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Rom. Ruspe e polizia in Lungo Stura

sgombero lungo sturaDalle 7 di questa mattina è in corso lo sgombero di circa 160 persone dal campo rom di Lungo Stura Lazio a Torino. Le ruspe che stanno distruggendo le baracche non si fermano neanche di fronte agli oltre 100 bambini, donne incinte, persone malate, anziani, che da oggi si troveranno in mezzo ad una strada visto che le istituzioni sgomberano senza offrire alcuna alternativa abitativa. Buona parte delle famiglie non ha nemmeno ricevuto uno straccio di preavviso.
Questa vergognosa operazione fa parte del megaprogetto-vetrina “La città possibile”, con cui vengono spesi oltre 5 milioni di euro. Con questi fondi (ministeriali) si è previsto l’inserimento abitativo (a termine) in case per sole 15 famiglie, le restanti sono state piazzate in situazioni di social housing, mentre buona parte degli abitanti del campo – fonti “interne” al progetto stamattina parlavano di 600 persone – viene semplicemente buttata in mezzo ad una strada (200 persone oggi, le restanti entro il 31 marzo).
I criteri con cui questa operazione di “divide et impera” è stata gestita sono estremamente opachi, arbitrari e neppure tanto velatamente razzisti: c’è chi semplicemente non è stato ritenuto “idoneo” a vivere in autonomia, nonostante lavori, abbia minori a carico o sia malato, magari perché non scolarizzato o perché non ha dichiarato di essere “romenizzato”, come nel caso di gran parte delle famiglie sgomberate oggi.
Chi viene sbattuto in strada non potrà fare altro che andare a riparare in un altro campo rom della città ed il ciclo degli sgomberi e della “gestione dell’emergenza” (case temporanee e social housing, il tutto a gestione delle solite cooperative) potrà continuare ad infinitum, rappresentando una vera e propria economia che fa comodo a molti interessi forti.

Questa mattina il freddo era pungente. La gente ha assistito attonita alla distruzione di povere baracche che per loro erano una casa. Il comune di Torino si vanta di essere in prima fila nel “superamento” dei campi: li “supera” mandando le ruspe ad abbattere le povere abitazioni costruite lungo il fiume, in un posto dove nessuno vorrebbe vivere se avesse la possibilità di scegliere.
Alcuni bambini questa mattina erano a scuola: al ritorno non hanno trovato più nulla.
Domani i comitati razzisti animati da Lega Nord e Fratelli d’Italia, Forza Nuova e Casa Pound plaudiranno ma la canea razzista non si placherà, invocando altri sgomberi. Non dubitiamo che verranno presto accontentati.
I rom “buoni” negli stanzoni del social housing, con regole da caserma, gli altri in strada.
L’ordine regna nella bella vetrina di una città targata PD.

Ascolta la diretta: dell’info di radio Blackout con Cecilia di “gatto rosso, gatto nero”

 

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Tav. Ultimo tango a Parigi

renzi_hollandeUn pugno di mosche. Ecco quanto si è trovato in mano il CIPE venerdì scorso, dopo decenni di studi e centinaia di milioni spesi. Il progetto dei francesi? Non pervenuto, semplicemente non l’hanno fatto. Quello della parte italiana? Non va bene, è da cambiare. Niente progetto complessivo dell’opera, niente costo certo: un capolavoro di geometrica inefficienza.

I costi per il tunnel di base – secondo i calcoli di LTF ed RFI – sono lievitati spaventosamente: sino a ieri 8 miliardi di euro, oggi sarebbero quasi 12. Il condizionale è d’obbligo, perché in assenza di un progetto vero è difficile qualsiasi previsione di spesa.

Sino ad una settimana fa mancava sia la delibera del CIPE sul progetto, sia la firma del protocollo d’intesa con il governo francese. Il tempo stringeva perché il 26 febbraio era l’ultima data utile per presentare la richiesta di finanziamento all’UE: senza quella la Torino Lyon era affondata prima della partenza.

I prestigiatori ministeriali hanno inventato l’approvazione con respinta, degna di una commedia all’italiana. Il CIPE approva, si, ma contestualmente rimanda indietro il progetto perché vuole sia cambiato. Cioè non approva. Se a questo si aggiunge che sul piatto c’é solo il 20% dell’opera in territorio italiano il quadro è chiaro. Una delle novità contenute nel progetto, sotto forma di prescrizione, è invece la richiesta al soggetto promotore di elaborare un approfondimento per avviare lo scavo del tunnel di base a partire da Chiomonte. Ma questo richiede una ulteriore valutazione di impatto ambientale, un diverso calcolo dei costi, approfondimenti tecnici. Non importa: il CIPE approva in bianco. Prima si ottengono i soldi poi si fa il progetto: l’importante è fare cassa.

In fondo, se si va oltre la narrazione da cartone Disney, è tutto molto semplice. L’opposizione No Tav non molla, scavare da Susa è impossibile perchè c’é il rischio concreto di rendere nuovamente ingovernabile il territorio. Il Governo vuole partire da Chiomonte, da un fortino militarizzato ed inaccessibile. Quale miglior soluzione che scavare il tunnel dl cuore della montagna? Milioni di metri cubi di roccia tra la nuova talpa e i No Tav.
C’è il “piccolo” intoppo che il progetto è da rifare e non può essere definitivo, e c’é anche la trafila della VIA. E’ il gioco dell’oca: si torna alla partenza, sperando che l’avversario faccia due giri fermo in prigione.
Quindi se ne riparla tra un paio di anni.

Ma che importa?
Con “approvazione con respinta” Renzi è volato a Parigi, dove ha ballato con Hollande l’ultimo tango nella ultraventennale storia della Torino Lyon.
Hanno sottoscritto l’ennesimo protocollo d’intesa, hanno fatto dichiarazioni altisonanti. Hollande, per non smentire la grandeur transalpina, ha dichiarato che “non c’é più nessun freno al Tav”, il treno “è ormai lanciato”.
Sono stati presi solenni impegni di evitare le infiltrazioni mafiose nei cantieri, fingendo di ignorare che una ditta senza certificato antimafia, che mai avrebbe potuto ottenere, ha lavorato a Chiomonte sin dal dicembre 2011.

Ma i fatti sono duri da smentire: la data di avvio dei lavori resta indeterminata, perché manca la VIA completa, non c’é il costo dell’opera, non sono state rispettate le condizioni fissate nell’accordo italo-francese del gennaio del 2001, non c’é un vero calcolo dei costi. Non c’é neppure la galleria geognostica di Chiomonte, perchè in 44 mesi LTF ha scavato solo un terzo del tunnel.
L’unica cosa certa è la nascita della nuova società che gestirà gli appalti, presidente il francese Du Mesnil, amministratore delegato l’architetto Mario Virano, che cumula la carica di responsabile di un’azienda privata con quella di Commissario straordinario per la Torino Lyon e di presidente dell’Osservatorio. Tra cappelli per un’unica testa.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Luca Giunti, ambientalista e membro della commissione tecnica dei comuni No Tav.

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Eternit. Omicidi prescritti

eternitSono state rese note in questi giorni le motivazioni della sentenza della Cassazione che ha dichiarato prescritto il reato di disastro ambientale contro l’unico imputato rimasto, il magnate svizzero Schmidheiny.
Quasi tremila morti, una strage che continua ed avrà il proprio picco tra il 2025 e il 2030, resteranno nei carteggi di un processo che, secondo la Cassazione, non si doveva neppure fare.
Sebbene la prima sentenza sulla pericolosità dell’esposizione all’amianto risalga al 1906, sebbene siano noti i tentativi di nascondere una strage che ha fatto ricchi i padroni della Eternit e ha condannato a morte migliaia di lavoratori e cittadini, un colpo dim spugna ha cancellato sia la sentenza di primo grado sia quella che in appello aveva condannato Schmidheiny a 18 anni di reclusione. A Casale Monferrato e in tanti altri luoghi dove si è lavorato questo minerale, poco costoso, impermeabile, ignifugo, perfetto per mille usi, ma mortale, la giustizia di classe celebra un altro dei suoi trionfi.
Il mesotelioma pleurico è un tumeore che non lascia scampo: ruba la vita, torturando a morte il condannato. I padroni di Eternit lo sapevano bene, ma la logica del profitto e le leggi che la tutelano ha segnato il destino di Casale.

Le motivazioni della sentenza possono apparire meri tecnicismi di fronte al dolore di parenti, amici, compagni di lavoro che si sono battuti, perché, sia pure tardivamente, un tribunale restituisse dignità ai loro cari. Un’illusione che la dice lunga su una giustizia che tutela i padroni e non i lavoratori. Alle vittime della Eternit e ai loro parenti non andrà neppure un soldo di risarcimento.
Tuttavia l’amianto è ancora ampiamente usato in molti altri paesi e continuerà ad uccidere chi per vivere è costretto a lavorare sotto padrone.

Ascolta la diretta dell’info di radio Blackout con Roberto Lamacchia, uno degli avvocati di parte civile nel processo Eternit.

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Senza rete. Precarietà a vita

renzi marchionnatoI decreti attuativi del job act mostrano la trama reale della tela intessuta da Matteo Renzi.
Ben lungi dall’abolire i contratti precari, Renzi li rende più appetibili ed elastici per il padronato.
I Co. Co. Pro. perdono per strada il “Pro”. “Pro” stava per progetto: il progetto per il quale viene assunto un lavoratore temporaneo aveva il limite intrinseco che, senza il “pro” non era possibile assumere. Con il job act e la liberazione dal “progetto” diventa molto più agevole assumere lavoratori formalmente autonomi, sebbene del tutto dipendenti, senza neppure lo sforzo di inventare una qualche “progetto” che ne vincoli la necessità.
D’ora in poi gli imprenditori saranno liberi di assumere precari a piacere.
L’unico limite è per i lavoratori non qualificati per i quali questa tipologia di contratto non si applica. D’altra parte tra appalti e abolizione dell’articolo 18 i padroni hanno ampio margine di manovra anche con i lavoratori senza particolari qualifiche: sono “usa e getta” senza problemi.
E’ il lavoro ai tempi del PD. Non per caso il ministro di polizia Angelino Alfano si è vantato di aver portato a casa risultati che il vecchio compagnoi di merende di Arcore non era mai riuscito a portare a casa.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Cosimo Scarinzi

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No Tav. Un tranquillo fiume in piena

00 no tav

Torino, 21 febbraio. Dai sentieri della Val Susa alle strade di Torino i passi dei No Tav segnano un frammento della storia di questi nostri anni.
Non bastano gli anni di galera, le botte, i risarcimenti a sei cifre per fermare un movimento che lotta contro un treno, per affermare la libertà di decidere il proprio futuro.
Nella piazza torinese di questo fine febbraio c’era tanta gente, tanta gente dalla Val Susa, tante delegazioni dalle città dove c’è chi lotta contro le devastazioni ambientali, lo spreco di risorse, l’imposizione di un’idea di mondo folle, autoritaria, ingiusta.
La manifestazione indetta dopo le condanne contro 46 No Tav per le giornate di lotta del 27 giugno e 3 luglio 2011, il giorno successivo all’approvazione del progetto “definitivo” da parte del CIPE, dopo un’ulteriore raffica di condanne per l’azione di lotta alla GeoValsusa dell’agosto 2012, ha dato il segno di un movimento che dura e rinforza i legami solidali con le altre lotte.
Imponente ma discreto il dispositivo poliziesco, ha tuttavia dato la sua zampata, ritardando per ore l’arrivo del treno da Milano, tanto che una parte dei No Tav milanesi non è mai arrivata al corteo.
Un segnale chiaro in vista delle giornate di lotta contro l’expo.
La città di Torino ha risposto con grandi numeri all’appello del movimento No Tav.
Sempre più forti sono i legami tra la valle e la città, nella consapevolezza che ospedali che chiudono, tram, bus, treni più costosi e meno sicuri, scuole che cadono a pezzi, lavoro ridotto a schiavitù precaria non sono un destino. Cambiare rotta si può, fuori dal recinto istituzionale, praticando l’azione diretta e rifuggendo la delega. Torino, nonostante il restyling della vetrina fatto dalle amministrazioni democratiche al governo da decenni, è una città in ginocchio: lo scorso anno hanno perso la casa e sono finite in strada oltre quattromila famiglie, il doppio di Milano, tre volte Roma e Napoli.
Tra Torino e la Val Susa si gioca una partita importante. Non è solo un treno. E’ la possibilità concreta che il destino già scritto da chi punta sulla logica del profitto e del dominio, possa essere cancellato.

Qui le dirette di Radio Onda d’Urto
Qui una galleria fotografica (Luca Perino)
Qui un’altra galleria fotografica (Diego Fulcheri)
Qui un video del corteo
Un video con un sunto degli interventi dell’assemblea No Tav del 16 febbraio a Torino

Di seguito il volantino distribuito in piazza dalla Federazione Anarchica Torinese, in piazza nello spezzone rosso e nero.

La sabbia, la macchina, l’azione diretta
Il movimento No Tav ha tante anime ma un unico scopo: fermare il supertreno e dare una bella botta al mondo che rappresenta.
E’ una spina nel fianco di questo sistema. Una spina sempre più dolorosa, che vogliono estirpare ad ogni costo.
Le accuse di terrorismo, sulle quali la Procura non ha smesso di puntare, nonostante l’assoluzione di Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò, le gravi condanne inflitte per le giornate di lotta del 27 giugno e 3 luglio 2011, le decine di procedimenti contro centinaia di attivisti, sono il segnale della volontà di piegare con la forza un movimento che non cede, che non accetta di ridursi a mero testimone dello scempio.

“La legge è uguale per tutti” è scritto nei tribunali: una farsa atroce. Il diritto dei diseguali è da sempre l’emblema di una giustizia di classe.
Chi uccide migliaia di lavoratori, chi ammazza in divisa, chi avvelena l’acqua e l’aria per il proprio profitto è tutelato e protetto. Chi si ostina a voler cambiare un ordine sociale feroce, ingiusto, predatorio, razzista è condannato a lunghi anni di galera.
L’azione della magistratura, orientata a reprimere ogni insorgenza, ha operato una torsione del diritto, introducendo di fatto il criterio della responsabilità collettiva. Quando non reggono i reati associativi usano l’impalpabile categoria del concorso. La scelta dei soggetti da colpire, costruita sui dossier delle polizie politiche, la digos e i ros, consente operazioni apparentemente “neutre”, in realtà ben mirate. Nuovi pacchetti sicurezza rafforzano un insieme normativo che trasforma in nemici gli oppositori politici, applicando loro leggi di guerra.
Il movimento ha eluso ogni tentativo di dividere i buoni dai cattivi ponendosi a fianco di chi ha subito condanne e di chi è ancora in carcere o a ai domiciliari.
Oggi in piazza ci sono anche i sindaci No Tav. Pochi mesi dopo le elezioni, diversi di loro si sono seduti al tavolo delle compensazioni, un’ambiguità che rende sempre meno attrattive le sirene istituzionali.
La partita vera è comunque in mano ad un movimento che ha dimostrato con i fatti la propria autonomia.
L’ultima mossa del governo ne dimostra la debolezza. Per questo e diversi altri anni a venire non verranno aperti cantieri in bassa valle. Vogliono scavare il mega tunnel dentro la montagna, partendo dalla galleria di Chiomonte. Una soluzione “tecnica” per una questione politica. Il governo teme blocchi e proteste che rendano ingovernabile la bassa valle.
I No Tav dovranno fare i conti con uno scenario difficile. L’area di Chiomonte, scelta per le sue caratteristiche di inaccessibilità, distanza dai centri abitati, facile controllo militare non può essere il solo terreno in cui si gioca una partita, che, sul piano dello scontro diretto, è persa in partenza.
Anche le azioni di sabotaggio, dentro o fuori la valle, pur importanti nel ridare fiducia nella possibilità di gettare sabbia nell’ingranaggio dell’occupazione militare, hanno tuttavia una valenza del tutto simbolica, nonostante il can can mediatico che a volte si scatena.
La scommessa, l’unica che valga le violenze subite, i feriti gravi, le condanne e le carcerazioni, è quella di dare gambe ad un movimento in cui non vi siano specialisti della politica o dell’azione, ma ambiti di confronto e azione in cui ciascuno, come vuole e come può, nel necessario confronto tra tutti, possa dare il proprio contributo alla cancellazione della Torino Lyon.
Per bloccare l’ingranaggio occorre molta sabbia, non bastano poche manciate, non bastano le manifestazioni popolari in sostegno di chi agisce, serve l’azione diretta popolare. Occorre un confronto a tutto campo, di comitato in comitato, di paese, in paese, di quartiere in quartiere, saldando le lotte, unendo i fronti, mettendo a fianco chi non ha una casa e chi rischia di perderla per il Tav. Se il tunnel lo scaveranno dentro la montagna, l’unica alternativa è creare le condizioni perché l’intera valle si blocchi, perché ovunque vi sia una barricata, un picchetto, un’azione, anche piccola, che inceppi la macchina, in cui ciascuno sia protagonista.
Dopo quattro anni e mezzo di occupazione militare il governo punta sulla stanchezza, sulla rassegnazione, sulla divisione.
I No Tav hanno dalla loro la durata, la maturità acquisita, la consapevolezza di avere davanti una strada tutta da lastricare. Ingegneri di barricate e inventori di nuovi sentieri sono chiamati ad un impegno difficile ma possibile. Dipende solo da noi. Da ciascuno di noi. Senza deleghe a nessuno.

Prossimo appuntamento:
La maschera della democrazia. La legge è uguale per tutti?
Il fronte della guerra interna: i processi ai No Tav e agli antirazzisti, la sorveglianza speciale, i fogli di via… Il diritto penale del nemico, il paradigma repressivo che mostra la trama dell’ordine liberale

Ne parliamo venerdì 27 febbraio
ore 21 in corso Palermo 46.
Introduce Lorenzo Coniglione

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La rottura dell’ordine liberale, ovvero il diritto penale del nemico

occhio_mirino-cGli ultimi fatti giudiziari, che hanno coinvolto decine di compagni torinesi, attivi nel movimento antirazzista e nel movimento No Tav, mettono sul tavolo una questione cruciale: la sostanziale modifica del diritto penale liberale.

Al centro degli ultimi processi è stata posta la personalità dell’imputato, rendendola oggetto di valutazione in base a criteri di pericolosità sociale, al di là della condotta specifica. Il diritto penale liberale ha il suo cardine in due concetti chiave:
a) l’azione giudiziaria è rivolta verso la condotta del reo e non contro la persona dello stesso
b) gli imputati sono soggetti giuridici ovvero titolari di alcuni diritti inalienabili, sono persone inserite all’interno di un contratto sociale

Questi due principi, sulla cui effettività torneremo più avanti, vengono pesantemente messi in crisi dalla teoria del diritto penale del nemico, elaborata negli anni ottanta dal giurista tedesco Jakobs. Secondo Jakobs oltre al criminale comune, che è recuperabile alle regole del contratto sociale, esiste un’altra specie di criminale: il nemico. Costui non è recuperabile al contratto sociale e di conseguenza per proteggere la società (torneremo poi su questo concetto) è necessario neutralizzarlo. Una logica di guerra entra nel diritto penale.

Ne anniamo parlato con Lorenzo, un compagno che da tempo studia queste dinamiche.

Ascola la chiacchierata che abbiamo fatto con lui

Per definire la figura del nemico, che nella teoria di Jakobs rimane sempre molto vaga, forse volutamente, si deve ricorrere all’osservazione della personalità dell’imputato, alla sua messa a nudo da parte dei tribunali e di una pletora di esperti. A questi il compito di valutare se si è di fronte ad un semplice deviante o ad un nemico. Ma attenzione: chi definisce in termini politici il nemico? Chi indirizza l’azione giudiziaria? E qua torna un altro concetto forte della teoria politica occidentale: quello di sovranità. Infatti tocca al potere sovrano, quello dotato del potere di porre eccezioni, definire chi è il nemico. Il diritto penale del nemico è una visione fortemente politicizzata della teoria del diritto in quanto si basa sull’esercizio del potere di porre eccezioni da parte di chi detiene la sovranità. Sarà questi ad indicare di volta in volta quali i nemici, ovvero gli individui e le collettività costitutivamente avverse all’ordine costituito.
Costoro non saranno più soggetti titolari di diritti giuridici ma bensì nuda vita biologica soggetta ad una possibilità di violenza illimitata da parte del potere. È l’esatto contrario di quanto viene affermato dalla concezione liberale del diritto.

Per questa sua caratteristica di essere estremamente politico il diritto penale del nemico poggia fortemente anche sulla costruzione del nemico tramite il discorso pubblico. Il discorso pubblico italiano, che negli ultimi 15 anni è sostanzialmente virato a destra con la retorica sulla sicurezza e la legalità, ha già individuato da tempo quali sono i soggetti che vanno etichettati come nemici: coloro che hanno la disgrazia di essere contemporaneamente immigrati e poveri, ovvero forza lavoro esclusa dalle tutele conquistate dai movimenti sociali. La legislazione differenziale su cui si basano i CIE-CPT è modellata intorno alla concezione di nemico. Una volta individuata la classe di individui che vanno considerati come nemici, la detenzione, con i suoi corollari di tortura, morte, ed l’espulsione ovvero sia i processi di neutralizzazione fisica diventano semplici passaggi amministrativi, mera contabilità per tanti piccoli Eichmann della burocrazia.
E non faccio il paragone con il contabile della shoa a caso: la detenzione amministrativa, l’individuazione di categorie sociali come nemiche, la riduzione di soggetti a nuda vita biologica sottoposti a violenza illimitata, sono quanto esplicitato dal nazismo.
Ma attenzione: fuor di retorica questo è quanto succede di norma all’interno delle logiche capitaliste che vedono gli individui come portatori di forza lavoro da mettere a valore e basta. Il nazismo, e non solo lui, ha semplicemente esplicitato queste dinamiche portandole all’estremo e, in questo, ha prodotto scandalo.

Il diritto penale del nemico, per quanto teorizzato in modo sistematico solo negli ultimi decenni, è presente sottotraccia in tutta la storia contemporanea. E non solo a livello teorico, si pensi a Carl Shmidt, ma anche a livello fattuale: il codice Rocco del 1936 con le sue misure di sorveglianza speciale, ereditate in buona parte dal diritto repubblicano, è sostanzialmente basato sul concetto di nemico. E anche lo stesso codice Zanardelli del 1897, la pietra angolare del diritto liberale italiano, contiene al suo interno dispositivi repressivi per le classi pericolose basati sul concetto di nemico.

Le leggi sono il precipitato normativo dei rapporti di forza presenti nella società. Non sono concezioni che discendono dall’empireo platonico per farsi norma tramite l’opera di qualche demiurgo. Negli ultimi 40 anni abbiamo assistito ad una mitigazione delle concezioni più dure delle teorie giuridiche perché i rapporti sociali messi in campo dai movimenti sociali e la così detta “società civile”, intesi qua nella loro concezione più larga, dalle organizzazioni più o meno rivoluzionarie a pezzi della borghesia progressista come il Partito Radicale, erano tali da poter imporre delle garanzie all’interno dei procedimenti giuridici. Garanzie ipocrite, parziali, insufficienti e tutto fuor di dubbio. Ma comunque garanzie. Con la crisi dei movimenti sociali a fine anni ’70 e il disimpegno degli anni ’80 si è potuto assistere ad un prepotente ritorno delle concezioni più dure del diritto: la guerra alle formazioni lottarmatiste, l’introduzione delle leggi sul pentitismo, l’ingresso dello psicologo nelle carceri per analizzare la personalità dei rei politici e decidere su di una loro recuperabilità al consesso sociale, l’applicazione dello stato di eccezione permanente ovvero della sovranità.
E non è un caso che in momento di profonda ristrutturazione degli assetti politici e sociali dell’occidente ci sia anche in Europa un ritorno di queste concezioni, che hanno ricevuto una formalizzazione e una sistematizzazione solo in tempi recenti ma sono state un sottotraccia e una costante di tutta la storia contemporanea.

La necessità di difesa della società teorizzata da Jakobs è in realtà la necessità di difendersi delle classi dominanti. Negli ultimi 15-20 anni coloro che sono stati stigmatizzati come nemici sono stati gli immigrati, oggi cominciano ad esserlo tutti gli oppositori sociali e domani? Di fronte ad una disoccupazione costantemente a due cifre e alla marginalizzazione di fasce sempre più ampie di popolazione chi sarà individuato come nemico, ovvero come non recuperabile e disciplinabile (o non facilmente tale) ai processi di accumulazione di capitale?

Bisogna difendere la società? Si, certamente: dall’attacco messo in atto costantemente dallo Stato e dal capitale.

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I rom, i comitati e i buoni affari. Cronaca di una giornata di lotta a Torino

10988495_10203636510099892_5331280939642932390_n“I rom puzzano”. Questo uno degli striscioni aperti davanti al Comune dai comitati spontanei di cittadini che ieri hanno dato vita ad una manifestazione per chiedere lo sgombero dei campi con il pretesto dei fumi prodotti dai raccoglitori di rame che bruciano la plastica degli involucri per estrarne il prezioso metallo.
Rom e sinti sono l’ultimo anello della catena nel lucroso business del riciclo del rame: la loro povertà e gli scarsi ricavi sono all’origine di una tecnica di recupero nociva, usata come pretesto dai razzisti scesi in piazza ieri.
Gli stessi comitati, animati da esponenti di estrema destra ma non solo, hanno manifestato a Mirafiori in dicembre contro i rom profughi dalla guerra in Bosnia, che spostandosi di continuo per la zona del parco colonnetti, non sono mai riusciti ad ottenere nemmeno dei gabinetti.

Di fronte al comune i razzisti erano una quarantina: dieci di loro sono entrati in delegazione in comune, dove, la stessa sera, era all’ordine del giorno la discussione sullo “sgombero assistito” di Lungo Stura Lazio e il punto sul piano “la città possibile”, che sta garantendo un buon reddito a diverse cooperative e associazioni, con in testa la Valdocco, che si stanno spartendo quattro dei cinque milioni di euro, stanziati a suo tempo dall’allora ministro degli Interni, il leghista Roberto Maroni, per “l’emergenza rom”. Per una piccola parte delle famiglie rom di Lungo Stura Lazio “la città possibile” è solo un rifugio temporaneo. Gli altri, quelli che non hanno voluto/potuto siglare il “patto di emersione” sono invece destinate ad essere sgomberate in primavera.
Il “patto di emersione” è il segno di un razzismo istituzionale sottile ma non diverso da chi manifesta sostenendo che “i rom puzzano”.
Chi firma il patto deve impegnarsi a rispettare regole da collegio per bambini di altri tempi. Il social housing si colloca a metà tra la caserma e l’asilo. Quando i soldi tra un paio d’anni finiranno, per queste persone si riaprirà la strada. Torneranno “nomadi”, non per scelta o “vocazione” etnica, ma perché sospinti sempre più lontano da politiche di apartheid che moltiplicano lo stigma nei loro confronti, alimentando il razzismo.

Lunedì, con un presidio a cavallo tra via Garibaldi e piazza Palazzo di città c’erano anche una quarantina di antirazzisti armati di striscioni “I rom, torinesi come noi” e “No alla guerra tra poveri. Case per tutti!”. La polizia, presente in forze con truppe antisommossa e uomini della polizia politica, la Digos, si è schiarata di fronte agli antirazzisti per ostacolare ogni contatto. Questo non ha impedito il moltiplicarsi di slogan e interventi. Diversi passanti si sono fermati per chiedere informazioni, manifestando anche condivisione e solidarietà. Un boccata di aria fresca che allontana il lezzo della canea razzista.

Per approfondimenti ascolta la diretta di Anarres con Cecilia e quella dell’info di Blackout con Ionut, entrambi di Gatto Rosso Gatto Nero.

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Chi specula sui campi rom a Torino?

casa per tuttiIl 9 febbraio in centro a Torino è in programma una manifestazione indetta da vari comitati di “cittadini” per tutelare la “nostra salute” e i “nostri diritti” dai “fumi provenienti dai campi nomadi”. A Torino, tra le città più inquinate d’Italia, il problema è reale. L’aria che respiriamo è avvelenata da traffico automobilistico, emissioni venefiche delle fabbriche, inceneritore spara diossina. La vicenda Eternit ci ricorda che industriali e governanti sono disposti a sacrificare la vita di migliaia di persone pur di fare profitti.

In questa città altrettanto reale è la condizione di povertà e precarietà di chi vive segregato nei cosiddetti “campi nomadi” e per sopravvivere è costretto a svolgere attività lavorative sotto-costo, tra cui la rottamazione del rame rivenduto per pochi euro ai grossisti, i soli a trarne ampi guadagni.

Anarres ne ha parlato con Cecilia, attivista antirazzista, che ben conosce la realtà del campo di Lungo Stura Lazio.

Ascolta la diretta

La questione ha radici lontane. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale lo Stato italiano ha imposto a Rom e Sinti sfuggiti alle persecuzioni nazifasciste la collocazione in “campi di transito”. Nel tempo questi campi sono diventati l’unico orizzonte, sia pur precario, per queste persone. Luoghi dove si è realizzato un vero apartheid, ghetti dove la precarizzazione abitativa, lavorativa, esistenziale si è istituzionalizzata.
Su Rom e Sinti la destra xenofoba e razzista ha speculato e continua a speculare, indicandoli come responsabili dei problemi degli “italiani” delle periferie, fomentando odio e guerra tra poveri. L’altra faccia della medaglia sono i lauti profitti incamerati da chi, tra appalti e mazzette, gestisce i campi nomadi. La cosiddetta sinistra ha fatto le stesse politiche. A Roma l’inchiesta Mafia Capitale ha rivelato l’accordo tra il fascista Carminati e certe cooperative sociali targate PD per dividersi la torta della gestione dei campi.
A Torino negli ultimi anni vi sono stati gravissimi episodi di intolleranza verso individui e gruppi rom
: dal rogo doloso del campo di via Vistrorio del 2007, al pogrom della Continassa del 9 dicembre 2011, svoltosi al termine di una manifestazione alla quale parteciparono anche esponenti del PD. L’anno successivo, l’area della Continassa fu svenduta dal comune di Torino alla Juventus per costruirvi sede direzionale, campi di allenamento, palazzi etc…
Lo scorso autunno Forza Nuova ha promosso a Mirafiori, in via Artom, manifestazioni contro famiglie rom, profughe di guerra in Bosnia, stanziate al parco Colonnetti.
Di recente le istituzioni cittadine hanno iniziato a parlare di “superamento” dei campi nomadi. In realtà non è in programma alcuna soluzione duratura
affinché chi è costretto a vivere in un ghetto possa trovare una casa e vivere senza controlli né tutele. Da un anno il comune ha avviato lo “svuotamento condiviso” (cioè sgombero) del campo di Lungo Stura Lazio, attraverso rimpatri assistiti o ricollocazione delle famiglie in situazioni di “housing sociale temporaneo”. Chi vive in questi luoghi è sottoposto a regole da collegio infantile, indice del razzismo di chi identifica “l’emersione dai campi” con una “missione civilizzatrice”. Tra due anni chi non potrà pagare affitti esosi sarà rigettato in strada, mentre chi non rientra nel progetto finirà in strada già a metà marzo, quando lo sgombero sarà terminato.
Questa situazione assicura profitti alla cordata di enti che hanno vinto l’appalto milionario per Lungo Stura:
Valdocco, Liberitutti, Terra del Fuoco, Stranaidea, AIZO, oltre alla Croce Rossa che prende quasi 400.000 euro solo per presidiare le aree sgomberate! Continued…

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Charlie e il rancore delle banlieue

francia-banlieuLa lettera di alcuni insegnanti francesi sui fatti di Parigi è lo spunto per una riflessione sull’immaterialità della libertà repubblicana, una beffa per chi abita le banlieue e sente il fascino dell’ondata jihaidista che investe le periferie francesi. Le banlieue ideate da un architetto famoso, e di sinistra, come Le Courboiser, sono diventate discariche sociali, ghetti, luoghi fisici e simbolici del nuovo apartheid neocoloniale.
L’info di radio Blackout ne ha parlato con Karim Metref, torinese di origine kabila.
Ascolta la diretta con Karim

Di seguito la lettera.
“Siamo professori del Dipartimento della Senna Saint Denis. Intellettuali, studiosi, adulti, libertari, abbiamo imparato a prescindere da Dio e a detestare il potere ed il suo godimento perverso. Non abbiamo altro padrone che il sapere. Questo discorso ci rassicura, grazie alla sua coerenza presunta razionale ed il nostro status sociale lo legittima. Quelli di Charlie Hebdo ci facevano ridere; condividevamo i loro valori. Pertanto, anche noi siamo stati oggetto di questo attentato. Anche se nessuno di noi ha mai avuto il coraggio di tanta insolenza, siamo feriti. Per questo, siamo Charlie.

Ma facciamo lo sforzo di cambiare punto di vista e cerchiamo di vederci come ci vedono i nostri alunni. Siamo ben vestiti, ben pettinati, comodamente calzati o, in ogni caso, chiaramente al di là di queste contingenze materiali, il che fa sì che non bramiamo quegli oggetti di consumo che fanno sognare i nostri alunni: se non li possediamo, forse è perché abbiamo i mezzi che ce lo consentirebbero.
Andiamo in vacanza, viviamo in mezzo ai libri, frequentiamo persone educate e raffinate, eleganti e colte. Consideriamo come un fatto acquisito che “La Libertà che guida il popolo” (celebre quadro di Eugène Delacroix, 1830) e Candido di Voltaire siano parte del patrimonio dell’umanità. Ci diranno che l’universale è tale di diritto, non di fatto e che moltissimi abitanti del pianeta non conoscono Voltaire?
Che banda di ignoranti… È tempo che entrino nella Storia: il discorso di Dakar glielo ha già spiegato (discorso del presidente francese Nicolas Sarkozy all’Università di Dakar, Senegal, luglio 2007, nel quale dichiarò che il dramma dell’Africa è che l’uomo africano non è entrato a sufficienza nella Storia).
Quanto a coloro che vengono in Francia da altre parti e vivono fra noi, che tacciano e si adeguino. Se i crimini perpetrati da questi assassini sono abominevoli, ad essere terribile è che essi parlino francese e con l’accento dei giovani delle banlieue. Questi due assassini sono come i nostri alunni. Il trauma, per noi, è anche sentire queste voci, questo accento, queste parole. Ecco cosa ci ha fatti sentire responsabili. Continued…

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Un democristiano del secondo millennio

mattarellaIn molti hanno evocato la rinascita della Balena Bianca, il riemergere in superficie del grosso mammifero che ha governato l’Italia dal dopoguerra al crollo del muro di Berlino. Sergio Mattarella, ministro nei governi del pentapartito, sopravvive alla bufera che travolge la DC e diventa ministro nel governo D’Alema all’epoca della guerra per il Kosovo, per poi approdare alla corte costituzionale. E’ anche l’uomo che firma la prima legge elettorale di stampo maggioritario, che tuttavia mantiene una quota proporzionale. E’ l’uomo della transizione nell’epoca in cui tutto mutò perché molto rimanesse come prima. Lo sgonfiarsi delle clientele legate ad una pubblica amministrazione gonfiata all’eccesso, l’ondata neoliberale facilitata dal venir meno della necessità di mantenere sotto controllo un paese, dove la maggioranza atlantica doveva fare i conti con un il più grande partito comunista dell’Europa occidentale, hanno richiesto una rottura.
La transizione dalla politica ideologica alla politica post-ideologica, si è accompagnata ad un’ondata “nuovista” incarnata da un palazzinaro milanese diventato re nel settore della comunicazione televisiva. Berlusconi, cresciuto ombra di Craxi, raccoglie il testimone incarnando una rottura che si gioca sul piano dell’immagine più che nella sostanza.
Chi all’epoca sosteneva che – alla fine – non saremmo morti democristiani si sbagliava.
La Balena Bianca si è sparsa ovunque, sino a prendere il sopravvento nel PD, il partito nato dalla fusione tra parte dei post-comunisti e post-democristiani.
L’elezione alla presidenza della Repubblica di Sergio Mattarella, protagonista della nascita del Partito Popolare dalle ceneri della DC, del suo passaggio alla Margherita sino alla fusione con il PD, è l’emblema di questa storia.
L’info di Blackout ne ha parlato con Massimo, un compagno di Milano, che ci ha offerto numerosi spunti di analisi tra ieri ed oggi.
Ascolta la chiacchierata

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No Tav. Quelli che non si arrendono

busso assemC’è la folla di altri tempi al Polivalente di Bussoleno. Scorrono le immagini dello sgombero della Libera Repubblica della Maddalena del 27 giugno 2011, poi quelle del 3 luglio, il giorno dell’assedio.
Sembra di tornare a quelle giornate. L’odore acre dei lacrimogeni, il respiro che si mozza, il tempo sospeso dell’attesa di quella breve notte estiva. Il trascolorare delle stelle nell’alba e i primi mezzi che arrivano sull’autostrada e sostano a lungo prima di entrare in azione.
Marco Imarisio in un editoriale del Corriere della sera del 28 gennaio, il giorno successivo alla sentenza che ha condannato 47 No Tav ad oltre 140 anni di carcere, irrideva il mito della Libera Repubblica della Maddalena, come una sorta di “zona rossa all’incontrario”, dentro i No Tav, fuori le forze dell’ordine. Imarisio dovrebbe visitare – ai giornalisti il permesso lo danno – il fortino/cantiere di Chiomonte tre anni e mezzo dopo. Chi scattasse una foto e la facesse girare lontano da questo scampolo di Piemonte difficilmente potrebbe convincere qualcuno che quello che vede è un cantiere e non un avamposto militare in zona di guerra. Dentro, oltre gli infiniti strati di cemento e acciaio e filo spinato ci sono soldati, carabinieri, poliziotti, blindati Lince, depositi per i lacrimogeni e le altre armi. Una barriera (quasi) impenetrabile.
Se Imarisio fosse venuto alla Libera Repubblica sarebbe stato accompagnato a farsi un giro per gli accampamenti, alla baita, alle barricate inventate da decine di ingegneri e carpentieri No Tav, alla tenda dove arrivavano in continuazione cibo e bevande. Per tutti c’era sempre qualcosa da mangiare e da bere. Durante lo sgombero le pentole vennero riempite d’acqua per soffocarci i lacrimogeni.
Alla Libera Repubblica c’erano docenti universitari che le avevano trasformate in aule, incontri, feste, musica, lunghe assemblee, turni giorno e notte alle barricate che, non ne dubiti Imarisio, sapevamo bene che sarebbero state buttate giù da chi ha il monopolio della violenza.
Lo spirito di fratellanza e condivisione di quelle giornate, irriso da Imarisio, era quello di chi non si era chiuso in un fortino, ma aveva liberato per tutti uno spazio. Fuori stavano solo le forze di occupazione e gli emissari delle ditte. Le porte, tra qualche più che comprensibile malumore, erano aperte anche per i giornalisti. Quasi tutti quelli che hanno bussato sono entrati.
Sapevamo che la polizia avrebbe preso la Maddalena, sapevamo che il 3 luglio l’assedio non si sarebbe concluso con la capitolazione della cittadella fortificata che stavano cominciando a costruire. Siamo rimasti lì lo stesso. Siamo rimasti lì perché non intendevamo arrenderci.
Non l’abbiamo mai fatto in questi tre anni e mezzo di lotta sempre più dura.
Imarisio suggerisce ai No Tav il realismo, gli fa eco Tropeano dalle pagine della Stampa, suggerendo di ri-consegnare ai giochi della politica istituzionale la partita, allontanando i “cattivi”.
Imarisio fa sua la tesi dell’ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli. Caselli in più occasioni ha sostenuto che nel mirino erano le condotte individuali violente, non il movimento di opinione. Quello che fingono di non sapere è che il movimento No Tav, tutto il movimento nelle sue molteplici sfaccettature, non è mai stato e non intende diventare un movimento di opinione. Nessuno vuole essere mero testimone del disastro ma ognuno, come sa, come può e come ritiene si mette di mezzo per impedire la realizzazione del Tav.
Dietro a quelle barricate c’eravamo tutti. Qualcuno in prima fila, qualcun altro più indietro, ma tutti insieme.
Lo dimostra, paradossalmente, la sentenza stessa del tribunale, che fa leva sul “concorso”, sul fatto che chi era lì rafforzava l’intento degli altri con la sua stessa presenza. Sul piano squisitamente giuridico, una vera aberrazione, sul piano politico l’essenza stessa del movimento.
Lo si respirava nell’aria del Polivalente, fredda per la caldaia rotta, ma intensa nella solidarietà ai condannati, nell’intenso, lungo applauso agli avvocati che hanno analizzato il processo e la sentenza.
I filmati proiettati nell’incipit dell’assemblea, gli stessi mostrati ad un tribunale sordo e cieco, mostrano poliziotti, carabinieri e finanzieri raccogliere pietre e lanciarle verso i No Tav nei boschi sopra Chiomonte. E’ il tre luglio. Tra i condannati c’è un No Tav che vediamo trascinato per tutto il piazzale e pestato con bastoni nodosi. Secondo la Procura le ferite che gli hanno inciso il corpo erano dovute ad una caduta. Anche lui è stato condannato alla galera e a pagare i danni ai poliziotti e ai loro sindacati.
Secondo Cesare Martinetti, autore dell’editoriale del quotidiano La Stampa, la sentenza dovrebbe aiutare il movimento a capire la necessità di “espellere gli infiltrati”, quelli che hanno trasformato il “cantiere di Chiomonte nel simulacro di tutti gli orrori contemporanei”.
Un lungo applauso ha salutato i condannati, uno altrettanto intenso quelli che hanno fatto sabotaggi.
La carta della divisione esce ancora una volta dalla cassetta degli attrezzi dei gazzettieri che provano a seminare la paura, a suggerire la rassegnazione, ad indicare un comodo rifugio al sicuro dalle aule di tribunale, dalle sentenze di anni di reclusione e decine di migliaia di euro di “risarcimenti”.
Ancora una volta il movimento ha risposto di slancio. Il giorno stesso della sentenza dopo un breve blocco della tangenziale nei pressi dell’aula bunker, la merenda sinoira solidale alla bottega di Mario, il barbiere di Bussoleno che ha preso tre anni e mezzo, si è trasformata in corteo cittadino sino alla statale 24, dove un imponente schieramento di polizia bloccava il passaggio verso l’autostrada del Frejus. Nonostante ciò qualche decina di ragazzi di oggi e di ieri sono passati per i prati raggiungendo la A32. La polizia ha risposto con lacrimogeni e caccia all’uomo, tre fermi con corollario di denunce pesanti.
Così vanno le cose ai tempi del Tav. Il treno su cui si gioca una partita che va ben al di là della valle, perché qui si gioca un’idea di tempo e di luogo che non è quello dove siamo forzati a vivere.
Nella sala affollata di Bussoleno ogni tanto si sente la voce lieve di una neonata. Un bimbo della stessa età reclamava il pasto disturbando la lettura della sentenza in aula bunker.
In questi anni tante volte abbiamo dato l’ultimo saluto a qualcuno di noi che se ne andava, facendo l’ultimo viaggio con la bandiera No Tav sulla bara.
Chi crede di averci sconfitti, spaventati, non ci conosce.
Non ci siamo arresi alla Maddalena, non ci arrenderemo mai.

IMG_1375358484689052Aggiornamento al 1 febbraio.
Sabato 31 gennaio, Giaglione. Siamo in circa 250 all’appuntamento al campo sportivo, dove la strada delle gorge si dipana verso Chiomonte. Il programma prevede una passeggiata alle reti, che in tutta la loro ingombrante fisicità dimostrano la volontà dello Stato di imporre, costi quel che costi, il Tav.
Un’ordinanza fresca fresca ha dichiarato “zona rossa” strade e sentieri per il cantiere/fortino. La polizia è in forze sia nel recinto che lungo i sentieri. La strada delle gorge è stata bloccata da jersey, poco dopo il bivio di uno dei sentieri alti. La recente lieve nevicata ha impiastrato di fango e di ghiaccio mulattiera e sentieri.
Qualcuno propone di spiazzare l’avversario, di andare dove non ci aspettano, ma prevale l’inerzia a percorrere strade già note. Un peccato che l’arma della sorpresa, la capacità di muoversi sul territorio, aprendo falle nella macchina di controllo militare, si applichi solo in quest’angolo nascosto, dove, quando va bene, si riesce ad avvicinarsi quel tanto che basta per fuochi e petardi.
Si arriva al blocco e lì qualcuno prosegue per il sentiero alto, altri sostano ai jersey, qualcun o accende un fuoco per rompere il freddo e il buio incipiente. Per fortuna l’inverno è mite: è piacevole scambiarsi idee, fare battute, osservare le mosse della polizia. Una parte del gruppo arriva in alto sul cantiere: spettacolo pirotecnico e poi via di corsa. La polizia pare intenzionata a fare bottino ma questa volta resta a mani vuote. Tutti tornano indietro senza problemi a parte qualche scivolata sul ghiaccio. Ed il pensiero è già oltre, verso i prossimi appuntamenti di lotta, una lotta che, sempre più, dovrà trovare spazi e luoghi che sappiano mettere in difficoltà l’avversario. Una scommessa necessaria, un impegno di tutti e di ciascuno.

Sabato 21 febbraio manifestazione No Tav a Torino

Qui qualche foto dell’assemblea 

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La memoria tradita

auschwitz_0Ricordare è un modo per non tradire un passato che non vorremmo che torni? Basta la memoria degli orrori a impedirne la ripetizione?
Difficile da credere di fronte alla lunga teoria di massacri del secolo breve. Massacri etnici, politici, sociali. Massacri programmati e realizzati con metodo e macellerie brutali ma senza un luogo, uno spazio.
I lager nazisti stupiscono per la loro fisicità. I muri, le baracche, i trasporti, i mucchi di denti, capelli, scarpe, abiti, le divise di stracci. Umano, sin troppo umano, il sistematico ridurre a cosa uomini, donne, bambini.
La giornata della memoria, che cristallizza in un momento la storia dei lager nazisti, è davvero un viatico per il ricordo o è già, essa stessa, tradimento?
Il 27 gennaio è il giorno in cui l’armata rossa entrò ad Auschwitz e mostrò al mondo l’orrore dei campi? Fu davvero una “scoperta”? Oggi sappiamo che tanti sapevano ma non dissero né fecero nulla.
A Churchill venne chiesto di bombardare Auschwitz ma non lo fece.
Tante testimonianze dai campi prima di quel 27 gennaio restarono inascoltate. Il 27 gennaio non segna l’inizio della memoria ma il primo giorno del suo tradimento. Le immagini di Auschwitz diventano la prova vivente della cattiveria del “nemico”. Il nazista cristallizzato da tanta filmografia dei vincitori, che quasi subito lo distinguono dal popolo tedesco, che non sapeva, dagli alleati che non potevano immaginare quanto feroce, disumano fosse il mostro che combattevano.
Un mondo dipinto in bianco e nero diventa il fondale perfetto per il quadro del male assoluto, il male che come un cancro si annida in un corpo sano, che lo amputa e se ne libera per sempre.
Ottima propaganda, pessimo esercizio di memoria.
Non per caso restano sullo sfondo le vicende dei tantissimi che non passarono subito per il camino, quelli che vennero sterminati con il lavoro forzato in fabbriche i cui nomi conosciamo bene: Siemens, Krupp, Bayer. Il sogno capitalista del lavoro che non costa nulla, nemmeno il mantenimento dello schiavo, usato sino alla distruzione, poi gettato via e sostituito con uno nuovo.
I sette operai che a Torino sono bruciati vivi alla Thyssenkrupp, l’acciaieria destinata a chiudere senza sicurezza, perché la vita di sette lavoratori vale meno di un estintore, ci racconta come la memoria di Auschwitz, Dachau, Ravensbruck sia stata tradita sin dal primo giorno, sin da quel 27 gennaio del 1944.
I campi rom che bruciano nelle periferie del nostro paese ci narrano di una memoria che non c’è. Ci raccontano della lunga notte di oblio che ha avvolto il porrajmos, lo sterminio di 500.000 rom e sinti europei. Ci raccontano una banalità.
La memoria viva, la memoria che fa argine all’orrore, è quella di chi si batte per estirpare le radici del razzismo, della discriminazione, del fascismo, della logica feroce del profitto.
Nella consapevolezza che quello che è successo torna e torna ancora in altre forme e altre latitudini.
Occorre vedere il nostro presente per non tradire la memoria del passato. 

Ascolta su radio Blackout la diretta con Paolo Finzi, che da anni si occupa del Porrajmos, lo sterminio “dimenticato” di rom e sinti.

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Tribunale di Torino. Fathi e gli altri

croce_rossa_assassinaSono trascorsi tanti anni. Era la notte del 24 maggio del 2008. Nel CPT – ora CIE – di corso Brunelleschi tutto è nuovo, pulito, solido. Casette in muratura hanno preso il posto dei vecchi container di latta, gelidi d’inverno e bollenti d’estate inaugurati nella tarda primavera del 1999. I muri di cinta, il filo spinato, gli uomini in armi sono gli stessi ma il numero dei posti è raddoppiato.
La nuova struttura per immigrati senza documenti è stata inaugurata da pochi giorni. Fathi sta male sin dal mattino: gli danno un antibiotico ma la situazione non migliora. Intorno alla mezzanotte peggiora: i suoi compagni chiedono aiuto a lungo senza ottenere alcuna risposta. La mattina dopo gli uomini della Croce Rossa, l’organizzazione “umanitaria” che aveva in gestione il CPT, lo trovano morto nella sua branda.
Fathi era un poveraccio, tossico e senza documenti, i suoi parenti poverissimi non avevano neppure i soldi per il funerale.
Questa vicenda sarebbe rimasta sepolta tra le mura del “nuovo” CPT di corso Brunelleschi, ma i compagni di cella di Fathi, morto come un cane senza che nessuno chiamasse un’ambulanza, provarono a bucare le mura del CPT: telefonarono ad un giornalista di Repubblica che raccolse la loro testimonianza e scrisse un articolo che uscì sulla prima pagina del quotidiano. Il colonnello e medico Antonio Baldacci, interpellato da un’altra giornalista ebbe il coraggio di dichiarare “gli immigrati mentono, mentono sempre”.
Nei giorni successivi gli undici testimoni della morte di Fathi, che avevano dichiarato la loro disponibilità a raccontare in tribunale la storia del giovane tunisino, vennero deportati in fretta e furia.
L’inchiesta della Procura venne subito archiviata.
Un gruppo di antirazzisti torinesi non archiviò. Sin dalle prime ore dopo la morte ci furono iniziative di informazione e lotta.
Alcune di queste iniziative sono finite nel fascicolo dei PM Padalino e Pedrotta in un processo diviso in due tranche contro gli antirazzisti. Continued…

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Alexis Tsipras e gli dei dell’Olimpo

La-crisi-finanziaria-greca_h_partbMancano pochi giorni alle elezioni in Grecia. Il primo ministro Antonis Samaras si sta giocando il tutto per tutto. In dicembre la decisione di anticipare l’elezione del nuovo presidente della Repubblica ha di fatto decretato la fine della legislatura e del patto di governo che ha messo in sella l’esponente del partito di destra Nea Democratia.
In Grecia, se non il parlamento non raggiunge la maggioranza necessaria all’elezione del presidente della Repubblica, scatta lo scioglimento automatico e si apre la via alle elezioni.
La mossa di Samaras è stata quindi calcolata con cura.
Inevitabile chiedersi le ragioni della sua mossa.
Secondo Gheorgos, un compagno del gruppo dei comunisti libertari di Atene, la mossa di Samaras è una sorta di eutanasia di un governo che non avrebbe retto le pressioni della trojka in primavera.

Ascolta la diretta con Gheorgos

Oltre a mollare al proprio predecessore la patata bollente, Samaras tenta una ardua risalita nei favori degli elettori, che, secondo i sondaggi, darebbero una netta vittoria a Syriza, la formazione di sinistra guidata da Alexis Tsipras.
Il principale alleato di Samaras è la paura. La paura delle borse, che si sono affrettate a crollare dopo l’annuncio di nuove elezioni, la paura dell’abbandono della madre/matrigna Europa, nutrice dal latte avvelenato.

Ne abbiamo parlato con Pietro Stara, autore di un articolo, uscito sul settimanale Umanità Nova.
Ne è scaturita una lunga riflessione sugli spazi e le prospettive di una proposta di sapore neo-socialdemocratico.

Ascolta la diretta con Pietro

Di seguito l’articolo uscito su UN.

Negli ultimi decenni ha preso corpo, sostanza, fisicità un luogo che forniva numeri al grande capitale: la Borsa. Si è antropoformizzata: corre, avanza, cade, arretra, si rialza, crolla. E come ogni buon essere umano ha paura, ma soprattutto, fa paura: reagisce non solo ad ogni attacco, ma anche ad ogni presunto attacco. Previene e intuisce ciò che potrà capitare e pertanto avverte, redarguisce, invita, sibila, intima di… E come ogni ricattatore e ricattatrice che si voglia rispettare, quando non ottiene ciò che vuole, schianta, inesorabilmente, portando con sé morte e distruzione, ma soltanto a coloro che stanno in basso. E più in basso stanno e più li trascina inesorabilmente verso il baratro. La Borsa è il nuovo Hermes, l’araldo e il messaggero degli dei del Capitalismo, che cerca, mediante i suoi “inganni”, di ristabilire, fra umano e divino, quel contatto che è andato perduto.
Continued…

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No Tav. Tracce nel bosco, itinerari di libertà

NO TAV: POLIZIA SGOMBERA BLOCCO SULLA A32Sentenze, isteria mediatica, resistenza
Il prossimo 27 gennaio sarà pronunciata la sentenza al processo contro 53 attivisti No Tav accusati per la resistenza allo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena e per l’assedio al primo embrione del cantiere. Da allora sono trascorsi quasi tre anni e mezzo. Tre anni di lotta per un movimento che non si arrende, nonostante il moltiplicarsi dei processi e la crescente violenza di polizia.
Le richieste delle due PM che hanno sostituito Padalino e Rinaudo nella fase conclusiva del processo sono molto dure. Carla Quaglino ed Emanuela Pedrotta hanno chiesto sino a sei anni di reclusione per attivisti, accusati di aver scagliato sassi, tirato giacche, mosso una stampella, bloccato una strada.
Questo processo ha un grande valore simbolico, perché alla sbarra è l’intero movimento No Tav.
Durante questo dibattimento a tappe forzate nell’aula bunker delle Vallette si sono viste le immagini di No Tav gonfiati di botte, mentre sono a terra inermi, si è ascoltata la voce di un poliziotto che urla al suo collega. “Sparagli addosso a quel bastardo”. L’altro esegue, sparando i candelotti sui manifestanti.
Nell’aula bunker delle Vallette è andata in scena la democrazia reale, che colpisce i propri nemici, fuori da ogni finzione di tutela universale,.
I tribunali sono come teatri, dove fondali e scene contano come dialoghi e trame. I ruoli sono codificati e ciascuno è la propria maschera. L’aula/prigione costruita a fianco del carcere, il posto dei grandi processi alla mafia e alle formazioni armate degli anni Settanta, è la location giusta.
I processi celebrati lì sono in se uno stigma per chi finisce alla sbarra. In aula bunker stanno solo i cattivi. I processi di questi anni sono stati costruiti sulle personalità di chi finisce alla sbarra, perché noto alla digos, la polizia politica.
Il movimento No Tav si prepara alla sentenza con numerose iniziative che vanno da un primo presidio a Bussoleno sino al rito della passeggiata notturna in Clarea, passando per un’assemblea popolare che discuterà la proposta dei comitati No Tav di un grande corteo a Torino per il 21 febbraio.
Il momento è molto delicato. Prima o poi il governo potrebbe rompere gli indugi e spedire truppe per garantire l’apertura dei primi cantieri in bassa valle. Sul versante francese è stato aperto il cantiere per il tunnel di base. Il dibattito sulle strategie di lotta, non sempre del tutto sereno in queste ultime settimane, urge. Nella lunga opposizione alla nuova linea tra Torino e Lyon tanti sono stati gli snodi cruciali, quest’anno potrebbero essercene altri.
Una sfida che il movimento No Tav non può permettersi di perdere, perché quello che non è riuscito alla polizia ed alla magistratura potrebbe farlo la rassegnazione. Una delle condizioni per vincere è crederlo possibile.

Facciamo un passo indietro.
Lo scorso 17 dicembre la corte d’assise ha assolto Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò dall’accusa di attentato con finalità di terrorismo. Tutti e quattro sono stati condannati per uso di armi da guerra, danneggiamento con incendio e resistenza a tre anni e mezzo di reclusione. Pochi giorni dopo il giudice ha concesso loro un’attenuazione delle misure cautelari, disponendo i domiciliari. L’accusa di terrorismo estesa dai PM Padalino e Rinaudo a Graziano, Francesco e Lucio anche loro in carcere per il sabotaggio del compressore, è stata cancellata dal tribunale del riesame. Il processo contro di loro comincerà il prossimo 16 marzo.
La strategia della Procura è stata clamorosamente sconfitta. La lunga campagna di sostegno del movimento, che si è articolata sia in grandi manifestazioni e azioni dirette sia nel coinvolgimento di settori dell’opinione pubblica “liberale”, che si sono schierati contro la torsione del diritto sperimentata dalla Procura, hanno dato i loro frutti.
Tacere sulla repressione è un errore che questa volta il movimento non ha commesso, mostrandosi saldo nel sostegno ai propri prigionieri e capace di ampliare la denuncia di operazioni che rischiano di tritare un altro pezzetto della libertà di tutti.
La reazione della lobby Si Tav non si è fatta attendere. Il pretesto di un sabotaggio alle linee ad alta velocità nei pressi di Bologna ha dato la stura ad una campagna mediatica e politica durissima. Il ministro delle infrastrutture Lupi, che già nelle prime ore dopo la sentenza, aveva dichiarato che, per lui, quelli del compressore erano terroristi, si è scatenato. Anche l’ex procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, il regista dell’intera operazione, ha contestato la decisione della corte d’assise.
Si è giunti a equiparare i cavi incendiati a Bologna con le stragi ferroviarie di trent’anni fa. Una narrazione avvelenata, volgare, giocata sulla fruizione rapida delle notizie che segna una comunicazione che ha il ritmo e lo stile dei videogiochi.
A peggiorare il tutto anche un ex magistrato noto per le proprie posizioni No Tav, che ha chiamato in causa il solito complotto dei “servizi”. Una salsa usata a sproposito per condire la pietanza sbagliata.
Il movimento, complice il clima natalizio o, forse, lo scarso entusiasmo di alcuni settori No Tav per i tempi, i luoghi e i modi del sabotaggio bolognese, ha mantenuto il silenzio di fronte alla violenza dell’attacco di Lupi e Caselli.
Un errore che ha lasciato spazio al moltiplicarsi delle illazioni, alle entrate a gamba tesa di chi non ha mai apprezzato il carattere popolare del movimento No Tav, vissuto come ostacolo al dispiegarsi di una radicalità astratta perché riservata a pochi eletti. (Nota: vedi link in fondo)
A quest’entrata a gamba tesa altri hanno risposto in modo caustico e con un fallaccio in area di rigore, che ha suscitato indignazione e secche proteste di diversi settori di movimento.
Complice la velocità della rete e l’attenzione morbosa dei media, le polemiche di fine anno si sono diffuse viralmente nel web ed hanno trovato spazio anche su qualche media main stream.
Spesso una slavina si gonfia da una piccola palla di neve, che sarebbe bastato ignorare perché si sciogliesse al sole di quest’inverno che ha il sapore della primavera.
Gli attacchi del ministro e dei media avrebbero meritato una risposta secca e dura, il chiacchiericcio iroso di chi non sa interloquire ma si limita a lanciare invettive ad un movimento che mantiene viva una resistenza non testimoniale al Tav e al mondo che rappresenta, non meritava un rigo.
Se poi la furia polemica induce a sorpassare i limiti della critica questo è un errore gravido di conseguenze. Non perché non fosse lecito criticare un’azione per opportunità e tempismo, ma una critica che si esprime con il linguaggio della condanna senza appello, chiude ogni spazio all’interlocuzione e porta ad un conflitto arduo da comporre.
Il movimento No Tav è tuttavia un movimento solido, capace di trarre insegnamento dagli scivoloni e di far ripartire un confronto a tutto campo sulle prospettive di una lotta possono perdere solo quelli che non vi prendono parte.
La nozione di azione diretta popolare non è uno slogan, ma il terreno nel quale si costruiscono le condizioni per una vittoria che possa durare.
I tempi sono maturi. La disaffezione nei confronti della politica istituzionale, pur diffusa, non si è mai realmente concretata in una diserzione dalle urne. Lo scorso anno ampi settori di movimento, compresa buona parte delle aree più radicali, si era impegnata nella campagna elettorale per le liste civiche vicine al movimento No Tav. Pochi mesi dopo le elezioni, sindaci ed amministratori eletti con i voti dei No Tav, si sono seduti al tavolo delle compensazioni. In questo modo l’uscita dall’osservatorio per la Torino Lyon è diventato un gesto poco più che simbolico.
La partita oggi più che mai si gioca nelle strade, nelle piazze, sui sentieri della lotta.
La sconfitta delle strategie della Procura è stato un buon punto segnato dai No Tav. La manifestazione di febbraio sarà un importante tassello nella crescita di un movimento che non lascia per strada nessuno ma rilancia per una primavera ed un’estate di lotta che viva nella saldatura con chi, puntando sull’azione diretta popolare, costruisce percorsi di autonomia dall’istituito dove il conflitto e l’autogestione si intrecciano, dando forza ad una critica che sa farsi utopia concreta.
L’importante non è fare la stessa strada, ma andare nella stessa direzione anche con strade diverse, per poi trovare le radure dove scambiarsi esperienze e proposte.
Occorre evitare la trappola del feticismo, nella convinzione che questa o quella strategia siano “in se” migliori di altre. L’unico criterio è quello dell’azione non delegata, della costruzione paziente del consenso intorno alle proposte, della sperimentazione di nuovi percorsi. Passo dopo passo. Insieme. 
ma. ma.

Nota a piè di pagina.
In rete e in vari siti sono circolati vari documenti su questa vicenda.
Chi vuole li trova su finimondo.org, macerie.org, notav.info, infoaut…

Quest’articolo è comparso sull’ultimo numero del settimanale Umanità Nova

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