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La forza dell’erba. Un anno di lotta No Tav

erba2Si torna sempre a dicembre.
In questi anni in Valle è venuta tanta gente. La loro stagione è stata l’estate. Ogni autunno tornano a casa a perpetuare la storia della Valle che resiste. Capita di chiedersi quali immagini, memorie portino con se.
La pasta cucinata nel tendone/cucina del campeggio, il fumo dei lacrimogeni e il respiro che si mozza, i canti di lotta e le urla di chi viene pestato, i sentieri di notte, le assemblee, le battiture. Il tempo sospeso della lotta. Vera vacanza, sospensione della quotidianità, rottura dei suoi ritmi, dei suoi riti, dei suoi obblighi.
Linfa preziosa da tenere da parte per l’inverno.
Per chi resta, per chi c’è sempre stato è diverso: le storie troppo raccontate rischiano di logorarsi. Di logorarci.
I nostri nemici ci fanno conto. Fanno conto sulla ripetizione delle stagioni, mentre la talpa continua a bucare la montagna, spargendo veleni, allargando la ferita.
La ferita nella montagna, che il nostro sguardo e la nostra cura hanno reso più che roccia e acqua e alberi, per farne il simbolo della carne viva del nostro movimento.
Un movimento che fatica a sopportare il peso della speranza che ha rappresentato per tanta gente di ogni dove.
Il rischio è l’usura dei sentimenti, anestesia del tempo che trascorre, il ripetersi dei passi già fatti, dei sentieri che conducono là dove la ferita si allarga.
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Califfato di Siria e Iraq e resistenza in Rojava

nuceLa proclamazione del califfato nelle regioni controllate dall’Isis in Siria e Iraq, dopo i successi militari delle formazioni quaediste, rappresenta una sfida per tutti coloro che lottano per costruire un’alternativa alle derive confessionali delle primavere arabe, sottraendosi nel contempo al controllo di Stati Uniti e Russia nell’area.
Il percorso intrapreso dalle popolazioni della Siria nord occidentale, il Rojava, zona abitata da curdi ma anche da altre minoranze, un percorso di democrazia radicale, basato sull’eguaglianza e sull’accesso egualitario alle risorse come ai processi decisionali, offre un modello, che l’Isis cerca di annegare nel sangue.

L’info di Blackout ha intervistato Daniele Pepino, attento osservatore delle lotte nelle diverse zone curde tra Siria, Turchia, Iraq e Iran, che ci ha proposto un’analisi politica e sociale, offrendo nel contempo spunti per lo sviluppo di percorsi di solidarietà internazionale.

E’ stata anche occasione per un commento del documento del Forum degli anarchici del Kurdistan dello scorso 18 giugno, di cui vi proponiamo alcuni stralci.

Ascolta qui la diretta con Daniele

La crisi in Iraq risale al regime di Saddam Hussein ed è proseguita con “l’attuale regime democratico” dopo l’invasione del 2003. Non c’era libertà, né giustizia sociale; nessuna uguaglianza e pochissime opportunità per coloro che erano indipendenti dai partiti al potere.
Oltre alle violenze ed alle discriminazioni contro le donne e la gente comune si è creata una forbice enorme tra i ricchi ed i poveri, con i ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri.
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Ucraina. Opposti nazionalismi

magia fuoco purificazione esorcismoLa guerra civile nelle regioni orientali dell’Ucraina si sta giocando sulla contrapposizione tra opposti nazionalismi, l’uno con espliciti richiami all’identità ucraina declinata secondo ai canoni tipici dell’estrema destra, l’altro con chiari riferimenti alla resistenza antinazista russa durante la seconda guerra mondiale.
Narrazioni false, utili però a dare forza a legami identitari, che da queste narrazioni traggono la linfa simbolica che giustifica una guerra che si basa su identità escludenti.
In alcuni casi il volersi russi o ucriani non dipende né dalla lingua né dalla cultura, ma da una scelta di campo.
Giacomo, un compagno che fa giornalismo free lance in aree di guerra, ha trovato ospitalità da due giovani ucraini di famiglia e lingua russa, che temono l’autoritarismo putiniano più dei fascisti di Pravi Sector.
Dalla sua testimonianza emerge una realtà più composita e difficile da decodificare di quella presentata dai media main stream italiani.

Ascolta la diretta con Giacomo realizzata dall’info di Blackout

Sullo stesso argomento vale la pena riportare gli stralci più significativi di un articolo di Matteo Tacconi sul Manifesto del 25 giugno:

“Chi sono i ribelli dell’est ucraino? Per Kiev sono ter­ro­ri­sti seces­sio­ni­sti mano­vrati da Mosca, per i media russi forze di auto­di­fesa che resi­stono ai gol­pi­sti della Maj­dan. Defi­ni­zioni sche­ma­ti­che di un uni­verso ben più arti­co­lato. In linea con lo sce­na­rio ucraino nel suo complesso.
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Palestina/Israele. L’intifada e le bombe

palestinaPoco piu’ di un anno e mezzo dopo l’operazione “Pilastro di Difesa”, Israele non si accontenta dell’ondata di raid aerei in corso da diversi giorni, nome in codice “Confine Protettivo”, si prepara ad un attacco di terra nella Striscia di Gaza, dalla quale nel frattempo continuano a piovere razzi per mano dei miliziani di Hamas.
Il governo di Benjamin Netanyahu ha autorizzato il richiamo in servizio di quarantamila riservisti, oltre ai 1.500 gia’ mobilitati. Netanyau ha dichiarato l’intenzione di far pagare

Un prezzo pesante di sicuro e’ gia’ stato pagato: almeno un centinaio di morti e diverse centinaia di feriti. Le vittime sono soprattutto civili.

Se l’escalation militare è ormai un dato di fatto, meno evidente è la dinamica che ridato la parola alle armi.
Vale la pena tornare sul casus belli. L’atroce assassinio di un ragazzo palestinese bruciato vivo da fascisti israeliani, la vendetta per l’omicidio di tre ragazzi israeliani di una scuola confessionale legata alle colonie della Cisgiordania, ha dato il via ad una sorta di terza intifada alle porte di Gerusalemme. A poco è valsa la condanna di Netanyahu e l’arresto di sei presunti responsabili. L’ultima generazione di palestinesi, nata senza prospettive, lontanissima dalla corrotta amministrazione della vecchia OLP, ma estranea alle logiche confessionali di Hamas, per giorni è stata protagonista di una rivolta che rischiava di mettere in difficoltà sia il governo israeliano che Hamas.
La guerra guerreggiata, le bombe, i missili ed un possibile attacco di terra nella Striscia ci restituiscono un panorama in bianco e nero, gradito ad entrambi i contendenti.

Ascolta l’intervista dell’info con Stefano Capello, attento osservatore degli equilibri geopolitici.

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Sabotaggio, non terrorismo. Le motivazioni della Cassazione

2014 05 10 no tav liberi torino (32)Lo scorso 27 giugno sono state rese note le motivazioni della sentenza della Cassazione che ha cancellato, rinviandola, la sentenza del tribunale del Riesame, che aveva confermato l’imputazione di attentato con finalità di terrorismo contro i quattro No Tav arrestati il 9 dicembre. Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò sono in carcere da quasi sette mesi con l’accusa di aver partecipato ad un’azione di sabotaggio contro il cantiere Tav in Clarea.

Facciamo un passo indietro.
14 maggio 2013. Un gruppo di No Tav compie un’azione di sabotaggio al cantiere di Chiomonte.
Quella notte venne danneggiato un compressore. Un’azione di lotta non violenta che il movimento No Tav assunse come propria.
Nonostante non sia stato ferito nessuno, gli attivisti sono stati accusati di aver tentato di colpire gli operai del cantiere e i militari di guardia.
Ai quattro No Tav viene applicato il carcere duro, in condizioni di isolamento totale o parziale, sono trasferiti in carceri lontane per rendere più difficili le visite ai parenti, i soli autorizzati a farlo. Solo a maggio, poco prima dell’inizio del processo, le condizioni di detenzione verranno leggermente attenuate.
I riti di un potere sciolto da qualunque vincolo divengono un monito per tutti coloro che li appoggiano e potrebbero seguirne l’esempio.

La Cassazione ha smontato l’impianto accusatorio della Procura di Torino, negando che i fatti del 14 maggio del 2013, quando venne danneggiato un compressore nel cantiere/fortino di Chiomonte, possano giustificare l’utilizzo dell’articolo 270 sexies, che definisce la “finalità di terrorismo”.

Il dibattimento contro Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, cominciato il 22 maggio, è ormai giunto alla sua quarta udienza.
La sentenza della Cassazione potrebbe portare ad un allentamento delle misure cautelari, nonostante il processo prosegua in corte d’assise, mantenendo l’imputazione originaria.
D’altro canto, sebbene il pronunciamento della Cassazione sia relativo solo alle misure cautelari, non potrà non avere un riflesso sul processo che si sta svolgendo nell’aula bunker del carcere delle Vallette a Torino.
Le motivazioni della sentenza danno un duro colpo al teorema che la Procura ha elaborato per regolare i conti con il movimento No Tav.

Secondo la Cassazione ci sarebbe una “sproporzione” tra quanto avvenuto quella notte al cantiere e la presunzione che un tale atto possa effettivamente indurre lo Stato a fare marcia indietro, cancellando il progetto della Torino Lyon.
Usando l’articolo 270 sexies, la Procura ha messo in campo per un’arma molto affilata ed insidiosa, perché chiunque si opponga concretamente ad una decisione dello Stato italiano o dell’Unione Europea rischia di incappare nell’accusa di terrorismo.
L’imputazione formulata contro quattro No Tav, un giorno potrebbe essere applicata a chiunque lotti contro le scelte non condivise, ma con il suggello della regalità imposto dallo Stato Italiano.

In altri temini: se di giorno o di notte, in tanti o in pochi, l’azione dei No Tav fosse tale da indurre lo Stato a fare marcia indietro, anche per la Cassazione i No Tav sarebbero terroristi. Tutti terroristi, anche chi sta in ultima fila con il bimbo in carrozzella, anche chi cammina a fatica, anche chi non ha coraggio, ma solo un cuore che batte forte per il mondo nuovo che vorrebbe.

Al di là della legittima soddisfazione per una sentenza che rende meno buio il futuro di quattro compagni e compagne di lotta, occorre mantenere la barra al centro di una navigazione, che continuerà ad essere molto difficile.
E’ importante che la memoria non vacilli: i No Tav hanno sostenuto ed appoggiato la pratica del sabotaggio del cantiere e delle ditte collaborazioniste.
Fermare il Tav, costringere il governo a tornare su una decisione mai condivisa dalla popolazione locale è la ragion d’essere del movimento No Tav.
Ogni gesto, ogni manifestazione, ogni passeggiata con bimbi e cagnolini, non diversamente dalle azioni di assedio del cantiere, di boicottaggio delle ditte, di sabotaggio dei mezzi mira a questo scopo.
Nella logica dell’articolo 270 sexies gran parte della popolazione valsusina è costituita da terroristi. E con loro i tanti che, in ogni dove, ne hanno condiviso motivazioni e percorsi.

Le migliaia di persone che resero ingovernabile la Val Susa nel dicembre del 2005 erano terroristi.
Quella volta non ci furono arresti, né imputazioni gravi: la ragione è facile.
Lo Stato si arrese, in attesa di una nuova occasione. Si arrese perché temeva che un’ulteriore prova di forza potesse far dilagare la rivolta oltre le montagne della Val Susa. L’ondata di indignazione per le violenze contro i resistenti di Venaus era tale da indurre alla prudenza, chi pure si era sin lì avvalso della forza. La parola tornò alla politica, prosecuzione della guerra con altri mezzi, strumento per prepararsi ad una nuova guerra.

E’ importante che quella memoria di lotta ci accompagni in questi anni sempre più duri. I tempi sono cambiati, lo Stato vuole vincere per restaurare un’autorità compromessa, per spezzare la speranza concreta che ciascuno possa decidere la propria vita.
Per questo attua una politica di terrore.
Le crepe che si stanno aprendo non sono casuali.
Le migliaia di persone che lo scorso 10 maggio hanno attraversato Torino a fianco di persone accusate di aver cercato di inceppare il cantiere Tav, le migliaia che in questi mesi durissimi hanno sostenuto – senza se e senza ma – gli attivisti accusati di un gesto che tutti hanno fatto proprio, hanno indebolito il fronte Si Tav.

Per meglio decodificare le 45 pagine della sentenza della Cassazione ascolta l’intervista dell’info di Blackout a Eugenio Losco. Eugenio è uno degli avvocati del collegio difensivo di Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò.

Ascolta la diretta

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‘NdrangheTav: l’operazione San Michele

musine_nuova20 arresti e numerosi indagati tra gli imprenditori legati alle n’drine in Piemonte. Gente con le mani in pasta nella gestione dei rifiuti pericolosi dei cantieri.
L’operazione dell’antimafia prende il nome da Chiusa San Michele, il paese della Val Susa dove si trova una cava sulla quale aveva messo le mani l’imprenditore Toro, uno degli arrestati del 1 luglio.
I quotidiani cittadini minimizzano, dichiarando che l’operazione “San Michele” avrebbe impedito l’infiltrazione delle ‘ndrine nel cantiere Tav di Chiomonte.
Peccato che Giovanni Toro avesse lavorato nel cantiere Tav di Chiomonte sin dall’ottobre del 2011: la sua ditta aveva gettato asfalto (poco per risparmiare) per costruire la strada utilizzata dalle truppe di occupazione nel cantiere/fortino della Maddalena.
Suo anche l’appalto per i lavori alla galleria autostradale di Prapontin sulla A32 della scorsa estate.
Giovanni Toro è il padre di Nadia, amministratore e socio unico della Toro srl. La colata di asfalto nel cantiere del tunnel geognostico di Chiomonte era stata affidata alla Toro srl dai capofila dell’appalto. Chi erano questi galantuomini? Niente di meno che i responsabili di due imprese locali di cui si era occupata già un’altra operazione contro le n’drine, l’inchiesta Minotauro. Agli stessi imprenditori erano stati affidati i lavori di recinzione del cantiere.
Uno di loro è Ferdinando Lazzaro, oggi tra gli indagati a piede libero dell’operazione San Michele, ieri osannato come esempio dell’imprenditoria valsusina, con tanto di strette di mano ministeriali.

Nulla di cui stupirsi: il sistema delle grandi opere inutili e dannose ha la propria ragion d’essere nel drenaggio di denaro pubblico a fini privati. Ditte prive di certificato antimafia come la Toro srl, che asfaltano il cantiere per la polizia sono uno degli ingranaggi di questa macchina ben oliata.
Una domanda sorge spontanea: come mai una magistratura poco attenta alle ripetute denunce di parte No Tav sull’intreccio tra Tav e mafie, oggi apre un capitolo, che certamente i responsabili della Torino Lyon avrebbero preferito mantenere chiuso?
Forse qualche equilibrio sta saltando?

Vi proponiamo di seguito l’articolo di Giovanni Tizian, uscito sull’Espresso del 1 luglio, che ben svela gli interessi dei clan calabresi per la grande opera.
Continued…

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Corpi in eccesso

Naufragio Scicli: a bordo barcone 150-200 persone45 morti. Erano in fondo ad una stiva: chi li ha visti li pensava addormentati, ma il loro sonno non avrà fine. Così si è concluso il viaggio di uomini, donne, bambini in fuga dall’Eritrea della fame, delle torture, del servizio militare senza fine.

Nelle stesse ore viene diffusa la notizia di un’operazione di polizia contro gli scafisti, che organizzarono un altro viaggio della morte.
Era il 3 ottobre dello scorso anno. Quasi ogni giorno si muore nel Mediterraneo, lo ricordava uno degli scafisti finiti nel mirino degli investigatori, lamentando la “sfortuna” del clamore suscitato dalla strage di Lampedusa. L’uomo ignora le leggi della comunicazione: un morto al giorno in un mare divenuto sudario non sono una notizia. 366 morti in un giorno solo non poterono essere ignorati.

Le bare vennero allineate in un hangar per dare una parvenza di dignità alle ultime vittime della frontiera sud della Fortezza Europa. I sacchi neri, che a Lampedusa sono sempre pronti, non potevano reggere la prova della telecamera, il ginocchio piegato di Letta, il cordoglio di Barroso e Alfano, il lutto nazionale, l’indignazione degli assassini che hanno deciso di accendere i riflettori su uno dei tanti episodi della guerra ai poveri.
La guerra ai poveri è scritta nelle leggi che rendono impossibile entrare legalmente nel nostro paese per cercare un lavoro o un rifugio, perché la clandestinità non è una scelta ma un’imposizione dello Stato italiano.

Dopo Lampedusa il governo decise l’operazione “Mare Nostrum”: unità navali della marina militare italiana da allora sorvegliano le rotte dei clandestini, li intercettano, li scortano a terra. Lì qualche coperta, una spruzzata di disinfettante, il foglio di via e un nuovo viaggio verso altre frontiere.

Prima Letta, poi Renzi hanno provato a batter cassa in Europa per ottenere fondi a sostegno di Mare Nostrum senza ottenere nulla.
Gli accordi con il governo libico per una “pulita” esternalizzazione della repressione, sono rimasti lettera morta. La Libia è oggi uno Stato fallito ed il traffico di esseri umani è un buon affare. Nessuno oggi riesce più a fare il lavoro sporco per conto del governo di Roma.
Per i migranti è cambiato poco, perché violenze, torture, stupri, ricatti ed estorsioni fanno parte del dazio salatissimo che paga chi non può o non vuole tornare indietro.

Sono decine di migliaia quelli che qualcuno ha visto partire e non tornare mai più. La terribile normalità in quest’Europa di militari e poliziotti.

Nelle stesse ore l’Inno alla Gioia veniva eseguito nella seduta inaugurale del parlamento europeo. Un inno di fratellanza le cui note si frangono contro le frontiere della fortezza Europa, tra muri, filo spinato, uomini in armi ed un mare che mangia le vite di chi bussa alla porta, senza avere in tasca le carte giuste.

Ascolta l’intervista dell’info di Blackout  con Antonio Mazzeo, blogger ed attivista antirazzista siciliano.

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Renzi e la riforma della PA. Finale di partita con il sindacato?

finale-di-partitaMartedì 24 giugno Giorgio Napolitano ha firmato il testo di riforma della Pubblica Amministrazione del governo Renzi.
Il decreto consta di 53 articoli.
La riforma comprende l’abolizione della possibilità di restare al lavoro oltre l’età di pensione con una parziale reintroduzione del blocco del turn over, ma con sostanziali tagli dell’occupazione generale.
Viene introdotta la mobilità per gli statali (obbligatoria fino a 50 chilometri) e dimezzato il monte ore dei distacchi e permessi sindacali dal prossimo primo agosto.
Con il pretesto di colpire la burocrazia sindacale, riducendo il numero dei funzionari pagati dallo Stato, si riducono anche le ore di assemblea e i permessi, riducendo così la possibilità stessa di sviluppare forme di organizzazione sindacale non burocratizzate.
Nei fatti Renzi porta a fondo l’attacco al sindacato “amico”, quello della concertazione, dell’ammortizzazione del conflitto, della mediazione al ribasso sugli interessi dei lavoratori.
Una parabola inevitabile nel percorso che, in vent’anni, ha portato CGIL, CISL, UIL dalla concertazione alla complicità con le politiche governative.

Ci voleva un governo di “sinistra” per mettere le basi per un finale di partita che segna non solo la mutazione di pelle delle maggiori organizzazioni sindacali, ma altresì il taglio dei privilegi di cui godono, perché garanti della pace sociale.
Ci sono mestieri che scompaiono quando diventano inutili: questo è il destino di CGIL, CISL, UIL, un destino che i provvedimenti siglati Renzi-Madia avvicinano di un passo.
Renzi vuole farla finita con i corpi intermedi della società, con le organizzazioni che per decenni hanno contribuito a garantire la mediazione tra interessi diversi e contrapposti. Renzi è stato il primo presidente del Consiglio a non inaugurare la propria avventura politica con il rituale incontro con i vertici di Confindustria. Renzi è il populista perfetto: il suo corpo è il corpo della nazione, ne definisce e ne incarna gli interessi. In questo quadro non c’é spazio per Squinzi e Camusso, che stanno imparando a farsene una ragione.
Vale la pena rilevare che Beppe Grillo, il grande populista per eccellenza, esordì nel ruolo di leader extraparlamentare di un gruppo neoparlamentare, inviando il suo deus ex machina Casaleggio a rendere omaggio a Confindustria.

L’info di Blackout ne ha parlato con il leader della minoranza CGIL Giorgio Cremaschi, all’indomani della nomina della nuova segreteria CGIL, in cui Susanna Camusso ha giocato il ruolo dell’asso piglia tutto, assicurando ai suoi fedelissimi il 68% dei posti disponibili.

Oltre l’analisi del decreto legge di riforma della PA, è scaturita una riflessione che investe il ruolo stesso delle minoranze “critiche” nella CGIL, ormai a quasi vent’anni dalla stagione dei bulloni, dalla nascita impetuosa e della lenta parabola discendente sia del sindacalismo di base sia delle componenti più combattive della CGIL.

Ascolta l’intervista a Giorgio Cremaschi

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Renzi scappa, la disoccupazione no

dinamismoDellaTestaDiUnUomoLa fuga di Renzi, che ha posticipato a novembre e probabilmente spostato a Bruxelles il vertice sull’occupazione giovanile previsto a Torino l’11 luglio, non muta la situazione dei tantissimi giovani che non hanno un lavoro, o vivono di precarietà quotidiane, che ne segnano le vite in modo irreversibile.
Se i vertici – e con loro la variabile dipendente dei controvertici – sono la rappresentazione politica che si gioca nello spazio di una giornata, la questione della liberazione dal lavoro salariato come scommessa dei movimenti che mirano a spezzare l’ordine sociale, resta sul piatto ed impone un ragionare – ed un agire – più radicalmente volto ad una prospettiva di esodo conflittuale.
Un percorso difficile, ma – a nostro avviso – non eludibile. Non ci sono scappatoie.
La rappresentazione ritualizzata del conflitto che si gioca nei controvertici, anche quando la materialità dell’agire e la violenza istituzionale si incidono nell’immaginario, tanto da divenire passaggio obbligato, bagno sacro per una generazione di attivisti, non riesce tuttavia a oltrepassare la dimensione del simbolico. Poco importa che la narrazione del poi ci consegni qualche girotondo in tuta o k-wey o i fuochi di un luglio genovese.
Oggi, a bocce ferme, dopo il rinvio del vertice di Torino, vogliamo provare a ragionare, proponendo anche strumenti di approfondimento.

Di disoccupazione abbiamo parlato con Francesco, autore dell’articolo “Disoccupazione e Unione europea” uscito sul settimanale Umanità Nova, che vi proponiamo di seguito.

Ascolta la diretta con Francesco.

Una premessa è d’obbligo.
I ragionamenti che facciamo sulla disoccupazione non sono esaltazioni del lavoro salariato, sfruttato e sotto padrone.
Non ha alcun senso lamentarsi della disoccupazione aspirando a fare un lavoro di merda, precario e sottopagato, da dove puoi essere cacciato via in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione.
Noi siamo per la liberazione di tutti gli sfruttati. Liberazione dal dominio, liberazione dal comando, liberazione dal capitale.
Le analisi che sviluppiamo sulla disoccupazione, come su altro, servono a ragionare collettivamente su come si stiano modificati i modelli di sfruttamento e come combatterli meglio.
Ci sembra si sia usciti dal circuito produci-consuma-crepa. La produzione la fanno altrove e qui ti tengono appeso tra la disoccupazione e il lavoro part time per poterti condizionare meglio. Il consumo è diventato pura sopravvivenza. Solo la morte l’hanno lasciata, accentuandola con la chiusura degli ospedali, il costo delle cure sanitarie e i ricatti di big pharma.
Continued…

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Rivolte e ingovernabilità

2014 14 06 kitty riot 2 copyMercoledì 25 giugno
ore 21
in corso Palermo 46
i
ncontro con Salvo Vaccaro

Ascolta l’intervista con Salvo a radio Blackout:

La ricorrenza di rivolte dal mondo arabo a quello turco, dall’indigenismo latino-americano alle ribellioni occidentali negli Stati Uniti, in Spagna, in Grecia e altrove, denotano una condizione planetaria nella quale una pratica rinnovata di anarchismo si declina contaminando impronte tipicamente libertarie quali l’assemblearismo orizzontale, la rotazione delle cariche di leadership, la critica culturale, la ricerca di condivisione decisionale non maggioritaria. Insomma, una carica ultra-partecipativa che masse di uomini e donne di ogni generazione scatenano con una caparbietà  di impegno e una costanza nel tempo non totalmente assimilabile alla pressione di una crisi epocale. Anzi, proprio dal tramonto di un’era globale, sembra stia emergendo un mondo nuovo alle porte.

Salvo Vaccaro insegna Filosofia politica all’Università di Palermo. Ha curato diversi volumi di e su Nietzsche, Adorno, Deleuze, Foucault, Honneth, Chomsky, ed è autore di CruciVerba (2001), Anarchismo e modernità (2004), Biopolitica e disciplina (2005).

Attraversare la crisi per andare altrove

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Senza tetto o senza legge? Corteo contro arresti, sgomberi e sfratti

imageSabato 14 giugno. Sotto la tettoia del mercato di piazza Crispi ci ritroviamo in tanti. Nubi cariche di pioggia cacciano la calura. Sette, ottocento persone partecipano al corteo che si snoda per le strade di Barriera di Milano sino a Porta Palazzo, giardini ir-reali, via Po. Alla fine le nubi si apriranno ma la manifestazione prosegue sino in piazza Vittorio.
Tante soste per riallacciare il filo delle lotte. Le lotte che hanno segnato il quartiere e quelle agite dagli attivisti finiti nel mirino dell’ennesima inchiesta targata Rinaudo e Pedrotta. I due PM torinesi stanno provando a regolare i conti con il movimento per la casa a Torino.
La prima risposta all’operazione repressiva è arrivata pochi giorni dopo gli arresti e le altre misure di limitazione della libertà. Una palazzina vuota è stata occupata in corso Giulio Cesare 45. Quando il corteo ci passa, dai balconi spuntano gli striscioni solidali di chi, con l’azione diretta, si è preso una casa per viverci. Tante le soste, per volantinare e per ricordare le lotte contro il CIE e quelle contro il Tav, lotte che si sono intersecate nel fronte comune dello scontro sociale, della costruzione di spazi di libertà, sottratti alla speculazione e alla gentrification che minaccia le aree più appetibili del quartiere.

Il Partito Democratico, forte della vittoria elettorale, plaude la Procura amica di Torino, confermando la decisione di trattare le questioni sociali come problemi di ordine pubblico. Una scelta pericolosa in una città dove sempre più difficile è arrivare a fine mese e sempre più uomini e donne disertano le urne e riempiono le strade.
Se gli sfrattati che resistono e occupano, i lavoratori della logistica che scioperano e bloccano contro sfruttamento e salari da fame, se i No Tav che si battono contro la predazione delle risorse sapranno rendere forti e durevoli i legami potrebbero rendere molto difficile il percorso di legge, ordine e manganello del PD.

image1Nel volantino distribuito ai passanti, scrivevamo:

“La lotta per la casa mette a nudo la ferocia del sistema sociale, difeso da governo, polizia e magistratura.
Migliaia di persone non hanno una casa, o rischiano uno sfratto mentre tante case sono vuote, e le case di proprietà pubblica sono messe in vendita.
Eppure la soluzione sarebbe facile. Tanto facile da fare paura. Il movimento per la casa dimostra che per risolvere il problema degli sfratti e dei senza casa basterebbe abolire la proprietà privata.
Il diritto alla proprietà è sancito dalla legge. Segno che la legge difende il privilegio e condanna alla strada chi non ce la fa a pagare l’affitto.
Chi si batte per la giustizia sociale e l’eguaglianza non può che essere contro la legge.
Tu con chi stai? Con chi difende il diritto a speculare sulla vita delle gente o con chi vuole un tetto per se e per i propri figli?”

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La normalità del male

basianoQualche volta, grazie alla tenacia di una madre, di un padre, di una sorella, di amici e compagni capita che il sudario che avvolge le morti di Stato venga strappato, mostrando nella sua crudezza la violenza incisa sui corpi di persone vive e sane prime di cadere nelle mani di poliziotti, carabinieri, psichiatri, militari.
I corpi straziati esposti alla luce impietosa degli obitori, sezionati dalle autopsie, escono dall’ombra, per raccontarci storie tutte diverse e tutte uguali. Storie che a volte agguantano i media, bucano la fitta coltre di nubi che copre la violenza degli uomini e delle donne in divisa, in camice bianco, tra siringhe, botte, manganelli.
Ma restano sempre un poco false, perché la retorica delle mele marce nel cesto di quelle sane, dell’eccezione ignobile ma rara, della democrazia che sa curare se stessa, violano una verità che nessun media main stream racconta mai.
I corpi straziati di Federico, Francesco, Giuseppe, Carlo… sono la testimonianza di una normalità che ammette rare eccezioni.
La normalità quotidiana della violenza di Stato, della violenza degli uomini e donne dello Stato sulle strade e nelle caserme, nei repartini e nelle carceri, nei CIE e nei luoghi dove alzare la testa è sovversione.

Ne abbiamo parlato con Robertino Barbieri.
Ascolta la diretta

Questo è il contributo di Anarres al percorso radiofonico di approfondimento sulla violenza di Stato.
Sul sito di Blackout potete ascoltare gli altri.

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Brasile. Coppa del mondo, favelas, paramilitari e gentrification

bope2Il Brasile è sotto i riflettori dei media perché in questi giorni è teatro del campionato mondiale di calcio. Nell’ultimo anno si sono moltiplicate le proteste dei lavoratori del trasporto pubblico, dei senza tetto e dei senza terra. Anche nella giornata inaugurale della coppa, nonostante la presidente Dilma Roussef abbia promesso soldi ai lavoratori della metropolitana e case ai senza tetto, ci sono state proteste represse con durezza dalla polizia.
Anarres ha fatto una lunga chicchierata con Carlo Romani, docente di storia contemporanea all’Università di Rio3, aderente alla Liga anarchica di Rio de Janeiro.
Un’occasione per approfondire la conoscenza di un paese grande come un continente, dove la cesura di classe è tra le più profonde del pianeta. Tra il Brasile della crescita impetuosa, i contadini senza terra del nordest, i baraccati delle favelas di Rio, gli africani dei quilombo, i giovani dei movimenti libertari che usano la rete e si scontrano nelle piazze, c’é un’enorme distanza fisica, culturale, simbolica.
L’intreccio tra potere statale e organizzazioni criminali è strettissimo e indistricabile, così come la commistione tra il socialdemocratico PT, al potere da quasi tre lustri, e le formazioni della destra profonda del Brasile rurale e latifondista, indispensabili alla formazione dei governi di alcune province.
La lotta ai narcotrafficanti cela un processo di gentrification delle favelas più centrali ed appetibili per il ceto medio, del tutto simile a quello di Istanbul, Torino, Amburgo. I narcotrafficanti obbligati dalla “polizia pacificatrice” a lasciare le favelas più centrali, si limitano a spostare in aree più periferiche le loro attività.
Il narcotraffico è solo la parte più visibile delle aree grigie in cui potere legale e organizzazioni criminali si mescolano, stringendo alleanze sulla base di interessi comuni. Ben più rilevante è il ruolo delle organizzazioni paramilitari, composte in buona parte da ex poliziotti, che controllano il territorio e si garantiscono l’impunità, facendo da collettori di voti per i partiti.
I movimenti di opposizione sociale inizialmente legati al PT, come Sem Terra e Sem Teto, si sono in parte smarcati dal partito di Lula e Roussef, che in tanti anni di governo non ha attuato la riforma agraria, né offerto un’alternativa alle baraccopoli.
Di fatto, tuttavia, i movimenti di opposizione sociale si sono sviluppati fuori dalla tutela istituzionale, che pure Lula aveva tentato di imporre ai tempi dei Forum sociali di Porto Alegre, connettendosi con i movimenti antiglobalizzatori in varie zone del pianeta.
Il movimento anarchico sino a poco tempo fa era egemonizzato da organizzazioni post piattaformiste, la cui vena sottilmente autoritaria si combinava con una sudditanza culturale marxista. Negli ultimi anni si è affermato un percorso organizzativo di sintesi che si è concretizzato in un incontro svoltosi di recente a Belo Horizonte.

Ascolta la diretta con Carlo Romani

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No Tav alla sbarra. Processi, condanne e assoluzioni. Erri, Alberto, Chiara, Claudio, Mattia, Nicolò, Giobbe, Andrea…

de_lucaErri De Luca. A giudizio per istigazione a delinquere
9 giugno. Il giudice dell’udienza preliminare ha deciso il rinvio a giudizio dello scrittore Erri De Luca. In questo modo ha accolto la tesi dei PM Padalino e Rinaudo, che accusano De Luca di aver incitato al sabotaggio del cantiere del tunnel geognostico di Chiomonte.
Il processo inizierà il 28 gennaio.
De Luca ha commentato la notizia scrivendo “Mi processeranno a gennaio. Mi metteranno sul banco degli imputati e ci saprò stare. Vogliono censurare penalmente la libertà di parola. Processane uno per scoraggiarne cento: questa tecnica che si applica a me vuole ammutolire. E’ un silenziatore e va disarmato.”.
Sotto accusa le dichiarazioni di De Luca di appoggio ai sabotaggi e alle azioni di contrasto al cantiere di Chiomonte e alle ditte collaborazioniste.

In aula bunker
Quella contro De Luca è solo l’ultima delle operazioni repressive contro i No Tav. Nell’aula Bunker delle Vallette continua a tappe forzate il processo ai 53 No Tav accusati della resistenza allo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena e dell’assedio al cantiere del 3 luglio 2011. Si susseguono i testimoni della difesa in un clima sempre pesante per l’accondiscendenza del collegio giudicante nei confronti dei pubblici ministeri.
Sempre all’aula bunker venerdì 13 giugno si svolgerà la terza udienza nei cpnfronti di Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò, accusati di aver partecipato ad un’azione di sabotaggio in Clarea, durante la quale venne danneggiato un compressore. Un’accusa che è valsa l’imputazione per attentato con finalità di terrorismo e sei mesi di detenzione in regime di alta sorveglianza. Nella seconda udienza, svoltasi il 6 giugno, il giudice ha concesso la costituzione di partye civile a LTF, sindacato di polizia Sap e al governo. Ha inoltre respinto la richiesta di sospensione del processo in vista di un possibile pronunciamento della Consulta sull’eccezione di costituzionalità dell’articolo 270 sexies, utilizzato per la definizione giuridica della “finalità di terrorismo”. Entro il 15 giugno dovrebbero essere rese note le motivazioni della sentenza della Cassazione che ha annullato quella del Riesame che confermava la finalità di terrorismo.

Di seguito una carrellata di processi e sentenze dell’ultimo periodo.

Colazione a Chiomonte. Condannati Andrea, Claudio e Giobbe
Venerdì 30 maggio. La sentenza è stata emessa nel tardo pomeriggio. 2 anni e mezzo più 500 euro di risarcimento per Giobbe, 1 anno e 7 mesi più 400 euro di risarcimento per Andrea, 4 mesi per Claudio.
Padalino e Rinaudo, i due pubblici ministeri del processo, avevano chiesto condanne sino a quattro anni. Con questa sentenza il tribunale accoglie in buona parte l’impianto accusatorio della Procura per un episodio da nulla.
Le accuse nei loro confronti sono gravissime: tentata rapina, sequestro di persona, resistenza aggravata in concorso. Nel mirino un episodio del 16 novembre del 2012, quando, durante un presidio/blocco a Chiomonte, ci fu un diverbio con un poliziotto in borghese che scattava fotografie: poco dopo vennero fermati Claudio e Andrea.
I fatti.
Quella mattina, come tante altre, un gruppo di No Tav faceva colazione davanti al check point della centrale. Qui, dal 27 giugno del 2011, un cancello, filo spinato e un robusto contingente di uomini e donne in divisa impediscono l’accesso alla strada dell’Avanà. Il cantiere/fortino è molto distante ma l’area militarizzata è amplissima.
Da quel cancello passano solo i mezzi delle forze dell’ordine, quelli delle ditte collaborazioniste e i pochi vignaioli autorizzati.
Un tizio in borghese viene sorpreso a scattare foto al presidio. Gli chiedono spiegazioni: lui nicchia, fa spallucce, poi dichiara di essere incaricato dalla Procura: si guadagna qualche insulto ma non viene toccato. Un compagno di Vaie, Andrea, gli scatta a sua volta qualche foto. Dopo che il “fotografo” della Questura se ne è andato sulla sua auto e con la sua macchina foto, arrivano i carabinieri che fermano Andrea e Claudio. Li portano nel fortino e li obbligano per sette ore a stare in piedi su un gradino senza potersi sedere, poi vengono separati e portati via. Verranno rilasciati solo in tarda serata. Andrea viene denunciato per tentata rapina e resistenza aggravata, Claudio, siccome rifiuta di rispondere alle domande, viene denunciato per favoreggiamento.
Sei mesi dopo viene perquisito Andrea, il 13 agosto la procura dispone l’arresto di Giobbe.

Con questa sentenza di primo grado a Giobbe è ancora imposto l’obbligo di dimora nel paesino dove vive, ad Andrea è stato tolto l’obbligo di firma quotidiano, Claudio, presente in aula per il processo, è stato riportato nella sezione AS2 del carcere di Ferrara, perché, con Chiara, Mattia e Nicolò è accusato di terrorismo per un sabotaggio nel cantiere di Chiomonte.

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Assoluzione per Alberto Perino
Mercoledì 4 giugno. Alberto Perino, accusato di “vilipendio alle forze armate” è stato assolto per non aver commesso il fatto.
Il processo era stato imbastito su una frase del luglio 2011 che gli era stata attribuita da un quotidiano. Secondo l’accusa Alberto avrebbe detto che in Val Susa ci sono “truppe di occupazione nazi-fasciste”. Perino ha invece sostenuto di aver riportato al giornalista quanto affermavano “gli anziani della valle, e cioè che nemmeno ai tempi dell’occupazione nazifascista, durante la seconda guerra mondiale, nella zona c’erano controlli di polizia così stringenti.”.

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Notte dell’8 febbraio 2013. Assolti Emanuele e Christian
Giovedì 5 giugno. Assolti per insufficienza di prove Emanuele e Christian, due No Tav di Mattie accusati di concorso nell’ideazione di un’azione al cantiere di Chiomonte dello scorso anno.
I fatti.
La notte dell’8 febbraio 2013 ci fu un’azione di sabotaggio in Clarea. Gli uomini in divisa, colti alla sprovvista e messi in fuga dai No Tav che aprirono una breccia nelle recinzioni entrando nel cantiere.
I poliziotti e i loro mezzi blindati fecero retro marcia, mentre i No Tav scorazzavano nella zona devastata dalle ruspe, nei luoghi dove a lungo i castagni hanno fatto ala ai bivacchi dei resistenti.
Mezzo cantiere è rimasto al buio.
Diverse ore più tardi due No Tav Di Mattie, Christian ed Emanuele vennero arrestati e accusati di danneggiamento aggravato. Il giorno successivo una fiaccolata di solidarietà per le vie di Mattie ne chiese la liberazione. I due che, nelle ore dell’azione erano uno in fabbrica e l’altro nell’osteria del paese, furono scarcerati.
Nonostante ciò sono stati ugualmente rinviati a giudizio: il tribunale, sia pure con formula dubitativa, non ha avallato le tesi della Procura.

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Settimana rossa. Ancona: una giornata di lotta nei cent’anni dall’insurrezione

ac 2E’ il 7 giugno del 1914, festa dello Statuto Albertino. Lo Stato italiano celebra se stesso con una parata militare nel centro di Ancona. Anarchici e repubblicani rispondono con un corteo antimilitarista. La polizia attacca uccidendo tre manifestanti. E’ la scintilla di una rivolta che dilagherà nel resto delle Marche, in Romagna e in Toscana, mentre focolai si accendono in tutta la penisola. Viene proclamato lo sciopero generale, che assume carattere insurrezionale. Dopo giorni di barricate e combattimenti, interviene l’esercito. Ma il colpo decisivo lo infligge la CGL, che il 10 giugno revoca lo sciopero, abbandonando gli insorti alla repressione. Nonostante ciò la rivolta cessa solo il 13 giugno.

Cent’anni dopo, mentre il comune di Ancona annegava nel folclore delle celebrazioni istituzionali, nella ricorrenza della rivolta, la cui memoria è ancora forte tra la gente di Ancona, gli anarchici del gruppo Malatesta e l’Unione sindacale italiana, danno vita a un’iniziativa di tre giorni.
Cominciata con una serata dedicata alla memoria e terminata la domenica dedicata ai percorsi di autogestione, culmina sabato 7 giugno con una giornata di lotta, perché il miglior modo di ricordare un’insurrezione è nelle azioni che ne perpetuano lo spirito.
Il porto di Ancona da qualche hanno è serrato in una morsa di acciaio e cemento: reti, jersey, posti di blocco per impedire che i profughi e i migranti, che hanno attraversato clandestinamente l’Adriatico nascosti nei tir, riescano a bucare la frontiera.
In mattinata un folto gruppo di anarchici, percorrendo i binari che entrano nel porto riesce a farla in barba al dispositivo di sicurezza ed entrano nella zona rossa. I guardiani privati, beffati, chiamano la polizia. Ma ormai è tardi: per un giorno il dispositivo che chiude il porto è stato violato.
Nel pomeriggio il centro cittadino è attraversato da un corteo, che aveva al centro le lotte che hanno segnato gli ultimi mesi in città. In particolare l’occupazione di “casa di niantri”, con la quale alcune famiglie di sfrattati erano riuscite a prendersi uno spazio in cui vivere.
I legami creati tra solidali e occupanti si sono rimasti saldi, nonostante lo sgombero della casa e le deportazione di alcuni abitanti.

Ascolta la diretta  dell’info di Blackout con Gianfranco del gruppo Malatesta di Ancona

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