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Una domenica alle Vallette

cancro-popoli-222x160Domenica 7 febbraio, nonostante una pioggia battente oltre duecento antifascisti hanno risposto all’appello dei ragazzi del quartiere per un corteo di comunicazione e lotta nel giorno scelto dai fascisti di Casa Pound per la fiaccolata nel villaggio Santa Caterina, il gruppo di case popolari che, dagli anni Cinquanta ospita profughi istriani e dalmati, approdati nella nostra città dopo la guerra.

Un imponente schieramento di polizia ha serrato in una morsa di luci blu l’area, nonostante i fascisti, che pure avevano fatto appello ai camerati da Aosta a Milano, pare non fossero più di 50.

Gli antifascisti hanno fatto un lungo giro per il quartiere con frequenti soste per interventi e slogan, ascoltati dalla gente che spesso si è affacciata dai balconi.

Il corteo è stato uno dei tasselli di un’intera settimana di informazione e lotta.

I fascisti nei quartieri popolari fanno leva sulla povertà crescente per offrire agli italiani poveri un nemico da combattere.

La nazione diviene il perno su cui tutto si incardina, l’asse portante, che divide noi e loro. La guerra tra poveri si radica nell’idea di nazione. L’appartenenza di classe cede il passo a quella etnica.
Le marce contro i rom, gli immigrati, i profughi mirano a dare forma alla guerra, indicando obiettivi tangibili. I fascisti fanno leva sui pregiudizi più diffusi, sulla paura, sulla speranza di alzare la testa dalla melma almeno un poco.

Un parlamento bipartisan 12 anni fa ha istituito la giornata del ricordo, fornendo ai fascisti una buona occasione per dar lustro all’idea di una nazione irredenta da difendere.

Sarebbe miope ridurre  a mero folclore reducista le celebrazioni fasciste per la giornata del ricordo, perché fiaccolate e deposizioni di fiori offrono uno spazio simbolico che rafforza le pulsioni identitarie.

Raid e pogrom si nutrono di un immaginario che cresce e si alimenta nei rituali, che reinventano e rafforzano una memoria di nazione, di cui il fascismo di ieri e di oggi si propone come alfiere.

Assediare la cerimonia, obbligare i fascisti a celebrarla difesi da un nugolo di poliziotti, spezza l’illusione nazionalista, riporta al centro il quartiere, la sua storia di luogo d’approdo per profughi e immigrati.

Spezzare l’immaginario che nutre il razzismo e la xenofobia non è mero esercizio di una memoria altra, ma reinvenzione di un presente possibile, che si incardina nelle pratiche di lotta quotidiana che a loro volta si nutrono e son nutrite della prefigurazione di un mondo senza frontiere.

Ripartire dalle periferie è anche fare un corteo fradici di pioggia, e scoprire che, nonostante l’acqua, qualcuno si avvicina, sui balconi c’è gente che ascolta.

Posted in antifascismo, Inform/Azioni, memoria, torino.