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No Tav Pride

DSC09689Quattro anni. Quattro lunghi anni sono trascorsi dalle giornate della Maddalena, quando l’area destinata a diventare cantiere venne liberata. I giorni della Libera Repubblica finirono il 27 giugno: dopo ore di resistenza le truppe dello Stato sgomberarono l’area, obbligandoci alla fuga per i boschi della Ramat e per i sentieri verso Giaglione. Da quel giorno il tricolore ha sostituito il treno crociato.

DSC09747Sono stati quattro anni di lotta contro l’occupazione militare, segnati da marce popolari e atti di sabotaggio, presidi e azioni notturne, proteste alle caserme, assedi agli alberghi e ristoranti che ospitano le truppe, blocchi di treni, strade e autostrade. A volte eravamo pochi altre volte tantissimi, ogni volta ciascuno era forte dell’appoggio degli altri.
DSC09827La mano dello Stato ha colpito con estrema violenza. Nel 2005 il movimento aveva obbligato alla resa il governo. Un’onta che andava lavata ad ogni costo: nessun esecutivo può permettere che i cittadini credano di poter alzare la testa, costringendo lo Stato a fare marcia indietro.
DSC09571Arresti, processi, condanne si sono abbattute su migliaia di No Tav. La mannaia della Procura di Torino è calata più volte sulle nostre teste.
L’ultimo anno è stato durissimo. Sebbene il movimento abbia reagito con intelligenza e coesione alle accuse di terrorismo, costruendo una campagna contro la repressione di DSC_4295grande efficacia, tuttavia ha segnato una battuta d’arresto sul piano delle lotte e, questione cruciale, della riflessione e del confronto sul futuro. Ne è conseguita la rarefazione, se non la sparizione, delle iniziative sparse sul territorio tra Torino e la Valsusa. L’unica presenza costante sono stati i presidi bisettimanali al cancello che a Chiomonte chiude strada dell’Avanà, una delle vie maestre per truppe e ditte collaborazioniste.
DSC_4830Non ci si può accontentare di resistere perché la questione vera è vincere, obbligare il governo a fare dietrofront, liberare le zone occupate, far crescere i percorsi di autonomia dall’istituito, ancora oggi ostaggio di persistenti illusioni elettorali.
L’offensiva mediatica dei nostri avversari ha costruito l’immagine falsa di un territorio pacificato a forza, piegato dalla repressione, ridotto al mero ruolo di testimone impotente dello scempio.

Era necessaria una risposta forte, chiara, popolare.
La manifestazione del 28 giugno nasce così.
Doveva essere ed è stata una giornata dell’orgoglio No Tav, una giornata in cui si dimostrava nella pratica che il movimento non era sconfitto, né impaurito, né sbandato.

Sapevamo bene che avrebbero vietato la circolazione nelle strade che, dalla statale 24, scendono verso il cancello della centrale Iren, come sapevamo che avrebbero dichiarato zona rossa sentieri e mulattiere.

Sapevamo che avrebbero piazzato jersey di ferro e cemento per chiudere le strade nei pressi del ponte sulla Dora in località Gravella. Abbiamo detto chiaro che non avremmo accattato blocchi e divieti.

Il 28 giugno l’alta Val Susa era vestita con i colori dell’estate. Un lungo serpentone è sceso lungo la statale 24 e, senza esitare ha imboccato la provinciale vietata dirigendosi verso i jersey. Le famiglie con bambini, gli anziani, chi non se la sentiva si è fermato al bivio per la Ramat, ma i più sono scesi, chi in prima fila, chi un poco più in là. Quando i primi manifestanti si sono avvicinati, è partito un fitto lancio di lacrimogeni che hanno reso l’aria irrespirabile per un lungo tratto di strada.

Poi il corteo si è ricompattato ed ha guadagnato il centro di Chiomonte, dove ci siamo rifocillati prima di imboccare via Roma, la strada che dal paese scende verso la Dora. Anche via Roma era vietata, anche qui, dopo il ponte, c’erano i jersey. Una lunga battitura, poi i jersey sono venuti giù tra fuochi d’artificio e slogan: la polizia ha sparato grandi quantità di gas nel bosco per investire i manifestanti anche durante la ritirata. Nel frattempo un gruppetto di No Tav ha guadato la Dora ed ha beffato la polizia violando l’area recintata infilandosi tra le vigne.
Il camion con l’amplificazione è stato fermato e due occupanti trattenuti in questura e denunciati, altri due No Tav sarebbero stati denunciati per resistenza aggravata.

I quotidiani del lunedì si sono scatenati, creando ad arte scenari improbabili di Black Bloc che si sarebbero staccati dal corteo, di divisioni tra buoni e cattivi ed altre logore favole. Chi ha coperto il volto voleva solo difendersi da occhi e telecamere della polizia, non dal nostro sguardo solidale, perché la scelta di violare i divieti e abbattere gli ostacoli era stata fatta da tutti noi in assemblea.

Non abbiamo inceppato la macchina dell’occupazione militare che stringe in una morsa un cantiere lontano chilometri. La nostra è stata un’azione simbolica. Un gesto di orgoglio, la dimostrazione pratica, che non ci siamo arresi né spaventati.

Un vero No Tav Pride.

Da oggi tuttavia sarà necessario riprendere i fili di un confronto a tutto campo, per creare le condizioni perché ancora una volta il governo sia obbligato alla resa. Se sapremo scegliere i nostri modi e i nostri luoghi potremo rendere ingovernabile il territorio. Ovunque.
Serviranno coraggio e intelligenza. Per liberare la Maddalena, per liberarci tutti.

(Quest’articolo uscirà sul prossimo numero del settimanale umanità nova)

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Pride. A Torino e a Palermo

no tav si travOggi a Torino, Milano, Palermo c’é stato il Pride.
Vi proponiamo due testi, uno diffuso al Pride di Torino, l’altro a quello di Palermo.

Spazi privati, spazi di regime

Il Pride 2015 vogliamo godercelo, con i suoi colori, la sua allegria, la voglia di mostrare l’orgoglio Lgbqti e difendere, più in generale, i diritti di tutte e tutti.
Ce lo vogliamo godere nel modo che ci riesce meglio, e cioè riflettendo sugli spunti politici di questo appuntamento e sul contesto in cui si svolge.
Ribadiamo la nostra solidarietà a Vincenzo Rao​, condannato da un tribunale perché ha osato criticare le posizioni conservatrici e maschiliste di un magistrato. La sua vicenda conferma l’irriducibile incompatibilità tra libertà e potere: il recinto in cui vengono confinati i diritti – compreso quello di espressione – resta sempre un recinto, anche se ammantato di democrazia.
Adesso il recinto della legalità si fa sempre più stretto e violento. Ai problemi di sempre si aggiunge l’ipocrisia di chi governa Palermo per renderla «normale». Retate poliziesche nei quartieri popolari; ordinanze contro gli ambulanti (per lo più immigrati) per tutelare il presunto decoro del salotto buono della città; distruzione del verde pubblico; privatizzazione degli spazi e assalto della borghesia al centro storico.
Il sindaco Orlando stringe volentieri la mano ai curdi che lottano per la libertà, agli omosessuali che lottano per i diritti, ai palestinesi che lottano per la sopravvivenza; parla di spazi pubblici e spazi di rivolta; sostiene persino l’abolizione delle frontiere e del permesso di soggiorno sventolando la “Carta di Palermo”.
Nel frattempo, però, fa la guerra ai poveri e ai migranti, mantenendo inalterati gli equilibri (fondati sulla disuguaglianza) che da sempre reggono le sorti di questa città.
Il sindaco Orlando ama ripetere che Palermo è sempre stata una città multiculturale dove ognuno è una tessera di un mosaico.
Vero – aggiungiamo noi: purché ognuno resti al suo posto.

Libert’Aria

°°°°°
Fuori i preti dalle mutande!

Per due mesi e mezzo Torino è stata ostaggio della chiesa cattolica. La città è stata militarizzata, i giardini reali e piazza Castello sono stati requisiti per i pellegrini. La kermesse clericale è stata occasione per infittire i dispositivi disciplinari, mettendo sotto sorveglianza un’intera città.

Sebbene le favole delle religioni prestino il fianco alla satira ed al guizzo salace, purtroppo la chiesa cattolica non fa affatto ridere.
Tutti i governi degli ultimi 20 anni si sono inginocchiati al soglio di Pietro, ed hanno garantito il finanziamento della chiesa cattolica con l’otto per mille, il pagamento degli stipendi degli insegnanti di religione cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado, soldi per ospedali e scuole confessionali, sostegno all’edilizia vaticana.
La pervasività della chiesa nelle vite delle persone va ben al dì là delle pecore felici con il loro pastore, per investire, tramite tante leggi dello Stato, la vita di tutti.
La straordinaria plasticità culturale che ha consentito ad una monarchia assoluta di attraversare duemila anni di potere e più di duecento anni di secolarizzazione, oggi è mirabilmente rappresentata dal gesuita venuto dall’Argentina a dare una ripulita all’immagine della chiesa, offuscata da infinite vicende di pedofilia, per non dire degli arresti eccellenti di alti prelati con le mani in pasta nelle stanze della finanza vaticana.

Dopo le dimissioni di Ratzinger, Bergoglio era l’uomo giusto nel momento giusto.
Occorreva un cambiamento di stile, per garantire che tutto potesse filare come sempre.
Bergoglio l’ha detto in modo chiaro che la costruzione del gender, la culturalità dei generi, l’attraversamento di identità sessuali, per non dire del radicalismo queer sono scelte ed approcci in contrasto con la dottrina. Ha tuttavia compreso che indicare la via della redenzione attraverso il perdono, poteva essere un buon modo per sedurre e riportare nel recinto le pecore nere e smarrite.

La chiesa di Francesco è misogina, omofobica e transfobica come quella di Benedetto XVI, ma nasconde la spada sotto la tonaca.
Una spada affilatissima nel cercare di spezzare la schiena a chi sceglie la libertà. Libertà come scommessa per ognuno e per l’intera società.

Chi crede che la chiesa di Francesco e quella delle sentinelle in piedi o del Family day siano diverse cade in in pericoloso errore prospettico. La Chiesa si adatta alle latitudini ed ai governi per restare in sella ed imporre la sottomissione a dio.

Bergoglio si è fatto le ossa negli anni della dittatura di Videla, quando era capo dei gesuiti argentini. Il suo ruolo è a dir poco ambiguo in una chiesa pesantemente collusa con i militari, che hanno torturato ed ucciso, facendone sparire i cadaveri, oltre trentamila uomini e donne, colpevoli di lottare per la libertà e la giustizia sociale.

Bergoglio chiede perdono per i roghi e le torture inflitte ai Valdesi ma si guarda bene dal chiedere perdono per il sostegno della chiesa cattolica ai criminali in divisa argentini.

Chi sa? Domani chiederà perdono per i roghi degli omosessuali Ma quale sarà il prezzo? Castità e senso di colpa?

Bergoglio è il cavallo di Troia che la chiesa cattolica usa per espugnare e devastare quel che resta della cultura laica e per chiudere i conti con chi aspira a relazioni sociali tra liberi ed eguali. Lo ha detto in modo chiaro: per evitare il conflitto sociale servono ammortizzatori.

Un tempo sulle ceneri degli omosessuali arsi vivi venivano sparsi odorosi semi di finocchio.
Semi che sono germinati in quella cenere ed oggi lanciano la propria sfida in ogni angolo del pianeta.

Sarebbe tuttavia un vero “peccato” che la norma eterosessuale finisse con l’imporre il proprio modello anche tra chi ha sviluppato una critica e una pratica radicale, dove l’identità diviene percorso e scommessa per tutti e per tutte. Fuori da ogni norma, fuori da ogni imposizione.
Non ci servono famiglie e lacci coniugali, né in chiesa né in comune.Liberiamoci dallo Stato e dalla Chiesa!

Federazione Anarchica Torinese

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Profughi. Fronte dell’Est

migranti goriziaMentre tutti i riflettori dei media sono puntati sugli sbarchi nel sud Italia e sulla vergognosa situazione a Ventimiglia vi è un altro “fronte” aperto, in Friuli-Venezia Giulia. Qui finisce la rotta di terra di tanti profughi di guerra e migranti.

Da diversi mesi il cosiddetto “corridoio balcanico” è tornato prepotentemente sulla mappa delle strade dell’immigrazione.
Ogni giorno, stipati in furgoni e camion o anche a piedi, decine e decine di persone varcano il confine fra Slovenia e Italia, un confine che, almeno sulla carta, è stato cancellato con l’ingresso della Slovenia nell’UE. La maggior parte degli uomini e donne che approdano in questo lembo di nord est vorrebbe proseguire verso altri paesi europei. Ma le leggi e la polizia inchiodano le frontiere d’Europa, aperte per i cittadini europei e per i ricchi viaggiatori, ma serrate per chi fugge guerre e persecuzioni.
Così, nelle province di Udine, Gorizia e Trieste negli ultimi mesi sono arrivati tantissimi immigrati e richiedenti asilo. Una parte ha trovato posto nelle strutture di accoglienza, che sono più attrezzate e ricettive che in altre Regioni, ma oggi non bastano più. Per gli altri (e si parla di alcune centinaia) solo la strada e poco altro.

La situazione è particolarmente drammatica a Gorizia dove quasi un centinaio di persone dormono in strada, bisognose di tutto e “inseguite” dalla vergognosa ordinanza anti-bivacco del sindaco che impedisce persino di dormire qualche ora su una panchina. La polizia li rastrella, li identifica e impedisce loro qualche ora di sonno all’aperto. Va da se che la scelta dell’amministrazione di centro destra, genera solo ghettizzazione e paura. Ben altra accoglienza avevano ricevuto i fascisti di Casa Pound che il 23 maggio a Gorizia, nel centenario della guerra di annessione di Trento e Trieste all’Italia, erano sfilati in mille inneggiando alla guerra patriottica. Sul palco per il comizio finale era salito anche un assessore della giunta goriziana.

In solidarietà a migranti e profughi, per un accoglienza degna e per la libertà di circolazione un po’ ovunque ci si sta dando da fare: a Pordenone sabato 20 giugno vi è stato un nuovo presidio di migranti e solidali che ha visto un centinaio di persone in piazza mentre a Udine e Gorizia da tempo sono attive reti autorganizzate dal basso che provvedono all’aiuto di chi dorme in strada.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Federico di Trieste

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Afganistan. Un pantano senza fine

afghanistanIl tentativo di assalto al Parlamento afgano messo in atto da un commando facente capo ai Taleban è l’ennesima riprova della situazione di caos sistemico nel quale il paese asiatico vive da quasi trentasei anni. La pretesa pacificazione americana che avrebbe permesso il ritiro (a partire dall’anno scorso…) delle truppe a stelle e strisce si è rivelato, con ogni evidenza, un fallimento.

Il governo afgano non riesce ad imporre la sua autorità sulla gran parte del paese mentre la guerriglia talebana si dimostra ogni giorno di più capace di penetrare anche nella capitale Kabul e di colpire i centri del potere e i quartieri dei nuovi ricchi legati al business degli aiuti occidentali.

Fuori da Kabul pochi centri importanti e poche strade sono effettivamente nelle mani del governo che deve peraltro affidarsi alle truppe occidentali per il necessario pattugliamento.

Tra queste ultime spicca il contingente italiano la cui presenza va rafforzandosi anche a causa della promessa fatta in questo senso dal premier Renzi ad Obama. Gli italiani svolgono sempre più il ruolo di truppe coloniali a servizio degli Stati Uniti in un teatro di guerra dove gli interessi spacciabili per “nazionali” sono pochi anche per i più accaniti sostenitori della compagine governativa. Da Herat le truppe italiane dovranno iniziare a essere presenti in un numero sempre maggiore di centri dell’Afganistan per sostituire le truppe USA che, sia pure in numero minore rispetto a quanto annunciato solo tre anni fa dal presidente statunitense, dovranno tornare a casa.
Le conseguenze? Staremo a vedere, ma la nostra convinzione è che la tregua non dichiarata tra il contingente italiano e i Taleban non potrà reggere a lungo nel nuovo scenario che si sta delineando.

Ascolta la diretta con Stefano dell’info di Blackout

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Crist Parade!

DSCN0108Lo Spirito Santo è calato su Torino il 21 giugno. Vagina gigante e super fallo rosa per “l’amore più glande” sul carro di apertura della Crist Parade, la manifestazione dei senzadio che dal castello del Valentino ha attraversato le vie di San Salvario. Da alcuni balconi campeggiavano lenzuoli con sindoni multicolor.

Non potevano mancare famiglie de-generi e vescovi in parata, la drag Chiara-oche e la Clown Army che ha tallonato carabinieri e digos e ha mettendo in atto una critica divertente e corrosiva del militarismo.
DSCN0121All’arrivo in piazza Madama performance applauditissima di Chiara-oche, asta delle reliquie, caccia al tesoro blasfema e dj set.

Nel giorno dell’invasione clericale della città, offerta a Jorge Bergoglio come palcoscenico per una performance nazional-popolare, tanti DSCN0153anticlericali hanno portato in piazza le ragioni di chi non si inginocchia, di chi pensa che ciascuno debba costruire la propria identità individuale, al di là e contro le imposizioni delle religioni sui ruoli imposti da dio a uomini e donne. Il dato biologico non è un destino ma una possibilità che si può interpretare in molti modi. A ciascun* il proprio.

Molti, anche nell’impalpabile “sinistra laica”, sono entusiasti dello stile popolare, familiare, affabile DSCN0038di Bergoglio, molto diverso dalla rigidezza teologica di Joseph Ratzinger, del suo predecessore.

L’uomo giusto al momento giusto, il gesuita che indossa i panni di Francesco, è un buon
esempio della grande plasticità culturale della chiesa cattolica, un’istituzione che dura, perché sa cogliere a tempo l’aria che tira, rimanendo sDSCN0143e stessa pur nel mutare della sua attitudine narrativa.

Una chiesa più accogliente, sebbene chiusa nella pretesa di normare le vite di tutti, compresi quelli che non vi appartengono, serviva a contrastare l’assalto delle chiese evangeliche in America Latina ed Africa, per superare la normale anomalia dei preti pedofili, per alleggerire l’impatto dell’allegra finanza vaticana dello IOR, che ha fatto dello Stato dei preti un DSCN0119impenetrabile paradiso fiscale.

I consensi della chiesa cattolica sono in calo, anche in paesi dove è insediata da molti secoli: le dichiarazioni ecologiste, e di giustizia sociale sono un abile mossa per riprendere quota dove l’ha persa. Rischia un calo di popolarità a DSCN0076destra, ma deve recuperare consensi tra i tanti cattolici, che vivono la loro vita senza troppa attenzione ai diktat papali.

La destra più retriva, quella che ha riempito Roma il 20 giugno per il family day, non apprezza troppo l’attitudine caritatevole di Bergoglio DSCN0090verso chi ha una pratica sessuale non conforme ai dettami della chiesa e mostra i muscoli, ma non ha reale motivo di preoccuparsi, perché proprio a Torino Bergoglio ha fatto l’elogio della castità e stretto la mano a Marchionne.

Bergoglio è abile nel cogliere che lo stile è tutto, che maggiore apertura nei modi è la miglior chiave per tutte le porte.

Occorreva che in Vaticano tutto cambiasse perché tutto potesse ancora essere come prima.

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Ventimiglia. Frontiere d’Europa

ventiXX 02Ponte San Ludovico, confine fatto di nulla tra l’Italia e la Francia, in un litorale tutto uguale, stesse case, stesse facce. Un confine che l’Europa avrebbe cancellato, ma torna con il suo carico di gendarmi e poliziotti ogni volta che l’Europa della libera circolazione, si chiude di fronte a profughi, immigrati, manifestanti.
Da oltre dieci giorni centinaia di immigrati premono sul confine, non vogliono restare intrappolati in Italia, se ne infischiano di Schengen e di Dublino e delle regole, che il ministro dell’Interno francese Cazeuneve e il suo collega tedesco De Maiziere, hanno ricordato al primo ministro italiano Renzi.
Renzi, il nuovismo fatto ragion politica, fa come chi l’ha preceduto. Ha provato, senza successo, a giocare la carta dello scaricabarile, facendo leva sul desiderio dei profughi di andare in altri paesi europei.
Molti sono diretti oltre la Francia, verso la Scandinavia o la Gran Bretagna, dove già vivono parenti e compaesani. Arrivano dall’Eritrea in guerra, arrivano dal Sudan da anni squassato dalla guerra civile. Renzi lavora alle spalle, tenta di fermare i profughi alla partenze, tratta con il macellaio eritreo Afewerki, prova a stringere un’alleanza, promettendo armi. Come ai tempi di Gheddafi con la Libia.

A Ventimiglia molti profughi stanno sugli scogli, lungo la linea del confine, sperando di riuscire a bruciare la frontiere, continuando il viaggio.

Una quarantina di uomini e donne trascorre la notte nelle aiuole, nell’area dei Balzi Rossi. Durante la notte la polizia ha tentato invano di farli fuggire con l’intimidazione.

Alle prime ore dell’alba è scattato il blitz.
La polizia prova a sgomberare: i migranti non ci stanno, oppongono resistenza passiva, e vengono portati via di peso in un clima di grande tensione. Nei tafferugli alcuni vengono feriti. Autobus della Croce Rossa li caricano diretti, forse, alla stazione di Ventimiglia.
Resistono ancora sugli scogli un’ottantina di immigrati. La meta, che pareva ormai vicina, si allontana.

In Europa si gioca una partita in cui uomini, donne e bambini sono solo pedine di un gioco feroce.

Hollande, schiacciato dai pronostici, cerca di arginare l’avanzata del Front Nationale. Renzi, reduce da una tornata elettorale poco felice, deve recuperare i consensi persi sul tema dell’immigrazione.

A Ventimiglia la parola è passata ai manganelli. La frontiera, impalpabile per gli europei, si serra di fronte a chi fugge guerre, pensate, agite, finanziate anche a Roma, Parigi, Berlino, Londra.

Ascolta la diretta da Ventimiglia dell’info di Blackout con Cosimo Caridi

Guarda la galleria di foto pubblicate da Repubblica

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I profughi, la Lega, i fronti di guerra

naviLa Lega Nord è uscita dal pantano nel quale stava affondando, dopo le inchieste che hanno travolto il padre e nume tutelare della formazione padana e il suo “cerchio magico”. Il piede di porco che ha sollevato il partito guidato dal rampante e ruspante Salvini è un classico nella cassetta degli attrezzi leghista: la xenofobia, il razzismo esplicito, la guerra ai migranti.
Niente di strano che, dopo le elezioni regionali della scorsa settimana, Roberto Maroni abbia intrapreso una crociata contro i profughi, un argomento poco toccato nella campagna elettorale di Salvini, che ha puntato il dito sui rom, obiettivo facile in un paese dove il pregiudizio antitzigano è molto potente e diffuso.
Renzi pareva padrone della situazione, dopo aver incassato l’assenso degli altri paesi europei ad accogliere qualche migliaio di profughi in deroga al trattato di Dublino. Il moltiplicarsi delle defezioni ha indebolito la posizione del primo ministro, aprendo le porte all’iniziativa leghista.
D’altra parte, nonostante l’assenza di pudore dei padanisti doc, sino a poco tempo fa l’impatto emotivo dell’ultima gravissima strage nel Mediterraneo era tale da suggerire prudenza su quel fronte. Il tempo passa, la com-passione si stempera e le ostilità possono ri-partire.

Ascolta l’intervista dell’info di Blackout con Alessandro Dal Lago, studioso delle migrazioni e della loro percezione sociale nella nostra società.
Ne è scaturita una chiacchierata a tutto campo, in cui inevitabilmente si è passati a ragionare della missione europea nel Mediterraneo, degli interessi italiani in Libia, dei tanti fronti di guerra, che alimentano i flussi di profughi e richiedenti asilo diretti in Europa.

Di qui la spinta rinnovata a costruire campi di raccolta nei paesi della sponda sud del Mare di Mezzo, ribadita in un’intervista dal governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino.

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I profughi e le sparate di Maroni

profughiIl presidente della Lombardia Roberto Maroni ha dichiarato che ridurrà i trasferimenti regionali ai sindaci che continueranno a ospitare nuovi immigrati. Giovanni Toti e Luca Zaia, che governano Liguria e Veneto, si sono schierati al suo fianco.
Continued…

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Mafia Capitale. L’eccezione o la regola?

mafia capitaleE’ dai tempi di “Mani Pulite” che le inchieste giudiziarie segnano i regolamenti di conti della politica. Non per caso, dopo ogni ondata di arresti, tutto va avanti come prima.
La corruzione, nel nostro paese, è una doppia pelle della politica. Un fatto normale.
Quello che colpisce, nella vicenda di “Mafia Capitale”, tornata agli onori delle cronache dopo l’ultima infornata di arresti e avvisi di garanzia, non è tanto il “malaffare” diffuso, che investe, chi più chi meno, le amministrazioni cittadine degli ultimi anni, quanto il fatto, che, in se, la gestione di ghetti luridi, di baracche indecenti, di spazi per profughi privi di ogni servizio sia un affare.
Difficile credere che chi aveva occhi per vedere non notasse la discrepanza tra i campi rom e la montagna di soldi spesi per tenere in piedi ghetti etnici. Come sempre tutti sanno e nessuno si impiccia.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Francesco, un compagno romano.

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2 giugno. Festa degli assassini

DSCN3183La festa della Repubblica mette in scena lo Stato al di là della retorica democratica su libertà, partecipazione, solidarietà.

Ogni anno a Roma, nello scenario costruito da Mussolini, sfilano le forze armate. Una sfilata milionaria – quest’anno è costata un milione e mezzo di euro – per costruire consenso intorno alle avventure belliche dell’Italia.

La sfilata militare di-mostra qual è il reale fondamento dello Stato: la forza.
La forza di imporsi su chiunque non accetti un ordine politico e sociale ingiusto e autoritario. La forza di imporsi su chi vive ai margini, sui più poveri, sui baraccati. Dal 1° giugno l’esercito pattuglia i campi rom di
via Germagnano. Nella baraccopoli abusiva manca l’acqua ma il comitato per l’ordine e la sicurezza di Torino ha deciso di inviare gli alpini. Due giorni prima, dopo anni di soprusi e minacce, gli abitanti di quel campo erano scesi in strada, bloccando il traffico, impedendo ad un ennesimo corteo razzista di arrivare al campo. L’esercito, pur annunciato da tempo, è arrivato DSCN0042due giorni dopo.

L’esercito è da tempo nelle strade delle nostre periferie, nelle prigioni per immigrati senza carte, al cantiere di Chiomonte.

Sono gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, in Libia, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia. Gli stessi che si preparano ad un’ennesima avventura di guerra in Libia, gli stessi che
con il pretesto della guerra agli scafisti vanno a far barriera contro profughi e migranti.

Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Lo rivela l’armamentario propagandistico che le sostiene. Le questioni sociali, coniugate sapientemente in termini di ordine pubblico, sono il perno dell’intera operazione.
Hanno applicato nel nostro paese teorie e tattiche sperimentate dalla Somalia all’Afganistan.
DSCN0036La separazione tra guerra e ordine pubblico, tra esercito e polizia è sempre più labile. L’alibi della salvaguardia dei civili è una menzogna mal mascherata di fronte all’evidenza che le principali vittime ed obiettivi delle guerre moderne sono proprio i civili. Civili bombardati, affamati, controllati, inquisiti, stuprati, derubati: è quotidiana cronaca di guerra. Poi arriva la “ricostruzione”, la creazione di uno stato democratico fantoccio delle truppe occupanti, l’organizzazione di esercito, polizia,
magistratura leali ai nuovi padroni. È la prosecuzione con altri mezzi della guerra guerreggiata, obiettivo e insieme strumento di guerra.
La guerra è diventata filantropia planetaria, le bombe, l’occupazione militare, i rastrellamenti ne sono lo strumento. Quando il militare diventa poliziotto ed entrambi sono anche operatori umanitari il gioco è fatto.
DSCN0003Quando l’operazione non riesce, come in Iraq, l’obiettivo è il caos sistemico, l’ingovernabilità di un territorio dilaniato da decenni di guerra, dove sulle popolazioni civili viene usato ogni armamentario del terrore.
Secondo una statistica i macellai dell’Isis, una creatura alimentata dal Quatar e dalla Turchia sotto l’occhio compiacente dell’amministrazione Obama, avrebbero ampio consenso in Iraq.
Forse nel nostro paese la gente ha dimenticato le torture, le morti, le umiliazioni inflitte dai militari statunitensi contro i prigionieri del carcere di Abu Graib. In Iraq probabilmente quelle immagini non le ha dimenticate nessuno. I macelli democratici hanno alimentato il furore della propaganda islamista, rendendo possibile la nascita e la DSCN3203crescita di un mostro che, non per caso, esibisce con orgoglio i propri orrori.

La retorica su interventi umanitari e democrazia è sempre più logora ma continua ad essere la narrazione fondativa delle avventure belliche del nostro paese.

È stata l’asse portante del discorso di Mattarella e del ministro della difesa Mauro per il due giugno. Mauro ha dichiarato che la parata “mette in evidenza le ragioni per le quali stiamo insieme e promuoviamo la nostra convivenza civile, portando nel mondo la nostra missione pacifica”.
Orwellianamente la guerra diventa pace.
Il giorno prima Matteo Renzi aveva indossato la mimetica per un saluto alle truppe di occupazione italiane di stanza ad Herat in Afganistan.

DSCN0035L’Italia è in guerra da molti anni. È una guerra su più fronti, che si coniuga nella neolingua del peacekeeping, dell’intervento umanitario, ma parla il lessico feroce dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione.

Il due giugno a Torino c’è stato un presidio antimilitarista, mostra sul vilipendio e sui crimini di guerra degli “italiani brava gente” con punto info sulla mostra/mercato dell’industria bellica, militarizzazione del territorio da Chiomonte a Barriera, dai CIE al campo rom. Un primo appuntamento in vista della tre giorni antimilitarista di settembre tra Torino e la Val Susa e delle iniziative contro la mostra/mercato di giocattoli di morte del prossimo novembre all’Oval Lingotto.

DSCN0038È importante intrecciare i fili delle lotte perché la mera testimonianza, la rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni l’opposizione alla guerra qualche volta è riuscita a saldarsi con l’opposizione al militarismo: il movimento No F35 a Novara, i No Tav che contrastano l’occupazione militare in Val Susa, i no Muos  che si battono contro le antenne assassine a Niscemi. Anche nelle strade delle nostre città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono la ricetta universale, c’é chi non accetta di vivere da schiavo.
DSCN3197Le radici di tutte le guerre sono nelle industrie che sorgono a pochi passi dalle nostre case.
Chi si oppone alla guerra, senza opporsi alle produzioni di morte, fa testimonianza ma non impedisce i massacri.

Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.

 

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Rom e antirazzisti bloccano la strada: il corteo dei “comitati” si scioglie

Barriera antirazzista 01Sabato 30 maggio. Era il giorno dei Comitati “spontanei”, è stato il giorno degli uomini, donne e bambini dei campi di via Germagnano, di chi non è disposto a tollerare la marea limacciosa e violenta che sta salendo nelle periferie di Torino.
La misura era colma. Dopo una settimana di insulti e minacce di morte, dopo il corteo fascista di mercoledì, dopo la Lega e Salvini in incognito, la gente che abita in questo lembo nascosto di Barriera si è presa la strada, bloccando per oltre un’ora corso Vercelli, finché i razzisti hanno sciolto la loro manifestazione a poco più di duecento metri dalla partenza.

0001Da tempo comitati vicini a varie formazioni fasciste avevano annunciato un corteo da piazza Rebaudengo a via Ivrea, passando davanti al campo. Nel mirino dei comitati i “fumi” dei falò accesi per liberare dalle loro guaine i fili di rame. Che importa se i rottamatori di rame siano lavoratori in nero sfruttati da italianissimi imprenditori che si arricchiscono con l’oro rosso? Che importa che 08Torino sia una delle città più inquinate d’Italia, tra inceneritore e fabbriche?

I comitati “spontanei”, avatar della destra fascista e leghista, con qualche incursione a “sinistra”, puntano il dito sui rom, tutti colpevoli, collettivamente, dei problemi di chi vive in Barriera. Vittime sacrificali di un gioco crudele, nemici etnici su cui riversare il risentimento per l’impoverimento delle periferie, per il lavoro che non 04c’è, per il fitto che non si riesce a pagare, per il negozio soffocato dalla grande distribuzione, per i supermercati che chiudono e licenziano, per le scuole che cadono a pezzi, per le medicine che costano troppo, per l’aria che avvelena.

Quelli dei comitati hanno detto e scritto di non essere razzisti, ma hanno deciso un corteo da piazza Rebaudengo e via Ivrea, dove non ci sono né fabbriche inquinanti, né altre nocività, solo i campi di via Germagnano.
12Non sono passati.

Nei bar di piazza Rebaudengo, prima del corteo, l’unica aria che si respirava in mattinata era quella della pulizia etnica.
Nel punto info mattutino al mercato di via Porpora sono passate persone del quartiere che hanno poi partecipato al presidio all’angolo tra corso Vercelli e via Germagnano.

01Quando arriviamo apriamo gli striscioni e parliamo con gli abitanti dei campi che ci raccontano che la polizia gli aveva intimato di non andare al presidio. Si sono fiondati anche i soliti delle “associazioni” rom, che suggerivano di lasciar passare il corteo, di rimanere nei campi, arrivando ad alludere ad un “accordo” con quelli dei Comitati.

17La politica della paura questa volta non ha funzionato. A piccoli gruppi in tanti hanno imboccato la salita e si sono uniti agli antirazzisti che avevano aperto striscioni: “via i razzisti dalla città”, “no alla guerra tra poveri, casa per tutti”, “i rom, torinesi come noi”, “il comune sgombera i campi e lucra sui rom”.
C’erano bosniaci dal campo “autorizzato” e rumeni da quello “abusivo”. Ad un certo punto hanno fatto capolino anche i sinti di via Lega.

02All’arrivo della clown army tanti bambini si sono arruolati nell’armata senzapatria.
Le auto dei vigili sono state circondate dai clown, poco a poco la gente si è riversata in strada, oltrepassando l’incrocio in direzione del corteo “ambientalista” tra slogan, canti, sfottò. Un ragazzo del campo sventolava una bandiera No Tav.
03“Gli unici stranieri gli sbirri nei quartieri”, “via fascisti e polizia”, “bella ciao”.
Abitanti di Barriera
e solidali, uniti contro chi usa l’arma del razzismo, per impedire che i poveri lottino insieme contro i padroni che li sfruttano, hanno sbarrato il passo al corteo dei comitati.

14Per oltre un’ora i razzisti sono rimasti fermi a duecento metri da piazza Rebaudengo, protetti da blindati e antisommossa.
Il blocco sul corso è stato mantenuto finché il corteo non si è sciolto.
Poi è esplosa la gioia, perché questa volta i razzisti avevano fatto dietrofront.

Tanta gente in un sabato di maggio ha spezzato il muro della rassegnazione, scoprendo che vincere è possibile.
Insieme abbiamo portato a casa la consapevolezza preziosa
che anche in quest’angolo di città si può fare Barriera contro il razzismo.

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Bella ciao. Fiaccole, fascisti e topi

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Mercoledì 27 maggio. Una discarica sociale. In via Germagnano scaricano i camion dell’Amiat, ci sono i cani brutti e malati che nessuno vuole, ci sono gli esseri umani che la povertà e uno stigma perdurante relegano in posti tutti uguali. Lontano dalle abitazioni, vicino al fiume e all’immondizia.
Quando arriviamo al campo sull’angolo ci sono già polizia e qualche fascista.
Oggi è il giorno delle fiaccole, dei fascisti di Fratelli d’Italia che hanno organizzato un corteo proprio in via Germagnano: vogliono cacciare tutti, perché tutti sono colpevoli. Colpevoli di cosa? Colpevoli di esistere. Quando il dito si leva contro un intero popolo o un intero gruppo sociale siamo di fronte ad un colpa collettiva, originaria. Sei da cacciare perché sei “intrisecamente” cattivo, deviante, malato. I nazisti perseguitarono rom e sinti perché ritenevano che il “nomadismo” ne avesse corrotto la purezza razziale, trasformandoli in criminali. Il triangolo sulle giacche dei rom e dei sinti finiti nei lager era quello nero dei delinquenti.

Questa logica è la stessa di Fratelli d’Italia, che accusano i rom di essere tutti “intrisecamente” devianti. Una concezione lombrosiana che ritorna ed è all’origine di pogrom e roghi. Oggi il pretesto è il danneggiamento al canile dell’Enpa, un’azione sulla quale, dopo le prime “certezze” diffuse dai media, si addensano sempre più ombre. Ombre rese più fosche dalle dichiarazioni razziste dei responsabili del canile.
Prima di entrare nel campo veniamo subito intercettati da due uomini in borghese della polizia politica, due mai visti, probabilmente lavorano nella squadra fascisti. Vedendo che siamo intenzionati ad entrare cercano di distoglierci mostrandoci i topi che saltellano qua e là per la strada. Visto che non funziona la buttano sul patetico dicendo “ma come fanno a farci vivere i bambini”? Quando rispondiamo che i poveri vivono dove possono si allontanano dicendo che noi “la mettiamo sul politico”.

In questo breve scambio di battute si addensa il grumo concettuale che solo gli ammalati di esotismo possono chiamare questione rom. La “questione rom” esiste solo perché c’è chi vuole che ci sia. Tra loro anche alcuni antirazzisti, sedotti dall’immagine stereotipa del rom, nomade, libero, sradicato per scelta. La realtà è diversa e per conoscerla occorre disponibilità all’incontro, alla conoscenza, all’ascolto di uomini, donne, bambini, ragazzi e ragazze in carne ed ossa. Gente che vorrebbe una casa ma non può permettersi di pagarla, gente che vorrebbe un lavoro, ma raramente riesce a sfuggire alla precarietà.
Al campo scambiamo qualche parola e poi prepariamo assieme ai ragazzi uno striscione con la scritta “Casa per tutti. No al razzismo”.

Ci offrono dell’acqua, discutiamo la situazione, decidiamo insieme come affrontarla. Uno di noi viene invitato a entrare in casa: bene in vista c’é un fazzoletto No Tav.

Al campo la rabbia è tanta, tantissima.
Quando arrivano i fascisti, non più di un centinaio, trovano centinaia di rom bosniaci del campo “autorizzato” ad attenderli. Molti in segno di disprezzo mostrano le spalle, i bambini si arrampicano sulla recinzione combattivi. Poi a pugno chiuso si canta tutti insieme “Bella ciao” e “nostra patria è il mondo intero”. I fascisti schiumano di rabbia e cercano di avvicinarsi. Per loro fortuna vengono intercettati dalla polizia, perché questa sera nessuno è disposto a subire.
Più in là, nel campo “abusivo”, dove vivono i rumeni, stesse scene di determinazione e rabbia.
I fascisti ritornano indietro: questa volta in prima fila ci sono ragazzi e bambini: ancora le note del canto partigiano riempiono la serata. Non siamo rom e gagi, siamo abitanti di questa città che si oppongono al fascismo e al razzismo.
Quando tutto è finito, quando gli ultimi fascisti si sono allontanati, restiamo a parlare ancora a lungo.
Questa notte molti al campo veglieranno. Non è la prima volta e non sarà l’ultima: il ricordo dei roghi razzisti è forte. Questo non spegne l’allegria dei ragazzini. Ci salutano e ci chiedono se ci saremo sabato, quando i razzisti dei comitati faranno un corteo che passerà di qui.

L’appuntamento è sabato 30 maggio alle 11,30 al mercato di via Porpora, all’angolo con piazza Reba per un punto informativo.

Alle 14 in corso Vercelli angolo via Germagnano per un presidio

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L’Uroboro Tav e le condanne per sabotaggio

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Chiomonte 27 maggio. Il ponte sulla Dora prima del cancello che immette in strada dell’Avanà, sotto occupazione militare dal 27 giugno del 2011, quando lo Stato diede l’assalto alla Libera Repubblica della Maddalena, è chiuso con un una rete elettrosaldata. Chiusa al bivio per la Ramat anche la strada che conduce al ponte alto sulla Dora.

Nelle prime ore del mattino, sotto gli occhi attenti della polizia un operaio del cantiere di Chiomonte, è stato messo all’opera per rendere inaccessibile l’area antistante il cancello. Qualche ingenuo potrebbe chiedersi in quale capitolato d’appalto rientri questo lavoro per conto della polizia.

I No Tav che, come ogni mercoledì si sono dati appuntamento al cancello non si scoraggiano di certo: qualcuno taglia l’erba in un prato vicino, altri montano un gazebo, altri ancora accompagnano Blu, il writer invitato a decorare il muro accanto al cancello, sulla statale 24, dove, nella murazzata sottostante i due sovrappassi ferroviari di Chiomonte, armato di pennelli e bombolette, si mette al lavoro, sorvegliato da carabinieri e Digos. Di fronte un gruppo di No Tav lo sostiene.
DSCN0036La Clown Army entra in azione con la sua carica di irridente sfottò nei confronti dei poliziotti.

Poco a poco prende forma un treno, rappresentato come un crudele Uroboro, il serpente che si morde la coda.

Da Torino, dove a porte chiuse si sta concludendo il processo contro Francesco, Graziano e Lucio accusati del sabotaggio della notte tra il 13 e il 14 maggio 2013, arriva la notizia delle sentenza di condanna a due anni e dieci mesi.

Per lo stesso episodio lo scorso dicembre sono stati condannati a tre anni e sei mesi Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò.

Questa sentenza è più pesante dell’altra, perché Francesco, Graziano e Lucio hanno scelto il rito abbreviato e quindi hanno avuto la riduzione di un terzo della pena.

I due PM con l’elmetto Andrea Padalino e Antonio Rinaudo devono tuttavia incassare una nuova battuta d’arresto. La richiesta iniziale in questo processo era di otto anni e mezzo, che sarebbero diventati cinque e mezzo con la riduzione di un terzo.

La loro tesi, iterata anche in questo processo dove era comunque stata negata l’accusa di terrorismo, era che i No Tav avessero messo a repentaglio la vita dei lavoratori del cantiere. Il tribunale l’ha rigettata.

I due PM tuttavia non si arrendono ed hanno già fatto ricorso contro le decisioni della Cassazione, della Corte d’Assise e del Riesame che hanno ritenuto inconsistente l’accusa di attentato con finalità di terrorismo.

Per Francesco, Lucio e Graziano si sono aperte le porte del carcere, perché la corte ha disposto per loro i domiciliari con tutte le restrizioni. Dopo un anno nei circuiti dell’alta sorveglianza carceraria è un’attenuazione della pressione disciplinare nei loro confronti.

A Chiomonte Blu ha terminato il suo quadro allegorico, inserendo dentro l’Uroboro, due cerchi concentrici, in uno i mezzi della polizia, nell’altro le ruspe e gli altri mezzi del cantiere, che fanno il girotondo. In mezzo un bel mucchio di soldi.

Nel pomeriggio, nei pressi dello sbarramento, ci sono state letture e un concerto.

La lotta al Tav continua.

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Aria di Pogrom

germagnanoTira una brutta aria a Torino. Negli ultimi mesi Lega Nord, Forza Nuova, Casa Pound, Fratelli d’Italia e “comitati spontanei” di destra hanno promosso iniziative contro i rom che vivono in città.
La maggior parte vive in baraccopoli, alcune abusive, altre “autorizzate”: tutti in condizioni terribili. In lungo Stura Lazio da oltre un anno il comune ha tagliato l’acqua e, pezzo dopo pezzo sta sgomberando il campo. Una piccola parte dei baraccati è stata inclusa nella progetto “la città possibile”. Pochissime famiglie hanno avuto una casa, altri sono stati sistemati in social housing. Tutti hanno firmato un patto di emersione che sancisce che la condizione del campo non è semplice povertà ma una sorta di destino etnico, dal quale occorre impegnarsi ad “uscire”. I fortunati del social housing, cinque milioni di euro finiti in pasto ad una cordata di cooperative ed associazioni che si sono aggiudicate l’appalto, sono stati trattati come bambini, che devono apprendere a non buttare l’immondizia in terra. Tra un anno, quando i soldi del progetto saranno finiti, finiranno quasi tutti in strada, perché senza lavoro è difficile pagare un affitto.
Per gli altri di Lungo Stura – tra loro tanti bambini e alcuni disabili – c’é la prospettiva di uno sgombero che raderà al suolo le baracche. A fine marzo la corte europea dei diritti dell’uomo aveva bloccato lo sgombero. Poi è scattata la tregua per l’ostensione della Sindone. Fassino e Elide Tisi, la sua vice, non potevano permettersi di buttare in strada uomini, donne e bambini, che avrebbero potuto riversarsi in mezzo ai pellegrini, rovinando la festa ai preti.
L’ostensione finirà il 24 giugno, tre giorni dopo la visita del papa: da quel giorno ogni momento è buono per un’operazione sullo stile di quella fatta il 26 febbraio, quando 200 persone vennero gettate in strada.
Nel frattempo in una retata sono stati distribuiti fogli di via e due persone sono stati espulse in Romania.
Alcuni degli sgomberati di Lungo Stura sono finiti in via Germagnano.
Via Germagnano somiglia un poco ai gironi dell’inferno: man mano che si scende è sempre più terribile.
Nella prima parte, nel campo “autorizzato”, vivono rom serbi e bosniaci, più in là c’é un impianto dell’Amiat, l’azienda che si occupa dello smaltimento dei rifiuti, oltre, vicino al fiume ci sono i rom rumeni, che vivono in condizioni disumane, spesso sotto il ricatto di alcune mafie locali.
I camion dell’immondizia passano in continuazione a tutte le ore del giorno e della notte.
Nella stessa via c’é un rifugio per cani e gatti gestito dall’Enpa, che negli ultimi mesi ha subito numerosi attacchi.
Il 20 maggio il canile, gli ambulatori e gli uffici sono stati devastati completamente. Un’azione spregevole, che ha dato la stura ad una terrificante canea razzista. Sui social network da giorni si sono susseguite le minacce di
di radere al suolo il campo, dandogli fuoco.
Si respira la stessa di cinque anni fa, quando, alle Vallette, il campo della Continassa venne bruciato da un corteo aperto dall’allora segretaria cittadina dei DS, Bragantini. A scatenare il pogrom fu la falsa accusa di stupro rivolta a due abitanti del campo. Nonostante si fosse saputo che lo strupro era inventato, i razzisti non si fermarono. D’altra parte che importa se era vero o no? Bastava che fosse verosimile.
E’ una logica nazista voler punire centinaia di uomini, donne, bambini sulla base del sospetto che alcuni di loro abbiano distrutto il canile. I razzisti e i fascisti di Lega Nord, Forza Nuova, Fratelli d’Italia, Casa Pound fanno leva su episodi che suscitano l’indignazione bipartisan per giustificare manifestazioni xenofobe, per alimentare la guerra contro i più poveri, per indicare un perfetto capro espiatorio. I rom sono perfetti per la parte.
I primi a scendere in campo sono stati i leghisti: sabato 23 maggio hanno fatto un presidio davanti al canile. Erano 43 armati di bandiere del Piemonte. La polizia ha vietato loro l’uso della ruspa.
I leghisti erano circondati da un nugolo di poliziotti in assetto antisommossa e da una folla di giornalisti. Gli abitanti del campo andavano e venivano senza degnarli di uno sguardo.
Cinquecento metri più in là gli antirazzisti di Gattorosso Gattonero hanno dato vita ad un presidio informativo al mercato di via Porpora. Non sono mancati i razzisti e gli indifferenti, ma qualcuno si è fermato a parlare e ci sono state persone che hanno preso il volantino per farne buca a buca nel loro condominio.

Mercoledì 27 i fascisti di Fratelli d’Italia hanno annunciato un fiaccolata in via Germagnano, mentre comitati vicini a varie formazioni fasciste hanno annunciato già da tempo un corteo sabato 30 da piazza Rebaudengo a via Ivrea, passando davanti al campo. Nel mirino i “fumi” dei falò accesi per liberare dalle loro guaine i fili di rame. Che importa se i rottamatori di rame siano lavoratori in nero sfruttati da italianissimi imprenditori che si arricchiscono con l’oro rosso?
Anche questa volta gli antirazzisti saranno in piazza per contrastare la marea fascista che cerca di scatenare la guerra ai più poveri.

Aggiornamento al 26 maggio.

Lunedì 25 maggio si è riunito il comitato per l’ordine e la sicurezza di Torino, che ha deciso di mandare l’esercito a pattugliare il campo rom di via Germagnano, nei cui pressi la scorsa settimana è stato danneggiato il canile dell’Enpa.

Questa sera, presso la Blackout house, in via Cecchi 21a assemblea antirazzista dalle 18,30.

Ascolta la diretta dell’info di blackout con Cecilia di Gattorosso Gattonero

Aggiornamento al 27 maggio

Ieri Salvini è stato “in segreto” in via Germagnano, a pochi metri dai campi. Accolto da uova e insulti in ogni città, ora fa le sue vigliaccate di nascosto, naturalmente scortato dalla celere.
Oggi alle 20,30 Fratelli d’Italia organizza una fiaccolata in via Germagnano, autorizzata dalla Questura, a cui ha aderito anche ENPA, mentre emergono le prime ombre sulla ricostruzione del raid al canile.

Appuntamento antirazzista alle 19,30 in corso Giulio Cesare angolo via Germagnano 

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Gorizia. Una piazza senza frontiere

23mag2015.corteogorizia08Gorizia 23 maggio. Nel centenario dell’entrata in guerra dell’Italia i fascisti di casa Pound, forti dell’appoggio delle istituzioni locali, hanno promosso una manifestazione nazionale nella cittadina giuliana. Casa Pound ha fatto un grosso investimento sulla giornata, organizzando pullman da tutta Italia, ma il corteo non ha raccolto la partecipazione sperata dai fascisti, che avevano annunciato dai due ai tremila partecipanti, ma ne hanno raccolti non più di 800.
Pienamente riuscita la scommessa degli antimilitaristi e antifascisti friulani e giuliani che hanno indetto un corteo antifascista e antimilitarista cui hanno partecipato oltre mille persone.

Ascolta la diretta di Blackout con Federico di Trieste.

Di seguito alcuni stralci del report della giornata uscito sul settimanale “Umanità Nova”
Continued…

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