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Spagna. Tra ley mordaza e arresti per terrorismo

Cabecera-de-la-manifestacion-e_54421507034_54028874188_960_639Bar­cel­lona. Il 15 dicembre i «Mos­sos d’Esquadra», il corpo di poli­zia della regione auto­noma cata­lana, hanno arre­stato 11 anarchici con l’accusa di appar­te­nere a un’organizzazione con fina­lità ter­ro­ri­sti­che «cui si attri­bui­scono diversi atten­tati con mate­riale esplo­sivo», rea­liz­zati tra il 2012 e il 2013 contro ban­co­mat di isti­tuti di cre­dito italiani.
L’operazione, ordi­nata dall’Audiencia Nacio­nal, il tri­bu­nale nazio­nale, è stata effet­tuata simul­ta­nea­mente in diversi paesi della Cata­lo­gna e nella comu­nità di Madrid per un totale di 14 arre­sti.
Gli arre­sti di Bar­cel­lona, scat­tati già all’alba sono stati effettuati in abitazioni private e nella casa occu­pata Kasa de la Mun­ta­nya nel “bar­rio” Vila de Grà­cia, l’Ateneu Lli­ber­tari di Sant Andreu e e quello di Poble Sec a Sants-Montjuïc.
La Kasa de la Muntanya è stata circondata da 300 poliziotti in assetto antisommossa coadiuvati dall’alto da un elicottero. Il tutto per un posto dove vivevano circa 20 persone.
Un dispiegamento di forze eccezionale, come speciale è l’accusa di terrorismo per una serie di azioni di danneggiamento di cose. Un’operazione analoga a quella dello scorso anno in cui vennero accusati di terrorismo cinque anarchici di diverse nazionalità, tra le cui imprese è stato annoverato il danneggiamento di un paio di panche di una chiesa vuota.

L’accentuarsi della pressione disciplinare dello Stato spagnolo è confermata dall’approvazione nella stassa settimana della ley organica de securidad ciudadana, detta “ley mordaza”, legge bavaglio, legge museruola, perché limita in modo drastico la libertà di manifestare e persino la satira del potere. Tra le norme approvate qualla che punisce si veste da poliziotto: una legge contro il carnevale. E’ vietato persino fotografarli i poliziotti: se capita di filmarne uno mentre a picchia un manifestante inerme, nei guai ci finisce chi fa le riprese non chi usa il manganello.
Non si possono fare slogan irridenti né affiggere manifesti di satira.
Durissima la repressione delle manifestazioni non autorizzate: dagli artisti di strada alle acampadas degli indignados.
E’ diventata pericolosa persino la disattenzione: se venite pescati senza documenti rischiate sino a trentamila euro di multa. Già, le multe. Tutte salatissime, per imbrigliare ogni manifestazione pubblica che non abbia ricevuto il sigillo dell’autorità costituita.
Sono state introdotte 45 nuove infrazioni divise tra molto gravi (con sanzioni dai 30 mila ai 600 mila euro), gravi (da 600 a 30 mila euro) e lievi (da 100 a 600 euro).
Tra le norme più gravi qualla che prevede il rimpatrio immediato di cerca di bucare la frontiera nelle enclavi spagnole in Marocco di Ceuta e Melilla. Questa norma contravviene alle normative comunitarie che vietano i rimpatri collettivi, ma è entrata nel pacchetto ed è stata approvata dalle Cortes.

In un paese, dove persino Amnesty ha dennciato il moltiplicarsi degli abusi e le violenze della polizia nei confronti di manifestanti e videoattivisti, questa legge da piena copertura alla polizia e, insieme limita fortemente la libertà di manifestare.

L’Europa delle polizie è il segno di un potere, che non vuole più ammortizzare il conflitto ma preferisce la repressione più dura.
La democrazia mostra i denti quando finisce le carote.

L’info di radio Blackout ne ha parlato con Claudio Venza, docente di storia contemporanea all’Università di Trieste.

Ascolta l’intervista

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Turchia. Arresti eccellenti

erdogan-in-versione-imperatore-ottomano-615619_tn31 arresti in 13 città turche. L’accusa? Aver cercato di rovesciare il sistema democratico del paese, costruendo prove false contro il presidente Erdogan e il suo partito, ed effettuando intercettazioni telefoniche illegali.
Nel mirino: giornalisti, sceneggiatori e produttori dei telefilm e alcuni poliziotti.
Cosi si nasconde dietro l’ultima operazione repressiva del governo turco?

Ascolta l’intervista dell’info di radio Blackout con Murat Cinar, giornalista indipendente turco.

Il testo che segue è liberamente ispirato un suo articolo sull’operazione
Continued…

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No Tav. Cade l’accusa di terrorismo, tre anni e mezzo per il sabotaggio

125433399-03843555-000b-4ec6-aefc-9115c445b224Oggi nell’aula bunker del carcere delle Vallette è stata pronunciata la sentenza al processo ai quattro No Tav accusati di terrorismo, per un sabotaggio al cantiere di Chiomonte della notte del 14 maggio 2014.
L’accusa di terrorismo è caduta. I quattro, che in aula avevano rivendicato l’azione, sono stati assolti dall’accusa di attentato con finalità di terrorismo. Sono stati condannati a tre anni e mezzo di reclusione per detenzione di armi da guerra, danneggiamento e incendio, resistenza a pubblico ufficiale.
Sono state rigettate integralmente le richieste risarcitorie delle parti civili, il governo e il Sap, il sindacato di polizia di estrema destra, che lamentavano un danno all’immagine.

Il movimento No Tav nell’anno intercorso dall’arresto di Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò ha in varie occasioni ribadito che il processo ai quattro No Tav è un processo al movimento nel suo insieme, che ha fatto propria la pratica del sabotaggio non violento.
Centinaia sono state le iniziative di informazione e lotta attuate dai No tav in Val di Susa, a Torino e in tutta la penisola.
I due PM al processo Andrea Padalino e Antonio Rinaudo hanno continuato a sostenere l’accusa di terrorismo, nonostante un pronunciamento in senso inverso della Cassazione: oggi sono stati clamorosamente smentiti.
Il cardine dell’accusa era l’articolo 270 sexies, che definisce la “finalità di terroriamo” indicata negli articoli 280 e 280 bis che i due PM torinesi avrebbero voluto applicare ai quattro No Tav e ad altri tre arrestati a luglio per lo stesso episodio ma accusati di terrorismo solo lo scorso 9 dicembre. A gennaio il tribunale del riesame avrà sul tavolo della sentenza di oggi.

Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò sono in carcere da oltre un anno, rinchiusi in regime di alta sicurezza, spesso isolati, lontani dai propri compagni ed affetti, la corrispondenza sottoposta a censura.

In queste settimane numerose sono state le iniziative di solidarietà concreta con gli attivisti sotto accusa:dalle migliaia di No tav che hanno dato vita alla fiaccolata delo 7 dicembre a Susa, sino ai blocchi stradali e ferroviari dell’8 dicembre, per giungere ai blocchi di treni a Roma, Vercelli, Trento.  In tarda mattinata, dopo la sentenza, la A32 è stata brevemente bloccata da un gruppo di No Tav.

Il movimento No Tav si è dato appuntamento alle 17,30 nella piazza del mercato di Bussoleno, per una prima risposta alla sentenza.
La valle è blindata da questa mattina, numerosi sono i posti di blocco sulle statali e l’autostrada, il dispositivo di sicurezza intorno al cantiere è stato rafforzato.

Al di là dell’umana soddisfazione per la caduta dell’accusa più grave, resta una condanna a tre anni e mezzo, per un gesto che, se la parola giustizia avesse un senso, dovrebbe essere elogiato.

Radio Blackout ha fatto numerose dirette dopo la sentenza.

Qui potete ascoltare Francesco, Alberto Perino, l’avvocato Eugenio Losco.

Rassegna stampa:
Repubblica Stampa

notav_corteo_bussolenoAggiornamento alle 22. Bussoleno: dopo una breve assemblea circa 500 persone hanno dato vita ad un corteo che ha attraversato il paese passando davanti ad una stazione blindata dalla polizia per poi imboccare la statale 25 bloccata da un imponente schieramento di blindati e uomini dell’antisommossa nei pressi dello svincolo autostradale del Vernetto: per scongiurare i blocchi dei No Tav, la questura ha chiuso per un’ora il traffico sulla statale.
Tra cori e slogan un pensiero solidale era per Francesco, Lucio e Graziano a loro volta accusati di terrorismo. Due di loro da un paio di giorni sono stati trasferiti a Ferrara in regime di alta sorveglianza.
Forte l’impegno, alla fine di una lunga giornata, per la liberazione di tutti i No Tav prigionieri.

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17 dicembre. I No Tav con Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò

2014 11 14 chiomonte (14)Mercoledì 17 dicembre sarà emessa la sentenza nel processo che lo Stato ha intentato contro Chiara, Claudio, Mattia e Nicolò.
Sono in carcere da oltre un anno, rinchiusi in regime di alta sicurezza, spesso isolati, lontani dai propri compagni ed affetti, la corrispondenza sottoposta a censura.
Hanno provato a piegarli. Non ci sono riusciti, hanno provato a mettere in ginocchio un intero movimento. Hanno fallito ancora.

Facciamo un piccolo passo indietro.
Nella memoria della gente che si batte contro il Tav il dicembre del 2005 è una pietra miliare. Tra novembre e dicembre si consumò un’epopea di lotta entrata nei cuori di tanti. Un movimento popolare decise di resistere all’imposizione violenta di un’opera inutile e devastante e, nonostante avesse quasi tutti contro, riuscì ad assediare le truppe di occupazione, costruendo la Libera Repubblica di Venaus. Dopo lo sgombero violento il movimento per qualche giorno assunse un chiaro carattere insurrezionale: l’intera Val Susa si fece barricata contro l’invasore. L’otto dicembre era festa. La manifestazione, dopo una breve scaramuccia al bivio dove la polizia attendeva i manifestanti, si trasformò in una marcia che dopo aver salito la montagna, scese verso la zona occupata mentre lieve cadeva la neve. I sentieri in discesa erano fradici di acqua e fango ma nessuno si fermò. Le reti caddero e le truppe vennero richiamate.
Nel 2011 – dopo la dura parentesi dell’inverno delle trivelle – sono tornati, molto più agguerriti che nel 2005.
Lo Stato non può permettersi di perdere due volte nello stesso posto.
L’apparato repressivo fatto di gas, recinzioni da lager, manganelli e torture si è dispiegato in tutta la sua forza. La magistratura è entrata in campo a gamba tesa. Non si contano i processi che coinvolgono migliaia di attivisti No Tav.
Governo e magistratura non hanno fatto i conti con la resistenza dei No Tav. Non hanno fatto i conti con un movimento che si è stretto nella solidarietà a tutti, primi tra tutti quelli che rischiano di più, i quattro attivisti accusati di attentato con finalità di terrorismo per un sabotaggio in Clarea.
Per loro i PM Padalino e Rinaudo hanno chiesto nove anni e mezzo di reclusione.
Mercoledì 26 novembre un’assemblea popolare ha deciso un nuovo dicembre di lotta. Dopo la buona riuscita della manifestazione del 22 novembre a Torino, il movimento ha dato vita a due giorni di lotta popolare.
Il 7 dicembre migliaia di No Tav hanno partecipato alla fiaccolata che si è dipanata per le vie di Susa, assediando a lungo l’hotel Napoleon, che da anni ospita le truppe di occupazione. La via dell’albergo è stata trasformata in “Via gli sbirri” con nuove targhe apposte dai manifestanti.
Qui il video del Fatto Quotidiano

Il giorno successivo, dopo le celebrazioni del giuramento partigiano della Garda dell’8 dicembre 1943, l’appuntamento era a Giaglione e Chiomonte per una giornata alle reti del cantiere.
In Clarea il passaggio era bloccato al ponte, ma questo non ha impedito a circa un centinaio di No Tav di raggiungere, guadando alto il torrente, l’area di proprietà del movimento, dove altri erano arrivati sin dalla prima mattina.
La Questura, non paga delle recinzioni e dei cancelli che serrano via dell’Avanà a Chiomonte, ha deciso di chiudere anche il ponte con jersey e truppe con idrante. Dopo la costruzione di un albero di natale no tav fatto dai bambini, a centinaia i No Tav sono risaliti in paese, bloccando a più riprese la statale e interrompendo per una mezz’ora anche il traffico ferroviario. A fine giornata, sul ponte, la polizia ha azionato l’idrante e sparato lacrimogeni. Dai boschi petardi e fuochi d’artificio hanno illuminato la sera.
Per una sintesi dell’ultimo anno di lotta ascolta l’intervista di radio Onda D’urto a Maria Matteo

Il 9 dicembre la Procura ha consegnato in carcere una nuova ordinanza di custodia cautelare a Francesco, Graziano e Lucio, i tre No Tav in carcere da luglio il sabotaggio del 14 maggio 2013, lo stesso per il quale domani sarà emessa la sentenza per gli altri quattro No Tav.
Su questa nuova iniziativa della Procura Anarres ha intervistato, uno dei loro avvocati, Eugenio Losco, del foro di Milano. Con lui abbiamo parlato anche dell’attesa per la sentenza di domani
Ascolta la diretta

Domani, dopo il tribunale, che probabilmente si pronuncerà nel primo pomeriggio, l’appuntamento è alle 17,30 in piazza del mercato a Bussoleno.

Se le notizie dal tribunale saranno buone sarà un giorno di festa. In caso contrario la risposta del movimento No Tav sarà forte e chiara.

Forte è stata l’indignazione per la sentenza che ha cancellato la dignità di migliaia di lavoratori e cittadini di Casale Monferrato, torturati a morte e uccisi dai padroni della Eternit. La giustizia dei tribunali, ancora una volta ha mostrato il suo volto di classe, assolvendo chi si è fatto ricco sulla vita dei più.
Qui nessuno è disposto a morire senza resistere, nessuno spera nella giustizia dei tribunali. I No Tav lo hanno imparato negli anni: la libertà non si mendica, bisogna conquistarla.

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Fascisti all’Ex MOI? Ennesimo flop

ex moiDa settimane Forza Nuova, Casa Pound e Fratelli d’Italia stanno provando a soffiare sul fuoco della guerra tra poveri e della xenofobia.
Le loro iniziative sono tutte miseramente fallite. Qualche decina di fascisti travestiti da comitati spontanei da un lato, centinaia di antifascisti dall’altro.
Dopo la disastrosa fiaccolata contro i rom di Forza Nuova in via Artom lo scorso 28 novembre, sabato 13 dicembre è toccato a Fratelli d’Italia fare flop. In testa Maurizio Marrone, in divisa da comitato spontaneo, dietro un garrire di tricolori impugnati da una cinquantina di persone per un micro corteo in zona Lingotto.
Questa volta nel mirino dei fascisti sono le palazzine dell’ex MOI che da due anni danno rifugio a centinaia di profughi, rifugiati senza casa dopo la fine indecorosa dell’emergenza nord africa. Tanti soldi per chi l’ha gestita, poco o nulla per chi fuggiva la guerra.
Nel frattempo l’inchiesta “mafia capitale” ha messo in luce gli enormi profitti di chi gestisce – legalmente o pagando il pizzo” – i campi rom, l’emergenza abitativa, i profughi e rifugiati. In questi casi i fascisti non si fanno troppi scrupoli a lucrare sugli stessi che, a parole, vorrebbero cacciare.
Chi guarda a colore dei soldi non si fa scrupoli per la vita e la dignità di nessuno, qualunque sia il colore della pelle, il suono della lingua, il sapore delle pietanze.

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Nikos Romanos ha vinto! La Grecia verso le lezioni anticipate

atene bruciaNella tarda mattinata del 10 dicembre il parlamento greco ha approvato la proposta di consentire ai detenuti di frequentare l’università con il braccialetto elettronico.
In seguito a questa decisione, Nikos Romanos, in sciopero della fame da trenta giorni, ha deciso di interrompere la lotta e riprendere ad alimentarsi.
Nonostante le limitazioni imposte, oltre al braccialetto la frequenza di un terzo delle lezioni in teleconferenza, si tratta di un chiaro cedimento dello Stato greco di fronte alla deteminazione di Nikos.
La decisione dell’anarchico di cessare anche di bere, rischiava seriamente di far preciptare una situazione già grave. La vita di Nikos era ormai appesa ad un filo molto esile.

Nikos, in galera per una rapina, era stato torturato al momento dell’arresto ma aveva fieramente rifiutato di denunciare i poliziotti responsabili del pestaggio. Le foto dei volti tumefatti di Nikos e degli altri compagni incatenati avevano fatto il giro del mondo.

Ma la sua storia comincia prima.
Era il 6 dicembre del 2008. Nikos è nella piazzetta di Exarchia con il suo migliore amico, Alexis. Sono entrambi anarchici ed hanno appena 15 anni. Un poliziotto scambia qualche insulto con il gruppo dei ragazzini, poi estrae la pistola e ammazza Alexis.
La morte di Alexis scatena la rivolta per le strade di Atene e in tutta la Grecia.

Sei anni dopo, nel sesto anniversario dell’omicidio, un corteo di trentamila persone attraversa la città. Scontri con la poliza si accendono in più punti, circa duecento persone vengono arrestate. Per venti è stato convalidato l’arresto, per gli altri la decisione è attesa per domani.
Non si è trattato solo di una commemorazione, ma dell’appoggio concreto alla lotta di Nikos Romanos, in sciopero della fame per ottenere di frequentare l’università.
Da giorni diversi municipi, sedi sindacali, e università erano occupate in appoggio alla sua lotta.
Una situazione esplosiva che rischiava di deflagrare ulteriormente. Di qui il passo indietro dello Stato.

Nella diretta di radio Blackout fatta in mattinata prima della notizia della resa dello Stato greco, Gheorgos, un compagno del gruppo dei comunisti libertari di Atene, aveva tracciato un quadro a tinte fosche. Ieri il tribunale aveva respinto il ricorso presentato dall’avvocato di Nikos Romanos, riducendo a lumicino le speranze per la vita dell’anarchico.

Nelle stesse ore Antonis Samaras decideva di anticipare l’elezione del presidente della Repubblica, pur sapendo di non avere la maggioranza necessaria a far eleggere un nuovo capo dello Stato. In Grecia questo comporta lo scioglimento anticipato del parlamento e l’indizione di elezioni anticipate. La prima conseguenza è stato il clamoroso tonfo della Borsa di Atene che ha perso 12,78 punti percentuali. Il segno tutto politico dello scarso gradimento degli ambienti finanziari.
Il cartello delle sinistre guidato da Alexis Tsipras è in pole position nei sondaggi e mette in agitazione il sistema finanziario. Nel programma di Siryza la dismissione di tutti gli accordi con la Trojka (UE, BCE, FMI). Sarebbe un’inversione di rotta rispetto alle poltiche di lacrime e sangue imposte dal governo Samaras. Si vedrà quali saranno le scelte concrete di un partito che, crescendo ed inglobando settori del Pasok, si è sensibilmente spostato al centro. D’altra parte la mossa delle elezioni anticipate giocata da Samaras, potrebbe essere l’estremo tentativo di recuperare consensi, facendo leva sul timore del default.

Ascolta l’intervista a Gheorgos

10665273_1565936390288912_4300721603881012292_nTra le tante iniziative di solidarietà dei giorni scorsi vi segnaliamo il presidio di Torino e il corteo di Istanbul.

Aggiornamenti all’11 dicembre. I compagni e le compagne arrestati il sei dicembre sono stati liberati tutti in attesa di processo. Uno ha l’obbligo di firma mensile, un altro quello di dimora.
Nikos Romanos resterà ricoverato per almeno altre due settimane, perché le sue condizioni, dopo 30 giorni di sciopero della fame, restano gravi. I medici gli hanno prescritto una ripresa leggera e graduale dell’alimentazione: piccoli pasti ogni venti minuti.

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Stupratori in divisa

016Il soldato americano accusato di due stupri, tenta il 3° evadendo dalla caserma di Vicenza“. Questa notizia è stata lo spunto per la discussione che l’informazione di radio blackout ha fatto con Chiara de “il colpo della strega” sulle violenze sessuali contro le donne dei soldati nei territori militarizzati e insieme – ampliando la prospettiva e allargando lo sguardo – sullo stupro come arma di guerra.
La notizia è di qualche giorno fa, ma la cronaca conta purtroppo molti altri episodi simili. Già nel 2006 un militare statunitense, accusato di stupro e condannato a sei anni di reclusione, è stato liberato e si è visto ridurre la pena per le attenuanti dovute allo stress psicologico prolungato dovuto al suo incarico di un anno in Iraq.
Le motivazioni della sentenza riportano che il prolungato stress e la ridotta importanza data alla vita umana ed al benessere di coloro che lo circondano possono avere influenzato il reato.
In fondo è una confessione: chi fa la guerra diventa insensibile alla vita umana e alla dignità delle persone.

Il pensiero va inevitabilmente al 12 febbraio 2012. Siamo a L’Aquila. In una discoteca, una giovane donna di 20 anni era stata stuprata e ridotta in fin di vita. Lasciata svenuta, sanguinante e seminuda in mezzo alla neve fuori dal locale, era stata salvata da un buttafuori della discoteca che stava facendo un giro prima della chiusura. Ha dovuto subire numerose operazioni di ricostruzione per le violenze sessuali subite e fu ad un pelo da morire. Ha dovuto allontanarsi da casa e dalla sua comunità per vivere in un luogo protetto per poi emigrare al nord. Accusato di questo stupro e tentato omicidio è Francesco Tuccia, un militare in servizio all’Aquila per l’operazione “Aquila sicura” partita dopo il terremoto.
Mele marce o prassi consolidata? E’ evidente la consuetudine di queste violenze in particolare nei territori militarizzati, ma in generale nelle zone dove il pacchetto sicurezza ha imposto più pattugliamenti, controlli antiprostituzione e massiccia presenza di forza dell’ordine.

Nella maggior parte dei casi, lo stato si è autoassolto, ribadendo l’immunità e l’impunità delle istituzioni in divisa quando fanno violenza. Immunità ed impunità che fanno parte dell’insieme dei privilegi che i “tutori dell’ordine” hanno come contropartita dei loro servigi.
L’esercizio della violenza di genere in situazioni di conflitto costituisce di fatto un continuum dei comportamenti discriminatori e violenti che avvengono in tempo di pace.

Lo stupro di donne è da sempre strumento specifico di terrore e lo è stato in particolare nei conflitti degli anni ’90 in Europa. Spesso gli stupri di massa sono accompagnati da gravidanze forzate. Lo scopo è duplice: umiliare le donne e alterare il mantenimento della comunità in senso etnico.

Lo stupro è una pratica diffusa anche tra le forze armate nelle cosiddette missioni di pace: i casi più recenti – Congo, Bosnia, Sierra Leone, Rwanda e Kosovo – hanno sollevato per la prima volta l’attenzione a livello internazionale, dando la possibilità di cominciare a parlare anche delle violenze sessuali compiute dai peacekeepers.
Un caso tra tutti, quello della Bosnia, dove il corpo femminile è stato – letteralmente – territorio di contesa. I militari (e non solo) violentavano il corpo delle donne dell’Altro per farne terreno di conquista, luogo di inseminazione etnica.
Lo stupro non è stata “conseguenza” della guerra ma arma che ha affiancato le operazioni di pulizia etnica. Una violenza inaudita che ha lasciato dietro di sé non solo paura e smarrimento, ma anche colpevolizzazione nelle donne stesse, spesso isolate e emarginate dalla loro stessa comunità, per essere state disonorate.

A cavallo tra gli anni Settanta ed Ottanta ci fu in Guatemala un tentativo di genocidio della popolazione Maya. Meno noto è il gran numero di stupri contro le donne, parte integrante di quella guerra.

Nel nostro paese non si sono mai fatti i conti con il retaggio coloniale fascista e in particolare sulla propaganda di guerra che metteva al centro la donna/preda desiderosa di essere cacciata. La colonna sonora di quell’epoca è la canzone “Faccetta nera…”. Dopo la guerra di conquista la propaganda muta di segno: messe in soffitta le cartoline con belle ragazze poco vestite, le donne africane sono rappresentate come sporche, stupide, bestiali. Da respingere, per non inquinare la razza.

Ascolta l’intervista

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L’anarchico Nikos Romanos. Scommette la vita per un pizzico di libertà

romanos1Era il 6 dicembre del 2008. Nel quartiere di Exarchia ad Atene un paio di poliziotti insultano un gruppo di ragazzini. Alla loro risposta uno di loro, Korkoneas, estrae la pistola e spara due volte, uccidendo Alexis Grigoropoulos. Alexis aveva 15 anni ed era anarchico. Quel giorno con Alexis c’era Nikos Romanos, il suo migliore amico. Si erano conosciuti sui banchi di scuola, insieme erano diventati anarchici. Nikos cercò inutilmente di rianimare Alexis. In tribunale non ci va, ma al giudice inquirente dice chiaro che il suo amico è stato giustiziato a sangue freddo.
Ai suoi funerali porterà in spalla la bara di Alexis.
La morte del giovane anarchico scatenò una rivolta che scosse il paese. Le immagini dell’albero di Natale in fiamme nella centralissima piazza Sintagma, divennero l’emblema di quel dicembre.

Cinque anni più tardi Nikos Romanos e altri tre anarchici vengono arrestati con l’accusa di aver preso parte a due rapine a Velvendòs, in Macedonia.
Sono tutti pestati a sangue. I loro volti pesti e sanguinanti fanno il giro del mondo. La polizia, per nascondere la ferocia del pestaggio, trucca le foto. Nikos rifiuta di denunciare i suoi aguzzini. Le immagini lo mostrano incatenato, strattonato, col volto gonfio e tumefatto per le botte ricevute, scortato da decine di agenti di polizia che a testa alta grida “ Viva l’Anarchia bastardi! ”. Tramite il suo avvocato rilascia la seguente dichiarazione: “Le mie motivazioni sono politiche. Mi ritengo prigioniero di guerra. Non mi considero una vittima. Non sporgerò denuncia nei confronti dei poliziotti che mi hanno picchiato. Vorrei che i maltrattamenti che ho subito sensibilizzassero l’opinione pubblica.”
Viene accusato di terrorismo ma persino il PM riconosce Peponis riconosce che l’accusa non regge e dichiara “.E’ la prima volta che assisto a una rapina in cui si liberano gli ostaggi, con fiato della polizia sul collo. Malgrado avessero a loro disposizione armi in abbondanza non hanno sparato ai poliziotti che li inseguivano nè hanno usato l’ostaggio come scudo per darsi alla fuga….” Per poi concludere “Per me non esistono elementi per suffragare l’accusa di formazione e appartenenza ad organizzazione terroristica”.
In galera Nikos studia e riesce a superare i difficili esami di ammissione all’università. In primavera Nikos supera brillantemente gli esami e viene ammesso alla facoltà di Amministrazione delle Aziende Sanitarie di Atene.
Il presidente della Repubblica e il ministro della giustizia lo invitano per complimentarsi e gli offrono un premio di 500 euro. Nikos rifiuta sia l’incontro sia i soldi.

La vendetta dello Stato non si fa attendere. L’amministrazione penitenziaria cambia le regole e gli vieta di uscire dal carcere per frequentare l’università.
Nikos decide di iniziare uno sciopero della fame di protesta. Dopo tre settimane viene ricoverato in ospedale circondato da decine di poliziotti in armi. Quando le sue condizioni peggiorano il ministero impone ai medici di praticargli l’alimentazione forzata. I medici stracciano l’ordine.

In tutta la Grecia ci sono manifestazioni in solidarietà a Nikos. Martedì ad Atene diecimila persone attraversano il centro e si scontrano duramente con la polizia. Il bilancio è di numerosi feriti e 14 arresti. Edifici pubblici ed università vengono occupate sia nella Grecia continentale sia a Creta.

Il governo è in difficoltà, teme che la rivolta dilaghi come nel 2008 quando il migliore amico di Nikos venne freddato da un poliziotto.

Nikos è deciso a non mollare. Per una boccata di libertà è disposto a morire.

La storia di Alexis e di Nikos è l’emblema della criminalità dello Stato. Di tutti gli Stati.

Anarres ne ha parlato con Ghoergos del gruppo dei comunisti libertari di Atene.

Ascolta la diretta

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Morire di lavoro: dalla strage alla Thyssen al Job Act

arbeit-eingangsschild-auschwitz-297238_iIl senato italiano ha approvato ieri il job act. In strada la polizia caricava studenti e sindacati di base che tentavano di avvicinarsi al Senato, dove la nuova legge è passata con il sostegno dell’intero Partito Democratico.
Venerdì 5 dicembre, nell’anniversario della strage alla Thyssen, un ampio cartello di organizzazioni politiche e sindacali si è dato appuntamento in piazza Madama Cristina sin dalle 17.

La notte fra il 5 e il 6 dicembre 2007 sette operai della ThyssenKrupp di Torino bruciano vivi. Lo stabilimento Thyssen doveva essere chiuso: i padroni decisero che gli operai potevano rischiare le loro vite pur di risparmiare le proprie spese per la sicurezza.
Lo scorso anno sette operai cinesi sono bruciati nella fabbrica/dormitorio dove vivevano e lavoravano a Prato. Schiavi sottopagati e invisibili emergono dal buio solo con la fiammata che gli ha portato via la vita.

La strage alla Thyssen colpì l’opinione pubblica per il numero e per l’orrore di quelle morti, prolungate da strazianti agonie. Ne furono investite la coscienze troppo spesso intorpidite dalla propaganda padronale e governativa che sostiene che non vi è contraddizione fra l’interesse delle aziende e quelli dei lavoratori. Tutti sulla stessa barca. Qualcuno rema e qualcuno guadagna seduto nella cabina di comando. A volte il mare grosso ruba la vita di qualcuno.
Le morti sul lavoro sono pane quotidiano, pane amaro che si mangia in silenzio. Le tragedie di Prato e della Thyssen sono diverse solo perché tanti sono stati uccisi tutti insieme, ma enorme è numero di morti, mutilati, feriti sul lavoro, perché continua è la strage di lavoratori in tutti i settori della produzione, dai cantieri alla fabbriche, dall’agricoltura ai trasporti.

Oggi, con il job act, il governo, con il pieno sostegno del padronato, rafforza ancora di più il dispotismo aziendale.
Non è difficile capire cosa comporterà questa legge per la sicurezza sui posti di lavoro. Chi pretenderà di far valere il diritto alla sicurezza, alla vita, alla salute rischierà il licenziamento e dovrà accontentarsi di un pugno di soldi.

Il peggio potrebbe ancora venire. L’immagine dell’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz è tanto famasa da logorarsi. La dicitura “il lavoro rende liberi” non era solo una feroce irrisione verso uomini, donne e bambini destinati a morire, ma era la rappresentazione più che efficace di una parte – certo non secondaria – della macchina concentrazionaria.
Il lavoro forzato venne impiegato massicciamente dal governo tedesco durante la seconda guerra mondiale. I prigionieri più giovani, sani e forti venivano avviati alla produzione in fabbrica in condizioni spaventose. Inutile dire che chi non moriva di stenti e malattie finiva nelle camere a gas.
Le testimonianze pubblicate negli anni ci mostrano come questi lavoratori e lavoratrici fossero la dimostrazione inequivoca dell’intima natura del capitalismo, il suo sogno oggi inesprimibile ma mai sopito di avere a disposizione un’infinità di schiavi asserviti che lavorano gratis, costano quasi nulla e possono essere costantemente sostituiti. Gli attuali padroni della ThyssenKrupp sono i degni eredi di quei Krupp in prima fila nell’appoggiare il nazismo. I Krupp come i Siemens e tanti altri meno noti e godettero ampiamente del vantaggio di avere a disposizione manodopera a nessun prezzo motivata a lavorare a morte dalla speranza di poter continuare a vivere.
Realizzarono il sogno di tanta parte dei padroni. Di ieri e di oggi.

L’info di Blackout ne ha parlato con Cosimo Scarinzi, che è convinto che la lotta sia solo all’inizio. Il job act per il momento è solo un foglio in bianco, sul quale il governo dovrà scrivere i decreti attuativi. Renzi ha promesso i decreti delegati per la fine dell’anno, quindi la partita potrebbe essere ancora aperta.

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Gli immigrati rendono più della droga

lupa«Rendono più della droga». Per la holding criminale che comandava su Roma gli immigrati erano un business senza pari. La banda fascista agli ordini di Massimo Carminati, arrestato martedì 2 dicembre insieme ad altre 36 persone, aveva trovato nell’accoglienza dei profughi l’occasione per intascare milioni.

Il regista dell’operazione è Salvatore Buzzi, anche lui finito in carcere. L’idea di trasformare il sociale in un business gli è venuta negli anni ’80 proprio in prigione, mentre scontava una pena per omicidio doloso. Oggi come presidente del consorzio di cooperative Eriches – della LegaCoop – guidava un gruppo che ha chiuso il bilancio 2013 con 53 milioni di euro di fatturato. Gli incassi arrivano da servizi per rifugiati e senza fissa dimora, oltre che da lavori di portineria, manutenzione del verde e gestione dei rifiuti per la Capitale. Un colosso nel terzo settore. Che secondo gli atti delle indagini rispondeva agli interessi strategici del “Nero” di Romanzo Criminale. Buzzi infatti, secondo i pm, sarebbe «un organo apicale della mafia capitale», rappresentante dello «strumento imprenditoriale attraverso cui viene realizzata l’attività economica del sodalizio in rapporto con la pubblica amministrazione».

Una holding criminale che spaziava dalla corruzione all’estorsione, dall’usura al riciclaggio, con infiltrazioni “diffuse” nel tessuto imprenditoriale politico e istituzionale.
I documenti dell’operazione che ha portato in carcere referenti politici e operativi della mafia fascista mostrano nuovi dettagli sull’attività della ramificazione nera di Roma. A partire dall’attività per gli stranieri in fuga da guerra e povertà. «Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati?», dice Buzzi al telefono in un’intercettazione: «Non c’ho idea», risponde l’interlocutrice. «Il traffico di droga rende di meno», spiega lui. E in un’altra conversazione aggiunge: «Noi quest’anno abbiamo chiuso con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi, gli utili li abbiamo fatti sui zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero».

Viene il dubbio sui rapporti che potrebbero intercorrere tra il “re di Roma”, già esponente dei NAR e della banda della Magliana e i fascisti che scorazzano nelle periferie romane a caccia di rom e profughi. Per non dire degli sgomberi di massa attuati da Gianni Alemanno come sindaco della capitale.

Di fatto quest’inchiesta nella quale si parla di mafia, ma in realtà rivela uno stretto intreccio di corruttele, dove la strada è aperta dai soldi più che dalle mitragliette, mostra come la corruzione permei nel profondo la società italiana, diventando una seconda pelle. O come la maglietta della salute: potresti toglierla ma nel dubbio la tieni.

L’info di Blackout ne ha parlato con Francesco, un compagno di Roma.

Ascolta la chiacchierata

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Padalino chiede 80 anni di galera per gli antirazzisti torinesi

croce_rossa_assassinaOggi nella maxi aula 3 del tribunale di Torino il PM Andrea Padalino ha fatto la requisitoria al processo contro gli antirazzisti torinesi. Ha chiesto pene variabili tra l’anno e mezzo e i cinque anni e mezzo, per un totale di 80 anni. Con la grazia che lo contraddistingue ha descritto gli antirazzisti come “squadristi” che non hanno il coraggio di rivendicare le proprie azioni, dediti alla violenza, professionisti con tanti carichi pendenti.
Il PM tenta di screditare con epiteti infamanti chi in questi anni si è battuto contro le leggi razziste, i CIE, le retate dei senza documenti, la violenza di fascisti e leghisti.
Nel mirino di Padalino l’assemblea antirazzista, che già nel 2010 tentò senza successo di trasformare in un’associazione a delinquere. Venne smentito dalla Cassazione ma non mollò la presa, imbastendo ben due processi con 67 imputati. Lo scopo è ottenere condanne più gravi, eliminando il vantaggio della continuazione.
La prossima udienza per le arringhe dei difensori è fissata venerdì 16 gennaio. Il giorno stesso o poco dopo verrà emessa la sentenza.
Nei prossimi mesi si concluderà la seconda tranche del processo: Padalino vorrà pestare duro anche in quell’occasione.

Nel descrivere l’assemblea antirazzista l’ha definita come un ambito antagonista, in cui sono confluite anime diverse tra cui alcuni esponenti “di spicco” della Federazione Anarchica Italiana. Chi ha una mentalità gerarchica pensa che le relazioni di dominio siano le sole possibili. Impossibile per il PM cogliere la diversità intrinseca delle relazioni tra uomini e donne liberi.

Vale la pena fare un passo indietro per cogliere la lucida criminalità delle richieste di Padalino.
Siamo a cavallo tra il 2008 e il 2009. Sono anni terribili. La propaganda xenofoba e razzista martellante è la colonna sonora di provvedimenti che perfezionano un apparato repressivo, che sancisce un diritto diseguale, per chi ha in tasca i documenti e per chi non li ha.
E’ in questo periodo che vengono inventati il reato di immigrazione clandestina, i respingimenti collettivi in mare, che trasformeranno il Mediterraneo in un sudario. Nei CIE la detenzione amministrativa, in se un ossimoro, passa da due a sei mesi di reclusione: i prigionieri – per Padalino sono ospiti – danno vita ad un’estate di rivolte e di fuoco. Due anni dopo il periodo di trattenimento arrivò a un anno e mezzo. Solo di recente, dopo anni di sommosse che hanno fatto a pezzi il sistema CIE, il periodo di reclusione è stato ridotto a tre mesi.

Negli ultimi vent’anni il disciplinamento dei lavoratori immigrati è stata ed è tuttora una delle grandi scommesse dei governi e dei padroni:
Nel nostro paese è stata costruita una legislazione speciale per gli immigrati, persone che, sebbene vivano in questo paese, devono sottostare a regole che ne limitano fortemente la libertà.
Chi si oppone alle politiche e alle leggi discriminatorie e oppressive nei confronti degli immigrati entra nel mirino della magistratura.

Nell’assemblea antirazzista si intrecciarono percorsi e lotte.
Per quelle lotte la Procura torinese chiede 80 anni di galera.
Si vuole ad ogni costo ottenere condanne per togliere di mezzo compagni e compagne attivi nelle lotte.
Furono tantissime le iniziative di quegli anni. Iniziative che, sia pure di minoranza, contribuirono a tenere accesi i riflettori ed a sostenere le lotte dentro i CIE, contro lo sfruttamento del lavoro migrante, contro la militarizzazione delle periferie.
Vogliono tappare la bocca e legare le mani a chi si ostina a voler cambiare un ordine sociale feroce, ingiusto, predatorio, razzista.
I 67 attivisti coinvolti nei due processoni sono accusati di fare volantini, manifesti, di lanciare slogan, di dare solidarietà ai reclusi nei CIE, di contrastare la politica securitaria del governo e dell’amministrazione comunale. In altre parole sono accusati di avere idee scomode, che si traducono in scelte politiche scomode.
L’intero impianto accusatorio della procura si basa su banali iniziative di contestazione.

Nel mirino il “cacerolazo” – 2 giugno 2008 – alla casa del colonnello e medico Baldacci, responsabile del CPT, dove un immigrato era morto senza cure il 23 maggio; il presidio al Museo egizio – 29 giugno 2008 – per ricordare l’operaio egiziano ucciso dal padrone per avergli chiesto il pagamento del salario; la contestazione – 17 luglio 2008 – dell’assessore all’integrazione degli immigrati Curti, dopo lo sgombero della casa occupata da rom in via Pisa; la giornata – 11 luglio 2008 – contro la proposta di prendere le impronte ai bambini rom di fronte alla sede leghista di largo Saluzzo; la protesta – 20 marzo 2009 – alla lavanderia “La nuova”, che lava i panni al CIE di corso Brunelleschi… ma l’elenco è molto più lungo. In tutto decine iniziative messe insieme per cucire addosso ad un po’ di antirazzisti accuse tali da portarli in galera.

In questi anni – pur finita l’esperienza dell’Assemblea antirazzista, chi vi si era riconosciuto ha continuato, ciascuno a suo modo, a lottare per le strade di questa città.
Padalino ha sostenuto che la prova della criminalità degli antirazzisti è nella continuità delle lotte, che vanno avanti nonostante la repressione.

L’urgenza politica e morale di quegli anni è la stessa di oggi.
Ma l’indignazione non basta. Bisogna mettersi di mezzo.
Rompere il silenzio sugli orrori quotidiani dei CIE, opporsi alle deportazioni forzate, agli sgomberi delle baracche, ai militari nelle strade, allo sfruttamento dei più poveri è oggi più che mai un’urgenza ineludibile. Provano a fermarci con la repressione: non ci riusciranno.

Federazione Anarchica Torinese

Di seguito il testo della dichiarazione spontanea fatta oggi in tribunale da due compagni della FAT, Maria Matteo ed Emilio Penna.

Non siamo qui per difenderci.

I codici riducono le lotte sociali a reati, i pubblici ministeri le trasformano in accuse.

Le lotte per le quali siamo qui si sono dipanate tra il 2008 e il 2009.

Siamo qui per raccontare di un’urgenza. Un’urgenza che è venuta crescendo – giorno dopo giorno – nei luoghi che viviamo e nelle nostre coscienze.

I roghi fascisti contro i rom, le aggressioni contro gli immigrati, la cappa feroce del razzismo istituzionale già disegnavano il presente terribile nel quale siamo forzati a vivere.
La nostra era un’urgenza politica e sociale, ma, soprattutto, etica.

In quegli anni provammo a tessere una rete di solidarietà, per porre argine alla violenza e per gettare i semi di un agire comunicativo capace di rompere la tenaglia del razzismo diffuso nei quartieri popolari dove la guerra tra poveri era già una realtà.

Intrecciammo con altri i nostri percorsi di resistenza al razzismo, per mettere insieme intelligenze, energie, tempo, capacità e saperi e tentare di ridisegnare lo spazio sociale della nostra città. Uno spazio violato dalle retate della polizia contro gli immigrati, dai raid fascisti e razzisti, dalla presenza di un CIE dove la favola dell’eguaglianza dei diritti e delle libertà mostra – più che mai – l’atroce farsa della democrazia.
Uno spazio dove si vive male tutti, perché il lavoro che non c’è, che è precario, pericoloso, mal pagato è nella quotidianità di ciascuno. Uno spazio dove la martellante propaganda razzista crea solchi sempre più larghi, dove il risentimento verso gli ultimi prende il posto dell’odio per chi comanda e sfrutta tutti.

Occorreva rompere il muro del silenzio e dell’indifferenza, spezzare la cappa dell’odio.
La guerra tra poveri cancella la guerra sociale, distrugge la disponibilità all’incontro, corrode la solidarietà, apre la strada alla giungla sociale.
Ridisegnare il territorio significava in primo luogo presidiarlo, facendo sentire ad immigrati e clandestini la nostra presenza solidale. Ma non solo.
Abbiamo intrapreso un’offensiva culturale che spezzasse il cerchio della paura, aprisse spazi di incontro e relazione, ponendo le basi di un’azione comune contro i nemici di tutti, che restano quelli di sempre, i padroni che ci portano via la vita, giorno dopo giorno.

Abbiamo un solo rammarico. Non essere riusciti a fare di più.

Nella roulette russa della guerra sociale c’è chi affonda e chi resta a galla. Quando la marea sale cresce il numero dei sommersi.
Chi resta ai margini, chi non resiste non dica domani che non sapeva, non dica che non voleva.

Quando qualcuno ci chiederà dove eravamo quando bruciavano le baracche dei rom, quando la gente moriva in mare, quando i lavoratori immigrati erano poco più che schiavi, vorremmo poter rispondere che eravamo lì, tra gli altri, per metterci di mezzo, perché abbiamo sentito il suono della campana e abbiamo saputo che suonava per noi.

Non c’è più tempo. Se non ora, quando? Se non io, chi per me?

Chi non ferma la barbarie ne è complice.

Maria Matteo, Emilio Penna

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Antifascisti a Mirafiori. Un flop la marcia antirom

232738945-e79f1721-4a01-444a-954d-44b856786a8bVolevano il bis, ma questa volta la canzone era decisamente bassa e stonata. Il comitato “Riprendiamoci il quartiere” aveva annunciato per sabato 28 novembre l’intenzione di tornare a percorrere le strade di Mirafiori per cacciare i rom che ci abitano. Quindici giorni fa erano circa duecento, armati di fiaccole e striscioni. Il risultato di far scappare i rom l’avevano già ottenuto: la polizia aveva spinto ad andare via i 50 profughi di guerra della Bosnia, che da 20 anni vivono in roulotte parcheggiate in via Artom. E loro, abituati a muovere per il quartiere le loro roulotte, ancora una volta si sono spostati.
Provate ad immaginare.
Provate ad immaginare se ci riuscite.
Un giorno bussa alla porta di casa vostra un gruppo di uomini armati, grandi e grossi e vestiti con abiti che li qualificano come poliziotti. Questi signori e signore avrebbero, così dicono, il compito ed il dovere di difendere i più deboli da soprusi e prepotenze.
IMG_20141129_170116Provate ad immaginare.
Provate ad immaginare che questi uomini armati vi informino che i fascisti vogliono cacciarvi dalla vostra casa. Provate ad immaginare che vi dicano perentoriamente di andare via.
Impossibile? Per voi forse si, per le famiglie rom di via Artom invece non è che l’ultimo atto di una lunga serie di soprusi.
Niente documenti, apolidi senza né diritti né tutele, fanno fatica a mandare a scuola i bambini. Non hanno un gabinetto e si arrangiano.
232737722-9c37103c-f3b8-4b1f-8165-02ac36bd86d5Vita grama ai margini di un parco triste. C’è un circolo Arci intitolato ad un operaio ed alpinista genovese sparato dalle BR perché aveva denunciato alla polizia alcuni operai come lui. Una storia che, ci accorgiamo, nessuno sa più: i decenni passano e le passioni di allora trascolorano nella memoria senza lasciare traccia.
Più in là, oltre la rotonda, c’è la “Casa nel Parco”, una specie di bar ristorante made in PD.
Qui, quando scende il buio i parcheggi restano vuoti e non c’è nessuno. Da due settimane non ci sono più nemmeno le roulotte degli ultimi, i rom senza documenti né identità sancita dalla marca da bollo. Nella narrazione stupidamente romantica i rom e i sinti sono considerati liberi: peccato che senza le carte siano privi del lasciapassare per una vita come tutti.
“La carta è solo carta: la carta brucerà”. Un bello slogan, che sarebbe emozionante si trasformasse in pratica di sottrazione dalle regole, dal controllo, dall’incasellamento. Tocca a noi far sì che accada.
232738821-a1d02ffc-e2cf-4613-a72f-331dc0ee85d1Torniamo a sabato.
Il comitato “Riprendiamoci il quartiere”, di fatto un avatar di Forza Nuova, è capitanato da due signore che hanno fatto appello ai comitati di altri quartieri.
I numeri sono impietosi: al culmine della giornata non superano i 40. Il raduno viene spostato lontano da via Vigliani dove i mercatari sono contro tutti perché temono per gli affari del sabato pomeriggio. I fascisti resteranno isolati in un angolo di via Artom, difesi da centinaia di uomini in armi, gli stessi che avevano “invitato” alcune famiglie con bambini ad andare via.

Gli antifascisti sono alcune centinaia. Fronteggiano a lungo la polizia, poi, mentre un gruppo presidia via Artom, gli altri attraversano in corteo quest’angolo di quartiere.
232738764-ae63b9ea-71e0-4de3-a78e-f78b3f3ea17bRaccontano della Mirafiori antifascista del 1943, degli scioperi contro il fascismo, degli operai uccisi e di quelli deportati. Raccontano dei tempi dell’immigrazione dal sud, del mondo che cambiava, della diffidenza verso i “terroni” che si stempererà nel fuoco delle lotte di fabbrica e di quartiere. A tratti emerge, sia pure con una certa “timidezza”, il tema della crociata fascista, la voglia di pogrom di quelli di Forza Nuova.
Uno striscione ricorda a chi guarda, alla gente che si affaccia alle finestre che “i rom sono torinesi come noi”. Una verità banale, ma potente. Un grimaldello contro il razzismo.
Serve un gran lavoro per scardinare tutte le porte – reali e simboliche – che rendono possibile il perdurare dello stigma potente che marchia a fuoco uomini, donne e bambini.
Come facevano i nazisti nei campi di sterminio, dove, tra stenti, torture e camere a gas, ne morirono 500.000. Storie dell’altro secolo? No storie di questo secolo. Non in Germania ma qui, a pochi passi dalle nostre case. Una consigliera comunale di Motta Visconti ha già messo a disposizione il forno della sua locanda.

Il secondo round a Mirafiori è stato tutto per gli antifascisti. Resta l’impegno per un’offensiva politica e culturale che riesca a scalfire il muro di odio, indifferenza, disprezzo verso chi ha pochissimo e rischia di perdere tutto.

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No Tav. Per un nuovo dicembre di lotta

ventoNella memoria della gente che si batte contro il Tav il dicembre del 2005 è una pietra miliare. Tra novembre e dicembre si consumò un’epopea di lotta entrata nei cuori di tanti. Un movimento popolare decise di resistere all’imposizione violenta di un’opera inutile e devastante e, nonostante avesse quasi tutti contro, riuscì ad assediare le truppe di occupazione, costruendo la Libera Repubblica di Venaus. Dopo lo sgombero violento il movimento per qualche giorno assunse un chiaro carattere insurrezionale: l’intera Val Susa si fece barricata contro l’invasore. L’otto dicembre era festa. La manifestazione, dopo una breve scaramuccia al bivio dove la polizia attendeva i manifestanti, si trasformò in una marcia che dopo aver salito la montagna, scese verso la zona occupata mentre lieve cadeva la neve. I sentieri in discesa erano fradici di acqua e fango ma nessuno si fermò. Le reti caddero e le truppe vennero richiamate.
Nel 2011 – dopo la dura parentesi dell’inverno delle trivelle – sono tornati, molto più agguerriti che nel 2005.
Lo Stato non può permettersi di perdere due volte nello stesso posto.
L’apparato repressivo fatto di gas, recinzioni da lager, manganelli e torture si è dispiegato in tutta la sua forza. La magistratura è entrata in campo a gamba tesa. Non si contano i processi che coinvolgono migliaia di attivisti No Tav.
Governo e magistratura non hanno fatto i conti con la resistenza dei No Tav. Non hanno fatto i conti con un movimento che si è stretto nella solidarietà a tutti, primi tra tutti quelli che rischiano di più, i quattro attivisti accusati di attentato con finalità di terrorismo per un sabotaggio in Clarea.
Per loro i PM Padalino e Rinaudo hanno chiesto nove anni e mezzo di reclusione.
Mercoledì 26 novembre un’assemblea popolare ha deciso che questo sarà un dicembre di lotta. Dopo la buona riuscita della manifestazione del 22 novembre a Torino, il movimento punta all’anniversario della ribellione del 2005 per una due giorni di lotta popolare.
Il 7 dicembre ci sarà una fiaccolata solidale per le vie di Susa, il giorno successivo, dopo le celebrazioni del giuramento partigiano della Garda dell’8 dicembre 1943, l’appuntamento è a Giaglione e Chiomonte per una giornata alle reti del cantiere.

E per il giorno della sentenza? Sarà quasi sicuramente pronunciata il 17 dicembre.
L’appuntamento è alle 17,30/18 in piazza del mercato a Bussoleno.

Se le notizie dal tribunale saranno buone sarà un giorno di festa. In caso contrario la risposta del movimento No Tav sarà forte e chiara.

In questi giorni forte è stata l’indignazione per la sentenza che ha cancellato la dignità di migliaia di lavoratori e cittadini di Casale Monferrato, torturati a morte e uccisi dai padroni della Eternit. La giustizia dei tribunali, ancora una volta ha mostrato il suo volto di classe, assolvendo chi si è fatto ricco sulla vita dei più.
Qui nessuno è disposto a morire senza resistere, nessuno spera nella giustizia dei tribunali. I No Tav lo hanno imparato negli anni: la libertà non si mendica, bisogna conquistarla.

Sull’assemblea ascolta la diretta realizzata da radio Onda D’Urto con Maria, un’attivista No Tav.

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Italiani brava gente? Il razzismo contro slavi ed ebrei a Trieste

oloIn occasione del 75° anniversario dell’annuncio delle leggi razziali, fatto a Trieste il 18 settembre 1938 da Benito Mussolini, il Comitato Cittadini Liberi ed Eguali promosse lo scorso anno un convegno. Dalle relazioni a qull’incontro è nato un libro.
Un libro che raccoglie sia gli interventi di esperti e studiosi sia le testimonianze di persone che quel giorno erano in Piazza Unità. Per l’occasione vennero recuperati filmati e foto dell’epoca. In tre quarti di secolo, le istituzioni democratiche hanno ignorato la ricorrenza. Il libro è un tentativo di sedimentare una memoria quasi cancellata.

L’antisemitismo a Trieste, strettamente collegato a quello di matrice austriaca e tedesca, offre strumenti per lo sterminio degli ebrei giuliani, messo in pratica dopo l’8 settembre 1943, nel famigerato Adriatische Küstenland. Appositi uffici dell’anagrafe si occuparono di redigere con zelo le liste degli ebrei triestini, elenchi che poi consegnarono agli agenti nazisti, incaricati nel 1943 degli arresti e delle deportazioni. Continued…

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Emilia Romagna. Il grande flop del voto

incidente-trenoIl risultato delle regionali in Emilia Romagna ha stupito? L’esito no, cioè la conferma al governo della regione del partito che l’ha amministrata dal 1970, ma l’affluenza al voto, che non ha raggiunto il 38 % degli aventi diritto, è stato un crash test per il sistema politico della regione.
Il voto ha dimostrato la lontananza della base del partito dalle politiche confindustriali di Renzi. Ha ricordato anche che le schifezze clientelari di Errani e di tutto il consiglio regionale, nonché il problemuccio dei rimborsi spese che ha coinvolto anche Bonacini, il presidente eletto, hanno incrinato il sistema fiduciario che da decenni ha sostenuto i partiti di sinistra al governo della regione . Ha dimostrato che senza il leader Forza Italia non esiste e che in Emilia Romagna si trovano ancora resistenze alla becera demagogia razzista sulla quale la lega nord, anzi Salvini ha costruito la campagna. Non a caso Salvini è stato l’unico leader nazionale che ha condotto la campagna regionale: la lega nord in Emilia Romagna si era auto estinta e nessuno ne sentiva la mancanza.
Il M5S è finalmente emerso come il partito autoritario che è. Un partito che ha avuto il coraggio di presentare per l’ennesima volta Giulia Gibertoni riciclata dopo non essere stata eletta al parlamento europeo. Insomma roba già vista.
L’astensione è il risultato della disillusione, dell’allontanamento da questo sistema politico di centinaia di migliaia di persone. Così il nuovo presidente Stefano Bonacini, eletto con il 49% delle preferenze, in realtà avrà la delega del 18% degli aventi diritto.

Questi i risultati, PD 535.109 voti (857.613 nelle regionali del 2010) e Sinistra Ecologia e Libertà 38.845 voti (37.698 nel 2010) raggiungono il 49,69 %. La Lega Nord 233.439 voti (288.601 nel 2010) con Forza Italia 100.478 (518.108 nel 2010) raggiungono il 29,79%. Il M5S 159.456 voti (126.619nel 2010) raggiunge il 13,26%. Infine l’Altra Emilia Romagna con 44.676 voti tocca il 5%.

Il M5S non è più valvola di sfogo dei delusi; doppiamente delusi. Il modello statunitense dei due megapartiti che si autosostengono con le stesse politiche neoliberali che omogenizzano il panorama istituzionale non rappresenta più un riferimento credibile.
Mentre Renzi e una coalizione parlamentare trasversale si organizzano e costruiscono una riforma elettorale che consentirà ad una forza con il 35/37 % dei voti di avere un’ampia maggioranza in parlamento come si tradurrà politicamente la disillusione e la rabbia verso questo panorama politico, la distanza dai partiti e la consapevolezza degli interessi malsani che questi  generano?
Due sono le possibilità, aspettare il prossimo demagogo, il leader che ridia fiducia e speranza a milioni di elettori assuefatti da decenni di processi di delega o ricostruire faticosamente e lentamente processi partecipativi reali, traducendo l’astensionismo amorfo in una forza sociale attiva.

Ne abbiamo parlato con Simone, astenuto nonché anarchico.

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