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No Tav. I partigiani e l’insurrezione

no-tav-val-di-susa-autostradaSono settimane di fuoco per il movimento No Tav. L’innesco lo hanno dato due episodi dell’8 e del 13 maggio: la sassaiola contro un camion della ditta Martina, intercettato per strada dopo l’uscita dal cantiere di Chiomonte, l’assalto notturno al fortino con il danneggiamento di un compressore.
Per uno dei tanti paradossi che segnano la comunicazione politica, l’attacco al camion, con il ferimento lieve del conducente, ha suscitato meno clamore dell’incursione al cantiere, dove non ci sono stati feriti ma solo danni alle cose.
Il giorno successivo all’incursione notturna si è riunito in Prefettura a Torino il comitato per l’ordine e la sicurezza. C’era il vicepremier Alfano, il ministro Lupi, i capi di polizia e carabinieri, il presidente della Provincia, il capo della Procura Caselli e vari altri papaveri istituzionali. Dopo il vertice in una Torino militarizzata e piovosa sono uscite dichiarazioni altisonanti, promesse di aumentare il contingente militare, di allargare la zona rossa, di procedere con durezza contro il responsabili. Si è parlato esplicitamente di terrorismo ed eversione. Il giorno successivo la procura ha annunciato di aver aperto un fascicolo per tentato omicidio.
L’attacco al cantiere dell’8 febbraio scorso, del tutto analogo a quello del 13 maggio, ha avuto un’eco mediatica assai minore: pagine interne, niente rilievo nazionale, toni bassi, nessun vertice di ministri, poliziotti e giudici. Subito dimenticato.
In quel momento di transizione politica nazionale non conveniva a nessuno accendere i riflettori su quella notte di lotta radicale.
Mercoledì 15 maggio, ad un’assemblea convocata per far conoscere alla popolazione l’impatto dei cantieri, le aree soggette ad esproprio, i rischi per la salute sul territorio del paese, si è parlato anche dell’incursione al cantiere. Gli applausi di una sala dove si sono stipate circa 150 persone, hanno accolto gli interventi di chi ha definito i sabotaggi come atti di resistenza.
Il giorno successivo il Coordinamento Comitati No Tav è uscito con un comunicato in cui si rivendicano i sabotaggi alle cose, senza colpire le persone.
Sui tre giorni di campeggio previsti a Chiomonte nel fine settimana dal 17 al 19 maggio l’ha fatta da padrone la pioggia battente che ha trasformato questa primavera in un monsone. Gruppetti di No Tav hanno comunque fatto qualche giro intorno alle reti, creando la consueta agitazione tra le forze di polizia e i militari.
Lunedì 20 maggio, stava per cominciare a Villarfocchiardo la riunione del comitati No Tav, quando si è diffusa la notizia che al dopolavoro ferroviario di Bussoleno era in corso una riunione del PD, cui partecipava il senatore piemontese Stefano Esposito, noto per la violenza dei suoi attacchi al movimento contro la Torino Lyon. Sospesa la riunione i No Tav si sono uniti agli attivisti di Bussoleno in un lungo assedio al blindatissimo locale. Tra slogan e interventi il blocco è durato ore. Intorno alle 23 un blackout No Tav ha lasciato al buio il senatore Esposito e i suoi compagni di merende, poco dopo con un colpo di mano alcuni attivisti riuscivano a chiudere il cancello d’ingresso, lasciando di stucco carabinieri e digos, rimasti prigionieri nel cortile antistante la struttura. Qualche spintone e il blocco si trasferisce in strada. Da un lato i carabinieri e la digos, dall’altra i No Tav.
Intorno all’una, ben stretto in un’auto della digos, Stefano Esposito esce di scena.
Una ben magra figura per l’uomo che si è messo al servizio dei grandi interessi di un affare inutile ma lucroso per chi riesce ad aggiudicarsi gli appalti per i lavori.

Sin qui la cronaca.Sul piano del dibattito politico vale la pena segnalare alcune crepe che si stanno aprendo nel fronte Si Tav. Nel suo editoriale sulla Stampa del 14 maggio, Luigi La Spina, dopo un incipit quasi rituale sui “terroristi” che la notte precedente avevano attaccato il cantiere, si interroga sui tentennamenti della politica verso la Torino Lyon, sulla incapacità di scegliere se l’opera sia strategica oppure no nell’attuale congiuntura sociale ed economica. Una settimana dopo Matteo Renzi, dal palcoscenico della Fiera del Libro, ha dichiarato che il Tav è inutile ed altre sono le scelte prioritarie per garantire lavoro e servizi. Inutile dire che la “rottamazione” del Tav ha innervosito non poco Sergio Chiamparino, l’ex sindaco di Torino, nonché candidato alla segreteria del PD, oggi presidente della potentissima Compagnia di San Paolo, la mano nera dietro tanti buoni affari a Torino e nelle sue valli.

Nel movimento No Tav si sta finalmente esaurendo la grande illusione istituzionale, nella consapevolezza che oggi governa una solida maggioranza Si Tav, disposta a stringere ancora di più la morsa del meccanismo disciplinare che ha investito la Val Susa, sin dallo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena il 27 giugno 2011.
Quasi due anni di lotta e resistenza durissime.
Sarebbe tuttavia miope non vedere le obiettive difficoltà che attraversano il movimento, che l’ubriacatura elettorale non ha che accentuato.
La grande manifestazione del 23 marzo, se da un lato ha centrato in pieno l’obiettivo di mostrare l’ampiezza dell’opposizione popolare al Tav, dall’altro è annegata nell’attenzione mediatica per le passeggiate dei parlamentari del M5S e Sel tra ruspe, militari e filo spinato in Clarea.
La melassa istituzionale ha annullato l’altro esplicito obiettivo della manifestazione: ri-costruire un fronte di lotta ampio, in cui si riducessero le distanze tra gli attivisti di ogni giorno e quelli di una volta l’anno.
Alle azioni di blocco mattutino dei mezzi diretti al cantiere con gli attivisti che si sono messi in mezzo alla strada, e alle passeggiate tra le vigne hanno partecipato solo piccoli gruppi di No Tav.
Il segno di una delega crescente della maggioranza dei No Tav ad una minoranza di attivisti la cui generosità non può supplire alla necessità di una massa critica maggiore per inceppare il meccanismo dell’occupazione militare.
Le azioni dirette a sorpresa, gli attacchi al cantiere, le molotov contro i mezzi non hanno diviso il movimento tra buoni e cattivi, ma paiono sancire una divisione tra giocatori e tifosi, decisamente imbarazzante per un movimento popolare, che, in altri tempi, ha saputo mettere in gioco l’unica arma efficace contro l’imposizione violenta di un’opera inutile e dannosa, la rottura collettiva delle regole imposte dall’avversario, nella consapevolezza che l’azione diretta, l’insurrezione popolare rende a tal punto ingovernabile un territorio da indurre lo Stato a rinunciare alle armi, tentando la strada della lenta mediazione politica.
Oggi i partigiani che violano le recinzioni, sfruttando la notte giusta, possono mantenere forte la tensione intorno al cantiere per il tunnel geognostico in Clarea, ma non hanno nessuna possibilità di chiudere davvero la partita.
Serve altro. Il movimento No Tav rischia di pagare a duro prezzo la scelta, peraltro mai a fondo condivisa da tanti attivisti, di concentrare sul catino militarizzato la propria azione.
La strada è oggi sempre più in salita. I governi sinora hanno sbagliato ben poco, facendo tesoro della lezione del 2005. Sono andati piano, pianissimo, programmando ogni mossa quando quella precedente era stata metabolizzata, contribuendo ad alimentare tra la gente la convinzione che la partita dei No Tav, pur giusta, era ormai persa. La violenza dello sgombero della Maddalena ha suscitato grande indignazione, ma non l’insurrezione che accompagnò l’azione contro la libera Repubblica di Venaus nel dicembre del 2005.
Persino la straordinaria emozione dopo la caduta di Luca Abbà e la presa della baita del 27 febbraio 2012 produsse una rivolta fortissima, che non seppe tuttavia estendersi.
Occorre ricominciare dal basso a costruire iniziative di lotta che pian piano sappiano inceppare il meccanismo dell’occupazione militare, scegliendo di volta in volta i luoghi e i terreni più adatti.
Il movimento contro la Torino Lyon ha un consenso molto ampio. La scommessa è che, al di là dell’applauso per i partigiani che sabotano il cantiere, cresca la consapevolezza che l’azione di pochi ha una grande valenza morale ma non intacca davvero i rapporti di forza imposti dallo Stato. La forza dei movimenti che lottano in regimi di democratura anche quando scelgono forme di lotta radicali ed illegali, è nella capacità di rendere politicamente pericoloso per lo Stato il persistere nell’uso della violenza. È importante resistere, è ancora più importante costruire le condizioni per l’insurrezione popolare.
Un gioco complicato, in cui occorrono coraggio, pazienza e intelligenza.

Maria Matteo
(quest’articolo uscirà sul prossimo numero del settimanale Umanità Nova)

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