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Il folle, la bestia, l’umano. Femminismo libertario e violenza di genere

Il cittadino: maschio, adulto, eterosessuale
Libertà, uguaglianza, solidarietà. I tre principi che costituiscono la modernità, rompendo con la gerarchia che modellava l’ordine formale del mondo prima delle rotture rivoluzionarie della fine del Settecento, hanno il loro lato oscuro, un’ombra lunga fatta di esclusione, discriminazione, violenza.
Tanta parte dell’umanità resta(va) fuori dal loro ombrello protettivo: poveri, donne, omosessuali, bambini. L’universalità di questi principi, formalmente neutra, era modellata sul maschio adulto, benestante, eterosessuale. Il resto era margine. Chi non era pienamente umano non poteva certo aspirare alle libertà degli uomini.
Una libertà comunque soggetta a norma, regolata, imbrigliata, incasellata. La cultura dominante ne determina le possibilità, le leggi dello Stato ne fissano limiti e condizioni. Limiti e condizioni che variano in base ai rapporti di forza tra i vari soggetti sociali. .
Le nonne delle ragazze di oggi passavano dalla potestà paterna a quella maritale: le regole del matrimonio le mantenevano minorenni a vita. Se una donna lasciava la casa che divideva con il marito commetteva il reato di “abbandono del tetto coniugale”.
In Italia le donne stuprate, sino al 1981, potevano sottrarsi alla vergogna ed essere riammesse nel consesso sociale, se accettavano di sposare il proprio stupratore. Una violenza più feroce di quella già subita. Se una donna era uccisa per motivi di “onore”, questa era una potente attenuante. Uccidere per punire le donne infedeli era considerato giusto.
Sono passati 34 anni da quando quelle norme vennero cancellate dal codice penale. Poco prima era stato legalizzato il divorzio e depenalizzato l’aborto. Abortire, sino a quel momento, era un reato punito con il carcere.
Sino a metà degli anni Novanta per la legge italiana lo stupro era un reato contro la morale. Solo dal 1996 la legge lo definisce reato contro la persona.
Sulla strada della libertà femminile e – con essa – quella di tutt*, sono stati fatti tanti passi. Purtroppo non tutti in avanti.

Il lutto è privato
La palude è un mondo sospeso, in bilico tra acqua, cielo, terra. Solo le fronde agitate dallo stormire degli uccelli e qualche quieto sciabordare d’acqua spezzano il silenzio, senza tuttavia muovere il tempo.
La palude è stata una delle cifre del femminile. Quello borghese, europeo, decoroso.
Le donne delle classi povere erano incastrate nel tempo immobile, ma decisamente meno romantico, delle servitù familiari e non, tipiche della sfera domestica.

I femminismi hanno attraversato, scuotendoli alle radici, i tempi fermi, ripetuti, ossessivi del femminile. Una vera rivoluzione, tanto potente che si è a più riprese tentato di mitigarne la portata, imprigionandola nella sfera del costume, delle relazioni interpersonali, della famiglia. Il femminile ha frantumato lo specchio in cui si rifletteva un ruolo sociale considerato immutabile, perché determinato da una sorta di destino biologico investito da sacralità, senza dimensione culturale. Chi lo rifiutasse era (è) contro natura, contro dio, contro le regole di un gioco fissato per sempre.
Il femminile è quanto di più simile alla natura sia stato prodotto dalla cultura. La differenza segnata dalla biologia viene assunta come dato immutabile, programmato per sempre. Il percorso della libertà femminile spezza le catene simboliche e materiali dell’ordine patriarcale. La libertà sessuale, riproduttiva, di rimodellamento del proprio stesso corpo rimescola le carte e spezza la gerarchia tra i sessi. Le donne libere generano se stesse, si rimettono al mondo, costruiscono un mondo nuovo.

Oggi di fronte al dispiegarsi violento della reazione patriarcale si tenta di privatizzare, familizzare, domesticare lo scontro. Le donne sono vittime indifese, gli uomini sono violenti perché folli. La follia sottrae alla responsabilità, nasconde l’intenzione disciplinante e punitiva, diventa l’eccezione che spezza la normalità, ma non ne mette in discussione la narrazione condivisa.
La violenza maschile sulle donne è un fatto quotidiano, che i media ci raccontano come rottura momentanea della normalità. Raptus di follia, eccessi di sentimento nascondono sotto l’ombrello della patologia una violenza che esprime a pieno la tensione diffusa a riaffermare l’ordine patriarcale.
La narrazione prevalente sui media è distorta, perché nasconde la realtà cruda della violenza maschile sulle donne. Non solo. Trasforma le donne in vittime da tutelare, ottenendo l’effetto paradossale di rinforzare l’opinione che le donne siano intrinsecamente deboli.

Tutto si consuma nel privato, tutto deve restare privato. I panni sporchi si lavano in famiglia. L’utilizzo degli stili di vita, delle personalità delle donne e degli uomini coinvolti come chiavi di lettura degli eventi, facilita la sottrazione alla sfera pubblica della violenza maschile contro le donne. Anche i femminicidi vengono privatizzati, ridotti a esito di relazioni malate.
Eppure. Eppure, ad ogni latitudine del pianeta, c’è strage quotidiana di donne. Uccise perché donne. Questo è il senso del termine femminicidio, un neologismo che ormai tutti usano. Un neologismo inventato per dare rendere consapevoli dell’esistenza di un crimine che colpisce le donne, per disciplinarle, piegarle, spaventarle, per tenerle sotto controllo, per (ri)affermare, attraverso la violenza, l’ordine patriarcale.
Le migliaia di donne messicane povere, torturate a morte e abbandonate nel deserto, come cose inutili, con la complicità della polizia e della magistratura, sono solo la punta di un iceberg in buona parte sommerso.
Sommerso anche alle nostre latitudini, perché la stessa parola “femminicidio” è stata masticata al punto da indebolirne la potenza. Femminicidio diviene il delitto domestico, privato, familiare.
L’amore romantico, la passione coprono e mutano di segno al femminicidio. Le donne sono uccise per eccesso d’amore, per frenesia passionale. Un alibi preconfezionato, che ritroviamo negli articoli sui giornali, nelle interviste a parenti e vicini, nelle arringhe di avvocati e pubblici ministeri. Questa narrazione falsa non serve (più) a salvare dalla galera gli assassini, ma a nascondere la guerra contro le donne, in quando donne, che viene combattuta ma non riconosciuta come tale.
Rinchiudere nelle mura domestiche i femminicidi serve ad addomesticarli, renderli meno pericolosi per l’ordine sociale.
La casa, il “privato”, è il luogo dove si consumano la maggior parte delle violenze e delle uccisioni. Le donne libere vengono picchiate, stuprate e ammazzate per affermare il potere maschile, per riprendere con la forza il controllo sui loro corpi e sulle loro menti. Gli assassini e gli stupratori sono uomini a loro vicini, vicinissimi.
Significativo è il fatto che se la violenza domestica cade sotto il segno della malattia, la violenza operata da sconosciuti ri-mette al centro la bestialità umana, una natura ferina, non adeguatamente civilizzata.
La metafora della giungla, i branchi di stupratori in strada, specie se stranieri, lontani, diversi riassume una narrazione, dove il nemico delle donne è posto costitutivamente fuori dal consesso sociale. Qui la violenza maschile esce dallo stereotipo del folle, per assumere quello della bestia. La società è sana: chi uccide le donne o è un pazzo o è una bestia. Non umano, fuori dall’umano.
L’ordine è salvo. Il lutto è privato.

Il mutuo appoggio femminista
Da qualche anno ai vari angoli del pianeta le donne hanno deciso di rimettere al centro la lotta contro il patriarcato, spezzando l’immaginario che privatizza la violenza e trasforma i violenti in anomalie, che non intaccano la pace sociale.
Al centro di marce, assemblee, proteste rumorose, i contenuti di un’azione femminista, che parte dalla narrazione delle storie che segnano il nostro quotidiano, per rompere il silenzio e l’indifferenza, per sostenere un percorso di libertà, mutuo aiuto e autodifesa fuori e contro chi vuole le donne inchiodate nello ruolo di vittime.
La difesa delle donne è sin troppo spesso alibi per politiche securitarie, che usano i nostri corpi per giustificare strette disciplinari sull’intera società. Le donne in lotta sanno che lo stereotipo della vittima serve solo a giustificare una perenne messa sotto tutela.
I movimenti cresciuti negli ultimi anni rifiutano tutele e tutori, con o senza divisa, traendo forza dalla solidarietà e dal mutuo appoggio. Vivere, solcare le strade con la forza di chi sta intrecciando una rete robusta, capace di combattere la violenza di chi vuole affermare la dominazione patriarcale è la scommessa che rimbalza dall’Argentina al Messico, dall’Italia alla Polonia, dalla Spagna agli Stati Uniti.

Itinerari di libertà
Le lotte delle donne hanno cancellato tante servitù. Ma ne paghiamo, ogni giorno, il prezzo. La violenza reattiva è solo un lato della medaglia, l’altro è più subdolo e complesso.
Il prezzo dell’emancipazione femminile è stato anche l’adeguamento all’universale, che resta saldamente maschile ed eterosessuale. Lo scarto, la differenza femminile, in tutta l’ambiguità di un percorso identitario segnato da una schiavitù anche volontaria, finisce frantumata, dispersa, illeggibile, se non nel ri-adeguamento ad un ruolo di cura, sostitutivo dei servizi negati e cancellati negli anni.
Serve uno sguardo maggiormente critico che colga le aporie insite nella dimensione rivendicativa di servizi per i bambini, gli anziani, i disabili. Questi servizi, comunque affidati prevalentemente a lavoratrici, portano all’istituzionalizzazione forzata di chi ha bisogno di essere aiutato a vivere.
Una riflessione seria sulla crescita di ambiti pubblici non statalizzati, né mercificati potrebbe aprire percorsi di sperimentazione che sciolgano le donne dal lavoro di cura, liberando dalle gabbie istituzionali bambini, anziani, disabili. Smontare il concetto di famiglia, per dar spazio ad una dimensione sociale più ampia, includente, libera, è un passaggio che sarebbe facile dare per scontato. La famiglia eterosessuale con figli è tornata ad essere al centro della società, senza essersene mai allontanata realmente. È un perno tanto forte da attrarre anche chi, per orientamento sessuale, ne è escluso. In questa partita complessa, dove si gioca l’estendersi dell’universalità formale dei diritti a chi ne è tenuto fuori, si contribuisce paradossalmente a rinforzare la famiglia.
Lo spazio della sperimentazione, della messa in gioco dei percorsi identitari, tanto radicati nella cultura, da parere quasi «naturali», spesso si estingue, polverizzato dalle tante cazzutissime donne in divisa, dalle manager in carriera, dalle femministe che inventano le gerarchie femminili per favorire operazioni di lobbing.
Lo scarto femminile non è iscritto nella natura ma nemmeno nella cultura, è solo una possibilità, la possibilità che ha sempre chi si libera: cogliere le radici soggettive ed oggettive della dominazione per reciderle inventando nuovi percorsi.
Contro la normalizzazione delle nostre identità erranti il femminismo libertario si svincola dalla mera rivendicazione paritaria, per mettere in gioco una scommessa dalla posta molto alta. Una scommessa che scardina l’ordine simbolico, perché è capace di sperimentare, nel conflitto con l’esistente, nella lotta contro le tante linee di cesura che la società gerarchica e di classe ci impone, relazioni politiche, sociali, umane libere. Libertà ed uguaglianza si impastano per mettere sul tavolo tante diverse pietanze, perché la rivoluzione è anche un pranzo di gala.
Il femminismo libertario lotta per spezzare l’ordine. Morale, sociale, economico
Miliardi di percorsi individuali, che attraversano i generi, costituiscono l’unico universale che ci contenga tutt*, quello delle differenze.
Il percorso di autonomia individuale si attua nella sottrazione conflittuale dalle regole sociali imposte dallo Stato, dal capitalismo dal patriarcato. È una strada che ciascun* fa per se, assieme agli altri: si frantuma la gerarchia, per esserci, ciascun* a proprio modo.

maria matteo
(quest’articolo è uscito sul numero di marzo di Arivista)

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