buon affare per associazioni e cooperative legate al carrozzone politico. Le palazzine dell’ex Moi sono diventate una casa per settecento uomini e donne.
Lo scorso autunno Fratelli d’Italia e Lega Nord hanno scatenato un duro attacco politico e mediatico, promovendo marce flop, sempre contrastate da antirazzisti e occupanti dell’ex Moi. Anche il segretario del Carroccio, Matteo Salvini, ha tentato di rubare, senza successo il suo quarto d’ora di notorietà.
A gennaio il tribunale di Torino ha diffuso la notizia del sequestro degli immobili, cui dovrebbe seguire lo sgombero. Il due marzo il consiglio comunale ha approvato una mozione della Lega che ha chiesto una delibera su tempi e modi della “liberazione” delle palazzine. Inutile dire che la mozione è passata grazie al voto determinante del PD. Questa mozione non è vincolante per il comune ma è un brutto segno per le 800 persone che le abitano.
Sabato 14 marzo qualche centinaio di persone, in testa una settantina di occupanti dell’ex Moi, hanno attraversato in corteo il centro cittadino. In testa c’era lo striscione “Casa, lavoro, dignità. Non si sgombera la libertà!”. Due lunghe soste sono state fatte al palazzo della Regione Piemonte e al Comune di Torino, dove è stato dispiegato un lungo striscione azzurro con decine di barchette di carta in memoria del viaggio, che a rischio della vita, i rifugiati hanno fatto per approdare nella sponda nord del Mediterraneo. Su uno striscione la scritta “Scusate se non siamo annegati”. Al corteo hanno partecipato anche gli anarchici della FAI torinese, con lo striscione “Casa per tutti. No alla guerra tra poveri!”

Il corteo è terminato al mercato di Porta Palazzo. Il prossimo appuntamento per gli antirazzisti è il presidio al CIE di domenica 22 e il presidio – sabato 28 – contro la Lega Nord e Casa Pound che hanno indetto un presidio in piazza Solferino. L’appuntamento per gli antirazzisti è alle 15 in piazza Castello.

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Antirazzisti: la requisitoria del PM

DSCN0053Giovedì 12 marzo c’è stata la requisitoria del PM Padalino alla seconda tranche del processo agli antirazzisti torinesi.
Il processo, scaturito dal fallito tentativo di trasformare l’assemblea antirazzista in un’associazione a delinquere, è stato diviso in due spezzoni che stanno per giungere separatamente a conclusione.
Al centro della requisitoria la tesi che gli antirazzisti alla sbarra abbiano in comune una concezione violenta della lotta politica.

Padalino non si premura di dimostrarlo, insistendo sulla personalità degli imputati, di cui segnala l’appartenenza politica, in se indice di pericolosità e, quindi, di colpevolezza.

Padalino, come nell’altra requisitoria, non si concentra sui fatti, né si preoccupa di indicare prove per i singoli episodi, eludendo il principio della responsabilità individuale, annullata dall’estensione del concetto di concorso.

Chiesti 28 anni di reclusione e migliaia di euro di multa.

Sommati alle richieste per la prima tranche arriviamo a circa 108 anni di reclusione a sigillo dell’esperienza del’assemblea antirazzista.

La sentenza per questa seconda tranche verrà pronunciata il 13 aprile, quella per la prima il 22 aprile.
Era il luglio del 2008. A Torino in via Germagnano, tra le baracche dei rom i bambini giocavano nel fango e tra i topi. L’alluvione di primavera per poco non si era mangiata tende e lamiere. Alcune famiglie, stanche di una miseria che aveva segnato ogni momento delle loro vite, decisero di prendersi la loro parte di futuro, occupando una palazzina dell’Enel in via Pisa. La casa era abbandonata all’incuria da molti anni. Ad un balcone c’era lo striscione con la scritta “casa per tutti!”
Uomini donne e bambini hanno dormito sotto ad un tetto sino al 15 luglio: per alcuni era la prima volta.
La mattina di quel giorno le truppe dello Stato in tenuta antisommossa fecero irruzione nell’edificio: i bambini, spaventati, si svegliarono urlando. Fuori li aspettava un pullman della GTT che li ha riportati alle baracche di via Germagnano.
Due giorni dopo, era il 17 luglio, in piazza d’Armi, nell’ambito del festival ARCIpelago era prevista una tavola rotonda. Politici e professori dovevano parlare di “Paure metropolitane”: tra loro Ilda Curti, assessore con la delega all’integrazione degli immigrati.
Non potevano mancare gli antirazzisti. Armati di striscione, volantini e megafono hanno parlato a Curti delle paure di chi, giorno dopo giorno, vive ai margini di una città che spende per giochi e spettacoli ma permette che i bambini crescano senza una casa.
Curti non tollera la contestazione, da in escandescenze ed abbandona il palco.
Il giorno dopo fila dalla polizia e sporge denuncia.
La casa di via Pisa è rimasta vuota per anni. Lo scorso anno è diventata sede per una costosa scuola di design. Chi la frequenta impara come realizzare oggetti per le case dei ricchi, mentre i poveri restano nelle baracche e Torino si è conquistata il titolo di capitale degli sfratti

Oggi la protesta del lontano 2008 è entrata nel fascicolo del processo contro tanti antirazzisti, che lottarono e lottano contro le deportazioni, la schiavitù del lavoro migrante, la militarizzazione delle strade.

 

Oggi tanta parte di quegli antirazzisti sono ancora in strada per contrastare lo sgombero del campo di lungo Stura Lazio, per lottare contro i CIE, per mettersi di traverso di fronte al razzismo di Stato, uno dei tanti modi in cui si coniugano la guerra ai poveri e la trama del dominio.

 

I 67 attivisti coinvolti nel processone sono accusati di fare volantini, manifesti, di lanciare slogan, di dare solidarietà ai reclusi nei CIE, di contrastare la politica securitaria del governo e dell’amministrazione comunale.

L’impianto accusatorio della procura si basa su banali iniziative di contestazione.
L’occupazione simbolica dell’atrio del Museo egizio – 29 giugno 2008 – per ricordare l’operaio egiziano ucciso dal padrone per avergli chiesto il pagamento del salario; la giornata – 11 luglio 2008 – contro la proposta di prendere le impronte ai bambini rom di fronte alla sede leghista di largo Saluzzo; la protesta – 20 marzo 2009 – alla lavanderia “La nuova”, che lava i panni al CIE di corso Brunelleschi… ma l’elenco è molto più lungo. Decine iniziative messe insieme per costruire un apparato accusatorio capace di portare in galera un po’ di antirazzisti.
Se la procura di Torino credeva di poter rinchiudere le storie di quella stagione di lotte in un’aula di tribunale si sbaglia. Queste storie gli antirazzisti le stanno portando per le strade e per le piazze di Torino. Una città dove, oggi come allora c’è chi lotta contro un sistema sociale feroce.

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Torino. Corteo contro la cultura dello stupro

torino 7 marzo no stupri (00)Qualche settimana fa una donna è stata stuprata dopo una serata nei bar di Borgo san Paolo. Aveva bevuto qualche bicchiere, preso qualche sostanza. Secondo chi stupra questo è un buon motivo per fare violenza, profittando della minore lucidità della donna che ha condiviso un bicchiere, magari una canna o una pasticca. Un pretesto per trasformare la violenza in consenso, un pretesto che trova un consenso sociale diffuso, tra i tanti che commentano dicendo “se l’è cercata”, “in fondo ci stava”, “è andata a casa sua”, “ci ha limonato tutta la sera”, “era vestita come una puttana”…
I tanti travestimenti di un approccio patriarcale duro a morire, che ritroviamo ogni giorno nella vita quotidiana di ogni donna.
Il sette marzo un corteo ha attraversato le strade di Borgo San Paolo, toccando mercati e bar, case occupate e piazze per sostenere con forza una libertà femminile che non vuole vestire i panni della “vittima” da tutelare, per divenire soggetto, che nell’autodifesa, nella solidarietà e nel mutuo appoggio rifugge la retorica securitaria costruita in nome delle donne.
Un bel corteo con tanti uomini, donne, bambini con tanti stancil, manifesti, slogan e cartelli ha costruito una giornata di lotta, fuori e contro le celebrazioni ritualizzate dell’otto marzo.
La manifestazione, indetta dalla neo costituita “assemblea antisessista” ha avuto una buona accoglienza nel quartiere.
La volontà di costruire relazioni sociali all’insegna della libertà e dell’uguaglianza non può prescindere da percorsi individuali, che oltre la differenza sessuale come disvalore, vadano oltre la biologia come una sorta di destino culturalmente imposto.


Di seguito stralci del volantino distribuito al corteo dall’assemblea antisessista:

Continued…

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Frontex: il braccio armato del razzismo UE

EU-Innenminister reden über Flüchtlingswelle6 marzo 2015: il neo direttore esecutivo dell’agenzia europea FRONTEX, Fabrice Leggeri, rilascia una intervista all’ANSA in cui dichiara che: “Nel 2015 dobbiamo essere preparati ad affrontare una situazione più difficile dello scorso anno… A seconda delle fonti – spiega – ci viene segnalato che ci sono tra i 500mila ed un milione di migranti pronti a partire dalla Libia”. La notizia rimbalza su tutti i media che le danno grande risalto. Addirittura il TG de La7 (Mentana è sempre molto attento a tutto quello che riguarda immigrazione e terrorismo islamico…) lo spara come prima notizia nell’edizione delle 20. L’allarme immigrati, come quello ISIS, fa audience… Uno schifo per il semplice motivo che è tutto falso!

Le affermazioni di Leggeri sono così assurde che provocano le reazioni del ministro degli esteri Gentiloni che  invita a non creare allarmismi. La bufala sparata dal capo di Frontex è talmente evidente che il 7 marzo sul sito del Corriere della Sera appare un articolo che invita il solerte funzionario ad una maggiore prudenza. Il moderato Corriere usa toni tutt’altro che moderati, e una volta tanto condivisibili: “Profetizzare invasioni catastrofiche è una specialità di alcune forze politiche europee. Il Front National in Francia, per esempio, o la Lega Nord in Italia. Nel 2011 anche l’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni, dichiarò che l’Europa rischiava di essere sommersa a breve da 1 milione, un milione e mezzo di migranti. Frontex, però, non fa politica, non è un centro studi né un surrogato dei servizi segreti. E allora perché il suo direttore usa un linguaggio da agente in missione speciale? Che cosa significa dire «secondo nostre fonti»? Quali «fonti»? Il vertice di un’agenzia europea non dovrebbe diffondere indiscrezioni, ma dati verificati e quindi utili per le decisioni dei governi”. Il Corriere ricorda che nel 2011, ai tempi delle primavere arabe, l’allora ministro dell’interno, il leghista Maroni dichiarava che l’Italia stava per essere sommersa da 1 milione un milione e mezzo di migranti… Gli argomenti dei razzisti si ripetono…

Per demolire le vergognose affermazioni di Leggeri, il Corriere suggerisce di far ricorso al semplice buon senso: un milione di persone in attesa di imbarcarsi vorrebbe dire che in Libia esistono centri di raccolta  grandi come 600 campi di calcio gremiti di uomini, donne e bambini. Una stupidaggine.

Ma allora perché fare certe affermazioni?

La risposta ci viene data da due notizie recentissime ma passate quasi inosservate sui media. La prima risale al 20 febbraio e riguarda un’inchiesta televisiva della tv tedesca ARD sulla notizia fornita da Frontex ai primi di gennaio riguardo le “navi fantasma, ossia imbarcazioni senza bandiera, abbandonate dagli scafisti in mezzo al mare, insieme a tutti i passeggeri, il nuovo metodo usato dagli scafisti per portare i migranti in Europa”. La notizia di navi senza bandiera era stata rilanciata da tutti i mass media, italiani e stranieri (solo per fare degli esempi: Corriere della Sera, Il fatto quotidiano, International Business Times, The guardian, The Indipendent). Ebbene i giornalisti di ARD dimostrano che l’informazione era semplicemente… falsa.

Visto lo stato delle cose, perché Frontex avrebbe mentito ai cittadini e ai media europei? Secondo ARD, il motivo è solo uno: propaganda. La tv tedesca afferma infatti che l’Agenzia europea avrebbe diffuso la falsa notizia, in collaborazione con le guardie costiere europee, per convincere l’opinione pubblica del fatto che i responsabili delle morti in mare sarebbero solo scafisti senza scrupoli. Un modo, insomma, per allontanare le critiche mosse da più parti rispetto alle responsabilità delle istituzioni nazionali e comunitarie nei confronti dei viaggi e delle morti delle persone in fuga dalle guerre.

La seconda risale a poco prima. Era l’inizio di dicembre del 2014. Il direttore della divisione operativa di Frontex, Klaus Roesler, scriveva al direttore dell’immigrazione e della polizia delle frontiere del ministero dell’interno, Giovanni Pinto, richiamando la sua attenzione sui ripetuti interventi fuori area dei mezzi italiani, in particolare della guardia costiera. L’area di azione della missione Triton, che dal 1 novembre 2014 ha sostituito Mare nostrum, è di 30 miglia marine. I mezzi italiani si sono diretti spesso anche molto più in là.

La cosa non risulta gradita al funzionario dell’agenzia europea: le azioni di soccorso “in zone poste fuori dall’area operativa di Triton non sono coerenti con il piano operativo e purtroppo non saranno prese in considerazione in futuro”, scrive Roesler. Un’azione che è ritenuta “non necessaria né conveniente sotto il profilo dei costi”. Insomma si accusa l’Italia di spendere troppo per salvare i migranti…

Si gonfiano le cifre senza fondamento per creare allarmismo, si inventano modalità si trasporto degli immigrati ancora più criminali di quelle già usate, ci si lamenta che vengono salvati troppi migranti… questo è Frontex… il braccio armato del razzismo UE.

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Usa, Israele, Iran. Il triangolo impossibile

netanyahuAll’indomani della visita del premier israeliano negli USA si traggono le somme e si azzardano riflesioni sul discorso al Congresso. Un discorso tenuto “in casa”, dal momento che l’invito non è arrivato dal mai troppo gradito Obama ma dall’opposizione repubblicana, ed indirizzato chiaramente alla porzione di opinione pubblica che mal digerisce la politica estera dei democratici, cercando di fomentare fobie e, di conseguenza, aumentare richieste interventiste negli USA. Con attacchi più o meno diretti, il primo ministro israeliano ha condannato la ricerca dell’accordo portata avanti, per quanto faticosamente, da Obama con lo Stato iraniano: riduzione delle sanzioni inflitte al paese asiatico in cambio di un ridimensionamento (difficile dire quanto concreto) del programma nucleare iraniano. L’ospite israeliano ha dichiarato, con una metafora cinematografica, di essere in un regno in pericolo tra due grosse minacce, Isis e Iran. L’intento poco celato è quello di spezzare il sottilissimo filo che lega Teheran a Washington, e seppellire ogni tentativo di costruzione di rapporti di ogni tipo tra i due paesi, così da rimanere l’unico paese, insieme all’Arabia Saudita, alleato con gli USA nell’area geografica mediorientale.

Quanto le parole di Netanyahu siano una spinta al partito repubblicano americano e al contempo una spina per i democratici e la loro linea nei rapporti esteri è ben chiaro. Altrettanto facile da intuire è che il discorso sia utile ad aumentare consensi in Israele in vista delle prossime elezioni, piuttosto che a convincere Obama a cambiare rotta. Più complicato, invece, dire quale sarà la reazione del Congresso al richiamo del premier israeliano. I precedenti non sono univoci: se è vero, infatti, che nel 2002 si decise in senso interventista nei confronti dell’Iraq, il nemico di allora, nei mesi conclusivi dell’era Bush jr le richieste d’intervento contro l’Iran, dello stesso Neatnyahu caddero inascoltate.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Stefano Capello, autore di “Oltre il Giardino”.

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Expo(sti) alla crisi. Un incontro a Milano

NOEXPOIl 7 e l’8 marzo a Milano ci sarà un incontro di analisi, dibattito, proposta di un’alternativa libertaria al modello “Expo”.
Si comincia sabato con un pomeriggio su “lavoro e precarietà” ai tempi dell’expo, si continua domanica con “riprendiamoci la terra: nutrire il pianeta o nutrire diseguaglianza e povertà”.
Qui potete leggere il programma completo.

Anarres ne ha parlato con Massimo Varengo della Federazione Anarchica Milanese, che promuove la due giorni No Expo di questo fine settimana a Milano. Ne è scaturita una discussione che ha coinvolto molti ascoltatori che hanno partecipato con numerosi sms, specie sul lavoro gratuito.

Ascolta la diretta

Di seguito un pezzo di Massimo uscito questa settimana su Umanità Nova

Expo 2015, l’evento che si terrà a Milano a partire dal 1° Maggio (un’altra data saccheggiata), incombe da tempo sulle nostre vite. Con un crescendo, che pare senza limiti, l’evento prende forma, ai nostri occhi, sotto forma di convegni, sponsorizzazioni, manifesti, manifestazioni di strada, manchette pubblicitarie, spot televisivi, articoli di stampa, e chi più ne ha, più ne metta. Il bombardamento mediatico è tale da fare apparire l’appuntamento di Milano come irrinunciabile, imperdibile, quasi che i destini dell’alimentazione umana – argomento di per sé, più che nobile, essenziale – dipendessero da una serie di baracconi fieristici messi su in quattro e quattr’otto.

Occorre allora metterci il naso, capire meglio cosa rappresenta realmente questa esposizione per coglierne il senso e la portata. Continued…

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Rom. Ruspe e polizia in Lungo Stura

I poliziotti si sono fatti il selfie: sorridevano ed ammiccavano mentre immortalavano la propria “impresa”. Sullo sfondo la devastazione del campo di Lungo Stura Lazio a Torino: le baracche schiacciate, i tubi annodati, i panni stesi buttati tra la polvere.
Il giorno prima erano andati ad avvertire una decina di famiglie. In realtà l’operazione di sgombero è stata molto più ampia. La maggior parte delle persone non sapeva nulla.
Alle 7 del mattino di giovedì 26 febbraio sono arrivati centinaia di poliziotti, vigili urbani del nucleo “nomadi”, quelli con in dotazione il tonfa, il manganello estensibile.
Sono state buttate in strada circa 200 persone del campo rom di Lungo Stura Lazio a Torino, il più grande della città. Le ruspe che hanno distrutto le baracche non si sono fermate neppure di fronte agli oltre 100 bambini, donne incinte, persone malate, anziani, un disabile. Le istituzioni hanno sgomberato senza offrire alcuna alternativa abitativa.
Questa vergognosa operazione fa parte del megaprogetto-vetrina “La città possibile”, un progetto che vale oltre 5 milioni di euro.
Con questi fondi (ministeriali) si è previsto l’inserimento abitativo (a termine) in case per sole 15 famiglie, le restanti sono state piazzate in situazioni di social housing, mentre buona parte degli abitanti del campo – fonti “interne” al progetto stamattina parlano di 600 persone – viene semplicemente buttata in mezzo ad una strada (200 persone il 26 febbraio, le restanti entro il 31 marzo).
I criteri con cui questa operazione di “divide et impera” è stata gestita sono estremamente opachi, arbitrari e neppure tanto velatamente razzisti: c’è chi semplicemente non è stato ritenuto “idoneo” a vivere in autonomia, nonostante lavori, abbia minori a carico o sia malato, magari perché non scolarizzato o perché non ha dichiarato di essere “rumenizzato”, come nel caso di gran parte delle famiglie sgomberate oggi. In particolare quelle della “Fossa”. La “Fossa” è la parte del campo più bassa, vicina alle rive del fiume, in un’area pericolosa per il concreto rischio di esondazioni.
Lì abitavano famiglie che vengono chiamate “colorate”, perché, specie le donne indossano gonne lunghe, fazzoletti, scialli, calze dai colori vivaci. Sono rom che non fingono di non esserlo, un peccato capitale, che li condanna a non essere considerati adatti “all’emersione dal campo”.
Chi viene sbattuto in strada non potrà fare altro che andare a riparare in un altro campo rom della città ed il ciclo degli sgomberi e della “gestione dell’emergenza” (case temporanee e social housing, il tutto a gestione delle solite cooperative) potrà continuare ad infinitum, rappresentando una vera e propria economia che fa comodo a molti interessi forti.
Braccio operativo del progetto sono Valdocco, AIZO, Terra del Fuoco, Liberitutti, Stranaidea e Croce Rossa, cui è stato affidato l’appalto milionario. Alla Croce Rossa, ormai esperta, dopo tre lustri al CIE, il compito di “sorvegliare” che le aree sgomberate non vengano occupate nuovamente.
Esponenti di Valdocco hanno dichiarato al quotidiano “La Stampa” che avrebbero vigilato affinché chi era stato cacciato non tornasse.

La mattina dello sgombero in Lungo Stura il freddo era pungente. La gente ha assistito attonita alla distruzione di povere baracche che per loro erano una casa. Il comune di Torino si vanta di essere in prima fila nel “superamento” dei campi: li “supera” mandando le ruspe ad abbattere le povere abitazioni costruite lungo il fiume, in un posto dove nessuno vorrebbe vivere se avesse la possibilità di scegliere.
Alcuni bambini quella mattina erano a scuola: al ritorno non hanno trovato più nulla. Per molti di loro l’inserimento scolastico nelle elementari della zona, riuscito nonostante il razzismo dilagante, diventerà un ricordo. Obbligati a nascondersi come randagi inseguiti dall’accalappiacani non potranno tornare in aula.
Il giorno successivo i comitati razzisti animati da Lega Nord e Fratelli d’Italia, Forza Nuova e Casa Pound hanno plaudito ma la canea razzista non si è placata, invocando altri sgomberi.
Non dubitiamo che verranno presto accontentati.
I rom “buoni” negli stanzoni del social housing, con regole da caserma, gli altri in strada.
L’ordine regna nella bella vetrina di una città targata PD.

Ascolta la diretta: dell’info di radio Blackout con Cecilia di “gatto rosso, gatto nero”

Anarres ne ha parlato con Gianluca Vitale, avvocato da sempre in prima fila sul fronte dell’immigrazione.

Ascolta la diretta

 

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Tav. Ultimo tango a Parigi

renzi_hollandeUn pugno di mosche. Ecco quanto si è trovato in mano il CIPE venerdì scorso, dopo decenni di studi e centinaia di milioni spesi. Il progetto dei francesi? Non pervenuto, semplicemente non l’hanno fatto. Quello della parte italiana? Non va bene, è da cambiare. Niente progetto complessivo dell’opera, niente costo certo: un capolavoro di geometrica inefficienza.

I costi per il tunnel di base – secondo i calcoli di LTF ed RFI – sono lievitati spaventosamente: sino a ieri 8 miliardi di euro, oggi sarebbero quasi 12. Il condizionale è d’obbligo, perché in assenza di un progetto vero è difficile qualsiasi previsione di spesa.

Sino ad una settimana fa mancava sia la delibera del CIPE sul progetto, sia la firma del protocollo d’intesa con il governo francese. Il tempo stringeva perché il 26 febbraio era l’ultima data utile per presentare la richiesta di finanziamento all’UE: senza quella la Torino Lyon era affondata prima della partenza.

I prestigiatori ministeriali hanno inventato l’approvazione con respinta, degna di una commedia all’italiana. Il CIPE approva, si, ma contestualmente rimanda indietro il progetto perché vuole sia cambiato. Cioè non approva. Se a questo si aggiunge che sul piatto c’é solo il 20% dell’opera in territorio italiano il quadro è chiaro. Una delle novità contenute nel progetto, sotto forma di prescrizione, è invece la richiesta al soggetto promotore di elaborare un approfondimento per avviare lo scavo del tunnel di base a partire da Chiomonte. Ma questo richiede una ulteriore valutazione di impatto ambientale, un diverso calcolo dei costi, approfondimenti tecnici. Non importa: il CIPE approva in bianco. Prima si ottengono i soldi poi si fa il progetto: l’importante è fare cassa.

In fondo, se si va oltre la narrazione da cartone Disney, è tutto molto semplice. L’opposizione No Tav non molla, scavare da Susa è impossibile perchè c’é il rischio concreto di rendere nuovamente ingovernabile il territorio. Il Governo vuole partire da Chiomonte, da un fortino militarizzato ed inaccessibile. Quale miglior soluzione che scavare il tunnel dl cuore della montagna? Milioni di metri cubi di roccia tra la nuova talpa e i No Tav.
C’è il “piccolo” intoppo che il progetto è da rifare e non può essere definitivo, e c’é anche la trafila della VIA. E’ il gioco dell’oca: si torna alla partenza, sperando che l’avversario faccia due giri fermo in prigione.
Quindi se ne riparla tra un paio di anni.

Ma che importa?
Con “approvazione con respinta” Renzi è volato a Parigi, dove ha ballato con Hollande l’ultimo tango nella ultraventennale storia della Torino Lyon.
Hanno sottoscritto l’ennesimo protocollo d’intesa, hanno fatto dichiarazioni altisonanti. Hollande, per non smentire la grandeur transalpina, ha dichiarato che “non c’é più nessun freno al Tav”, il treno “è ormai lanciato”.
Sono stati presi solenni impegni di evitare le infiltrazioni mafiose nei cantieri, fingendo di ignorare che una ditta senza certificato antimafia, che mai avrebbe potuto ottenere, ha lavorato a Chiomonte sin dal dicembre 2011.

Ma i fatti sono duri da smentire: la data di avvio dei lavori resta indeterminata, perché manca la VIA completa, non c’é il costo dell’opera, non sono state rispettate le condizioni fissate nell’accordo italo-francese del gennaio del 2001, non c’é un vero calcolo dei costi. Non c’é neppure la galleria geognostica di Chiomonte, perchè in 44 mesi LTF ha scavato solo un terzo del tunnel.
L’unica cosa certa è la nascita della nuova società che gestirà gli appalti, presidente il francese Du Mesnil, amministratore delegato l’architetto Mario Virano, che cumula la carica di responsabile di un’azienda privata con quella di Commissario straordinario per la Torino Lyon e di presidente dell’Osservatorio. Tra cappelli per un’unica testa.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Luca Giunti, ambientalista e membro della commissione tecnica dei comuni No Tav.

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Eternit. Omicidi prescritti

eternitSono state rese note in questi giorni le motivazioni della sentenza della Cassazione che ha dichiarato prescritto il reato di disastro ambientale contro l’unico imputato rimasto, il magnate svizzero Schmidheiny.
Quasi tremila morti, una strage che continua ed avrà il proprio picco tra il 2025 e il 2030, resteranno nei carteggi di un processo che, secondo la Cassazione, non si doveva neppure fare.
Sebbene la prima sentenza sulla pericolosità dell’esposizione all’amianto risalga al 1906, sebbene siano noti i tentativi di nascondere una strage che ha fatto ricchi i padroni della Eternit e ha condannato a morte migliaia di lavoratori e cittadini, un colpo dim spugna ha cancellato sia la sentenza di primo grado sia quella che in appello aveva condannato Schmidheiny a 18 anni di reclusione. A Casale Monferrato e in tanti altri luoghi dove si è lavorato questo minerale, poco costoso, impermeabile, ignifugo, perfetto per mille usi, ma mortale, la giustizia di classe celebra un altro dei suoi trionfi.
Il mesotelioma pleurico è un tumeore che non lascia scampo: ruba la vita, torturando a morte il condannato. I padroni di Eternit lo sapevano bene, ma la logica del profitto e le leggi che la tutelano ha segnato il destino di Casale.

Le motivazioni della sentenza possono apparire meri tecnicismi di fronte al dolore di parenti, amici, compagni di lavoro che si sono battuti, perché, sia pure tardivamente, un tribunale restituisse dignità ai loro cari. Un’illusione che la dice lunga su una giustizia che tutela i padroni e non i lavoratori. Alle vittime della Eternit e ai loro parenti non andrà neppure un soldo di risarcimento.
Tuttavia l’amianto è ancora ampiamente usato in molti altri paesi e continuerà ad uccidere chi per vivere è costretto a lavorare sotto padrone.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Roberto Lamacchia, uno degli avvocati di parte civile nel processo Eternit.

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Senza rete. Precarietà a vita

renzi marchionnatoI decreti attuativi del job act mostrano la trama reale della tela intessuta da Matteo Renzi.
Ben lungi dall’abolire i contratti precari, Renzi li rende più appetibili ed elastici per il padronato.
I Co. Co. Pro. perdono per strada il “Pro”. “Pro” stava per progetto: il progetto per il quale viene assunto un lavoratore temporaneo aveva il limite intrinseco che, senza il “pro” non era possibile assumere. Con il job act e la liberazione dal “progetto” diventa molto più agevole assumere lavoratori formalmente autonomi, sebbene del tutto dipendenti, senza neppure lo sforzo di inventare una qualche “progetto” che ne vincoli la necessità.
D’ora in poi gli imprenditori saranno liberi di assumere precari a piacere.
L’unico limite è per i lavoratori non qualificati per i quali questa tipologia di contratto non si applica. D’altra parte tra appalti e abolizione dell’articolo 18 i padroni hanno ampio margine di manovra anche con i lavoratori senza particolari qualifiche: sono “usa e getta” senza problemi.
E’ il lavoro ai tempi del PD. Non per caso il ministro di polizia Angelino Alfano si è vantato di aver portato a casa risultati che il vecchio compagnoi di merende di Arcore non era mai riuscito a portare a casa.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Cosimo Scarinzi

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