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La Lega, i fascisti e Grillo

migranti_legaNelle ultime tornate elettorali larghe fette dell’elettorato leghista, frastornato da scandali e ruberie, si sono fatte incantare dalle sirene a Cinque Stelle.
Peppe Grillo lo sa bene. Sa altrettanto bene che la Lega targata Salvini sta recuperando consensi e è diventata polo attrattivo per l’estrema destra, che, non per caso, ha partecipato in massa alla manifestazione contro l’immigrazione clandestina promossa dalla Lega lo scorso 18 ottobre a Milano. La manifestazione del Carroccio, al di là della consueta battaglia dei numeri, ha raccolto notevoli consensi, riempiendo piazza Duomo.
L’isteria securitaria, lungi dal sopirsi, ha ri-trovato rappresentanza nella Lega. Grillo, che sui temi dell’immigrazione ha sempre dato ampio spazio alle tentazioni xenofobe e razziste, ha deciso di accodarsi, nonostante i crescenti malumori nel suo partito rischino di sfociare in ulteriori diaspore.
La Lega, che nonostante il doppiopetto, ha di fatto perseguito in tutta la sua storia politiche tipiche delle formazioni di estrema destra, oggi aspira al ruolo di partito nazionale capace di intercettare la vasta galassia dell’estrema destra, orfana delle tutele berlusconiane.
Ascolta la diretta dell’info di Blackout con un compagno milanese, Massimo Varengo.

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Kobane. Il gioco di potenza tra Stati Uniti e Turchia

kurdistanMartedì 21 ottobre le agenzie battevano la notizia di un accordo tra Stati Uniti e Turchia per l’apertura di un corridoio verso il cantone di Kobane, nel Rojava, la regione siriana abitata prevalentemente da popolazioni di lingua curda, sotto assedio dell’ISIS da 36 giorni.
Apparentemente una svolta. La frontiera turca – lo testimoniano gli osservatori che inviano report da Suruc, la cittadina ad un chilometro e mezzo da Kobane, è rimasta chiusa al passaggio di aiuti, armi e volontari. Ben diversamente dai rifornimenti per l’ISIS che non sono mai cessati.
L’ambiguità della Turchia non meno di quella degli Stati Uniti e dei suoi alleati è sin troppo evidente.
In realtà le formazioni che verrebbero fatte passare sono quelle provenienti dalle regioni del Curdistan iracheno, zona di fatto indipendente sin dal 1990, sotto il controllo del partito di Barzani, molto vicino agli Stati Uniti.
Si chiamerebbero ad intervenire i miliziani che quest’estate si sono ritirati di fronte all’avanzata dell’IS nella piana di Ninive e nelle zone di lingua curda dei Senghal, dove l’IS ha attuato atrocità nei confronti della popolazione civile, dagli stupri di massa alle conversioni forzate degli Yezidi alle crocefissioni dei cristiani.
Solo l’intervento delle milizie provenienti dal Rojava ha posto un argine all’avanzata dell’ISIS, spezzando l’assedio di Senghal.
La mossa del cavallo dell’amministrazione Obama, servirebbe ad aggirare la resistenza del governo Erdogan.
Da questa partita sono esclusi gli uomini e le donne di Kobane che da 36 giorni, nonostante l’incommensurabile disparità di uomini e mezzi stanno resistendo all’avanzata degli uomini del califfo. La loro esperienza di comunalismo libertario è incompatibile con il grande gioco di potenza che Erdogan, gli Stati Uniti, il califfato di Al Baghdadi stanno facendo sulla pelle delle popolazioni locali e di chi lotta, oltre che per la propria vita, per un percorso di libertà che, ancora una volta, racconta che un’altra storia è possibile.

Ascolta l’intervista dell’info di Blackout con Murat Cinar, un torinese di origine turca, da poco tornato dal suo paese.

Sulla partita che si sta giocando nell’area Anarres ha sentito Salvo Vaccaro, docente di filosofia politica all’università di Palermo.
La destabilizzazione perenne delle aree dalle quali gli Europei traggono buona parte dell’approvigionamento energetico può offrirci un’efficace chiave di lettura delle politiche – decisamente poco lineari – degli Stati Uniti. Gli States hanno quasi raggiunto l’autonomia energetica ed hanno tutto l’interesse alla crescita del costo di petrolio e gas.
Un buon modo per tenere corta la catena degli “alleati” europei.

Ascolta l’intervista a Salvo

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Quella notte c’eravamo tutti. Assemblea No Tav a Bussoleno

no-tav-bandiera-terrostatoFolla delle grandi occasioni al Polivalente di Bussoleno. Lunedì 20 il popolo No Tav ha salutato con un lungo, caloroso applauso, i tanti No Tav sotto processo per la resistenza all’imposizione di un’opera inutile e dannosa.
A dicembre potrebbe essere emessa la sentenza per il sabotaggio del 14 maggio 2013 al cantiere di Chiomonte. L’imputazione, nonostante la sentenza della Cassazione abbia smentito tribunale del riesame, è ancora di “attentato con finalità di terrorismo”. L’accusa di terrorismo vale di per se decine di anni: quella di attentato può comunque sfociare in lunghe condanne detentive.
Difficile dubitare che i due PM incaricati, Andrea Padalino e Antonio Rinaudo rinunceranno a chiedere condanne esemplari, perché colpendone quattro sperano di atterrarne migliaia.
A gennaio si concluderà anche il processo per i resistenti della Maddalena del 27 giugno e 3 luglio 2011: per loro Pedrotta e Quaglino hanno chiesto sino a sei anni di reclusione, l’avvocatura dello Stato pretende risarcimenti per un milione, duecentomila e rotti euro.
L’assemblea di Bussoleno, un primo incontro per decidere il programma delle iniziative di solidarietà, ha dato un segnale forte e chiaro. Nessuno verrà lasciato indietro.
Tra le iniziative proposte una giornata di lotta, città per città, il 22 novembre, dopo la requisitoria di Rinaudo e Padalino, un’iniziativa in valle intorno all’8 dicembre, ottavo anniversario della liberazione di Venaus, e, tutta da preparare, un’iniziativa di lotta e solidarietà quando il tribunale si sarà pronunciato.
L’info di Blackout ne ha parlato con Alberto Perino, collegato con la radio dai cancelli della centrale, dove, come ogni mercoledì, c’è stata una colazione di lotta, di fronte all’ingresso dell’area occupata.
Dal 27 giugno 2011, nonostante strada dell’Avanà e il piazzale dell’ormai ex-museo archeologico , siano lontani da un cancello ben cintato, area è occupata militarmente.
Ne abbiamo profittato per commentare la notizia che il presidente del consiglio Matteo Renzi, dopo aver annunciato per giovedì una visita al salone del gusto e al cantiere di Chiomonte, ha fatto nuovamente retromarcia.
Ascolta la diretta

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Torino. La trama un po’ logora dei controvertici

torino 17 ottobreVenerdì 17 ottobre. Lo sciopero della FIOM, gli scontri tra studenti e polizia
Migliaia di metalmeccanici in sciopero attraversano il centro cittadino rispondendo all’appello della maggiore organizzazione del settore.
In piazza Castello, militarizzata in vista del vertice dei ministri del lavoro del Consiglio d’Europa che prenderà avvio nel tardo pomeriggio, sta cominciando il comizio del segretario Landini, quando tra i due e trecento tra studenti e attivisti della sinistra radicale torinese e non, entrano in piazza e spostano le transenne che delimitano la zona vietata. Lanci fittissimi di lacrimogeni rendono irrespirabile l’aria, mentre per una decina di minuti vanno avanti gli scontri. Il bilancio è di sei fermati, a tre dei quali vengono confermati gli arresti, il furgone di un centro sociale sequestrato, alcuni contusi. I video della giornata mostrano un ragazzo bloccato da otto esponenti della Digos, che gli tengono la testa schiacciata in terra con un ginocchio prima di portarlo via in malo modo. Lo studente, nei pochi istanti in cui alza la testa, mostra un volto da bambino. Durante gli scontri Landini incita le migliaia di metalmeccanici che ascoltavano il suo comizio a stare alla larga dai “provocatori”. Parole che suscitano qualche malumore tra i suoi, che però in buona parte assistono senza intervenire agli scontri.
Nel tardo pomeriggio, circa trecento manifestanti fanno un giro che lambisce il centro, per concludersi alla Cavallerizza occupata.

Sabato 18 ottobre. Dal centro alla periferia
Il corteo indetto per la giornata conclusiva della tre giorni parte dal piazzalino antistante il palazzo delle Facoltà Umanistiche quando il vertice del Consiglio d’Europa si è concluso da qualche ora. Nonostante ciò il centro cittadino è completamente militarizzato.
Quando i circa 500 manifestanti arrivano in piazza Castello tutte le strade sono chiuse. Con scelta felice si decide di continuare la manifestazione comunicativa dirigendosi verso il mercato di Porta Palazzo per chiudere al Balon, nel piazzale della Mongolfiera.
Un gruppo di attivisti rumeni, solidali con la lotta delle popolazioni di Rosia Montana contro una miniera d’oro, in piazza Carignano, dove c’è il ministro del lavoro di Bucarest, aprono uno striscione con la scritta “Salvati Rosia Montana”. Al mercato viene letta una lettera aperta ai lavoratori della Fiom, che tenta un’interlocuzione al di là delle parole del segretario Landini, giunto ad accusare i manifestanti di essere al servizio del governo. Una vecchia strategia: chi non è in linea con certa “sinistra” è sicuramente al servizio del governo di turno.
Queste tre lunghe giornate sono il segno del governo Renzi. Nessuna forma di ammortizzazione del conflitto, ma dispiegamento di truppe per militarizzare il territorio e bloccare la contestazione.
Un altro dato sul quale sarà opportuno riflettere è la trama un po’ logora dei controvertici, occasioni forse ghiotte per chi cerca (ed ottiene) visibilità ma difficili da gestire di fronte ad un governo che punta in modo secco sulla repressione. Non solo. L’ingovernabilità diffusa può essere un obiettivo interessante per ri-territorializzare lo scontro con i padroni e il governo, ma deve trovare tempi e ritmi propri, meno prevedibili, meno controllabili, e, soprattutto, maturati nelle assemblee di base, negli spazi di lotta, nei quartieri stretti nella morsa sempre più feroce del controllo.
Il dibattito è aperto.

Qui puoi leggere il volantino distribuito in piazza dagli anarchici della FAT

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Senza servi, niente padroni

barbaraissawagnerovc3a0artRenzi ha calato le sue carte. Carte pesanti che incideranno nel profondo nella carne viva di chi, per vivere, deve lavorare.
Il vertice sul lavoro convocato proprio a Torino – dove i numeri dei disoccupati, dei precari, dei senza casa, dei senza futuro – non sono statistica ma innervano il tessuto sociale, attraversando le vite dei più, è uno schiaffo a mano aperta a tanta parte della nostra città.
Le reti familiari, smagliate e indebolite, non ce la fanno più a reggere il peso della solidarietà sociale, sempre forte, nonostante l’appeal degli slogan del Presidente del consiglio.
Il suo gioco è volgare ma abile. Dopo decenni di erosione di libertà, quei pochi che ancora ne godono possono essere dipinti come “vecchi” privilegiati. Chi è nato precario, chi a trent’anni ha una laurea e risponde al telefono, chi a 29 si ritrova ad essere un apprendista licenziato per sempre, non ha mai conosciuto le tutele dell’articolo 18.
Dopo aver demolito un sistema di garanzie costruito in decenni di lotte – quando l’ammortizzazione del conflitto era l’unico modo per contenere la lotta di classe – oggi il PD targato Renzi, sta chiudendo gli ultimi conti, cercando di contrapporre i figli disoccupati ai padri costretti a lavorare sino alla tomba.
E’ la fine di ogni finzione socialdemocratica. I figli della crisi stanno imparando ad attraversarla, agendo forme di conflitto che provano a di ri-definire un terreno di lotta che getti la questione sociale nel tessuto vivo delle nostre città. Una strada ancora in salita in cui la violenza della polizia si intreccia con la rassegnazione di tanti. Ancora troppi.
IMG_20141018_160823Il movimento di lotta per la casa, i facchini che bloccano i gangli della circolazione delle merci, ultimo nodo materiale, nella smaterializzazione e parcellizzazione delle produzioni e dei contratti, sono i segni – per ora ancora troppo deboli – di un agire che si emancipa dal piano meramente rivendicativo e scende sul terreno della riappropriazione diretta.
La crisi e la macelleria sociale che ci è stata imposta ci offrono possibilità inesperite da lungo tempo, seppellite nelle pieghe della memoria della lotta di classe, dello scontro con la struttura gerarchica della società e della politica.
La perdita irreversibile di un ampio sistema di garanzie e tutele, la fine dello scambio socialdemocratico tra sicurezza e conflitto, potrebbe offrirci nuove possibilità.
La retorica dell’antipolitica, il populismo più becero, la paura del grande complotto, alibi per le destre di ogni dove, comunque si coniughino nella geografia dei giochi parlamentari, seducono sempre meno, mostrando una trama già logora
Il sindacalismo di Stato, la CGIL, la CISL e la UIL, sono nel mirino del rottamantore: quando la repressione prende il posto della concertazione, il grande corpo flaccido del sindacato statalizzato deve rassegnarsi ad una secca perdita di status, pena la fine dei lucrosi spazi di cogestione che gli sono stati regalati negli ultimi vent’anni. Camusso che minaccia lo sciopero generale ma organizza una passeggiata romana, è come il pastore che grida al lupo quando le pecore sono già morte tutte.
Sempre meno lavoratori si rassegnano al recinto del sindacalismo di Stato, saltando lo steccato.
Gli scioperi tardivi della Fiom non devono farci dimenticare che il precariato e il caporalato legale, sono stati sdoganati con gli accordi del 31 luglio 1993 e del 3 luglio 1994. I vent’anni di tabula rasa di diritti e tutele che sono seguiti li hanno sempre visti in prima fila.
Negli ultimi anni abbiamo assistito al moltiplicarsi di reti territoriali, che intrecciano legami solidali nella pratica quotidiana, nella relazione diretta, nella costruzione di percorsi di esodo conflittuale dall’istituito.
La scommessa è costruire nel conflitto, fare dell’esodo, della fuoriuscita dalla morsa delle regole del capitalismo e dello Stato, il punto di forza per l’estendersi delle lotte.
Uno spazio pubblico strappato alla delega democratica, che in alcune occasioni si è creato nelle lotte per la difesa del territorio, è stato laboratorio di idee e proposte radicali. Aumentano coloro che riconoscono l’incompatibilità tra capitalismo e salute, tra capitalismo e futuro, offrendo spazi all’emergere di un immaginario, che mette all’ordine del giorno, come necessità di sopravvivenza, la rottura dell’ordine della merce.
Le lotte contro gli sfratti e per l’occupazione di spazi vuoti spesso non si limitano a cercare di sottrarre alcuni beni al controllo del mercato, ma negano legittimità alla nozione stessa di proprietà privata.
La fine delle tutele apre uno spazio – simbolico e materiale – per riprenderci le nostre vite, sperimentando i modi per garantir(ci) salute, energia, cura degli anziani e dei bambini fuori e contro il recinto statuale. La scommessa è tentare percorsi di autonomia che ci sottraggano al ricatto del “peggio”, ai processi di servitù volontaria (leggi, ad esempio, lavori/tirocini/stage non pagati etc.), alla continua evocazione dell’apocalisse che abbatte chi non segue i diktat della politica nell’epoca del liberismo trionfante, della finanza anomica, della logica del fare per il fare, perché chi fa mette in moto l’economia, fa girare i soldi, “crea” ricchezza.
Sappiamo che questa logica “crea” solo macerie.
Lasciamo che Renzi e i suoi le spalino, noi abbiamo un mondo nuovo nei nostri cuori, nelle nostre teste, nelle nostre braccia.
(Questo il testo della Fai torinese distribuito in piazza il 18 ottobre, nell’ultimo giorno del vertice dei ministri del lavoro del Consiglio d’Europa. In una Torino ancora militarizzata, nonostante il summit al Regio si fosse concluso da qualche ora, hanno sfilato circa 500 persone. La manifestazione, partita dal palazzo delle facoltà umanistiche, è arrivata a piazza Castello per concludersi al Balon, nel piazzale della mongolfiera.)

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Torino. Una notte al CAAT

Crisi: protesta mercati generali Torino, breve stop camionMercoledì 15 ottobre. Nella tarda serata scatta lo sciopero dei facchini di alcune delle 32 cooperative che gestiscono i lavoratori che caricano e scaricano ai mercati generali.
Strada del Portone è l’emblema del nulla metropolitano. Arrivando si superano gli stabilimenti Fiat, silenti di abbandono, si passa davanti all’inceneritore, e ad alcune piccole fabbriche.
In maggio i facchini erano riusciti a strappare una vittoria dopo una lunghissima e durissima notte di lotta. A ottobre è subito chiaro che la musica è cambiata. Lo sciopero nazionale della logistica, nonostante l’ambizione di bloccare tutto per tre giorni annunciata con enfasi qualche giorno prima, a Torino è decisamente in salita. La questura ha a disposizione 1500 uomini in più per fronteggiare la tre giorni di manifestazioni prevista dal 16 al 18. La fila di camionette si allunga a perdita d’occhio. Gli uomini in armi piazzati di fronte ai propri mezzi sono circa 500. I facchini e i solidali sono la metà. Il Si. Cobas annuncia che la gran parte dei lavoratori è rimasta a casa, in sciopero. Di fatto, a rendere reale lo sciopero, cercando di bloccare i mezzi ci sono ben pochi facchini.
La determinazione allo scopo è tuttavia molto forte. A più riprese lavoratori e solidali tentano di bloccare i mezzi in arrivo. La polizia risponde con cariche molto dure. Un facchino colpito all’inguine viene portato via dall’ambulanza. Un paio di volte per breve tempo qualche mezzo viene intercettato alla rotonda prima dei cancelli di ingresso. Intorno alle quattro e mezza, un padroncino, dopo un alterco verbale con i manifestanti, muore d’infarto. La stampa main stream strumentalizza immediatamente l’episodio, la polizia porta via ammanettate quattro persone per sentirle in quanto testimoni: verranno tutti denunciati per oltraggio a pubblico ufficiale. Gli ultimi rimasti sul piazzale vengono identificati e trattenuti a lungo mentre l’alba comincia a bucare la notte.
Le lotte nella logistica, il sistema linfatico che garantisce le grandi catene di distribuzione, hanno spesso messo in difficoltà i padroni e i gestori delle cooperative/caporali che gli mettono a disposizione la manodopera a basso costo e spesso anche in nero. Le lotte di maggio erano state la campana d’allarme che anche a Torino, il tam tam delle lotte avesse portato sapori di rivolta. Nella notte del CAAT la questura di Torino ha calato le sue carte. Carte pesanti.

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17 ottobre – Gentrification, militarizzazione, buoni affari… La Torino globale del PD

13BVenerdì 17 ottobre
ore 21
corso Palermo 46
incontro su

Gentrification, militarizzazione, buoni affari…
La Torino globale del PD

video “Gentrification a Berlino”

Interventi di:
Simone Ruini – i processi di gentrificazione – urbanistica e questione sociale
Matteo Barale – militarizzazione dei quartieri, la gentrificazione a San Salvario e Barriera, il ruolo delle fondazioni e dell’Urban Center -gentrification2-218x300 color
Walter Modonesi – il piano regolatore di Torino compie vent’anni – dalla città dell’auto al baraccone “always on the move” tra sport, arte, cibo –
Urbanisti ed architetti che ci racconteranno della nostra città e delle macerie dietro alla vetrina della stimata coppia Chiamparino/Fassino. Una vetrina da spezzare.
Costruiamo la città solidale, prendiamoci gli spazi per vivere, ballare, giocare, far crescere i bimbi, fare le cose che ci servono, senza padroni né governi.

Per un assaggio delle tematiche che verranno affrontate ascolta le interviste realizzate da Anarres con due degli architetti e urbanisti che interverranno alla serata.

 Simone Ruini 

Walter Modonesi

…e l’approfondimento realizzato con Gian Maria Valent, ricercatore all’università di Padova ed autore di una ricerca sulla gentrificazione delle città colpite da catastrofi. Il focus è principalmente sull’Aquila.

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Venerdì 17 – tra le 11,45 e le 13,45 – durante anarres – Matteo e Simone saranno ospiti della trasmissione per presentare l’iniziativa.

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Torino. Manganellate preventive

Antinazi-antifa-graffitiMercoledì 15 ottobre. All’angolo tra corso Giulio Cesare e corso Emilia ci sono una trentina di persone. I primi arrivati per un giro antifascista che dovrebbe attraversare il quartiere in risposta alla marcia convocata da “Fratelli d’Italia” contro il “degrado” del quartiere.
Scintilla dell’ennesima iniziativa dei fascisti contro occupanti di case, poveri e disoccupati una vetrina spaccata e una scritta al LIDL di via Aosta, dove qualche giorno prima, i guardioni avevano pestato qualcuno sorpreso a rubare. In quel discount, frequentato solo da poveri, è una prassi normale. Ti pesco con un pezzo di formaggio non pagato? Calci e pugni. Anche in faccia, così resta il segno.
Patrizia Alessi, l’esponente di Fratelli d’Italia, consigliere di circoscrizione è ancora una volta la protagonista di una crociata contro i poveri.
I fascisti si sono dati appuntamento a Ponte Mosca, circa duecento metri più in su del presidio antifa, ma, alle 19 non c’è ancora nessuno.
A sorpresa la polizia arriva di corsa con i blindati: quelli dell’antisommossa si allacciano il casco e prendono il manganello mentre stanno già correndo. Una parte degli antifascisti viene sospinta contro un’edicola, gli altri si radunano dall’altro lato del corso e, in solidarietà con i fermati, attuano un blocco. Nuova carica che obbliga gli antifascisti a raccogliersi più in giù, nei pressi di via Alessandria.
Dopo quasi un’ora la polizia lascia andare i compagni bloccati all’edicola, che raggiungono gli altri. Più tardi gli antifascisti faranno un breve giro nel quartiere, dove le luci blu dei lampeggianti sono ovunque. I fascisti non li ha visti nessuno.
Sotto il porticato dell’edificio all’angolo , l’anziana senza tetto che ci dorme sta raccogliendo le borse di plastica con le sue poche cose. Forse non sa di essere nel mirino di Patrizia Alessi. L’esponente di FdL si batte da mesi per cacciare lei e gli altri senza casa verso un angolo più buio, dove la miseria non offenda nessuno.

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Kobane anche a Torino

01 to rojavaUomini, donne, tanti bambini. Tanta parte della comunità curda a Torino, quasi sempre invisibili, scambiati per turchi, nella eterna finzione kemalista che annulla la lingua e l’identità curda nella definizione annichilente di “turchi di montagna”, si è ritrovata in piazza Castello.
Nel trentesimo giorno dell’assedio di Kobane era arrivata un piccola buona notizia: la bandiera dell’Isis era stata strappata dalla collina conquistata dalle truppe del califfo.
Le frontiere con la Turchia sono serrate. Le truppe di Erdogan chiudono in una morsa il valico di Suruc, per impedire il passaggio di armi, aiuti, volontari.2014 10 14 foto rojava torino 005
Alcune centinaia di profughi, chiusi in uno stadio, sono stati gasati per aver protestato, ed una sessantina è stata deportata a Kobane, in zona di guerra.
In piazza Castello tanti sono gli slogan contro Erdogan e la chiusura delle frontiere. “Erdogan terrorista” è il più gettonato.
Lo striscione di apertura porta la scritta “Ovunque Kobane, ovunque resistenza”.
La lotta della piccola città che resiste è diventata un’urgenza per chiunque abbia a cuore la possibilità che l’esperimento libertario del Rojava ha aperto.
05 to rojavaL’Isis, Daesh come la chiamano i curdi, non per caso vuole massacrare e ridurre in schiavitù gli abitanti.
Quello che è stato costruito a Kobane e nel Rojava è la dimostrazione che esiste una possibilità di creare relazioni politiche e, in parte, anche sociali, laiche, libertarie, solidali. Non è l’anarchia, ma certo non è poco.
In piazza colpisce la straordinaria serietà dei bambini che portano un cartello, fanno la V con le dita, salutano. Alcune bambine e ragazze portano uno striscione in solidarietà con le donne che combattono a Kobane, le YPJ.02 rojava to

Nei tanti interventi la consapevolezza che in quell’angolo a cavallo tra tante frontiere sta capitando qualcosa che ci riguarda tutti.
Il presidio si trasforma in corteo, attraversando la centralissima via Po per raggiungere la RAI, sostarvi a lungo e poi tornare in piazza per una danza collettiva, un affermazione di vita contro le armate feroci del califfo.

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Alluvione. Rassegnarsi o cambiare rotta?

fangoLe alluvioni, come quella di Genova, sono diventate normali. Secondo Luca Mercalli, noto metereologo, dovremo imparare a conviverci. Sono trascorsi quasi cinquant’anni dalla disastrosa alluvione di Firenze ma, con preocupante ridursi degli intervalli, eventi disastrosi si moltiplicano. Le cause sono sempre le stesse, ma più gravi. Dissesto idrogeologico, causato da cementificazione selvaggia, mancata manutenzione degli alvei dei fiumi, mutamenti climatici almeno in parte innescati dalla follia delle attività produttive.
Senza futuro. Era un logan del movimento punk, è divenuto l’orizzonte limitato di una classe politica che non bada neppure più al proprio domani, preoccupata dall’arraffare tutto e subito.
Il governo profitta dell’occasione per rilanciare lo “sblocca Italia”, che renderà ancora più sciolte le briglie del motore delle grandi opere, moltiplicando le colate di cemento, senza alcun intervento reale sul territorio.
Secondo Mercalli occorre puntare sull’educazione, perché la gente delle zone a rischio, sappia tutelarsi, riducendo le vittime. Ma per città come Genova non ci sarebbe più nulla da fare. Se non demolire buona parte della città. Una prospettiva tanto drastica da elidere ogni prospettiva di azione. Certo, ben poco avrebbe potuto fare quell’argine in più che i pasticci nelle gare d’appalto hanno lasciato nelle scartoffie della Regione, tuttavia, una diversa cultura del territorio, una più spiccata attitudine della popolazione a prendersi cura dell’ambiente in cui vive, potrebbero dar vita ad una riflessione ed una pratica collettive capaci di innescare un processo virtuoso, capace di arrestare e, chi sa?, invertire la marcia del motore impazzito che ci governa.
Una faccenda tanto semplice da divenire rivoluzionaria. Una prospettiva lontana? Forse no. Le gente che a Genova, nel novese e a Parma, senza aspettare lo Stato, si è rimboccata la maniche ed ha cominciato a spalare, è indice di una coscienza civile, la cui moralità non è iscrivibile in percorsi istituzionali. A Genova alcuni di questi “angeli del fango” hanno provocato l’intervento dell’antisommossa, quando si sono permessi di chiedere ai poliziotti di sporcarsi le divise, per fare, almeno una volta, un lavoro utile.
La vita cova sotto le ceneri della rassegnazione.

Ascolta la diretta dell’info di Blackout con Luca Mercalli

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Ovunque è Kobane, ovunque è resistenza. Diretta dalla Turchia

Syrian Kurds Fleeing The Islamic State Militants Cross Into TurkeyPresidio solidale con la resistenza del Rojava martedì 14 ottobre
ore 18
in piazza Castello a Torino

Da più di due anni il popolo del Rojava – regione a maggioranza curda nel nord della Siria – ha liberato il proprio territorio sperimentando una vera e propria rivoluzione sociale, fondata sulla partecipazione dal basso, l’uguaglianza tra uomini e donne e il rispetto dell’ambiente.
Proprio in queste ore, la “confederazione democratica” del Rojava è sotto attacco.
Le sue milizie di difesa del popolo (YPG) e delle donne (YPJ), con l’aiuto dei guerriglieri del PKK, stanno combattendo – in particolare nel cantone di Kobane – un’eroica e disperata resistenza contro i tagliagole dello “Stato islamico”.
L’autogoverno del Rojava sta dimostrando sul campo la possibilità di un’ alternativa alla balcanizzazione del Medio oriente, alla guerra fratricida, alla rapina delle risorse…
Proprio per questo si trova isolato, censurato, strangolato, dalla politica ipocrita di tutte le forze statali e capitaliste (Turchia in testa), che sostengono di fatto l’avanzata dell’I.S., mentre pubblicamente fingono di opporvisi.
Proprio per questo, in ogni dove c’è chi sta riconoscendo come propria la resistenza degli uomini e delle donne di Rojava!
Spezziamo l’isolamento!
Sosteniamo la resistenza del Rojava!

Questo l’appello per un primo momento di azione solidale con gli uomini e le donne del Rojava.

Anarres si è collegata con Murat Cinar in Turchia.

Con Murat abbiamo fatto il punto sulla rivolta sociale in Turchia, dove cresce l’opposizione alla politica di Erdogan, che ha murato la frontiera con la Siria, impedendo il passaggio sia di aiuti per la popolazione, sia di armi e volontari pronti a unirsi alle miliziani e alle miliziane delle YPG/YPJ, che resistono con armi leggere all’artiglieria e alle armi pesanti dell’ISIS.
Ai tagliagole dello “Stato islamico” è stato delegato il compito di far piazza pulita di un’anomalia libertaria, che potrebbe contaminare altri territori, mostrando la possibilità concreta di una pratica politica federalista, oltre il filo spinato degli Stati nazione. L’Isis è stata (ed è ancora) sostenuta da chi oggi l’addita come male da combattere, ma non fa nulla per evitare il massacro.
La jahad del califfo oggi impensierisce chi l’ha finanziata, armata, sostenuta, ma in Rojava è il cane da guardia del (dis)ordine imperiale.
Per due anni il governo turco ha permesso alla mafia locale di far passare armi e combattenti in Siria.
Erdogan da giorni dichiara che Kobane è perduta, che non ci sono più bambini o anziani in città. Mente.
Meno ipocrite sono le dichiarazioni che pongono sullo stesso piano l’ISIS, e le YPG/YPJ, considerate entrambe organizzazioni terroriste.

Negli ultimi giorni le rivolta sta divampando in Turchia, dove negli scontri ci sono stati 28 morti, uccisi sia dalla polizia sia dalla destra ultranazionalista turca, come dagli islamisti curdi delle formazioni finanziate e sostenute dai servizi segreti turchi.
Il governo Erdogan, che pure era riuscito a farsi eleggere per il terzo mandato, nonostante la rivolta di Ghezi Park e le accuse di corruzione che avevano investito il suo partito, oggi rischia grosso.

Molto forte è l’opposizione popolare ad una guerra in Siria, mentre cresce la solidarietà – non solo tra i curdi – con la resistenza in Rojava.

Martedì 14 ottobre Murat si collegherà con piazza Castello a Torino, per un aggiornamento sulla situazione.

Ascolta la diretta di oggi

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Ebola e Big Pharma

nuvola mentaleL’eruzione epidemica del virus Ebola nell’Africa occidentale dimostra che la salute non può dipendere dalle leggi del mercato e dalle big pharma.

Il modello di sviluppo statale e capitalista non solo non garantisce più i livelli di consumo e sicurezza  sbandierati durante la guerra fredda, ma non è neppure in grado di prevenire e controllare epidemie globali letali.

Gli Stati Uniti hanno deciso l’invio di un contingente militare, per tenere sotto controllo gli abitanti della Liberia, la loro (ex)colonia.

Ne abbiamo parlato con Ennio Carbone, immunologo e ricercatore all’università della Magna Grecia a Catanzaro, professore ospite all’ateneo di Stoccolma.

Ascolta la diretta

Di seguito un articolo di Ennio Carbone, uscito sull’ultimo numero del settimanale Umanità Nova.
Continued…

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Turchia in fiamme. La rivolta per il Rojava

dyarbakirNel fine settimana si erano già intensificate in Turchia le manifestazioni in solidarietà con la popolazione di Kobanê; ma da lunedì scorso, mentre le forze dello Stato Islamico iniziavano a penetrare nella città assediata, le proteste si sono diffuse in molte città turche con l’obiettivo di estendere la resistenza di Kobanê. Le manifestazioni hanno quindi assunto un carattere antigovernativo, contro il governo AKP che continua a sostenere e proteggere l’ISIS, bloccando al confine il passaggio di profughi verso la Turchia e il passaggio di aiuti verso Kobanê. Chi parla di proteste per sollecitare l’intervento turco a Kobanê distorce la realtà dei fatti. Infatti con lo slogan “Kobanê è ovunque, ovunque è resistenza!” è iniziata una vera e propria rivolta con lo scopo di estendere la resistenza anche in Turchia, innanzitutto contro il governo di Erdoğan che protegge lo Stato Islamico.

I media italiani non hanno dato quasi nessuna copertura a queste proteste, limitandosi a fornire il tragico conto dei morti, che solo nelle giornate di martedì e mercoledì sembrano essere più di venti.

Molti di questi sono stati usccisi dalla polizia, colpiti da candelotti lacrimogeni o dai proiettili mortali sparati sulla folla dalle forze di sicurezza in alcune città. Infatti la polizia che già nei giorni precedenti aveva impiegato contro i manifestanti la violenza più brutale, cercando di sciogliere ogni genere di manifestazione, da lunedì sta attaccando con ancora più violenza i dimostranti, con l’uso di lacrimogeni, idranti, proiettili sia di gomma che mortali.

Una parte dei morti è rimasta uccisa in seguito ad attacchi di “civili armati” contro i dimostranti e negli scontri che sono spesso seguiti a queste aggressioni. Tra i responsabili di alcuni di questi attacchi armati contro i manifestanti, in particolare a Diyarbakır, ci sarebbero militanti dell’Hüda-Par, partito islamico legato all’organizzazione sunnita radicale Hizbullah (da non confondersi con il partito sciita libanese Hezbollah) presente nel Kurdistan turco. In effetti anche in molte altre città della Turchia e pure ad Istanbul islamisti armati hanno attaccato o provocato le manifestazioni in sostegno a Kobanê, affiancando talvolta la polizia. In piazza è scesa anche la destra ultranazionalista attaccando, ad Istanbul ed in altre città, le sedi del partito curdo BDP.

La partecipazione alle proteste di questi giorni, nonostante la dura repressione, è stata ampia e numerosa, riuscendo a riunire forze molto diverse. Erano presenti in piazza partiti e movimenti curdi, gruppi che supportano i profughi e organizzano la solidarietà con la popolazione di Kobanê, gruppi e partiti della sinistra rivoluzionaria turca che da anni sostiene le lotte del popolo curdo, gruppi anarchici, organizzazioni di donne e anche alcune organizzazioni della sinistra repubblicana. Ma soprattutto nelle piazze si sono viste tante persone che senza appartenere a nessun gruppo o partito si univano alle proteste, soprattutto molti curdi. Mentre le proteste si sono estese in decine di città turche migliaia di persone si sono dirette da tutta la Turchia verso il confine, in particolare nei pressi della cittadina turca Suruç a poco più di dieci kilometri da Kobanê. Sul confine infatti dalle scorse settimane sono presenti molti solidali praticando l’azione diretta che si frappongono tra le forze di sicurezza turche ed i profughi, che aprono varchi nelle recinzioni sul confine per far passare i profughi e gli aiuti, che organizzano sia sul confine che nel territorio del Rojava, veri e propri gruppi di “scudo umano” per difendere le popolazioni di Kobanê in fuga. Centinaia di persone sono impegnate in queste azioni, e tra loro, assieme ad altri gruppi della sinistra rivoluzionaria turca, ci sono anche molti anarchici, tra cui il gruppo DAF (Devrimci Anarşist Faaliyet).

In questa situazione il governo di Erdoğan potrebbe trovarsi in difficoltà. Le proteste nelle città curde della Turchia sono arrivate ad un livello di scontro molto elevato. Sono state assaltate sedi dell’AKP, abitazioni di governatori e sindaci, palazzi istituzionali, scuole, inoltre sono state bruciate bandiere turche ed in alcune città sono state danneggiate o distrutte statue di Atatürk. In ben 6 province orientali tra cui Diyarbakır, la principale città del Kurdistan turco, è stato imposto il coprifuoco e l’esercito è schierato nelle strade delle città con mezzi blindati, carri armati e truppe. Provvedimenti d’emergenza di così ampia portata non si vedevano dall’inizio degli anni ’90. Oggi ci sono anche state le dure dichiarazioni di Kemal Kılıçdaroğlu, leader del CHP, il principale partito di opposizione, nazionalista e repubblicano “kemalista”, autoritario e laico. Il leader del CHP ha infatti ammonito Erdoğan, invitandolo a cambiare la linea del governo in politica estera, affermando che “crede che l’esercito non voglia intervenire in Siria”. Kılıçdaroğlu ha affermato che la Turchia non dovrebbe intervenire militarmente ma fornire alla popolazione di Kobanê assistenza umanitaria. Inoltre ha chiesto a chi sta protestando in questi giorni di rispettare i simboli nazionali della Turchia.

Dai fatti di questi giorni emerge il carattere politico della battaglia in atto a Kobanê. Erdoğan sperava in una rapida disfatta dei curdi a Kobanê per entrare in Siria da “liberatore” e stabilire lungo il confine una fascia militarizzata di 25 km in territorio siriano. Questo non solo avrebbe cancellato per i curdi ogni possibilità di autonomia nell’organizzazione sociale e nella difesa, ma avrebbe aperto una nuova fase di oppressione e dipendenza. Ma la resistenza di Kobanê non si è arresa, anzi si è estesa a tutta la Turchia, un’estensione del conflitto che ha assunto un chiaro carattere politico e che fa pensare che con un’eventuale caduta di Kobanê nelle mani dello Stato Islamico la situazione in Turchia potrebbe davvero precipitare. Probabilmente è anche questo possibile scenario che ha spinto gli USA a intervenire nella giornata di mercoledì con alcuni bombardamenti contro l’ISIS nella zona di Kobanê. La situazione è in continua evoluzione ed è difficile capire quali saranno gli sviluppi. Certo è che la resistenza continua, a Kobanê ed ovunque.

Ascolta la diretta di Blackout con Dario, un compagno che seguendo ora dopo ora lo svolgersi degli avvenimenti

Di seguito il comunicato degli anarchici del DEF dal confine turco/siriano:
“I nostri Compagni nel villaggio di Boydê riportano:
“È il ventiquattresimo giorno di attacchi dell’ISIS contro Kobanê. Mentre le forze che difendono la popolazione in ogni villaggio di confine sono gli “scudi umani” che fanno da sentinelle conro gli attacchi dell’ISIS, tutti, ovunque nella regione in cui viviamo, si sono sollevati per non lasciar cadere Kobanê. Abbiamo partecipato allo scudo umano/sentinella per circa tre settimane nel villaggio di Boydê a ovest di Kobanê.
Negli ultimi due giorni, le esplosioni ed i rumori degli scontri si sono intensificati nei distretti periferici e nel centro cittadino. In questo periodo di intensi scontri, le forze militari hanno aumentato i propri attacchi contro gli scudi umani/sentinelle presso i villaggi di confine. Continued…

Posted in Inform/Azioni, internazionale.

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Unioni omosessuali. Il pomodoro schiacciato

alfanoIl ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha annunciato l’invio di una circolare ai prefetti, affinché invitino formalmente i sindaci a cancellare le trascrizioni delle nozze gay contratte all’estero, ed è subito rivolta tra i primi cittadini: da Bologna a Napoli, da Roma a Grosseto, i sindaci non ci stanno e invitano alla disobbedienza. La maggioranza di governo si spacca, fra Ncd che sostiene Alfano e Pd e Sel che lo invitano a lasciar fare al Parlamento.
In realtà non si tratta che di propaganda.
Nel nostro paese due persone dello stesso sesso non si possono sposare, l’iscrizione in un registro delle nozze contratte all’estero, non da alcun diritto, è solo un atto simbolico.
La mossa di Alfano è un passo per mantenere la presa sull’elettorato cattolico più conservatore, che è il maggior serbatoio di voti del Nuovo Centro Destra, il partito nato dalla costola di Silvio Berlusconi, ma sedotto dalla mela di Matteo Renzi.
La partita sul matrimonio dimostra quanto profondamente sia permeata dall’influenza della Chiesa Cattolica la politica istituzionale. Oggi più che ai tempi della Democrazia Cristiana, la Chiesa pianta i propri denti nella carne viva delle relazioni sociali, senza alcuna opposizione reale.
Se la Democrazia Cristiana fosse stata un pomodoro, la sua fine è un pomodoro schiacciato che ha sparso ovunque i suoi semi, facendo crescere ovunque la propria malapianta.
Il Partito Democratico aveva promesso durante la campagna elettorale il registro delle unioni civili per tutt*. L’alleanza con il NCD di Alfano ha mandato in soffitta ogni possibile percorso in tale direzione.
D’altra parte sono trascorsi circa 25 anni da quando un Massimo D’Alema al centro dell’agone politico aprì un’interlocuzione con il fondatore del Movimento per la vita Carlo Casini, esponente di punta dell’oltranzismo cattolico. L’assunto di D’Alema era che i valori cattolici hanno un fondamento universale e sono alla base dei valori costituenti della nostra civiltà. Più che un assist all’avversario, un buovo matrimonio di interessi, che ha dato uno stop all’impetuoso processo di laicizzazione delle istituzioni, innescato dalle lotte di libertà di donne e omosessuali.
Il fatto che nella concretezza delle relazioni umane la “morale” cattolica sia divenuta una moneta fuori corso spiega le “aperture” di Bergoglio nei confronti di divorziati e coppie di fatto. Nessuna modifica dottrinale ma un atteggiamento di paterna comprensione è la cifra di un papa che ha rinfoderato la spada di Ratzinger per riuscire a recuperare il terreno perduto.

Ne abbiamo parlato con Maurizio del circolo GLBTQ Maurice, che, sebbene schierato per la libertà degli affetti, sostiene che il divieto che investe le persone il cui orientamento sessuale non è conforme alla norma eterosessuale, è a tal punto segno di discriminazione, che il riconoscimento delle unioni omosessuali diviene un tassello di una battaglia di libertà. Una battaglia il cui approdo finale non può che essere l’abolizione dei lacci coniugali per tutt*, eterosessuali compresi.

Ne è scaturita una discussione a tutto campo. Ascolta la diretta dell’info di blackout con Maurizio

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No Tav. 200 anni di carcere: il prezzo della resistenza

no_tav_27 giugnoIl processo contro 53 No Tav alla sbarra per l’opposizione allo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, il 27 giugno 2011 e per la giornata di assedio alla zona occupata del 3 luglio, si sta avviando alla conclusione.
I due PM con l’elmetto, Rinaudo e Padalino, troppo esposti mediaticamente, sono stati rimossi dal pool della Procura, ma Pedrotta e Quaglino, le due PM che li hanno sostituiti nella requisitoria finale, hanno mantenuto sia lo stile che la sostanza dei due colleghi più noti.
La tesi della Procura è stata ribadita sin dall’incipit della requisitoria da Emanuela Pedrotta, che ha sostenuto che le ragioni degli oppositori all’opera non avessero attinenza con il Processo. Un’affermazione dal sapore paradossale di fronte ad un processo svoltosi nell’aula che era stata la cornice dei rituali giudiziari contro le formazioni armate degli anni Settanta e contro la mafia. Un processo affidato ad um giudice, Bosio, sull’orlo della pensione, che ha imposto 70 udienze in un anno, mettendo a repentaglio i diritti delle difese, obbligate a maratone durissime. Inevitabile il paragone con il processo all’ndrangheta, rimasto per 10 anni nel cassetto del PM Antonio Rinaudo. Un nome a caso, ovviamente.
L’esibizione di Pedrotta e Quaglino è finita a porte chiuse. Tutto il pubblico e alcuni imputati sono stati espulsi. La manifestazione di spontanea indignazione per le affermazioni del PM, che ha parlato di istinti primordiali che si sarebbero scatenati di fronte alle divise, ha suscitato le proteste indignate del pubblico. Bosio ne ha decretato l’espulsione. Sono stati buttati fuori sino alla sentenza anche tre No Tav che hanno letto un comunicato durante la requisitoria.
Il pubblico ha avuto il Daspo anche per la prossima udienza nella quale andranno in scena le parti civili.
Dopo sette ore Quaglino e Pedrotta hanno chiesto 194 anni di reclusione. Le richieste dei PM vanno da un minimo di sei mesi ad un massimo di sei anni.

L’info di Blackout ne ha parlato con Tobia, uno dei 53 No Tav alla sbarra. Tobia ha meticolosamente ricostruito i passaggi salienti della ricostruzione proposta dai Pubblici Ministeri.

Ascolta la diretta

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