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Condannati gli antirazzisti torinesi: chi non ferma la barbarie ne è complice

filo-spinato-trib-gal-copyOggi il tribunale di Torino ha emesso la sentenza nel principale dei due processi contro 57 attivisti dell’assemblea antirazzista torinese. Il secondo si era chiuso in aprile con un sostanziale ridimensionamento delle richieste del PM. Oggi 31 antirazzisti sono stati condannati a pene tra i sei mesi e i tre anni e mezzo dal collegio composto da Gianetti, Ferrari e Ferrero.
Nonostante le richieste del PM Padalino siano state più che dimezzate, la sentenza è pesante.

Per le lotte antirazziste tra il 2008 e il 2009 oggi lo Stato italiano ha presentato il conto.
Furono tantissime le iniziative di quegli anni. Iniziative che, sia pure di minoranza, contribuirono a tenere accesi i riflettori ed a sostenere le lotte dentro i CIE, contro lo sfruttamento del lavoro migrante, contro la militarizzazione delle periferie.

Vogliono tappare la bocca e legare le mani a chi si ostina a voler cambiare un ordine sociale feroce, ingiusto, predatorio, razzista. Non ci riusciranno.

I 67 attivisti coinvolti nei due processi sono stati condannati per aver distribuito volantini e manifesti, per aver dato solidarietà attiva ai reclusi nei CIE, per aver contrastato la politica securitaria del governo e dell’amministrazione comunale. In altre parole sono stati condannati per avere idee di libertà e per aver cercato tradurle in pratica.

In questo secondo processo è entrato il presidio al Museo egizio – 29 giugno 2008 – per ricordare l’operaio egiziano ucciso dal padrone per avergli chiesto il pagamento del salario; la protesta – 20 marzo 2009 – alla lavanderia “La nuova”, che lavava i panni al CIE di corso Brunelleschi… l’occupazione simbolica del consolato greco di Torino, dopo l’assassinio di Alexis Grigoroupoulos… Decine iniziative messe insieme per cucire addosso ad un po’ di antirazzisti accuse tali da portarli in galera.

In questi anni – pur finita l’esperienza dell’Assemblea antirazzista, chi vi si era riconosciuto ha continuato, ciascuno a suo modo, a lottare per le strade di questa città.
Padalino ha sostenuto che la prova della criminalità degli antirazzisti è nella continuità delle lotte, che vanno avanti nonostante la repressione.

Le condanne di oggi sono lo specchio di un paese, i cui governi hanno puntato sul disciplinamento dei lavoratori immigrati, resi ricattabili da leggi che rendono inscindibile contratto di lavoro e permesso di soggiorno.
L’urgenza che spinse le lotte tra il 2008 e il 2009 è oggi ancora più forte. I razzisti della Lega, Casa Pound, Forza Nuova che attacca i profughi di guerra sono la punta di un iceberg, il cui grande corpo sommerso è rappresentato dal governo Renzi, dal blocco navale dell’UE di fronte alle coste libiche, dai braccianti che muoiono di lavoro raccogliendo pomodori. Un modello di disciplinamento dei lavoratori sperimentato con gli stranieri e oggi applicato anche agli italiani.

Oggi come ieri c’è chi si mette di mezzo, chi non accetta che sia normale il lavoro da schiavi, la morte in mare, le baracche, i CIE.

Di seguito la rivendicazione letta in tribunale da Maria e Emilio, due nostri compagni, oggi condannati dal tribunale a un anno e mezzo e 11 mesi di reclusione.

“Non siamo qui per difenderci.

I codici riducono le lotte sociali a reati, i pubblici ministeri le trasformano in accuse.

Le lotte per le quali siamo qui si sono dipanate tra il 2008 e il 2009.

Siamo qui per raccontare di un’urgenza. Un’urgenza che è venuta crescendo – giorno dopo giorno – nei luoghi che viviamo e nelle nostre coscienze.

I roghi fascisti contro i rom, le aggressioni contro gli immigrati, la cappa feroce del razzismo istituzionale già disegnavano il presente terribile nel quale siamo forzati a vivere.
La nostra era un’urgenza politica e sociale, ma, soprattutto, etica.

In quegli anni provammo a tessere una rete di solidarietà, per porre argine alla violenza e per gettare i semi di un agire comunicativo capace di rompere la tenaglia del razzismo diffuso nei quartieri popolari dove la guerra tra poveri era già una realtà.

Intrecciammo con altri i nostri percorsi di resistenza al razzismo, per mettere insieme intelligenze, energie, tempo, capacità e saperi e tentare di ridisegnare lo spazio sociale della nostra città. Uno spazio violato dalle retate della polizia contro gli immigrati, dai raid fascisti e razzisti, dalla presenza di un CIE dove la favola dell’eguaglianza dei diritti e delle libertà mostra – più che mai – l’atroce farsa della democrazia.
Uno spazio dove si vive male tutti, perché il lavoro che non c’è, che è precario, pericoloso, mal pagato è nella quotidianità di ciascuno. Uno spazio dove la martellante propaganda razzista crea solchi sempre più larghi, dove il risentimento verso gli ultimi prende il posto dell’odio per chi comanda e sfrutta tutti.

Occorreva rompere il muro del silenzio e dell’indifferenza, spezzare la cappa dell’odio.
La guerra tra poveri cancella la guerra sociale, distrugge la disponibilità all’incontro, corrode la solidarietà, apre la strada alla giungla sociale.
Ridisegnare il territorio significava in primo luogo presidiarlo, facendo sentire ad immigrati e clandestini la nostra presenza solidale. Ma non solo.
Abbiamo intrapreso un’offensiva culturale che spezzasse il cerchio della paura, aprisse spazi di incontro e relazione, ponendo le basi di un’azione comune contro i nemici di tutti, che restano quelli di sempre, i padroni che ci portano via la vita, giorno dopo giorno.

Abbiamo un solo rammarico. Non essere riusciti a fare di più.

Nella roulette russa della guerra sociale c’è chi affonda e chi resta a galla. Quando la marea sale cresce il numero dei sommersi.
Chi resta ai margini, chi non resiste non dica domani che non sapeva, non dica che non voleva.

Quando qualcuno ci chiederà dove eravamo quando bruciavano le baracche dei rom, quando la gente moriva in mare, quando i lavoratori immigrati erano poco più che schiavi, vorremmo poter rispondere che eravamo lì, tra gli altri, per metterci di mezzo, perché abbiamo sentito il suono della campana e abbiamo saputo che suonava per noi.

Non c’è più tempo. Se non ora, quando? Se non io, chi per me?

Chi non ferma la barbarie ne è complice.

Maria M. – Emilio P.”

Posted in anarchia, immigrazione, Inform/Azioni, repressione/solidarietà, torino.

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