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No Tav. Quelli che non si arrendono

busso assemC’è la folla di altri tempi al Polivalente di Bussoleno. Scorrono le immagini dello sgombero della Libera Repubblica della Maddalena del 27 giugno 2011, poi quelle del 3 luglio, il giorno dell’assedio.
Sembra di tornare a quelle giornate. L’odore acre dei lacrimogeni, il respiro che si mozza, il tempo sospeso dell’attesa di quella breve notte estiva. Il trascolorare delle stelle nell’alba e i primi mezzi che arrivano sull’autostrada e sostano a lungo prima di entrare in azione.
Marco Imarisio in un editoriale del Corriere della sera del 28 gennaio, il giorno successivo alla sentenza che ha condannato 47 No Tav ad oltre 140 anni di carcere, irrideva il mito della Libera Repubblica della Maddalena, come una sorta di “zona rossa all’incontrario”, dentro i No Tav, fuori le forze dell’ordine. Imarisio dovrebbe visitare – ai giornalisti il permesso lo danno – il fortino/cantiere di Chiomonte tre anni e mezzo dopo. Chi scattasse una foto e la facesse girare lontano da questo scampolo di Piemonte difficilmente potrebbe convincere qualcuno che quello che vede è un cantiere e non un avamposto militare in zona di guerra. Dentro, oltre gli infiniti strati di cemento e acciaio e filo spinato ci sono soldati, carabinieri, poliziotti, blindati Lince, depositi per i lacrimogeni e le altre armi. Una barriera (quasi) impenetrabile.
Se Imarisio fosse venuto alla Libera Repubblica sarebbe stato accompagnato a farsi un giro per gli accampamenti, alla baita, alle barricate inventate da decine di ingegneri e carpentieri No Tav, alla tenda dove arrivavano in continuazione cibo e bevande. Per tutti c’era sempre qualcosa da mangiare e da bere. Durante lo sgombero le pentole vennero riempite d’acqua per soffocarci i lacrimogeni.
Alla Libera Repubblica c’erano docenti universitari che le avevano trasformate in aule, incontri, feste, musica, lunghe assemblee, turni giorno e notte alle barricate che, non ne dubiti Imarisio, sapevamo bene che sarebbero state buttate giù da chi ha il monopolio della violenza.
Lo spirito di fratellanza e condivisione di quelle giornate, irriso da Imarisio, era quello di chi non si era chiuso in un fortino, ma aveva liberato per tutti uno spazio. Fuori stavano solo le forze di occupazione e gli emissari delle ditte. Le porte, tra qualche più che comprensibile malumore, erano aperte anche per i giornalisti. Quasi tutti quelli che hanno bussato sono entrati.
Sapevamo che la polizia avrebbe preso la Maddalena, sapevamo che il 3 luglio l’assedio non si sarebbe concluso con la capitolazione della cittadella fortificata che stavano cominciando a costruire. Siamo rimasti lì lo stesso. Siamo rimasti lì perché non intendevamo arrenderci.
Non l’abbiamo mai fatto in questi tre anni e mezzo di lotta sempre più dura.
Imarisio suggerisce ai No Tav il realismo, gli fa eco Tropeano dalle pagine della Stampa, suggerendo di ri-consegnare ai giochi della politica istituzionale la partita, allontanando i “cattivi”.
Imarisio fa sua la tesi dell’ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli. Caselli in più occasioni ha sostenuto che nel mirino erano le condotte individuali violente, non il movimento di opinione. Quello che fingono di non sapere è che il movimento No Tav, tutto il movimento nelle sue molteplici sfaccettature, non è mai stato e non intende diventare un movimento di opinione. Nessuno vuole essere mero testimone del disastro ma ognuno, come sa, come può e come ritiene si mette di mezzo per impedire la realizzazione del Tav.
Dietro a quelle barricate c’eravamo tutti. Qualcuno in prima fila, qualcun altro più indietro, ma tutti insieme.
Lo dimostra, paradossalmente, la sentenza stessa del tribunale, che fa leva sul “concorso”, sul fatto che chi era lì rafforzava l’intento degli altri con la sua stessa presenza. Sul piano squisitamente giuridico, una vera aberrazione, sul piano politico l’essenza stessa del movimento.
Lo si respirava nell’aria del Polivalente, fredda per la caldaia rotta, ma intensa nella solidarietà ai condannati, nell’intenso, lungo applauso agli avvocati che hanno analizzato il processo e la sentenza.
I filmati proiettati nell’incipit dell’assemblea, gli stessi mostrati ad un tribunale sordo e cieco, mostrano poliziotti, carabinieri e finanzieri raccogliere pietre e lanciarle verso i No Tav nei boschi sopra Chiomonte. E’ il tre luglio. Tra i condannati c’è un No Tav che vediamo trascinato per tutto il piazzale e pestato con bastoni nodosi. Secondo la Procura le ferite che gli hanno inciso il corpo erano dovute ad una caduta. Anche lui è stato condannato alla galera e a pagare i danni ai poliziotti e ai loro sindacati.
Secondo Cesare Martinetti, autore dell’editoriale del quotidiano La Stampa, la sentenza dovrebbe aiutare il movimento a capire la necessità di “espellere gli infiltrati”, quelli che hanno trasformato il “cantiere di Chiomonte nel simulacro di tutti gli orrori contemporanei”.
Un lungo applauso ha salutato i condannati, uno altrettanto intenso quelli che hanno fatto sabotaggi.
La carta della divisione esce ancora una volta dalla cassetta degli attrezzi dei gazzettieri che provano a seminare la paura, a suggerire la rassegnazione, ad indicare un comodo rifugio al sicuro dalle aule di tribunale, dalle sentenze di anni di reclusione e decine di migliaia di euro di “risarcimenti”.
Ancora una volta il movimento ha risposto di slancio. Il giorno stesso della sentenza dopo un breve blocco della tangenziale nei pressi dell’aula bunker, la merenda sinoira solidale alla bottega di Mario, il barbiere di Bussoleno che ha preso tre anni e mezzo, si è trasformata in corteo cittadino sino alla statale 24, dove un imponente schieramento di polizia bloccava il passaggio verso l’autostrada del Frejus. Nonostante ciò qualche decina di ragazzi di oggi e di ieri sono passati per i prati raggiungendo la A32. La polizia ha risposto con lacrimogeni e caccia all’uomo, tre fermi con corollario di denunce pesanti.
Così vanno le cose ai tempi del Tav. Il treno su cui si gioca una partita che va ben al di là della valle, perché qui si gioca un’idea di tempo e di luogo che non è quello dove siamo forzati a vivere.
Nella sala affollata di Bussoleno ogni tanto si sente la voce lieve di una neonata. Un bimbo della stessa età reclamava il pasto disturbando la lettura della sentenza in aula bunker.
In questi anni tante volte abbiamo dato l’ultimo saluto a qualcuno di noi che se ne andava, facendo l’ultimo viaggio con la bandiera No Tav sulla bara.
Chi crede di averci sconfitti, spaventati, non ci conosce.
Non ci siamo arresi alla Maddalena, non ci arrenderemo mai.

Sabato 31 gennaio appuntamento alle 14 a Giaglione per una passeggiata in Clarea

Sabato 21 febbraio manifestazione No Tav a Torino

Qui qualche foto dell’assemblea 

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La memoria tradita

auschwitz_0Ricordare è un modo per non tradire un passato che non vorremmo che torni? Basta la memoria degli orrori a impedirne la ripetizione?
Difficile da credere di fronte alla lunga teoria di massacri del secolo breve. Massacri etnici, politici, sociali. Massacri programmati e realizzati con metodo e macellerie brutali ma senza un luogo, uno spazio.
I lager nazisti stupiscono per la loro fisicità. I muri, le baracche, i trasporti, i mucchi di denti, capelli, scarpe, abiti, le divise di stracci. Umano, sin troppo umano, il sistematico ridurre a cosa uomini, donne, bambini.
La giornata della memoria, che cristallizza in un momento la storia dei lager nazisti, è davvero un viatico per il ricordo o è già, essa stessa, tradimento?
Il 27 gennaio è il giorno in cui l’armata rossa entrò ad Auschwitz e mostrò al mondo l’orrore dei campi? Fu davvero una “scoperta”? Oggi sappiamo che tanti sapevano ma non dissero né fecero nulla.
A Churchill venne chiesto di bombardare Auschwitz ma non lo fece.
Tante testimonianze dai campi prima di quel 27 gennaio restarono inascoltate. Il 27 gennaio non segna l’inizio della memoria ma il primo giorno del suo tradimento. Le immagini di Auschwitz diventano la prova vivente della cattiveria del “nemico”. Il nazista cristallizzato da tanta filmografia dei vincitori, che quasi subito lo distinguono dal popolo tedesco, che non sapeva, dagli alleati che non potevano immaginare quanto feroce, disumano fosse il mostro che combattevano.
Un mondo dipinto in bianco e nero diventa il fondale perfetto per il quadro del male assoluto, il male che come un cancro si annida in un corpo sano, che lo amputa e se ne libera per sempre.
Ottima propaganda, pessimo esercizio di memoria.
Non per caso restano sullo sfondo le vicende dei tantissimi che non passarono subito per il camino, quelli che vennero sterminati con il lavoro forzato in fabbriche i cui nomi conosciamo bene: Siemens, Krupp, Bayer. Il sogno capitalista del lavoro che non costa nulla, nemmeno il mantenimento dello schiavo, usato sino alla distruzione, poi gettato via e sostituito con uno nuovo.
I sette operai che a Torino sono bruciati vivi alla Thyssenkrupp, l’acciaieria destinata a chiudere senza sicurezza, perché la vita di sette lavoratori vale meno di un estintore, ci racconta come la memoria di Auschwitz, Dachau, Ravensbruck sia stata tradita sin dal primo giorno, sin da quel 27 gennaio del 1944.
I campi rom che bruciano nelle periferie del nostro paese ci narrano di una memoria che non c’è. Ci raccontano della lunga notte di oblio che ha avvolto il porrajmos, lo sterminio di 500.000 rom e sinti europei. Ci raccontano una banalità.
La memoria viva, la memoria che fa argine all’orrore, è quella di chi si batte per estirpare le radici del razzismo, della discriminazione, del fascismo, della logica feroce del profitto.
Nella consapevolezza che quello che è successo torna e torna ancora in altre forme e altre latitudini.
Occorre vedere il nostro presente per non tradire la memoria del passato. 

Ascolta su radio Blackout la diretta con Paolo Finzi, che da anni si occupa del Porrajmos, lo sterminio “dimenticato” di rom e sinti.

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Tribunale di Torino. Fathi e gli altri

croce_rossa_assassinaSono trascorsi tanti anni. Era la notte del 24 maggio del 2008. Nel CPT – ora CIE – di corso Brunelleschi tutto è nuovo, pulito, solido. Casette in muratura hanno preso il posto dei vecchi container di latta, gelidi d’inverno e bollenti d’estate inaugurati nella tarda primavera del 1999. I muri di cinta, il filo spinato, gli uomini in armi sono gli stessi ma il numero dei posti è raddoppiato.
La nuova struttura per immigrati senza documenti è stata inaugurata da pochi giorni. Fathi sta male sin dal mattino: gli danno un antibiotico ma la situazione non migliora. Intorno alla mezzanotte peggiora: i suoi compagni chiedono aiuto a lungo senza ottenere alcuna risposta. La mattina dopo gli uomini della Croce Rossa, l’organizzazione “umanitaria” che aveva in gestione il CPT, lo trovano morto nella sua branda.
Fathi era un poveraccio, tossico e senza documenti, i suoi parenti poverissimi non avevano neppure i soldi per il funerale.
Questa vicenda sarebbe rimasta sepolta tra le mura del “nuovo” CPT di corso Brunelleschi, ma i compagni di cella di Fathi, morto come un cane senza che nessuno chiamasse un’ambulanza, provarono a bucare le mura del CPT: telefonarono ad un giornalista di Repubblica che raccolse la loro testimonianza e scrisse un articolo che uscì sulla prima pagina del quotidiano. Il colonnello e medico Antonio Baldacci, interpellato da un’altra giornalista ebbe il coraggio di dichiarare “gli immigrati mentono, mentono sempre”.
Nei giorni successivi gli undici testimoni della morte di Fathi, che avevano dichiarato la loro disponibilità a raccontare in tribunale la storia del giovane tunisino, vennero deportati in fretta e furia.
L’inchiesta della Procura venne subito archiviata.
Un gruppo di antirazzisti torinesi non archiviò. Sin dalle prime ore dopo la morte ci furono iniziative di informazione e lotta.
Alcune di queste iniziative sono finite nel fascicolo dei PM Padalino e Pedrotta in un processo diviso in due tranche contro gli antirazzisti. Continued…

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Alexis Tsipras e gli dei dell’Olimpo

La-crisi-finanziaria-greca_h_partbMancano pochi giorni alle elezioni in Grecia. Il primo ministro Antonis Samaras si sta giocando il tutto per tutto. In dicembre la decisione di anticipare l’elezione del nuovo presidente della Repubblica ha di fatto decretato la fine della legislatura e del patto di governo che ha messo in sella l’esponente del partito di destra Nea Democratia.
In Grecia, se non il parlamento non raggiunge la maggioranza necessaria all’elezione del presidente della Repubblica, scatta lo scioglimento automatico e si apre la via alle elezioni.
La mossa di Samaras è stata quindi calcolata con cura.
Inevitabile chiedersi le ragioni della sua mossa.
Secondo Gheorgos, un compagno del gruppo dei comunisti libertari di Atene, la mossa di Samaras è una sorta di eutanasia di un governo che non avrebbe retto le pressioni della trojka in primavera.

Ascolta la diretta con Gheorgos

Oltre a mollare al proprio predecessore la patata bollente, Samaras tenta una ardua risalita nei favori degli elettori, che, secondo i sondaggi, darebbero una netta vittoria a Syriza, la formazione di sinistra guidata da Alexis Tsipras.
Il principale alleato di Samaras è la paura. La paura delle borse, che si sono affrettate a crollare dopo l’annuncio di nuove elezioni, la paura dell’abbandono della madre/matrigna Europa, nutrice dal latte avvelenato.

Ne abbiamo parlato con Pietro Stara, autore di un articolo, uscito sul settimanale Umanità Nova.
Ne è scaturita una lunga riflessione sugli spazi e le prospettive di una proposta di sapore neo-socialdemocratico.

Ascolta la diretta con Pietro

Di seguito l’articolo uscito su UN.

Negli ultimi decenni ha preso corpo, sostanza, fisicità un luogo che forniva numeri al grande capitale: la Borsa. Si è antropoformizzata: corre, avanza, cade, arretra, si rialza, crolla. E come ogni buon essere umano ha paura, ma soprattutto, fa paura: reagisce non solo ad ogni attacco, ma anche ad ogni presunto attacco. Previene e intuisce ciò che potrà capitare e pertanto avverte, redarguisce, invita, sibila, intima di… E come ogni ricattatore e ricattatrice che si voglia rispettare, quando non ottiene ciò che vuole, schianta, inesorabilmente, portando con sé morte e distruzione, ma soltanto a coloro che stanno in basso. E più in basso stanno e più li trascina inesorabilmente verso il baratro. La Borsa è il nuovo Hermes, l’araldo e il messaggero degli dei del Capitalismo, che cerca, mediante i suoi “inganni”, di ristabilire, fra umano e divino, quel contatto che è andato perduto.
Continued…

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No Tav. Tracce nel bosco, itinerari di libertà

NO TAV: POLIZIA SGOMBERA BLOCCO SULLA A32Sentenze, isteria mediatica, resistenza
Il prossimo 27 gennaio sarà pronunciata la sentenza al processo contro 53 attivisti No Tav accusati per la resistenza allo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena e per l’assedio al primo embrione del cantiere. Da allora sono trascorsi quasi tre anni e mezzo. Tre anni di lotta per un movimento che non si arrende, nonostante il moltiplicarsi dei processi e la crescente violenza di polizia.
Le richieste delle due PM che hanno sostituito Padalino e Rinaudo nella fase conclusiva del processo sono molto dure. Carla Quaglino ed Emanuela Pedrotta hanno chiesto sino a sei anni di reclusione per attivisti, accusati di aver scagliato sassi, tirato giacche, mosso una stampella, bloccato una strada.
Questo processo ha un grande valore simbolico, perché alla sbarra è l’intero movimento No Tav.
Durante questo dibattimento a tappe forzate nell’aula bunker delle Vallette si sono viste le immagini di No Tav gonfiati di botte, mentre sono a terra inermi, si è ascoltata la voce di un poliziotto che urla al suo collega. “Sparagli addosso a quel bastardo”. L’altro esegue, sparando i candelotti sui manifestanti.
Nell’aula bunker delle Vallette è andata in scena la democrazia reale, che colpisce i propri nemici, fuori da ogni finzione di tutela universale,.
I tribunali sono come teatri, dove fondali e scene contano come dialoghi e trame. I ruoli sono codificati e ciascuno è la propria maschera. L’aula/prigione costruita a fianco del carcere, il posto dei grandi processi alla mafia e alle formazioni armate degli anni Settanta, è la location giusta.
I processi celebrati lì sono in se uno stigma per chi finisce alla sbarra. In aula bunker stanno solo i cattivi. I processi di questi anni sono stati costruiti sulle personalità di chi finisce alla sbarra, perché noto alla digos, la polizia politica.
Il movimento No Tav si prepara alla sentenza con numerose iniziative che vanno da un primo presidio a Bussoleno sino al rito della passeggiata notturna in Clarea, passando per un’assemblea popolare che discuterà la proposta dei comitati No Tav di un grande corteo a Torino per il 21 febbraio.
Il momento è molto delicato. Prima o poi il governo potrebbe rompere gli indugi e spedire truppe per garantire l’apertura dei primi cantieri in bassa valle. Sul versante francese è stato aperto il cantiere per il tunnel di base. Il dibattito sulle strategie di lotta, non sempre del tutto sereno in queste ultime settimane, urge. Nella lunga opposizione alla nuova linea tra Torino e Lyon tanti sono stati gli snodi cruciali, quest’anno potrebbero essercene altri.
Una sfida che il movimento No Tav non può permettersi di perdere, perché quello che non è riuscito alla polizia ed alla magistratura potrebbe farlo la rassegnazione. Una delle condizioni per vincere è crederlo possibile.

Facciamo un passo indietro.
Lo scorso 17 dicembre la corte d’assise ha assolto Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò dall’accusa di attentato con finalità di terrorismo. Tutti e quattro sono stati condannati per uso di armi da guerra, danneggiamento con incendio e resistenza a tre anni e mezzo di reclusione. Pochi giorni dopo il giudice ha concesso loro un’attenuazione delle misure cautelari, disponendo i domiciliari. L’accusa di terrorismo estesa dai PM Padalino e Rinaudo a Graziano, Francesco e Lucio anche loro in carcere per il sabotaggio del compressore, è stata cancellata dal tribunale del riesame. Il processo contro di loro comincerà il prossimo 16 marzo.
La strategia della Procura è stata clamorosamente sconfitta. La lunga campagna di sostegno del movimento, che si è articolata sia in grandi manifestazioni e azioni dirette sia nel coinvolgimento di settori dell’opinione pubblica “liberale”, che si sono schierati contro la torsione del diritto sperimentata dalla Procura, hanno dato i loro frutti.
Tacere sulla repressione è un errore che questa volta il movimento non ha commesso, mostrandosi saldo nel sostegno ai propri prigionieri e capace di ampliare la denuncia di operazioni che rischiano di tritare un altro pezzetto della libertà di tutti.
La reazione della lobby Si Tav non si è fatta attendere. Il pretesto di un sabotaggio alle linee ad alta velocità nei pressi di Bologna ha dato la stura ad una campagna mediatica e politica durissima. Il ministro delle infrastrutture Lupi, che già nelle prime ore dopo la sentenza, aveva dichiarato che, per lui, quelli del compressore erano terroristi, si è scatenato. Anche l’ex procuratore di Torino, Giancarlo Caselli, il regista dell’intera operazione, ha contestato la decisione della corte d’assise.
Si è giunti a equiparare i cavi incendiati a Bologna con le stragi ferroviarie di trent’anni fa. Una narrazione avvelenata, volgare, giocata sulla fruizione rapida delle notizie che segna una comunicazione che ha il ritmo e lo stile dei videogiochi.
A peggiorare il tutto anche un ex magistrato noto per le proprie posizioni No Tav, che ha chiamato in causa il solito complotto dei “servizi”. Una salsa usata a sproposito per condire la pietanza sbagliata.
Il movimento, complice il clima natalizio o, forse, lo scarso entusiasmo di alcuni settori No Tav per i tempi, i luoghi e i modi del sabotaggio bolognese, ha mantenuto il silenzio di fronte alla violenza dell’attacco di Lupi e Caselli.
Un errore che ha lasciato spazio al moltiplicarsi delle illazioni, alle entrate a gamba tesa di chi non ha mai apprezzato il carattere popolare del movimento No Tav, vissuto come ostacolo al dispiegarsi di una radicalità astratta perché riservata a pochi eletti. (Nota: vedi link in fondo)
A quest’entrata a gamba tesa altri hanno risposto in modo caustico e con un fallaccio in area di rigore, che ha suscitato indignazione e secche proteste di diversi settori di movimento.
Complice la velocità della rete e l’attenzione morbosa dei media, le polemiche di fine anno si sono diffuse viralmente nel web ed hanno trovato spazio anche su qualche media main stream.
Spesso una slavina si gonfia da una piccola palla di neve, che sarebbe bastato ignorare perché si sciogliesse al sole di quest’inverno che ha il sapore della primavera.
Gli attacchi del ministro e dei media avrebbero meritato una risposta secca e dura, il chiacchiericcio iroso di chi non sa interloquire ma si limita a lanciare invettive ad un movimento che mantiene viva una resistenza non testimoniale al Tav e al mondo che rappresenta, non meritava un rigo.
Se poi la furia polemica induce a sorpassare i limiti della critica questo è un errore gravido di conseguenze. Non perché non fosse lecito criticare un’azione per opportunità e tempismo, ma una critica che si esprime con il linguaggio della condanna senza appello, chiude ogni spazio all’interlocuzione e porta ad un conflitto arduo da comporre.
Il movimento No Tav è tuttavia un movimento solido, capace di trarre insegnamento dagli scivoloni e di far ripartire un confronto a tutto campo sulle prospettive di una lotta possono perdere solo quelli che non vi prendono parte.
La nozione di azione diretta popolare non è uno slogan, ma il terreno nel quale si costruiscono le condizioni per una vittoria che possa durare.
I tempi sono maturi. La disaffezione nei confronti della politica istituzionale, pur diffusa, non si è mai realmente concretata in una diserzione dalle urne. Lo scorso anno ampi settori di movimento, compresa buona parte delle aree più radicali, si era impegnata nella campagna elettorale per le liste civiche vicine al movimento No Tav. Pochi mesi dopo le elezioni, sindaci ed amministratori eletti con i voti dei No Tav, si sono seduti al tavolo delle compensazioni. In questo modo l’uscita dall’osservatorio per la Torino Lyon è diventato un gesto poco più che simbolico.
La partita oggi più che mai si gioca nelle strade, nelle piazze, sui sentieri della lotta.
La sconfitta delle strategie della Procura è stato un buon punto segnato dai No Tav. La manifestazione di febbraio sarà un importante tassello nella crescita di un movimento che non lascia per strada nessuno ma rilancia per una primavera ed un’estate di lotta che viva nella saldatura con chi, puntando sull’azione diretta popolare, costruisce percorsi di autonomia dall’istituito dove il conflitto e l’autogestione si intrecciano, dando forza ad una critica che sa farsi utopia concreta.
L’importante non è fare la stessa strada, ma andare nella stessa direzione anche con strade diverse, per poi trovare le radure dove scambiarsi esperienze e proposte.
Occorre evitare la trappola del feticismo, nella convinzione che questa o quella strategia siano “in se” migliori di altre. L’unico criterio è quello dell’azione non delegata, della costruzione paziente del consenso intorno alle proposte, della sperimentazione di nuovi percorsi. Passo dopo passo. Insieme. 
ma. ma.

Nota a piè di pagina.
In rete e in vari siti sono circolati vari documenti su questa vicenda.
Chi vuole li trova su finimondo.org, macerie.org, notav.info, infoaut…

Quest’articolo è comparso sull’ultimo numero del settimanale Umanità Nova

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Trivella di Venaria: PM chiede un anno di reclusione

ventoQuesta mattina si è tenuta in maxi aula tre del tribunale di Torino la requisitoria della PM Emanuela Pedrotta al processo per il presidio alla trivella di Venaria. In quell’occasione il camion che portava le luci per le perforazioni notturne rimase alcune ore fermo tra centinaia di No Tav.
Pedrotta ha chiesto un anno di reclusione per 25 dei 27 imputati. Per gli altri due ha chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto.
La PM ha dichiarato, in linea con la Procura torinese, di perseguire un reato “comune” e non le opinioni dei No Tav. Si è subito smentita facendo parlando diffusamente delle nostre identità politiche con esplicito riferimento agli anarchici.
Nulla di nuovo per il tribunale di Torino.

Prima della requisitoria due No Tav torinesi – Maria ed Emilio – hanno fatto dichiarazioni spontanee.
Di seguito il testo letto in aula.
Nel gennaio del 2010 LTF, il general contractor per la realizzazione della Torino Lyon, annunciò una novantina di sondaggi tra Torino, Grugliasco, Collegno, Venaria e diversi paesi della Val Susa.
Buona parte di questi rilievi erano previsti in zone già sondate più volte ed erano quindi inutili. Si rasentò il ridicolo con ben sei sondaggi nell’immondizia della discarica di Basse di Stura.
Era chiaro a tutti che si trattava di sondaggi politici: per la prima volta dopo cinque anni dalla rivolta popolare che, nel dicembre 2005 aveva fermato l’opera, il governo intendeva riprovarci.
I 90 carotaggi – ma ne vennero fatti meno della metà – servivano a saggiare la forza del movimento No Tav.
Ogni trivella era accompagnata da centinaia di uomini armati.
I sondaggi furono un pretesto per fare un’esercitazione militare. Continued…

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Ricchi e poveri

poveri piediniDal 2008, quando è cominciata la crisi, i più ricchi sono diventati ancora più ricchi, mentre sono peggiorate ulteriormente le condizioni dei più poveri.
Lo conferma il rapporto diffuso ieri da Oxfam, organizzazione moderatissima che raccoglie numerose ong. Non per caso il rapporto esce alla vigilia dell’incontro del club dei Paperoni, che ogni anno si svolge a Davos in Svizzera.
Nonostante l’intento esplicitamente riformista del rapporto, i dati diffusi sono invece molto interessanti.

I numeri della disuguaglianza

• Circa metà della ricchezza è detenuta dall’1% della popolazione mondiale.

• Il reddito dell’1% dei più ricchi del mondo ammonta a 110.000 miliardi di dollari, 65 volte il totale della ricchezza della metà della popolazione più povera del mondo.

• Il reddito di 85 super ricchi equivale a quello di metà della popolazione mondiale.

• 7 persone su 10 vivono in paesi dove la disuguaglianza economica è aumentata negli ultimi 30 anni.

• L’1% dei più ricchi ha aumentato la propria quota di reddito in 24 su 26 dei paesi con dati analizzabili tra il 1980 e il 2012.

• Negli USA, l’1% dei più ricchi ha intercettato il 95% delle risorse a disposizione dopo la crisi finanziaria del 2009, mentre il 90% della popolazione si è impoverito.

Il rapporto di Oxfam Working for the Few in pillole:

• ovunque, gli individui più ricchi e le aziende nascondono migliaia di miliardi di dollari al fisco in una rete di paradisi fiscali in tutto il mondo. Si stima che 21.000 miliardi di dollari  non siano registrati e siano offshore;

• negli Stati Uniti, anni e anni di deregolamentazione finanziaria sono strettamente correlati all’aumento del reddito dell’1% della popolazione più ricca del mondo che ora è ai livelli più alti dalla vigilia della Grande Depressione;

• in India, il numero di miliardari è aumentato di dieci volte negli ultimi dieci anni a seguito di un sistema fiscale altamente regressivo, di una totale assenza di mobilità sociale e politiche sociali;

• in Europa, la politica di austerity è stata imposta alle classi povere e alle classi medie a causa dell’enorme pressione dei mercati finanziari, dove i ricchi investitori hanno invece beneficiato del salvataggio statale delle istituzioni finanziarie;

• in Africa, le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties.

Ascolta l’intervista di RBO con Francesco. L’incontro di Davos è stato anche spunto per un approfondimento sulle manovre della banca centrale elvetica e sui sommovimenti in borsa

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Il lavoro secondo Matteo

Bel-lavoro-222x160Mat­teo Renzi lo cita con­ti­nua­mente come «riforma già fatta». Ma il Job act è tutt’altro che in vigore. E non lo sarà ancora per mesi.
Milioni di persone vivono nel limbo mentre continuano le meline parlamentari. Come e quando verranno ridotti i 46 tipi di contratti precari? Renzi non ha mai dato una risposta chiara.

In compenso le parti che colpiscono più duramente libertà e reddito dei lavoratori sono già pienamente operative. Non per sbaglio gli imprenditori non hanno più parole per lodare il primo ministro.

Il Manifesto di ieri ha utilizzato come guida il mentore della riforma, il giuslavorista Pietro Ichino, che non senza ragione si è attribuito il merito sia nell’ideazione sia nella stesura dei primi due decreti legislativi.

Ascolta la diretta dell’info di radio blackout con Cosimo, sindacalista di base ed attento analista delle dinamiche sociali.

Il cuore della riforma renziana è il “contratto a tutele crescenti”, lo stru­mento che secondo Renzi doveva «supe­rare l’apartheid nel mondo del lavoro tra garan­titi e gio­vani pre­cari». Nei fatti il solco tra lavoratori giovani e lavoratori più anziani non fa che allargarsi. I neo assunti non hanno diritto all’articolo 18 e sono quindi più esposti al ricatto padronale ulte­rior­mente togliendo l’articolo 18 solo per i neo assunti.

La con­se­guenza di que­sta scelta è sin troppo prevedibile: qual­siasi impresa sarà ten­tata di cam­biare con­tratto ai pro­pri dipen­denti, appli­cando quello a tutele cre­scenti — che sosti­tui­sce il con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato — poten­doli dun­que licen­ziare quando più aggrada.

La dimo­stra­zione viene pro­prio da Feder­mec­ca­nica: giu­sto venerdì il suo pre­si­dente — il mode­rato Fabio Stor­chi — ha pro­po­sto di «eli­mi­nare il dop­pio regime tra i nuovi e i vec­chi assunti» chie­dendo «coe­renza per­ché tutti que­sti prov­ve­di­menti siano estesi a tutta la pla­tea degli occu­pati». In una parola: libertà di licen­zia­mento. Cosa che subi­ranno già tutti i lavo­ra­tori degli appalti: la prima volta che pas­se­ranno di “padrone” per­de­ranno per sem­pre l’articolo 18.

Lo stesso Ichino sostiene che in caso di licen­zia­mento «il costo per l’impresa sarà la metà o poco più» di quello pre­vi­sto con due mesi di inden­nità l’anno: que­sto per­ché ogni lavo­ra­tore licen­ziato «opterà per la con­ci­lia­zione stan­dard, pari a una men­si­lità per anno di ser­vi­zio, con un mas­simo di 18» in quanto «l’esito del giu­di­zio» a cui si dovrà sot­to­porre per otte­nere l’indennizzo «non è scon­tato» e per­ché in caso di con­ci­lia­zione il governo ha pre­vi­sto che que­sta sia «esente da impo­si­zione fiscale». Un enne­simo favore alle imprese.

Il con­tratto a tutele cre­scenti è solo il primo dei decreti pre­vi­sti. Il 24 dicem­bre il governo lo ha appro­vato insieme al secondo sugli ammor­tiz­za­tori, uscito da palazzo Chigi con la dizione «salvo intese». In que­sto però — a parte le coper­ture per la scia­rada di nuovi ammor­tiz­za­tori a par­tire dal Naspi e al netto della balla sui 24 mesi di coper­tura: par­tirà da mag­gio, sarà di due anni solo se un pre­ca­rio ha lavo­rato con­se­cu­ti­va­mente negli ultimi quat­tro anni e dal 2017 il mas­simo di coper­tura calerà a 18 mesi — manca tutta la parte sulla riforma delle varie forme di cassa inte­gra­zione, che neces­si­te­ranno di un nuovo decreto, e che comun­que ridur­ranno ulte­rior­mente — la cig in deroga è già stata dimez­zata, i con­tratti di soli­da­rietà non sono stati rifi­nan­ziati e l’indennità è stata ridotta del 10 per cento — la durata degli ammor­tiz­za­tori sociali per i milioni che il lavoro lo hanno già perso.

Man­cano dun­que la mag­gior parte dei decreti — tre o quat­tro almeno — come da delega: riforma dei ser­vizi per il lavoro con la crea­zione dell’«Agenzia nazio­nale per l’occupazione», «dispo­si­zioni di sem­pli­fi­ca­zioni e razio­na­liz­za­zioni delle pro­ce­dure a carico di cit­ta­dini e imprese», «un testo orga­nico sem­pli­fi­cato delle tipo­lo­gie con­trat­tuali e dei rap­porti di lavoro», «soste­gno alla mater­nità e pater­nità». Per tutti que­sti decreti i tempi pre­vi­sti sono di mesi — il mini­stro Poletti parla di quat­tro — men­tre il limite della delega è di «sei». La riforma non sarà in vigore prima dell’estate.

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Expo. Assemblea resistente

no expoL’assemblea dei movimenti No Expo avrebbe dovuto svolgersi alla Statale di Milano. Il rettore ha deciso di blindare l’università per impedire l’assemblea dei movimenti che si oppongono alla grande kermesse miliardaria. Montagne di soldi pubblici per un’impresa privata, colate di cemento, migliaia di lavoratori non pagati, per un esposizione dedicata al cibo, dove tra gli sponsor ci sono giganti del biotech come Monsanto o colossi dell’agroalimentare di massa come Barilla.

L’assemblea si è svolta in locali un tempo dell’Anpi occupati per l’occasione. Hanno partecipato centinaia di attivisti dei movimenti di difesa ambientale, di lotta per la casa, opposizione alle grandi opere, lotta alla precarietà.

Ne è scaturito un ampio programma di lotta che si dispiegherà per cinque mesi sino al Primo Maggio, giorno dell’inaugurazione della kermesse, che i movimenti intendono trasformare in giornata di lotta e autorappresentazione di chi pratica relazioni politiche e sociali fuori e contro la logica dello sviluppo capitalista.

Ascolta su radio blackout il racconto di Massimo, un compagno di Milano che ha partecipato ai workshop e all’assemblea plenaria.

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Charlie[3].Il nemico del nostro nemico è nostro amico?

agente avanaLa strage nella redazione di Charlie Hebdo ha suscitato un ampio confronto che continua e si estende viralmente tra la rete, i giornali, i bar.
Vi proponiamo un pezzo di Cosimo Scarinzi. Qui potete ascoltare l’intervista realizzata dall’info di Blackout.

In un famoso romanzo di Graham Greene, Il nostro agente all’Avana, ambientato nella Cuba precastrista alla fine degli anni ’50, in un colloquio fra il Capitano Segura, capo della polizia politica del dittatore Batista e Mr Wormold, il personaggio principale, lo stesso Segura afferma:
“Una delle ragioni per cui l’Occidente odia i grandi Stati comunisti sta nel fatto che essi non riconoscono le distinzioni di classe. A volte torturano persone che non dovrebbero essere torturate.
Altrettanto fece Hitler, naturalmente, e scandalizzò il mondo. Nessuno si preoccupa di ciò che accade nelle nostre carceri, o nelle carceri di Lisbona o di Caracas, ma Hitler era troppo promiscuo. Era un poco come se, nel suo Paese, un autista avesse dormito con una nobildonna.»
«Cose del genere non ci scandalizzano più»
«Corrono tutti gravi pericoli quando mutano le cose che scandalizzano»”
A mio avviso la distinzione fra “torturabili” e “non torturabili” proposta da Segura può essere tranquillamente estesa a quella fra assassinabili e non assassinabili.
Mentre stendo queste note i media continuano a discutere, analizzare, enfatizzare i fatti di Parigi.
Credo si debba fare uno sforzo per lasciare da parte la repulsione per una strage non perché non meriti repulsione ma perché l’assassinio di innocenti, realizzato in forme diverse, non è l’eccezione ma la regola nell’universo nel quale viviamo e non è accettabile che vi siano crimini che meritano la condanna e crimini che si possono tacere. Continued…

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Charlie [2]. Né dio né stato

charbLa strage nella redazione di Charlie Hebdo ha suscitato un ampio confronto che continua e si estende viralmente tra la rete, i giornali, i bar.  Tra i contributi che abbiamo pensato di proporvi un articolo della redazione del settimanale anarchico Umanità Nova

L’attacco contro la redazione di Charlie Hebdo che ha lasciato a terra 12 vittime apre un nuovo capitolo della famigerata “guerra al terrore”.
È uno scontro dove, al di là della retorica dei neocon americani e dei loro tristi epigoni europei la maggioranza delle vittime sono stati gli abitanti dei “paesi musulmani” e le libertà civili conquistate in secoli di lotta in occidente.
Non c’è dubbio che l’attacco commesso da islamisti, pista al momento più accreditata e probabile, alla sede del giornale satirico francese vada a favore di chi nella logica dello scontro di civiltà ci sguazza. E in questa logica ci sguazzano sia gli apparati industriali-militari occidentali, con il loro corollario di neo-burocrati della sorveglianza, che le componenti più reazionarie del mondo islamico, facciano esse parte del blocco di potere sunnita delle petromonarchie del golfo o parte di quella galassie di schegge impazzite e di soggetti più o meno autonomi, ivi compreso lo Stato Islamico o parte del blocco di potere Siro-Iraniano sciita o dei vanagloriosi sogni neottomani di Erdogan. Continued…

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Charlie[1]. Io non mi dissocio

non dissocioLa strage nella redazione di Charlie Hebdo ha suscitato un ampio confronto che continua e si estende viralmente tra la rete, i giornali, i bar.
Vi proponiamo un pezzo di Karim Metref.
Qui potete ascoltare l’intervista realizzata dall’info di Blackout.
Il pezzo di Karim è la risposta ad un articolo di Igiaba Scego uscito sull’Internazionale:

Cara Igiaba,
in questi giorni saremo messi sotto torchio e le prossime campagne elettorali saranno fatte sulla nostra schiena. Gli xenofobi di tutta Europa vanno in brodo di giuggiole per la gioia e anche gli establishment europei che non hanno risposte da dare per la crisi saranno contenti di resuscitare il vecchio spauracchio per far rientrare le pecore spaventate nel recinto.
Da ogni parte ci viene chiesto di dissociarci, di scrivere che noi stiamo con Charlie, di condannare, di provare che siamo bravi immigrati, ben integrati, degni di vivere su questa terra di pace e di libertà.
Ebbene, anche se ovviamente condanno questo atto come condanno ogni violenza, non mi dissocio da niente. Non sono integrato e non chiedo scusa a nessuno. Io non ho ucciso nessuno e non c’entro niente con questa gente. Altrettanto non possono dire quelli che domani dichiareranno guerra a qualcuno in nome di questo crimine.
Tu dici: “Oggi mi hanno dichiarato guerra. Decimando militarmente la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo mi hanno dichiarato guerra. Hanno usato il nome di dio e del profeta per giustificare l’ingiustificabile. Da afroeuropea e da musulmana io non ci sto”.
Io con questa gente sono in guerra da trent’anni. Li affrontavo con i pugni all’epoca dell’università e con le parole e con le azioni da allora e fino a oggi. Sono trent’anni che li combatto e sono trent’anni che il sistema della Nato e i suoi alleati li sostengono regolarmente ogni dieci anni per fomentare una guerra di qua o di là.
Anche io sono afroeuropeo, sono originario di un paese a maggioranza musulmana ma non mi considero un musulmano: non sono praticante, non sono credente. Ma anche io non ci sto. Non ci sto con questi folli, non ci sto quando lo fanno a Parigi ma non ci sto nemmeno quando lo fanno a Tripoli, Malula o a Qaraqush.
Non sto con loro e non sto con chi li arma un giorno e poi li bombarda il giorno dopo. Non ci sto in questa storia nel suo insieme e non solo quando colpisce il cuore di questa Europa costruita su “valori di convivenza e pace”. Perché dico che questa Europa deve essere costruita su valori di pace e convivenza anche altrove, non solo internamente (ammesso che internamente lo sia).
Tu dici che questo non è islam. Io dico che anche questo è islam. L’islam è di tutti. Buoni o cattivi che siano. E come succede con ogni religione ognuno ne fa un po’ quello che vuole. La adatta alle proprie convinzioni, paure, speranze e interessi. Nelle prossime ore, i comunicati di moschee e centri islamici arriveranno in massa, non ti preoccupare. Tutti (o quasi) giustamente si dissoceranno da questo atto criminale. Qualche altro Abu Omar sparirà dalla circolazione per non creare imbarazzo a nessuno. La Lega e altri avvoltoi si ciberanno di questa storia per mesi, forse per anni. E noi ci faremo di nuovo piccoli piccoli, in attesa della fine della tempesta. Come stiamo facendo dopo questi attentati (forse) commessi da quella stessa rete che la Nato aveva creato per combattere una sua sporca guerra.
Loro creano mostri e poi, quando gli si rivoltano contro, noi dobbiamo chiedere scusa, dissociarci e farci piccoli. A me questo giochino non interessa più. Non chiedo scusa a nessuno e non mi dissocio da niente. Io devo pretendere delle scuse. Io devo chiedere a questi signori di dissociarsi, definitivamente, non ad alternanza, da questa gente: amici in Afghanistan e poi nemici, amici in Algeria e poi nemici, amici in Libia e poi… non ancora nemici lì ma nemici nel vicino Mali, amici in Siria poi ora metà amici e metà nemici… Io non ho più pazienza per questi macabri giochini. Mando allo stesso inferno sia questi mostri sia gli stregoni della Nato e dei paesi del Golfo che li hanno creati e li tengono in vita da decenni. Mando tutti all’inferno e vado a farmi una passeggiata in questa notte invernale che sa di primavera… Speriamo non araba.

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Profughi, affari e una buona stella

Naufragio Scicli: a bordo barcone 150-200 persone25 dicembre. Per vederci bene serve la luce, se la luce è troppa si rischia di restare abbagliati, di non vedere quello che conta. E’ il caso delle recenti inchieste sugli intrallazzi miliardari che hanno coinvolto l’amministrazione comunale romana, l’ex sindaco (post)fascista Alemanno, e un giro trasversale di politici, malavitosi e coop rosse, dall’ex Nar/banda della Magliana Carminati al democratico Buzzi.
Il colore dei soldi unisce più di quello della politica.
L’inchiesta ha dato visibilità ad un malaffare diffuso, capillare, sistemico, chiarendo quale grosso e lucroso affare sia la gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo o “l’integrazione” di rom e sinti. Occorre tuttavia guardare oltre il dito che indica la luna. Quando le assegnazioni sono fatte seguendo le regole, i rifugiati e i rom sono comunque un buon affare per chi gestisce l’accoglienza.
Ben poco, a volte nulla, di quello che dovrebbe essere garantito viene davvero offerto a chi fugge guerre e persecuzioni ed approda nel nostro paese per cercare di ottenere asilo.
Il business sulla pelle degli immigrati, dei richiedenti asilo, delle comunità rom e sinti è enorme. L’attenzione mediatica si è concentrata sulle tangenti versate per accaparrarsi i fondi destinati all’accoglienza, ma pochissimi si sono interrogati su quali siano i meccanismi che permettono questi enormi affari sulle spalle dei migranti e di noi tutti.
Partiamo da una considerazione banale ma importante: qualsiasi spesa pubblica di grossa entità – in particolare ma non solo, se affidata a enti esterni – ha un corollario di speculazioni, ingordo appetito di individui privi di scrupoli, corruzione… Questa regola vale per l’edilizia, assistenza o qualsiasi altro ambito.
I meccanismi che regolano i contributi per l’assistenza a rom e richiedenti asilo sono diversi ma con vari aspetti in comune e stesse tecniche per poterne ricavare ingenti somme. Se per i rom una buona parte dei contributi viene dall’Unione Europea, per “l’emergenza dei richiedenti asilo” i soldi vengono tutti dal ministero dell’interno.
Vogliamo capirne di più. Per questa ragione abbiamo sentito Federico, un compagno di Trieste che conosce bene la questione.
Ascolta la diretta con Federico

Vale la pena fare un passo indietro.
Tutto comincia nel 2011: la guerra civile in Libia e la fuga di migliaia di persone che si dirigono nel nostro paese sono all’origine di una ennesima, sin troppo prevedibile, “emergenza”. La prassi adottata ancora oggi è stata elaborata e sperimentata in quell’occasione. Le prefetture, tramite i comuni, individuano nei vari territori soggetti terzi (consorzi, cooperative, enti caritatevoli, ecc) disposti a prendersi in carico (in strutture proprie o dei comuni stessi) un certo numero di richiedenti asilo. Con questi soggetti terzi vengono stipulate convenzioni. Niente gara di appalto al ribasso come nei CIE, ma un’assegnazione diretta, che di fatto molto spesso ricade su cordate amiche. Chi entra nell’affare riceve, per ogni giorno di permanenza nelle strutture, un quota fissa di 35 euro a persona. Con questa quota devono essere garantiti una serie di servizi: vitto, abbigliamento, spese sanitarie, assistenza legale, mediazione culturale e interpreti, corsi di italiano, ecc ed ovviamente le paghe agli operatori che seguono le persone prese in carico. Di questi 35 euro ai richiedenti asilo rimangono in mano solamente 2,50 euro al giorno (il cosiddetto pocket money) che in genere viene dato a cadenza mensile.
È un meccanismo con numerosi punti critici. Ecco i principali.
La scelta dei soggetti terzi a cui affidare le convenzioni e quali servizi siano poi effettivamente effettuati. È abbastanza evidente che una cosa è affidare l’assistenza a soggetti che – nel bene e nel male e pur con mille limiti e criticità – sono nati ed hanno esperienza nel lavorare coi migranti e in particolare coi richiedenti asilo (pensiamo ad esempio a piccoli consorzi o associazioni di base locali slegati dai grandi carrozzoni nazionali tipo Caritas) e altro è darlo a cooperative o associazioni “amiche” che normalmente fanno tutt’altro e che si improvvisano gestori di strutture di accoglienza. Da questo al business sulla pelle dei migranti il passo è breve. Perché – e qui veniamo al secondo punto – il lucro si costruisce su quanti e quali servizi vengono effettivamente forniti ai richiedenti asilo e sulle paghe degli operatori che vi lavorano. Il cibo scadente costa meno di pasti dignitosi, come i corsi di italiano da burla, l’assistenza legale fittizia. E la lista degli esempi si potrebbe ancora allungare. È ovvio che pagare un operatore 700 euro al mese non è la stessa cosa che pagarlo 1300. La quota erogata è sempre la stessa e non ci sono controlli: i margini per guadagnarci sopra sono enormi.
Il meccanismo partito nel 2011 non si esaurito con la fine di quel flusso di profughi (le convenzioni si sono chiuse quasi tutte a fine 2013) ma è stato riproposto pari pari con l’ondata iniziata nel 2013 di persone provenienti soprattutto da Pakistan, Afganistan e Siria. Una nuova “emergenza”, un nuovo enorme business.
Una macchina che rende ricco chi la manovra, stritola le vite di chi già è fuggito a guerre e persecuzioni.
In questi giorni hanno avuto una certa eco i dati diffusi dall’agenzia delle Nazioni Unite sui morti nel Mediterraneo, che, alla faccia di Mare Nostrum, nel 2014 sono state più che nei tre anni precedenti.
Nei primi 10 mesi dell’anno sono arrivati sulle coste italiane circa 150mila migranti, più del triplo rispetto al 2013, soprattutto eritrei e siriani.
L’accoglienza dei profughi in Italia è trattata da media e politici come eterna “emergenza”, per consentire operazioni “tappabuchi” dove la grande abbuffata di soldi pubblici possa proseguire senza grossi intoppi.
La Svezia, paese molto meno popoloso dell’Italia ha accolto molti più rifugiati dell’Italia. In un solo weekend di ottobre, quando era al culmine la crisi di Kobane, sono arrivati in Turchia oltre 150mila profughi, più di quanti ne abbia accolti l’intera Unione europea dall’inizio del conflitto a Damasco. Cifre che la dicono lunga sulle frontiere serrate dell’Unione Europea.
Le cifre di chi non arriva ci raccontano di una strage i cui responsabili siedono nei parlamenti e nei governi dell’UE. In prima fila l’Italia.
Oltre 3400 morti in mare. Una catastrofe umanitaria destinata ad aumentare ancora: I rifugiati sono più del 60% di chi approda nel nostro paese. L’acuirsi e moltiplicarsi di conflitti, in cui spesso il nostro paese è impegnato direttamente, rende facile prevedere che sempre più persone cercheranno rifugio in Europa. Molti, sempre più non arriveranno. La sostituzione di Mare Nostrum con Triton, la missione UE con meno mezzi e meno soldi, non potrà che far crescere la lista di chi affoga.
Mare Nostrum fu la risposta alla strage del 3 ottobre 2013 di fronte a Lampedusa, quando le acque del Mediterraneo inghiottirono 366 uomini, donne, bambini.
Una risposta umanitaria – 150.000 persone intercettate – una risposta di polizia: il nome stesso della “missione” ce lo racconta.
Con Triton, 2,9 milioni mensili di budget contro i 9 di Mare Nostrum, ed il compito di pattugliare entro le trenta miglia dalla nostra costa, resta solo la polizia. E non avrebbe potuto essere altrimenti: Triton è una missione di Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere.
Chi affoga in mezzo al mare lascerà traccia di se solo nei cuori chi lo ha visto partire senza più dare notizie. Chi passa e viene immesso nel programma per i rifugiati si apre la strada dell’accoglienza made in Italy. Tanti soldi per chi gestisce, un lungo limbo per chi resta intrappolato in un paese dove pochi vorrebbero restare.
Lungo una frontiera fatta di nulla si consuma un’idea di civiltà fatta di sopraffazione, guerra, di sfruttamento selvaggio.

Mentre scriviamo qualcuno muore in carcere, sul filo spinato di un confine, qualcuno chiude gli occhi senza aver mai mangiato a sufficienza, altri vivono raspando tra i rifiuti di una discarica, qualcuno nasce in una baracca ed ha già il destino segnato.
Su quella baracca non c’è nessuna buona stella.

Oggi i cristiani festeggiano l’anniversario della nascita di un dio che si è fatto uomo e da uomo si è fatto torturare ed uccidere per una salvezza che non è di questa terra.
Noi che abitiamo la terra e il tempo che ci è capitato, sappiamo che quel poco di bene che potremo ottenere, dipende da ciascuno di noi.
Un mondo senza padroni, governanti, galere, sfruttamento, eserciti è possibile.

Un buon anno di lotta e libertà a tutti e a tutte.

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Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò ai domiciliari

notavcant scritta23 dicembre. Dopo oltre un anno di reclusione il tribunale ha deciso di attenuare le misure cautelari contro Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò, i quattro No Tav assolti dall’accusa di attentato con finalità di terrorismo lo scorso 17 dicembre. Condannati in primo grado a tre anni e mezzo per danneggiamento e incendio, resistenza e porto d’armi da guerra passano dal regime di alta sorveglianza in carcere ai domiciliari con tutte le restrizioni.
Non è la libertà ma è un passo avanti nella lotta per la loro liberazione.
Ancora incerta la sorte di Francesco, Graziano e Lucio, accusati come gli altri quattro del sabotaggio in Clarea del 14 maggio 2013, per i quali lunedì 22 dicembre c’è stata l’udienza del tribunale del riesame chiamato a pronunciarsi sull’accusa di terrorismo avanzata dalla Procura torinese il 9 dicembre. La sentenza del riesame arriverà entro il 28 dicembre, forse già domani. Nel frattempo i tre sono stati trasferiti nella sezione di alta sicurezza del carcere di Ferrara.
L’accanimento della Procura torinese non si placa neppure dopo la sonora bocciatura subita in corte d’assise. I PM Andrea Padalino e Antonio Rinaudo hanno intascato la benedizione del ministro Lupi, che a poche ore dalla sentenza di Torino, ha dichiarato che chi va in giro di notte con molotov e cappuccio è sicuramente un terrorista. Opinione ribadita in queste ore dopo il sabotaggio della linea ad alta velocità nei pressi di Bologna. Persino Renzi ha preferito la prudenza, limitandosi a parlare di sabotaggio, mentre Lupi insiste sul terrorismo.
Vien da chiedere al ministro dei trasporti se i poliziotti a volto coperto che sparano lacrimogeni in faccia, fracassando ossa e mettendo a repentaglio la vita di tante persone, debbano essere considerati a loro volta dei terroristi.
Domanda inutile. Chi serve lo Stato, chi serve la lobby politico-affaristica che vuole imporre il Tav, ha il diritto di imprimere a forza il marchio della democrazia sui corpi di chi si ribella all’occupazione militare, alla violenza legalizzata dello Stato.
Per la gente del movimento No Tav, che in questi mesi si è stretta ai quattro attivisti, condannati per un’azione che tutti hanno fatto propria, resta la soddisfazione per un allentamento della morsa che li stringe.
Resta forte, per tutti, l’impegno per la liberazione di tutti i prigionieri No Tav.
Per la liberazione delle zone occupate, per fermare un treno, per fermare un’idea di relazioni politiche e sociali ingiusta ed oppressiva.

Su Radio Onda d’Urto un primo commento della notizia

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Ex Moi. Salvini da spettacolo ma non si avvicina

ex moi salviniSabato 20 dicembre. Anche il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, ha cercato ed ottenuto il suo quarto d’ora di visibilità venendo a Torino per “ispezionare” le palazzine occupate nel 2013 da centinaia di profughi e rifugiati rimasti in strada, dopo la chiusura della cosiddetta “emergenza nord africa”.
Da settimane fascisti di tutti i colori soffiavano sul fuoco della guerra tra poveri per raccattare consensi a Torino sud. Ogni volta è stato un flop. Agli appelli di Forza Nuova e Fratelli d’Italia hanno risposto poche decine di persone.
Nel mirino i rom di via Artom e i rifugiati dell’ex MOI.
L’inchiesta su mafia capitale ha mostrato a tutti quale grande affare siano le vite di rifugiati e rom. Il colore dei soldi è più forte del colore politico, una coop “rossa” e un esponente dell’eversione fascista e della banda della Magliana si sono uniti per spartirsi la torta. Una torta della quale rifugiati e rom non hanno mangiato nemmeno le briciole.
Con o senza tangenti i rifugiati sono un buon affare. Finché… Finché non decidono di riprendersi le loro vite, occupando le palazzine delle Olimpiadi dello spreco e della speculazione, fatte di sabbia e sputo e rimaste vuote dopo il passaggio del carrozzone degli affari.
Matteo Salvini ha preso le redini della Lega Nord, mirando a diventare il Le Pen italiano, punto di riferimento della destra più estrema e razzista. Alcune centinaia di persone hanno atteso Salvini all’EX Moi per il presidio lanciato dal Comitato di sostegno ai rifugiati e profughi.
Per l’occasione la polizia ha fatto le cose in grande. Ha chiuso via Giordano Bruno poco prima di piazza Galimberti ed ha militarizzato una buona fetta di quartiere.
Salvini, accompagnato da un accorato Cota e da un sempreverde Borghezio, non si è mosso da piazza Galimberti. Ha annunciato che la Lega si prepara alla scalata della Regione, sorvolando con indifferenza sulle firme false e le ruberie generalizzate che hanno affondato la precedente giunta regionale. Il tutto condito con la consueta salsa razzista.
A fine mattinata duecento profughi e solidali si sono mossi verso lo sbarramento di polizia, dove hanno sostato a lungo, con slogan e interventi.
Salvini, finito lo show mediatico, se ne è andato senza tentare di avvicinarsi alle palazzine.
I media hanno offerto ampia copertura al segretario leghista, che ha portato a casa il risultato che voleva. Più forte la soddisfazione di antifascisti e antirazzisti per aver tenuto lontano il manipolo leghista.

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