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Niscemi. I No Muos invadono la base

invasionemuos2014Sabato 9 agosto. Migliaia di attivisti hanno preso parte alla manifestazione contro le antenne di guerra. Il corteo è partito da Contrada Ulmo dirigendosi verso la base dell’esercito statunitense in barba ai divieti imposti dalla Questura. Come il 9 agosto dello scorso anno un buon numero è riuscito ad entrare nella base, dove da giovedì una delle antenne è occupata da sette No Muos.
Dopo la partenza alcuni No Muos hanno dato alle fiamme i fogli dei via e i divieti di dimora imposti dalla polizia e dalla magistratura. Una bella risposta a chi credeva di allontanarli dalle lotte.
Il corteo era aperto dalle mamme No Muos, in prima linea nella lotta contro il sistema Muos e contro tutte le antenne, le cui emissioni hanno provocato tumori specie tra i più piccoli.
Senza dimenticare che le antenne vecchie e nuove sono un tassello importante del sistema di comunicazione militare statunitense per le guerre di oggi e di domani.
Il corteo ha percorso il perimetro della base fino ad arrivare a ridosso delle antenne dove erano saliti i sette attivisti.
Quando le reti sono state tagliate e i No Muos in testa al corteo hanno cominciato ad entrare la polizia ha caricato. Più in là sono stati aperti altri varchi e i manifestanti si sono riversati nell’area della base raggiungendo l’antenna occupata.
Un’importante giornata di lotta di un movimento che non si arrende.
Tre dei sette sull’antenna hanno deciso di scendere: continua la resistenza degli altri quattro.

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Libia. Il grande gioco tra sangue e petrolio

libiaLa Libia è attraversata da una guerra per bande che sta frantumando il paese, rendendo sempre più difficile la vita sia ai libici sia ai numerosi profughi subsahariani che ci vivono. Mercoledì 6 agosto c’é stato un blackout totale. A Tripoli internet, la rete dei cellulari e l’acqua funzionano a singhiozzo.
Anche l’assistenza sanitaria è a rischio, perché il governo filippino ha chiesto ai 13mila lavoratori immigrati nel paese di lasciare la Libia. Ben tremila filippini lavoravano in Libia come infermieri e medici.
Il parlamento, eletto il 25 giugno, in una consultazione in cui gli islamisti al potere dopo la guerra civile scatanatasi dopo l’intervento di Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti ed Italia nel paese, sono ora in minoranza, si è riunito per la prima volta a Tobruk, 1500 chilometro da Tripoli. Tobruk è nell’estremo est del paese, molto vicino alla frontiera egiziana.
Lunedì 4 agosto 160 parlamentari su 188 hano eletto presidente del parlamento il giurista Aguila Salah Iss. Alla votazione non hanno preso parte i deputati vicini ai Fratelli Musulmani che hanno boicottato la votazione, perché sia il Gran Mufti al-Ghariani e il presidente uscente Abu Sahmain, sostenuto dagli islamisti, hanno detto che ritengono incostituzionale la nuova Assemblea.
Un’assemblea parlamentare quasi in esilio, perché sia la capitale Tripoli, che il maggiore centro della Cirenaica, Bengasi sono teatro di feroci combattimenti.

Gli Stati Uniti e quasi tutti i Paesi europei hanno rimpatriato i propri connazionali ed evacuato le proprie rappresentanze, con l’eccezione dell’ambasciata italiana che rimane aperta. Gli interessi italiani nell’ex colonia sono ancora fortissimi e il governo Renzi non può certo permettersi di abbandonare il campo. Già nel 2011, dopo mesi alla finestra il governo italiano decise di intervenire in Libia, rompendo l’alleanza con il governo di Muammar Gheddafi, per contrastare il piano franco inglese di sostituire l’Italia sia nerll’interscambio commerciale sia nel ruolo di referente privilegiato in Europa.
L’Italia riuscì in quell’occasione a mantenere i contratti dell’ENI, ma, nonostante le assicurazioni delle nuove autorità libiche, non è mai riuscita ad ottenere l’outsourcing della repressione dell’immigrazione già garantito da Gheddafi. In questi giorni il governo moltiplica gli allarmi sull’emergenza immigrati, ma, nei fatti la crisi libica rende difficile richiudere la frontiera sud.

Per profughi e migranti la situazione nel paese è terribile. L’Alto commissariato Onu per i rifiugati, che ha lasciato Tripoli a causa degli scontri, segnala che circa 30mila persone hanno passato il confine con la Tunisia la scorsa settimana, mentre ogni giorno 3.000 uomini attraversano la frontiera con l’Egitto; sono soprattutto egiziani che lavoravano in Libia, ma anche libici che possono permettersi la fuga. Tuttavia, la condizione peggiore è quella dei rifugiati provenienti dall’Africa subsahariana. “Sono quasi 37mila – spiega l’agenzia Onu – le persone che abbiamo registrato; nella sola Tripoli, più di 150 persone provenienti da Eritrea e Somalia hanno chiamato il nostro numero verde per richiedere medicinali o un luogo più sicuro dove stare. Stiamo anche ricevendo chiamate da molti siriani e palestinesi che si trovano a Bengasi e che hanno un disperato bisogno di assistenza”.

Gli africani neri rischiano la pelle. Uomini delle milizie entrano nelle case che danno rifugio ai profughi, che vengono derubati di ogni cosa e spesso uccisi. Molti maschi vengono rapiti e ridotti in schiavitù: vengono obbligati a fare i facchini durante gli spostamenti, le donne vengono invece sistematicamente stuprate. Nelle carceri, dove i migranti subsahariani sono detenuti finché pagano un riscatto, la situazione è peggiorata: oltre ai “consueti” abusi ai prigionieri è negato anche il cibo.

Le divisioni storiche tra Tripolitania, Cirenaica, e Fezzan sono divenute esplosive. Al di là della partita politica c’é la lotta senza quartiere per il controllo delle risorse, in primis il petrolio.
Dopo la caduta di Moammar Gheddafi tre estati fa, i vari governi che si sono succeduti non sono riusciti a imporsi sui circa 140 gruppi tribali che compongono la Libia. Il 16 maggio Khalifa Haftar, ex generale dell’esercito, a capo della brigata Al Saiqa ha attaccato il parlamento e lanciato l’offensiva contro le forze islamiste, particolarmente forti nella Cirenaica, la regione di Bengasi. Oggi a Bengasi le milizie islamiste hanno preso il controllo della città mentre il generale Haftar controllerebbe solo l’aeroporto. I gruppi jihadisti, riuniti nel Consiglio della Shura dei rivoluzionari di Bengasi, hanno proclamato un emirato islamico. Tra di loro, ci sono anche i salafiti di Ansar al Sharia.
Haftar, che alcuni ritengono agente della CIA, è sostenuto da Egitto e Algeria e, forse, dagli stessi Stati Uniti non ha le forze per prendere il controllo della regione. La coalizione contro di lui comprende sia gli islamisti sia laici che non lo considerano un golpista.
La politica statunitense nella regione è all’insegna delle ambigue alleanze che caratterizzano da un paio di decenni le scelte delle varie amministrazioni. In Libia Obama sostiene Haftar, mentre in Siria appoggia le milizie quaediste anti Assad, le stesse che in Iraq hanno invaso il nord, controllando Mosul e la cristiana piana di Ninive. D’altro canto il sostegno verso il governo dello shiita Nouri al Maliki è solo verbale: nessuna iniziativa militare è stata sinora intrapresa contro il Califfato di Al Baghdadi. Al Quaeda, un brand buono per tante occasioni, è come un cane feroce, che azzanna i tuoi avversari, ma sfugge completamente anche al controllo di chi lo nutre e l’ha nutrito per decenni. L’Afganistan ne è la dimostrazione.
Nello scacchiere geopolitico in Libia, chi pare aver perso la partita sono state le formazioni vicine ai Fratelli Musulmani sostenute dal Qatar, a sua volta apoggiato dalla Francia.

A Tripoli la situazione è fuori controllo: lo scontro è tra la milizia di Zintan, una città del nordovest, e un gruppo armato nato dall’alleanza delle milizie di Misurata e di alcuni gruppi islamisti. Dal 13 luglio, gli scontri, con oltre 100 morti, si concentrano attorno all’aeroporto, controllato dai primi e bombardato dai secondi. La scorsa settimana, per vari giorni la capitale è stata coperta dal fumo di un deposito di carburante, colpito da alcuni razzi da qui arriva parte del petrolio importato in Italia con il gasdotto Greenstream, che copre il 10-11% dei consumi nazionali.

Se le formazioni quaediste dovessero prendere il controllo dei pozzi petroliferi le conseguenze sarebbero gravi soprattutto per la Tunisia e per i paesi africani.

Questa situazione mette in luce la decadenza degli Stati Uniti, che fanno di un’alchimia da stregoni una strategia. Un gioco complesso che sempre meno produce i risultati desiderati.
Oltre la scacchiera dei grandi giochi restano le migliaia e migliaia di uomini, donne, bambini massacrati.

Anarres ne ha parlato con Karim Metref, un torinese di origine Kabila, insegnante, blogger, attento osservatore di quanto accade in nord Africa.

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No Muos. Un campeggio di lotta

2014 09 07 campeggio no muosGiovedì 7 agosto. Ad un anno di distanza dalla grande manifestazione popolare che invase la base statunitense di Niscemi, nel segno di un’opposizione concreta all’installazione del sistema di controllo satellitare nella sughereta di Niscemi, il movimento rilancia con una settimana di campeggio resistente e con una manifestazione di lotta il 9 agosto.
L’anno appena trascorso è stato segnato dalla fine dei lavori per l’installazione delle antenne, dall’inasprirsi della repressione, dalla tentazione della rassegnazione.
Quest’estate di lotta è un’importante occasione di rilancio per un movimento che in questi mesi ha continuato il proprio lavoro di informazione sul territorio, per aprire nuove possibilità ad un’agire che oggi mira ad impedire che le antenne vengano attivate.
Quando l’intero sistema sarà attivato su scala planetaria offrirà una straordinaria arma all’esercito statunitense, che potrà controllare i territori che vuole colpire per indirizzare i droni carichi di bombe su obiettivi ovunque nel mondo.
Il ministero dell’Interno ha deciso di tentare la carta della repressione preventiva, dando il foglio di via da Niscemi a 29 attivisti siciliani e vietando al corteo del 9 di attraversare la sughereta. Il pretesto per il divieto è la delicatezza dell’ecosistema. Peccato che tanta attenzione ai danni ambientali non tocchi gli abitanti di Niscemi sottoposti da decenni alle radiazioni delle altre antenne della base statunitense.
Un gioco sporco che mostra in controluce la trama di chi lo fa.

Anarres ne ha parlato con Pippo Gurrieri, attivista No Muos.

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I dolori del giovane Renzi

renziIl più giovane e dinamico capo del governo italiano (dopo Benito Mussolini) corre molto ma inciampa spesso.
In un paio di giorni ha dovuto incassare la bocciatura della confcommercio, che ha giudicato nullo l’effetto del taglio dell’Irpef per la ripresa dei consumi, e la delusione dei quattromila insegnanti che hanno visto sfumare la pensione mentre erano in dirittura d’arrivo.
Nonostante i frequenti scivoloni Renzi, tra un colpo di fiducia, una tagliola e una brasatura di massa degli emendamenti sta spazzando via la seconda camera elettiva dello Stato, prepara un’ennesima legge elettorale con l’asso pigliatutto per consolidare la democratura italiana.
Nonostante le statistiche lo diano in lieve calo di popolarità, riesce ancora a rappresentare il nuovo che avanza, mascherando il taglio di migliaia di posti di lavoro nella pubblica amministrazione per lotta alla burocrazia.
Ovviamente la tenuta si vedrà nel tempo. In un paese dove amicizie e clientele resistono nei decenni Renzi rischia di perdere per strada alcuni preziosi segmenti della sua base.
Il taglio di metà dei distacchi sindacali nel pubblico impiego – se ha alimentato la fama del leader che non guarda in faccia nessuno – ha allungato la fila degli scontenti.
Di oggi la notizia che la Cgil ha deciso di sottoporre alla Commissione europea la riforma del lavoro. Camusso non ha proclamato un’ora di sciopero contro le misure del governo, ma gioca la carta europea per punzecchiare il Primo Ministro.
Renzi dal canto suo imita Peron e cerca di instaurare una relazione diretta con il “popolo” tagliando i ponti con gli organismi di intermediazione sociale come il sindacato (post) concertativo e la stessa Confindustria.

L’info di blackout ne ha parlato con Cosimo Scarinzi della Cub.

Ascolta la diretta

Anarres ha discusso con Pietro Stara del populismo renziano, che più che in Mussolini, pare specchiarsi nell’argentino Juan Peron.

Ascolta la chiacchierata

 

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Rom a Torino. Demolite altre baracche

sgombero campo romMartedì 5 agosto. Le ruspe demoliscono un’altra porzione della baraccopoli sorta lungo le rive dello Stura, di fronte all’Iveco. E’ la seconda volta in poche settimane. I giornali parlano di degrado, abusivi, pulizia.
I rom di lungo Stura Lazio sono quasi tutti rumeni. In Romania non ci sono campi “nomadi” perché non ci sono nomadi. Chi arriva in Italia o in Francia viene etichettato come “nomade”, vagabondo, perdigiorno e relegato nei campi. Sono i campi che ti rendono zingaro, persona di passaggio per volontà dello Stato.
I mestieri tradizionali della gente rom, la riparazione delle pentole, l’addestramento dei cavalli, gli spettacoli di strada sono scomparsi come tanti altri mestieri “tradizionali” dei gagi.
I calderai rom, che viaggiavano in una regione, passando ogni anno o stagione sono spariti come i fini ebanisti piemontesi, cui la città di Torino dedica le vie.
Il nomadismo era legato al lavoro: sparito il lavoro, sparito il nomadismo. I contadini poveri piemontesi cent’anni fa in inverno andavano in Francia a fare i muratori: il loro era un nomadismo stagionale. Ogni primavera valicavano nuovamente le Alpi per tornare alle loro case.
I sinti piemontesi, che vivono nella nostra regione da 700 anni, parlano un dialetto piemu da campagnini non viaggiano più. Gli unici sinti che si muovono ancora sono quelli dei circhi: i giostrai viaggiano sempre meno, si cercano un posto fisso e lì vivono la loro vita.

Gli sgomberati di lungo Stura Lazio non hanno prospettive di trovare una casa. Più facile trovare un lavoro che una casa. Chi non ha una casa è tout court pericoloso. Così come l’uroboro che si morde la coda nutrendosi di se stesso, il razzismo istituzionale genera politiche di esclusione sociale: l’esclusione alimenta a sua volta il razzismo.

Nei fatti gli sgomberi di queste settimane sono solo operazioni di facciata. Non tutte le baracche sono state tirate giù e presto l’area tornerà a popolarsi di uomini, donne e bambini che non hanno altro posto che un’area alluvionabile e pericolosa lontana anni luce dalle case dove vivono i gagi.
Gli stessi gagi che profittano della presenza delle baracche per trasformare l’area nella propria discarica abusiva. I cronisti dei quotidiani cittadini cesellano la loro prosa su quei cumuli di immondizia. La dignità di chi è forzato a viverci viene schiacciata da un pregiudizio che si autoalimenta.

Ascolta la diretta fatta dall’info di blackout con Cecilia, antirazzista torinese

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Chiomonte. Colazione (e pranzo) No Tav ai cancelli della centrale

partita a bocce quadreMercoledì 6 agosto. Giornata di lotta ai cancelli che chiudono strada dell’Avanà nei pressi della centrale Iren al ponte sulla Dora. Una quarantina di No Tav, sin dalle sei e mezza del mattino, hanno fatto colazione di fronte all’ingresso della zona occupata, mettendo in difficoltà l’apparato disciplinare e le ditte collaborazioniste. I camion delle imprese che ogni giorno passano di lì per entrare nell’area del tunnel sono stati obbligati a fare il giro dall’autostrada.
Un altro gruppo di No Tav ha fatto un giro di monitoraggio del cantiere. Il presidio ai cancelli va avanti sino al tardo pomeriggio.
Dopo la colazione è scattata una partita a bocce quadre.
La “colazione a Chiomonte”, ripresa la scorsa settimana dopo mesi di stop, raccoglie sempre più attivisti, decisi a punzecchiare le truppe di occupazione per l’intero mese di agosto. E oltre.

Ascolta la diretta  dell’info di blackout con Mimmo (e con Paolo) attivisti No Tav della banda degli over 50

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No F35. Un business esplosivo

PRESIDIO NO F-35Il primo agosto si è svolto un presidio No F35 a Cameri, di fronte all’ingresso dello stabilimento, dove sono in fase di assemblaggio 6 (forse 8) F35, i cacciabombardieri “invisibili” prodotti dalla statunitense Loockeed Martin, in joint venture con l’italiana Alenia che fornisce i cassoni alari.
Un segnale del movimento No F35, che lungi dall’essersi rassegnato, continua la propria lotta per la chiusura dello stabilimento novarese e di tutte le fabbriche di morte.
L’info di blackout ne ha parlato con Domenico, antimilitarista novarese in prima fila nella lotta. un’occasione per fare il punto sull’acquisto dei bombardieri, sulla necessità di creare una rete di mutuo appoggio, che si dia nella concretezza della lotta.

Ascolta la diretta

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Calcidica. Campeggio contro le miniere d’oro

σκουριές μεταλλεία χαλκιδική χρυσός μεγάλη παναγιά παναγία δάσος οικολογική καταστροφή διαμαρτυρίαLa lotta contro l’estrazione dell’oro nella penisola calcidica dura da molti anni. Ha avuto nuovo impulso con la decisione di aprire una cava a cielo aperto, dall’impatto ambientale molto forte.
É cominciata dal bosco di Skouriés l’attuazione del progetto della Ellenikos Xrisos Spa, impresa di estrazione mineraria appartenente per il 95% alla multinazionale canadese Eldorado Gold e per il 5% all’industriale greco Bobola.
Al movimento di resistenza ha partecipato buona parte della popolazione locale. Uomini, donne, giovani ed anziani hanno preso parte alle manifestazioni in montagna di avvicinamento al cantiere, ignorate dai media e brutalmente represse dalla polizia. Caccia all’uomo per i boschi e i lacrimogeni ci ricordano gli scenari della lotta al Tav.
Il 17 febbraio dello scorso anno una cinquantina persone a volto coperto ha attaccato, dandogli fuoco, il cantiere di Skouriés e tutti i mezzi e le attrezzature della ditta.
Dopo la demolizione del cantiere si è aperta una spietata caccia all’uomo con l’unico scopo di abbattere il morale di tutti gli abitanti che si oppongono al progetto. Il giorno successivo decine di persone vennero portate in questura, prelevate da casa, nei locali, per strada. Altri vennero trattenuti con l’accusa di essere i mandanti morali dell’azione.
Le indagini non approdarono a nulla. Il 7 marzo del 2013 le forze dell’”ordine” sono passate alla rappresaglia. A Ierissòs – una cittadina di 3.000 abitanti dove tutti sono contro le miniere con il pretesto di interrogare cinque persone e di perquisirne le abitazioni diversi plotoni di celere e squadre antiterrorismo armate di tutto punto fecero irruzione nel paese nel tentativo di occuparlo militarmente. La gente fece una barricata all’ingresso del paese. A suon di lacrimogeni il paese venne messo in stato di assedio e di terrore: la polizia entrò nelle case sfondando le porte, sotto gli occhi dei bambini, nel passaggio gasarono un liceo durante le ore di lezione, mandando diverse persone all’ospedale.
La repressione è stata durissima.
Nei mesi seguenti i lavori per allestire la miniera sono andati avanti. Quasi ultimata è la strada di collegamento tra Skouries e Megali Panaghia.
I comitati popolari hanno deciso di fare un campeggio resistente tra il 22 e il 31 agosto.
Il campeggio si terrà in montagna, non lontano dal cantiere. Sarà un’iniziativa di confronto sui temi della “crescita” e della repressione. Sono stati invitati esponenti delle lotte contro le miniere in Europa e attivisti di altri movimenti contro le grandi opere e la devastazione ambientale.
Sarà anche un campeggio di lotta. L’intento esplicito è quello di riuscire a bloccare il cantiere.

L’info di Blackout ne ha parlato con Jannis, un compagno di Megali Panaghia.

Ascolta l’intervista

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Tav. Polveri sottili, repressione pesante

vento-in-Clarea_2-24-gen-2014-660x330Il limite delle polveri sottili in Clarea è stato più volte traforato. I dati, che l’Arpa rende noti in maniera lacunosa, sono però molto chiari: la salute di noi tutti è in pericolo.
I No Tav, attenti nel monitorare i danni ambientali provocati dal cantiere del tunnel geognostico in Clarea, stanno facendo un attento lavoro di informazione.
Venerdì a Giaglione si terrà una serata informativa sulle polveri.
L’info di Blackout ne ha parlato con Claudio Cancelli, del Politecnico di Torino, tra i primi a denunciare i rischi di un’opera che i governi definiscono “strategica”, continuando a pigiare il pedale dello sviluppo, nonostante tutti i dati dimostrino l’inutilità della Torino Lyon.
Cancelli, che è uomo curioso, ha fatto una ricerca per capire in che senso il Tav in Val Susa fosse strategico ed ha fatto la scoperta interessante che la natura “strategica” del grande tunnel degli affari è stata decisa dal ministero degli Interni, ossia dall’apparato repressivo dello Stato.
Dall’analisi delle polveri, dalla certa presenza di rocce di amianto e uranio, l’intervista si è spostata sull’incrudirsi della pressione disciplinare, sulla crescita dei poteri dell’esecutivo, sulla subordinazione di buona parte dei media e degli intellettuali alla narrazione dominante sulle grandi opere e sui “comitatini” (l’espressione è di Matteo Renzi) che vi si oppongono.

Ascolta l’intervista a Claudio Cancelli

Scarica il volantone sulle polveri sottili

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Serravalle. Resistenza agli espropri

2014 07 30 terzo valico 2Mercoledì 3o luglio. Centinaia di persone per tutto il giorno sono state per le strade di Arquata, Serravalle e Pozzolo per provare ad impedire la realizzazione degli espropri preliminari alla realizzazione del Terzo Valico.
E’ stata una lunga giornata di lotta. I No Tav No Terzo Valico sin dalle prime ore dell’alba hanno dato vita a tre presidi, nelle zone dove i proprietari delle case avevano deciso di resistere. Imponente la presenza delle forze dell’ordine in assetto antisommossa.
Intorno alle 8,30 polizia e carabinieri hanno chiuso la strada provinciale che collega Serravalle ed Arquata: dai blindati sono scesi un centinaio di agenti in assetto antisommossa. I No Tav hanno protetto con una catena umana i terreni che il Cociv voleva espropriare. Polizia e Carabinieri sono avanzati e hanno incominciato a spingere con gli scudi.
Poi un rappresentante del Cociv ha dichiarato di aver eseguito l’esproprio, perché aveva scattato da lontano una foto della casa protetto da un nugolo di poliziotti.
Dopo questa farsa gli attivisti si sono diretti nel bosco di via Moriassi fra Serravalle e Arquata dove erano previsti altri espropri.
Qui sono state erette barricate di tronchi e sterpaglie. La polizia, dopo aver rimosso la barricata ha caricato e sparato lacrimogeni.
Dopo la prima carica i No Tav si sono ricompattati continuando ad impedire l’accesso ai terreni. Sono continuati i lanci di lacrimogeni e ci sono state altre cariche ma polizia e Cociv non sono riusciti a raggiungere i terreni. La solita foto da distante e si sono dileguati. Lo stesso copione si è poi ripetuto a Moriassi all’imbocco della strada per Radimero e alla Crenna dove la polizia ha nuovamente caricato e manganellato. L’unico esproprio che sono riusciti ad eseguire secondo le procedure di legge è quello previsto a Pozzolo dove le forze dell’ordine che hanno bloccato nuovamente la strada provinciale impedendo alla maggioranza degli esponenti dei comitati di raggiungere l’area.
Numerosi manifestanti sono stati feriti durante le cariche nel bosco di Moriassi: un ragazzo ha un taglio alla testa, le ambulanze hanno medicato un anziano colpito da manganellate e calci, ed altri feriti più lievi.
La resistenza continua. In serata un’assemblea ha deciso una fiaccolata ad Arquata per domenica 3 agosto.

L’info di Blackout ha realizzato tre dirette con Salvatore, attivista No Terzo valico.

Ascolta la prima

Ascolta la seconda

Ascolta la terza

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Cronache Valsusine. La marcia No Tav

2014 07 26 marcia gia chio 1A giugno la marcia No Tav da Avigliana a Chiomonte era poco più di un’idea, un’idea semplice ma nuova. Il movimento l’ha organizzata in meno di un mese: una boccata di aria fresca dopo tanto tempo.
Dopo quattro estati passate tra Chiomonte e Venaus, attraversare la valle da est a ovest con una marcia che toccasse i luoghi della lotta, i presidi, i paesi, incontrando la gente nei mercati e per le strade era un’ipotesi che ha raccolto un’adesione immediata di tanti uomini e donne del movimento.

Un’occasione per scambiarsi idee, confrontarci sui prossimi orizzonti di lotta, spezzare l’incantesimo della Clarea, il luogo scelto dallo Stato per di-mostrare tutta la propria forza. Un posto lontano dal paese, imprigionato dentro un perimetro militarizzato ben più ampio del cantiere, un luogo dove il sondaggio vero è un sondaggio politico sulla resistenza del movimento. Lì i No Tav hanno scritto pagine importanti della loro storia di resistenza, lì hanno anche toccato il limite di un agire concentrato solo tra le fortificazioni e i boschi di Clarea. La scelta di allargare il perimetro della lotta, sin dall’occupazione dell’autostrada del dicembre del 2011, ha dimostrato le potenzialità dell’azione diretta popolare. Lì siamo tornati anche quest’anno dopo aver attraversato la valle. Lungo il cammino, tra un pranzo condiviso e una serata di approfondimento sono state fatte azioni dirette facili ma radicali nell’investire il dispositivo del cantiere, le ditte collaborazioniste, l’occupazione militare nel suo complesso.

Giovedì 17 luglio. Serata inaugurale in piazza del Popolo ad Avigliana: tanti banchetti, interventi e la musica di Alessio Lega e della Ice Eyes band hanno dato il la al campeggio itinerante.

fuori gli avvelenatoriVenerdì 18 luglio. Primo giorno di marcia: si segue la ciclabile sino a Sant’Ambrogio e poi di lì sino all’ingresso della cava della famiglia Toro. Giovanni Toro è stato di recente arrestato per ‘ndrangheta. Con lo smarino ci faceva il cemento che è servito per la strada nel cantiere di Chiomonte. L’impresa di Toro, nonostante fosse priva di certificato antimafia, ha lavorato in Clarea sin dall’autunno del 2011.
Sul muro di cinta è stata tracciata una grande scritta “Via gli avvelenatori dai territori”. Il cancello di ingresso è stato chiuso da una grossa catena.
In serata assemblea, video e cena offerta dal presidio di Vaie.
L’assemblea si è tenuta sulle fondamenta del nuovo presidio, che presto prenderà il posto di quello bruciato dai Si Tav lo scorso 11 novembre. Lo stesso giorno era morto Pasquale, un No Tav la cui forza e generosità non verrà dimenticata.

presidio san dideroSabato 19 luglio. La marcia arriva a Sant’Antonino. Il sabato è giorno di mercato: banchetti, volantini e interventi. Si prosegue per Villarfocchiardo, dove ai giardini De André il comitato del paese ha preparato il pranzo. Nel tardo pomeriggio si arriva nel piazzale del vecchio autoporto di San Didero, dove vogliono spostare l’autoporto di Susa per fare spazio al cantiere dell’alta velocità. Dopo una breve sosta al presidio, l’assemblea e un approfondimento sulla guerra in Medio Oreinte, la pioggia ci obbliga a spostarci al Polivalente di San Didero, che sarà il nostro rifugio per due sere consecutive.
Cena trentina dei No Tav/Kein BBT per finanziare l’acquisto di terreni nelle zone dove vogliono costruire la nuova linea ad alta velocità sino al Brennero.
La serata è dedicata all’incontro con gli esponenti dei movimenti che lottano contro la devastazione dei territori, la predazione delle risorse e il militarismo.
Un’assemblea molto densa, in cui si incrociano i No Tav di Trieste e del Carso che hanno vinto la loro battaglia, quelli del terzo valico che resistono agli espropri e alla repressione, i No Muos, che nonostante le antenne siano state montate, hanno lanciato una settimana di campeggio e una manifestazione a Niscemi con il chiaro intento di mettere i bastoni tra le ruote all’esercito statunitense, i No F35 che lottano contro la fabbrica di morte sorta a Cameri, i No expo che cercheranno di inceppare la macchina del mega affare. Non poteva mancare un intervento dei No Tav piemontesi nella consapevolezza che il mutuo soccorso tra le lotte, il reciproco appoggio, il blocco stradale come la serata informativa, intrecciano fili solidali che gli apparati repressivi e la pressione mediatica faticano a sciogliere.

tagli viteDomenica 20 luglio. Un folto gruppo di No Tav provenienti dal presidio di San Didero, hanno allungato le loro bandiere sui binari. Quando la notizia è arrivata ai responsabili della linea il TGV è stato fermato in alta valle. Come sempre sono stati fatti passare i treni locali.
Il TGV ha accumulato 90 minuti di ritardo. Un piccolo gesto di solidarietà concreta con i tre ferrovieri morti il 17 luglio nei pressi della stazione di Butera, lungo la linea Gela Licata.
I tre, tutti operai anziani ed esperti sono stati travolti da uno dei sei treni che percorrono questa linea lasciata a seccare in attesa della chiusura.
Un incidente? No. Un omicidio di Stato.
I responsabili sono tutti i governi che negli ultimi vent’anni hanno investito nell’alta velocità, tagliando ogni investimento per la manutenzione delle linee, per il personale, per la sicurezza di tutti.
A mezzogiorno pranzo offerto dai No Tav del presidio di San Didero, che in serata verranno sostituiti dai “ragazzi” di Borgone. Nel pomeriggio gita culturale al Maometto e, come ogni giorno, assemblea. In serata i più raffinati hanno gustato l’ironia “sottile” di Filippo.

Lunedì 21 luglio. La marcia arriva a Bussoleno. Nel pomeriggio, dopo l’assemblea quotidiana, musica in piazza, cena offerta dai No Tav del comitato locale e assemblea popolare.
Grande partecipazione nel palaNoTav del paese. La forte solidarietà per i sette No Tav in carcere con l’accusa di terrorismo si è espressa nei calorosi applausi che hanno accolto le lettere di Chiara e Francesco. L’assemblea è stata occasione per un ragionare più ampio sulle prospettive di lotta del movimento in vista dell’avvio dei cantieri in bassa valle.

il sole in un balenoMartedì 22 luglio. La marcia No Tav raggiunge Susa, passando per Foresto, dove alcuni sindaci ribadiscono la contrarietà all’opera, mentre la maggior parte dei marciatori ascolta Luca Giunti, che illustra il progetto nell’area. Nel pomeriggio la marcia raggiunge il presidio di San Giuliano a Susa, dove viene allestito l’accampamento. Prima della cena offerta dal comitato di Susa Mompantero c’è l’inaugurazione della nuova facciata del Presidio.
Un bel murale su parete mobile con la scritta “Il Sole in un Baleno”. Un momento emozionante, specie per chi, tra i No Tav, era stato amico e compagno dei due anarchici, morti suicidi mentre erano detenuti con l’accusa di associazione sovversiva.
In serata spettacolo teatrale sul carcere e i canti anarchici dell’Anonima Coristi in piazza del Sole nel centro di Susa. Sulla via del ritorno i No Tav fanno un prolungato e rumoroso saluto alle truppe di occupazione ospitate all’hotel Napoleon.

martina-660x330Mercoledì 23 luglio. Alle prime ore dell’alba i No Tav raggiungono le sedi delle ditte Martina e Italcoge, ditte collaborazioniste sin dalla prima ora nell’allestimento del cantiere/fortino della Maddalena.
Un paio d’ore di blocco, una scritta sull’asfalto, slogan e un paio di azioni dirette hanno caratterizzato la giornata di lotta. Un No Tav si è introdotto nel cortile della ditta danneggiando un mezzo, altri anonimi hanno chiuso con una catena l’ingresso.
Dall’alto della piccola altura che sovrasta il centro storico della città è stato appeso uno striscione gigante “No Tav liberi”.
La marcia è poi proseguita alla volta di Venaus, dove c’è stato un veloce blocco dell’autostrada ed ed è stato issato un grande striscione in solidarietà con i tre No Tav arrestati l’11 luglio con l’accusa di aver partecipato all’azione di sabotaggio al cantiere di Clarea il 14 maggio 2013.
Nelle stesse ore, al tribunale di Torino, si svolgeva l’udienza del Riesame, che il giorno successivo ha confermato la detenzione cautelare in carcere per Francesco, Graziano e Lucio.

notteGiovedì 24 luglio. Giornata di pulizia dei sentieri in Clarea in vista della marcia notturna.
Dopo la consueta assemblea i No Tav raggiungono Giaglione, dove, intorno alle nove e mezza parte la marcia notturna.
Una parte dei No Tav raggiunge il Clarea e fronteggia i poliziotti che bloccano il ponte sino alle undici e mezza, poi si ritirano dopo il sottopasso dell’autostrada, per evitare di restare intrappolati tra le truppe in Clarea e quelle riversate dai blindati al cancello dell’autostrada. Qui più tardi verranno ripetutamente gasati dalla polizia. Il gas si spande anche a Giaglione, dove un presidio No Tav attendeva il ritorno dalla marcia. Un gruppone più grande prende la via dei sentieri alti e riesce a guadare il Clarea nonostante la polizia avesse tolto il ponte di assi. Tra la mezza e l’una e mezza i No Tav offrono uno spettacolo pirotecnico degno di Napoli a Capodanno. Gli uomini e le donne in divisa non gradiscono e sparano lacrimogeni a manetta.
Nel frattempo un altro gruppo di No tav riesce a bloccare l’autostrada in direzione Torino con pneumatici incendiati. I lavori al cantiere vengono bloccati sino alla mattina successiva per ragioni di “ordine pubblico”.
Intorno alle due e mezza tutti ritornano a Giaglione.

Venerdì 25 luglio. Giornata tranquilla, assemblea umida e cena sotto la pioggia battente. Il sindaco apre il salone “8 dicembre” consentendo i due momenti di approfondimento previsti per la serata. Aprono Alfonso e Lorenzo sul nucleare, raccontano dei trasporti di scorie nucleari di ritorno in Italia dopo il riprocessamento a Sellafield e La Hague. In primo piano la costruzione del deposito nazionale delle scorie, la dismissione delle centrali nucleari, nuova frontiera nel business dell’atomo. Si parla dei blocchi dei treni e della necessità di rendere più efficace l’informazione e, quindi, anche le azioni dirette sul territorio. Una questione importante sulla quale bisognerà tornare.
La seconda parte della serata è stata dedicata all’appello di alcuni No Tav tedeschi per giornate di lotta in autunno per l’inaugurazione della nuova sede della BCE a Francoforte.
Un lungo confronto con la partecipazione di tante realtà di lotta europee, dai francesi che si oppongono al nuovo aeroporto di Nostre Dame de Landes, ai catalani di Sants sino a gruppi impegnati nella Patagonia argentina. Difficile la sintesi, perché molti preferivano altri terreni di lotta alla vetrina dei controvertici.

idrante 2Sabato 26 luglio. Il sole accompagna la marcia popolare dei No Tav da Giaglione a Chiomonte: una lunga camminata su per i sentieri alti, per aggirare il blocco della polizia prima del sottopasso sull’autostrada. C’è la gente delle grandi occasioni, famiglie con bambini ed anziani: passare da lì è vietato, ma nessuno si perde d’animo. Tutti anche quest’anno vogliono dimostrare concretamente che la resistenza non si ferma: gli arresti e le accuse di terrorismo non bloccano un popolo deciso a liberarsi dall’occupazione militare.
Un gruppo di over 50, autonominatosi la “Brigata Pannolone”, decide di fronteggiare la polizia in basso. I jersey vengono aggirati, la polizia si ritira sul ponte, dove il gruppone decide di passare la notte. Turi riesce a guadare il fiume sotto il ponte, ad arrampicarsi oltre il filo spinato e a strappare qualche filo in un’azione di sabotaggio simbolico.
Quando le notizie dalla Clarea arrivano a Chiomonte, i No Tav si dirigono al cancello della centrale per una battitura di solidarietà. Dopo una decina di minuti la Digos ordina di muovere il camion cisterna che colpisce i manifestanti con potenti getti d’acqua. La doccia non dissuade i No Tav: la polizia spara lacrimogeni.
Alla notizia che Turi è stato liberato i No Tav tornano nell’area Gravella e riparte la musica.
Molti raggiungono con cibo e vino la Brigata Pannolone che lascerà la Clarea solo alle 10 del mattino successivo.

no-tav-bandiera-terrostatoDomenica 27 luglio. Il campeggio itinerante si conclude con un’assemblea al presidio di Venaus. Il giudizio di chi interviene è sostanzialmente positivo.

Come non essere d’accordo? Una strada nuova è stata aperta, nella consapevolezza che il percorso sarà ancora accidentato ma, se sapremo moltiplicare la nostra presenza in ogni dove, rendere nuovamente ingovernabile questo territorio è possibile. Dipende da noi, da ciascuno di noi, dalla nostra capacità di metterci in gioco, di gettare manciate di sabbia nel motore di chi devasta e militarizza i nostri territori.
Continueremo a mettere i bastoni tra le ruote di chi ha chiuso tra quattro mura nove di noi.
Senza dimenticare mai quelli che non ci sono più, ma hanno contribuito a lastricare la nostra strada di “cattive” intenzioni.

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La forza dell’erba. Un anno di lotta No Tav

erba2Si torna sempre a dicembre.
In questi anni in Valle è venuta tanta gente. La loro stagione è stata l’estate. Ogni autunno tornano a casa a perpetuare la storia della Valle che resiste. Capita di chiedersi quali immagini, memorie portino con se.
La pasta cucinata nel tendone/cucina del campeggio, il fumo dei lacrimogeni e il respiro che si mozza, i canti di lotta e le urla di chi viene pestato, i sentieri di notte, le assemblee, le battiture. Il tempo sospeso della lotta. Vera vacanza, sospensione della quotidianità, rottura dei suoi ritmi, dei suoi riti, dei suoi obblighi.
Linfa preziosa da tenere da parte per l’inverno.
Per chi resta, per chi c’è sempre stato è diverso: le storie troppo raccontate rischiano di logorarsi. Di logorarci.
I nostri nemici ci fanno conto. Fanno conto sulla ripetizione delle stagioni, mentre la talpa continua a bucare la montagna, spargendo veleni, allargando la ferita.
La ferita nella montagna, che il nostro sguardo e la nostra cura hanno reso più che roccia e acqua e alberi, per farne il simbolo della carne viva del nostro movimento.
Un movimento che fatica a sopportare il peso della speranza che ha rappresentato per tanta gente di ogni dove.
Il rischio è l’usura dei sentimenti, anestesia del tempo che trascorre, il ripetersi dei passi già fatti, dei sentieri che conducono là dove la ferita si allarga.
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Califfato di Siria e Iraq e resistenza in Rojava

nuceLa proclamazione del califfato nelle regioni controllate dall’Isis in Siria e Iraq, dopo i successi militari delle formazioni quaediste, rappresenta una sfida per tutti coloro che lottano per costruire un’alternativa alle derive confessionali delle primavere arabe, sottraendosi nel contempo al controllo di Stati Uniti e Russia nell’area.
Il percorso intrapreso dalle popolazioni della Siria nord occidentale, il Rojava, zona abitata da curdi ma anche da altre minoranze, un percorso di democrazia radicale, basato sull’eguaglianza e sull’accesso egualitario alle risorse come ai processi decisionali, offre un modello, che l’Isis cerca di annegare nel sangue.

L’info di Blackout ha intervistato Daniele Pepino, attento osservatore delle lotte nelle diverse zone curde tra Siria, Turchia, Iraq e Iran, che ci ha proposto un’analisi politica e sociale, offrendo nel contempo spunti per lo sviluppo di percorsi di solidarietà internazionale.

E’ stata anche occasione per un commento del documento del Forum degli anarchici del Kurdistan dello scorso 18 giugno, di cui vi proponiamo alcuni stralci.

Ascolta qui la diretta con Daniele

La crisi in Iraq risale al regime di Saddam Hussein ed è proseguita con “l’attuale regime democratico” dopo l’invasione del 2003. Non c’era libertà, né giustizia sociale; nessuna uguaglianza e pochissime opportunità per coloro che erano indipendenti dai partiti al potere.
Oltre alle violenze ed alle discriminazioni contro le donne e la gente comune si è creata una forbice enorme tra i ricchi ed i poveri, con i ricchi sempre più ricchi ed i poveri sempre più poveri.
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Ucraina. Opposti nazionalismi

magia fuoco purificazione esorcismoLa guerra civile nelle regioni orientali dell’Ucraina si sta giocando sulla contrapposizione tra opposti nazionalismi, l’uno con espliciti richiami all’identità ucraina declinata secondo ai canoni tipici dell’estrema destra, l’altro con chiari riferimenti alla resistenza antinazista russa durante la seconda guerra mondiale.
Narrazioni false, utili però a dare forza a legami identitari, che da queste narrazioni traggono la linfa simbolica che giustifica una guerra che si basa su identità escludenti.
In alcuni casi il volersi russi o ucriani non dipende né dalla lingua né dalla cultura, ma da una scelta di campo.
Giacomo, un compagno che fa giornalismo free lance in aree di guerra, ha trovato ospitalità da due giovani ucraini di famiglia e lingua russa, che temono l’autoritarismo putiniano più dei fascisti di Pravi Sector.
Dalla sua testimonianza emerge una realtà più composita e difficile da decodificare di quella presentata dai media main stream italiani.

Ascolta la diretta con Giacomo realizzata dall’info di Blackout

Sullo stesso argomento vale la pena riportare gli stralci più significativi di un articolo di Matteo Tacconi sul Manifesto del 25 giugno:

“Chi sono i ribelli dell’est ucraino? Per Kiev sono ter­ro­ri­sti seces­sio­ni­sti mano­vrati da Mosca, per i media russi forze di auto­di­fesa che resi­stono ai gol­pi­sti della Maj­dan. Defi­ni­zioni sche­ma­ti­che di un uni­verso ben più arti­co­lato. In linea con lo sce­na­rio ucraino nel suo complesso.
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Palestina/Israele. L’intifada e le bombe

palestinaPoco piu’ di un anno e mezzo dopo l’operazione “Pilastro di Difesa”, Israele non si accontenta dell’ondata di raid aerei in corso da diversi giorni, nome in codice “Confine Protettivo”, si prepara ad un attacco di terra nella Striscia di Gaza, dalla quale nel frattempo continuano a piovere razzi per mano dei miliziani di Hamas.
Il governo di Benjamin Netanyahu ha autorizzato il richiamo in servizio di quarantamila riservisti, oltre ai 1.500 gia’ mobilitati. Netanyau ha dichiarato l’intenzione di far pagare

Un prezzo pesante di sicuro e’ gia’ stato pagato: almeno un centinaio di morti e diverse centinaia di feriti. Le vittime sono soprattutto civili.

Se l’escalation militare è ormai un dato di fatto, meno evidente è la dinamica che ridato la parola alle armi.
Vale la pena tornare sul casus belli. L’atroce assassinio di un ragazzo palestinese bruciato vivo da fascisti israeliani, la vendetta per l’omicidio di tre ragazzi israeliani di una scuola confessionale legata alle colonie della Cisgiordania, ha dato il via ad una sorta di terza intifada alle porte di Gerusalemme. A poco è valsa la condanna di Netanyahu e l’arresto di sei presunti responsabili. L’ultima generazione di palestinesi, nata senza prospettive, lontanissima dalla corrotta amministrazione della vecchia OLP, ma estranea alle logiche confessionali di Hamas, per giorni è stata protagonista di una rivolta che rischiava di mettere in difficoltà sia il governo israeliano che Hamas.
La guerra guerreggiata, le bombe, i missili ed un possibile attacco di terra nella Striscia ci restituiscono un panorama in bianco e nero, gradito ad entrambi i contendenti.

Ascolta l’intervista dell’info con Stefano Capello, attento osservatore degli equilibri geopolitici.

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