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CIE. L’eredità del governo Monti

cie gabbiaIl fronte del CIE è sempre caldo. Nel presentare il programma della tre giorni contro il CIE del 23-24-25 maggio a Torino, abbiamo fatto una chiacchierata con Alberto, un compagno di Trapani, dove i due CIE – uno al momento chiuso per lavori – sono da sempre al centro di lotte durissime e di numerose rivolte ed evasioni.
Ne è scaturita una discussione a tutto campo centrata soprattutto su un documento sui CIE prodotto da una commissione nominata nel giugno 2012 dall’ex ministro dell’Interno Cancellieri.
Una delle tante eredità lasciate dal governo Monti a propri successori.
Su questo tema vi riportiamo alcuni stralci dell’articolo scritto da Alberto per il settimanale Umanità Nova.
Il “La responsabile del Viminale voleva vederci chiaro, anche e soprattutto per risolvere le “criticità” emerse negli ultimi anni. Otto alti funzionari coordinati dal sottosegretario di stato Saverio Ruperto, hanno partorito un documento che, ancora una volta, conferma l’attitudine “umbertina” di chi intende risolvere i problemi solo e soltanto con la repressione.
Il testo è stato diffuso, in anteprima, il mese scorso da una sconcertata Sandra Zampa, parlamentare bolognese del PD. E in effetti i motivi di sconcerto sono davvero tanti.
Schematicamente, si può dire che gli estensori del testo abbiano individuato una serie di “direttrici” sulle quali intervenire dopo una analisi di quello che è successo in questi anni nei Cie, anche alla luce dell’inasprimento delle normative in materia di immigrazione che, com’è noto, prevedono un allungamento dei tempi di detenzione fino a diciotto mesi (un anno e mezzo dietro le sbarre per il solo fatto di essere considerati “irregolari”). Nel documento lo si ammette: la administrative detention non consegue alla commissione di un reato, ma si riferisce a uno status giuridico. In Europa, però, «la possibilita di trattenere per via amministrativa gli stranieri irregolarmente presenti sui territorio, in attesa della lora espulsione, ha una storia ormai più che secolare (il primo Paese europeo a introdurre nel proprio ordinamento la detenzione amministrativa fu la Francia nel 1810)».
Pertanto, «i C.I.E. fanno ormai stabilmente parte dell’ordinamento e risultano indispensabili per un’efficiente gestione dell’immigrazione irregolare». Quindi, possiamo metterci il cuore in pace. Continued…

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No Tav. I partigiani e l’insurrezione

no-tav-val-di-susa-autostradaSono settimane di fuoco per il movimento No Tav. L’innesco lo hanno dato due episodi dell’8 e del 13 maggio: la sassaiola contro un camion della ditta Martina, intercettato per strada dopo l’uscita dal cantiere di Chiomonte, l’assalto notturno al fortino con il danneggiamento di un compressore.
Per uno dei tanti paradossi che segnano la comunicazione politica, l’attacco al camion, con il ferimento lieve del conducente, ha suscitato meno clamore dell’incursione al cantiere, dove non ci sono stati feriti ma solo danni alle cose.
Il giorno successivo all’incursione notturna si è riunito in Prefettura a Torino il comitato per l’ordine e la sicurezza. C’era il vicepremier Alfano, il ministro Lupi, i capi di polizia e carabinieri, il presidente della Provincia, il capo della Procura Caselli e vari altri papaveri istituzionali. Dopo il vertice in una Torino militarizzata e piovosa sono uscite dichiarazioni altisonanti, promesse di aumentare il contingente militare, di allargare la zona rossa, di procedere con durezza contro il responsabili. Si è parlato esplicitamente di terrorismo ed eversione. Il giorno successivo la procura ha annunciato di aver aperto un fascicolo per tentato omicidio.
L’attacco al cantiere dell’8 febbraio scorso, del tutto analogo a quello del 13 maggio, ha avuto un’eco mediatica assai minore: pagine interne, niente rilievo nazionale, toni bassi, nessun vertice di ministri, poliziotti e giudici. Subito dimenticato.
In quel momento di transizione politica nazionale non conveniva a nessuno accendere i riflettori su quella notte di lotta radicale.
Mercoledì 15 maggio, ad un’assemblea convocata per far conoscere alla popolazione l’impatto dei cantieri, le aree soggette ad esproprio, i rischi per la salute sul territorio del paese, si è parlato anche dell’incursione al cantiere. Gli applausi di una sala dove si sono stipate circa 150 persone, hanno accolto gli interventi di chi ha definito i sabotaggi come atti di resistenza.
Il giorno successivo il Coordinamento Comitati No Tav è uscito con un comunicato in cui si rivendicano i sabotaggi alle cose, senza colpire le persone.
Sui tre giorni di campeggio previsti a Chiomonte nel fine settimana dal 17 al 19 maggio l’ha fatta da padrone la pioggia battente che ha trasformato questa primavera in un monsone. Gruppetti di No Tav hanno comunque fatto qualche giro intorno alle reti, creando la consueta agitazione tra le forze di polizia e i militari.
Lunedì 20 maggio, stava per cominciare a Villarfocchiardo la riunione del comitati No Tav, quando si è diffusa la notizia che al dopolavoro ferroviario di Bussoleno era in corso una riunione del PD, cui partecipava il senatore piemontese Stefano Esposito, noto per la violenza dei suoi attacchi al movimento contro la Torino Lyon. Sospesa la riunione i No Tav si sono uniti agli attivisti di Bussoleno in un lungo assedio al blindatissimo locale. Tra slogan e interventi il blocco è durato ore. Intorno alle 23 un blackout No Tav ha lasciato al buio il senatore Esposito e i suoi compagni di merende, poco dopo con un colpo di mano alcuni attivisti riuscivano a chiudere il cancello d’ingresso, lasciando di stucco carabinieri e digos, rimasti prigionieri nel cortile antistante la struttura. Qualche spintone e il blocco si trasferisce in strada. Da un lato i carabinieri e la digos, dall’altra i No Tav.
Intorno all’una, ben stretto in un’auto della digos, Stefano Esposito esce di scena.
Una ben magra figura per l’uomo che si è messo al servizio dei grandi interessi di un affare inutile ma lucroso per chi riesce ad aggiudicarsi gli appalti per i lavori.

Sin qui la cronaca. Continued…

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Confindustria e sindacati di Stato: la santa alleanza contro i lavoratori

l43-bonanni-camusso-angeletti-111028140338_bigIl 30 aprile CGIL, CISL e UIL hanno stretto un accordo per la ridefinizione delle regole sulla rappresentanza sindacale.
Di fatto, chi non firma i contratti, resterebbe fuori.
La trattativa con Confindustria è ancora in corso, improbabile tuttavia che dal confronto con la maggiore organizzazione padronale possa scaturire un accordo che lasci qualche libertà ai lavoratori.
In sostanza i sindacati che concorreranno alle elezioni per le RSU – Rappresentanze sindacali unitarie aziendali – dovranno accettare preventivamente di non poter dichiarare sciopero su accordi firmati da almeno il 51% dei rappresentanti aziendali. In altri termini chi vuole partecipare alle elezioni dovrebbe impegnare a non scioperare e quindi ad accettare acriticamente ciò che viene deciso da Cgil, Cisl, Uil e Ugl.
Siamo di fronte ad un ulteriore attacco al diritto di sciopero, che, anche se qualcuno lo dimentica, non è delegato alle organizzazioni sindacali, ma secondo la costituzione è diritto individuale di ciascun lavoratore.
Va da se che quando l’autorganizzazione dei lavoratori è forte, non c’è accordo che tenga, tuttavia quando i sindacati di base, autogestionari sono in minoranza, la loro possibilità di accesso alle trattative, già oggi assai limitata verrebbe sostanzialmente azzerata.
Anarres ne ha discusso con Cosimo della CUB.
Ne è scaturita una discussione a tutto campo sulla lotta di classe nel nostro paese anche alla luce della recente vertenza al San Raffaele di Milano.

Ascolta la chiacchierata

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Sangue, terra e razzismo

discriminazionLa proposta della ministro Kyenge di applicare, sia pure a certe condizioni, lo jus soli ai bambini nati in Italia da genitori stranieri, ha scatenato ampie e prevedibili polemiche che hanno avuto tra i protagonisti fascisti e leghisti. L’ultimo ad allinearsi alla canea è stato il portavoce del M5S Giuseppe Grillo, che ha invocato un referendum.
L’uguaglianza tra esseri umani è sempre stata un’astrazione rispetto alle altisonanti dichiarazioni di principio liberali: solo lotte durissime hanno allargato progressivamente il diritto formale di cittadinanza, pur mantenendo la terrificante materialità della piramide sociale.
In questi anni l’elaborazione del concetto di clandestinità ha spezzato nell’immaginario non meno che nell’apparato legislativo l’idea dell’uguaglianza, foss’anche meramente formale, tra esseri umani.
In questo modo il pregiudizio contro i figli degli immigrati, considerati “estranei” anche se nati nel nostro paese, si è radicato profondamente. La legislazione italiana è basata sullo jus sanguinis: solo i figli degli italiani acquisiscono la cittadinanza alla nascita. Lo stesso principio è applicato in tutti i paesi europei, esclusa la Francia, ma in modo molto meno rigido che nel nostro paese. Diversa è la legislazione in paesi la cui popolazione è prevalentemente costituita da immigrati come quelli del nord e del sud america, dove invece prevale lo jus soli. Lo jus soli peraltro non impedisce a chi lo applica di avere una legislazione durissima contro gli immigrati «illegali». Le frontiere insanguinate tra gli Stati Uniti e il Messico ne sono un buon esempio.
Grillo ha sostenuto che lo jus soli nel nostro paese c’è già, perché i bambini nati in Italia da genitori stranieri, possono, al compimento dei 18 anni, acquisire la cittadinanza. In realtà questa sorta di automatismo è una mera illusione, perché se i genitori non sono sempre stati regolari, se il ragazzo non ha sempre vissuto in Italia, se è incappato nelle maglie della legge la cittadinanza non viene concessa. Come sappiamo la vita di ogni immigrato è una roulette russa disegnata da leggi fatte apposta per imbrigliarlo: ben pochi ragazzi, al compimento dei 18 anni, riescono a continuare la propria vita, senza dover rincorrere un permesso di soggiorno legato ad un lavoro regolare che ben pochi trovano.

Occorre peraltro rilevare che la proposta sostenuta da Cecile Kyenge è molto moderata. Il testo di legge, è stato presentato alla Camera il 21 marzo con il titolo “Disposizioni in tema di acquisto della cittadinanza italiana”. Il sintesi propone che “è italiano chi nasce in Italia da genitori regolarmente residenti da almeno cinque anni, oppure chi arriva qui entro i dieci anni e conclude un ciclo scolastico (scuole elementari, medie o superiori) o un percorso di formazione professionale”.
Nulla di particolarmente rivoluzionario. Sempre troppo per i razzisti di ogni colore politico.

Per capirne di più Anarres ne ha parlato con Gianluca Vitale, avvocato da sempre in prima fila sul fronte dell’immigrazione.

Ascolta il suo intervento

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Siria. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte

Siria grande moschea AleppoDopo i recenti attacchi israeliani alla Siria si è riaccesa l’attenzione sulla guerra civile che sta insanguinando il paese.
Anarres ne ha discusso con Stefano Capello, per cercare di capire meglio la partita in corso, una partita che, ben lungi dall’esaurirsi sul piano “interno”, ha fatto parlare Limes una sorta di guerra mondiale per procura. Per procura sono stati indubbiamente gli attacchi di Tsahal in territorio siriano, la cui regia era più a Washington che a Tel Aviv.
In Siria si giocano molte partite. La Siria è un paese a maggioranza sunnita non governato dai sunniti ma dalla minoranza alauita. Assad e la sua famiglia, espressione di un vecchio nazionalismo arabo, storicamente alleato dell’Iran e della Russia provano a mantenere il potere. L’opposizione sunnita, che è un blocco sostenuto dalle monarchie del Golfo e dalla Turchia in funzione anti Assad e anti iraniana è a sua volta attraversata dal conflitto con la componente salafita, che gode del potente appoggio economico del Qatar.
La partita è tuttavia tutt’altro che lineare, perché la Siria è stata sia per gli Stati Uniti che per Israele il miglior nemico possibile. Grazie all’accordo stretto tra USA e Siria in occasione della prima guerra del Golfo, le truppe di Bush padre ebbero strada facile in Iraq. Israele, pur formalmente in guerra con la dinastia Assad, di fatto ha goduto di una tranquilla tregua sin dal lontano 1973.
In questo momento non è interesse degli Stati Uniti una veloce caduta di Assad, che potrebbe aprire le porte ad un regime islamico alleato sia della Turchia che dell’Arabia Saudita, rinforzando un asse di amici assai insidiosi.
Nelle settimane precedenti l’attacco israeliano in Siria i giornali libanesi sunniti e cristiani lamentavano il mancato intervento statunitense in Siria, perché sperano che la caduta di Assad spezzi il sostegno siriano ad Hazbollah. Dopo gli attacchi dell’aviazione di Tel Aviv, la pressione dei media libanesi si è allentata.
Tramite Israele, gli Stati Uniti hanno mandato un duplice messaggio: da un lato non sono disponibili ad un intervento diretto nel paese, dall’altro vogliono spezzare l’asse tra la Siria e l’Iran, isolando maggiormente il regime degli hajatollah ed indebolendo la forza militare di Hezbollah che preme ai confini con Israele. Un modo per tenere i piedi nelle classiche due paia di scarpe. L’Iran, d’altra parte, è un boccone troppo grosso sia per gli Stati Uniti che per Israele: un attacco diretto alla repubblica islamica rischierebbe di scatenare un conflitto capace di coinvolgere direttamente anche la Russia, mettendo in seria difficoltà Obama e i suoi alleati.
Una partita complessa, dove gli Stati Uniti mantengono un interesse forte per le risorse petrolifere del Medio Oriente, la Russia non ha nessuna intenzione di mollare l’alleato, ma non può impedire un assottigliarsi dell’asse con l’Iran.

Sullo sfondo il declino economico degli Stati Uniti, la difficoltà a mantenere il ruolo di gendarme del mondo, l’ambiguità di un fronte alleato che alla prima occasione gira le armi verso chi l’ha appoggiato, finanziato, sostenuto. Per questa ragione una Siria più debole ma non islamizzata può apparire la prospettiva interessante per l’amministrazione Obama, che, certo non per caso, ha dimenticato le minacce ad Assad in caso di utilizzo di armi chimiche.
D’altro canto gli Stati Uniti hanno da decenni scelto di appoggiare le forze religiose antimodernizzatrici a discapito di regimi liberal democratici. Un segno inequivocabile del fallimento anche ideale del gigante USA.

Ascolta la chiacchierata con Stefano

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Torino. Il centrosinistra si spacca sulla vendita dei gioielli di casa

lett-torino5Lo scorso lunedì il sindaco Fassino è andato sotto per ben due volte sulla vendita di Iren e GTT. La terza volta se l’è cavata solo grazie ai voti del PDL.
Lo scontro, che SEL tenta di ammantare di contenuti ideali come la tutela dell’acqua pubblica, in realtà non è che lo specchio della partita di potere che si sta giocando all’interno del Partito Democratico e, più in generale, nell’area di centrosinistra.
A capo della fronda anti Fassino è il renziano Domenico Mangone, uno che certo non può essere sospettato di attitudini socialdemocratiche sul fronte delle privatizzazioni.
La partita, al di là delle convulsioni della maggioranza al comune di Torino, è molto importante. L’amministrazione cittadina ha bisogno di fare cassa, per far fronte alle spese pazze degli scorsi anni: olimpiadi, passante ferroviario, inceneritore.
Sul piatto c’è Iren, oggi controllata da una società che comprende anche i comuni di Genova e Reggio Emilia. Iren ha un valore nominale inferiore a quello di mercato: al comune non conviene venderla ora. Iren ha inoltre acquisito sia un bidone come l’inceneritore del Gerbido, sia la società per l’acqua pubblica. Sulla sua messa in vendita si scontrano interessi diversi e non di rado contrastanti.
Oltre ad Iren, c’è la GTT, l’azienda dei trasporti, la società dei parcheggi e quella delle fibre ottiche.
La GTT, se privatizzata rischia altri tagli sia nell’erogazione del servizio, sia tra il personale. Nell’ultimo anno sono caduti sotto la mannaia ben dieci chilometri di percorsi, peggiorando la qualità del servizio ed aumentando il prezzo del biglietto.
Al momento il comune di Torino non ha comunque trovato acquirenti per GTT: le uniche società ad avanzare un’offerta, una ditta francese ed una tedesca, volevano il controllo totale, ed non andavano oltre i 70 milioni.
Il mercato è aperto. Lo scontro di potere anche.
L’auspicio è che si apra anche una partita altra. Quella contro la proprietà. Comunale o privata.

Ci ha aiutato a capirne di più Renato Strumia, un compagno che da anni segue con attenzione le lotte di soldi e potere all’ombra della Mole.
Ascolta la diretta realizzata dall’info di radio Blackout

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Niscemi. Blocchi e repressione

12_bloccoOtto maggio. Anche questa mattina c’è stato un blocco di fronte agli ingressi della base statunitense di Niscemi, per tentare di impedire ai mezzi delle ditte impegnate nella costruzione del Muos, di entrare nella base. Anche questa mattina le truppe dello Stato italiano hanno spinto con violenza i manifestanti per far passare i camion.
Il bilancio odierno è di due feriti e di due attivisti fermati dalla polizia.
Abbiamo raggiunto Pippo, un compagno molto attivo nella lotta, durante il presidio formatosi per chiedere la liberazione dei due compagni.
Dalla diretta con lui è emerso un quadro di resistenza quaotidiana, che vede ogni giorno scendere in campo decine, a volte centinaia di oppositori al Muos, una buona metà provenienti da Niscemi.
Da oltre un mese lo Stato italiano si è schierato nettamente a favore degli interessi degli statunitensi dimostrando quanto inutili siano le carte con le quali la Regione Sicilia ha tolto le autorizzazioni concesse in precedenza agli statunitensi.
Lo Stato viola le proprie stesse leggi, dimostrando nei fatti che la sola legge che rispetta è quella del più forte.

Ascolta la testimonianza di Pippo all’info di radio blackout

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Milano. Sciopero della sanità

medici2_medium-400x215Oltre duemila lavoratori in sciopero hanno dato vita ad un corteo da piazzale Loreto al Palazzo della Regione. Nonostante i divieti della questura i manifestanti hanno raggiunto il Pirellone eludendo il blocchi della polizia.
Lo sciopero, pur investendo l’intera vertenza sanità in provincia di Milano, è stato convocato da tutte le sigle del sindacalismo di base in solidarietà alla lotta dei lavoratori del San Raffaele che da settimane, nonostante cariche e repressione, lottano contro il piano di licenziamenti voluto dalla proprietà.
Alla vigilia dello sciopero i padroni hanno infine accettato di sedersi ad un tavolo di trattativa convocato in Regione. Nel frattempo è stata proclamata una sorta di tregua non scritta: i lavoratori hanno deciso di cessare i blocchi dell’accettazione, i padroni hanno interrotto l’invio di lettere di licenziamento.
La partita è aperta. La giornata di oggi che ha visto migliaia di lavoratori incrociare le braccia, eludendo le seduzioni del sindacalismo concertativo, che da mesi preme per un accordo che scambi il lavoro con il salario, è indubbiamente un segnale positivo.
Non solo per i lavoratori del San Raffaele ma anche tutti quelli della sanità, che stanno costruendo percorsi di lotta solidale che possono mettere in difficoltà l’avversario.

Ascolta l’intervista realizzata dall’info di radio Blackout a Maurizio

Venerdì 10 maggio. Dopo una trattativa durata tutta la notte viene stretto un accordo tra la proprietà del San Raffaele e le organizzazioni sindacali. Grazie alla loro lotta i lavoratori hanno ottenuto il reintegro dei lavoratori licenziati e la rinuncia a licenziarne altri sino alla fine del 2014. In cambio hanno dovuto rinunciare a parte del salario, anche se molto meno di quanto volevano imporre CGIL CISL, UIL con l’accordo bocciato dai lavoratori nei mesi scorsi. Anche quest’ultimo accordo deve essere sottoposto all’approvazione dell’assemblea dei lavoratori prima di entrare in vigore.
Ascolta la diretta fatta da Giulio dell’USI sanità con l’info di blackout.

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Il partito unico. Analisi e prospettive

3-mondoallarovesciaLa nascita del governo Letta pare sancire in modo formale il costituirsi di una sorta di Partito unico, che peraltro emergeva già nell’esperienza del governo Monti. In entrambi i casi l’orizzonte insuperabile della propria sovranità limitata ne delinea le scelte e gli orientamenti. Il quadro definito sia dagli organismi di governance sovranazionale sia dalla finanziarizzazione dell’economia che, ben espressa nella metafora del “pilota automatico”, opera secondo logiche non controllabili dai governi nazionali, non viene messo in discussione.
Ne consegue che i limiti dell’azione di governo rendono comunque impalpabile la distanza tra PD e PDL, fornendo le basi per una collaborazione non balneare.
La vera debolezza della compagine guidata da Enrico Letta è nell’immaginario. Gli elettori, specie quelli di sinistra, la cui identità in questi anni si è costruita più nell’opposizione al berlusconismo che in un chiaro modello di società, non possono che essere disorientati. I malumori sono tanti ed emergono in modo chiaro da più parti, tanto da scompigliare gli equilibri all’interno del PD.
All’indomani del Primo Maggio torinese, con il PD contestato lungo l’intero percorso e diviso al suo interno, il segretario Morgando si dimette perché il PD piemontese sarebbe stato trascurato nella divisione delle poltrone di governo. Nulla di meno opportuno persino per i meno scafati esperti di comunicazione politica.
Nei fatti il governo Letta ha un solo compito: gestire l’esistente in modo da garantire che gli italiani ingoino le misure imposte dalla governance europea per gestire una crisi che non è solo una crisi economica ma anche politica, nella quale le democrazie più fragili reggono sempre meno. Ecco dunque un modello unico, liberale in economia e autoritario sul piano politico.
Sullo sfondo la crisi dell’Occidente, che appare sempre meno contingente, ma segnala un processo di decadenza su scala planetaria di fronte all’affermarsi di un blocco di paesi emergenti molto forti aggressivi e capaci. L’India, la Cina, il Brasile, la Russia, il Sudafrica si stanno candidando ad un ruolo sempre più forte su scala planetaria, senza peraltro che in Occidente se ne abbia chiara consapevolezza.
Letta, nel suo discorso di insediamento, ha posto l’accento su due temi, uno politico e l’altro economico come questioni cardine da affrontare nell’agenda di governo.
La disoccupazione, specie giovanile, e l’astensionismo crescente.
La possibilità di monetizzare il disagio sociale sono tuttavia minime, al di là di qualche pezza che il governo, se troverà le risorse, potrà mettere qua e là.
Il modificarsi del capitalismo stesso rende difficile immaginare uno “sviluppo” che consenta la ripresa della produzione e, quindi, una maggiore occupazione. Il capitalismo classico ben si sposa con il lavoro, purché sia lavoro salariato, dipendente, asservito a basso costo. Diverso è il meccanismo che fa funzionare il capitale finanziario che non ha bisogno per crescere di merci da far girare. Il denaro è il punto di partenza e quello di arrivo. Sebbene questa prospettiva rischi di condurre ad una sorta di asfissia del sistema, tuttavia al momento, rende strutturale la disoccupazione. Salvo ovviamente che entrino in gioco altri attori interessati a cambiare le regole di un gioco truccato, tanto truccato da essere però irriformabile.
Questa situazione per paradosso ci conduce rapidamente alla prospettiva di uscita da ogni forma di capitalismo come unico orizzonte per miliardi di esseri umani.
Come? L’esodo conflittuale dall’esistente si prefigura come possibilità concreta di coniugare autogestione e conflitto, ma i percorsi che delineano questa prospettiva teorica vanno costruiti di giorno in giorno e continuamente verificati nella prassi.

Anarres ne ha parlato con Salvo Vaccaro dell’Università di Palermo.
Ascolta la chiacchierata che abbiamo fatto con lui

Se sei interessato alle questioni poste e vuoi esprimere il tuo parere puoi scriverci a anarres@inventati.org

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Manolada. Fragole e sangue

manoladaSiamo a Manolada, nel cuore del Peloponneso, dove immigrati/schiavi lavorano alla raccolta delle fragole. Un lavoro durissimo, sempre chini dotto le serre che si trasformano presto in forni. Gli immigrati bangla che ci lavorano non hanno molta scelta: questo lavoro è la loro sola possibilità in un paese stremato dalla crisi, dove gli immigrati lavorano solo se accettano ogni condizione. A Manolada i braccianti vivono stipati in baracche di plastica, senza acqua né gabinetti. Per questi residence pagano anche l’affitto.
All’inizio di aprile alcuni di loro provano a chiedere di essere pagati: ormai sono lì da sei mesi ma non hanno ancora visto un euro. I sorveglianti al servizio del padrone minacciano di morte chi chiede il salario.
Il 24 aprile decidono di andarci tutti insieme. La risposta dei tre sorveglianti è di pura ferocia: imbracciano le carabine ed aprono il fuoco. Trenta dei duecento lavoratori vengono feriti, alcuni in modo grave. Solo per un caso non ci sono stati morti.
L’episodio è tanto grave che la notizia oltrepassa rapidamente i confini ellenici. Il ministro dell’Interno Dendias è obbligato ad aprire un’inchiesta e a far arrestare i tre caporali/assassini, promettendo nel contempo di non espellere i braccianti che potranno così testimoniare al processo.
Peccato che i fatti del 14 aprile siano solo la punta di diamante di una situazione intollerabile già da molti anni. I caporali non si sarebbero sentiti tanto forti da imbracciare un fucile se terribili soprusi ai danni degli immigrati non fossero la regola in queste zone. L’omertà e il silenzio hanno coperto episodi anche molto gravi.
Nel 2008 la pubblicazione di notizie relative a torture inflitte ai braccianti – alcuni anche bambini – di Manolada non ebbe altra conseguenza che un infittirsi della repressione contro i ragazzi che avevano osato parlare.
Nel 2009 due allevatori della zona hanno torturato due immigrati bangla, legandoli al proprio camion e trascinandoli per centinaia di metri. Qualche mese più tardi un parente dei due allevatori ha spaccato con un bastone la testa ad un altro lavoratore bangla.
Il governo, nonostante le violente incursioni dei nazisti di Xrisi Argi, nonostante la diffusione del caporalato, delle schiavitù e delle torture, sostiene che gli peisodi di razzismo sono solo occasionali nel paese, un paese con una solida “tradizione di ospitalità”.
Con tragica ironia il ministro Dendias ha chiamato “Xenos Dias”, l’operazione di rastrellamento di centinaia di immigrati senza carte rinchisui in condizioni spaventose in celle minuscole per lunghi mesi. Uno dei centri più grandi si trova a Corinto dove circa trecento immigrati hanno dato vita ad una rivolta repressa nel sangue.

Anarres ne ha parlato con Giorgios, un compagno del gruppo dei Comunisti Libertari di Atene. ne è scaturita una conversazione a tutto campo che ha investito anche le recenti operazioni repressive ad Atene e le lotte di solidarietà e resistenza degli ultimi mesi.
Ascolta la diretta

Qui puoi vedere le immagini del campo di Manolada dopo dopo il ferimento dei trenta immigrati.

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Lo specchio rotto. Il Primo Maggio a Torino

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Il Primo Maggio all’ombra della Mole è una giornata di lotta e di festa che coinvolge decine di migliaia di persone. Un enorme contenitore, che raccoglie tante anime, spesso molto diverse, talora esplicitamente contrapposte. La piazza del Primo Maggio torinese è lo specchio delle tensioni politiche e sociali che attraversano la città.

Uno specchio che quest’anno non è riuscito a riflettere un’immagine unica. Uno specchio spezzato in due in modo netto.
La distanza, già grande, tra gonfaloni, sindaci, sindacati di Stato, partito Democratico e l’altra piazza, quella di chi occupa le case vuote, si oppone al Tav, alla precarietà, alla servitù del lavoro, alla devastazione delle risorse, alla diseguaglianza per legge, quest’anno si è fatta enorme.

Come già lo scorso anno Fassino ha fatto il corteo tra gente che fischiava, protestava, esibiva cartelli. Gruppi organizzati che non hanno partecipato al corteo, ma soprattutto tante persone senza bandiera lì per gridare la propria incommensurabile distanza dall’apparato istituzionale.
Durante il comizio Fassino è stato fischiato da più parti, nonostante anarchici ed antagonisti fossero ancora ben lontani da piazza San Carlo.
Continua l’odissea dei Democratici. Lo scorso anno non erano riusciti ad entrare in piazza, perché gli anarchici si misero di traverso, obbligandoli a deviare. Quest’anno gli è stato impedito di sfilare, come da tradizione, in coda con gli altri partiti, dietro antagonisti ed anarchici.
I loro nerboruti difensori, il servizio d’ordine della Idra che pesta, bastona e usa spray al pepe senza troppi scrupoli, avevano annunciato già il giorno prima la loro diserzione perché contrari all’accordo con il PDL.
Senza picchiatori, il PD, accerchiato da una piazza ostile, ha dovuto farsi sorreggere dalla celere in assetto antisommossa, infilandosi in fretta in coda alle altre forze istituzionali. Oltre le prime file di contestatori, c’era un’intera piazza che premeva perché se ne andassero.

Dice bene il nuovo presidente del consiglio dei ministri, Enrico Letta, quando sostiene che il vero nemico del governo sono i tanti, ormai la maggioranza nel paese, che hanno scelto di non votare.
La nascita dell’esecutivo guidato da Enrico Letta è l’ultima tappa di un lungo processo di ridefinizione dei partiti istituzionali intorno a blocchi di interessi, che, alla bisogna, possono trovare spazio per una convergenza.
L’affermarsi di una democrazia autoritaria è il necessario corollario delle politiche di demolizione di ogni forma di tutela sociale attuate con disinvoltura dai governi centro sinistra come da quelli di centro destra. Se i meccanismi violenti della governance mondiale impongono di radere al suolo ogni copertura economica e normativa per chi lavora, la parola passa al manganello, alla polizia, alla magistratura. Se la guerra è l’orizzonte normale per le truppe dei mercenari tricolori presenti in armi in Afganistan come in Val Susa, la repressione verso chi si ribella non può che incrudirsi.
Gli esiti delle recenti elezioni hanno dimostrato la plasticità di una classe politica che ha saputo uscire dall’impasse dei numeri, mettendo nell’angolo le opposizioni.

Il Primo Maggio, distanti anche fisicamente dallo spezzone istituzionale, i movimenti di opposizione sociale hanno dato voce e visibilità a chi non è più disponibile a pagare perché i cento uomini più ricchi del mondo divengano sempre più ricchi mentre i tre quarti del pianeta sopravvivono a stento.
Tra i quattro e i cinquecento compagni e compagne hanno partecipato allo spezzone rosso e nero aperto dallo striscione “Né stato né padroni. Azione diretta”.
Il segnale che oggi i percorsi di autogestione e la pratica dell’azione diretta sono condivisi da sempre più persone, in un percorso collettivo che trova alimento nell’anarchismo sociale e, insieme, contribuisce a moltiplicarne nella pratica gli orizzonti.

La crisi morde sempre più forte, specie nelle nostre periferie, dove sono le pratiche di autogestione, riappropriazione e solidarietà a porre un argine alla guerra contro i poveri che i governi di centro sinistra e quelli di centro destra hanno promosso negli ultimi vent’anni.
Le esperienze più interessanti di questi anni sono quelle che hanno saputo coniugare autogestione e conflitto, individuando nell’esodo conflittuale un modo per costruire lottando e lottare costruendo. In una tensione che non si allenta ogni TAZ, ogni zona liberata, è una base per incursioni all’esterno. Parimenti ogni momento di conflitto riesce ad oltrepassare la mera dimensione resistenziale quando si innesta in pratiche di riappropriazione diretta di spazi politici e sociali.
La crisi della politica di Palazzo ci offre una possibilità inedita di sperimentazione sociale su vasta scala di un autogoverno territoriale che si emancipi dai percorsi istituzionali.

Un buon Primo Maggio. Un Primo Maggio di solidarietà e lotta.

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Primo Maggio a Carrara, Trieste, Parma

Il Primo Maggio in molte località si riduce spesso ad una sfilata rituale del sindacalismo di Stato e degli apparati istituzionali.

primo-maggio-usi-3A Parma ormai da sei anni, sotto l’impulso dell’Unione Sindacale Italiana, sindacati di base, centri sociali, anarchici della FAI, gruppi antisfratto,  occupanti di case, reti di migranti danno vita ad una propria manifestazione che quest’anno ha raccolto più consensi di quella di CGIL, CISL, UIL.
Ascolta il resoconto di Massimiliano di Parma

A Trieste da decenni gli anarchici, pur partecipando al corteo del Primo Maggio. non sfilavano con uno spezzone proprio. Quest’anno l’area libertaria della città e gli anarchici dall’isontino, da Pordenone e dalla vicina Slovenia hanno dato vita ad uno spezzone di oltre 300 persone (in una manifestazione che ne raccoglieva circa duemila). 1maggio_2013_trieste
Ascolta la diretta con Federico di Trieste

carrara_primo_maggio_libertari_2013A Carrara il corteo del Primo maggio è tradizionalmente un corteo anarchico, che attraversa il centro cittadino con deposizioni di fiori alle lapidi di Ferrer, ai martiri del lavoro, ai rivoltosi del 1894 in Lunigiana, al monumento a Meschi. 
Come ogni anno, prima del corteo ci sono i comizi.
Quest’anno il focus della manifestazione, oltre le questioni repressive, è stata la testimonianza di una lotta ancora piccola che potrebbe crescere, quella contro il terzo valico tra Genova e Tortona.

Ascolta il resoconto di Gianluca di Carrara

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Processo agli antifascisti. Game over!

giudice-parrucca-calpestio_verdeIl PM Antonio Rinaudo e le sue innumeri sostitute hanno impiegato quasi un anno per capire che avevano sbagliato qualcosa.
Nell’udienza del 30 aprile, la quinta, il Pubblico Ministero ha modificato l’accusa contro quattro anarchici sotto processo per aver strappato manifesti inneggianti alla marcia su Roma. Si passa da furto aggravato a danneggiamento.
Questa farsa avrebbe dovuto concludersi da molti mesi, quanto gli stessi fascisti hanno riconosciuto che i manifesti erano stati fatti e pezzi e non rubati. Tutti assolti e il fascicolo di nuovo alla Procura. Invece no. Il giudice ha proceduto lo stesso, permettendo, con la dovuta calma, al PM di aggiustare il tiro dell’accusa.
Si ricomincia quindi da capo. L’imputazione è meno pesante, ma resta il paradosso che quattro anarchici, indignati per un manifesto inneggiante alla nascita del fascismo, siano comunque sottoposti ad un processo penale, mentre da tempo lo strappare manifesti elettorali costa solo una multa.
Si sa che per qualcuno la legge è più eguale che per altri.
Si ritorna in aula il 17 settembre.

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Per un Primo Maggio di solidarietà e lotta

100_1111-viTorino. Spezzone rosso e nero al corteo del Primo Maggio, aperto dallo striscione “Azione diretta autogestione”.
Appuntamento alle 8,30 in piazza Vittorio quasi all’angolo con via Po.

Dopo il corteo pranzo e festa alla FAI in corso Palermo 46.
Il pranzo è benefit per i compagni vittime della repressione.
Chi non può o può solo poco è ugualmente il benvenuto.
Se possibile prenotatevi, scrivendo a fai_to@inventati.org oppure chiamate 338 6594361

In questo Primo Maggio c’é chi è obbligato a lavorare per contratto, in questo primo maggio ci sono case vuote e gente in strada, in questo primo maggio c’è chi lavora troppo per molto poco e chi non lavora affatto, in questo primo maggio truppe tricolori uccidono e occupano in Afganistan.
In questo primo maggio c’è chi ricorda le lotte durissime degli operai di Chicago che nel lontano 1886 lottavano per le otto ore.
Cinque di loro vennero impiccati per stroncare quella lotta. Ma i padroni e i governanti dovettero pentirsene, perché la loro morte accese fuochi in ogni dove. Quei fuochi ardono ancora.

Per saperne di più ascolta l’approfondimento fatto da anarres con Claudio Venza

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Lo strano connubio. Sulla destra sociale, quella che occupa le case per gli italiani

1469860974_6d70e61fe4_bAlla vigilia del 25 aprile un gruppo di militanti della Giovane Italia hanno sostenuto attivamente  l’occupazione abitativa di una decina di senzatetto italiani. È la prima occupazione di questo tipo a Torino.
Quelli della Giovane Italia si erano distinti per una campagna razzista in Barriera di Milano. In occasione delle elezioni avevano aperto un ufficio di fronte ai giardinetti di via Montanaro, un’area densamente abitata da immigrati. La loro iniziativa principale fu una raccolta firme per dare “la casa agli italiani”. Tra il 25 aprile e il 2 maggio del 2011 trovarono sulla loro strada un po’ di anarchici decisi a contrastare l’ennesimo tentativo di soffiare sul fuoco della guerra tra poveri.
Il loro tentativo di penetrare tra gli strati più poveri di Barriera di Milano fallì miseramente.
Di qui probabilmente la scelta di muoversi tra dormitori e gente dei cartoni, per assemblare la truppa per la loro iniziativa.

Sin qui la cronaca. Sul piano dell’analisi politica e sociale resta aperta la questione della costruzione di legami solidali tra italiani ed immigrati, che facciano da argine alle iniziative della destra sociale.
Significativa e certo non casuale la scelta di far partire l’occupazione a ridosso del 25 aprile.

Nell’affrontare la questione ci è parso utile ricostruire la lunga storia della destra sociale e del suo sdoganamento da parte del Partito Comunista.
Il revisionismo storico, che ha condotto ad una sorta di equiparazione tra i partigiani e i torturatori ed assassini della Repubblica di Salò, ha radici molto profonde e lontane.
Continued…

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Bruciano i rifiuti e le nostre vite

inceneritore-2Lo hanno fatto partire di nascosto. Volevano, l’hanno detto chiaro, evitare guai con chi non era d’accordo che una mostruosa macchina spara diossina entrasse in funzione al Gerbido, a due passi da Mirafiori, Grugliasco, Beinasco.
Così venerdì scorso, senza nessun annuncio ufficiale, è partito l’inceneritore di Torino. Un’altra follia ai danni della nostra salute, utile solo ad ingrassare gli interessi di chi lucra sulla costruzione e gestione di questi impianti di morte. Il giocattolone entrato in funzione al Gerbido, pudicamente chiamato “termovalorizzatore”, ci è costato 375 milioni di euro. Chi lo ha costruito, la TRM, all’80% di proprietà Iren e l’organismo di controllo, l’ATO, a guida Foietta, promettono elettricità per 175.000 case. Peccato che in Piemonte il fabbisogno energetico sia pienamente soddisfatto dalle centrali esistenti, peccato che la raccolta differenziata si sia bloccata, peccato che il costo dell’imposta sui rifiuti sia destinato ad aumentare per coprire i costi del camino spara diossina del Gerbido.
Un doppio spreco: uno spreco di soldi, uno spreco di materiali preziosi che potrebbero essere riusati e riciclati invece di andare in fumo. Se a questo aggiungiamo il fatto che in fumo ci va anche la nostra salute abbiamo un’idea del business che si è consumato ai danni di tutti per il profitto dei soliti pochi.

Anarres ne ha parlato con Maurizio Zicanu, del coordinamento contro gli inceneritori, che ci ha aiutati a capirne di più.
Ascolta la sua intervista

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25 aprile in Barriera di Milano

25 aprile 2013 Barriera di Milano (2)

Anche quest’anno ci siamo ritrovati alla lapide del partigiano anarchico Ilio Baroni, operaio delle Ferriere morto combattendo il 26 aprile 1946.
Tobia ha ricostruito quegli ultimi giorni della Resistenza a Torino, tra fabbriche e tedeschi in rotta, tra operai che le difendevano perché pensavano fosse giunto il tempo di riprendere nelle mani il sogno spezzato negli anni Venti, quando i riformisti imposero l’abbandono delle occupazioni e la rinuncia a “dare il giro” ad una storia già scritta. Le vendetta dei padroni, come temeva a ragione Errico Malatesta, fu terribile. Vent’anni di dittatura.
Tra gli operai delle periferie torinese il sogno non si spense mai del tutto. Tanti finirono in galera, al confino o furono costretti all’esilio, altri riuscirono a tessere i fili di una tela sottile ma tenace. A Torino negli anni Trenta c’erano tre gruppi anarchici clandestini, uno di questi era in Barriera.
Nell’aprile del ’45 le fabbriche pensavano di riprendersele, di afferrare con mani salde il sogno fuggito oltre vent’anni prima. I militari statunitensi lo capirono e bloccarono la discesa su Torino delle formazioni partigiane delle montagne.
Gli operai della zona nord della città dovettero vedersela da soli. A Torino si combatté sino al 28 aprile. Ogni angolo delle periferie torinesi è costellato di lapidi che ricordano quelli che morirono in quei giorni di primavera. Una primavera che sfiorì presto.
Le fabbriche rimasero nella mani dei padroni. I fascisti vennero amnistiati da Togliatti. Nel 1969, quando gli anarchici vennero accusati della strage di Stato e Giuseppe Pinelli venne scaraventato dalla finestra della questura milanese dopo un brutale interrogatorio, a capo di quella questura era l’ex comandante del confino di Ventotene. I partigiani che non smisero di combattere dopi i giorni dell’insurrezione, vennero imprigionati per decenni. Alcuni uscirono, anziani ma non domi, solo alla fine degli anni Settanta, quando Sandro Pertini li graziò.


Continued…

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Tutti gli uomini del presidente

1268319348246ScacchieraL’incarico per la formazione del nuovo governo è stato affidato da Napolitano ad Enrico Letta, ex vicesegretario del partito Democratico. Mentre le agenzie battevano la notizia abbiamo sentito Marco Revelli, sociologo e docente all’università del Piemonte orientale.
Con lui abbiamo provato a capire meglio gli avvenimenti dell’ultima settimana: dall’implosione del PD alla rielezione di Giorgio Napolitano.
Secondo Revelli siamo di fronte ad un “mutamento di regime politico” che da il via ad una discontinuità istituzionale. Napolitano, accentuando ulteriormente l’attitudine a superare il ruolo di mero garante dell’ordine costituzionale, ha inaugurato un presidenzialismo di fatto. Esautorato un parlamento incapace di riprendersi la propria sovranità, ha preso in mano la situazione, facendo leva sulla prerogativa presidenziale di sciogliere le camere.
Esemplare il suo discorso di insediamento in cui ha interpretato il ruolo del padre della patria fustigando i figli riottosi ed inetti. Va in scena il sadomasochismo politico: i fustigati che fanno atto di sottomissione plaudendo chi brandisce la frusta.
E’ il punto di arrivo di un lento ma inesorabile processo di affievolimento della funzione di rappresentanza dei partiti.
D’altra parte la crisi italiana ha impensierito molto poco i mercati, perché, come dichiarato da Draghi, “il pilota automatico” è inserito: i meccanismi della governance transnazionale funzionano lo stesso.
L’ultimo dei partiti nel senso classico è imploso in una guerra di tutti contro tutti, dove non è possibile rintracciare ragioni politiche, perché la faida è trasversale agli schieramenti ed investe in modo sempre più netto l’unica gioco che conta: quello del potere.
Come nel “finale di partita” Beckettiano i vari protagonisti sbagliano tutte le mosse, in un non sense che porta alla dissoluzione.
Ascolta l’intervento di Marco Revelli per l’info di Blackout

Le recenti elezioni per il rinnovo della giunta regionale in Friuli Venezia Giulia sono state un piccolo tsunami politico, che, a due mesi dalle elezioni politiche, costituisce un piccolo test.
Due mesi fa aveva votato il 77,20% degli aventi diritto, l’ultimo fine settimana sono andati a votare solo il 50,5% degli elettori friulani e giuliani, nel 2008, alle ultime regionali, aveva votato il 64,24%. Ancora più impressionante il dato sui voti effettivamente espressi. Il PDL nel 2008 aveva preso 409.000 voti contro i 209.000 di quest’anno, il PD ne aveva presi 351.000, oggi ne prende 211.000.
Significativa anche la flessione del M5S che perde un elettore su tre rispetto alle politiche.

Oggi la neopresidente della Regione Debora Serracchiani, commentando il proprio, peraltro risicatissimo, successo, lo attribuisce ad una sorta di indipendenza dalle beghe del partito. In realtà Serracchiani è sino in fondo inserita nelle logiche correntizie del PD, al punto che in campagna elettorale a sostenerla è venuto Matteo Renzi mentre Pierluigi Bersani non si è fatto vedere.
Il dato certo che emerge dal voto in quest’angolo di nordest è l’accrescimento della disaffezione verso la politica istituzionale, che in parte si era espressa alle recenti politiche nel voto alla compagine guidata dal comico genovese.

Ascolta l’intervento di Federico per l’info di blackout

Della rielezione di Giorgio Napolitano e gli scenari che ne sono scaturiti Anarres ha discusso con Francesco Carlizza. Ne è scaurito un approfondimento ampio, che investe anche una situazione sociale disegnata sul costante peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro nel nostro paese. La disoccupazione giovanile tocca il 35%, i cassaintegrati sono decine di migliaia, i poveri, quelli che perdono, oltre al lavoro anche la casa, sono in costante aumento. Eppure ben poco si muove.
Ascolta la chiacchierata con Francesco

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Bombe atomiche, miliardi e F35

f35-bombe-nucleariDagli Usa arriva un apparente voltafaccia rispetto agli impegni di Barack Obama verso il disarmo nucleare. Il Pentagono si appresta infatti a spendere 11 miliardi di dollari per ammodernare 200 ordigni nucleari tattici B61 allocati in Europa per trasformarli in “bombe atomiche intelligenti (teleguidate)” sganciabili dal caccia di ultima generazione F-35, di cui si doterà anche l’Italia. E’ quanto rivela il britannico Guardian.

Niente di nuovo all’orizzonte: era noto che gli F35 erano destinati ad essere dotati sia di armamento convenzionale sia di ordigni atomici. La novità è la decisione del governo statunitense di stanziare i fondi necessari all’operazione.
Un’operazione sporca, perché in questo modo l’amministrazione statunitense riesce a dotarsi di armi moderne, aggirando l’accordo sulla non proliferazione nucleare.
In Italia ci sono 70 bombe nelle due basi di Ghedi e Aviano.

Si tratta di atomiche piuttosto antiquate, ma sempre armi di distruzione di massa, realizzate alla fine degli anni Sessanta: pesano fino 320 kg, sono lunghe 3,56 metri ed hanno un diametro di 33 cm. La loro potenza massima è di 340 chilotoni (oltre 30 volte la bomba di Hiroshima) ma quelle depositate in Europa, il modello B61 Mk12, si fermano a 50 chilotoni (un chilotone corrisponde alla potenza esplosiva di 1.000 tonnellate di tritolo).

Ascolta l’approfondimento realizzato dall’informazione di Blackout che ne ha parlato con Walter del Comitato contro gli F35. Ne è scaturita una conversazione a tutto campo, sulla lotta antimilitarista, che stenta a trovare gambe e capacità di intervento capaci di sabotare la macchina bellica, le cui basi sono dietro le nostre case.

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San Raffaele. Ancora blocchi

san-raffaele-licenziamenti-18Non mollano i lavoratori del San Raffaele in lotta da una settimana contro i licenziamenti imposti dall’azienza con la complicità di CGIL, CISL e UIL per far fronte al buco di un miliardo e mezzo verso le banche.
Al San Raffaele le leggi sulla rappresentanza sindacale non garantiscono le libertà sindacali alle formazioni di base – USI e USB – che pure sono maggioritarie tra i lavoratori. Oltre alle lettere di licenziamento in questi giorni stanno arrivando provvedimenti disciplinari verso i lavoratori che la scorsa settimana hanno fatto assemblee non autorizzate.
Lunedì c’è stato un nuovo blocco dell’accettazione. Questa volta la polizia, anziché piazzarsi all’ingresso si è schierata direttamente davanti agli sportelli, rendendo così impossibile l’accesso dei pazienti all’accettazione. Dopo un po’ la polizia ha abbandonato la sala e, come nelle altre occasioni, i lavoratori in lotta hanno aiutato le persone in attesa a raggiungere la sale per le visite o gli esami senza pagare il ticket.

Ascolta dall’info di radio blackout la cronaca di Giulio dell’USI sanità del San Raffaele

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per contatti: anarres@inventati.org