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La forza dell’erba. Un anno di lotta No Tav

erba2Si torna sempre a dicembre.
In questi anni in Valle è venuta tanta gente. La loro stagione è stata l’estate. Ogni autunno tornano a casa a perpetuare la storia della Valle che resiste. Capita di chiedersi quali immagini, memorie portino con se.
La pasta cucinata nel tendone/cucina del campeggio, il fumo dei lacrimogeni e il respiro che si mozza, i canti di lotta e le urla di chi viene pestato, i sentieri di notte, le assemblee, le battiture. Il tempo sospeso della lotta. Vera vacanza, sospensione della quotidianità, rottura dei suoi ritmi, dei suoi riti, dei suoi obblighi.
Linfa preziosa da tenere da parte per l’inverno.
Per chi resta, per chi c’è sempre stato è diverso: le storie troppo raccontate rischiano di logorarsi. Di logorarci.
I nostri nemici ci fanno conto. Fanno conto sulla ripetizione delle stagioni, mentre la talpa continua a bucare la montagna, spargendo veleni, allargando la ferita.
La ferita nella montagna, che il nostro sguardo e la nostra cura hanno reso più che roccia e acqua e alberi, per farne il simbolo della carne viva del nostro movimento.
Un movimento che fatica a sopportare il peso della speranza che ha rappresentato per tanta gente di ogni dove.
Il rischio è l’usura dei sentimenti, anestesia del tempo che trascorre, il ripetersi dei passi già fatti, dei sentieri che conducono là dove la ferita si allarga.
Lo scorso anno l’estate si è chiusa con un bilancio durissimo. Il sangue, le umiliazioni, gli arresti, la notte del 19 luglio. Quando sono arrivati i primi convogli speciali con i componenti della talpa, il movimento si è buttato in strada, ma non è riuscito ad inceppare la macchina, non è riuscito ad intercettare i convogli.
Per fermare la talpa ci sarebbero volute le migliaia di persone che partecipano alle grandi manifestazioni popolari contro l’opera, contro un modello di relazioni politiche e sociali che devasta i territori, priva di ogni sovranità gli individui, sfrutta chi ha poco e rende sempre più ricco chi già lo è.
E’ stata anche l’estate dei sabotaggi delle ditte collaborazioniste, i mezzi bruciati, la lotta che si radicalizza ma non è per tutti, anche se tutti la sostengono.
L’autunno è stato segnato dalle proteste agli alberghi e alle caserme che ospitano le truppe di occupazione. Iniziative di pochi, che hanno tuttavia mantenuto forte l’opzione dell’azione diretta.
Poi è tornato dicembre.
Una valle di terroristi
I nostri avversari conoscono bene il valore dei simboli. Il giorno dopo l’anniversario della presa di Venaus, quattro No Tav sono stati arrestati con l’accusa di attentato con finalità di terrorismo, per un’azione di sabotaggio al cantiere del 14 maggio precedente. In quell’occasione venne danneggiato un compressore, presto riparato e rivenduto. Un’imputazione che ha sottratto alle loro vite, ai loro affetti, alle lotte Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò.
La grande favola della democrazia si scioglie come neve al sole, ogni volta che qualcuno prende sul serio il nucleo assiologico su cui pretende di costruirsi, ogni volta che libertà, solidarietà, uguaglianza vengono intese e praticate nella loro costitutiva, radicale alterità con un assetto sociale basato sul dominio, la diseguaglianza, lo sfruttamento, la competizione più feroce.
La democrazia reale ammette il dissenso, purché resti opinione ineffettuale, mero esercizio di eloquenza, semplice gioco di parola. Se il dissenso diviene attivo, se si fa azione diretta, se rischia di far saltare le regole di un gioco feroce, la democrazia si dispiega come discorso del potere che ri-assume nella sua interezza l’assolutismo della regalità. Assoluta, perché sciolta da ogni vincolo, perché nega legittimità ad ogni parola altra. Ad ogni ordine che spezzi quello attuale.
Lo fa con la leggerezza di chi sa che l’illusione democratica è tanto forte da coprire come una coltre di nubi scure un dispositivo che chiude i conti con ogni forma di opposizione che non si adatti al ruolo di mera testimonianza.
In questi anni abbiamo assistito al progressivo incrudirsi della repressione, senza neppure la necessità di fare leggi speciali: è stato sufficiente usare in modo speciale quelle che ci sono.
Chi disapprova le scelte del governo, delle istituzioni locali, delle organizzazioni padronali e dei sindacati di Stato rischia sempre più di incappare nelle maglie della magistratura, perché le tutele formali e materiali che davano qualche spazio al dire e al fare, sono state poco a poco annullate.
Il meccanismo disciplinare messo in campo dalla magistratura contro i No Tav va ben oltre il singolo procedimento penale.
La mera professione di opinioni negative sugli accordi per la realizzazione del Tav crea il “contesto” sul quale viene eretta l’impalcatura accusatoria che trasforma il danneggiamento di un compressore in un attentato. Un attentato con finalità terroriste.
Lo stabilisce l’articolo 270 sexies del codice.
A metà maggio la Cassazione ha cancellato la sentenza del tribunale del riesame che aveva confermato le accuse di terrorismo, mantenendo le misure cautelari fissate dal Gip. Il processo in corte di assise ha preso l’avvio senza modificare l’imputazione originaria. Il 27 giugno vengono rese note le motivazioni della sentenza della Cassazione.
Secondo la Cassazione ci sarebbe una “sproporzione” tra quanto avvenuto nella notte del 14 maggio al cantiere e la presunzione che un tale atto possa effettivamente indurre lo Stato a fare marcia indietro, cancellando il progetto della Torino Lyon.
Le motivazioni della sentenza danno un duro colpo al teorema che la Procura ha elaborato per regolare i conti con il movimento No Tav e potrebbero contare parecchio nel processo contro i quattro attivisti arrestati il 9 dicembre 2013. L’11 luglio 2014 altri tre No Tav sono stati arrestati per il sabotaggio del 14 maggio a Chiomonte. Lucio, Graziano e Francesco sono stati accusati di attentato con armi da guerra, senza l’aggravante di terrorismo.
I PM torinesi intendono riprovarci ma vogliono evitare altre bocciature dalla Cassazione.
Il dispositivo messo in atto dalla Procura mantiene tutte le sue insidie.
Usando l’articolo 270 sexies, la Procura sta sperimentando sul campo un’arma molto affilata ed insidiosa, perché chiunque si opponga concretamente ad una decisione dello Stato italiano o dell’Unione Europea rischia di incappare nell’accusa di terrorismo.
L’imputazione formulata contro quattro No Tav, un giorno potrebbe essere applicata a chiunque lotti contro le scelte non condivise, ma con il suggello della regalità imposto dallo Stato Italiano.
In altri termini: se di giorno o di notte, in tanti o in pochi, l’azione dei No Tav fosse tale da indurre lo Stato a fare marcia indietro, anche per la Cassazione i No Tav sarebbero terroristi. Tutti terroristi, anche chi sta in ultima fila con il bimbo in carrozzella, anche chi cammina a fatica, anche chi non ha coraggio, ma solo un cuore che batte forte per il mondo nuovo che vorrebbe.
E’ importante che la memoria non vacilli: i No Tav hanno sostenuto ed appoggiato la pratica del sabotaggio del cantiere e delle ditte collaborazioniste.
Fermare il Tav, costringere il governo a tornare su una decisione mai condivisa dalla popolazione locale è la ragion d’essere del movimento No Tav.
Ogni gesto, ogni manifestazione, ogni passeggiata per tutti, non diversamente dalle azioni di assedio del cantiere, di boicottaggio delle ditte, di sabotaggio dei mezzi mira a questo scopo.
Nella logica dell’articolo 270 sexies gran parte della popolazione valsusina è costituita da terroristi. E con loro i tanti che, in ogni dove, ne hanno condiviso motivazioni e percorsi.
Le migliaia di persone che resero ingovernabile la Val Susa nel dicembre del 2005 erano “terroristi”.
Quella volta non ci furono arresti, né imputazioni gravi: la ragione è facile.
Lo Stato si arrese, in attesa di una nuova occasione. Si arrese perché temeva che un’ulteriore prova di forza potesse far dilagare la rivolta oltre le montagne della Val Susa. L’ondata di indignazione per le violenze contro i resistenti di Venaus era tale da indurre alla prudenza, chi pure si era sin lì avvalso della forza. La parola tornò alla politica, prosecuzione della guerra con altri mezzi, strumento per prepararsi ad una nuova guerra.
È importante che quella memoria di lotta ci accompagni in questi anni sempre più duri. I tempi sono cambiati, lo Stato vuole vincere per restaurare un’autorità compromessa, per spezzare la speranza concreta che ciascuno possa decidere la propria vita.
Per questo attua una politica di terrore.
Le crepe che si stanno aprendo non sono casuali.
Le migliaia di persone che lo scorso 10 maggio hanno attraversato Torino a fianco di persone accusate di aver cercato di inceppare il cantiere Tav, le migliaia che in questi mesi durissimi hanno sostenuto – senza se e senza ma – gli attivisti accusati di un gesto che tutti hanno fatto proprio, hanno indebolito il fronte Si Tav.
L’illusione della delega
Il nemico più difficile da affrontare è l’illusione della delega. La delega a chi sabota, a chi tiene in vita un presidio, a chi annega tra le carte per mettere in luce le trame che sottendono il grande affare. La peggior forma di delega è quella istituzionale, che rilegittima la macchina di chi si arroga il diritto di decidere per noi, di chi giocherà la sua partita ad un tavolo dove il banco vince sempre. Chi prende il banco prende sempre tutto quanto. Per prima la nostra libertà.
La febbre elettorale che ha attraversato la Val Susa ha assorbito energie enormi, sottraendole alla quotidianità della lotta. Qualcuno ha portato a casa il risultato, altri hanno piazzato qualche No Tav sui banchi dell’opposizione.
La febbre ha contagiato anche le componenti più radicali, divise tra chi si è buttato a capofitto e chi ha lasciato fare, tacendo.
Un gioco di equilibri, di realpolitick che era sempre stato sullo sfondo, nell’ambiguità della separazione formale tra comitati e liste civiche, tra comitati e partiti, è emerso con prepotenza in superficie.
Lo scontro tra la vecchia sinistra che, in nome del realismo, ha sottoscritto patti in contrasto con il mandato ricevuto e il populismo giustizialista, che sventola la bandiera della democrazia diretta, ma la riduce ad una farsa telematica, ha offerto un palcoscenico triste a tante brave persone, che la pratica della partecipazione hanno saputo in tante occasioni renderla vera.
Sono tempi difficili.
Il dispositivo disciplinare messo in campo da governo e magistratura si è articolato su più piani, per tentare di disarticolare il tessuto profondo del movimento, insinuando la paura, chiarendo che non ci sono aree d’ombra, rifugi sicuri, che tutti sono nel mirino. Potente l’effetto della super condanna pecuniaria inflitta ad Alberto, Giorgio e Loredana, condannati dal tribunale a risarcire LTF, il general contractor della Torino Lyon. Da allora tutti sanno che la lotta No Tav può costare la casa, i risparmi, una fetta di stipendio o pensione. L’importante raccolta fondi per i tre attivisti è stata una risposta di solidarietà potente ma eccezionale, difficilmente ripetibile.
L’azione repressiva lungi dal dividere il movimento lo ha rinforzato nell’azione solidale, nell’appoggio ai carcerati, ai condannati. Ma ha scavato nel profondo. Non si sono scalfite le convinzioni, si è tuttavia allargata la distanza tra chi fa e chi applaude, ri-aprendo la strada a percorsi istituzionali e di delega.
Eppure. Eppure gli ingredienti per fare altro ci sono tutti: li abbiamo conquistati in lunghi anni di azione diretta, confronto orizzontale, costruzione di percorsi decisionali condivisi. I comitati, i presidi, le assemblee popolari, gli stessi campeggi hanno alluso ad una possibilità concreta, quella dell’autogoverno. La sottrazione dall’istituito che il movimento No Tav ha praticato in tanti anni di lotta fornisce i mattoni e la malta necessari per dare corpo a luoghi e spazi di confronto, condivisione e pratica che realizzino l’autonomia reale dalla brutalità insita in ogni istituzione che pretende di rappresentarci, decidendo al posto nostro, affermando una nozione di bene comune che ci sottrae la scelta sul nostro futuro.
L’unico realismo che conti è quello dell’utopia concreta che – sia pure in alcuni brevi momenti – siamo riusciti a realizzare. Tutti noi portiamo nei nostri cuori, nella memoria viva del nostro movimento Venaus e la Maddalena. Libere Rebubbliche, vere comuni libertarie, dove la gerarchia si è spezzata facendo vivere un tempo altro.
Vivere al tempo della peste

In Val Susa lo Stato si mostra nella sua forma più cruda, senza finzioni.
La ragion di Stato è il cardine che spiega e giustifica, il perno su cui si regge il discorso pubblico. La narrazione dei vari governi nega spazio ad ogni forma di dissenso.
Non potrebbe essere altrimenti. Le idee che attraversano il movimento No Tav sono diventate pericolose quando i vari governi hanno compreso che non c’era margine di mediazione, che una popolazione insuscettibile di ravvedimento, avrebbe continuato a mettersi di mezzo.
La rivolta ultraventennale della Val Susa è per lo Stato un banco di prova della propria capacità di mantenere il controllo su quel territorio, fermando l’infezione che ha investito tanta parte della penisola.
Allo Stato non basta vincere. Deve chiudere la partita per sempre, spargere il sale sulle rovine, condannando i vinti in modo esemplare.
L’osmosi tra guerra e politica è totale. La guerra interna non è la mera prosecuzione della politica con altri mezzi, una rottura momentanea delle usuali regole di mediazione, la guerra è l’orizzonte normale. In guerra o si vince o si perde: ai prigionieri si applica la legge marziale, la legge dei tempi di guerra.
In ballo non c’è solo un treno, non più una mera questione di affari. In ballo c’é un’idea di relazioni politiche e sociali che va cancellata, negata, criminalizzata.
Lo Stato sa che in Val Susa spira un vento pericoloso, un vento di sovversione e di rivolta.
Intendiamoci. Lo Stato non ha paura di chi, di notte, con coraggio, entra nel cantiere e brucia un compressore. Lo Stato sa tuttavia che intorno ai pochi che sabotano c’é un’intera valle.
Un fatto importante ma non decisivo.
La partita vera, quella giocata sapendo di poter vincere, di avere in mano le carte giuste, nelle gambe la forza di correre, nella testa la convinzione di farcela, si gioca altrove, in un altro modo.
La scommessa, una scommessa che investe ciascuno di noi, chi in prima fila, chi un poco più indietro è rendere ingovernabile l’intero territorio, attraverso i percorsi di sottrazione conflittuale dall’istituito che hanno costruito la narrazione che ogni anno sospinge tanta gente in quest’angolo di nord ovest.
Ci vorrà tempo, ci vorrà soprattutto il coraggio di crederlo possibile.
Chi vive in città conosce un segreto che i montanari ignorano. Ogni anno nell’asfalto si aprono nuove crepe: lì, ogni anno, spunta l’erba.
Quando le crepe si allargano spunta anche un fiore.
Noi siamo come l’erba: il prato cresce grazie ad ogni singolo stelo. Nulla è più forte, più tenace, più paziente, più bello dell’erba.

(questo testo è stato discusso e condiviso tra i compagni e le compagne della federazione anarchica torinese)

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