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Senza servi, niente padroni

barbaraissawagnerovc3a0artRenzi ha calato le sue carte. Carte pesanti che incideranno nel profondo nella carne viva di chi, per vivere, deve lavorare.
Il vertice sul lavoro convocato proprio a Torino – dove i numeri dei disoccupati, dei precari, dei senza casa, dei senza futuro – non sono statistica ma innervano il tessuto sociale, attraversando le vite dei più, è uno schiaffo a mano aperta a tanta parte della nostra città.
Le reti familiari, smagliate e indebolite, non ce la fanno più a reggere il peso della solidarietà sociale, sempre forte, nonostante l’appeal degli slogan del Presidente del consiglio.
Il suo gioco è volgare ma abile. Dopo decenni di erosione di libertà, quei pochi che ancora ne godono possono essere dipinti come “vecchi” privilegiati. Chi è nato precario, chi a trent’anni ha una laurea e risponde al telefono, chi a 29 si ritrova ad essere un apprendista licenziato per sempre, non ha mai conosciuto le tutele dell’articolo 18.
Dopo aver demolito un sistema di garanzie costruito in decenni di lotte – quando l’ammortizzazione del conflitto era l’unico modo per contenere la lotta di classe – oggi il PD targato Renzi, sta chiudendo gli ultimi conti, cercando di contrapporre i figli disoccupati ai padri costretti a lavorare sino alla tomba.
E’ la fine di ogni finzione socialdemocratica. I figli della crisi stanno imparando ad attraversarla, agendo forme di conflitto che provano a di ri-definire un terreno di lotta che getti la questione sociale nel tessuto vivo delle nostre città. Una strada ancora in salita in cui la violenza della polizia si intreccia con la rassegnazione di tanti. Ancora troppi.
IMG_20141018_160823Il movimento di lotta per la casa, i facchini che bloccano i gangli della circolazione delle merci, ultimo nodo materiale, nella smaterializzazione e parcellizzazione delle produzioni e dei contratti, sono i segni – per ora ancora troppo deboli – di un agire che si emancipa dal piano meramente rivendicativo e scende sul terreno della riappropriazione diretta.
La crisi e la macelleria sociale che ci è stata imposta ci offrono possibilità inesperite da lungo tempo, seppellite nelle pieghe della memoria della lotta di classe, dello scontro con la struttura gerarchica della società e della politica.
La perdita irreversibile di un ampio sistema di garanzie e tutele, la fine dello scambio socialdemocratico tra sicurezza e conflitto, potrebbe offrirci nuove possibilità.
La retorica dell’antipolitica, il populismo più becero, la paura del grande complotto, alibi per le destre di ogni dove, comunque si coniughino nella geografia dei giochi parlamentari, seducono sempre meno, mostrando una trama già logora
Il sindacalismo di Stato, la CGIL, la CISL e la UIL, sono nel mirino del rottamantore: quando la repressione prende il posto della concertazione, il grande corpo flaccido del sindacato statalizzato deve rassegnarsi ad una secca perdita di status, pena la fine dei lucrosi spazi di cogestione che gli sono stati regalati negli ultimi vent’anni. Camusso che minaccia lo sciopero generale ma organizza una passeggiata romana, è come il pastore che grida al lupo quando le pecore sono già morte tutte.
Sempre meno lavoratori si rassegnano al recinto del sindacalismo di Stato, saltando lo steccato.
Gli scioperi tardivi della Fiom non devono farci dimenticare che il precariato e il caporalato legale, sono stati sdoganati con gli accordi del 31 luglio 1993 e del 3 luglio 1994. I vent’anni di tabula rasa di diritti e tutele che sono seguiti li hanno sempre visti in prima fila.
Negli ultimi anni abbiamo assistito al moltiplicarsi di reti territoriali, che intrecciano legami solidali nella pratica quotidiana, nella relazione diretta, nella costruzione di percorsi di esodo conflittuale dall’istituito.
La scommessa è costruire nel conflitto, fare dell’esodo, della fuoriuscita dalla morsa delle regole del capitalismo e dello Stato, il punto di forza per l’estendersi delle lotte.
Uno spazio pubblico strappato alla delega democratica, che in alcune occasioni si è creato nelle lotte per la difesa del territorio, è stato laboratorio di idee e proposte radicali. Aumentano coloro che riconoscono l’incompatibilità tra capitalismo e salute, tra capitalismo e futuro, offrendo spazi all’emergere di un immaginario, che mette all’ordine del giorno, come necessità di sopravvivenza, la rottura dell’ordine della merce.
Le lotte contro gli sfratti e per l’occupazione di spazi vuoti spesso non si limitano a cercare di sottrarre alcuni beni al controllo del mercato, ma negano legittimità alla nozione stessa di proprietà privata.
La fine delle tutele apre uno spazio – simbolico e materiale – per riprenderci le nostre vite, sperimentando i modi per garantir(ci) salute, energia, cura degli anziani e dei bambini fuori e contro il recinto statuale. La scommessa è tentare percorsi di autonomia che ci sottraggano al ricatto del “peggio”, ai processi di servitù volontaria (leggi, ad esempio, lavori/tirocini/stage non pagati etc.), alla continua evocazione dell’apocalisse che abbatte chi non segue i diktat della politica nell’epoca del liberismo trionfante, della finanza anomica, della logica del fare per il fare, perché chi fa mette in moto l’economia, fa girare i soldi, “crea” ricchezza.
Sappiamo che questa logica “crea” solo macerie.
Lasciamo che Renzi e i suoi le spalino, noi abbiamo un mondo nuovo nei nostri cuori, nelle nostre teste, nelle nostre braccia.
(Questo il testo della Fai torinese distribuito in piazza il 18 ottobre, nell’ultimo giorno del vertice dei ministri del lavoro del Consiglio d’Europa. In una Torino ancora militarizzata, nonostante il summit al Regio si fosse concluso da qualche ora, hanno sfilato circa 500 persone. La manifestazione, partita dal palazzo delle facoltà umanistiche, è arrivata a piazza Castello per concludersi al Balon, nel piazzale della mongolfiera.)

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17 ottobre – Gentrification, militarizzazione, buoni affari… La Torino globale del PD

13BVenerdì 17 ottobre
ore 21
corso Palermo 46
incontro su

Gentrification, militarizzazione, buoni affari…
La Torino globale del PD

video “Gentrification a Berlino”

Interventi di:
Simone Ruini – i processi di gentrificazione – urbanistica e questione sociale
Matteo Barale – militarizzazione dei quartieri, la gentrificazione a San Salvario e Barriera, il ruolo delle fondazioni e dell’Urban Center -gentrification2-218x300 color
Walter Modonesi – il piano regolatore di Torino compie vent’anni – dalla città dell’auto al baraccone “always on the move” tra sport, arte, cibo –
Urbanisti ed architetti che ci racconteranno della nostra città e delle macerie dietro alla vetrina della stimata coppia Chiamparino/Fassino. Una vetrina da spezzare.
Costruiamo la città solidale, prendiamoci gli spazi per vivere, ballare, giocare, far crescere i bimbi, fare le cose che ci servono, senza padroni né governi.

Per un assaggio delle tematiche che verranno affrontate ascolta le interviste realizzate da Anarres con due degli architetti e urbanisti che interverranno alla serata.

 Simone Ruini 

Walter Modonesi

…e l’approfondimento realizzato con Gian Maria Valent, ricercatore all’università di Padova ed autore di una ricerca sulla gentrificazione delle città colpite da catastrofi. Il focus è principalmente sull’Aquila.

*******
Venerdì 17 – tra le 11,45 e le 13,45 – durante anarres – Matteo e Simone saranno ospiti della trasmissione per presentare l’iniziativa.

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Torino. Manganellate preventive

Antinazi-antifa-graffitiMercoledì 15 ottobre. All’angolo tra corso Giulio Cesare e corso Emilia ci sono una trentina di persone. I primi arrivati per un giro antifascista che dovrebbe attraversare il quartiere in risposta alla marcia convocata da “Fratelli d’Italia” contro il “degrado” del quartiere.
Scintilla dell’ennesima iniziativa dei fascisti contro occupanti di case, poveri e disoccupati una vetrina spaccata e una scritta al LIDL di via Aosta, dove qualche giorno prima, i guardioni avevano pestato qualcuno sorpreso a rubare. In quel discount, frequentato solo da poveri, è una prassi normale. Ti pesco con un pezzo di formaggio non pagato? Calci e pugni. Anche in faccia, così resta il segno.
Patrizia Alessi, l’esponente di Fratelli d’Italia, consigliere di circoscrizione è ancora una volta la protagonista di una crociata contro i poveri.
I fascisti si sono dati appuntamento a Ponte Mosca, circa duecento metri più in su del presidio antifa, ma, alle 19 non c’è ancora nessuno.
A sorpresa la polizia arriva di corsa con i blindati: quelli dell’antisommossa si allacciano il casco e prendono il manganello mentre stanno già correndo. Una parte degli antifascisti viene sospinta contro un’edicola, gli altri si radunano dall’altro lato del corso e, in solidarietà con i fermati, attuano un blocco. Nuova carica che obbliga gli antifascisti a raccogliersi più in giù, nei pressi di via Alessandria.
Dopo quasi un’ora la polizia lascia andare i compagni bloccati all’edicola, che raggiungono gli altri. Più tardi gli antifascisti faranno un breve giro nel quartiere, dove le luci blu dei lampeggianti sono ovunque. I fascisti non li ha visti nessuno.
Sotto il porticato dell’edificio all’angolo , l’anziana senza tetto che ci dorme sta raccogliendo le borse di plastica con le sue poche cose. Forse non sa di essere nel mirino di Patrizia Alessi. L’esponente di FdL si batte da mesi per cacciare lei e gli altri senza casa verso un angolo più buio, dove la miseria non offenda nessuno.

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Kobane anche a Torino

01 to rojavaUomini, donne, tanti bambini. Tanta parte della comunità curda a Torino, quasi sempre invisibili, scambiati per turchi, nella eterna finzione kemalista che annulla la lingua e l’identità curda nella definizione annichilente di “turchi di montagna”, si è ritrovata in piazza Castello.
Nel trentesimo giorno dell’assedio di Kobane era arrivata un piccola buona notizia: la bandiera dell’Isis era stata strappata dalla collina conquistata dalle truppe del califfo.
Le frontiere con la Turchia sono serrate. Le truppe di Erdogan chiudono in una morsa il valico di Suruc, per impedire il passaggio di armi, aiuti, volontari.2014 10 14 foto rojava torino 005
Alcune centinaia di profughi, chiusi in uno stadio, sono stati gasati per aver protestato, ed una sessantina è stata deportata a Kobane, in zona di guerra.
In piazza Castello tanti sono gli slogan contro Erdogan e la chiusura delle frontiere. “Erdogan terrorista” è il più gettonato.
Lo striscione di apertura porta la scritta “Ovunque Kobane, ovunque resistenza”.
La lotta della piccola città che resiste è diventata un’urgenza per chiunque abbia a cuore la possibilità che l’esperimento libertario del Rojava ha aperto.
05 to rojavaL’Isis, Daesh come la chiamano i curdi, non per caso vuole massacrare e ridurre in schiavitù gli abitanti.
Quello che è stato costruito a Kobane e nel Rojava è la dimostrazione che esiste una possibilità di creare relazioni politiche e, in parte, anche sociali, laiche, libertarie, solidali. Non è l’anarchia, ma certo non è poco.
In piazza colpisce la straordinaria serietà dei bambini che portano un cartello, fanno la V con le dita, salutano. Alcune bambine e ragazze portano uno striscione in solidarietà con le donne che combattono a Kobane, le YPJ.02 rojava to

Nei tanti interventi la consapevolezza che in quell’angolo a cavallo tra tante frontiere sta capitando qualcosa che ci riguarda tutti.
Il presidio si trasforma in corteo, attraversando la centralissima via Po per raggiungere la RAI, sostarvi a lungo e poi tornare in piazza per una danza collettiva, un affermazione di vita contro le armate feroci del califfo.

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Alluvione. Rassegnarsi o cambiare rotta?

fangoLe alluvioni, come quella di Genova, sono diventate normali. Secondo Luca Mercalli, noto metereologo, dovremo imparare a conviverci. Sono trascorsi quasi cinquant’anni dalla disastrosa alluvione di Firenze ma, con preocupante ridursi degli intervalli, eventi disastrosi si moltiplicano. Le cause sono sempre le stesse, ma più gravi. Dissesto idrogeologico, causato da cementificazione selvaggia, mancata manutenzione degli alvei dei fiumi, mutamenti climatici almeno in parte innescati dalla follia delle attività produttive.
Senza futuro. Era un logan del movimento punk, è divenuto l’orizzonte limitato di una classe politica che non bada neppure più al proprio domani, preoccupata dall’arraffare tutto e subito.
Il governo profitta dell’occasione per rilanciare lo “sblocca Italia”, che renderà ancora più sciolte le briglie del motore delle grandi opere, moltiplicando le colate di cemento, senza alcun intervento reale sul territorio.
Secondo Mercalli occorre puntare sull’educazione, perché la gente delle zone a rischio, sappia tutelarsi, riducendo le vittime. Ma per città come Genova non ci sarebbe più nulla da fare. Se non demolire buona parte della città. Una prospettiva tanto drastica da elidere ogni prospettiva di azione. Certo, ben poco avrebbe potuto fare quell’argine in più che i pasticci nelle gare d’appalto hanno lasciato nelle scartoffie della Regione, tuttavia, una diversa cultura del territorio, una più spiccata attitudine della popolazione a prendersi cura dell’ambiente in cui vive, potrebbero dar vita ad una riflessione ed una pratica collettive capaci di innescare un processo virtuoso, capace di arrestare e, chi sa?, invertire la marcia del motore impazzito che ci governa.
Una faccenda tanto semplice da divenire rivoluzionaria. Una prospettiva lontana? Forse no. Le gente che a Genova, nel novese e a Parma, senza aspettare lo Stato, si è rimboccata la maniche ed ha cominciato a spalare, è indice di una coscienza civile, la cui moralità non è iscrivibile in percorsi istituzionali. A Genova alcuni di questi “angeli del fango” hanno provocato l’intervento dell’antisommossa, quando si sono permessi di chiedere ai poliziotti di sporcarsi le divise, per fare, almeno una volta, un lavoro utile.
La vita cova sotto le ceneri della rassegnazione.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Luca Mercalli

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Ovunque è Kobane, ovunque è resistenza. Diretta dalla Turchia

Syrian Kurds Fleeing The Islamic State Militants Cross Into TurkeyPresidio solidale con la resistenza del Rojava martedì 14 ottobre
ore 18
in piazza Castello a Torino

Da più di due anni il popolo del Rojava – regione a maggioranza curda nel nord della Siria – ha liberato il proprio territorio sperimentando una vera e propria rivoluzione sociale, fondata sulla partecipazione dal basso, l’uguaglianza tra uomini e donne e il rispetto dell’ambiente.
Proprio in queste ore, la “confederazione democratica” del Rojava è sotto attacco.
Le sue milizie di difesa del popolo (YPG) e delle donne (YPJ), con l’aiuto dei guerriglieri del PKK, stanno combattendo – in particolare nel cantone di Kobane – un’eroica e disperata resistenza contro i tagliagole dello “Stato islamico”.
L’autogoverno del Rojava sta dimostrando sul campo la possibilità di un’ alternativa alla balcanizzazione del Medio oriente, alla guerra fratricida, alla rapina delle risorse…
Proprio per questo si trova isolato, censurato, strangolato, dalla politica ipocrita di tutte le forze statali e capitaliste (Turchia in testa), che sostengono di fatto l’avanzata dell’I.S., mentre pubblicamente fingono di opporvisi.
Proprio per questo, in ogni dove c’è chi sta riconoscendo come propria la resistenza degli uomini e delle donne di Rojava!
Spezziamo l’isolamento!
Sosteniamo la resistenza del Rojava!

Questo l’appello per un primo momento di azione solidale con gli uomini e le donne del Rojava.

Anarres si è collegata con Murat Cinar in Turchia.

Con Murat abbiamo fatto il punto sulla rivolta sociale in Turchia, dove cresce l’opposizione alla politica di Erdogan, che ha murato la frontiera con la Siria, impedendo il passaggio sia di aiuti per la popolazione, sia di armi e volontari pronti a unirsi alle miliziani e alle miliziane delle YPG/YPJ, che resistono con armi leggere all’artiglieria e alle armi pesanti dell’ISIS.
Ai tagliagole dello “Stato islamico” è stato delegato il compito di far piazza pulita di un’anomalia libertaria, che potrebbe contaminare altri territori, mostrando la possibilità concreta di una pratica politica federalista, oltre il filo spinato degli Stati nazione. L’Isis è stata (ed è ancora) sostenuta da chi oggi l’addita come male da combattere, ma non fa nulla per evitare il massacro.
La jahad del califfo oggi impensierisce chi l’ha finanziata, armata, sostenuta, ma in Rojava è il cane da guardia del (dis)ordine imperiale.
Per due anni il governo turco ha permesso alla mafia locale di far passare armi e combattenti in Siria.
Erdogan da giorni dichiara che Kobane è perduta, che non ci sono più bambini o anziani in città. Mente.
Meno ipocrite sono le dichiarazioni che pongono sullo stesso piano l’ISIS, e le YPG/YPJ, considerate entrambe organizzazioni terroriste.

Negli ultimi giorni le rivolta sta divampando in Turchia, dove negli scontri ci sono stati 28 morti, uccisi sia dalla polizia sia dalla destra ultranazionalista turca, come dagli islamisti curdi delle formazioni finanziate e sostenute dai servizi segreti turchi.
Il governo Erdogan, che pure era riuscito a farsi eleggere per il terzo mandato, nonostante la rivolta di Ghezi Park e le accuse di corruzione che avevano investito il suo partito, oggi rischia grosso.

Molto forte è l’opposizione popolare ad una guerra in Siria, mentre cresce la solidarietà – non solo tra i curdi – con la resistenza in Rojava.

Martedì 14 ottobre Murat si collegherà con piazza Castello a Torino, per un aggiornamento sulla situazione.

Ascolta la diretta di oggi

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Ebola e Big Pharma

nuvola mentaleL’eruzione epidemica del virus Ebola nell’Africa occidentale dimostra che la salute non può dipendere dalle leggi del mercato e dalle big pharma.

Il modello di sviluppo statale e capitalista non solo non garantisce più i livelli di consumo e sicurezza  sbandierati durante la guerra fredda, ma non è neppure in grado di prevenire e controllare epidemie globali letali.

Gli Stati Uniti hanno deciso l’invio di un contingente militare, per tenere sotto controllo gli abitanti della Liberia, la loro (ex)colonia.

Ne abbiamo parlato con Ennio Carbone, immunologo e ricercatore all’università della Magna Grecia a Catanzaro, professore ospite all’ateneo di Stoccolma.

Ascolta la diretta

Di seguito un articolo di Ennio Carbone, uscito sull’ultimo numero del settimanale Umanità Nova.
Continued…

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Turchia in fiamme. La rivolta per il Rojava

dyarbakirNel fine settimana si erano già intensificate in Turchia le manifestazioni in solidarietà con la popolazione di Kobanê; ma da lunedì scorso, mentre le forze dello Stato Islamico iniziavano a penetrare nella città assediata, le proteste si sono diffuse in molte città turche con l’obiettivo di estendere la resistenza di Kobanê. Le manifestazioni hanno quindi assunto un carattere antigovernativo, contro il governo AKP che continua a sostenere e proteggere l’ISIS, bloccando al confine il passaggio di profughi verso la Turchia e il passaggio di aiuti verso Kobanê. Chi parla di proteste per sollecitare l’intervento turco a Kobanê distorce la realtà dei fatti. Infatti con lo slogan “Kobanê è ovunque, ovunque è resistenza!” è iniziata una vera e propria rivolta con lo scopo di estendere la resistenza anche in Turchia, innanzitutto contro il governo di Erdoğan che protegge lo Stato Islamico.

I media italiani non hanno dato quasi nessuna copertura a queste proteste, limitandosi a fornire il tragico conto dei morti, che solo nelle giornate di martedì e mercoledì sembrano essere più di venti.

Molti di questi sono stati usccisi dalla polizia, colpiti da candelotti lacrimogeni o dai proiettili mortali sparati sulla folla dalle forze di sicurezza in alcune città. Infatti la polizia che già nei giorni precedenti aveva impiegato contro i manifestanti la violenza più brutale, cercando di sciogliere ogni genere di manifestazione, da lunedì sta attaccando con ancora più violenza i dimostranti, con l’uso di lacrimogeni, idranti, proiettili sia di gomma che mortali.

Una parte dei morti è rimasta uccisa in seguito ad attacchi di “civili armati” contro i dimostranti e negli scontri che sono spesso seguiti a queste aggressioni. Tra i responsabili di alcuni di questi attacchi armati contro i manifestanti, in particolare a Diyarbakır, ci sarebbero militanti dell’Hüda-Par, partito islamico legato all’organizzazione sunnita radicale Hizbullah (da non confondersi con il partito sciita libanese Hezbollah) presente nel Kurdistan turco. In effetti anche in molte altre città della Turchia e pure ad Istanbul islamisti armati hanno attaccato o provocato le manifestazioni in sostegno a Kobanê, affiancando talvolta la polizia. In piazza è scesa anche la destra ultranazionalista attaccando, ad Istanbul ed in altre città, le sedi del partito curdo BDP.

La partecipazione alle proteste di questi giorni, nonostante la dura repressione, è stata ampia e numerosa, riuscendo a riunire forze molto diverse. Erano presenti in piazza partiti e movimenti curdi, gruppi che supportano i profughi e organizzano la solidarietà con la popolazione di Kobanê, gruppi e partiti della sinistra rivoluzionaria turca che da anni sostiene le lotte del popolo curdo, gruppi anarchici, organizzazioni di donne e anche alcune organizzazioni della sinistra repubblicana. Ma soprattutto nelle piazze si sono viste tante persone che senza appartenere a nessun gruppo o partito si univano alle proteste, soprattutto molti curdi. Mentre le proteste si sono estese in decine di città turche migliaia di persone si sono dirette da tutta la Turchia verso il confine, in particolare nei pressi della cittadina turca Suruç a poco più di dieci kilometri da Kobanê. Sul confine infatti dalle scorse settimane sono presenti molti solidali praticando l’azione diretta che si frappongono tra le forze di sicurezza turche ed i profughi, che aprono varchi nelle recinzioni sul confine per far passare i profughi e gli aiuti, che organizzano sia sul confine che nel territorio del Rojava, veri e propri gruppi di “scudo umano” per difendere le popolazioni di Kobanê in fuga. Centinaia di persone sono impegnate in queste azioni, e tra loro, assieme ad altri gruppi della sinistra rivoluzionaria turca, ci sono anche molti anarchici, tra cui il gruppo DAF (Devrimci Anarşist Faaliyet).

In questa situazione il governo di Erdoğan potrebbe trovarsi in difficoltà. Le proteste nelle città curde della Turchia sono arrivate ad un livello di scontro molto elevato. Sono state assaltate sedi dell’AKP, abitazioni di governatori e sindaci, palazzi istituzionali, scuole, inoltre sono state bruciate bandiere turche ed in alcune città sono state danneggiate o distrutte statue di Atatürk. In ben 6 province orientali tra cui Diyarbakır, la principale città del Kurdistan turco, è stato imposto il coprifuoco e l’esercito è schierato nelle strade delle città con mezzi blindati, carri armati e truppe. Provvedimenti d’emergenza di così ampia portata non si vedevano dall’inizio degli anni ’90. Oggi ci sono anche state le dure dichiarazioni di Kemal Kılıçdaroğlu, leader del CHP, il principale partito di opposizione, nazionalista e repubblicano “kemalista”, autoritario e laico. Il leader del CHP ha infatti ammonito Erdoğan, invitandolo a cambiare la linea del governo in politica estera, affermando che “crede che l’esercito non voglia intervenire in Siria”. Kılıçdaroğlu ha affermato che la Turchia non dovrebbe intervenire militarmente ma fornire alla popolazione di Kobanê assistenza umanitaria. Inoltre ha chiesto a chi sta protestando in questi giorni di rispettare i simboli nazionali della Turchia.

Dai fatti di questi giorni emerge il carattere politico della battaglia in atto a Kobanê. Erdoğan sperava in una rapida disfatta dei curdi a Kobanê per entrare in Siria da “liberatore” e stabilire lungo il confine una fascia militarizzata di 25 km in territorio siriano. Questo non solo avrebbe cancellato per i curdi ogni possibilità di autonomia nell’organizzazione sociale e nella difesa, ma avrebbe aperto una nuova fase di oppressione e dipendenza. Ma la resistenza di Kobanê non si è arresa, anzi si è estesa a tutta la Turchia, un’estensione del conflitto che ha assunto un chiaro carattere politico e che fa pensare che con un’eventuale caduta di Kobanê nelle mani dello Stato Islamico la situazione in Turchia potrebbe davvero precipitare. Probabilmente è anche questo possibile scenario che ha spinto gli USA a intervenire nella giornata di mercoledì con alcuni bombardamenti contro l’ISIS nella zona di Kobanê. La situazione è in continua evoluzione ed è difficile capire quali saranno gli sviluppi. Certo è che la resistenza continua, a Kobanê ed ovunque.

Ascolta la diretta di Blackout con Dario, un compagno che seguendo ora dopo ora lo svolgersi degli avvenimenti

Di seguito il comunicato degli anarchici del DEF dal confine turco/siriano:
“I nostri Compagni nel villaggio di Boydê riportano:
“È il ventiquattresimo giorno di attacchi dell’ISIS contro Kobanê. Mentre le forze che difendono la popolazione in ogni villaggio di confine sono gli “scudi umani” che fanno da sentinelle conro gli attacchi dell’ISIS, tutti, ovunque nella regione in cui viviamo, si sono sollevati per non lasciar cadere Kobanê. Abbiamo partecipato allo scudo umano/sentinella per circa tre settimane nel villaggio di Boydê a ovest di Kobanê.
Negli ultimi due giorni, le esplosioni ed i rumori degli scontri si sono intensificati nei distretti periferici e nel centro cittadino. In questo periodo di intensi scontri, le forze militari hanno aumentato i propri attacchi contro gli scudi umani/sentinelle presso i villaggi di confine. Continued…

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Unioni omosessuali. Il pomodoro schiacciato

alfanoIl ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha annunciato l’invio di una circolare ai prefetti, affinché invitino formalmente i sindaci a cancellare le trascrizioni delle nozze gay contratte all’estero, ed è subito rivolta tra i primi cittadini: da Bologna a Napoli, da Roma a Grosseto, i sindaci non ci stanno e invitano alla disobbedienza. La maggioranza di governo si spacca, fra Ncd che sostiene Alfano e Pd e Sel che lo invitano a lasciar fare al Parlamento.
In realtà non si tratta che di propaganda.
Nel nostro paese due persone dello stesso sesso non si possono sposare, l’iscrizione in un registro delle nozze contratte all’estero, non da alcun diritto, è solo un atto simbolico.
La mossa di Alfano è un passo per mantenere la presa sull’elettorato cattolico più conservatore, che è il maggior serbatoio di voti del Nuovo Centro Destra, il partito nato dalla costola di Silvio Berlusconi, ma sedotto dalla mela di Matteo Renzi.
La partita sul matrimonio dimostra quanto profondamente sia permeata dall’influenza della Chiesa Cattolica la politica istituzionale. Oggi più che ai tempi della Democrazia Cristiana, la Chiesa pianta i propri denti nella carne viva delle relazioni sociali, senza alcuna opposizione reale.
Se la Democrazia Cristiana fosse stata un pomodoro, la sua fine è un pomodoro schiacciato che ha sparso ovunque i suoi semi, facendo crescere ovunque la propria malapianta.
Il Partito Democratico aveva promesso durante la campagna elettorale il registro delle unioni civili per tutt*. L’alleanza con il NCD di Alfano ha mandato in soffitta ogni possibile percorso in tale direzione.
D’altra parte sono trascorsi circa 25 anni da quando un Massimo D’Alema al centro dell’agone politico aprì un’interlocuzione con il fondatore del Movimento per la vita Carlo Casini, esponente di punta dell’oltranzismo cattolico. L’assunto di D’Alema era che i valori cattolici hanno un fondamento universale e sono alla base dei valori costituenti della nostra civiltà. Più che un assist all’avversario, un buovo matrimonio di interessi, che ha dato uno stop all’impetuoso processo di laicizzazione delle istituzioni, innescato dalle lotte di libertà di donne e omosessuali.
Il fatto che nella concretezza delle relazioni umane la “morale” cattolica sia divenuta una moneta fuori corso spiega le “aperture” di Bergoglio nei confronti di divorziati e coppie di fatto. Nessuna modifica dottrinale ma un atteggiamento di paterna comprensione è la cifra di un papa che ha rinfoderato la spada di Ratzinger per riuscire a recuperare il terreno perduto.

Ne abbiamo parlato con Maurizio del circolo GLBTQ Maurice, che, sebbene schierato per la libertà degli affetti, sostiene che il divieto che investe le persone il cui orientamento sessuale non è conforme alla norma eterosessuale, è a tal punto segno di discriminazione, che il riconoscimento delle unioni omosessuali diviene un tassello di una battaglia di libertà. Una battaglia il cui approdo finale non può che essere l’abolizione dei lacci coniugali per tutt*, eterosessuali compresi.

Ne è scaturita una discussione a tutto campo. Ascolta la diretta dell’info di blackout con Maurizio

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No Tav. 200 anni di carcere: il prezzo della resistenza

no_tav_27 giugnoIl processo contro 53 No Tav alla sbarra per l’opposizione allo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, il 27 giugno 2011 e per la giornata di assedio alla zona occupata del 3 luglio, si sta avviando alla conclusione.
I due PM con l’elmetto, Rinaudo e Padalino, troppo esposti mediaticamente, sono stati rimossi dal pool della Procura, ma Pedrotta e Quaglino, le due PM che li hanno sostituiti nella requisitoria finale, hanno mantenuto sia lo stile che la sostanza dei due colleghi più noti.
La tesi della Procura è stata ribadita sin dall’incipit della requisitoria da Emanuela Pedrotta, che ha sostenuto che le ragioni degli oppositori all’opera non avessero attinenza con il Processo. Un’affermazione dal sapore paradossale di fronte ad un processo svoltosi nell’aula che era stata la cornice dei rituali giudiziari contro le formazioni armate degli anni Settanta e contro la mafia. Un processo affidato ad um giudice, Bosio, sull’orlo della pensione, che ha imposto 70 udienze in un anno, mettendo a repentaglio i diritti delle difese, obbligate a maratone durissime. Inevitabile il paragone con il processo all’ndrangheta, rimasto per 10 anni nel cassetto del PM Antonio Rinaudo. Un nome a caso, ovviamente.
L’esibizione di Pedrotta e Quaglino è finita a porte chiuse. Tutto il pubblico e alcuni imputati sono stati espulsi. La manifestazione di spontanea indignazione per le affermazioni del PM, che ha parlato di istinti primordiali che si sarebbero scatenati di fronte alle divise, ha suscitato le proteste indignate del pubblico. Bosio ne ha decretato l’espulsione. Sono stati buttati fuori sino alla sentenza anche tre No Tav che hanno letto un comunicato durante la requisitoria.
Il pubblico ha avuto il Daspo anche per la prossima udienza nella quale andranno in scena le parti civili.
Dopo sette ore Quaglino e Pedrotta hanno chiesto 194 anni di reclusione. Le richieste dei PM vanno da un minimo di sei mesi ad un massimo di sei anni.

L’info di Blackout ne ha parlato con Tobia, uno dei 53 No Tav alla sbarra. Tobia ha meticolosamente ricostruito i passaggi salienti della ricostruzione proposta dai Pubblici Ministeri.

Ascolta la diretta

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Torino. Processo agli antirazzisti

OLYMPUS DIGITAL CAMERAI due processi contro l’assemblea antirazzista si stanno avviando a conclusione.
Il 17 settembre è ripresa la tranche con il giudice monocratico, il 22 quella di fronte ad un collegio di tre giudici.
Secondo i PM Pedrotta e Padalino nel primo processo sono stati inseriti i reati più “lievi”, nel secondo quelli più “pesanti”. Una distinzione che risulta impalpabile di fronte alle lotte concrete.
I 67 attivisti coinvolti nel processone sono accusati di fare volantini, manifesti, di lanciare slogan, di dare solidarietà ai reclusi nei CIE, di contrastare la politica securitaria del governo e dell’amministrazione comunale.
Negli ultimi vent’anni il disciplinamento dei lavoratori immigrati è stata ed è tuttora una delle grandi scommesse dei governi e dei padroni, che puntano sulla guerra tra poveri per spezzare il fronte della guerra di classe.
Nel nostro paese è stata costruita una legislazione speciale per gli immigrati, persone che, sebbene vivano in questo paese, devono sottostare a regole che ne limitano fortemente la libertà.
Chi si oppone alle politiche e alle leggi discriminatorie e oppressive nei confronti degli immigrati entra nel mirino della magistratura.
Quattro anni fa la Procura giocò la carta dell’associazione a delinquere ed arrestò sei antirazzisti. Il teorema non resse in Cassazione ma la Procura è andata avanti.
Vogliono togliere di mezzo compagni e compagne che in questi anni si sono battuti contro le leggi razziste del nostro paese, in solidarietà ai senza carte rinchiusi nei CIE, agli immigrati/schiavi.
L’Assemblea Antirazzista – attiva tra maggio del 2008 al maggio del 2009 – fu il fulcro di numerose iniziative.
Iniziative che, sia pure di minoranza, contribuirono a tenere accesi i riflettori ed a sostenere le lotte dentro i CIE, contro lo sfruttamento del lavoro migrante, contro la militarizzazione delle periferie.
Vogliono criminalizzare il dissenso, per provare a tappare la bocca e legare le mani a chi si ostina a voler cambiare un ordine sociale feroce, ingiusto, predatorio, razzista.
L’intero impianto accusatorio della procura sui basa su banali iniziative di contestazione.
Nel mirino il “cacerolazo” – 2 giugno 2008 – alla casa del colonnello e medico Baldacci, responsabile del CPT, dove un immigrato era morto senza cure il 23 maggio; il volantinaggio al Museo egizio – 29 giugno 2008 – per ricordare l’operaio egiziano ucciso dal padrone per avergli chiesto il pagamento del salario; la contestazione – 17 luglio 2008 – dell’assessore all’integrazione degli immigrati Curti, dopo lo sgombero della casa occupata da rom in via Pisa; la protesta – 20 marzo 2009 – alla lavanderia “La nuova”, che lava i panni al CIE di corso Brunelleschi; l’occupazione del consolato greco – 12 dicembre 2008 – in solidarietà con le proteste dilagate in Grecia dopo l’assassinio di un anarchico quindicenne ucciso da un poliziotto… ma l’elenco è molto più lungo. In tutto decine iniziative messe insieme per cucire addosso ad un po’ di antirazzisti un apparato accusatorio capace di portarli in galera.
L’udienza del 17 settembre è durata molto poco, per l’assenza dei due ultimi testi della difesa.
Il 22 settembre, in maxi aula tre, era il turno degli imputati. Qualcuno ha deciso di affrontare Padalino, altri hanno fatto dichiarazioni spontanee.
Maria Matteo ed Emilio Penna, rispondendo alle domande del PM, hanno rivendicato la propria partecipazione alle iniziative cui erano presenti, mettendo l’accento sulle ragioni delle iniziative finite nel mirino della magistratura.
“Sui muri di quest’aula è scritto ‘la legge è uguale per tutti’. Non è vero, non è mai stato vero, perché l’uguaglianza di chi non è uguale è una finzione. Negli ultimi anni, nel nostro ordinamento sono state inserite norme che cancellano anche l’uguaglianza formale. La detenzione amministrativa nei CIE, l’impedimento alla libera circolazione, le leggi che puniscono chi non documenti impossibili da ottenere, lo hanno sancito. La strage di migliaia di uomini, donne e bambini annegati nel tentativo di arrivare in Italia è una strage di Stato.
Manifestare nel quartiere popolare di Barriera di Milano di fronte alla lavanderia che lava i panni del CIE era un buon modo per dire che lavorare per chi gestisce un CIE non è un lavoro come un altro. ‘It’s only a job’ ha dichiarato il pilota statunitense che ha lanciato la bomba che uccise 150.000 persone subito e tante altre negli anni successivi.”
Nella prossima udienza – 1 dicembre – ci saranno le ultime dichiarazioni spontanee e comincerà la requisitoria del PM, il 18 dicembre sarà il turno delle difese. Poi la sentenza.

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L’agonia di Kobane. L’IS cavallo di Troia dal Maghreb al Rojava

Syrian refugees enter Turkey at Yumurtalik crossing near SuruçLe milizie di autodifesa delle comunità del Rojava lo dicono da settimane. Il cerchio intorno a Kobane si sta stringendo, l’offensiva dell’IS, bene armato e deciso a farla finita con l’unica esperienza di autogoverno territoriale laica, femminista, egualitaria in medio oriente, stringe d’assedio la città.
Gli esponenti della comunità curda nel nostro paese ieri – con una mossa disperata – hanno protestato dentro Montecitorio, denunciando il sostegno attivo della Turchia all’IS. Si sono guadagnati una pacca sulla spalla dal parlamentare incaricato di rassicurarli sul nulla.
Oggi con 298 voti a favore e 98 contrari il Parlamento di Ankara autorizza le truppe turche a condurre operazioni di terra, in Iraq e Siria, contro lo Stato Islamico (Isis) e il regime di Bashar Assad aprendo un nuovo capitolo del conflitto in corso in Medio Oriente.
Il provvedimento lascia intravede in filigrana i reali obiettivi di Erdogan, che riconferma la propria attitudine espansionista in chiave neottomana.
Il governo ottiene «per il periodo di un anno» l’autorizzazione a compiere interventi «contro gruppi terroristi in Siria ed Iraq» al fine di «creare zone sicure per i profughi dentro la Siria» e «proteggerle con delle no fly zone», oltre a poter «addestrare e provvedere logistica e armamenti all’Esercito di liberazione siriano» ovvero i ribelli filo-occidentali.
Inutile ricordare che il PKK e le YPG sono per la Turchia e gli Stati Uniti organizzazioni “terroriste”, le uniche che si sono battute sia contro il regime di Assad sia contro l’Is e le brigate quaediste Al Nusra.
Difficile dubitare che il governo turco interverrà quando l’IS avrà massacrato la popolazione di Kobane e distrutto l’autogoverno in questo cantone. Le frontiere con la Turchia sono serrate. Si aprono varchi qua e là nelle zone dove i guerriglieri del PKK e i solidali libertari arrivati dalle zone turcofone riescono a imporlo. Non per caso il ministro della Difesa turco, Ismet Yilmez, ha dichiarato «non siamo tenuti a prendere iniziative immediate».

L’agenzia Reuters ha raggiunto telefonicamente il “capo” delle forze di autodifesa curde, Esmat al-Sheikh. La sua testimonianza è terribile: “La distanza tra noi e i jihadisti è meno di un chilometro. Ci troviamo in un’area piccola e assediata. Nessun rinforzo ci ha raggiunto e il confine con la Turchia è chiuso”. “Cosa mi aspetto? – si chiede il comandante – Uccisioni generalizzate, massacri e distruzione. Siamo bombardati da carri armati, artiglieria, razzi e mortai”.
Nei loro comunicati le milizie curde negano in parte questo scenario. Secondo i media ufficiali del PKK e delle YPG e osservatori kobane sarebbe ancora sotto il controllo delle YPG. Questa notte e questa mattina ci sono stati bombardamenti con mortai pesanti da parte dell’ISIS, ieri i tentativi di ieri di entrare a Kobane sono stati frustrati dalla resistenza da parte delle YPG e almeno due tank del’IS sono andati distrutti.
Continued…

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Strage di Lampedusa. La fiera dell’ipocrisia

lampedusa3 ottobre 2014. E’ passato un anno. Oggi sul molo di Lampedusa uomini e donne delle istituzioni hanno messo in scena il cordoglio delle istituzioni, si sono vantati di “Mare Nostrum”, hanno ancora una volta battuto cassa in Europa.
Le spese della frontiera sud della fortezza lievitano e Alfano come Maroni continua a battere cassa.
Per i parenti dei 360 morti di fronte cui si genuflesse il presidente del consiglio, nulla. Nemmeno la promessa del riconoscimento dei corpi, di una tomba sui cui piangere.
La differenza tra Berlusconi/Maroni e Renzi/Alfano è nello stile, nell’ipocrisia ostentata. Niente più.
Mare Nostrum, che, mentre ripesca qualche naufrago, intercetta e scheda tutti gli altri, costa nove milioni di euro al mese. Frontex plus costerà meno. Aprire le frontiere a migranti, profughi e richiedenti asilo non costerebbe nulla. Nè soldi né morti.
Banale. Come banale è il male. Il male delle frontiere. Il male delle guerre che insanguinano il pianeta. Il male delle tante missioni di “peacekeeping” dall’Afganistan, all’Iraq alla Siria…

Ne abbiamo parlato con Alberto La Via, compagno di Trapani, dove tanti di quei profughi arrivano e non trovano nulla. O peggio. Rischiano di incontrare uno come Sergio Librizzi, direttore della Caritas di Trapani, accusato di violenza sessuale e concussione.
Questo prete pretendeva prestazioni sessuali in cambio del permesso di soggiorno dai rifugiati e dai richiedenti asilo che affollavano i tanti centri di accoglienza gestiti dalla Caritas (e da enti a essa collegati) in città e in provincia. Un prete che godeva di ampie coperture negli ambienti della prefettura e in quelli della questura, passando per tutta la filiera istituzionale che da anni si ingrassa sulla pelle degli sventurati che giungono in Europa alla ricerca di una vita migliore.
L’immagine di un paese che lucra e sfrutta chi riesce a superare la frontiera, quella lunga linea di nulla nel blu del Mediterraneo.

Ascolta la diretta con Alberto

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Taser. Non letale? 864 morti!

topics_tasers_395Negli Stati Uniti e in Canada, dal 2001, quando venne dato in dotazione alla polizia, la pistola Taser ha fatto 864 morti. Nel 90 per cento dei casi le vittime erano disarmate. Gli studi medici a disposizione sono concordi nel ritenere che l’uso delle pistole elettriche abbia avuto conseguenze mortali su soggetti con disturbi cardiaci o le cui funzioni, nel momento in cui erano stati colpiti dalla Taser, erano compromesse da alcool o droga o, ancora, erano sotto sforzo, ad esempio al termine di una colluttazione o di una corsa. Altro fattore di preoccupazione è la facilità con cui la Taser può rilasciare scariche multiple, che possono danneggiare anche irreversibilmente il cuore o il sistema respiratorio.
Nedl 2007 l’ONU ha equiparato il Taser ad una forma di tortura.

In almeno sei casi mortali, i Taser sono stati utilizzati su persone che avevano problemi di salute in fase acuta, tra cui un medico che aveva avuto un incidente con la propria automobile, andata distrutta, nel corso di una crisi epilettica. È morto dopo essere stato ripetutamente colpito da un taser sul ciglio della strada dove, stordito e confuso, non riusciva a obbedire ai comandi di un agente[.

A Miami Beach, l’ 8 agosto 2013,  un ragazzo di 18 anni è morto dopo essere stato colpito con una pistola Taser da un agente che cercava di arrestarlo perché stava disegnando dei graffiti sul muro di un fast food abbandonato.
Come funziona il Taser?
Continued…

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Siamo tutti Chiara, Claudio, Mattia, Nicolò

no tav liberi tutti14 maggio 2013. Un gruppo di No Tav compie un’azione di sabotaggio al cantiere di Chiomonte.
Quella notte venne danneggiato un compressore. Un’azione di lotta non violenta che il movimento No Tav assunse come propria. Un’azione come tante in questi lunghi anni di lotta contro l’occupazione militare, contro l’imposizione violenta di un’opera inutile e dannosa.

Il cantiere/fortezza è ferita inferta alla montagna, un enorme cancro che ha inghiottito alberi e prati, che si mangia ogni giorno la nostra salute. In questo paesaggio di guerra ci sono gli stessi soldati che occupano l’Afganistan. Un compressore bruciato è poco più di un sogno, il sogno di Davide che abbatte Golia, il sogno che la nostra lotta vuole realizzare.

Il 9 dicembre del 2013 vengono arrestati Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò. Quattro di noi.
Nonostante non sia stato ferito nessuno, sono imputati di attentato con finalità di terrorismo sono accusati di aver tentato di colpire gli operai del cantiere e i militari di guardia.

Ai nostri quattro compagni di lotta viene applicato il carcere duro, in condizioni di isolamento totale o parziale, sono trasferiti in carceri lontane. Volevano rendere difficili le visite, volevano isolarli ma non ci sono riusciti. Noi andiamo e torniamo insieme: non lasciamo indietro nessuno.
Nonostante la Cassazione abbia smontato l’impianto accusatorio della Procura di Torino, negando che i fatti del 14 maggio possano giustificare l’utilizzo dell’articolo 270 sexies, che definisce la “finalità di terrorismo”, il processo va avanti. In novembre dovrebbe essere pronunciata la sentenza.

Decine di migliaia di No Tav, sin dai primi giorni dopo gli arresti, hanno detto: “quella notte in Clarea c’ero anch’io”. Il 22 febbraio e il 10 maggio si sono svolte le manifestazioni più importanti, ma non è mancato giorno in cui non vi sia stata un’iniziativa di solidarietà attiva.

Il 24 settembre in aula bunker Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò, per la prima volta dall’inizio del processo, hanno preso la parola, dicendo che quella notte, la notte del 14 maggio 2013, c’erano anche loro.
Le loro parole, pronunciate con fierezza di fronte a chi li ha rinchiusi in una gabbia da quasi un anno, sono le nostre parole, i nostri sentimenti, la nostra stessa strada.
Movimento No Tav

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